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L’esercito pakistano conclude l’Operazione Radd-ul-Fitna-1 dopo gli attacchi coordinati del Baloch Liberation Army. Bilancio: oltre 270 morti tra militanti, civili e forze di sicurezza. La provincia più grande del Pakistan resta un campo di battaglia tra insurrezione separatista, interessi geopolitici cinesi e accuse incrociate tra Islamabad e Nuova Delhi.
L’esercito pakistano ha annunciato giovedì la conclusione dell’Operazione Radd-ul-Fitna-1, la più vasta offensiva antinsurrezionale degli ultimi anni nel Balochistan. Secondo il comunicato ufficiale delle forze armate, sono stati uccisi 216 militanti in una settimana di combattimenti che hanno attraversato l’intera provincia sudoccidentale del Paese.
L’operazione è scattata il 29 gennaio, ma il suo vero innesco è arrivato due giorni dopo. Nelle prime ore del 31 gennaio, il Baloch Liberation Army ha lanciato quella che ha definito «Operazione Herof 2.0», una serie di attacchi simultanei in almeno dodici località della regione. È stata una delle offensive più audaci nella storia del movimento separatista.
I miliziani hanno preso d’assalto stazioni di polizia, installazioni militari, banche e uffici governativi. A Quetta, il capoluogo provinciale, le esplosioni hanno risuonato nelle zone ad alta sicurezza. A Mastung almeno trenta detenuti sono evasi da un carcere. A Nushki, cittadina desertica di circa cinquantamila abitanti, i ribelli hanno occupato il commissariato e altre strutture di sicurezza, dando inizio a un assedio durato tre giorni.

L’assedio di Nushki e la risposta militare
La riconquista di Nushki ha richiesto l’impiego di elicotteri e droni. Le forze pakistane hanno schierato rinforzi consistenti prima di riuscire a riprendere il controllo della cittadina nella tarda serata di lunedì. Sette agenti di polizia sono morti negli scontri.
Il bilancio complessivo degli attacchi è pesante. Secondo fonti governative, 36 civili e 22 membri delle forze di sicurezza hanno perso la vita. Tra le vittime civili figurano anche cinque donne e tre bambini, uccisi nella loro abitazione a Gwadar durante un’incursione dei miliziani. Il BLA ha rivendicato gli attacchi attraverso il suo portavoce Jeeyand Baloch, affermando di aver colpito quattordici obiettivi e di aver ucciso 280 soldati pakistani. L’esercito ha respinto queste cifre come infondate.
L’operazione «Radd-ul-Fitna», che in urdu significa «contrastare il caos», rappresenta la risposta più massiccia di Islamabad all’insurrezione baluca degli ultimi anni. Il comunicato militare ha parlato di «pianificazione meticolosa, intelligence operativa e coordinamento impeccabile tra forze armate, agenzie di sicurezza e servizi segreti».

Una provincia ricca e dimenticata
Il Balochistan occupa quasi il 44 per cento del territorio pakistano, ma ospita appena quindici milioni di abitanti. È la provincia più grande e più povera del Paese. Ricca di gas naturale, carbone, oro e rame, ha visto le sue risorse estratte per decenni senza che la popolazione locale ne beneficiasse in modo significativo.
Secondo stime recenti, circa il 70 per cento dei baluci vive sotto la soglia di povertà. L’elettricità manca in vaste aree rurali. Le infrastrutture sanitarie e scolastiche sono carenti. L’accesso a internet e alle reti telefoniche resta limitato, e viene regolarmente interrotto durante le operazioni militari.
È su questo terreno di risentimento che il BLA ha costruito la sua base di reclutamento. Il movimento, fondato nel 2000, è considerato un’organizzazione terroristica da Pakistan, Stati Uniti, Regno Unito e Unione Europea. Ma nella provincia continua a trovare sostegno, soprattutto tra i giovani. Circa il 65 per cento della popolazione baluca ha meno di trent’anni.

La Cina nel mirino
Il Balochistan è al centro del Corridoio economico sino-pakistano, il progetto infrastrutturale da 65 miliardi di dollari che collega la Cina occidentale al Mar Arabico attraverso il porto di Gwadar. Per Pechino è un accesso strategico all’Oceano Indiano. Per i separatisti baluci è il simbolo dello sfruttamento delle loro terre da parte di potenze straniere.
Negli ultimi anni il BLA ha intensificato gli attacchi contro obiettivi cinesi. Nel 2018 ha colpito il consolato cinese a Karachi. Nel 2019 ha assaltato il Pearl Continental Hotel di Gwadar. Nel 2022 una donna baluca si è fatta esplodere a Karachi uccidendo tre insegnanti cinesi. Il movimento ha anche attaccato convogli di ingegneri e cantieri del CPEC, chiedendo pubblicamente a Pechino di abbandonare la provincia.
Gli attacchi di fine gennaio sono arrivati pochi giorni dopo un vertice pakistano dedicato agli investimenti minerari, dove Islamabad cercava di attrarre nuovi partner internazionali. A settembre una compagnia mineraria statunitense aveva firmato un memorandum d’intesa da 500 milioni di dollari. Il messaggio del BLA è stato chiaro: nessun investitore straniero può considerarsi al sicuro in Balochistan.

La guerra delle accuse tra Islamabad e Nuova Delhi
Il governo pakistano ha immediatamente puntato il dito contro l’India. Il ministro della Difesa Khawaja Asif ha dichiarato che «tutti gli indizi portano verso l’India». Il ministro dell’Interno Mohsin Naqvi ha usato l’espressione «Fitna al-Hindustan», letteralmente «la sedizione dell’India», per definire i responsabili degli attacchi.
Nuova Delhi ha respinto le accuse come «prive di fondamento». Il portavoce del Ministero degli Esteri indiano Randhir Jaiswal ha invitato il Pakistan a «concentrarsi sui problemi interni invece di ripetere affermazioni infondate ogni volta che si verifica un episodio violento».
La narrativa dell’ingerenza straniera è una costante nella risposta pakistana all’insurrezione baluca. Funziona come strumento di mobilitazione interna e serve a presentare l’esercito non come parte di un conflitto civile, ma come difensore della sovranità nazionale. Secondo gli analisti, però, questa cornice narrativa oscura le radici locali del malcontento, che affondano in decenni di marginalizzazione economica e repressione politica.

Le sparizioni forzate e la spirale della violenza
Nel contesto degli ultimi attacchi si è riacceso il dibattito sulle violazioni dei diritti umani in Balochistan. Per oltre seimila giorni, attivisti hanno mantenuto un presidio permanente davanti al Press Club di Quetta chiedendo risposte sulla sorte di centinaia di cittadini baluci scomparsi.
Secondo il Baloch Yakjehti Committee, nella prima metà del 2025 sono stati documentati 752 casi di sparizione forzata nella provincia, con quasi 550 persone ancora disperse. Nello stesso periodo sono state registrate 117 uccisioni extragiudiziali. I rapporti delle organizzazioni per i diritti umani documentano un aumento delle sparizioni di donne, studenti e attivisti politici.
Ad aprile 2025 un gruppo di esperti delle Nazioni Unite ha chiesto al Pakistan di affrontare le violazioni dei diritti umani in Balochistan, esprimendo allarme per «l’uso incessante delle sparizioni forzate». Gli esperti hanno anche messo in guardia contro nuovi centri di detenzione per sospetti terroristi, che «potrebbero portare a gravi violazioni dei diritti umani, incluse detenzioni arbitrarie, sparizioni forzate e tortura».
È una spirale che si autoalimenta. Come ha osservato una fonte della sicurezza pakistana ad Al Jazeera: «Un esercito può neutralizzare un militante, ma non può neutralizzare un risentimento. Lo Stato li vede come una rete terroristica; molti qui vedono figli e fratelli che hanno preso le armi».

Un’insurrezione che cambia volto
Il BLA degli ultimi anni non è più lo stesso gruppo di un decennio fa. Ha acquisito capacità operative sofisticate, adottando tattiche fino a poco tempo fa associate ai gruppi jihadisti, come attentati suicidi, ordigni esplosivi improvvisati e attacchi complessi con più assalitori.
Particolarmente significativo è l’impiego di donne kamikaze. Durante l’Operazione Herof 2.0, il BLA ha diffuso video che mostravano combattenti donne in azione. Una di loro, identificata come Asifa Mengal della Brigata Majeed, avrebbe condotto un attacco con autobomba contro un quartier generale dell’intelligence a Nushki.
Secondo il Pakistan Institute for Peace Studies, nel 2025 il Balochistan ha registrato almeno 254 attacchi, con un aumento del 26 per cento rispetto all’anno precedente e oltre 400 morti. È stato l’anno più sanguinoso dall’inizio dell’insurrezione.

Il futuro incerto di una terra contesa
Il capo ministro del Balochistan Sarfraz Bugti ha escluso negoziati con il BLA. «Vogliono imporre la loro ideologia con la canna del fucile e cercano di trascinare il popolo baluco in una guerra inutile», ha dichiarato. Ha anche avvertito che le famiglie dei militanti subiranno «punizioni collettive» se non denunceranno i parenti coinvolti nei gruppi separatisti.
Le Nazioni Unite hanno condannato gli attacchi del fine settimana definendoli «atroci». Gli Stati Uniti hanno espresso solidarietà al Pakistan. Ma la comunità internazionale resta in gran parte silenziosa sulla crisi umanitaria che si consuma nella provincia, divisa tra la necessità di mantenere buoni rapporti con Islamabad e l’imbarazzo per le violazioni documentate.

Tra le catene montuose del Sulaiman e del Kirthar, il Balochistan rimane una terra di dualità. Ospita Gwadar, il porto scintillante che dovrebbe collegare la Cina al mondo, e valli remote dove le linee di comunicazione sono le prime vittime di ogni escalation. I suoi confini con Iran e Afghanistan offrono ai combattenti profondità strategica e possibilità di movimento.
Per il Pakistan la provincia è fonte di ansia strategica. Per i suoi abitanti è una ferita aperta che nessuna operazione militare, per quanto massiccia, sembra in grado di rimarginare.


