Punti chiave
Il presidente Donald Trump ha annunciato lunedì scorso dalla Casa Bianca la creazione della Riserva Strategica di Minerali Critici degli Stati Uniti, un progetto da 12 miliardi di dollari battezzato Project Vault. L’iniziativa segna una svolta radicale nella politica industriale americana. Per la prima volta, Washington adotta apertamente un modello di intervento statale che ricorda quello messo a punto dalla Cina negli ultimi tre decenni.
La somiglianza non è casuale. Gli Stati Uniti stanno cercando di combattere Pechino sul suo stesso terreno, quello del controllo strategico sui minerali delle terre rare. Questi 17 elementi chimici sono indispensabili per produrre smartphone, batterie per veicoli elettrici, turbine eoliche e sistemi d’arma avanzati. E la Cina ne domina l’intera filiera produttiva con una supremazia schiacciante.
I numeri parlano chiaro. Pechino controlla tra il 60 e il 70 per cento dell’estrazione mineraria globale di terre rare. Ma è nella raffinazione e nella lavorazione che il dominio cinese diventa quasi totale: circa il 90 per cento della capacità mondiale. Quando si arriva ai magneti permanenti, componenti essenziali per motori elettrici e tecnologie avanzate, la quota cinese raggiunge il 93 per cento della produzione globale.
“Si è trattato di un cambiamento radicale nel modo in cui gli Stati Uniti guardano a queste cose”, ha dichiarato Morgan Bazilian, direttore del Payne Institute presso la Colorado School of Mines. L’affermazione coglie il senso di una trasformazione profonda. Per decenni, l’America ha lasciato al mercato il compito di gestire l’approvvigionamento di materie prime strategiche. Oggi quella fiducia è svanita.
Una lezione imparata a caro prezzo

La primavera del 2025 ha rappresentato un momento di crisi per l’industria americana. La Cina ha deciso di ridurre drasticamente le esportazioni di magneti in terre rare, una mossa calibrata per esercitare pressione commerciale su Trump. Le conseguenze sono state immediate e dolorose. La Ford ha dovuto chiudere temporaneamente alcuni stabilimenti per carenza di componenti. Altri produttori di automobili hanno subito interruzioni simili.
Un sondaggio condotto dalla Camera di Commercio Americana in Cina ha rilevato che il 75 per cento delle aziende statunitensi operanti nel paese asiatico ha sofferto per le restrizioni alle forniture. “Non vogliamo più passare attraverso quello che abbiamo passato un anno fa”, ha detto Trump presentando Project Vault. La frase riassume l’urgenza che ha spinto l’amministrazione ad agire.
Il progetto prevede un finanziamento complessivo di 12 miliardi di dollari. L’Export-Import Bank degli Stati Uniti erogherà prestiti fino a 10 miliardi, mentre il capitale privato dovrebbe contribuire con circa 1,67-2 miliardi. Si tratta di una struttura ibrida pubblico-privata che mira a stabilizzare i prezzi e garantire forniture sicure ai produttori americani.
John Jovanovic, presidente dell’Export-Import Bank, ha spiegato che la riserva sosterrà la lavorazione nazionale di materie prime essenziali e proteggerà i produttori statunitensi dagli shock dell’offerta. Il meccanismo dovrebbe funzionare come un acquirente stabile, capace di sostenere i produttori americani e alleati durante i cicli di espansione e contrazione tipici del settore minerario.
Il nome stesso del progetto evoca la Strategic Petroleum Reserve, la riserva petrolifera strategica creata negli anni Settanta dopo l’embargo arabo. Quella riserva, con una capacità di 714 milioni di barili stoccati in caverne di sale sotterranee in Louisiana e Texas, fu concepita per scoraggiare minacce di interruzione delle forniture da parte di nazioni ostili. Project Vault ambisce a svolgere una funzione analoga per i minerali critici.
Il modello cinese che Washington imita
La strategia cinese sulle terre rare non è frutto del caso. È il risultato di una pianificazione deliberata iniziata negli anni Ottanta. Deng Xiaoping, allora leader della Repubblica Popolare, pronunciò una frase diventata celebre: “Il Medio Oriente ha il petrolio, la Cina ha gli elementi rari”. Da quel momento, Pechino ha costruito sistematicamente la propria supremazia.
Il Piano Quinquennale 1981-1985 ordinava alla Cina di “aumentare la produzione di metalli delle terre rare”. Negli anni Ottanta, oltre cento città e villaggi costruirono raffinerie, molte di proprietà statale e prive di efficaci controlli sull’inquinamento. Nel 1986 la Cina era già il primo produttore mondiale. Ma l’aspetto più rilevante della strategia cinese non fu solo l’estrazione. Fu il controllo dell’intera catena del valore.
Pechino ha investito massicciamente nella raffinazione e nella lavorazione, le fasi più complesse e inquinanti della filiera. Ha accettato costi ambientali e umani che altri paesi hanno rifiutato. Ha sostenuto finanziariamente le proprie aziende, permettendo loro di operare in perdita per mantenere i prezzi bassi ed eliminare i concorrenti internazionali. Tra gennaio e luglio 2024, il costo del neodimio-praseodimio è sceso del 20 per cento. Un prezzo che la Cina può permettersi di pagare per conservare il controllo del mercato.
Il caso della Magnequench è emblematico. L’azienda americana, controllata da General Motors, produceva magneti avanzati in terre rare nello stabilimento di Kennett Square, in Pennsylvania. Nel 1995 fu acquisita da un consorzio che includeva investitori cinesi. Nel giro di pochi anni, la produzione fu trasferita in Cina, a Tianjin e Ningbo. Quel trasferimento insegnò alla Cina come fabbricare magneti di alta qualità. E gli Stati Uniti persero una capacità industriale strategica.
John Ormerod, esperto del settore dei magneti, ha raccontato la dinamica di quegli anni: “I clienti andavano in Cina per ottenere un’offerta di prezzo, poi ti chiedevano di pareggiarlo. Era semplicemente impossibile”. Entro il 2010, le ultime due aziende americane di produzione di magneti avevano chiuso i battenti. La Cina aveva vinto quella guerra industriale silenziosa.
Capitalismo di stato all’americana

Project Vault rappresenta un’inversione di rotta ideologica. Il governo degli Stati Uniti sta adottando un approccio che ricorda il capitalismo di stato cinese. Non si tratta più solo di incentivi fiscali o sussidi indiretti. Lo stato americano diventa investitore diretto, assume partecipazioni azionarie nelle aziende minerarie, presta denaro a condizioni favorevoli.
A gennaio, USA Rare Earth, un produttore emergente di terre rare e magneti, ha annunciato di aver ricevuto un’offerta di finanziamenti governativi fino a 1,6 miliardi di dollari. In cambio, il governo federale riceverà 16,1 milioni di azioni e circa 17,6 milioni di warrant della società, per una partecipazione del 10 per cento. È un modello che replica le pratiche cinesi: lo stato entra nel capitale delle aziende strategiche per garantirne la sopravvivenza e lo sviluppo.
Altri investimenti simili sono stati già effettuati. Il governo ha acquisito una quota del 10 per cento in Intel, il produttore di chip. Ha ottenuto una “golden share” in US Steel quando l’azienda è stata acquisita dalla giapponese Nippon Steel. Ha fornito 620 milioni di dollari al produttore di magneti Vulcan Elements e 50 milioni dalla difesa. Ha preso partecipazioni in MP Materials, che gestisce la miniera di Mountain Pass in California, l’unico sito di estrazione di terre rare attivo negli Stati Uniti.
Le aziende coinvolte in Project Vault rappresentano il cuore dell’industria americana. Boeing, General Motors, Stellantis, Corning, GE Vernova e Google hanno aderito all’iniziativa. Tre società di trading di materie prime, Hartree Partners, Axys America e Mercuria Energy Group, si occuperanno dell’approvvigionamento dei materiali. È un ecosistema industriale che Washington sta cercando di costruire con il sostegno diretto dello stato.
Allo stesso tempo, il coinvolgimento statale non implica controllo totale. Anche in Cina, molti produttori di terre rare operano come aziende private, alcune quotate in borsa, e competono per profitti e quote di mercato. Il modello non è quello della pianificazione centralizzata sovietica. È un ibrido dove lo stato fornisce risorse, garanzie e direzione strategica, mentre le imprese mantengono autonomia operativa.
Le sfide tecniche di una riserva mineraria
Accumulare minerali strategici è molto più complesso che stoccare petrolio. La Strategic Petroleum Reserve deve gestire due tipi di greggio, dolce e aspro. Project Vault deve invece confrontarsi con 17 elementi delle terre rare e decine di altri minerali critici. Le quantità necessarie variano nel tempo a seconda dell’evoluzione dei processi produttivi per automobili, aerei e altri beni industriali.
Se gli impianti fossero riforniti di materie prime poco lavorate, queste non potrebbero essere utilizzate immediatamente dalle fabbriche in caso di emergenza. Ma stoccare prodotti finiti, come i magneti in terre rare, presenta problemi diversi: le specifiche tecniche evolvono rapidamente. Thomas Kruemmer, analista di terre rare con sede a Singapore, ha sintetizzato il dilemma: “Non esiste una soluzione universale”.
Jovanovic dell’Export-Import Bank ha dichiarato che la riserva si concentrerà sulle “materie prime essenziali”. L’annuncio della banca precisava che le scorte sarebbero gestite in modo indipendente, ma non ha descritto quale entità le controllerà. I dettagli operativi rimangono vaghi. Non è chiaro dove saranno localizzati i depositi, come saranno protetti, quali procedure governeranno il rilascio dei materiali in caso di crisi.
Un altro ostacolo riguarda i tempi. Assumendo che la riserva non acquisti materiali dalla Cina, potrebbero volerci anni per costituire scorte sufficienti a proteggere gli Stati Uniti in caso di emergenza. Per i minerali delle terre rare pesanti, come il disprosio e il terbio, la capacità di lavorazione al di fuori della Cina è estremamente limitata. Gli impianti attualmente in costruzione probabilmente soddisferanno solo una parte della domanda americana e degli alleati nei prossimi due anni.
L’Australia sta cercando di colmare parte di questo vuoto. Si prevede che alla fine del 2026 verrà avviato un nuovo impianto di lavorazione del gallio, un materiale semiconduttore critico dominato dalla Cina, con il sostegno dei governi giapponese, americano e australiano. Ma anche questi progressi restano marginali rispetto alle dimensioni del problema.
L’accerchiamento strategico della Cina
Pechino ha riconosciuto da tempo che sostenere le proprie aziende minerarie garantiva un approvvigionamento stabile per i suoi produttori. E le forniva uno strumento di coercizione internazionale. Le restrizioni alle esportazioni imposte nella primavera del 2025 non sono state le prime. Nel 2010, durante una disputa territoriale con il Giappone, la Cina ridusse drasticamente le esportazioni di terre rare verso Tokyo. Quell’episodio segnò un punto di svolta, dimostrando a Pechino che poteva usare il proprio controllo sui minerali per influenzare relazioni geopolitiche e commerciali.
Nel 2019, sette anni dopo essere diventato leader della Cina, Xi Jinping definì le terre rare “una risorsa strategica importante”. Quest’anno ha dimostrato la volontà di utilizzarle come leva contro le politiche commerciali di Trump. In aprile e ottobre 2025, la Cina ha implementato nuove restrizioni alle esportazioni, permettendole di trattenere forniture di terre rare e magneti per costringere Washington a negoziare sulle tariffe doganali.
Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha commentato che la decisione di ottobre “ha scosso l’offerta e la base industriale dell’intero mondo libero”. L’espressione non è retorica. Jost Wübbeke, partner di Sinolytics, una società di ricerca con sede a Berlino, ha spiegato che “l’intera economia mondiale dipende da questi magneti provenienti dalla Cina. Se smetti di esportarli, si sentirà in tutto il mondo”.
Michael Dunne, consulente specializzato nel settore automobilistico cinese, ha avvertito sul New York Times che le restrizioni cinesi “potrebbero portare gli impianti di assemblaggio automobilistico americani a un punto morto”. La minaccia non è teorica. È già accaduta con la Ford. E potrebbe ripetersi con intensità maggiore.
La risposta americana cerca di costruire una rete di alleanze minerarie. Gli Stati Uniti hanno firmato accordi con Australia, Giappone e Malaysia per sviluppare capacità produttive alternative. Washington e Canberra hanno investito congiuntamente 8,5 miliardi di dollari in progetti minerari australiani per estrarre e lavorare elementi come terbio, erbio e ittrio. L’obiettivo è garantire sicurezza nelle catene di approvvigionamento senza dipendere dalla Cina.
I primi germogli di un’industria alternativa

Costruire capacità produttive fuori dalla Cina richiede tempo, capitali enormi e competenze tecniche che si sono disperse negli ultimi decenni. Ma qualcosa si sta muovendo. L’Australia sta emergendo come il secondo hub mondiale per la raffinazione di terre rare. Lynas Rare Earths, l’unico produttore significativo di ossidi di terre rare leggere e pesanti fuori dalla Cina, opera la miniera di Mount Weld e un impianto di separazione in Malaysia. Lynas produce tra 5.000 e 6.000 tonnellate all’anno di ossido di neodimio-praseodimio e sta espandendo la propria capacità.
MP Materials ha riavviato le operazioni a Mountain Pass, in California, e ha prodotto 1.300 tonnellate di ossido di neodimio-praseodimio nel 2024. Il suo stabilimento per magneti a Fort Worth, in Texas, dovrebbe presto raggiungere una produzione di 1.000 tonnellate all’anno di magneti in neodimio-ferro-boro utilizzando terre rare di provenienza americana. Tuttavia, MP Materials non dispone di terre rare pesanti, un limite significativo.
Iluka Resources sta costruendo la prima raffineria integrata dell’Australia a Eneabba, con una capacità di 17.500 tonnellate annue. Il progetto Nolans di Arafura mira a produrre 4.440 tonnellate all’anno di ossido di neodimio-praseodimio entro il 2025. In Europa, la Francia sta sviluppando capacità di lavorazione. Solvay ha inaugurato una linea di produzione di terre rare a La Rochelle nell’aprile 2025 e ha firmato contratti per fornire ossidi a produttori di magneti americani.
L’Australian Nuclear Science and Technology Organisation (ANSTO) ha aperto all’inizio del 2026 il primo impianto di lavorazione di terre rare ad accesso pubblico del paese, a Lucas Heights. Finanziata dai contribuenti e gestita come infrastruttura nazionale condivisa, l’iniziativa riflette un cambio di politica: il riconoscimento che la raffinazione di terre rare, a differenza dell’estrazione, richiede tipicamente sostegno statale continuativo.
Nonostante questi progressi, i numeri restano scoraggianti. La Cina produce oltre 300.000 tonnellate di magneti in neodimio-ferro-boro all’anno, contro l’obiettivo americano di 1.000 tonnellate. Secondo stime ottimistiche, la quota di mercato cinese potrebbe scendere dal 90 al 75 per cento entro il 2028, se i progetti attualmente in cantiere avranno successo. Ma rimane una distanza enorme.
Il vero collo di bottiglia riguarda le terre rare pesanti. Fino al 2023, la Cina produceva il 99 per cento dell’offerta mondiale di questi elementi. Una piccola raffineria in Vietnam contribuiva con una quota marginale, ma è stata chiusa nel 2024 per una disputa fiscale, lasciando la Cina in condizione di monopolio assoluto. Dysprosium e terbium, essenziali per applicazioni militari e robotiche avanzate, restano quasi interamente sotto controllo cinese.
Il prezzo della sovranità industriale
La strategia americana per recuperare indipendenza nei minerali critici comporta costi elevati. Non solo finanziari, ma anche politici e sociali. Costruire miniere e raffinerie negli Stati Uniti significa affrontare opposizione ambientalista, lunghi processi di autorizzazione, costi del lavoro superiori. La Cina ha potuto sviluppare la propria industria delle terre rare anche perché ha accettato livelli di inquinamento che sarebbero inaccettabili in Occidente.
Graycelin Pascaran, del Center for Strategic and International Studies, ha posto una domanda scomoda: “Perché dovrebbero comprare da un produttore ad alto costo se alternative più economiche sono disponibili?”. È il dilemma fondamentale di ogni politica industriale. Senza protezione tariffaria o sussidi permanenti, le aziende americane ed europee faticheranno a competere con i prezzi cinesi. Ma protezionismo e sussidi distorcono i mercati e generano inefficienze.
Washington sta cercando di bilanciare questi obiettivi contrastanti. Da un lato, vuole utilizzare le tariffe doganali per stimolare la produzione domestica. Dall’altro, deve evitare di limitare ulteriormente forniture già scarse. Ogni minerale sulla lista dei 54 elementi critici identificati dalla US Geological Survey presenta dinamiche uniche: dipendenza dalle importazioni, disponibilità di fornitori alternativi, potenziale di produzione interna.
Il rame, ad esempio, è stato inizialmente incluso nei piani di Trump per tariffe su minerali critici, poi escluso, poi nuovamente considerato. Gli Stati Uniti sono esportatori netti di concentrati di rame, ma dipendono dall’importazione di rame raffinato. Applicare tariffe al metallo raffinato potrebbe stimolare investimenti in capacità di raffinazione domestica. Oppure potrebbe semplicemente aumentare i costi per i produttori americani senza creare nuova capacità.
Il modello economico cinese presenta vantaggi strutturali difficili da replicare. Lo stato può assorbire perdite temporanee in cambio di controllo a lungo termine su mercati strategici. Le aziende private occidentali, sottoposte alla pressione dei mercati finanziari per produrre profitti trimestrali, faticano a competere con concorrenti sostenuti da governi disposti a perdere denaro per anni.
La Financial Times ha definito il tentativo di disimpegno dalla Cina “costoso e forse impossibile nel breve termine”. L’osservazione cattura la complessità del problema. Non si tratta solo di costruire miniere o fabbriche. Si tratta di ricostruire competenze industriali, reti di fornitori, know-how tecnico che sono stati trasferiti in Cina nell’arco di tre decenni.
Eppure Washington non ha alternative credibili. La dipendenza strategica dai minerali cinesi rappresenta una vulnerabilità inaccettabile per un paese che considera la Cina il principale rivale geopolitico del XXI secolo. Project Vault è un tentativo di ridurre quella vulnerabilità. Non eliminerà la dipendenza nel breve periodo. Ma potrebbe, nel tempo, creare le condizioni per un sistema di approvvigionamento più resiliente e diversificato.
Trump ha chiuso il suo annuncio con una promessa: “Garantiremo che le imprese e i lavoratori americani non vengano mai più danneggiati da alcuna carenza”. È un’ambizione che richiederà anni per realizzarsi. E che potrebbe non riuscire del tutto. Ma il fatto stesso che Washington abbia deciso di provare segna un cambiamento storico. Gli Stati Uniti hanno riconosciuto che in alcune aree strategiche il mercato non basta. Serve lo stato. Serve una strategia industriale. Serve imitare il modello che la Cina ha perfezionato per conquistare il dominio sulle terre rare, le materie prime invisibili che alimentano il mondo moderno.


