Punti chiave
Il 28 febbraio 2026 rappresenta una data di rottura definitiva nella storia delle relazioni internazionali contemporanee. L’attacco congiunto condotto dalle forze aeree e navali degli Stati Uniti e di Israele contro la Repubblica Islamica dell’Iran non ha soltanto innescato un conflitto regionale di vasta scala, ma ha rimosso violentemente i vertici dello Stato sovrano iraniano, incluso il Leader Supremo Ayatollah Ali Khamenei e oltre quaranta figure apicali del regime.
Per la Repubblica Popolare Cinese, questo evento non costituisce una sorpresa assoluta, bensì la tragica conferma di trend geopolitici monitorati con crescente allarme dai propri apparati di intelligence e dai think tank accademici nel corso degli anni precedenti.
Le analisi prodotte a Pechino, che spaziano dalla condanna diplomatica ufficiale alle riflessioni dottrinali sulla “fine della civiltà internazionale”, rivelano una postura ricalibrata su un estremo pragmatismo e sulla necessità di proteggere gli interessi vitali cinesi in un mondo che sembra essere tornato alla logica della forza bruta.
L’architettura della Crisi: il crollo del diritto internazionale
La risposta diplomatica della Cina è stata caratterizzata da un tono di fermezza istituzionale, ma priva di impegni militari diretti, segnalando una distinzione netta rispetto alla posizione più assertiva assunta da Mosca.
Il Ministro degli Esteri Wang Yi, attraverso una serie di colloqui telefonici d’urgenza con le controparti di Russia, Iran, Oman e Francia, ha delineato una posizione in tre punti che funge da bussola per l’azione diplomatica cinese: la cessazione immediata delle ostilità, il ritorno al tavolo negoziale e l’opposizione ferma a qualsiasi atto unilaterale di “regime change”.
Pechino interpreta l’assassinio del leader di uno Stato sovrano durante un processo negoziale come una violazione senza precedenti della Carta delle Nazioni Unite e dei principi fondamentali della coesistenza pacifica.
La portavoce del Ministero degli Esteri, Mao Ning, ha sottolineato come l’azione statunitense sia avvenuta proprio mentre i colloqui tecnici di Vienna, previsti per il 2 marzo, promettevano progressi significativi sulla questione nucleare, suggerendo che l’attacco non sia stato una risposta a una minaccia imminente, ma un tentativo deliberato di sabotare la diplomazia.
Questo “metodo della decapitazione”, attuato in un momento di vulnerabilità diplomatica, è descritto dagli analisti cinesi come un ritorno alla “legge della giungla”, dove la superiorità tecnologica e militare viene utilizzata per imporre cambiamenti politici indipendentemente dalla volontà dei popoli.
Sintesi della Postura Diplomatica della RPC (Marzo 2026)
| Descrizione dell’Obiettivo Strategico | Destinatari Principali | |
| Condanna del “Regime Change” | Riaffermazione dell’inviolabilità della sovranità nazionale per prevenire futuri precedenti. | Stati Uniti, Alleati Occidentali. |
| Protezione dei Cittadini | Evacuazione rapida e ordinata per minimizzare il rischio di danni collaterali o ostaggi. | Comunità cinese in Iran (3000+ persone). |
| Mediazione Multilaterale | Coinvolgimento del Consiglio di Sicurezza ONU e dell’Inviato Speciale Zhai Jun. | Comunità Internazionale, Paesi del Golfo. |
| Stabilità Energetica | Pressione diplomatica per mantenere aperto lo Stretto di Hormuz nonostante lo stato di guerra. | Iran, GCC, Mercati Globali. |
L’analisi cinese rileva un paradosso fondamentale: mentre gli Stati Uniti dichiarano di agire per stabilizzare il Medio Oriente, la loro azione ha generato un’escalation incontrollabile che ha visto l’Iran rispondere colpendo basi americane in Bahrain, Kuwait e negli Emirati Arabi Uniti, coinvolgendo direttamente le monarchie del Golfo nel conflitto.
Per Pechino, questa instabilità non è un effetto collaterale imprevisto, ma il risultato di una strategia americana che accetta il caos pur di eliminare un avversario strategico e riaffermare la propria egemonia regionale.
L’analisi dottrinale di Jin Canrong
Il professor Jin Canrong della Renmin University, figura centrale nel dibattito cinese sulla politica estera americana, ha fornito una lettura particolarmente cruda dell’attacco su Guancha. Secondo Jin, il 2026 segna il definitivo passaggio dall’ordine liberale post-Guerra Fredda a una nuova era di “Stati Combattenti”. In questo contesto, gli Stati Uniti hanno rinunciato a qualsiasi pretesa di autorità morale, agendo come una “superpotenza che ricorre a tattiche da piccola criminalità” per eliminare i propri oppositori.
La valutazione delle capacità militari statunitensi
Un punto focale dell’analisi di Jin riguarda la sostenibilità dello sforzo bellico americano. Basandosi su rapporti provenienti dalla stessa comunità di intelligence e dai media americani, Jin sostiene che le scorte di munizioni ad alta precisione degli Stati Uniti siano sufficienti per sostenere operazioni ad alta intensità per un periodo massimo di quattro settimane.
Questo limite temporale pone Washington di fronte a un dilemma critico: se il regime iraniano non crolla entro il primo mese di bombardamenti, gli Stati Uniti rischiano di scivolare in una guerra di logoramento che non possono permettersi finanziariamente né militarmente, specialmente con lo spettro delle elezioni di metà mandato del novembre 2026 che incombe sulla presidenza.
Jin evidenzia come l’Iran non sia un avversario facile da abbattere. Con una popolazione di 90 milioni di abitanti e un territorio di oltre 1,6 milioni di chilometri quadrati dominato da catene montuose impervie, un’invasione terrestre è considerata militarmente impossibile senza un impegno di truppe che gli Stati Uniti non sono disposti a mobilitare.
Pertanto, l’Iran potrebbe sopravvivere agli attacchi iniziali, riorganizzando la propria leadership attorno a figure meno carismatiche ma altrettanto ostili all’Occidente, trasformando il conflitto in una guerriglia regionale asimmetrica che drenerebbe le risorse americane per anni.
La protezione degli interessi cinesi e le “Reti di Sicurezza”
In risposta a questo scenario di caos prolungato, Jin Canrong e altri osservatori suggeriscono che la Cina abbia già attivato una serie di “reti di sicurezza”. Queste non sono alleanze militari, ma misure di resilienza economica e diplomatica. Pechino ha accelerato la diversificazione delle proprie fonti energetiche, aumentando il peso degli oleodotti terrestri dalla Russia e dall’Asia Centrale, riducendo così la propria vulnerabilità critica al blocco dello Stretto di Hormuz.
Inoltre, la transizione verde accelerata del mercato automobilistico cinese ha ridotto la domanda marginale di petrolio, conferendo al sistema economico una capacità di assorbimento degli shock petroliferi superiore a quella delle economie occidentali.
La scommessa di Trump: l’analisi di Li Shaoxian
Li Shaoxian, figura di riferimento del China Institutes of Contemporary International Relations (CICIR), inquadra l’attacco come il culmine di una convergenza di interessi tra l’amministrazione Trump e il governo di Netanyahu.
Secondo Li, Israele ha giocato un ruolo di provocatore attivo, temendo che la ripresa dei negoziati a Vienna portasse a una distensione permanente tra Washington e Teheran. L’arrivo della portaerei USS Gerald R. Ford il 27 febbraio, unendosi alla USS Abraham Lincoln, ha fornito la cornice operativa necessaria per un attacco che mirava non solo ai siti nucleari, ma alla decapitazione politica dell’Iran.
Dal conflitto del 2025 all’escalation del 2026
Li Shaoxian traccia una distinzione netta tra la breve crisi del giugno 2025 (durata 12 giorni) e il conflitto attuale. Mentre nel 2025 l’obiettivo era la distruzione limitata di infrastrutture sensibili, nel 2026 l’obiettivo dichiarato è il cambio di regime (Regime Change).
Questa ambizione trasforma la guerra in una lotta per la sopravvivenza esistenziale per l’Iran, eliminando ogni spazio per il compromesso. Li avverte che l’Iran risponderà colpendo sistematicamente tutte le basi americane nel Golfo, inclusa la sede della Quinta Flotta in Bahrain, e utilizzando la propria rete di proxy in Libano e Yemen per incendiare l’intero Medio Oriente.
Il rischio maggiore identificato da Li è che gli Stati Uniti si trovino impantanati in quello che definisce il “cimitero degli imperi”. Nonostante la superiorità tecnologica, l’assenza di un piano per il “giorno dopo” e l’instabilità interna americana, segnata da profonde divisioni partitiche sulla legittimità di una guerra non dichiarata, potrebbero rendere questa operazione il fallimento strategico definitivo dell’egemonia statunitense.
Comparazione tra il Conflitto del 2025 e la Guerra del 2026
| Caratteristica del Conflitto 2025 | Caratteristica della Guerra 2026 | |
| Obiettivo Strategico | Distruzione di siti nucleari specifici. | Rovesciamento del regime e decapitazione politica. |
| Durata Prevista | 12 giorni (conclusa rapidamente). | Indeterminata (stimata > 4 settimane). |
| Postura Militare USA | Attacchi aerei mirati e limitati. | Gruppo di attacco a doppia portaerei, minaccia di terra. |
| Reazione Iraniana | Rappresaglia contenuta. | Guerra asimmetrica totale e blocco di Hormuz. |
| Impatto Diplomatico | Negoziati sospesi temporaneamente. | Collasso totale dell’ordine internazionale basato sulle regole. |
Geopolitica dell’energia: lo Stretto di Hormuz
La chiusura dello Stretto di Hormuz rappresenta il fattore di instabilità economica più grave per la Cina e per l’intera Asia. Attraverso questo stretto transita circa il 20% del consumo mondiale di petrolio e il 20% del commercio globale di gas naturale liquefatto (GNL). Per Pechino, la minaccia di un blocco non è solo teorica: nel 2024, il 69% del traffico petrolifero di Hormuz era destinato ai mercati asiatici, con la Cina che da sola assorbe circa un terzo del volume totale transitante.
Le analisi statistiche cinesi mostrano una dipendenza strutturale che non può essere azzerata nel breve termine. Oltre il 40% delle importazioni totali di greggio della Cina dipende direttamente dal passaggio sicuro attraverso le acque del Golfo. Un blocco prolungato farebbe schizzare il prezzo del petrolio Brent da una base di 60-75 dollari fino a scenari estremi di 140 dollari al barile, mettendo a rischio la ripresa economica post-pandemica e la stabilità dei prezzi interni.
Tuttavia, l’economista Gu Jiashi suggerisce che l’Iran stesso si trovi in un dilemma: il blocco totale dello stretto taglierebbe la sua unica fonte di reddito residua, rendendolo un’arma di “auto-distruzione” reciproca. Per la Cina, la priorità è esercitare pressione su Teheran affinché mantenga aperti i flussi verso l’Asia, garantendo al contempo che le esportazioni di GNL dal Qatar non vengano interrotte, un punto su cui Pechino starebbe agendo con canali diplomatici riservati.
Per mitigare questi rischi, la Cina sta accelerando la costruzione di una rete logistica continentale che bypassi i “chokepoint” marittimi controllati dagli Stati Uniti.
- Corridori Energetici: Potenziamento degli oleodotti dalla Russia (ESPO) e dal Kazakistan.
- Stoccaggio Strategico: Espansione delle riserve nazionali di petrolio attraverso un meccanismo duale Stato-impresa.
- Sostituzione Energetica: Promozione del carbone pulito e delle rinnovabili per ridurre la dipendenza marginale dall’import.
La guerra tecnologica: AI, chip e droni come asset strategici
Un’intuizione centrale che emerge dalle analisi di Guancha e degli esperti di difesa cinesi è che il vero fattore determinante della guerra del 2026 non sia più il petrolio, ma il dominio tecnologico. L’efficacia dell’attacco americano-israeliano è stata garantita da una superiorità schiacciante nei sistemi di guida, nell’integrazione di dati via satellite e nell’uso di sciami di droni coordinati dall’intelligenza artificiale.
La risposta iraniana, sebbene asimmetrica, ha dimostrato che anche tecnologie meno costose possono infliggere danni significativi. L’uso di missili e droni per colpire le basi USA e i sistemi di difesa israeliani evidenzia una democratizzazione della letalità che la Cina deve studiare attentamente. Per Pechino, la lezione è chiara: la competizione tra grandi potenze si giocherà sulla capacità di innovazione rapida e sulla protezione delle catene di approvvigionamento dei semiconduttori.
Il ruolo del RMB e del sistema CIPS
Sul fronte finanziario, la guerra ha accelerato il processo di “internazionalizzazione del Renminbi per la sicurezza”. Con l’Iran escluso dai sistemi finanziari occidentali e sotto attacco diretto, il sistema di pagamento transfrontaliero cinese (CIPS) è diventato l’unico canale affidabile per il regolamento delle transazioni energetiche. Pechino vede in questa crisi l’opportunità di consolidare un “circuito chiuso” di scambi in RMB nel Medio Oriente, riducendo l’esposizione al rischio di sanzioni secondarie e costruendo un’infrastruttura finanziaria indipendente dal dollaro.
Il nodo Taiwan
Un filo conduttore che attraversa quasi tutte le analisi strategiche cinesi è la lettura del conflitto iraniano in relazione alla situazione nello Stretto di Taiwan. L’azione americana in Medio Oriente è interpretata come un messaggio indiretto, ma inequivocabile, a Pechino.
Studiosi come Li Mingjiang evidenziano come la distruzione del regime iraniano servirebbe a rimuovere una “pedina” di Pechino sulla scacchiera globale. Per anni, il Medio Oriente ha funzionato come un “secondo fronte” che ha drenato le risorse militari e l’attenzione strategica degli Stati Uniti, limitando la loro capacità di completare il “Pivot to Asia”.
Un Medio Oriente pacificato sotto l’egemonia americana permetterebbe a Washington di concentrare la totalità dei suoi gruppi di attacco di portaerei e delle sue risorse tecnologiche nel Pacifico Occidentale, aumentando drasticamente la pressione sulla Cina.
D’altro canto, analisti come Wen Jing di Tsinghua sostengono che il rischio di un impantanamento americano sia elevato. Se gli Stati Uniti non riusciranno a stabilizzare l’Iran rapidamente, la guerra diventerà un nuovo “Vietnam mediorientale”, consumando capitali e munizioni che sarebbero necessari per contenere la Cina.
La cattura di leader stranieri (come avvenuto per Maduro in Venezuela prima di Khamenei) dimostra che la rete logistica globale americana resta formidabile, ma anche che Washington è sempre più incline a soluzioni radicali e rischiose.
Il messaggio sulla “Decapitazione”
Il successo tecnologico dell’attacco di decapitazione contro Khamenei è studiato con estrema preoccupazione dai vertici militari cinesi. Dimostra che, nel 2026, la protezione fisica dei leader e la ridondanza dei sistemi di comando sono vulnerabili di fronte a armi ipersoniche e attacchi cyber coordinati. Questo spinge la Cina a investire ulteriormente in sistemi di difesa aerea integrati e in una dottrina di comando decentralizzata per garantire la continuità dello Stato in qualsiasi scenario di conflitto.
Mentre la diplomazia lavorava sui tavoli internazionali, la macchina operativa cinese si è mossa con una rapidità senza precedenti per mettere in sicurezza i propri connazionali. Al 2 marzo 2026, oltre 3000 cittadini cinesi erano già stati evacuati dall’Iran.
Logistica della protezione consolare
Il Ministero degli Esteri ha coordinato squadre di soccorso che hanno operato ai varchi di frontiera con i paesi vicini, garantendo un corridoio sicuro per i lavoratori delle aziende energetiche e delle infrastrutture. Questo sforzo riflette l’importanza che Pechino attribuisce alla stabilità interna e alla percezione del governo come protettore globale dei propri cittadini, un pilastro della legittimità nazionale nell’era della “Nuova Era”.
Dati sull’Evacuazione dei Cittadini Cinesi (Marzo 2026)
| Valore | Note | |
| Cittadini evacuati al 2 marzo | 3.000+. | Operazione completata in meno di 72 ore dall’attacco. |
| Vittime civili cinesi confermate | 1 deceduto. | Coinvolto casualmente nei bombardamenti a Teheran. |
| Supporto Consolare | Task force attive 24/7. | Coordinamento con ambasciate in Turchia, Iraq e Pakistan. |
| Postura di Sicurezza | Livello di Allerta Massimo. | Avviso di evacuazione immediata per tutti i residenti. |
Il rapporto Cina-Iran: strategico ma non assoluto
Un aspetto cruciale che emerge dalle fonti cinesi è il ridimensionamento del peso della relazione Pechino-Teheran rispetto agli interessi globali della Cina. Contrariamente a quanto percepito in Occidente, l’Iran non è considerato un alleato formale ma un “asset strategico”.
Analisti come Mohammed Alsudairi ricordano che i veri partner economici della Cina nel Golfo sono l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, i quali mantengono relazioni tese con l’Iran. La Cina, quindi, deve muoversi su un filo sottile: condannare l’azione americana per difendere il principio di sovranità, senza però alienarsi i paesi del GCC che potrebbero trarre vantaggio da un ridimensionamento dell’influenza iraniana. Il pragmatismo cinese suggerisce che Pechino sia pronta a collaborare con qualsiasi governo emergerà a Teheran, purché la stabilità regionale e i flussi energetici siano garantiti.
L’analisi del conflitto tra Iran e Stati Uniti del 2026 rivela una Repubblica Popolare Cinese profondamente consapevole della propria forza, ma anche delle proprie vulnerabilità sistemiche. La guerra viene vista come il segnale definitivo del fallimento dell’ordine internazionale basato su regole condivise, sostituito da una competizione cruda per la sopravvivenza tecnologica e la resilienza energetica.
Pechino non si limiterà a osservare passivamente. La risposta cinese si articolerà su tre livelli:
- Indipendenza Strategica: Accelerazione della de-dollarizzazione e della sovranità tecnologica per rendere la Cina immune alle tattiche di pressione americane viste in Iran.
- Diversificazione Continentale: Riduzione della dipendenza marittima attraverso il rafforzamento dell’asse eurasiatico con Russia e Asia Centrale.
- Diplomazia della Stabilità: Posizionamento della Cina come unica potenza capace di dialogare con tutte le parti in causa, contrapposta a un’America percepita come fonte di instabilità bellica.
Per Pechino la guerra in Iran è un monito brutale: nel 2026, la pace è solo un intervallo tra conflitti tecnologici e l’unica garanzia di sicurezza risiede nella capacità di una nazione di resistere autonomamente a uno shock totale dell’ordine mondiale.
La Cina si sta preparando a questo scenario, costruendo pezzo dopo pezzo un sistema nazionale che non dipenda più dalla benevolenza o dalla stabilità del sistema a guida statunitense.


