{"id":60594,"date":"2025-10-08T08:01:31","date_gmt":"2025-10-08T07:01:31","guid":{"rendered":"https:\/\/www.alground.com\/site\/?p=60594"},"modified":"2025-10-08T08:01:36","modified_gmt":"2025-10-08T07:01:36","slug":"venti-anni-di-guerra-in-afghanistan-tra-obiettivi-mancati-e-ritorni-di-fiamma","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/alground.com\/site\/venti-anni-di-guerra-in-afghanistan-tra-obiettivi-mancati-e-ritorni-di-fiamma\/60594\/","title":{"rendered":"Venti anni di guerra in Afghanistan. Tra obiettivi mancati e ritorni di fiamma"},"content":{"rendered":"\n<p>La guerra in Afghanistan iniziata il 7 ottobre 2001 come risposta agli attentati dell\u201911 settembre fu presentata come una campagna rapida per distruggere Al-Qaida, rovesciare il regime talebano che la ospitava e impedire che il paese tornasse a essere un santuario del terrorismo. <\/p>\n\n\n\n<p>Venti anni dopo, nell\u2019agosto 2021, i talebani entravano a Kabul quasi senza combattere e restauravano l\u2019Emirato Islamico, mentre le ultime truppe statunitensi e NATO lasciavano il paese. In mezzo, una sequenza di operazioni militari, insurrezioni, accordi politici e fallimenti istituzionali ha prodotto un bilancio umano e strategico pesantissimo. <\/p>\n\n\n\n<p>Secondo stime riconosciute, il conflitto ha ucciso circa 176 mila persone, inclusi oltre 46 mila civili, e ha generato milioni di rifugiati e sfollati interni, pur registrando periodi di miglioramento in ambito sanitario, educativo e di diritti femminili che non hanno retto all\u2019ultimo collasso statuale del 2021.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019operazione Enduring Freedom prese forma con una combinazione di bombardamenti aerei mirati, supporto alle milizie dell\u2019Alleanza del Nord e l\u2019impiego di forze speciali. La caduta di Mazar-i Sharif il 9 novembre 2001 e l\u2019abbandono di Kabul da parte dei talebani pochi giorni dopo sembrarono confermare la validit\u00e0 della strategia di abbattere il regime con mezzi relativamente contenuti. <\/p>\n\n\n\n<p>La resa di Kunduz, la fuga del mullah Omar da Kandahar il 7 dicembre e la campagna sulle grotte di Tora Bora completarono la prima fase, bench\u00e9 la mancata cattura di Osama bin Laden alimentasse gi\u00e0 allora dubbi sulla tenuta dell\u2019impianto antiterrorismo a lungo termine. In quel primo scorcio di guerra, gli USA e il Regno Unito rivendicarono l\u2019attenzione esclusiva a obiettivi militari e lanci di aiuti umanitari dall\u2019aria; ma le vittime civili, l\u2019effetto dei bombardamenti e le prime accuse di violazioni misero presto in discussione la narrativa di una guerra \u201cpulita\u201d e chirurgica.<\/p>\n\n\n\n<p>Le origini immediate dell\u2019intervento si radicarono nelle relazioni tra Al-Qaida e il regime talebano, consolidatesi dal 1996 con la creazione di campi di addestramento, e nella sequenza di ultimatum lanciati dall\u2019amministrazione Bush dopo l\u201911 settembre. Le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell\u2019ONU contro il terrorismo, insieme al riconoscimento dell\u2019Afghanistan quale minaccia alla pace e sicurezza internazionale, furono interpretate da molti come un quadro di legittimit\u00e0, seppure con margini controversi. <\/p>\n\n\n\n<p>Una parte della dottrina giuridica riconobbe il diritto di legittima difesa, un\u2019altra evidenzi\u00f2 l\u2019assenza di uno Stato aggressore in senso classico. Eppure,\u00a0<strong>il consenso internazionale sulla presenza della coalizione, la creazione dell\u2019ISAF e il mancato isolamento diplomatico dell\u2019operazione consolidarono la cornice politico-istituzionale del conflitto<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n<p>Dal 2002 in avanti, il baricentro operativo si spost\u00f2 da una guerra di rovesciamento del regime a un conflitto controinsurrezionale. Nelle montagne di Shahi-Kot si riorganizzarono nuclei di Al-Qaida e talebani, dando vita a una fase di guerriglia transfrontaliera che sfrutt\u00f2 le aree tribali del Pakistan. <\/p>\n\n\n\n<p>Gli attacchi con razzi, imboscate, ordigni improvvisati e il consolidamento delle retrovie in regioni impervie resero evidente che\u00a0<strong>il \u201cdopoguerra breve\u201d non sarebbe mai arrivato<\/strong>, mentre la ricostruzione dello Stato afghano si scontrava con limiti strutturali, divisioni etniche e una corruzione endemica.<\/p>\n\n\n\n<p>Con l\u2019ingresso pieno della NATO nel 2006 e l\u2019ampliamento dell\u2019ISAF, la campagna cambi\u00f2 scala. Operazioni come Medusa, Achille e le offensive nel distretto di Helmand riflettevano uno sforzo alleato crescente, con truppe britanniche, canadesi, olandesi e di altri paesi, accanto al dispositivo statunitense. Seguirono la surge annunciata da Barack Obama nel 2009 e, nel 2015, la transizione da ISAF a Sostegno Risoluto, con meno truppe e missione focalizzata sull\u2019addestramento e il supporto. In parallelo,&nbsp;<strong>il sistema talebano divenne pi\u00f9 fluido, resiliente e territoriale, alimentato anche dai proventi dell\u2019oppio, mentre la governance afghana faticava a legittimarsi agli occhi delle comunit\u00e0 e a garantire sicurezza di base<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n<p>Il bilancio umano rimane tra i capitoli pi\u00f9 dolorosi. Le stime citano circa 176 mila vittime complessive, con oltre 46 mila civili uccisi e fasi, come il 2011, in cui ai talebani fu attribuita la responsabilit\u00e0 per la grande maggioranza dei decessi civili. La guerra vide inoltre episodi documentati di crimini e violazioni:\u00a0<strong>dai massacri e attentati indiscriminati dei talebani alle uccisioni illegali e alle torture imputate a forze afghane e a reparti occidentali<\/strong>, con inchieste che hanno coinvolto anche la Corte Penale Internazionale. <\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019impatto sociale oscill\u00f2: nei periodi di pi\u00f9 intensa presenza internazionale crebbero aspettativa di vita, scolarizzazione femminile, accesso all\u2019acqua e rappresentanza parlamentare delle donne;\u00a0<strong>ma la fragilit\u00e0 istituzionale rese questi progressi vulnerabili, fino al brusco arretramento imposto dal ritorno talebano<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n<p>Sul piano economico-finanziario, i costi furono enormi. Le stime aggregate indicano una spesa complessiva di centinaia di miliardi di dollari, con la quota statunitense preponderante e contributi significativi di Regno Unito, Germania, Italia e altri alleati. Le sole politiche di contrasto al narcotraffico costarono miliardi, senza riuscire a invertire strutturalmente la dipendenza rurale dal papavero da oppio.&nbsp;<strong>La resilienza dell\u2019economia dell\u2019oppio \u2014 fino a coprire la gran parte dell\u2019offerta mondiale \u2014 segn\u00f2 uno degli scacchi strategici pi\u00f9 netti della coalizione e del governo di Kabul<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n<p>Il punto di svolta politico fu l\u2019Accordo di Doha del 29 febbraio 2020, che fiss\u00f2 il ritiro statunitense entro 14 mesi a fronte di impegni talebani sul contrasto al terrorismo e sul dialogo intra-afghano. Le liberazioni di prigionieri e la riduzione della presenza militare internazionale prepararono la fase finale. <\/p>\n\n\n\n<p>A maggio 2021 prese avvio il ritiro delle ultime truppe USA e NATO;\u00a0<strong>l\u2019effetto domino nelle province fu rapidissimo<\/strong>, con cadute in sequenza nel Nord e una capitolazione della sicurezza governativa che sorprese per velocit\u00e0 e ampiezza. Il 15 agosto i talebani entrarono a Kabul; il presidente Ashraf Ghani fugg\u00ec, e il 19 agosto fu proclamata la restaurazione dell\u2019Emirato Islamico. Le ultime settimane furono segnate dall\u2019evacuazione caotica all\u2019aeroporto e da attentati che mostrarono il ritorno della minaccia jihadista in un ambiente di collasso istituzionale.<\/p>\n\n\n\n<p>Il giudizio storico sul ventennio afghano mescola elementi contrastanti. Da un lato,\u00a0<strong>l\u2019eliminazione di Osama bin Laden nel 2011 e l\u2019assenza, per anni, di un santuario indisturbato di Al-Qaida in Afghanistan furono risultati operativi non marginali<\/strong>. Dall\u2019altro, la mancata costruzione di uno Stato legittimo e autosufficiente, la dipendenza dalla presenza militare straniera e la resilienza politico-militare dei talebani hanno eroso il senso degli obiettivi dichiarati. <\/p>\n\n\n\n<p>Sotto il profilo del diritto internazionale, il dibattito sulla legittimit\u00e0 originaria dell\u2019intervento non ha impedito un ampio sostegno multilaterale nei fatti; ma\u00a0<strong>l\u2019uscita precipitosamente gestita e la resa del terreno a un attore gi\u00e0 responsabile di violazioni sistematiche dei diritti umani hanno inciso sull\u2019immagine internazionale dell\u2019Occidente<\/strong>\u00a0e sulla percezione della coerenza strategica delle sue campagne. L\u2019opinione pubblica nei paesi coinvolti \u00e8 passata dal sostegno iniziale, molto alto nel 2001, a un crescente scetticismo sul prolungamento della missione e sull\u2019utilit\u00e0 di restare, fino al sostegno maggioritario per il ritiro in diverse democrazie occidentali.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel quadro regionale, il ruolo del Pakistan \u00e8 stato determinante e ambiguo.\u00a0<strong>Le aree tribali transfrontaliere hanno funzionato da retroterra operativo per talebani e affiliati<\/strong>, complicando la logica controinsurrezionale. Allo stesso tempo, Islamabad ha coltivato legami di influenza in Afghanistan per ragioni di sicurezza strategica verso l\u2019India, alimentando una dinamica che ha ostacolato una soluzione afgano-centrica. <\/p>\n\n\n\n<p>Anche l\u2019Iran ha esercitato nel tempo forme di influenza pragmatica, mentre Russia e Cina hanno valutato con attenzione il rischio di spillover jihadista e le opportunit\u00e0 economiche connesse alla stabilit\u00e0, senza impegnarsi militarmente come l\u2019Occidente.\u00a0<strong>La caduta di Kabul ha ridisegnato gli equilibri regionali<\/strong>, ponendo nuove domande sulla gestione dei flussi migratori, sul narcotraffico e sulla prevenzione di nuovi hub del terrorismo internazionale.<\/p>\n\n\n\n<p>Resta il dato che sintetizza l\u2019intera vicenda:\u00a0<strong>una guerra iniziata per negare spazio operativo al terrorismo e per sostituire un regime teocratico con uno Stato funzionante si \u00e8 conclusa con il ritorno di quel regime e con istituzioni collassate<\/strong>, mentre milioni di afghani sono ripiombati nell\u2019incertezza e in molte aree nella paura. \u00c8 una lezione strategica che interroga dottrine militari, strumenti di nation-building e capacit\u00e0 di leggere il terreno sociale oltre il momento cinetico. <\/p>\n\n\n\n<p>Le finestre di progresso registrate tra il 2002 e il 2020 \u2014 dall\u2019istruzione femminile all\u2019assistenza sanitaria, dalla crescita urbana all\u2019apertura mediatica \u2014\u00a0<strong>mostrano che una societ\u00e0 diversa era possibile<\/strong>, ma non sostenibile senza sicurezza, inclusione politica e lotta efficace alla corruzione. La storia del conflitto afghano dal 2001 al 2021 costringe oggi a ripensare tempi, strumenti e obiettivi di ogni intervento esterno in contesti statali fragili, dove\u00a0<strong>legittimit\u00e0 interna e resilienza socioeconomica contano almeno quanto il successo militare tattico<\/strong>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La guerra in Afghanistan iniziata il 7 ottobre 2001 come risposta agli attentati dell\u201911 settembre fu presentata come una campagna rapida per distruggere Al-Qaida, rovesciare il regime talebano che la ospitava e impedire che il paese tornasse a essere un santuario del terrorismo. 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