08 Febbraio 2026
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Lo scudo prima della spada: come gli Stati Uniti blindano il Medio Oriente prima di colpire l’Iran

Gli Stati Uniti stanno trasformando il Medio Oriente in un gigantesco “ombrello” antimissile nel tentativo di prevenire che un eventuale attacco contro l’Iran si traduca in una pioggia di missili e droni su basi americane, Israele e monarchie del Golfo. Prima di qualsiasi operazione offensiva, la priorità del Pentagono è costruire una rete di difesa aerea e antimissile più fitta possibile, consapevole che l’arsenale iraniano e dei suoi proxy è numeroso, disperso e difficile da neutralizzare in un solo colpo.

L’arrivo dell’“armada” americana e la nuova fase dello scontro

Il presidente Donald Trump ha schierato in Medio Oriente una nuova “armada”, guidata dal gruppo da battaglia della portaerei USS Abraham Lincoln, affiancata da cacciabombardieri F‑35 e F‑15E riposizionati più vicino al teatro operativo.

Nonostante la retorica bellicista, i vertici del Pentagono sostengono che raid immediati di grande portata contro l’Iran non siano ancora all’ordine del giorno, proprio perché la rete di difesa aerea non è ritenuta sufficientemente solida per reggere una risposta iraniana su vasta scala.

Ufficiali americani spiegano che gli Stati Uniti potrebbero lanciare da subito attacchi limitati, ma che il tipo di operazione “decisiva” chiesto dalla Casa Bianca innalzerebbe inevitabilmente il livello di ritorsione, imponendo un margine di sicurezza molto più ampio per le truppe e le infrastrutture alleate nella regione.

Il precedente che guida oggi la pianificazione è la guerra di dodici giorni tra Israele e Iran, culminata nell’operazione Midnight Hammer: un massiccio attacco di B‑2 e missili da crociera lanciati da sottomarini contro tre siti nucleari iraniani.

Teheran rispose allora con salve di missili balistici contro basi chiave come Al Udeid in Qatar, dimostrando che, anche una volta colpita duramente, la Repubblica islamica conserva la capacità di infiiggere danni significativi se le difese non sono perfettamente coordinate e stratificate.

In quella fase, la combinazione di sistemi americani e qatarioti Patriot riuscì a intercettare la maggioranza dei vettori, ma almeno un missile colpì comunque la base, confermando che un tasso di intercettazione elevatissimo non equivale mai a una protezione totale.

THAAD, Patriot e la cintura difensiva

La vera novità dell’attuale fase è la ridislocazione su larga scala dei sistemi THAAD e Patriot in una cintura difensiva dal Levante al Golfo, che si estende dalla Giordania al Qatar, passando per Kuwait, Bahrein, Arabia Saudita e le basi statunitensi nell’area.

Il THAAD, Terminal High Altitude Area Defense, è progettato per intercettare missili balistici al di fuori o ai margini dell’atmosfera, offrendo un livello di protezione avanzata contro minacce balistiche a medio raggio, mentre il Patriot copre le quote più basse e le distanze più brevi, inclusi missili balistici tattici, droni e cruise a bassa quota.

Il Pentagono dispone soltanto di sette batterie operative di THAAD, motivo per cui la loro movimentazione verso il Medio Oriente è considerata da molti analisti come un indicatore strategico di conflitto prolungato imminente, non di una semplice dimostrazione di forza.

Ogni batteria THAAD può ospitare fino a 48 intercettori distribuiti su sei lanciatori e richiede circa cento militari per garantire, 24 ore su 24, analisi dei dati, manutenzione e cicli di fuoco.

Durante il conflitto con l’Iran e successivamente contro la minaccia missilistica dei proxy, questi sistemi hanno giocato un ruolo cruciale nella difesa di Israele, in particolare quando i magazzini di intercettori Arrow israeliani si sono ridotti sensibilmente.

Nel solo arco di poche settimane, gli Stati Uniti hanno lanciato oltre 150 intercettori THAAD, consumando approssimativamente un quarto delle scorte totali acquistate finora dal Pentagono e rendendo evidente il problema strutturale della sostenibilità bellica di una guerra a colpi di intercettori.

Per ovviare in parte a questa vulnerabilità industriale, il Dipartimento della Difesa e Lockheed Martin hanno annunciato un accordo quadro per quadruplicare la capacità produttiva annuale di intercettori THAAD, affiancato da un altro accordo per incrementare la produzione dei missili Patriot.

Questa corsa all’aumento di capacità, tuttavia, non potrà incidere in maniera sostanziale su un’eventuale escalation nelle prossime settimane o mesi, poiché i tempi di adeguamento delle linee industriali sono lunghi e l’addestramento delle unità richiede anni, non giorni.

Il paradosso è che mentre Washington sposta in avanti le pedine della propria architettura difensiva, l’elemento più vulnerabile resta il tempo: il tempo necessario a produrre nuovi intercettori, integrarli in una rete multinazionale e formare equipaggi operativi.

Il precedente di Al Udeid

L’attacco iraniano alla base di Al Udeid in Qatar rappresenta uno spartiacque nella percezione della vulnerabilità americana nel Golfo. Nonostante la maggior parte dei 14 missili lanciati da Teheran sia stata intercettata, il fatto che un vettore sia riuscito a superare lo scudo ha fatto suonare un campanello d’allarme per Washington.

La combinazione di un’infrastruttura altamente centralizzata per il comando e controllo e la capacità iraniana di saturare le difese con salve multiple mostra quanto ogni singolo intercettore sia prezioso, ma anche quanto non sia prudente confidare soltanto sulla difesa passiva.

La lezione israeliana degli ultimi anni offre un altro tassello importante. Nel confronto con l’Iran e con le milizie Houthi, le difese israeliane e statunitensi hanno dovuto misurarsi con una costellazione di minacce missilistiche complesse, tra balistici, cruise e droni kamikaze.

Questo mosaico di minacce si ripete con varianti in Iraq, Siria e Libano, dove milizie sciite legate all’Iran dispongono di sistemi a corto e medio raggio e droni armati. Nel caso di una campagna aerea americana su larga scala, Teheran può contare su un arsenale balistico e su una rete di proxy capace di colpire da più direzioni.

Per questo, nello scenario peggiore, non sarebbe solo l’Iran continentale a lanciare ondate di missili, ma un fronte diffuso dal Levante allo Yemen in grado di saturare le difese e imporre scelte dolorose su quali obiettivi proteggere prioritariamente.

Ambivalenza dei partner del Golfo

La prospettiva di una nuova fiammata dello scontro tra Stati Uniti e Iran ha generato forte inquietudine nelle monarchie del Golfo, che negli ultimi anni hanno investito pesantemente nelle proprie difese aeree ma restano geograficamente esposte e politicamente vulnerabili.

Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno lasciato intendere che non consentiranno l’uso del proprio territorio per attacchi diretti americani contro l’Iran, nel tentativo di ridurre il rischio di ritorsioni dirette sulle loro città e infrastrutture energetiche.

Questa presa di distanza non significa neutralità, ma segnala il tentativo di bilanciare la dipendenza dalla protezione statunitense con la necessità di non apparire troppo allineati a una campagna potenzialmente destabilizzante.

Sul piano militare, Riad ha acquistato più batterie THAAD e continua a rafforzare una difesa multistrato contro minacce iraniane, combinando Patriot e sistemi a corto raggio. Gli Emirati hanno integrato THAAD e Patriot dimostrando capacità di intercettazione contro i missili Houthi.

La grande concentrazione di sistemi Patriot e THAAD nel Golfo è oggi tra le più alte al mondo, ma l’esperienza della guerra in Yemen ha già mostrato che arsenali molto forniti possono esaurirsi rapidamente di fronte a campagne prolungate di droni e missili economici.

Da qui nasce la spinta americana a creare una rete integrata di difesa aerea regionale presso la base di Al Udeid, con l’obiettivo di mettere in rete sensori, radar e batterie sotto un quadro di comando condiviso.

Caccia, navi e guerra elettronica

Oltre ai sistemi a terra, gli Stati Uniti stanno costruendo un cuscinetto mobile contro missili e droni attraverso l’impiego combinato di caccia, navi e velivoli da guerra elettronica. Tre squadroni di F-15E sono stati dislocati in Giordania con compiti di intercettazione e contrasto ai droni.

Nel frattempo, la Marina americana ha riposizionato cacciatorpediniere lanciamissili per coprire le principali direttrici di un possibile attacco iraniano, ampliando la bolla difensiva con sistemi Aegis e intercettori Standard.

In parallelo, l’invio di F-35 e velivoli da guerra elettronica segnala l’intenzione di degradare le difese aeree iraniane e disturbare i canali di guida dei missili. Questa architettura mobile crea una profondità strategica multilivello contro missili, consentendo ingaggi in più fasi del volo.

Tuttavia, nessun ombrello può essere perfettamente impermeabile: l’obiettivo realistico resta ridurre il rischio a un livello politicamente accettabile e garantire la continuità operativa delle basi e delle infrastrutture alleate.

Il calcolo dei rischi strategici

Al di là della dimensione militare, il dibattito a Washington ruota intorno a una domanda cruciale: quanta capacità difensiva è sufficiente per avviare un’offensiva che potrebbe trasformarsi in uno scontro aperto con l’Iran?

Ogni batteria Patriot o THAAD spostata in Medio Oriente è una batteria sottratta ad altri teatri, creando un gioco strategico globale a somma zero tra Pacifico, Europa e Golfo.

L’esperienza dei conflitti recenti ha mostrato che le scorte di intercettori possono esaurirsi rapidamente quando si affrontano minacce numerose ma economiche, costringendo a impiegare sistemi costosi contro vettori a basso costo.

In questo senso, la decisione di accelerare la produzione di intercettori è anche un riconoscimento che la superiorità tecnologica non basta senza una base industriale capace di sostenere conflitti lunghi.

La deterrenza moderna tende sempre più a poggiare sui numeri: sul numero di missili che l’Iran può lanciare e sul numero di intercettori che Stati Uniti e alleati possono permettersi di impiegare senza scoprirsi.

Sul tavolo non c’è soltanto la sopravvivenza delle basi e delle infrastrutture, ma la credibilità del modello difensivo americano multilivello proposto ai partner del Golfo come argine principale contro la minaccia iraniana.

Giacomo Crosetto
Giacomo Crosettohttps://www.alground.com
Dopo anni impiegati nell'analisi forense e nelle consulenze per tribunali come perito, si dedica alla gestione dell'immagine digitale e alle tematiche di sicurezza per privati ed aziende
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