Punti chiave
Bastano poche frasi, pronunciate via video da un forum a Doha, per far detonare un caso diplomatico che investe le Nazioni Unite, spacca l’Europa e rimette al centro della scena globale una delle figure più controverse del sistema ONU. Francesca Albanese, relatrice speciale per i Territori palestinesi occupati, ha parlato sabato 7 febbraio all’Al Jazeera Forum, la conferenza annuale organizzata dalla rete qatariota giunta alla sua diciassettesima edizione. Il suo intervento, trasmesso in videomessaggio, conteneva una frase destinata a generare un terremoto politico: “Noi, come umanità, abbiamo un nemico comune”.
Il contesto in cui quelle parole sono state pronunciate ne ha amplificato enormemente l’impatto. Albanese non parlava da un qualsiasi convegno accademico. L’Al Jazeera Forum di quest’anno era dedicato alla “questione palestinese e l’equilibrio di potere regionale nel contesto di un mondo multipolare emergente”.
Tra i relatori figuravano il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e il capo di Hamas all’estero Khaled Meshal, due figure che Israele considera rappresentanti di organizzazioni terroristiche. Un investigatore di open source intelligence, Eitan Fischberger, ha peraltro rivelato su X che il nome di Albanese compariva solo nella pagina araba del programma del forum, non in quella inglese. “Al Jazeera ha cercato di nasconderla, ma l’ho scoperto”, ha scritto.
Le parole che hanno incendiato il dibattito
Nel suo discorso di circa tre minuti e mezzo, Albanese ha esordito accusando Israele di aver pianificato e realizzato un genocidio a Gaza. “Abbiamo trascorso gli ultimi due anni a osservare la pianificazione e la realizzazione di un genocidio, e il genocidio non è finito”, ha detto. “Il genocidio, inteso come distruzione intenzionale di un gruppo in quanto tale, è ora chiaramente svelato”.
Il passaggio più controverso è arrivato poco dopo. Albanese ha denunciato il fatto che “invece di fermare Israele, la maggior parte del mondo l’abbia armato, gli abbia fornito scuse politiche, protezione politica, sostegno economico e finanziario”. Ha poi aggiunto che “la maggior parte dei media nel mondo occidentale ha amplificato la narrazione pro-apartheid e pro-genocidio”. A quel punto ha pronunciato la frase che ha fatto esplodere il caso: “Noi che non controlliamo grandi quantità di capitali finanziari, algoritmi e armi, ora vediamo che come umanità abbiamo un nemico comune“.
La relatrice ha concluso il suo intervento elogiando Al Jazeera per “la sua capacità di produrre fatti reali e marciare verso la giustizia”, dichiarando di credere “fermamente che la Palestina sarà libera” e invitando tutti a un “2026 di pieno impegno verso la responsabilità e la giustizia”.
La reazione della Francia: “Deve dimettersi”
La risposta più dura è arrivata da Parigi. Una quarantina di deputati del campo macroniano, guidati dalla parlamentare Carole Yadan, hanno scritto al ministro degli Esteri chiedendo che la Francia si facesse promotrice di sanzioni contro Albanese e della sua immediata decadenza da ogni mandato ONU. La lettera contestava prese di posizione giudicate incompatibili con l’imparzialità richiesta dal suo incarico e l’accusava di “dichiarazioni di natura antisemita” e di una postura “sistematicamente a carico contro lo Stato di Israele”.
Mercoledì 11 febbraio, il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha accolto la richiesta intervenendo all’Assemblea Nazionale. Le sue parole sono state durissime. “La Francia condanna senza riserva alcuna le dichiarazioni oltraggiose e irresponsabili della signora Albanese, che prendono di mira non il governo israeliano, di cui è consentito criticare la politica, ma Israele in quanto popolo e in quanto nazione, il che è assolutamente inaccettabile”.
Barrot è andato oltre la singola dichiarazione di Doha. Ha accusato Albanese di aver accumulato una “lunga lista di posizioni scandalose”, citando la giustificazione degli attacchi del 7 ottobre, i riferimenti alla “lobby ebraica” e i paralleli tra Israele e il Terzo Reich. Il ministro ha poi demolito la credibilità professionale della relatrice: “Si presenta come esperta indipendente delle Nazioni Unite. Non è né esperta né indipendente. È una militante politica che alimenta discorsi d’odio e tradisce lo spirito delle Nazioni Unite”.
Barrot ha annunciato che la Francia formalizzerà la richiesta di dimissioni al Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU il prossimo 23 febbraio, durante l’apertura ad alto livello della sessione a Ginevra. Una mossa che porta il peso diplomatico di un membro permanente del Consiglio di Sicurezza.
Israele: “Vergogna morale”
La reazione israeliana è stata altrettanto veemente. Il ministero degli Esteri ha definito l’Al Jazeera Forum un “summit jihadista” e ha descritto i relatori come “sostenitori della più oscura scuola di pensiero nella storia politica moderna”. L’ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite Danny Danon ha dichiarato “assurda” la presenza di una rappresentante dell’ONU “su un palco insieme a terroristi le cui mani sono sporche di sangue”, definendo l’episodio “una vergogna morale e un profondo fallimento del sistema che dovrebbe proteggere i diritti umani”.
Eylon Levy, ex portavoce del governo israeliano, ha definito Albanese una “alleata naturale di Hamas”, sostenendo che lei e Meshal “dicono la stessa cosa ad alta voce”. La missione americana presso le Nazioni Unite ha ribadito la propria opposizione al mandato di Albanese, già espressa in passato con la richiesta formale al Segretario Generale Guterres di non rinnovare il suo incarico.
La difesa di Albanese: “Non ho mai detto questo”
Albanese ha tentato di arginare la tempesta con due mosse. Lunedì 9 febbraio ha pubblicato su X il video integrale del suo intervento, accompagnandolo con una precisazione: “Il nemico comune dell’umanità è il sistema che ha reso possibile il genocidio in Palestina, incluso il capitale finanziario che lo finanzia, gli algoritmi che lo oscurano e le armi che lo rendono possibile”. Nessun riferimento diretto a Israele, secondo la sua versione.
Poco prima della dichiarazione di Barrot, Albanese ha rilasciato un’intervista a France 24 in cui ha respinto le accuse di antisemitismo definendole “vergognose e diffamatorie”. “Sfido tutti a trovare ciò di cui sono accusata di aver detto: che Israele è il nemico dell’umanità. Non l’ho mai detto”, ha affermato. Ha aggiunto: “Non è assurdo aver semplicemente esercitato la libertà di espressione, la libertà di parola in un contesto di crimini evidenti e pienamente documentati, sui quali ho la responsabilità e l’obbligo di denunciare?”.
La distinzione tra “Israele” e “il sistema che ha reso possibile il genocidio” è il cuore della difesa di Albanese. Ma per i suoi critici la differenza è inesistente: nel contesto del discorso, il “nemico comune” si riferiva chiaramente a Israele e alla sua azione militare a Gaza.
Il peso delle sanzioni americane
La vicenda di Doha si inserisce in un percorso di escalation che dura da anni. Nel luglio 2025, il Dipartimento del Tesoro americano ha inserito Albanese nella lista dei “Specially Designated Nationals”, la stessa che include figure legate ad al-Qaeda, trafficanti di droga messicani e trafficanti d’armi nordcoreani. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato le sanzioni dichiarando che “la campagna di guerra politica ed economica di Albanese contro gli Stati Uniti e Israele non sarà più tollerata”.
Le conseguenze per Albanese sono state concrete e immediate. Il suo conto bancario negli Stati Uniti è stato chiuso, le carte di credito cancellate. Un appartamento a Washington del valore di circa 700.000 dollari è stato congelato e non può essere venduto né affittato. L’ambasciatore americano all’ONU Mike Waltz ha dichiarato pubblicamente, durante una cerimonia organizzata dalla missione israeliana: “Sono lieto che non possa usare una carta di credito e che non possa ottenere un visto per entrare negli Stati Uniti”.
Le sanzioni erano scattate dopo la pubblicazione di un rapporto ONU firmato da Albanese che accusava 48 grandi corporazioni, tra cui Microsoft, Alphabet e Amazon, di essere complici nel “genocidio” a Gaza e nell’occupazione dei territori palestinesi. Il rapporto avvertiva che le aziende e i loro dirigenti potevano essere esposti a responsabilità penale, anche davanti alla Corte Penale Internazionale. Due delle aziende coinvolte avevano chiesto assistenza alla Casa Bianca.
L’Italia si divide
Anche in Italia il caso ha prodotto fratture. Il governo non si è accodato ufficialmente alla richiesta francese, ma la maggioranza parlamentare si è mossa in modo compatto. La Lega ha presentato una risoluzione per chiedere le dimissioni immediate di Albanese: “Chi definisce Israele nemico comune dell’umanità ha ben poco da dichiararsi super partes e fomenta più che leciti sospetti sul suo antisemitismo”, recita il comunicato del partito.
Fabio Rampelli di Fratelli d’Italia ha parlato di “profilo antisemita”. L’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane ha definito le parole di Albanese “un reale pericolo”. Va ricordato che già nell’ottobre 2025 l’Italia aveva preso le distanze dalla relatrice in sede ONU, definendo un suo rapporto “interamente privo di credibilità e imparzialità” e aggiungendo che “la signora Albanese non può essere considerata imparziale”.
Albanese stessa, cittadina italiana che vive all’estero da oltre vent’anni, ha un rapporto complesso con il suo Paese d’origine. In un discorso tenuto a Milano nell’ottobre 2025, ha accusato l’Italia di aver “perso il senso della legalità” e di vivere un “ritorno di atteggiamenti fascisti”.
Il palco di Doha: cosa hanno detto gli altri relatori
Per comprendere la portata della polemica, è utile analizzare il contesto dell’evento in cui Albanese ha parlato. Khaled Meshal, capo dell’ufficio politico di Hamas all’estero residente proprio a Doha, ha applaudito gli attacchi del 7 ottobre come un’azione che “ha riportato la causa palestinese in primo piano nel mondo”. Ha parlato di “resistenza” come motivo di “orgoglio” per i palestinesi e ha invitato a “perseguire Israele e stabilire che è un’entità paria che sta perdendo la sua legittimità internazionale”.
Il ministro degli Esteri iraniano Araghchi, che aveva partecipato al forum il giorno dopo aver guidato i negoziati del suo Paese con gli Stati Uniti in Oman sul programma nucleare, ha dedicato gran parte del suo intervento alla Palestina, definendola “la questione fondamentale della giustizia nell’Asia occidentale e oltre”. Ha denunciato un “doppio standard” verso “l’espansionismo israeliano” e ha ribadito il “diritto inalienabile” dell’Iran ad arricchire l’uranio. Non ha fatto alcun riferimento alle migliaia di manifestanti uccisi dal regime nel corso delle proteste interne.
Per Israele, questa composizione del panel bastava a screditare l’intero evento. La presenza di Albanese sullo stesso palco, seppur virtuale, ha rappresentato la conferma di una linea che Tel Aviv contesta da tempo: la sovrapposizione tra il linguaggio delle istituzioni internazionali e quello delle organizzazioni che Israele classifica come terroristiche.
Una figura sotto pressione globale
Francesca Albanese non è una figura che opera nell’ombra. Da quando ha assunto il ruolo di relatrice speciale nel maggio 2022, è diventata una delle personalità più divisive dell’intero sistema delle Nazioni Unite. Il Jewish Chronicle ha ricordato che nel maggio 2025 aveva accusato Israele di torturare e stuprare prigionieri gazawi usando cani, aveva dichiarato che gli Stati Uniti sono “soggiogati dalla lobby ebraica” e aveva sostenuto che i sionisti avevano inscenato episodi di antisemitismo negli USA. Lo stesso giornale ha sottolineato un dettaglio singolare: Albanese, presentata all’Al Jazeera Forum come “avvocato internazionale italiano”, aveva ammesso in un’intervista a Vanity Fair Italia nel maggio 2025 di non aver mai superato l’esame di abilitazione alla professione forense.
L’organizzazione UN Watch, con sede a Ginevra, ha depositato un memorandum legale di venti pagine presso il Consulente giuridico dell’ONU sostenendo che il rinnovo del mandato di Albanese fosse stato condotto in violazione delle procedure del Consiglio dei Diritti Umani e fosse quindi nullo. La questione del suo mandato resta giuridicamente contestata: l’ufficio per i diritti umani dell’ONU ha dichiarato che non c’è stato alcun “rinnovo” formale, ma che la sua nomina originaria del 2022 prevede un incarico fino al 30 aprile 2028.
Il 23 febbraio e il futuro di Albanese
La data chiave è ora il 23 febbraio, quando si aprirà la sessione del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite a Ginevra. La Francia ha annunciato che presenterà “con fermezza” la richiesta di dimissioni. Ma ottenere la rimozione di un relatore speciale è un’operazione politicamente complessa: il mandato è conferito dal Consiglio stesso, e la composizione dell’organo riflette equilibri geopolitici in cui i Paesi occidentali non detengono la maggioranza.
Human Rights Watch ha criticato le sanzioni americane contro Albanese come un tentativo di “mettere a tacere un’esperta ONU per aver fatto il suo lavoro”. Il Bar Human Rights Committee britannico le ha definite “un attacco flagrante ai principi della cooperazione internazionale e dell’indipendenza”. Sul versante opposto, organizzazioni come UN Watch e il Congresso Mondiale Ebraico continuano a chiederne la rimozione immediata.
Il caso Albanese è diventato così un prisma attraverso cui si rifrangono tutte le tensioni del conflitto israelo-palestinese: il confine tra critica legittima a un governo e demonizzazione di una nazione, il ruolo dell’ONU come arbitro o come parte in causa, la linea sottile tra attivismo per i diritti umani e propaganda politica. La frase pronunciata a Doha, qualunque fosse l’intenzione originaria, ha ormai acquisito una vita propria. E il suo eco non si è ancora spento.


