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Alexei Navalny non sarebbe morto per cause naturali, ma avvelenato con una potentissima tossina ricavata dalla pelle di rane freccia velenose sudamericane, l’epibatidina, secondo cinque governi europei. La nuova rivelazione, basata su analisi tossicologiche indipendenti, punta direttamente allo Stato russo, accusato di avere avuto mezzi, movente e opportunità per eliminarlo mentre era detenuto in una colonia penale artica.
La nuova indagine tossicologica
Il punto di svolta arriva da un’indagine tossicologica congiunta condotta su campioni biologici prelevati dal corpo di Navalny e analizzati in laboratori europei, che hanno individuato la presenza di epibatidina, una neurotossina di estrema potenza. Questa sostanza, che agisce in modo simile a un agente nervino, è naturalmente prodotta da alcune rane freccia velenose del Sud America e non si trova in natura in Russia, dettaglio che rafforza il sospetto di un avvelenamento deliberato con un composto sofisticato e difficilmente reperibile.
Secondo il comunicato congiunto di Regno Unito, Francia, Germania, Svezia e Paesi Bassi, i risultati di laboratorio confermano la presenza di epibatidina nei campioni di Navalny e rendono altamente probabile che la sua morte in carcere sia stata causata da un avvelenamento mirato e non da un improvviso malore. Le autorità sottolineano che il quadro clinico attribuito a Navalny negli ultimi istanti di vita, con paralisi, dolore acuto e insufficienza respiratoria, è pienamente compatibile con gli effetti noti dell’epibatidina sull’organismo umano. Il profilo dei sintomi coincide in modo inquietante con quanto descritto nei dossier medici e nelle ricostruzioni degli esperti.
Una morte in prigione sotto il controllo dello Stato
Navalny è morto il 16 febbraio 2024 in una remota colonia penale oltre il Circolo Polare Artico, la famigerata struttura di massima sicurezza “Lupo Polare”, dove stava scontando una condanna a 19 anni di reclusione per accuse considerate politicamente motivate da governi occidentali e organizzazioni per i diritti umani. Pochi giorni prima di morire, appariva in buona salute e di buon umore in un filmato registrato all’interno del penitenziario, un elemento che rende ancora più sospetta la versione ufficiale russa secondo cui si sarebbe trattato di un decesso per cause naturali dopo una passeggiata.
Il fatto decisivo, ricordano i governi europei, è che Navalny sia morto mentre era interamente sotto la custodia dello Stato russo, in un ambiente totalmente controllato, dove solo le autorità penitenziarie avevano accesso al suo corpo, al suo cibo e ai suoi spostamenti. Mezzi, movente e opportunità convergono sullo Stato russo, che aveva il controllo assoluto del contesto in cui il dissidente è stato avvelenato. È in questo quadro che la dichiarazione congiunta dei cinque paesi indica implicitamente una responsabilità diretta del potere statale nella somministrazione del veleno.
Il ruolo dei governi europei e la prova dell’epibatidina
La sequenza ricostruita dalle fonti europee comincia con l’iniziativa dei familiari e dei collaboratori di Navalny, che sono riusciti a prelevare campioni biologici dal corpo del dissidente e a farli arrivare, in condizioni di sicurezza, alle autorità dei paesi coinvolti. Questi campioni sono stati quindi sottoposti a una batteria di test in diversi laboratori specializzati, in un processo definito complesso dagli stessi ministri degli Esteri, sia per la natura del veleno, sia per il tempo trascorso dalla morte.
Gli esami hanno dato un responso univoco: tracce di epibatidina, una molecola nota in farmacologia per la sua azione sui recettori nicotinici e studiata in passato come potente analgesico, poi scartato proprio a causa dell’elevata tossicità. Gli esperti ricordano che un dosaggio relativamente basso di epibatidina è sufficiente a provocare convulsioni, crisi respiratorie, arresto cardiaco e morte, con un profilo che richiama gli effetti dei più noti agenti nervini militari. L’epibatidina viene descritta come un veleno rarefatto e micidiale, in grado di uccidere rapidamente anche a dosi limitate.
Dal punto di vista tecnico, gli scienziati coinvolti sottolineano che la sostanza può essere sintetizzata in laboratorio, e che nel caso Navalny è fortemente sospettata una produzione artificiale, compatibile con le capacità di un complesso militare o di sicurezza statale e non con un uso improvvisato da parte di attori privati. È questo elemento, unito alla rarità del composto e alla sua assenza dall’ecosistema russo, che rafforza l’idea di un’operazione organizzata ad alto livello e non di un avvelenamento casuale o di un gesto criminale isolato. La scelta di un veleno esotico e non tracciabile sembra infatti parte integrante della strategia di eliminazione del dissidente.
Mosca insiste sulle “cause naturali”
Sin dal giorno della morte di Navalny, le autorità russe hanno sostenuto che il leader dell’opposizione si sarebbe sentito male dopo una passeggiata nel cortile del penitenziario, per poi morire per cause naturali non meglio specificate. Questa versione è stata accolta con scetticismo da governi occidentali e osservatori indipendenti, che già allora avevano ricordato il precedente avvelenamento del 2020 e la lunga storia di casi sospetti che coinvolgono oppositori del Cremlino colpiti da veleni o sostanze radioattive.
Con l’emergere dei risultati sui campioni biologici, la narrazione ufficiale russa appare sempre più fragile e contraddittoria. I governi europei fanno notare che, considerando la tossicità dell’epibatidina e i sintomi riferiti, l’avvelenamento era una causa di morte altamente probabile, in aperto contrasto con le dichiarazioni di Mosca. La linea difensiva del Cremlino appare sempre più isolata, mentre cresce il consenso internazionale attorno alla tesi dell’omicidio politico. In Russia, i media statali hanno cercato di minimizzare o screditare le nuove informazioni, presentandole come parte di una campagna occidentale di delegittimazione, mentre le autorità non hanno fornito risposte sostanziali alle richieste di chiarimento.
Yulia Navalnaya e l’accusa personale a Putin
La reazione più dura è arrivata dalla vedova del dissidente, Yulia Navalnaya, che da due anni porta avanti una campagna internazionale per chiedere giustizia per la morte del marito. In un messaggio pubblicato su X, Navalnaya ha scritto che “Vladimir Putin è un assassino” e che il presidente russo deve essere ritenuto responsabile di tutti i suoi crimini, personalizzando al massimo il livello dell’accusa e puntando direttamente al vertice del potere russo. Il bersaglio politico è il Cremlino nella persona di Putin, indicato come mandante ultimo della macchina repressiva.
Navalnaya ha parlato anche alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, dove la tempistica dell’annuncio europeo ha avuto un forte impatto simbolico: alla vigilia del secondo anniversario della morte di Navalny, la conferma di un avvelenamento con un veleno esotico ha riportato il caso al centro dell’agenda diplomatica occidentale. La figura della vedova è diventata, agli occhi di molti, il nuovo volto del dissenso russo all’estero, capace di intrecciare la battaglia per la verità sulla morte del marito con una più ampia denuncia del carattere repressivo del regime putiniano. Yulia Navalnaya si propone come erede politica del marito, trasformando il lutto personale in una piattaforma di opposizione globale.
Dal Novichok all’epibatidina: la continuità della violenza chimica
La storia di Navalny è già segnata da un precedente avvelenamento, risalente all’agosto 2020, quando il dissidente si era sentito male su un volo interno russo ed era stato poi trasferito in Germania, dove laboratori specializzati e organismi internazionali avevano confermato la presenza di un agente nervino del tipo Novichok, di origine sovietica. Quell’episodio aveva spinto Stati Uniti, Unione Europea e Regno Unito a introdurre sanzioni mirate contro funzionari e strutture legate all’apparato di sicurezza russo, consolidando l’immagine di un regime disposto a ricorrere a sostanze proibite per neutralizzare i propri oppositori.
L’uso dell’epibatidina, se definitivamente accertato, segnerebbe un’evoluzione inquietante, in cui a un agente nervino militare si affianca un veleno di origine naturale, manipolato però con le capacità e la precisione di un programma chimico avanzato. Gli stessi governi europei richiamano nel loro comunicato i precedenti di Novichok, compreso l’attacco di Salisbury del 2018 contro l’ex spia Sergei Skripal, come parte di un modello in cui solo lo Stato russo ha dimostrato i mezzi e la volontà di violare il diritto internazionale con l’uso di tossine letali. Si delinea un pattern di violenza chimica, che va oltre il singolo caso e tocca la credibilità degli impegni internazionali di Mosca.
In questo senso, il caso Navalny viene inquadrato non come un episodio isolato ma come l’ennesima manifestazione di una strategia di intimidazione che utilizza il veleno non solo per eliminare fisicamente una persona, ma per inviare un messaggio alla società russa e al mondo: la sfida al potere può avere un prezzo estremo, inflitto con strumenti segreti e difficilmente tracciabili. Il ricorso sistematico a metodi di questo tipo alimenta il clima di paura tra gli oppositori, rafforzando la percezione di un regime pronto a superare qualsiasi limite pur di mantenersi al comando.
Reazioni internazionali e sfida al diritto sulle armi chimiche
I cinque paesi europei che hanno firmato la dichiarazione hanno annunciato l’intenzione di portare formalmente il caso davanti all’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, sostenendo che l’uso dell’epibatidina contro Navalny costituisce una violazione della Convenzione sulle armi chimiche e, in questo caso, anche della Convenzione sulle armi biologiche e sulle tossine. L’obiettivo è costruire un dossier che attribuisca responsabilità allo Stato russo nell’ambito dei regimi di non proliferazione, pur sapendo che le possibilità di conseguenze concrete immediate sono limitate dal peso politico e dal potere di veto di Mosca in altre sedi internazionali.
Le capitali europee mettono però l’accento sulla dimensione politica della risposta. Londra ha accusato la Russia di avere dimostrato ancora una volta fino a che punto è pronta a spingersi per terrorizzare la popolazione e minare la democrazia, insistendo sul fatto che il ricorso a veleni esotici per zittire un oppositore interno ha un impatto diretto sulla sicurezza europea e sulle regole condivise in materia di armi proibite. Altri governi suggeriscono di usare il caso per rafforzare il fronte delle sanzioni e per isolare ulteriormente Mosca nei consessi internazionali dove ancora siede come interlocutore. Il caso Navalny diventa un test politico per l’Europa, chiamata a dimostrare coerenza tra principi dichiarati e azioni concrete.
Il significato politico della figura di Navalny
Per oltre un decennio, Navalny è stato il più noto oppositore interno di Vladimir Putin, capace di combinare inchieste sulla corruzione, mobilitazione di piazza e una comunicazione incisiva sui social media. Attraverso fondazioni e team sparsi in varie città russe, aveva denunciato appropriazioni indebite, arricchimenti sospetti e schemi di potere che coinvolgevano figure di spicco dell’élite politica e imprenditoriale russa, mettendo in luce non solo la natura autoritaria del regime, ma anche la sua dimensione cleptocratica. Il suo lavoro investigativo ha svelato l’intreccio tra potere e ricchezza, minando il consenso costruito attorno al Cremlino.
Dopo il suo ritorno in Russia nel 2021, nonostante il rischio evidente di arresto, Navalny è stato processato e condannato in una serie di procedimenti giudiziari che ONG e governi occidentali hanno definito fittizi e politicamente motivati, con pene sempre più pesanti fino alla condanna a 19 anni che stava scontando al momento della morte. La scelta di rinchiuderlo in una colonia penale artica, lontana dai centri urbani e dai media indipendenti, è stata letta come il tentativo del potere russo di renderlo invisibile, riducendo al minimo il contatto con i sostenitori e rendendo più difficile qualsiasi monitoraggio internazionale delle sue condizioni. L’isolamento carcerario di Navalny è parte integrante della strategia repressiva, mirata a spezzare il legame tra il leader e la società.
In questo quadro, l’ipotesi di un avvelenamento con una tossina rara e letale inserisce la sua morte in un copione coerente con il modo in cui il Cremlino ha trattato altre figure scomode, dal caso Skripal a quello di altri dissidenti o ex agenti russi colpiti all’estero. Per i critici del regime, la vicenda conferma che Navalny era considerato non solo un oppositore interno, ma una minaccia esistenziale al sistema di potere costruito intorno a Putin, al punto da giustificare l’uso di metodi estremi anche in un contesto carcerario controllato.
Un precedente che pesa sul futuro
La nuova evidenza sull’epibatidina arriva in un momento in cui la Russia è già sotto pressione internazionale per la guerra in Ucraina e per le denunce di violazioni dei diritti umani all’interno del paese, creando un ulteriore livello di frizione con l’Europa e rafforzando la narrativa occidentale di un Cremlino disposto a infrangere regole fondamentali pur di preservare il proprio controllo. Per i governi che hanno firmato la dichiarazione, il caso Navalny diventa così un banco di prova della credibilità del sistema internazionale di proibizione delle armi chimiche, ma anche un simbolo della lotta tra autoritarismo e democrazia.
La vicenda solleva inoltre una domanda scomoda sul futuro del dissenso russo. Se il principale oppositore interno può essere ucciso in una colonia penale remota con un veleno raro, sotto il controllo totale dello Stato, il messaggio rivolto agli attivisti rimasti nel paese è chiaro: il costo dell’opposizione può essere estremo e non risparmia neppure chi gode di una forte visibilità internazionale. Allo stesso tempo, la determinazione di Yulia Navalnaya e il sostegno di una parte consistente dell’opinione pubblica occidentale mostrano che la figura di Navalny continua ad avere un peso politico e simbolico oltre la sua morte, trasformandolo in un martire della resistenza al potere putiniano. La morte di Navalny segna un punto di non ritorno, destinato a pesare a lungo sulle relazioni tra Russia e Occidente e sul destino del movimento di opposizione russa.


