23 Marzo 2026
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Il Golfo sotto ricatto: l’ultimatum di Trump all’Iran

La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran è entrata in una fase in cui il campo di battaglia non è più solo il cielo di Teheran o il deserto del Negev, ma l’intera architettura energetica del Medio Oriente. Al centro della crisi c’è lo Stretto di Hormuz, corridoio da cui transita una quota decisiva del petrolio mondiale e che Teheran minaccia di controllare in modo selettivo, consentendo il passaggio solo alle navi dei Paesi ritenuti “amici”.

Il presidente Donald Trump ha scandito il tempo di questa escalation con un ultimatum: 48 ore per riaprire completamente Hormuz, pena l’“annientamento” delle centrali elettriche iraniane, a partire dalla più grande. L’Iran ha risposto annunciando che, in caso di attacco alle sue infrastrutture energetiche, colpirà in modo simmetrico centrali elettriche, impianti di desalinizzazione e reti critiche in Israele e nei Paesi del Golfo che alimentano le basi americane. In questo scambio di minacce, lo Stretto è diventato non solo un punto di strozzatura marittimo ma un’arma geopolitica.

La figura di Trump domina la scena con un linguaggio iperbolico che parla di “distruzione totale dell’Iran”, mentre sui social ribadisce la sua dottrina della “pace attraverso la forza”. L’ultimatum sullo stretto, però, si innesta su una campagna militare già in corso da quasi un mese, iniziata con l’attacco congiunto Usa-Israele del 28 febbraio che ha ucciso la Guida suprema Ali Khamenei e decine di esponenti di vertice del regime. Da quel momento il conflitto si è allargato a più fronti, dal Libano al Golfo Persico, trasformandosi in una guerra a geometria variabile.

In questo contesto, la minaccia sulle centrali elettriche non è solo un passaggio tattico ma un salto di qualità che sposta il baricentro della guerra dai siti militari alle infrastrutture su cui si regge la vita quotidiana di milioni di persone. È qui che il conflitto rischia di toccare una soglia psicologica irreversibile, facendo saltare la distinzione tra obiettivi militari e bersagli civili. Energia e infrastrutture diventano le parole chiave di una crisi che riguarda allo stesso tempo tank, borse e contatori della luce.


Teheran sfida l’ultimatum

Mentre la scadenza fissata da Washington si avvicina, Teheran sceglie la sfida aperta. Il Consiglio di Difesa iraniano, organo creato dopo la guerra dei dodici giorni con Israele del 2025 e posto sotto l’ombrello del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, ha annunciato che qualsiasi attacco alle coste o alle isole iraniane porterà al minamento di tutte le principali rotte del Golfo Persico.

Nel comunicato, rilanciato dai media di Stato, si parla esplicitamente di “mine navali”, comprese mine galleggianti dispiegate dalla costa, e si ribadisce che l’attraversamento di Hormuz per i Paesi non belligeranti è possibile solo previo coordinamento con l’Iran. È un messaggio doppio: deterrenza militare verso gli Stati Uniti e Israele, pressione politica verso Europa e Asia, che dipendono da quel corridoio per il loro approvvigionamento energetico.

Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, i Pasdaran, affina la minaccia sul terreno dell’energia. In una dichiarazione ufficiale, afferma di essere pronto a una risposta “simmetrica e immediata”: se gli Stati Uniti colpiranno le centrali elettriche iraniane, Teheran prenderà di mira le centrali elettriche israeliane e quelle dei Paesi del Golfo che alimentano le basi Usa, oltre ad altre infrastrutture economiche e industriali in cui “gli americani sono azionisti”.

Il portavoce dei Pasdaran, ribaltando le accuse occidentali sugli impianti di desalinizzazione, insiste che “non siamo stati noi ad attaccare ospedali, scuole, centri di soccorso”, ma avverte: se verrà colpita la rete elettrica, l’Iran colpirà la rete elettrica. L’obiettivo dichiarato è stabilire una “deterrenza al medesimo livello di minaccia”. Nel linguaggio della leadership militare, è un modo per dire che l’Iran è pronto a rendere il conflitto non solo più duro ma anche più imprevedibile.

Dietro questa postura muscolare c’è una struttura di potere scossa e allo stesso tempo ricompattata. Dopo l’uccisione di Ali Khamenei nei bombardamenti, la guida del sistema è passata al figlio Mojtaba, ferito e, secondo fonti americane e israeliane, isolato e non più raggiungibile, mentre i religiosi sopravvissuti e i vertici dei Pasdaran avrebbero consolidato il controllo del Paese. Leadership e continuità diventano quindi parte della partita, tra opacità e ricomposizione interna.

Bombe su Teheran, ponti sul Litani

Sul terreno, la guerra ha preso la forma di una campagna aerea di logoramento che investe città, infrastrutture e nodi logistici. Nelle ultime ore, nuove esplosioni sono state segnalate in diverse aree di Teheran, dalla superstrada Shahid Babaei alle zone di Garmdareh, fino al cuore urbano tra le vie Hafez e Jomhouri, un’area densamente popolata di uffici pubblici, negozi e abitazioni.

Un raid ha colpito anche Khorramabad, a ovest della capitale, distruggendo un edificio residenziale e provocando la morte di almeno un bambino oltre a numerosi feriti. L’esercito israeliano rivendica un’“ondata di attacchi aerei su vasta scala” contro le infrastrutture del “regime del terrore” iraniano, includendo basi militari, impianti di produzione di armamenti, depositi missilistici, il quartier generale del Ministero dell’Intelligence e il centro d’emergenza delle forze di sicurezza interne.

Sul fianco nord, il fronte libanese si infiamma. Le forze israeliane hanno distrutto due ponti strategici sul fiume Litani, tra cui quello a Qaaqaaiyet al-Jisr, tagliando un collegamento essenziale tra Nabatiyeh e la valle di al Hujair e, nei giorni precedenti, il ponte di Qasmiyeh vicino a Tiro. Il presidente libanese Joseph Aoun parla apertamente di “preludio a una invasione di terra”, mentre Hezbollah sostiene di aver condotto decine di operazioni in 24 ore, impiegando razzi, droni e artiglieria contro obiettivi israeliani nel nord di Israele e nel sud del Libano.

L’offensiva israeliana in territorio libanese viene giustificata come risposta alle minacce del movimento sciita filo-iraniano, ma di fatto apre un fronte parallelo che moltiplica i rischi di allargamento del conflitto. In Israele, la popolazione vive sotto una pioggia quasi quotidiana di allarmi: a Tel Aviv, la sirena è risuonata più volte in una sola mattina, con missili iraniani intercettati sopra la città, esplosioni vicino al teatro Habima e un edificio distrutto nelle vicinanze del mercato Carmel.

La linea che separa obiettivi militari, centri urbani e infrastrutture civili appare sempre più sottile. L’uccisione di un agricoltore nel nord di Israele, forse per fuoco amico durante uno scontro lungo il confine libanese, è uno degli episodi che mostrano come la densità dei combattimenti renda fragile anche la capacità di controllo delle forze armate coinvolte. In questo scenario, l’idea, evocata dal ministro della Difesa Israel Katz, di applicare il “modello Gaza” ai villaggi del sud del Libano significa esportare una dottrina di distruzione sistematica in un contesto regionale già saturo di tensioni. Civili in prima linea è l’immagine che emerge da entrambe le sponde del fronte.

Il cielo di Teheran è una nube tossica

Alla dimensione militare si somma una crisi ambientale che colpisce la capitale iraniana. Due settimane dopo i bombardamenti israeliani contro depositi di petrolio a Teheran, una nube tossica continua a incombere sulla città, come documentano immagini satellitari rilanciate da vari media internazionali.

Il fumo prodotto dagli attacchi ha rilasciato in atmosfera fuliggine, particelle di olio e anidride solforosa, mentre una successiva tempesta ha portato piogge contaminate da residui petroliferi. Residenti intervistati lamentano mal di testa, irritazioni oculari e cutanee, difficoltà respiratorie. Gli esperti avvertono che questi sintomi potrebbero essere solo l’inizio, preludio a rischi a lungo termine: malattie cardiovascolari, peggioramento delle funzioni cognitive, danni al Dna, aumento dei casi di tumore.

Il quadro sanitario si intreccia con un’infrastruttura urbana già sotto pressione. Nel porto di Bandar Abbas, sullo Stretto di Hormuz, un attacco contro un’antenna radio ha provocato un morto e un ferito, interrotto temporaneamente i servizi radiotelevisivi e poi riportati alla normalità. Questa combinazione di bombardamenti su infrastrutture energetiche e comunicative, in un contesto di inquinamento estremo, trasforma Teheran in un laboratorio involontario di guerra ambientale.

La guerra, qui, non è solo la somma di ordigni e bersagli. È un processo che ridefinisce l’aria che si respira, l’acqua che cade dal cielo, la percezione stessa della città da parte dei suoi abitanti. Salute pubblica urbana e resilienza diventano variabili di un conflitto che va oltre la tradizionale grammatica militare.

Diplomazia al rallentatore, logica dell’ultimatum

Sul piano diplomatico, la crisi produce dichiarazioni dure ma pochi corridoi reali di de-escalation. La Russia si dice contraria al blocco di Hormuz, ma sottolinea che lo stretto va letto nel contesto della “complessiva situazione in Medio Oriente”: invita alla cessazione dell’“aggressione americana e israeliana” contro l’Iran e sostiene che la normalizzazione dello stretto passerà solo dalla fine della guerra.

Mosca avverte anche contro ogni minaccia alla centrale nucleare di Bushehr, mentre il Cremlino smentisce articoli secondo cui avrebbe proposto agli Stati Uniti uno scambio di intelligence, offrendo di interrompere la condivisione di dati con Teheran in cambio di un analogo gesto americano sull’Ucraina. La Cina, dal canto suo, avverte che l’eventuale attacco alle centrali elettriche iraniane potrebbe rendere “incontrollabile” la situazione mediorientale, spingendo l’intera regione oltre una soglia di gestione politica.

In parallelo, il premier britannico Keir Starmer insiste con Trump sulla necessità di riaprire Hormuz per stabilizzare il mercato energetico globale, pur muovendosi dentro una relazione bilaterale segnata dagli strappi verbali del presidente americano nei confronti di Londra. Trump, che ha più volte ridicolizzato la Nato definendola una “vergogna”, usa l’alleanza come bersaglio retorico interno mentre chiede comunque, davanti alle telecamere, che le “nazioni del mondo libero” si uniscano alla guerra contro l’Iran.

La diplomazia si muove a strappi simili anche sul fronte asiatico. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, in un’intervista all’agenzia giapponese Kyodo, afferma che Teheran non cerca un semplice cessate il fuoco ma “una fine completa, globale e duratura della guerra” e si dice pronta a garantire il passaggio delle navi giapponesi a Hormuz, precisando che lo stretto non è formalmente chiuso, ma sottoposto a restrizioni verso i Paesi coinvolti nel conflitto.

Teheran apprezza la posizione “equilibrata e imparziale” del Giappone e intravede in Tokyo un possibile mediatore, in un momento in cui molte capitali cercano margini per evitare il collasso del sistema energetico globale. Tuttavia, mentre Trump parla ancora di “Iran morto” per potersi concentrare sul “vero nemico” interno, il Partito democratico, la logica dell’ultimatum resta la grammatica principale del conflitto. Diplomazia sotto pressione riassume il clima di queste ore.

Il costo umano e politico della guerra

Dietro le mappe dei raid e le curve del petrolio, c’è il costo umano di una guerra che ha superato le tre settimane. Le vittime si contano ormai a migliaia tra Iran, Libano e Israele, mentre anche i militari statunitensi hanno pagato un prezzo in vite umane, sia in mare sia nelle basi sparse nel Golfo.

Milioni di persone in Iran e in Libano sono state costrette a lasciare le proprie case, mentre nuove ondate di sfollati si aggiungono a quelle prodotte dai conflitti degli ultimi anni in Siria, Iraq e Palestina. Il paragone evocato dalla deputata repubblicana Anna Paulina Luna, che critica il senatore Lindsey Graham accusandolo di trattare i soldati come “bestiame sacrificabile” a proposito di un’ipotetica operazione anfibia americana per conquistare l’isola iraniana di Kharg, richiama la memoria di Iwo Jima e delle sue 26 mila vittime americane.

La stessa idea di un assalto a Kharg, snodo da cui passa la gran parte delle esportazioni petrolifere iraniane, rende evidente quanto l’obiettivo militare e quello economico tendano a sovrapporsi. All’interno degli Stati Uniti, il dibattito repubblicano mostra una frattura tra falchi e figure più caute, mentre l’opinione pubblica osserva un presidente che spinge la retorica al limite nel mezzo di un’economia rallentata, con prezzi elevati e una promessa di “età dell’oro” che tarda ad arrivare.

Gli analisti americani ricordano la formula secondo cui alcuni Paesi “non hanno una politica estera, ma solo una politica interna”. Nel caso di Trump, la tentazione di usare la guerra come diversivo rispetto a scandali irrisolti e difficoltà elettorali si intreccia con un genuino calcolo di potenza, in cui la dimostrazione di forza militare dovrebbe sostenere la credibilità americana su scala globale. Legittimità e consenso diventano così un fronte parallelo a quello di Teheran o di Hormuz.

Mercati in caduta, barili mancanti

L’onda d’urto della crisi non si ferma alle coste del Golfo. Il direttore dell’Agenzia internazionale dell’Energia, Fatih Birol, avverte che il mondo potrebbe trovarsi di fronte alla peggiore crisi energetica degli ultimi decenni, con una perdita stimata di decine di milioni di barili al giorno, più delle due grandi crisi petrolifere degli anni Settanta messe insieme. Almeno quaranta infrastrutture energetiche sarebbero “gravemente o molto gravemente” danneggiate in numerosi Paesi del Medio Oriente.

Birol sottolinea che nessun Paese sarà immune dagli effetti di questa crisi se la guerra proseguirà su questa traiettoria. A Tokyo, la Borsa registra un forte ribasso dopo le ultime minacce di Trump: il Nikkei crolla in apertura, recupera solo in parte nelle ore successive, mentre il prezzo del greggio Wti supera temporaneamente la soglia psicologica dei 100 dollari al barile.

In Cina, gli indici principali aprono in rosso, mentre Hong Kong scivola ancora più in basso e le grandi banche d’affari, da Goldman Sachs in giù, avvertono che l’impatto dei prezzi del petrolio dipenderà dalla durata della chiusura di Hormuz e dalla dinamica di domanda e offerta globale. I mercati asiatici, altamente dipendenti dal greggio del Golfo, diventano così un barometro immediato della guerra.

La vulnerabilità energetica si traduce in vulnerabilità finanziaria e, a cascata, sociale. L’Iran, dal canto suo, prova a usare i flussi di petrolio come leva, mentre gli Stati Uniti, per attenuare la pressione sui prezzi, hanno alleggerito alcune sanzioni sul greggio iraniano in mare, nel tentativo di controllare a chi finiscano quei barili e come vengano usati i proventi. Il paradosso è che un conflitto nato anche per frenare l’evoluzione del programma nucleare e missilistico iraniano rischia di destabilizzare l’intero sistema energetico che sostiene la crescita mondiale. Mercati e geopolitica si fondono in un unico teatro.

Fratture interne e repressione in Iran

Mentre affronta la pressione militare esterna, il regime iraniano si preoccupa di sigillare il fronte interno. Il Ministero dell’Intelligence di Teheran annuncia l’arresto di decine di persone definite “mercenari degli Stati Uniti e di Israele”, accusate di collaborare con la testata di opposizione Iran International, con sede a Londra.

Secondo il comunicato, gli arrestati avrebbero fornito informazioni sulla posizione di centri militari e di sicurezza, e mantenuto contatti con gruppi separatisti pronti ad alimentare disordini di piazza in caso di appelli esterni. Ad almeno parte di loro verranno confiscati beni, mentre altri collaboratori della tv sono stati fermati in diverse province.

Le autorità iraniane minacciano anche di intervenire contro i membri delle pagine social legate a Iran International, invitando i cittadini ad abbandonarle. È una strategia che combina repressione preventiva, controllo dell’informazione e costruzione di una narrativa patriottica in cui ogni dissenso mediatico viene presentato come estensione dell’“operazione psicologica” nemica.

In questo quadro, la libertà di informazione diventa uno dei primi collateral della guerra. Mentre i droni sorvolano Teheran, lo spazio pubblico digitale si restringe. Gli appelli delle autorità iraniane ai media interni a “non contribuire alla narrativa del nemico” e a non insistere sui punti deboli del Paese rafforzano il tentativo di blindare il discorso nazionale attorno alla logica della resistenza. Controllo del racconto è la cifra della risposta del regime.

Un Medio Oriente sull’orlo del blackout

Le ultime settimane hanno mostrato quanto rapidamente un conflitto regionale possa trasformarsi in una minaccia sistemica. Nel giro di 23 giorni, gli Stati Uniti e Israele hanno condotto ondate di raid che, secondo fonti militari, hanno degradato in modo significativo le difese aeree iraniane e colpito decine di siti missilistici e infrastrutturali, mentre l’Iran ha dimostrato di poter colpire Israele, le basi Usa nel Golfo e gli impianti dei Paesi che le ospitano, oltre a usare Hormuz come leva strategica.

Il rischio evocato dagli analisti non è solo quello di una “guerra lunga”, ma di una regione intrappolata in un equilibrio di minacce reciproche che ruotano attorno alla luce e all’acqua: centrali elettriche, reti, impianti di desalinizzazione, pipeline, cavi sottomarini. Il direttore dell’Agenzia per l’Energia parla di “due crisi petrolifere e un crollo del gas” fusi in un unico shock; la Cina avverte di uno scenario “incontrollabile”; la Russia lega la normalizzazione di Hormuz alla fine dell’“aggressione” contro l’Iran.

Intanto, la popolazione di Teheran respira una nube tossica, i residenti del sud del Libano vivono sotto i bombardamenti, i cittadini israeliani corrono nei rifugi al suono delle sirene. Trump ha per ora deciso di posticipare di alcuni giorni gli attacchi alle centrali elettriche iraniane dopo quelle che la Casa Bianca definisce “conversazioni produttive” verso una possibile risoluzione del conflitto, anche se da Teheran arrivano smentite sull’esistenza di veri negoziati.

La domanda, ora, è se questa breve finestra temporale verrà usata per costruire un sentiero credibile di de-escalation o se si trasformerà nell’ennesima pausa prima di un’ulteriore escalation che potrebbe portare il Medio Oriente, e con esso una parte significativa dell’economia globale, sull’orlo di un blackout regionale reale e metaforico.

Alex Trizio
Alex Triziohttps://www.alground.com
Alessandro Trizio è un professionista con una solida expertise multidisciplinare, che abbraccia tecnologia avanzata, analisi politica e strategia geopolitica. Ora è Amministratore e Direttore Strategico del Gruppo Trizio, dirigendo il dipartimento di sicurezza informatica. La sua competenza si estende all'applicazione di soluzioni innovative per la sicurezza cibernetica e la risoluzione di criticità complesse.
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