14 Febbraio 2026
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Bumblebee V2. Il nuovo drone “kamikaze” per fermare la minaccia dei piccoli UAV

A marzo l’esercito degli Stati Uniti inizierà a valutare operativamente il Bumblebee V2, un nuovo drone intercettore progettato per dare la caccia ad altri droni sul campo di battaglia. Si tratta di un piccolo velivolo multirotore in configurazione FPV, first‑person view, sviluppato dall’azienda Perennial Autonomy e acquistato con un contratto da 5,2 milioni di dollari siglato il 30 gennaio dal Pentagono.

L’incarico è stato assegnato dalla Joint Interagency Task Force 401, la task force interagenzia del Dipartimento della Difesa che coordina le capacità anti‑drone dei diversi rami delle forze armate.

La valutazione iniziale sarà affidata alla Global Response Force dell’esercito, la forza di risposta rapida americana, che riceverà i primi esemplari già a marzo. I test saranno condotti a supporto del nuovo Lt. Gen. James M. Gavin Joint Innovation Outpost, l’avamposto innovativo inaugurato a Fort Bragg il 3 gennaio per mettere insieme militari, mondo accademico e industria.

Il Bumblebee V2 nasce quindi come un tassello di un ecosistema più ampio di sperimentazione, in cui la contro‑drone è una delle priorità strategiche più pressanti.

In un comunicato ufficiale, il direttore della JIATF‑401, il generale di brigata Matthew Ross, ha definito questa scelta un modo per mettere fin da subito nelle mani dei soldati una capacità cinetica contro i piccoli UAS, i sistemi aerei senza pilota. L’obiettivo è fornire uno strumento efficace, economico e impiegabile in scenari dove le soluzioni esplosive tradizionali rischiano di creare più problemi che soluzioni.

In questo contesto, il Bumblebee V2 si presenta come una risposta concreta alla proliferazione di droni commerciali e militari a basso costo, che negli ultimi anni hanno saturato i cieli dei fronti di guerra, dall’Ucraina al Medio Oriente. Per l’esercito americano, contrastare questa minaccia richiede ormai sistemi flessibili, scalabili e soprattutto rapidamente dispiegabili a livello di unità sul terreno.

Un intercettore FPV “kamikaze”

Tecnicamente il Bumblebee V2 è un drone multirotore FPV di nuova generazione, progettato come intercettore cinetico di piccoli sistemi aerei senza pilota. A differenza di altre soluzioni anti‑drone basate su missili, munizioni programmabili o sistemi a energia diretta, questo velivolo neutralizza il bersaglio con un urto diretto in volo, un vero e proprio “drone‑contro‑drone”.

Il principio è semplice: guidato in prima persona dall’operatore e assistito da un software avanzato di riconoscimento e tracciamento, il Bumblebee V2 individua il drone ostile, lo segue e lo colpisce frontalmente, rendendo inutilizzabili entrambi i velivoli.

Questa modalità di ingaggio è definita “hard kill”, un abbattimento fisico che non si affida a disturbi elettronici o esplosioni ma alla collisione controllata.

Secondo le dichiarazioni ufficiali, a bordo del Bumblebee V2 è installato un pacchetto software in grado di identificare e tracciare altri droni, fino a guidare l’intercettore alla collisione con un carico di lavoro ridotto per il soldato che lo pilota. In pratica, l’operatore mantiene una guida aggressiva in FPV, mentre l’algoritmo stabilizza la fase terminale dell’attacco, correggendo rotta e assetto per massimizzare le probabilità di impatto.

Questo approccio sacrifica deliberatamente il drone intercettore, che è pensato come piattaforma “consumabile”, da impiegare in quantità sufficienti per proteggere unità avanzate e infrastrutture sensibili.

L’idea è sostituire costosi missili o munizioni di precisione con un sistema meno raffinato ma più accessibile, da rinnovare in stock e da mettere a disposizione dei reparti in prima linea.

Il Bumblebee V2, oltre a essere un FPV multirotore, è concepito per essere operato direttamente dai soldati, senza la necessità di specialisti altamente addestrati. Le immagini diffuse dall’esercito mostrano voli di familiarizzazione e corsi per istruttori, segnale che la dottrina punta a un impiego capillare a livello di unità e non a un sistema d’élite gestito solo da reparti specializzati.

Ridurre i danni collaterali nella guerra dei droni

Uno dei punti centrali del Bumblebee V2 è un effetto cinetico “a basso danno collaterale”. Nelle intercettazioni tradizionali, l’uso di munizioni porta con sé una detonazione, un raggio di esplosione e il rischio di schegge che possono colpire persone, mezzi o infrastrutture nelle vicinanze. Questo è problematico soprattutto in ambienti urbani o in contesti dove le forze amiche operano a distanza ravvicinata.

Con una collisione drone‑contro‑drone, l’effetto distruttivo è concentrato e la dispersione di frammenti è molto più limitata rispetto a un ordigno esplosivo. Il Bumblebee V2 elimina la necessità di proiettili o esplosioni aeree: il drone da difesa abbatte il drone ostile colpendolo direttamente, senza far detonare testate né liberare munizioni.

Questo rende il sistema particolarmente adatto a scenari urbani, dove la linea di confine tra zona militare e contesto civile è sempre più sottile. Le autorità militari sottolineano come la possibilità di “neutralizzare la minaccia senza mettere in pericolo le nostre forze o le infrastrutture circostanti” sia ormai diventata essenziale sul campo di battaglia moderno, attraversato da droni quasi ovunque.

Allo stesso tempo, il Bumblebee V2 rappresenta una risposta alla crescente diffusione di piccoli UAS furtivi, difficili da colpire con artiglieria o armi leggere senza rischiare tiri imprecisi o fuoco amico.

Un intercettore che si muove nello stesso “ambiente” dei droni nemici, con agilità e rapidità paragonabili, promette un controllo più fine del volume d’ingaggio e della traiettoria finale.

Dal punto di vista normativo e politico, il sistema è dichiarato pienamente conforme alle disposizioni del National Defense Authorization Act, che impone vincoli stringenti all’uso di componenti stranieri nei sistemi adottati dal Pentagono.

Questo rende il Bumblebee V2 immediatamente integrabile nelle forze armate americane, senza le incertezze burocratiche che spesso rallentano l’adozione di nuove tecnologie.

Un tassello della strategia anti‑drone USA

Il Bumblebee V2 non nasce nel vuoto. Si inserisce in una strategia più ampia, in cui gli Stati Uniti stanno costruendo un vero e proprio ecosistema di sistemi anti‑drone stratificati. La JIATF‑401, che guida il programma, è stata incaricata di armonizzare le molteplici iniziative di contrasto agli UAS all’interno del Dipartimento della Difesa, evitando duplicazioni e creando sinergie tecnologiche.

In questo quadro rientra anche l’iniziativa Replicator 2, che punta ad accelerare l’adozione di soluzioni commerciali adattate all’uso militare, invece di sviluppare da zero piattaforme complesse e costose.

Il Bumblebee V2 completa altri sistemi già acquisiti attraverso questa via, come il DroneHunter F700 di Fortem, un intercettore che cattura i droni con reti e privilegiando effetti controllati, per esempio in contesti domestici o di sicurezza interna.

L’idea è costruire una difesa a strati: sensori per la scoperta anticipata, sistemi di guerra elettronica, armi dirette e, più vicino all’obiettivo, effettori “di punto” come il Bumblebee V2, capaci di intervenire negli ultimi centinaia di metri dove jammer, armi leggere o sistemi di difesa aerea tradizionali possono essere inefficaci o troppo rischiosi. In questo segmento terminale, un drone intercettore agile e sacrificabile promette una maggiore precisione e un margine di errore più ridotto.

L’esercito immagina che il Bumblebee V2 venga impiegato per proteggere unità avanzate, basi operative e infrastrutture critiche, sia in teatro estero sia sul territorio nazionale.

La sua natura “consumabile” spinge a pianificare acquisizioni in massa, percorsi di addestramento relativamente semplici e capacità di rimpiazzo sul campo, senza trattare ogni drone come un asset di altissimo valore.

In questa prospettiva, il Bumblebee V2 rappresenta un segnale chiaro di come Washington stia interiorizzando le lezioni dei conflitti recenti, in cui droni economici e adattabili hanno sovvertito gli equilibri tradizionali tra costi e benefici militari. Piuttosto che rispondere a questi sistemi con armi più costose di quanto non sia il bersaglio stesso, la logica è quella dello “sciame contro sciame”, con piattaforme simili per costo e flessibilità.

Intelligenza artificiale, autonomia e ruolo del soldato

Uno degli aspetti più significativi del Bumblebee V2 riguarda l’uso dell’intelligenza artificiale nel ciclo di intercettazione. Il sistema si affida infatti a software avanzati per riconoscere altri droni, tracciarne le traiettorie e guidare la collisione, in modo da ridurre l’onere cognitivo sull’operatore.

Questo non significa che il drone sia completamente autonomo, ma piuttosto che combina controllo umano diretto in FPV e funzioni di assistenza intelligenti.

La FPV offre al soldato una percezione immediata e immersiva dello spazio operativo, simile a quella dei piloti di droni commerciali usati nei conflitti moderni. L’intelligenza artificiale interviene come “copilota digitale”, aiutando a mantenere la traccia del bersaglio in mezzo al disordine visivo del campo di battaglia, tra edifici, ostacoli e altri aeromobili.

Le autorità militari sottolineano come questa combinazione tra intervento umano e capacità automatizzate consenta di accelerare il ciclo di risposta, caratteristica cruciale quando si ha a che fare con obiettivi piccoli, veloci e spesso imprevedibili.

Un drone commerciale modificato, lanciato da pochi chilometri di distanza, può raggiungere il suo bersaglio in minuti: ridurre la latenza decisionale diventa una priorità operativa.

Allo stesso tempo, la presenza del soldato nel loop decisionale mantiene un livello di controllo politico e legale su quando e come viene autorizzato l’ingaggio. In un’epoca in cui il grado di autonomia delle armi è al centro di un intenso dibattito etico e normativo, sistemi come il Bumblebee V2 offrono una via intermedia, sfruttando l’AI soprattutto nella fase di guida e identificazione, senza rinunciare all’ultimo giudizio umano.

Costi, numeri e opacità deliberata

Il contratto annunciato dalla JIATF‑401 ammonta a 5,2 milioni di dollari, ma il numero esatto di droni acquistati non è stato reso pubblico. Un portavoce della task force ha spiegato che questa scelta è legata a esigenze di sicurezza operativa, evitando di fornire informazioni che potrebbero essere sfruttate da potenziali avversari. La conseguenza è che, al momento, non è possibile ricavare con precisione il costo unitario del Bumblebee V2.

Le comunicazioni ufficiali tacciono anche su parametri come velocità massima, autonomia, raggio d’azione o quota operativa. Secondo analisti e osservatori di settore, questa opacità è intenzionale, perché proprio queste cifre definirebbero in modo chiaro quali classi di droni il Bumblebee V2 è in grado di intercettare e con quali margini di successo.

La definizione di sistema “a basso costo” va letta non tanto come indice di una tecnologia rudimentale, quanto come indicazione di un modello industriale orientato alla produzione in serie e al consumo operativo.

Nel lessico del Pentagono, un’intercettazione che costa meno del drone da abbattere è considerata un risultato favorevole, a maggior ragione se permette di evitare danni collaterali che avrebbero un costo umano e politico ben più elevato.thedefensepost+3

Sul piano più ampio, il Bumblebee V2 si inserisce in un trend in cui la convenienza economica dei sistemi d’arma diventa un parametro strategico tanto quanto la loro efficacia tattica. Nel confronto tra grandi potenze e in scenari di logoramento prolungato, la capacità di sostenere nel tempo l’impiego di droni intercettori “usa e getta” potrebbe risultare decisiva quanto la superiorità tecnologica pura.

Un laboratorio per le guerre di domani

L’arrivo del Bumblebee V2 nella Global Response Force trasforma questo drone in un banco di prova per capire come sarà difesa l’aria bassa dei campi di battaglia futuri. Il fatto che la valutazione operativa avvenga in collaborazione con un nuovo avamposto di innovazione, che riunisce militari, accademici e industria, indica la volontà di integrare rapidamente le lezioni apprese in dottrina e procedure.

Se la sperimentazione confermerà le aspettative, è plausibile che sistemi simili entrino stabilmente nell’equipaggiamento delle unità statunitensi, contribuendo a normalizzare l’idea di duelli tra droni come componente strutturale della guerra moderna.

La contro‑drone non sarebbe più un compito affidato a pochi asset specialistici, ma una funzione distribuita, affidata anche a piccoli reparti con la capacità di difendersi in autonomia.

Per gli osservatori internazionali, il Bumblebee V2 è anche un indicatore del ritmo con cui le forze armate occidentali stanno cercando di colmare il divario con l’uso massiccio e creativo dei droni osservato in teatri come l’Ucraina.

L’adozione di un drone FPV “kamikaze” anti‑drone da parte dell’esercito USA mostra come strumenti nati nelle mani di operatori improvvisati stiano venendo assorbiti nei processi ufficiali di procurement e sperimentazione.

Al di là delle specifiche ancora coperte dal riserbo, il messaggio è chiaro: i cieli bassi delle guerre future saranno popolati da sciami di velivoli senza pilota che non solo colpiscono bersagli a terra, ma si inseguono e si abbattono a vicenda. In questa nuova geografia del conflitto, sistemi come il Bumblebee V2 non sono solo l’ultima novità tecnologica, ma il segno di un cambio di paradigma destinato a ridisegnare la forma stessa della potenza militare.

Fabio Terrinoni
Fabio Terrinoni
Fabio è il nostro esperto di videogame e droni da gara e militari. Davvero abile nello scovare notizie interessanti e spiegare in modo chiaro come funzionano tutti i sistemi con guida autonoma.
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