07 Marzo 2026
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Droni Lucas, l’America copia l’Iran

Molto prima che i droni iraniani si abbattessero su aeroporti, grattacieli e ambasciate nel Golfo Persico, l’esercito degli Stati Uniti stava lavorando a un progetto che pochi avrebbero immaginato: i droni Lucas. Non si trattava di sviluppare un’arma più avanzata, più precisa o più costosa. Si trattava di copiare il nemico.

Nel 2021, il dipartimento di ricerca e sviluppo dell’esercito americano aveva già messo le mani sullo Shahed-136, il drone kamikaze iraniano che Teheran aveva distribuito generosamente a Russia, Venezuela ed Hezbollah.

L’obiettivo iniziale era semplice: riprodurlo come bersaglio per esercitazioni, in modo da sviluppare nuove difese contro un’arma sempre più diffusa. Poi qualcuno ha avuto un’idea diversa. Se quel drone era così economico e così efficace, perché non replicarlo e usarlo contro chi lo aveva inventato?

Così è nato il LUCAS, acronimo di Low-cost Unmanned Combat Attack System. Un drone d’attacco unidirezionale costruito dalla SpektreWorks, una piccola startup dell’Arizona, che ha preso il design dello Shahed, lo ha smontato pezzo per pezzo e lo ha ricostruito con componenti americani. Il 28 febbraio 2026, nell’ambito della cosiddetta Operation Epic Fury, il LUCAS è stato impiegato per la prima volta in combattimento contro obiettivi iraniani. Una data destinata a entrare nei manuali di storia militare.

Droni Lucas. La vendetta americana a forma di delta

Il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha confermato che la Task Force Scorpion Strike ha lanciato i droni LUCAS contro infrastrutture militari iraniane, inclusi centri di comando e controllo del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, sistemi di difesa aerea, siti di lancio di missili e droni, e aeroporti militari. Il messaggio di accompagnamento, diffuso sui social media, non lasciava spazio a dubbi: “Questi droni a basso costo, modellati sugli Shahed iraniani, stanno ora sferrando una vendetta di stampo americano“.

Sistema di produzione del drone LUCAS

Il tempismo dello sviluppo è stato impressionante. Soli sette mesi prima, nel luglio 2025, il segretario alla Difesa Pete Hegseth aveva mostrato fisicamente il drone in una conferenza stampa al Pentagono, presentandolo come la risposta americana allo Shahed-136. Otto mesi dopo la sua presentazione ufficiale, il LUCAS era già in azione su un teatro di guerra reale. In un settore, quello degli appalti militari, dove i programmi di armamento richiedono normalmente anni o decenni, la velocità è stata essa stessa un’arma.

Lauren Kahn, ex consigliera del Pentagono e ora analista senior presso il Center for Security and Emerging Technology della Georgetown University, ha definito il LUCAS un caso senza precedenti dai tempi della Guerra Fredda. “Per la prima volta in molto tempo, gli Stati Uniti hanno visto una capacità sviluppata da un avversario, hanno riconosciuto che colmava una lacuna nelle proprie forze armate e hanno deciso di riprodurla“.

Anatomia dei droni Lucas da 35.000 dollari

Per comprendere la portata di questa rivoluzione, bisogna partire dai numeri. Lo Shahed-136 è un velivolo a perdere con un design ad ala delta, lungo 3,5 metri, con un’apertura alare di 2,5 metri e un peso complessivo di circa 200 chilogrammi. Il suo motore è un MADO MD-550, copia iraniana del tedesco Limbach L550E, un propulsore a pistoni da 50 cavalli originariamente concepito per aerei ultraleggeri. Può volare a una velocità massima di 185 km/h e raggiungere bersagli a distanze comprese tra 1.000 e 2.500 chilometri, a quote che variano dai 60 ai 4.000 metri.

La testata esplosiva, posizionata nel muso del drone, pesa tra i 30 e i 50 chilogrammi e detona all’impatto. Il sistema di navigazione si basa su un’unità inerziale combinata con un GPS commerciale. Nessuna sofisticazione. Nessuna tecnologia all’avanguardia. Solo un oggetto abbastanza piccolo da sfuggire ai radar, abbastanza economico da essere lanciato in massa e abbastanza letale da costringere il nemico a spendere milioni per fermarlo.

Il LUCAS americano condivide le stesse dimensioni e la stessa filosofia di fondo, ma incorpora aggiornamenti significativi. Il suo raggio d’azione stimato è di circa 500 miglia, oltre 700 chilometri, e la sua testata ha una capacità esplosiva di circa 18 chilogrammi, pari a circa il doppio di un missile Hellfire. Può essere lanciato tramite catapulte, razzi ausiliari o sistemi mobili terrestri. Il costo unitario si aggira intorno ai 35.000 dollari, una cifra che assume un significato completamente diverso se confrontata con i 2,5 milioni di un Tomahawk o i 400.000 dollari di uno Switchblade 600 di AeroVironment.

Starshield: quando i satelliti di Musk guidano le bombe

Uno degli aspetti più controversi del LUCAS riguarda il suo sistema di navigazione. Secondo analisti della difesa e blogger militari russi, il drone utilizza Starshield, la versione militare di Starlink sviluppata da SpaceX per conto del governo degli Stati Uniti. Un terminale compatibile con il sistema è stato identificato nelle immagini del drone diffuse dal CENTCOM, scatenando una reazione immediata da parte di Mosca.

Starshield

I commentatori militari russi hanno espresso preoccupazione per il fatto che i terminali Starshield consentano ai droni di ricevere e trasmettere dati in tempo reale attraverso la vasta rete di satelliti in orbita bassa terrestre di SpaceX, rendendo gli aeromobili praticamente impossibili da disturbare con le contromisure elettroniche convenzionali. La comunicazione satellitare permette aggiornamenti di rotta in volo e istruzioni operative fino al momento dell’impatto.

Elon Musk è intervenuto pubblicamente in meno di un’ora dalla diffusione delle analisi russe, specificando che Starshield è gestito e controllato dal governo degli Stati Uniti, non da SpaceX. La distinzione è cruciale: separa la responsabilità commerciale dell’azienda dalle operazioni militari americane. Ma il messaggio strategico resta inequivocabile. La tecnologia della Silicon Valley sta alimentando direttamente le armi del Pentagono.

Il caos seminato dagli Shahed nel Golfo

Mentre gli americani schieravano il loro clone, gli originali iraniani stavano producendo alcune delle immagini più inquietanti dell’intero conflitto. Nella settimana successiva all’inizio delle ostilità, l’Iran ha lanciato ondate massicce di droni Shahed contro i paesi del Golfo Persico.

Secondo il Ministero della Difesa degli Emirati Arabi Uniti, 541 droni carichi di esplosivo sono stati lanciati contro il territorio emiratino. Di questi, 506 sono stati intercettati. I 35 che hanno raggiunto il bersaglio hanno colpito diverse località, tra cui il Fairmont Hotel sulla Palm Jumeirah e l’aeroporto internazionale di Dubai. I detriti delle intercettazioni e le esplosioni dirette hanno causato la morte di tre persone e il ferimento di altre 58. Un’altra stima ha contato 689 droni diretti verso gli Emirati, con 645 abbattuti dalle difese.

Video diffusi online mostrano uno Shahed che si schianta contro un grattacielo in Bahrein, il Fairmont the Palm avvolto dal fumo e un impianto radar della Quinta Flotta americana che crolla sotto un’esplosione. I droni hanno colpito anche l’ambasciata statunitense a Riyadh, in Arabia Saudita, e i data center di Amazon negli Emirati, sebbene non sia stato immediatamente confermato che tutti gli attacchi fossero opera di Shahed. I voli cancellati nella regione hanno superato quota 11.000. Sei militari americani sono stati uccisi in un attacco a un centro tattico in Kuwait.

Sono progettati per scatenare il caos“, ha affermato Anna Miskelley, analista della difesa presso Forecast International. “Anche i video delle esplosioni hanno un enorme riscontro mediatico“. Farzin Nadimi, ricercatore senior presso il Washington Institute, ha aggiunto che la capacità di seminare terrore tra le popolazioni e destabilizzare le economie è un elemento fondamentale della strategia iraniana. All’interno dell’Iran, gli attacchi servono come propaganda per mostrare al pubblico domestico “storie di successo”.

Migliaia di droni nascosti sotto le montagne

A rendere ancora più inquietante la situazione, l’Iran ha diffuso attraverso la Fars News Agency un video che mostra l’interno di un complesso sotterraneo pieno di droni. Le immagini rivelano file ordinate di centinaia, forse migliaia, di velivoli ad ala triangolare, molto simili allo Shahed-136, allineati lungo un corridoio che si estende in un tunnel illuminato. Alcuni droni sono montati su rampe di lancio mobili. Le pareti del tunnel sono decorate con bandiere iraniane e grandi ritratti dell’Ayatollah Ali Khamenei.

Esperti occidentali ritengono che l’Iran disponga di scorte sufficienti per continuare a lanciare sciami di centinaia di droni al giorno per almeno diverse settimane. I droni sono facili e veloci da lanciare, richiedendo spesso solo un container montato su un camion. La conservazione in strutture sotterranee protette migliora la sopravvivenza delle scorte contro attacchi preventivi, consentendo a Teheran di mantenere la capacità operativa anche sotto bombardamento.

L’equazione impossibile della difesa

Il vero colpo di genio dello Shahed non è nella tecnologia. È nell’economia. Abbattere un drone da 35.000 dollari con un missile intercettore può costare fino a 3 milioni di dollari a colpo. Un sistema Patriot PAC-3 vale circa 4 milioni per ogni intercettore. Questo significa che anche quando le difese funzionano perfettamente, il rapporto costi gioca per l’attaccante.

sistema Patriot PAC-3
Patriot PAC-3

Un’analisi del Center for Strategic and International Studies (CSIS) ha calcolato che la Russia spende circa 350.000 dollari per ogni bersaglio effettivamente colpito con droni di tipo Shahed. La cifra può sembrare alta, ma il dato chiave è che meno del 10% dei droni raggiunge l’obiettivo. Il restante 90% viene abbattuto o deviato. Eppure il sistema funziona, perché i droni sono talmente economici da poter essere lanciati in salve giornaliere massicce, logorando progressivamente le difese antiaeree del nemico e terrorizzando la popolazione.

Come ha sintetizzato Anna Miskelley: “È abbastanza piccolo da nascondersi ai radar. Abbastanza economico da poter essere lanciato in massa. E abbastanza letale da costringerci a usare tecnologie molto più costose per fermarlo“.

Cameron Chell, CEO della società di droni Draganfly, ha usato un paragone storico: “Come i Viet Cong durante la guerra del Vietnam, gli iraniani hanno una capacità asimmetrica che può prolungare il conflitto e creare pressione politica. Anche cento droni nelle mani di un’unità decentralizzata possono seminare il terrore in uno stato vicino come mai immaginato prima“.

Lezioni da Kiev: l’Ucraina come laboratorio globale

Se il Golfo Persico è il teatro della crisi attuale, l’Ucraina è il laboratorio dove le contromisure contro i droni Shahed sono state testate, perfezionate e industrializzate nel corso di tre anni di guerra ininterrotta. Dall’inizio del conflitto con la Russia, le forze ucraine hanno tracciato e intercettato circa 57.000 droni di tipo Shahed.

Il comandante in capo delle forze armate ucraine, Oleksandr Syrskyi, ha dichiarato che nel febbraio 2026 i droni intercettori hanno assunto un ruolo centrale nella difesa aerea. Nella sola area di Kiev, questi sistemi sono responsabili di oltre il 70% degli abbattimenti di Shahed. Il dato è significativo perché dimostra che la risposta più efficace a un drone economico non è un missile da milioni di dollari, ma un altro drone ancora più economico.

Il fiore all’occhiello della produzione ucraina è il drone intercettore Octopus, sviluppato internamente dalle forze armate e dotato di un sistema di controllo basato sull’intelligenza artificiale. Può operare di notte, a basse quote e in condizioni di disturbo elettronico, ovvero esattamente nelle circostanze in cui la Russia lancia abitualmente i suoi attacchi.

Il suo costo si aggira intorno ai 3.000 dollari per unità. La produzione in serie è iniziata nel novembre 2025, con la tecnologia trasferita inizialmente a tre produttori e altri undici in fase di allestimento delle linee. Grazie a un accordo di licenza firmato nel novembre 2025 tra i Ministeri della Difesa ucraino e britannico, l’Octopus viene ora fabbricato anche nel Regno Unito in grandi volumi.

Un altro sistema degno di nota è lo Sting di Wild Hornets, che costa appena 2.500 dollari e che secondo il produttore è in grado di abbattere oltre 100 Shahed in una sola notte. Le forze ucraine lo hanno utilizzato con successo anche contro il Geran-3, la variante a propulsione jet dello Shahed sviluppata dalla Russia.

A completare l’arsenale difensivo, il sistema laser Tryzub, capace di colpire bersagli aerei a quote superiori ai 2 chilometri, e oltre 140 aziende ucraine specializzate in sistemi di guerra elettronica, tra cui il Bukovel-AD, che può rilevare droni a 100 km e disturbarne i segnali entro 20 km.

Kiev offre la sua esperienza al Golfo

L’esperienza ucraina non è rimasta confinata al fronte orientale. Il presidente Volodymyr Zelensky ha dichiarato pubblicamente di aver ricevuto richieste di assistenza da diversi paesi del Golfo colpiti dagli Shahed. “Abbiamo ricevuto segnali dai partner in Medio Oriente. Ci sono stati attacchi con Shahed iraniani contro i civili in quei paesi. Cercano la nostra esperienza“, ha scritto su X. “Siamo aperti. Se i loro rappresentanti verranno, forniremo l’expertise“.

Kiev offre la sua esperienza al Golfo

Zelensky ha parlato direttamente con i leader di Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein, Giordania e Kuwait sulla possibilità di cooperazione. Ha anche collegato la proposta a uno scambio strategico: l’Ucraina fornirebbe droni intercettori e competenze anti-drone, e in cambio riceverebbe missili intercettori di fascia alta, come i PAC-2 e PAC-3 del sistema Patriot, di cui Kiev ha disperatamente bisogno per difendersi dai missili balistici russi.

Il primo ministro britannico Keir Starmer ha confermato che il Regno Unito coinvolgerà esperti ucraini per aiutare gli stati del Golfo Persico a intercettare i droni d’attacco iraniani. Come ha sintetizzato Zelensky: “L’esperienza dell’Ucraina nel contrastare i droni Shahed è attualmente la più avanzata al mondo. È chiaro il motivo per cui così tante richieste sono dirette a noi“.

La pipeline russo-iraniana dei droni

La storia dello Shahed non sarebbe completa senza il capitolo russo. Dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina nel 2022, Mosca ha iniziato ad acquistare droni Shahed-136 dall’Iran. Nel 2023, i due paesi hanno firmato un accordo del valore di 1,75 miliardi di dollari, parzialmente pagato in lingotti d’oro, per la costruzione di una fabbrica di droni in territorio russo.

Lo stabilimento si trova nella zona economica speciale di Alabuga, nella regione del Tatarstan, a circa 600 miglia a est di Mosca. L’obiettivo iniziale era di produrre 6.000 droni kamikaze all’anno. Ma secondo fonti di intelligence occidentali, circa il 90% della produzione di Shahed-136 avviene ora in strutture russe, non iraniane. La Russia ha designato il drone come Geran-2 e ha sviluppato anche una variante a propulsione jet chiamata Geran-3.

Bryan Clark, ricercatore senior presso l’Hudson Institute, ha spiegato che la Russia ha apportato una serie di modifiche significative al design originale: sensori migliorati, navigazione automatizzata e capacità di puntamento più avanzate. Queste innovazioni sono state poi trasferite all’Iran, in un ciclo di feedback tecnologico che ha migliorato l’arma di entrambe le parti.

Tuttavia, secondo la stessa fonte di intelligence occidentale, l’espansione produttiva russa ha di fatto marginalizzato l’Iran. Teheran si è trovata progressivamente esclusa dal controllo del prodotto finale, che ora viene fabbricato in modo largamente indipendente. L’obiettivo di Mosca è quello di padroneggiare completamente il ciclo produttivo, eliminando la necessità di futuri negoziati con Teheran.

La domanda ora è se la Russia ricambierà il favore e invierà droni aggiornati all’Iran, le cui strutture produttive sono state danneggiate dai bombardamenti americani e israeliani. David Albright, ex ispettore degli armamenti e presidente dell’Institute for Science and International Security, ritiene che sia uno scenario plausibile: “Alcuni degli impianti di produzione di droni iraniani sono stati bombardati, e hanno consumato un numero significativo di droni. Per ricostruire le scorte, potrebbero percorrere questa strada“.

Il Pentagono punta sulla dominanza dei droni

Il LUCAS non è un esperimento isolato. Si inserisce in una strategia più ampia del Pentagono per trasformare radicalmente il modo in cui gli Stati Uniti combattono. Il cosiddetto Drone Dominance Program, incluso nel disegno di legge fiscale del presidente Trump, prevede 1 miliardo di dollari per la produzione di circa 340.000 piccoli droni nel corso dei prossimi due anni. L’obiettivo è garantire alle forze armate americane l’accesso a sistemi autonomi a basso costo per missioni di attacco unidirezionale, con consegne accelerate a partire dal luglio 2026.

Prima ancora, l’iniziativa Replicator, lanciata nel 2023 dall’allora vicesegretaria alla Difesa Kathleen Hicks, aveva già stanziato 1 miliardo di dollari su due anni fiscali per accelerare la produzione di migliaia di droni autonomi. Il programma era nato inizialmente per contrastare la crescente potenza militare cinese, ma le lezioni apprese dall’Ucraina e dal Golfo hanno ampliato enormemente il suo campo d’applicazione.

L’esercito americano ha firmato contratti con aziende private di tecnologia militare di ultima generazione. Anduril ha ottenuto un contratto da 250 milioni di dollari per 500 intercettori Roadrunner e sistemi di guerra elettronica portatili Pulsar. Skydio ha ricevuto contratti multimilionari dall’aeronautica per droni autonomi X10D destinati a unità operative critiche. L’esercito americano ha annunciato l’intenzione di acquisire un milione di droni nell’ambito di una massiccia modernizzazione.

Michael C. Horowitz, che ha lavorato al programma LUCAS durante l’amministrazione Biden e ora dirige il Perry World House presso l’Università della Pennsylvania, ha tracciato la traiettoria futura: “È facile capire come i continui progressi nell’intelligenza artificiale, se si dimostreranno affidabili, rappresenteranno un’opzione molto interessante per rendere questi sistemi ancora più efficaci“. Alcuni piani prevedono che i piloti di caccia volino insieme al proprio squadrone personale di droni, creando formazioni miste uomo-macchina capaci di saturare le difese nemiche.

Il primo attacco Shahed: la “Pearl Harbor energetica” del 2019

L’idea che i droni economici potessero cambiare la guerra non è nata nel 2022 con l’Ucraina, né nel 2026 con il Golfo. Il primo campanello d’allarme è suonato il 14 settembre 2019, quando un attacco coordinato con droni e missili da crociera ha colpito gli impianti petroliferi di Abqaiq e Khurais in Arabia Saudita, gestiti da Saudi Aramco.

Abqaiq ospitava il più grande impianto di stabilizzazione del greggio al mondo, con una capacità del 7% della produzione petrolifera globale. L’attacco ha dimezzato la produzione saudita di petrolio, eliminando circa 5 milioni di barili al giorno, pari al 5% dell’offerta mondiale. I ribelli Houthi dello Yemen hanno rivendicato l’operazione, ma gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita hanno attribuito la responsabilità all’Iran. I droni avevano seguito rotte tortuose attraverso Kuwait e Iraq per mascherare la loro origine.

Ricercatori americani hanno definito quell’attacco una “Pearl Harbor energetica”. Nonostante miliardi di dollari investiti in caccia F-15 e batterie missilistiche Patriot, l’Arabia Saudita non era riuscita a intercettare nessuno dei droni prima dell’impatto. Il software dei radar, programmato per filtrare oggetti lenti e a bassa quota, li aveva scambiati per uccelli o piccoli velivoli civili.

Quell’episodio avrebbe dovuto spingere il mondo a ripensare radicalmente il ruolo dei droni nella guerra moderna. Non è successo. L’attenzione si è concentrata sull’aspetto politico, sulla responsabilità iraniana e sulle dinamiche della guerra in Yemen. Ci sono voluti altri tre anni e decine di migliaia di droni sui cieli ucraini perché il messaggio diventasse impossibile da ignorare.

Il futuro del combattimento è economico e autonomo

I droni kamikaze a basso costo non sostituiranno i missili da crociera, i caccia di quinta generazione o le portaerei. Ma stanno aggiungendo una dimensione completamente nuova al conflitto moderno. Bombardamenti che un tempo richiedevano salve di costosi missili possono ora essere effettuati con pochissimi soldi. Luoghi che sembravano isolati dal conflitto, come le sfarzose città del Golfo Persico, sono diventati raggiungibili e vulnerabili.

La proliferazione è rapida e inarrestabile. Qualsiasi paese o gruppo militante con risorse modeste può oggi condurre attacchi a lungo raggio con droni. Il LUCAS, con la sua configurazione modulare e il software aggiornabile, rappresenta la risposta americana a questa nuova realtà: un’arma che può evolvere insieme alla tecnologia, incorporando intelligenza artificiale, navigazione satellitare e capacità di sciame.

La guerra dell’Iran ha dimostrato che nel XXI secolo non vince necessariamente chi possiede l’arma più sofisticata. Vince chi sa produrre di più, più velocemente e a costo minore per unità. E chi sa copiare il nemico. Dall’Ucraina al Golfo Persico, passando per le fabbriche di Alabuga e i laboratori dell’Arizona, questa è la nuova corsa agli armamenti del nostro tempo. Non si misura in megatoni, ma in costo per unità. Non si combatte a 30.000 piedi, ma a pochi metri dal suolo, con il ronzio sordo di un motore da tosaerba.

Scheda tecnica del drone LUCAS

Scheda Tecnica

LUCAS FLM-136

Low-cost Unmanned Combat Attack System

📋

Informazioni Generali

Produttore SpektreWorks, Arizona
Tipo Munizione circuitante (Kamikaze)
Impiego 28 Febbraio 2026 – Op. Epic Fury
Costo unitario ~$35.000
📐

Dimensioni e Peso

Apertura alare 2,5 m
Peso Max Decollo 81,5 kg
Carico Utile 18 kg

Prestazioni

Velocità Massima 194 km/h
Raggio Operativo ~822 km
Autonomia Fino a 6 ore
🎯

Sistemi e Armamento

Navigazione GPS/INS + Starshield
Capacità Sciame Fino a 100 unità (Mesh)
Alex Trizio
Alex Triziohttps://www.alground.com
Alessandro Trizio è un professionista con una solida expertise multidisciplinare, che abbraccia tecnologia avanzata, analisi politica e strategia geopolitica. Ora è Amministratore e Direttore Strategico del Gruppo Trizio, dirigendo il dipartimento di sicurezza informatica. La sua competenza si estende all'applicazione di soluzioni innovative per la sicurezza cibernetica e la risoluzione di criticità complesse.
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