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Il Pentagono accelera su THAAD: la corsa per blindare il cuore dello scudo antimissile

Il Pentagono ha firmato un nuovo accordo con BAE Systems e Lockheed Martin per quadruplicare la produzione dei sensori di guida del sistema THAAD, una mossa che rafforza non solo un programma d’arma, ma l’intera architettura industriale della difesa missilistica americana. Il messaggio politico e militare è netto: Washington vuole trasformare la capacità produttiva in una componente strategica della deterrenza.

Un componente decisivo

Il THAAD, acronimo di Terminal High Altitude Area Defense, è uno dei sistemi più importanti nello scudo antimissile statunitense. Il suo compito è intercettare missili balistici sia nell’atmosfera sia nello spazio esterno, usando un impatto cinetico “hit to kill”, cioè senza esplosivo. A rendere possibile questa precisione è il seeker infrarosso prodotto da BAE, il sensore che individua, aggancia e guida l’intercettore verso il bersaglio.

Secondo il comunicato del Dipartimento della Guerra, l’intesa è un framework agreement di sette anni e punta a quadruplare la produzione dei seeker per supportare la linea THAAD di Lockheed Martin. BAE realizzerà il lavoro nei propri stabilimenti di Nashua, nel New Hampshire, e Endicott, nello Stato di New York.

La novità non sta solo nel numero delle unità prodotte. Sta soprattutto nel fatto che il Pentagono ha scelto di intervenire sulla catena di fornitura, non soltanto sul produttore finale. È un cambio di metodo. Invece di limitarsi a ordinare più intercettori, Washington sta cercando di mettere in sicurezza i colli di bottiglia industriali che possono rallentare l’intero sistema.

Tom Arseneault, amministratore delegato di BAE Systems, ha definito l’accordo un segnale di domanda di lungo periodo che consente di investire con maggiore fiducia nella capacità produttiva. Michael Duffey, sottosegretario per Acquisition and Sustainment, ha detto che garantire la supply chain è “critico quanto” il rapporto con i prime contractor e che l’obiettivo è mettere la base industriale “su un piede di guerra”.

Dalla crisi del Medio Oriente alla corsa industriale

L’accordo arriva in un momento in cui la guerra dei missili e dei droni ha riportato al centro il tema del costo dell’intercettazione. Defense News osserva che la domanda di sistemi costosi contro minacce relativamente economiche, come i droni Shahed iraniani, ha reso più visibile la fragilità del modello attuale. L’articolo richiama anche il fatto che Reuters ha riportato una produzione iraniana di circa 10.000 Shahed al mese, segnalando quanto la scala industriale conti ormai quanto la tecnologia.

In questo quadro, il THAAD resta una delle risorse più preziose del portafoglio americano. Il sistema è pensato per difendere aree strategiche da missili balistici a quota alta, con una capacità che va oltre la sola difesa di punto. Per Washington, aumentare la produzione significa ridurre il rischio di restare scoperta in uno scenario di conflitto prolungato.

L’effetto Lockheed

L’intesa sui seeker non è isolata. A gennaio Lockheed Martin aveva già ottenuto un accordo separato per quadruplicare la produzione annua dei lanciatori/intercettori THAAD da 96 a 400 unità nei prossimi sette anni. La scelta di coordinare le due mosse mostra che il Pentagono non sta ragionando per singolo programma, ma per ecosistema: motore, sensore, intercettore, linee di assemblaggio, fornitori specializzati.

C’è anche un altro segnale. Lockheed ha ottenuto un accordo analogo per il PAC-3, con l’obiettivo di aumentare la produzione annuale da 600 a 2.000 unità. Il quadro complessivo è quello di una potente ricalibrazione industriale, con la difesa antimissile che torna a essere un settore da espandere in massa, non solo da aggiornare tecnologicamente.

Il nuovo paradigma della difesa

La lettura politica è semplice. Gli Stati Uniti stanno trattando la capacità produttiva come una forma di potere nazionale, al pari della tecnologia e dell’addestramento. Il punto non è solo avere il sistema migliore, ma poterlo costruire in tempi rapidi, in quantità elevata e con una supply chain resiliente.

Questo spiega il linguaggio usato dal Dipartimento della Guerra, che parla apertamente di “Arsenal of Freedom” e di basi industriali da riportare a una condizione di produzione intensiva. È una formula che rimanda a una visione quasi bellica dell’economia della difesa. E indica che la lezione degli ultimi anni è stata assimilata: senza scala, anche la superiorità tecnologica rischia di diventare fragile.

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Laura Antonelli
Laura Antonellihttps://www.alground.com
Esperta di diritto sul web e del mondo Microsoft, Antonella fa parte di importanti associazioni internazionali per la sicurezza delle reti e l'hardening dei sistemi.
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