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Gli Houthi i guerrieri che nessuno riesce a battere

Tra il 3 e l’11 settembre gli Houthi hanno preso Mokha, Dhubab e Mayyun, l’isola dentro Bab el-Mandeb. È il più ampio spostamento del fronte yemenita dalla tregua del 2022. Resta la domanda di fondo: quanto è forte, militarmente, Ansar Allah? La risposta non sta in una singola arma. Sta in un sistema costruito in vent’anni per non dover mai vincere uno scontro diretto.

Nove schede, dalle montagne di Saada allo stretto: puoi aprirle in ordine o partire da quella che ti interessa.

L’offensiva è partita il 3 settembre 2026. Il primo obiettivo era tagliare la strada tra Taiz e il porto di Mokha. Mokha è caduta il 10 settembre, dopo giorni di combattimenti con le forze governative.

Il giorno dopo fonti governative e fonti Houthi hanno confermato all’Associated Press la presa di Mayyun, nota anche come Perim. Negli stessi giorni è caduta Dhubab, ultima cittadina del Mar Rosso rimasta al Consiglio presidenziale. Gli Houthi hanno preso anche le isole Hanish.

Secondo le Nazioni Unite gli sfollati sono oltre centomila. Molti hanno tentato la traversata in barca verso Gibuti.

Controllare costa e isole non significa poter chiudere Bab el-Mandeb a qualunque nave. Ma Mayyun divide lo stretto in due canali di navigazione. Da lì passano sorveglianza, droni e missili contro il traffico tra Mar Rosso e Golfo di Aden.

Tra il 2004 e il 2010 gli Houthi combatterono sei guerre contro il governo yemenita. All’inizio erano una forza piccola e poco organizzata. Nel 2004 non riuscirono nemmeno a difendere le basi in montagna, e il fondatore Hussein al-Houthi venne ucciso.

Guerra dopo guerra, però, impararono. Nel 2010 conquistavano località strategiche e accerchiavano reparti dell’esercito fino alla resa. Compivano anche incursioni in territorio saudita.

È lì che nasce il metodo. Piccoli reparti mobili, conoscenza del terreno, imboscate, mine, cecchini, missili anticarro, mortai e attacchi alle linee di rifornimento. Invece di concentrare migliaia di uomini in grandi basi, disperdono uomini e mezzi. Spostano le unità in fretta e sfruttano montagne, villaggi e cavità sotterranee.

Quell’impostazione è rimasta. Negli ultimi anni gli Houthi hanno ampliato strutture sotterranee nel nord-ovest del paese. Proteggono uomini, depositi, missili e impianti di assemblaggio. Anche il comando è relativamente decentrato. I comandanti locali possono continuare a operare se la leadership centrale viene colpita. È una delle ragioni per cui l’organizzazione ha retto ad anni di bombardamenti sauditi, americani e israeliani.

Nel settembre 2014 gli Houthi entrano a Sana’a e prendono il controllo di una parte importante dell’apparato statale. Da quel momento non hanno più soltanto le armi di una guerriglia.

Mettono le mani su depositi dell’esercito, artiglieria, carri armati, sistemi antiaerei, missili e installazioni militari. Soprattutto acquisiscono personale già addestrato nelle vecchie forze armate yemenite.

Il punto conta, perché si ripete spesso che tutto l’arsenale Houthi arrivi dall’Iran. Non è così semplice. La prima grande base viene proprio dall’esercito yemenita.

È altrettanto vero che senza sostegno esterno, soprattutto iraniano, difficilmente avrebbero raggiunto le capacità di oggi. Secondo il Wilson Center, già nel 2015 la Forza Quds dei Pasdaran inviava componenti missilistici destinati all’assemblaggio locale. Il contrabbando viaggiava soprattutto su dhow e piccoli pescherecci.

SAMMAD-3

Secondo gli esperti delle Nazioni Unite, lo Yemen degli Houthi non sa produrre da solo i sistemi più sofisticati. Vale per missili balistici a medio raggio, missili da crociera, antinave avanzati, sistemi terra-aria, ottiche e alcune categorie di droni.

In mare sono state intercettate spedizioni con motori, sistemi di guida, parti di testate, esplosivi, armi anticarro ed elettronica. Le rotte passano soprattutto per il Mar Arabico e il Mar Rosso. Esistono però anche vie terrestri e reti commerciali internazionali.

Per l’IISS il caso più avanzato di produzione locale è il drone kamikaze Sammad-3. È impiegato su larga scala, anche contro Israele. Ma anche qui la filiera è mista. Secondo un’analisi di Defense Express sui dati IISS, monta giroscopi iraniani e motori cinesi DLE-170.

Questo non significa che Pechino armi gli Houthi. Motori, GPS, antenne ed elettronica sono spesso prodotti dual-use, acquistabili tramite intermediari e società di comodo.

Per i sistemi più complessi il discorso cambia. L’IISS considera i Palestine-2 quasi certamente forniti dall’Iran, al massimo assemblati in parte in Yemen. Lo stesso istituto esclude che sappiano produrre i piccoli turbogetti e i radar di guida dei missili da crociera.

Da qui un dibattito aperto. C’è chi descrive gli Houthi come un semplice proxy di Teheran, dipendente dalle forniture. Altri, ricorda l’IISS, ne sottolineano l’autonomia politica e la crescente capacità produttiva locale.

Il risultato è un arsenale ibrido anche sul piano industriale. Convivono vecchie armi yemenite, sistemi iraniani, componenti commerciali e una crescente produzione locale.

Comprende missili balistici a corto e medio raggio, missili da crociera per attacchi terrestri, antinave e balistici antinave. A questi si aggiungono droni da ricognizione e droni kamikaze.

Per gli attacchi terrestri le famiglie più note sono Burkan, Zulfiqar, Hatem, Toofan e Palestine. Per la guerra antinave Asef, Faleq, Mayun e Bahr al-Ahmar. I missili da crociera appartengono soprattutto alla famiglia Quds. Tra i droni spiccano Qasef, Sammad e sistemi derivati dagli Shahed iraniani.

Alcune gittate dichiarate dagli Houthi superano i 2.000 chilometri. Non tutte le prestazioni annunciate sono state verificate in modo indipendente.

Stessa prudenza sui cosiddetti missili ipersonici. Alcuni balistici Houthi superano Mach 5 in una parte della traiettoria, come molti missili balistici. Questo non li rende equivalenti ai sistemi ipersonici manovranti sviluppati dalle grandi potenze.

La trasformazione più sorprendente è quella navale. Un movimento nato sulle montagne oggi dispone di missili antinave, balistici contro bersagli navali, droni e barchini esplosivi senza equipaggio. Ha anche mine e piccoli reparti addestrati all’abbordaggio.

La componente missilistica antinave è soprattutto iraniana. Accanto restano alcuni vecchi sistemi sovietici e cinesi ereditati dalle forze yemenite.

La campagna iniziata a novembre 2023 ne ha mostrato anche i limiti. Secondo gli Stati Uniti, fino a ottobre 2024 gli attacchi contro navi commerciali e militari furono quasi 190. Solo una parte causò danni reali: la precisione tattica è rimasta bassa.

Ma gli Houthi non devono affondare ogni nave. Basta un rischio abbastanza alto da convincere le compagnie a cambiare rotta. Secondo il Washington Institute, a fine 2024 i transiti a Bab el-Mandeb erano ancora più che dimezzati su base annua.

Gran parte del traffico ha scelto il Capo di Buona Speranza. Tatticamente molti attacchi falliscono. Strategicamente l’effetto resta enorme.

Contro una nave da guerra occidentale il confronto è impari. Le grandi unità hanno radar avanzati, guerra elettronica, missili superficie-aria e copertura aerea. Gli Houthi non hanno dimostrato di poter competere alla pari con una flotta occidentale.

La loro forza è un’altra: costringere quella flotta a usare intercettori sofisticati e costosi contro droni e missili molto più economici.

Anche con Israele il divario tecnologico resta enorme. La maggior parte di missili e droni lanciati dallo Yemen viene intercettata o non raggiunge l’obiettivo. Alcuni però hanno superato le difese. Una bassa probabilità di successo diventa un problema quando gli attacchi si ripetono nel tempo.

Con l’Arabia Saudita il quadro cambia. Contano la vicinanza, l’esperienza lungo il confine e anni di combattimenti. Gli Houthi hanno dimostrato di poter minacciare città, aeroporti, basi e infrastrutture saudite con droni e missili.

Non possono affrontare simmetricamente l’esercito saudita, che ha aviazione e difese enormemente superiori. Possono però rendere il costo di una guerra altissimo.

Sul terreno hanno dimostrato di saper combattere. Hanno preso Sana’a nel 2014, resistito alla coalizione guidata dall’Arabia Saudita e mantenuto Hudaydah. Hanno conquistato Al-Hazm, capoluogo di Al-Jawf, e tra il 2020 e il 2021 sono arrivati vicino a Marib.

Hanno anche perso. Tra la fine del 2021 e l’inizio del 2022 le Brigate dei Giganti, sostenute dagli Emirati, contrattaccarono e fermarono l’avanzata. Davanti a forze terrestri organizzate, con un’efficace copertura aerea, gli Houthi possono essere respinti.

L’offensiva di settembre conferma invece la capacità di adattamento. Secondo The Conversation, gli Houthi hanno preso circa 5.400 chilometri quadrati di territorio in pochi giorni.

Sul ruolo di Teheran le letture divergono. Il sito di analisi Horn Review sostiene che la campagna costiera si sia svolta sotto la guida diretta dei Pasdaran. È un’interpretazione analitica, non un fatto accertato da fonti indipendenti.

Resta il problema dei numeri. Le stime sulle forze Houthi oscillano molto e vanno trattate con prudenza. Centinaia di migliaia di uomini non sono centinaia di migliaia di soldati professionisti. Convivono forze permanenti, apparati di sicurezza, riserve, combattenti tribali e mobilitati con addestramento molto diverso.

Le debolezze sono concrete. Non hanno un’aviazione da combattimento né una marina convenzionale. La difesa aerea è limitata contro velivoli avanzati. Molti missili mancano il bersaglio, e per le tecnologie più sofisticate dipendono dall’estero.

Sotto diversi aspetti somigliano più ai Pasdaran e a Hezbollah che a un esercito arabo convenzionale. Ma l’Iran ha industria della difesa, satelliti, radar e forze aerospaziali. Gli Houthi ne sono una versione più piccola, povera e rudimentale.

Contare solo i missili intercettati porta fuori strada. Gli Houthi non devono essere più forti dell’avversario. Devono durare più a lungo di quanto l’avversario sia disposto a combattere, e rendere costosa ogni operazione contro di loro.

Non sono un esercito convenzionale ridotto a guerriglia. Sono una guerriglia molto esperta che, senza cambiare natura, ha aggiunto alcune capacità tipiche degli Stati. È questo a renderli uno degli attori non statali più difficili da neutralizzare in Medio Oriente.

Per chi legge in Italia la questione è diretta. Ogni nave dirottata verso il Capo di Buona Speranza evita Suez e il Mediterraneo. E la Marina Militare è tra i contributori della missione europea Aspides nel Mar Rosso.

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Alex Trizio
Alex Triziohttps://www.alground.com
Da sempre appassionato di informatica e nuove tecnologie. Si avvicina al mondo dell’open source e partecipa attivamente allo sviluppo del sistema operativo Linux. Questi progetti lo portano a lunghe collaborazioni all’estero, dove approfondisce le interazioni fra software ed essere umano. I molti viaggi in Medio Oriente aumentano la passione per la politica e la geopolitica internazionale. Questo mix di elevate competenze si sposa perfettamente con il progetto editoriale fondato dalla madre, Brunilde Trizio. Ora Alessandro è Amministratore e Direttore strategico del Gruppo Trizio.
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