17 Febbraio 2026
HomeAttualitàTrump disse che avrebbe fermato Putin in una settimana, e invece.

Trump disse che avrebbe fermato Putin in una settimana, e invece.

Donald Trump ha promesso più volte di poter mettere fine alla guerra in Ucraina «in 24 ore». Da quando è tornato alla Casa Bianca, però, il suo approccio ha ridisegnato equilibri, aspettative e paure su entrambe le sponde dell’Atlantico, aprendo una fase nuova e più incerta del conflitto.

La promessa dei “24 ore” e la realtà del campo di battaglia

Dopo l’insediamento del gennaio 2025, Trump ha smantellato la strategia costruita da Washington nei primi anni della guerra, concentrata su aiuti militari e finanziari a Kyiv e sul coordinamento stretto con gli alleati europei. Il taglio quasi totale dell’assistenza statunitense, ridotta di oltre il 90 per cento rispetto all’anno precedente, ha cambiato immediatamente il clima politico e militare. La decisione di sospendere la fornitura di armi salvo pagamento diretto da parte ucraina o europea ha trasformato l’aiuto in un rapporto più transazionale, mettendo a nudo le fragilità economiche e industriali dello sforzo bellico occidentale.

Trump ha continuato a ripetere pubblicamente di avere un piano per fermare il conflitto in tempi rapidissimi, presentandosi come l’unico leader in grado di parlare sia a Volodymyr Zelensky che a Vladimir Putin. Già nel 2025 aveva dichiarato di aver discusso con il presidente russo una possibile via negoziale, insistendo sull’urgenza di «fermare la carneficina» e sottolineando il bilancio di centinaia di migliaia di morti. Queste affermazioni, però, non sono state accompagnate da un progetto pubblico coerente, e il vuoto tra retorica e dettagli ha alimentato sospetti in Europa e in Ucraina.

In più di un’occasione Trump ha definito «fantastica» la propria relazione personale con Putin e ha descritto il leader russo come un attore che «vuole la pace», pur criticando bombardamenti contro i civili e minacciando di usare leve finanziarie e sanzioni bancarie secondarie. Questa ambivalenza, duro nelle parole quando le immagini delle distruzioni raggiungono l’opinione pubblica, conciliante quando parla di asset finanziari, sfere d’influenza e riduzione degli impegni militari americani, è diventata il tratto distintivo della sua linea sul dossier ucraino. Proprio questa ambivalenza strategica di Trump alimenta interpretazioni divergenti tra gli alleati.

Il piano americano e l’ansia delle capitali europee

L’elemento più concreto della strategia di Trump è stato un articolato piano in più punti per il cessate il fuoco e il dopoguerra ucraino, trapelato a più riprese sulla stampa anglosassone e discusso con crescente nervosismo nelle cancellerie europee. Nel suo impianto originario, il documento prevedeva limiti strutturali alla futura architettura di sicurezza dell’Ucraina, a partire dal divieto per la NATO di dispiegare truppe in territorio ucraino e dalla richiesta di congelare o rivedere le prospettive di adesione di Kyiv all’Alleanza. Altre clausole contestate riguardavano la riduzione delle dimensioni delle forze armate ucraine e, soprattutto, una gestione accomodante dei territori occupati dalla Russia, con ipotesi di fatto vicine a un riconoscimento dell’annessione di ampie porzioni del Donbass e della fascia costiera sul Mar d’Azov.

Nella versione iniziale, il piano includeva anche la prospettiva di sbloccare parte dei beni russi congelati in Europa, in particolare in Belgio, per inserirli in un meccanismo finanziario che avrebbe allentato la pressione economica su Mosca. Questi passaggi hanno provocato shock e irritazione, soprattutto a Parigi, Berlino e Bruxelles, che si sono viste presentare un piano già scritto e filtrato sui media statunitensi e britannici, senza un vero coinvolgimento preliminare degli alleati. A Bruxelles diversi ministri degli Esteri europei hanno appreso i dettagli leggendo le anticipazioni di testate economiche e politiche mentre erano diretti a un incontro ufficiale su Sudan e Ucraina.

Il risultato è stato un’accelerazione diplomatica per correggere la rotta, con un lavoro serrato nel corso di un solo fine settimana per attenuare i punti percepiti come troppo favorevoli alla Russia. In questo contesto, alcuni leader europei si sono sforzati di presentare pubblicamente il piano come un «passo nella giusta direzione» verso la pace, pur sottolineando la necessità di discutere e migliorare diverse clausole. Dietro le quinte, consiglieri e analisti legati alle istituzioni europee descrivono la nuova postura del continente come una paziente opera di contenimento, che punta a rallentare l’implementazione delle misure più controverse e a guadagnare tempo.

In questa cornice è maturata l’idea di una coalizione di Paesi disposti a inviare forze di peacekeeping internazionali in Ucraina, a guerra finita e sotto mandato concordato. L’obiettivo sarebbe mitigare gli effetti di eventuali concessioni territoriali e mantenere una presenza militare occidentale, se non americana, almeno europea. In prospettiva, queste forze dovrebbero fungere da argine simbolico e operativo alla pressione russa, compensando parzialmente il ritiro progressivo degli Stati Uniti dal teatro europeo.

La guerra vista da Mosca: pressione su Europa e Ucraina

Nei media russi, la linea di Trump viene letta attraverso una lente diversa, ma non meno interessata. Commentatori vicini al Cremlino e analisti intervistati dalle principali agenzie descrivono il presidente americano come un leader deciso a ridurre il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti nel conflitto, trasferendo il peso della sicurezza europea sulle spalle dell’Unione. In questa narrazione, l’Europa non è un alleato, ma un soggetto litigioso e diviso, facile da mettere sotto pressione economica e politica.

Secondo molti analisti russi, il vero fattore che tiene in vita la capacità militare ucraina non è solo il flusso di armi e denaro, ma soprattutto l’intelligence americana e la rete di supporto tecnologico fornita da Washington. Se gli Stati Uniti dovessero interrompere in modo netto questa assistenza, Kyiv non sarebbe in grado di sostenere a lungo lo sforzo bellico. Da qui l’idea che la diplomazia di Trump, qualunque forma assuma, si regga su un implicito ultimatum all’Ucraina: sedersi al tavolo alle condizioni occidentali, sapendo che l’ombrello statunitense può restringersi ulteriormente.

Un altro elemento ricorrente nella stampa russa riguarda il ridimensionamento della presenza militare americana in Europa. La prospettiva di un ritiro parziale di truppe e asset dagli avamposti europei viene interpretata come un segnale di lungo periodo: per Mosca, sarebbe il riconoscimento che le priorità strategiche di Washington si stanno spostando verso il Pacifico e il confronto con la Cina. È un processo che, nella lettura russa, apre lo spazio per una ridefinizione degli equilibri regionali a favore del Cremlino.

In alcune letture più ideologiche, l’atteggiamento di Trump verso Bruxelles è descritto come il culmine di una visione in cui l’Europa è più un fardello che un alleato, un’area da cui sganciarsi per ridurre costi e responsabilità. Il messaggio implicito agli europei, in questo racconto, è duplice: o aumentano drasticamente la spesa militare, assumendo un ruolo di primo piano nel proteggere il fronte orientale, oppure dovranno accettare compromessi geopolitici che consolidino i guadagni territoriali russi. La guerra in Ucraina diventa così, agli occhi di Mosca, un test sulla volontà dell’Europa di difendere realmente i propri confini.

L’Europa tra paura del disimpegno e dipendenza da Washington

Per le capitali europee, la nuova fase aperta da Trump è una fonte di frustrazione ma anche di risveglio strategico. Da un lato, la riduzione degli aiuti americani e la minaccia permanente di un ulteriore disimpegno costringono l’Unione a rafforzare la propria capacità industriale e militare, con progetti di produzione comune di munizioni, carri armati e sistemi di difesa aerea. Dall’altro lato, il margine di autonomia resta limitato: la superiorità tecnologica e l’intelligence statunitense rimangono elementi irrinunciabili per l’efficacia dello sforzo ucraino sul campo.

Alcuni diplomatici europei descrivono il rapporto con la nuova amministrazione americana con metafore crude, paragonandolo a una relazione logorante, fatta di richiami alla «vecchia amicizia» alternati a minacce di ritorsioni se l’Europa non aumenta la propria spesa militare. Il risultato è una diplomazia difensiva, che tenta di evitare gli scenari peggiori, come un via libera implicito agli obiettivi massimalisti di Mosca, salvaguardando al contempo l’unità interna dell’Unione. È una posizione scomoda, sospesa tra il timore di abbandono e la consapevolezza di una dipendenza strutturale da Washington.

Nel frattempo, i governi europei devono fare i conti con società stanche di un conflitto percepito come interminabile e con l’ascesa di partiti scettici verso sanzioni e aiuti militari. In diversi Paesi, i costi dell’energia, l’inflazione e le tensioni sociali hanno già logorato il consenso, e l’argomento di Trump secondo cui l’Europa deve «pagare di più» per la propria sicurezza trova eco in forze politiche nazionaliste e populiste. Allo stesso tempo, i governi più esposti alla minaccia russa, dai Paesi baltici alla Polonia, spingono per non retrocedere, temendo che qualsiasi compromesso territoriale venga interpretato al Cremlino come un incoraggiamento ad andare oltre.

In questo gioco di pressioni incrociate, la discussione sulle garanzie di sicurezza per l’Ucraina si è spostata progressivamente da un orizzonte pienamente euro-atlantico a un modello più ibrido. L’Unione Europea tende ad assumere un ruolo maggiore, mentre la NATO resta sullo sfondo come ombrello politico più che come promessa di integrazione a breve termine. Legare gli aiuti futuri a riforme strutturali e a una gestione condivisa dei rischi militari accresce il peso delle capitali europee, ma rende anche più complessa la costruzione di un consenso interno duraturo.

Il tavolo dei negoziati e l’orizzonte di una pace imperfetta

Sul terreno, nel frattempo, i combattimenti non si sono fermati. Mentre emissari russi e ucraini discutono in sedi multilaterali e in incontri informali, le linee del fronte restano teatro di bombardamenti, droni e artiglieria, con offensive spesso sincronizzate con i momenti chiave dei negoziati. La logica è quella di usare l’avanzata, o la minaccia di un’escalation, come moneta di scambio al tavolo diplomatico.

Le richieste massime di Vladimir Putin continuano a ruotare attorno al riconoscimento del controllo russo sui territori occupati, in particolare nelle regioni orientali, e alla neutralità duratura dell’Ucraina rispetto alla NATO. Dal canto loro, i negoziatori ucraini insistono sulla sovranità e sull’integrità territoriale, pur sapendo che la pressione combinata di Washington e delle capitali europee potrebbe spingerli a valutare soluzioni intermedie. Tra queste, forme di congelamento del conflitto o di amministrazione speciale per alcune aree, soprattutto nelle zone più devastate e contese.

La promessa di Trump di «chiudere la guerra in un giorno» si scontra con questa realtà fatta di linee di contatto mutevoli, popolazioni occupate e cicatrici politiche profonde. Ogni compromesso che lasci alla Russia porzioni significative di territorio costituirebbe, per molti ucraini, una sconfitta storica; ogni rifiuto di scendere a patti, però, rischia di consolidare una guerra di logoramento che l’Europa teme di non poter finanziare e sostenere all’infinito. È il paradosso di una pace rapida ma fragile contrapposta a una resistenza lunga e costosa.

Nel frattempo, la stessa figura di Trump è diventata parte integrante dell’equazione. Per alcuni osservatori occidentali, la sua capacità di parlare con Putin rappresenta ancora una potenziale leva; per molti altri, il suo stile imprevedibile, fatto di annunci improvvisi, minacce via social e cambi di linea, introduce un elemento di incertezza che complica qualsiasi strategia a lungo termine. L’esito di questa fase negoziale, che intreccia la riduzione del sostegno militare americano, la crescente responsabilità europea e l’ambizione russa di consolidare i propri guadagni, definirà non solo il futuro dell’Ucraina ma anche la forma della sicurezza europea per i prossimi decenni.

La domanda che attraversa governi e opinioni pubbliche, da Kyiv a Bruxelles, da Mosca a Washington, è se la pace promessa arriverà come una tregua fragile costruita su concessioni territoriali o come un accordo più solido, capace di scoraggiare nuove aggressioni. Molto dipenderà dalla capacità delle democrazie occidentali di reggere l’urto del tempo, dei costi economici e delle divisioni interne, senza sacrificare sul tavolo dei negoziati le aspirazioni di un Paese che ha legato il proprio destino all’idea di un’Europa libera e sicura.

Carlo Feder
Carlo Federhttps://www.alground.com
Consulente per la sicurezza dei sistemi per aziende ed istituti pubblici, Carlo è specializzato in gestione dati, crittografia e piattaforme web-based. E' in Alground dal 2011.
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