Norvegia e Finlandia hanno telefonato a Putin lo stesso giorno, separatamente. Da Palazzo Chigi è arrivata una frase che pesa più del contenuto di quelle conversazioni: l’Europa non ha ancora deciso chi la rappresenta nel processo di pace. E il primo round di Abu Dhabi, a novembre, è previsto senza di lei.
Apri le schede nell’ordine che preferisci: ognuna chiarisce un pezzo della vicenda.
Il 27 ottobre il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre e il presidente finlandese Alexander Stubb hanno avuto colloqui telefonici con Vladimir Putin, separatamente. Støre ha riferito che la conversazione è durata circa novanta minuti e che gli alleati europei erano stati informati in anticipo. Kiev ha poi comunicato che Zelensky ha sentito a sua volta entrambi.
Dalla presidenza del Consiglio italiana è uscita una valutazione netta: l’Unione europea non può perdere altro terreno e servono subito negoziatori condivisi, evitando di andare in ordine sparso. Il punto, secondo quelle fonti, non è il contenuto delle telefonate: è che in Europa non si è ancora trovato un accordo su chi debba rappresentare gli interessi del continente nel processo di pace.
I colloqui trilaterali attesi nella prima metà di novembre coinvolgeranno Russia, Ucraina e Stati Uniti. Il Cremlino non esclude che altri interlocutori possano partecipare alle fasi successive, ma il formato del primo ciclo è chiuso a tre. Secondo ricostruzioni di fonte ucraina, Mosca non vuole gli europei al tavolo fin dal primo incontro, mentre Kiev lavora per anticipare la riunione e allargarla.
Il consigliere presidenziale russo Jurij Ušakov ha sostenuto che per arrivare alla pace occorre trattare anche con l’Europa. La motivazione addotta è pragmatica: finora gli Stati Uniti non sono riusciti a portare Kiev ad accettare un accordo. È un capovolgimento rispetto alla linea tenuta per anni dal Cremlino, e va registrato come posizione di parte, non come apertura verificata.
NOMI
Nelle ricostruzioni di questi giorni circolano quattro nomi per un’eventuale rappresentanza europea al tavolo: Giorgia Meloni, il presidente finlandese Alexander Stubb, il presidente ceco Petr Pavel e la prima ministra danese Mette Frederiksen. Nessuno di loro è stato designato da un atto formale dell’Unione. È proprio questa assenza di procedura il problema che Palazzo Chigi sta sollevando.
Non esiste un meccanismo stabilito per nominare quei negoziatori, né è chiaro se agirebbero come mandatari dell’Unione o come capi di Stato e di governo a titolo nazionale. Non si sa se l’allargamento del formato sia davvero sul tavolo o resti un argomento negoziale. E le ricostruzioni sui quattro nomi provengono da fonti giornalistiche, non da comunicazioni ufficiali del Consiglio europeo o del Servizio per l’azione esterna.
Le garanzie di sicurezza di cui si discuterà ad Abu Dhabi riguardano il fianco orientale della NATO, quindi direttamente la posizione italiana dentro l’Alleanza e l’impegno militare ed economico che ne discende. Un’Europa che arriva al tavolo senza una voce unica contratta da posizione più debole su quei capitoli. Chi la rappresenterà, e con quale mandato, è una decisione che nelle prossime settimane verrà presa o non verrà presa affatto.
