Dopo gli attacchi contro la base aerea di Ta’if e il danneggiamento di un Eurofighter italiano, la presenza dei nostri militari in Arabia Saudita è diventata improvvisamente oggetto di discussione politica. Ma la missione non è comparsa dal nulla e il trasferimento di personale italiano nel Regno era stato comunicato in Parlamento. Il punto ancora da chiarire riguarda soprattutto cosa possano fare operativamente quei militari e quali siano le loro regole d’ingaggio.
Apri le schede per ricostruire come si è arrivati alla presenza italiana a Ta’if, quali mezzi sono schierati e cosa sappiamo realmente del loro mandato.
Nella notte tra il 17 e il 18 settembre 2026 la base aerea King Fahd di Ta’if, nell’Arabia Saudita occidentale, è stata oggetto di diversi attacchi. All’interno della struttura si trova anche personale italiano e uno degli Eurofighter F-2000 dell’Aeronautica Militare è stato colpito mentre si trovava a terra, in un’area decentrata della base.
Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha confermato che nessun militare italiano è rimasto coinvolto e che non sono stati registrati altri danni alle infrastrutture utilizzate dal contingente nazionale. Diverse ricostruzioni hanno attribuito gli attacchi agli Houthi yemeniti; il comunicato ufficiale della Difesa, tuttavia, si limita a confermare l’attacco e il velivolo colpito senza indicarne formalmente l’autore.
Fonti: Ministero della Difesa, comunicato del 18 settembre 2026; ANSA.
Per capire perché oggi esistano assetti italiani nel Golfo bisogna tornare al 2014. In ottobre l’Italia aderì alla coalizione internazionale contro lo Stato Islamico attraverso l’operazione nazionale Prima Parthica, inserita nella più ampia Operation Inherent Resolve a guida statunitense.
La decisione fu presa durante il governo Renzi. Il dispositivo italiano era inizialmente concentrato soprattutto in Iraq e Kuwait e comprendeva attività di addestramento, ricognizione, sorveglianza, supporto logistico e partecipazione ai comandi della coalizione.
Questo significa che la missione internazionale da cui deriva l’attuale dispositivo ha più di dieci anni. Non significa, però, che già nel 2014 militari ed Eurofighter italiani fossero dislocati nella base saudita di Ta’if: quello schieramento è molto più recente.
Fonti: Esercito Italiano; Ministero della Difesa, Operazione Prima Parthica/Inherent Resolve.
Il passaggio decisivo avviene durante la crisi regionale del marzo 2026. Il 5 marzo il ministro della Difesa interviene sia alla Camera sia al Senato e comunica che, a causa del deterioramento della situazione di sicurezza, il dispositivo italiano nel Golfo deve essere riposizionato.
Parlando della base di Ali Al Salem in Kuwait, Crosetto riferisce che 239 dei 321 militari presenti vengono trasferiti in Arabia Saudita, lasciando in Kuwait una capacità operativa essenziale di 82 uomini. Nelle stesse comunicazioni viene annunciato anche il movimento di parte del personale presente in Qatar.
Il trasferimento in Arabia Saudita, quindi, non emerge per la prima volta dopo l’attacco di settembre: era stato dichiarato pubblicamente davanti alle Camere oltre sei mesi prima.
Fonte: resoconti stenografici di Camera e Senato del 5 marzo 2026.
Dopo le comunicazioni del Governo, Camera e Senato discussero e votarono risoluzioni sulla risposta italiana alla crisi del Golfo. Alla Camera venne approvato un testo che impegnava il Governo a rafforzare le capacità di difesa delle missioni italiane attraverso sistemi di difesa aerea, antimissilistica e di sorveglianza, anche a supporto dei Paesi partner del Golfo.
È quindi difficile sostenere che il Parlamento non fosse stato informato dell’esistenza di personale italiano in Arabia Saudita o dell’intenzione di rafforzare il dispositivo difensivo regionale.
C’è però una distinzione importante. La scheda 4/2025, sulla quale si innestava il dispositivo, elencava come area di intervento Iraq, Kuwait, Giordania, Siria, Golfo Arabico, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Bahrain e Stati Uniti, senza citare espressamente l’Arabia Saudita. La risoluzione del 5 marzo richiamava però la possibilità di rischierare gli assetti entro i limiti geografici e funzionali della missione e di sostenere i Paesi partner del Golfo.
La questione più precisa, dunque, non è se le Camere sapessero che militari italiani stavano andando in Arabia Saudita: questo fu comunicato. Il confronto politico riguarda piuttosto l’estensione concreta del mandato e se la successiva configurazione operativa avrebbe richiesto ulteriori passaggi parlamentari.
Fonti: Camera dei deputati, risoluzione 6-00238 del 5 marzo 2026; Senato della Repubblica; scheda missione 4/2025.
La Task Force Air–Arabia è un dispositivo operativo dell’Aeronautica Militare. La documentazione pubblicata dalla Difesa indica circa 400 militari distribuiti tra Arabia Saudita, Kuwait e Bahrain, anche se la consistenza e la distribuzione possono variare nel tempo in base alle esigenze operative.
Tra gli assetti dichiarati figurano quattro Eurofighter F-2000A destinati alla difesa aerea, un E-550A CAEW per allarme precoce, sorveglianza e comando e controllo, un C-130J/KC-130J per trasporto tattico e supporto operativo, un radar AN/TPS-77 e un sistema ACUS-E per il contrasto dei droni di piccole dimensioni.
Non si tratta quindi soltanto di personale trasferito per ragioni amministrative o logistiche: il dispositivo possiede capacità specificamente progettate per individuare, seguire e, quando previsto dal mandato operativo, contrastare minacce aeree.
Fonte: Ministero della Difesa, Task Force Air–Arabia, contributo nazionale.
Su questo punto la formulazione ufficiale è significativa. Secondo il Ministero della Difesa, la Task Force Air–Arabia ha il compito di contribuire alla difesa aerea e alla sorveglianza dello spazio aereo dei Paesi partner del Golfo.
La missione viene inoltre collegata alla protezione delle infrastrutture strategiche, delle forze presenti nell’area e degli interessi nazionali italiani. Il dispositivo nacque nella seconda metà di marzo 2026, dopo l’escalation regionale e le richieste di assistenza avanzate dai Paesi partner.
La funzione, quindi, è più ampia della semplice protezione perimetrale della base nella quale si trovano i militari italiani. La stessa Difesa descrive gli Eurofighter come velivoli impiegati per concorrere alla difesa dello spazio aereo assegnato.
Fonte: Ministero della Difesa, pagina ufficiale della missione Task Force Air–Arabia.
È qui che la documentazione pubblica lascia aperta la domanda più interessante. Conosciamo il mandato generale: sorveglianza, difesa aerea, protezione delle forze, degli interessi nazionali e delle infrastrutture strategiche. Non sono invece pubblicate nel dettaglio le regole d’ingaggio operative applicabili ai singoli scenari.
La differenza non è soltanto terminologica. Proteggere un velivolo, una base o un’area nella quale si trova personale italiano è una situazione. Concorrere alla difesa dello spazio aereo saudita può porne altre.
Se, per esempio, un drone o un missile fosse diretto contro un’infrastruttura saudita lontana dalle postazioni italiane, in quali condizioni un Eurofighter italiano potrebbe essere autorizzato a intercettarlo? Chi impartirebbe l’ordine? Quali criteri determinerebbero la minaccia da ingaggiare?
Le fonti istituzionali disponibili spiegano la finalità generale della missione, ma non permettono di rispondere con precisione a queste domande operative.
Dopo l’attacco di Ta’if, esponenti delle opposizioni hanno chiesto al ministro Crosetto di tornare in Parlamento per chiarire obiettivi, sicurezza del contingente e basi giuridiche dell’attuale schieramento. La Difesa, dal canto suo, respinge la ricostruzione secondo cui la presenza italiana sarebbe stata nascosta alle Camere e sostiene che missione e rischieramenti siano avvenuti attraverso le procedure previste.
I documenti permettono di fissare almeno un punto: il trasferimento di militari italiani in Arabia Saudita era stato annunciato pubblicamente in Parlamento e il rafforzamento delle capacità di difesa del dispositivo nel Golfo era stato oggetto di un voto parlamentare.
Quello che resta da approfondire è invece il livello successivo: quali obiettivi possano essere effettivamente protetti dagli assetti italiani, in quali circostanze possano utilizzare la forza e fino a dove si estenda concretamente il mandato affidato alla Task Force Air–Arabia.
È su queste domande, più che sulla presunta scoperta improvvisa della presenza italiana a Ta’if, che un nuovo passaggio parlamentare potrebbe fornire elementi realmente nuovi.
Fonti: Ministero della Difesa; Camera e Senato; dichiarazioni parlamentari delle opposizioni del 18 settembre 2026.
