Punti chiave
L’architettura geopolitica del Medio Oriente contemporaneo poggia su un equilibrio precario di forze in cui lo Stato d’Israele agisce non solo come attore sovrano, ma come perno strutturale attorno al quale si organizzano alleanze, dottrine militari e reti di dipendenza economica.
La scomparsa ipotetica di Israele come entità politica e militare non rappresenterebbe una semplice variazione cartografica, bensì l’innesco di un collasso sistemico dell’ordine regionale, portando a una redistribuzione violenta del potere, alla cancellazione dei cuscinetti di sicurezza esistenti e a una crisi immediata delle risorse di base per le popolazioni limitrofe.
Il presente rapporto analizza le conseguenze geopolitiche e locali di tale scenario, esaminando le manovre strategiche delle potenze rimanenti, la destabilizzazione delle nazioni dipendenti dalle risorse e il mutamento del ruolo degli attori non statali in un paesaggio privo del loro principale avversario ideologico.
La fine della forza ordinatrice negativa e il vuoto strutturale
Per oltre settant’anni, la presenza di Israele ha funzionato come quella che i teorici delle relazioni internazionali definiscono una forza ordinatrice negativa. Questo concetto suggerisce che l’esistenza di un avversario comune fornisca un limite superiore all’escalation regionale e un filo conduttore unificante per attori altrimenti disparati.
Senza questo obiettivo centrale, le contraddizioni interne ai blocchi rimanenti, in particolare la frattura tra sunniti e sciiti e la competizione tra il nazionalismo arabo e le ambizioni egemoniche turche, si sposterebbero dalla periferia al centro del conflitto regionale.
L’analisi dei dati storici e delle tendenze attuali indica che la rimozione di una minaccia primaria intensifica la competizione tra le “medie potenze” superstiti piuttosto che favorire la cooperazione. In uno scenario post-israeliano, la regione perderebbe la pressione esterna che ha reso razionali determinati allineamenti strategici, come gli Accordi di Abramo o la coordinazione occulta in materia di sicurezza tra le monarchie del Golfo e l’apparato di difesa israeliano.
L’ambiente risultante sarebbe caratterizzato da una multipolarità fluida, in cui nazioni come l’Arabia Saudita, l’Iran e la Turchia competerebbero per il primato regionale senza il vincolo di una potenza militare ad alta capacità che funge da equilibratore.
Il collasso della bipolarità residua, precedentemente organizzata attorno alla gestione degli Stati Uniti e alla resistenza iraniana contro Israele, lascerebbe il Medio Oriente privo di un’architettura di sicurezza stabile. L’evidenza suggerisce che, in assenza di un egemone regionale o di un nemico comune, gli stati tornerebbero a uno stato naturale di competizione quadrangolare tra Turchia, Arabia Saudita, Egitto e Iran.
Questo scenario è aggravato dalla contrazione dell’ordine internazionale liberale, che sta portando a un ambiente in cui l’egemonia statunitense persiste solo in forma transazionale ed episodica, priva dell’architettura basata sulle regole che un tempo ne strutturava l’esercizio.
| Potenza Regionale | Obiettivo Strategico Primario (Post-Israele) | Principale Rivalità Emergente |
| Arabia Saudita | Leadership religiosa e dominio dei corridoi logistici | Iran / Turchia |
| Iran | Consolidamento della “Mezzaluna Sciita” e stabilità del regime | Arabia Saudita / Turchia |
| Turchia | Influenza neo-ottomana nel Levante e controllo marittimo | Iran / Egitto |
| Egitto | Stabilità interna e prevenzione dell’afflusso di rifugiati | Turchia |
Il riesame del levante: lotta per il controllo territoriale
Il vuoto geografico immediato creato dall’assenza di Israele scatenerebbe una corsa frenetica per il controllo del territorio tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo. Questa zona diventerebbe il fulcro di rivendicazioni sia locali che regionali, con implicazioni profonde per la sovranità e la stabilità delle nazioni confinanti.
In assenza dello Stato d’Israele e delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), l’Autorità Palestinese (AP) e Hamas si troverebbero impegnati in un confronto diretto per la legittimità interna e il controllo territoriale. Tuttavia, l’AP è stata descritta come un attore sempre più marginale e irrilevante di fronte ai movimenti di resistenza più radicali. Senza l’ombrello di sicurezza israeliano, che paradossalmente protegge spesso l’AP dal collasso totale di fronte a Hamas o ad altre fazioni, la Cisgiordania rischierebbe di scivolare in un conflitto civile interno.
La realtà di uno stato unico, che alcuni studiosi sostengono esistere già de facto, verrebbe sostituita da una serie di enclave frammentate. Storicamente, il movimento nazionale palestinese è stato ostacolato da divisioni interne; senza il fattore unificante della lotta contro Israele, queste divisioni verrebbero probabilmente sfruttate dagli stati vicini desiderosi di espandere la propria influenza. In assenza di una struttura statale solida, i territori potrebbero trasformarsi in zone grigie governate da signori della guerra o comitati locali, simili a quanto osservato in altre aree di collasso statale nel Medio Oriente.
Precedenti storici e ambizioni di annessione regionale
La storia suggerisce che gli stati arabi vicini potrebbero non sostenere necessariamente un’entità palestinese pienamente indipendente, ma potrebbero invece cercare di annettere parti del territorio per la propria profondità strategica. Dopo la guerra arabo-israeliana del 1948, la Cisgiordania non fu costituita come stato indipendente, ma fu annessa dalla Giordania nel 1950. Tale annessione fu ampiamente considerata illegale dalla comunità internazionale, ma fu attuata dal re Abdullah I per espandere il Regno Hashemita, mossa criticata all’epoca da altre nazioni arabe come una sfida all’unità araba e alla causa palestinese.
In uno scenario moderno post-israeliano, la Giordania e l’Egitto affronterebbero un dilemma critico. Sebbene la solidarietà ideologica suggerisca il riconoscimento di uno Stato di Palestina, i rischi pratici per la sicurezza derivanti da un’entità instabile o radicalizzata ai loro confini sarebbero significativi. La Giordania, che ha visto la sua popolazione triplicare dopo l’annessione del 1950 (passando da 400.000 a 1.300.000 abitanti), teme che una nuova ondata di profughi o una Cisgiordania fuori controllo possa destabilizzare la monarchia.
L’Egitto, che ha amministrato la Striscia di Gaza dal 1948 al 1967, ha mostrato storicamente una riluttanza simile a farsi carico della popolazione di Gaza, preferendo mantenere l’area come un cuscinetto gestito militarmente piuttosto che integrarla nel proprio territorio nazionale.
Il collasso socioeconomico: dipendenze idriche ed energetiche

Uno degli aspetti meno considerati della scomparsa di Israele riguarda il grado di integrazione tecnologica e infrastrutturale che lo stato ha raggiunto con i suoi vicini, in particolare Giordania ed Egitto. La rimozione improvvisa delle forniture idriche, del gas naturale e della cooperazione tecnologica israeliana provocherebbe una catastrofe umanitaria immediata e il potenziale crollo dei governi di Amman e del Cairo.
La crisi idrica esistenziale della Giordania
La Giordania è uno dei paesi più poveri d’acqua al mondo, con una quota idrica pro capite di soli 61 metri cubi all’anno, ben al di sotto della soglia di povertà idrica globale fissata a 500 metri cubi. Ai sensi dell’accordo di pace del 1994, Israele fornisce alla Giordania circa 55 milioni di metri cubi d’acqua all’anno, cifra che è stata aumentata attraverso accordi successivi a oltre 100 milioni di metri cubi.
Un progetto critico, noto come “Prosperità” (Water for Energy), prevedeva che Israele fornisse 200 milioni di metri cubi d’acqua desalinizzata alla Giordania in cambio di energia solare. Se Israele scomparisse, queste forniture cesserebbero istantaneamente. Il settore agricolo giordano, che consuma il 55% dell’acqua del paese, subirebbe un collasso totale, portando a una disoccupazione di massa e all’insicurezza alimentare. Le carenze idriche hanno già alimentato proteste locali in regioni come Karak, e la perdita definitiva di queste risorse porterebbe probabilmente a disordini sociali, migrazioni di massa e alla destabilizzazione dell’ordine monarchico.
L’Egitto e la dipendenza dal Gas Naturale
L’Egitto, pur essendo un produttore di gas, è diventato sempre più dipendente dalle esportazioni israeliane per soddisfare la domanda interna e mantenere il suo ruolo di hub energetico regionale. Nel 2024, la produzione locale di gas in Egitto ha toccato il minimo da sei anni, rendendo necessari circa 10 miliardi di metri cubi (bcm) di gas importati da Israele. La cooperazione energetica rappresenta circa l’86% del commercio totale tra le due nazioni.
Le interruzioni temporanee della produzione israeliana durante i conflitti hanno già causato crisi energetiche al Cairo, con frequenti blackout. La scomparsa permanente di questa fornitura costringerebbe l’Egitto a piani di emergenza insostenibili, come l’importazione di GNL a prezzi di mercato globale, aggravando il già fragile debito pubblico egiziano e rischiando di innescare nuove rivolte popolari simili a quelle della Primavera Araba.
| Nazione | Dipendenza da Israele | Volume / Scala | Rischio di Stabilità |
| Giordania | Acqua Dolce | 100M+ mc / anno | Altissimo (Collasso del regime) |
| Egitto | Gas Naturale | 10 bcm / anno | Alto (Crisi energetica e debito) |
| Siria | Energia (Indiretta) | Via rete regionale | Medio (Peggioramento crisi elettrica) |
| Libano | Energia (Indiretta) | Potenziale via accordi regionali | Alto (Stato fallito) |
L’ascesa della Turchia come nuova potenza levantina
In un vuoto lasciato da Israele e con un indebolimento dell’asse guidato dall’Iran, la Turchia emergerebbe come la potenza musulmana non araba più capace della regione. Ankara ha trascorso l’ultimo decennio a posizionarsi come leader del mondo islamico, utilizzando spesso una retorica pro-palestinese per consolidare il sostegno interno e regionale.
La Turchia mantiene già una presenza militare significativa nel nord della Siria ed è stata uno dei principali beneficiari del collasso del regime di Assad nel dicembre 2024, sostenendo gruppi come Hayat Tahrir al-Sham (HTS). Senza l’esercito israeliano a frenare le sue ambizioni, la Turchia cercherebbe probabilmente di estendere la propria influenza più a sud nel Levante. Questa espansione è guidata sia da preoccupazioni di sicurezza, specificamente il contenimento dei movimenti curdi, sia dalla dottrina marittima della “Patria Blu” (Mavi Vatan).
Tale dottrina rivendica ampie pretese marittime nel Mediterraneo orientale, sfidando direttamente i confini marittimi e i corridoi energetici precedentemente stabiliti o supportati da Israele, Grecia e Cipro. Senza Israele, la Turchia avrebbe mano libera per dominare le risorse energetiche del Mediterraneo orientale e le rotte di transito verso l’Europa, mettendosi potenzialmente in rotta di collisione con l’Egitto e le potenze europee.
La rivalità con l’Iran e il controllo dei corridoi
Mentre Turchia e Iran hanno condiviso occasionalmente interessi comuni, il loro rapporto è fondamentalmente competitivo. Entrambi cercano di essere il polo dominante dell’influenza islamica. In un Medio Oriente post-israeliano, l’Asse della Resistenza perderebbe il suo obiettivo primario, e la postura regionale “attivista” della Turchia si scontrerebbe con i tentativi iraniani di mantenere la propria “Mezzaluna Sciita“. Ankara è diffidente nei confronti di un collasso totale dello stato iraniano a causa delle ondate di profughi e della frammentazione delle milizie che ne deriverebbero, ma trarrebbe vantaggio da un Iran indebolito che non può più proiettare potere attraverso Iraq e Siria.
Inoltre, la Turchia diventerebbe il perno centrale dei corridoi logistici eurasiatici. Se Israele non fosse più un’opzione per il corridoio IMEC (India-Middle East-Europe Economic Corridor), il “Development Road Project” attraverso l’Iraq e la Turchia diventerebbe l’unica alternativa fattibile per il commercio tra Asia ed Europa, conferendo ad Ankara un enorme potere di leva geopolitica.
L’Evoluzione degli attori non statali: Hezbollah e gli Houthi
La ragion d’essere di gruppi come Hezbollah e gli Houthi è profondamente radicata nella lotta contro Israele e l’egemonia occidentale. Se Israele dovesse scomparire, questi gruppi affronterebbero una crisi ontologica: dovrebbero transizionare verso ruoli politici convenzionali o trovare nuovi nemici per giustificare la propria esistenza militare.
Hezbollah è attualmente uno “stato nello stato” in Libano, con un apparato militare che opera al di fuori del quadro del governo sovrano. La sua legittimità primaria deriva dal suo ruolo di “resistenza” contro Israele. Senza la minaccia israeliana, la pressione interna libanese affinché Hezbollah si disarmi diventerebbe schiacciante. Ciò porterebbe probabilmente a una nuova fase di guerra civile o a un rimpasto violento del potere in Libano, con le fazioni sunnite, cristiane e druse che cercherebbero di riaffermare l’autorità dello stato centrale.
Tuttavia, il legame di Hezbollah con l’Iran è organico. Il gruppo potrebbe essere riconvertito da Teheran come strumento di proiezione del potere regionale contro i rivali arabi o la Turchia, destabilizzando ulteriormente il Levante. La scomparsa di Israele potrebbe quindi non portare la pace in Libano, ma trasformare il paese in un campo di battaglia per procura tra potenze musulmane rivali.
Gli Houthi e il dominio del Mar Rosso
Gli Houthi hanno utilizzato il conflitto con Israele per elevarsi da gruppo insorto yemenita a attore regionale capace di interrompere il commercio globale nel Mar Rosso. Le loro azioni sono state giustificate come solidarietà con la Palestina.
In uno scenario post-israeliano, gli Houthi manterrebbero probabilmente il controllo sullo stretto di Bab al-Mandeb, utilizzandolo come leva contro l’Arabia Saudita e le potenze globali. Senza la presenza navale israeliana e statunitense che tenta attualmente di contenerli, gli Houthi e i loro protettori iraniani potrebbero tenere in ostaggio l’accesso meridionale al Canale di Suez, influenzando i prezzi globali dell’energia e delle merci. Il Mar Rosso cesserebbe di essere una via di transito sicura per diventare un “complesso di sicurezza” interconnesso, dominato da attori non statali radicali.
L’Arabia Saudita e la competizione per la primazia islamica
L’atteggiamento dell’Arabia Saudita è passato da una possibile normalizzazione con Israele a una posizione di rivalità posizionale. La leadership saudita, sotto il principe ereditario Mohammed bin Salman, vede il Regno come una potenza in ascesa che non deve essere vincolata da accordi di sicurezza esterni.
La strategia statunitense in Medio Oriente ha tradizionalmente fatto affidamento su un modello “hub and spoke“, con Washington al centro e stati come Israele, Arabia Saudita ed Egitto come raggi. Senza Israele, questo modello fallirebbe. L’Arabia Saudita cercherebbe probabilmente di costruire un proprio ordine regionale, basato su piattaforme narrative, corridoi di investimento e autorità religiosa, piuttosto che sulla sola forza militare.
Riyadh si è già allontanata dai progetti economici a guida israeliana, come l’IMEC, guardando a alternative che escludono Israele. Questo suggerisce che le potenze regionali si stanno già preparando a un Medio Oriente post-israeliano in cui lo Stato ebraico non è più un attore centrale nella catena logistica globale. Tuttavia, l’assenza di Israele renderebbe l’Arabia Saudita più vulnerabile alla pressione iraniana, costringendo il Regno a un massiccio riarmo o alla ricerca di nuove garanzie di sicurezza da parte di Cina o Russia.
Proliferazione nucleare e corsa agli armamenti
La scomparsa di Israele, a lungo sospettato di essere l’unica potenza nucleare della regione, potrebbe paradossalmente accelerare la proliferazione. Se l’Iran dovesse raggiungere la soglia nucleare nel vuoto di potere che ne seguirebbe, l’Arabia Saudita ha segnalato che seguirebbe immediatamente l’esempio per mantenere l’equilibrio di potere. Senza il “deterrente” israeliano che ha storicamente preso di mira le installazioni nucleari iraniane, la strada verso un Iran e successivamente l’Arabia Saudita e una Turchia dotati di armi nucleari sarebbe molto più sgombra, aumentando esponenzialmente il rischio di un conflitto nucleare regionale.
La sicurezza dei passaggi marittimi come lo Stretto di Hormuz e il Canale di Suez è vitale per l’economia mondiale. La scomparsa di Israele altererebbe radicalmente la protezione di queste rotte.
| Chokepoint Marittimo | Ruolo Attuale di Controllo / Minaccia | Dinamica Post-Israele |
| Canale di Suez | Egitto (con coordinamento indiretto) | Vulnerabilità a pressioni Houthi/Iraniane |
| Bab al-Mandeb | Coalizioni Internazionali / Houthi | Egemonia Houthi senza contrappeso regionale |
| Stretto di Hormuz | Iran / Marina USA | Dominio iraniano assoluto senza check regionale |
La scomparsa di Israele lascerebbe la responsabilità della sicurezza marittima interamente al “Consiglio del Mar Rosso” (composto da stati come Arabia Saudita, Egitto e Giordania) o a potenze esterne come la Cina. Molti di questi stati costieri mancano tuttavia della capacità navale per contrastare minacce asimmetriche. L’interruzione di queste rotte porterebbe a un aumento drastico dei costi di nolo, delle assicurazioni e dei premi di rischio, con un impatto diretto sui prezzi dell’energia e dei beni di consumo in Europa e in Asia.
Il ritiro strategico degli Stati Uniti e l’ascesa di Cina e Russia
Il sostegno a Israele è stato il pilastro della politica mediorientale degli Stati Uniti per decenni. La scomparsa di Israele eliminerebbe la principale ragione della massiccia presenza militare statunitense nella regione, portando probabilmente a un disimpegno accelerato. Questo creerebbe un vuoto che Russia e Cina sarebbero pronte a colmare.
La Cina ha già iniziato a posizionarsi come mediatore neutrale, come dimostrato nel riavvicinamento tra Iran e Arabia Saudita. In un Medio Oriente post-israeliano, gli stati regionali guarderebbero sempre più a Pechino per gli investimenti infrastrutturali e a Mosca per la fornitura di armi, riducendo l’influenza globale degli Stati Uniti. Questo spostamento verso un ordine multipolare renderebbe la regione ancora più instabile, poiché né la Cina né la Russia hanno mostrato l’intenzione o la capacità di agire come fornitori di sicurezza globale simili agli Stati Uniti.
Sintesi delle implicazioni locali per le popolazioni
A livello locale, la scomparsa dello Stato d’Israele non si tradurrebbe necessariamente in una maggiore libertà o prosperità per le popolazioni palestinesi e dei paesi limitrofi. Al contrario, i dati suggeriscono un futuro di frammentazione e fragilità.
Popolazioni Palestinesi: Senza una struttura statale israeliana o palestinese forte, le popolazioni di Gaza e della Cisgiordania vivrebbero probabilmente sotto un regime di occupazione parziale da parte dei vicini arabi o in enclaves governate da milizie radicali, con servizi di base (elettricità, acqua, sanità) gravemente compromessi.
Popolazione Giordana: Il rischio di collasso economico e idrico porterebbe a una crisi umanitaria interna, con il potenziale per rivolte che potrebbero abbattere la monarchia Hashemita, trasformando il paese in un’altra zona di conflitto civile simile alla Siria post-2011.
Popolazione Egiziana: La crisi energetica e l’afflusso di rifugiati da Gaza metterebbero a dura prova le risorse dello stato, aumentando il rischio di instabilità politica e radicalizzazione religiosa.
Minoranze Regionali: Gruppi come i curdi o le minoranze cristiane in Libano e Siria perderebbero un contrappeso alle spinte egemoniche turche o iraniane, rischiando nuove ondate di persecuzione o pulizia etnica.
Un ordine basato sulla forza e sulla competizione diretta

L’analisi geopolitica fattuale indica che il Medio Oriente senza Israele sarebbe una regione caratterizzata da una volatilità superiore rispetto a quella attuale. La rimozione della “forza ordinatrice negativa” israeliana non eliminerebbe i conflitti, ma li trasformerebbe in scontri diretti tra medie potenze (Turchia, Iran, Arabia Saudita) per la supremazia religiosa, economica e territoriale.
Le nazioni rimanenti agirebbero secondo una logica di competizione di potenza pura, priva dei vincoli imposti dall’architettura di sicurezza guidata dagli Stati Uniti. La dipendenza critica dalle infrastrutture idriche ed energetiche precedentemente fornite da Israele creerebbe una vulnerabilità immediata per milioni di persone, rendendo i governi di Giordania ed Egitto estremamente fragili. In questo scenario, il Medio Oriente smetterebbe di essere un’area di bipolarità residua per diventare un campo di battaglia multipolare, dove la sicurezza marittima, la stabilità energetica e la sovranità statale sarebbero costantemente rinegoziate attraverso la forza o l’influenza delle milizie. La scomparsa di Israele, lungi dal risolvere la “questione palestinese” o portare la stabilità, innescherebbe una reazione a catena che potrebbe ridefinire i confini e le alleanze del mondo musulmano per i decenni a venire.
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