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Cosa c’entra la Cina con la richiesta di pace di Zelensky a Putin?

La lettera aperta con cui Volodymyr Zelensky ha invitato Vladimir Putin a un incontro diretto non è soltanto un gesto diplomatico. È anche una mossa calcolata dentro un equilibrio geopolitico che oggi passa, inevitabilmente, da Pechino. Il presidente ucraino ha proposto un vertice in un Paese neutrale, Svizzera, Turchia o uno Stato arabo, offrendo un cessate il fuoco completo per la durata dei negoziati e uno scambio di prigionieri “tutti per tutti”. Il Cremlino ha confermato di aver ricevuto il messaggio.

Il punto centrale, però, è che la guerra non pesa più soltanto sul fronte militare. Pesa sempre di più sugli equilibri economici che tengono in piedi la Russia. Ed è qui che entra in scena la Cina. Dopo l’ondata di sanzioni occidentali, Mosca ha trovato in Pechino il suo principale polmone commerciale: nel 2024 l’interscambio tra i due Paesi ha raggiunto il record di 244,8 miliardi di dollari.

Ma proprio questo legame, che ha aiutato il Cremlino a reggere l’urto dell’isolamento, oggi mostra anche i suoi limiti. Nel 2025 il commercio tra Cina e Russia è sceso a 228,1 miliardi di dollari, registrando il primo calo in cinque anni. A frenarlo sono stati il rallentamento dell’economia russa, gli alti tassi d’interesse, la carenza di manodopera, le difficoltà nei pagamenti e il timore crescente, per le aziende cinesi, di incorrere nelle sanzioni secondarie occidentali.

Questo non significa che la Cina stia “scaricando” la Russia. Significa qualcosa di più sottile: Pechino continua a considerare Mosca un partner strategico contro l’Occidente, ma non ha alcun interesse a vedere la guerra trasformarsi in un fattore permanente di instabilità economica. La Cina vuole una Russia utile, dipendente e commerciabile; non una Russia logorata, imprevedibile e sempre più costosa da sostenere.

Da questo punto di vista, la lettera di Zelensky parla anche a Xi Jinping, non solo a Putin. Quando il leader ucraino insiste sui costi interni della guerra per la Russia, inflazione, pressione sociale, difficoltà economiche, vulnerabilità militare, sta mandando un segnale agli attori che hanno leva reale sul Cremlino. E oggi, tra questi, la Cina è il più importante.

Per questo la disponibilità formale di Mosca a non chiudere subito la porta alla proposta ucraina va letta con attenzione. Certo, contano le operazioni sul campo. Ma contano anche i vincoli del retrofronte economico. Se il conflitto comincia a pesare sugli interessi cinesi più di quanto convenga a Pechino, allora la pressione su Putin può crescere non in nome della pace, ma in nome della stabilità. E nel linguaggio delle grandi potenze, molto spesso è proprio questa la forma più concreta della diplomazia.

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Alex Trizio
Alex Triziohttps://www.alground.com
Da sempre appassionato di informatica e nuove tecnologie. Si avvicina al mondo dell’open source e partecipa attivamente allo sviluppo del sistema operativo Linux. Questi progetti lo portano a lunghe collaborazioni all’estero, dove approfondisce le interazioni fra software ed essere umano. I molti viaggi in Medio Oriente aumentano la passione per la politica e la geopolitica internazionale. Questo mix di elevate competenze si sposa perfettamente con il progetto editoriale fondato dalla madre, Brunilde Trizio. Ora Alessandro è Amministratore e Direttore strategico del Gruppo Trizio.
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