01 Febbraio 2026
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Terrore a Gerusalemme: sei morti alla fermata del bus, la città ripiomba nell’incubo

La mattina dell’8 settembre Gerusalemme si è svegliata nel terrore, colpita da un attacco a mano armata che ha seminato morte e caos tra la popolazione. In pochi minuti, una folla in attesa dell’autobus a Ramot Junction, uno dei nodi principali della città, è stata travolta da una raffica di colpi d’arma da fuoco: il fragore degli spari ha interrotto la quotidianità, lasciando sul terreno almeno cinque vittime e numerosi feriti, alcuni in condizioni gravissime. I testimoni presenti hanno raccontato scene di panico e disperazione, con i soccorritori che si sono precipitati tra i detriti e i vetri rotti per prestare i primi aiuti alle persone coinvolte.

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L’attacco è stato rapido e brutale, secondo quanto riferito dalle autorità israeliane. Due assalitori, armati di mitraglietta “Carlo”, hanno aperto il fuoco senza preavviso sugli ignari civili che attendevano il passaggio degli autobus. Nella confusione, alcuni passeggeri si sono gettati a terra, altri hanno cercato rifugio dietro le pensiline o le auto di passaggio. L’intervento di un agente di sicurezza e di almeno un civile armato è stato decisivo: nel giro di pochi istanti, i due attentatori sono stati “neutralizzati”, stando alle dichiarazioni ufficiali della polizia israeliana. Il sangue sulle strade e le grida dei feriti, soccorsi in pochi minuti dal personale medico del Magen David Adom, hanno segnato il volto della città per tutta la giornata.

Fra le vittime accertate figurano due uomini sulla trentina, una donna e due uomini attorno ai cinquanta anni. Ma il bilancio avrebbe potuto essere drammaticamente più alto: alcuni dei circa quindici feriti, trasportati d’urgenza negli ospedali cittadini, lottano ancora tra la vita e la morte, mentre altri hanno subito conseguenze da schegge di vetro o traumi da caduta durante la fuga. Gli autisti degli autobus coinvolti hanno agito con sangue freddo, aiutando i passeggeri a mettersi in salvo mentre le sirene delle ambulanze si avvicinavano a tutta velocità.

Le forze di sicurezza hanno immediatamente avviato una massiccia operazione nella zona, bloccando i check-point e pattugliando i quartieri circostanti per individuare eventuali complici o sostenitori. Secondo fonti ufficiali, i due attentatori provenivano dalla Cisgiordania e tutto lascia pensare che l’attacco fosse pianificato nei minimi dettagli. I due, infatti, sarebbero riusciti a confondersi tra i pendolari prima di attaccare. Poco dopo la sparatoria, le autorità israeliane hanno rafforzato la presenza militare a Gerusalemme e nelle aree limitrofe, soprattutto ai confini con i territori palestinesi. Sono partite numerose perquisizioni a caccia di eventuali altri membri del commando.

Israele ha ribadito il suo diritto a “difendere la sicurezza dei cittadini”, mentre da parte di diverse istituzioni internazionali si sono levate voci preoccupate sui rischi di escalation. La tensione fra Israele e i territori palestinesi resta altissima, con continui riferimenti, nei commenti degli esperti, al contesto più ampio dei recenti scontri a Gaza e alla lunga serie di rappresaglie reciproche. L’attacco di Ramot Junction si inserisce in una stagione di grave instabilità, dove la paura di nuovi attentati soffoca l’aria della città e obbliga le autorità a un livello costante di allerta.

L’organizzazione Hamas ha pubblicamente elogiato l’operazione, definendola una “risposta eroica” agli avvenimenti degli ultimi giorni a Gaza. Pur senza una rivendicazione diretta, le autorità israeliane hanno dichiarato di non escludere la matrice terroristica palestinese, indicando la possibilità che l’attacco sia stato ispirato dall’escalation tra l’esercito e le fazioni militanti nei territori occupati. Intanto, le immagini delle telecamere di sicurezza hanno confermato la freddezza e la determinazione degli attentatori: armati e coordinati hanno agito in pochi secondi, colpendo indiscriminatamente prima di essere abbattuti.

I paramedici che sono intervenuti per primi hanno raccontato scene drammatiche, con feriti sparsi tra la strada e il marciapiede, molti dei quali in stato di shock o semicoscienti. “Abbiamo visto persone prive di sensi vicino alla fermata dell’autobus, molta confusione e distruzione ai nostri piedi”, ha dichiarato un soccorritore ai media locali. Il personale sanitario ha proceduto a una triage immediata: chi era più grave è stato caricato sulle ambulanze e trasferito negli ospedali cittadini, dove ancora si combatte per salvare la vita dei più colpiti. Alcuni sopravvissuti sono stati dimessi nella stessa giornata dopo aver ricevuto le cure necessarie per lesioni lievi.

Mentre aumentano i timori di nuovi episodi simili, il governo israeliano e le forze di polizia hanno inviato messaggi rassicuranti alla popolazione, promettendo “tolleranza zero” per ogni forma di terrorismo e un rafforzamento dei dispositivi di sicurezza nei luoghi pubblici più esposti. L’opposizione e le famiglie delle vittime hanno chiesto maggiore protezione per i cittadini e una risposta efficace che non si limiti alla repressione immediata ma apra anche un tavolo di dialogo e prevenzione a lungo termine.

Intanto Gerusalemme si interroga sulle conseguenze dell’attentato. La paura torna a dominare una città già provata da anni di conflitto, con i cittadini che si stringono nel lutto e nella rabbia. La vita normale, le attese alla fermata del bus, i viaggi sui mezzi pubblici, le passeggiate nei quartieri periferici, viene ferita ancora una volta dall’ombra della violenza politica e religiosa. Benché l’emergenza sia rientrata nel giro di poche ore, le patruglie restano presenti in forze nei punti nevralgici della città.

Il quadro rimane critico anche dal punto di vista politico: l’esecutivo israeliano, guidato dal primo ministro Netanyahu, ha ribadito la linea dura contro le organizzazioni armate che minacciano la sicurezza interna, mentre continuano le pressioni da parte delle frange ultranazionaliste per azioni ancora più incisive nei confronti dei villaggi palestinesi vicini e nelle aree considerate focolai di militanza. Dall’altra parte, diversi gruppi umanitari e osservatori internazionali hanno rinnovato gli appelli a non alimentare il ciclo di vendetta, ricordando la necessità di tutelare la popolazione civile e di lavorare per una soluzione diplomatica che prevenga ulteriori tragedie.

L’attacco alla fermata dell’autobus di Ramot Junction si conferma come una delle pagine più nere nella recente storia della sicurezza israeliana. Il ricordo di quella mattina, con i corpi distesi tra i sedili e i feriti soccorsi tra urla di dolore, rimarrà impresso nella coscienza collettiva di una città abituata a convivere con la tensione ma mai alla perdita e al terrore. Gli interrogativi restano aperti: come fermare la spirale d’odio? chi garantisce la protezione dei civili? quali saranno le mosse delle autorità per prevenire il prossimo attacco?

La giornata dell’8 settembre resterà impressa come il simbolo doloroso di una guerra che, ancora una volta, ha scelto di colpire i più indifesi tra la gente comune.

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