Punti chiave
Gli alleati asiatici di Washington alzano il freno proprio mentre la crisi nel Golfo si avvita. Tokyo e Canberra fanno sapere che non invieranno navi militari nello Stretto di Hormuz, respingendo, almeno per ora, l’appello di Donald Trump a costruire una coalizione per riaprire il collo di bottiglia energetico più sensibile del pianeta.
Lo Stretto bloccato e la pressione della guerra
Lo Stretto di Hormuz è di nuovo al centro della geopolitica globale. La guerra congiunta Stati Uniti–Israele contro l’Iran è entrata nella terza settimana, ha sconvolto il Medio Oriente e ha quasi paralizzato il traffico di petroliere, con un impatto diretto sui mercati energetici globali. Per Washington, riaprire quel passaggio è una priorità strategica e simbolica. Per molti partner, invece, significa esporsi a una guerra che non hanno deciso.
Nelle ultime ore Trump ha scelto la strada della pubblica pressione. A bordo dell’Air Force One, in volo dalla Florida a Washington, ha ribadito che i paesi che dipendono dal greggio del Golfo devono assumersi la responsabilità di proteggere la rotta marittima da cui arriva il loro approvvigionamento. Nelle sue parole, lo Stretto sarebbe «il loro territorio» perché è da lì che proviene l’energia che alimenta le loro economie.
Su un piano strettamente economico, la posta è enorme. Circa il 20 per cento dell’energia mondiale transita ogni giorno da Hormuz, un tratto di mare largo poche decine di chilometri che collega il Golfo Persico all’Oceano Indiano. La chiusura di fatto del passaggio dopo i bombardamenti su obiettivi iraniani ha generato una delle più gravi interruzioni dell’offerta petrolifera degli ultimi decenni e alimentato una corsa al rialzo dei prezzi del barile.
L’appello di Trump: una coalizione riluttante
Trump sostiene di avere già contattato «circa sette» paesi per organizzare una missione navale che garantisca la sicurezza del traffico commerciale attraverso lo Stretto. In un post sui social ha indicato alcuni dei candidati: Cina, Francia, Giappone, Corea del Sud, Regno Unito e altri paesi fortemente dipendenti dal petrolio del Golfo.
Il messaggio è chiaro: l’era in cui la Marina statunitense si assumeva quasi da sola il compito di proteggere le rotte energetiche deve lasciare il posto a un modello più “condominiale”, in cui gli importatori condividono rischi e costi. È la traduzione marittima di una linea che Trump ha applicato anche alla Nato, chiedendo agli alleati europei maggiori spese per la difesa e arrivando ad avvertire che l’Alleanza rischia un futuro «molto negativo» se non sosterrà Washington nello Stretto.
Dietro le formule, c’è un interrogativo che pesa soprattutto a Tokyo, Seul, Pechino e nelle capitali europee: quanto si può seguire Washington in una guerra contro l’Iran che si sta rapidamente trasformando in un test di resistenza per l’ordine energetico globale. E quanto convenga legare le proprie flotte a una campagna militare che Teheran descrive ormai apertamente come uno scontro esistenziale.
In un’intervista televisiva, esponenti del governo iraniano hanno ripetuto che Teheran non chiederà né un cessate il fuoco né negoziati, e che l’Iran è pronto a difendersi «finché sarà necessario» nonostante le perdite subite dalla propria marina e dall’arsenale missilistico. È un messaggio che alimenta la percezione, tra gli alleati degli Stati Uniti, di un conflitto senza un orizzonte politico chiaro.
Tokyo tra Costituzione pacifista e dipendenza dal Golfo

Per il Giappone, lo Stretto di Hormuz è allo stesso tempo una vulnerabilità strutturale e un tabù politico. Circa il 70 per cento delle importazioni di petrolio giapponesi passa da lì, e quasi tutto proviene da paesi mediorientali. Eppure, il governo non può muovere la propria marina come se fosse una potenza “normale”.
La premier Sanae Takaichi, intervenendo in Parlamento, ha chiarito che Tokyo «non ha preso alcuna decisione» sull’eventuale invio di navi e che al momento «non esiste alcun piano» per dispiegare unità di scorta nello Stretto. Si tratta, ha sottolineato, di valutare che cosa il Giappone possa fare «autonomamente» e «entro il quadro legale» fissato da una Costituzione che rinuncia formalmente alla guerra e limita l’uso della forza all’autodifesa.
Dietro la cautela c’è anche la memoria dei precedenti. Nel 2019, Tokyo aveva già optato per una missione di raccolta informazioni nell’area, separata dalle operazioni guidate dagli Stati Uniti, proprio per tenere una certa distanza da iniziative percepite come troppo aggressive verso l’Iran. Oggi, con una guerra aperta in corso, quel margine di autonomia è ancora più prezioso per una leadership politica che deve destreggiarsi tra la pressione di Washington e un’opinione pubblica tradizionalmente diffidente verso ogni coinvolgimento militare all’estero.
Sul piano diplomatico, la partita è resa più delicata dal calendario. Takaichi è attesa a Washington per colloqui di alto profilo con Trump, e la richiesta di navi per Hormuz rischia di diventare un test immediato della relazione bilaterale. Il governo giapponese sa che, se cede troppo, alimenterà il dibattito interno sulla revisione della Costituzione pacifista. Se resiste, dovrà assorbire l’eventuale irritazione della Casa Bianca.
In questo equilibrio precario, la parola autonomia giapponese è diventata il filo conduttore della narrativa governativa, usata per rassicurare un pubblico interno diviso ma anche per segnalare agli Stati Uniti che il sostegno di Tokyo non è un assegno in bianco.
Canberra tra alleanza e limiti di forza
L’Australia si trova in una posizione differente ma ugualmente scomoda. È un alleato chiave degli Stati Uniti nell’Indo-Pacifico, parte di accordi come AUKUS e del quadro di cooperazione con Giappone e India. Ma non considera automatico l’invio di navi in un teatro già sovraccarico di tensioni e lontano dalle sue acque immediate.
La ministra dei Trasporti Catherine King, esponente del governo di Anthony Albanese, ha spiegato che Canberra «non è stata interpellata» per una missione nello Stretto e che, in ogni caso, non prevede di inviare unità navali per riaprire il passaggio. Il governo riconosce l’importanza cruciale di Hormuz per il commercio globale, ma non ritiene che l’Australia debba far parte della prima linea militare in Medio Oriente.
Anche l’opposizione conservatrice, tradizionalmente più assertiva sul tema della sicurezza, si muove con prudenza. Il portavoce alla Difesa James Paterson ha dichiarato che un’eventuale richiesta americana dovrebbe essere valutata «alla luce dell’interesse nazionale» e delle capacità effettive della marina australiana, che ha risorse limitate e impegni crescenti nel Pacifico e nel Mar Cinese Meridionale. È un modo per ricordare che Canberra non può essere ovunque, soprattutto mentre investe in nuovi sottomarini nucleari e nella deterrenza regionale contro la Cina.
Questa prudenza riflette anche una lettura politica interna. Dopo anni di missioni in Medio Oriente, dall’Afghanistan all’Iraq, l’opinione pubblica australiana è meno disponibile a sostenere nuove operazioni lontane, soprattutto se percepite come parte di un conflitto bilaterale tra Washington e Teheran. Il governo laburista sembra intenzionato a preservare il capitale politico costruito su un’agenda più concentrata su costi della vita e transizione energetica.
Sul piano strategico, il messaggio a Washington è duplice. L’Australia resta un alleato fedele nella regione indo-pacifica e sul dossier cinese, ma chiede di non essere trascinata automaticamente in ogni teatro di crisi. Una postura che sottolinea la crescente volontà di selezionare gli impegni militari in base a priorità definite a Canberra, non solo a Washington.
In questa cornice, l’espressione alleato selettivo descrive bene l’immagine che il governo australiano cerca di costruire: partner affidabile, ma non subordinato.
L’ombra della Cina e il calcolo energetico
Tra i paesi chiamati in causa da Trump, la Cina occupa un posto speciale. Il presidente americano ha dichiarato di aspettarsi che Pechino contribuisca a «sbloccare» lo Stretto prima del vertice con Xi Jinping previsto a fine mese in Cina, e ha lasciato intendere che il viaggio potrebbe essere rinviato se non dovesse arrivare un segnale concreto.
Nella retorica di Trump, la dipendenza cinese dal petrolio del Golfo è l’argomento centrale: a suo dire Pechino riceve «il 90 per cento del suo petrolio dagli Stretti», un’esagerazione rispetto ai dati ufficiali ma utile a sottolineare quanto l’economia cinese sia esposta al blocco di Hormuz. Il sottotesto è una forma di pressione negoziale: se la Cina vuole stabilità energetica e un clima più sereno per il commercio, deve assumersi una quota del rischio militare.
Finora, il ministero degli Esteri cinese non ha risposto in modo sostanziale, limitandosi a invocare la de-escalation e a ribadire la necessità di rispettare la sovranità degli stati della regione. Dietro le dichiarazioni prudenti, però, Pechino valuta se sfruttare la crisi per proporsi come mediatore o se restare defilata, lasciando agli Stati Uniti il peso politico e militare di un eventuale fallimento nella riapertura dello Stretto.
In molte capitali del Golfo, l’idea di una presenza navale più multilaterale, magari con una forte impronta asiatica, non viene respinta a priori. Le monarchie petrolifere hanno sviluppato negli ultimi anni legami economici e di sicurezza con la Cina e altri paesi asiatici, e vedono nella diversificazione dei partner una forma di assicurazione politica. Ma nessuno, al momento, appare disposto a sostituire il ruolo della Quinta Flotta americana.
In questo quadro, il riferimento insistito di Trump alla responsabilità degli importatori appare anche come un messaggio all’interno, per un pubblico americano stanco di «pagare per la sicurezza degli altri». La crisi di Hormuz diventa così il palcoscenico perfetto per riproporre il leitmotiv secondo cui gli alleati sfruttano la potenza militare statunitense senza contribuire in proporzione.
Qui emerge il nodo della sicurezza condivisa, concetto che Trump interpreta in chiave transazionale mentre molti partner lo leggono come un processo graduale e negoziato.
L’Europa tra cautela e dipendenza
Anche le capitali europee sono trascinate nel dibattito. I ministri degli Esteri dell’Unione valutano se rafforzare una piccola missione navale già presente in Medio Oriente, ma non si prevede, almeno nel breve periodo, una decisione sull’estensione del mandato fino allo Stretto di Hormuz. La prudenza riflette tanto la complessità legale di un intervento in un teatro di guerra aperta, quanto le divisioni interne tra paesi con priorità energetiche diverse.
Secondo diverse letture diplomatiche, alcuni governi temono che un ruolo più visibile dell’Ue nello Stretto possa essere interpretato da Teheran come un allineamento totale alla strategia statunitense, riducendo lo spazio europeo come potenziale canale di comunicazione con l’Iran. Altri sottolineano però che l’Europa, pur meno dipendente dal petrolio del Golfo rispetto al passato, non può permettersi di ignorare un collo di bottiglia che influenza i prezzi globali dell’energia e quindi le economie del continente.
Il premier britannico Keir Starmer ha discusso con Trump e con il primo ministro canadese Mark Carney della necessità di riaprire lo Stretto, segnale che Londra e Ottawa stanno quantomeno esplorando le opzioni per un coinvolgimento. Ma anche in questi paesi il calcolo politico è delicato: qualsiasi impegno navale in un’area in cui gli Stati Uniti e Israele stanno conducendo bombardamenti su larga scala rischia di diventare divisivo sul piano interno.
A Bruxelles si ragiona su una formula che consenta di aumentare la presenza marittima sotto un cappello europeo, enfatizzando il mandato di protezione del traffico commerciale e il rispetto del diritto internazionale marittimo. È un modo per differenziarsi dalla narrazione più muscolare di Washington, pur senza abbandonare il quadro della cooperazione transatlantica.
Nella percezione pubblica europea, la parola escalation militare è diventata il termine chiave, evocando lo spettro di una guerra che dal Golfo può propagarsi a tutto il sistema energetico e finanziario globale, proprio mentre il continente cerca faticosamente di uscire dalla stagione delle crisi multiple.
Teheran, la “resistenza” e la leva dello Stretto
Dall’altra parte dello Stretto, l’Iran cerca di trasformare la propria vulnerabilità militare in leva strategica. La chiusura quasi totale del passaggio alle petroliere internazionali è stata presentata da Teheran come una risposta “legittima” ai bombardamenti su migliaia di obiettivi nel paese, che hanno colpito anche infrastrutture navali e missilistiche.
Nelle dichiarazioni dei dirigenti iraniani, la linea è coerente: lo Stretto sarà considerato un’arteria aperta solo se anche l’Iran potrà commerciare e muovere liberamente le proprie navi. È un messaggio diretto tanto agli Stati Uniti quanto ai paesi del Golfo che ospitano basi americane e sono percepiti come complici della campagna militare.
Teheran sa che non può vincere una guerra navale convenzionale contro la coalizione guidata da Washington, ma può alzare i costi economici e politici del conflitto. Mine, droni navali, missili antinave e piccole imbarcazioni veloci trasformano il Golfo in un labirinto di minacce in cui anche la superiorità tecnologica americana è messa alla prova. È un modello di guerra asimmetrica che l’Iran ha perfezionato in anni di tensioni con la Quinta Flotta.
Sul piano interno, la leadership iraniana usa il blocco dello Stretto per rafforzare il discorso della “resistenza”, sostenendo che il paese, pur colpito duramente, resta capace di influenzare gli equilibri energetici globali. La narrativa ufficiale insiste sulla resilienza della società e sull’idea che il sacrificio economico imposto dalle sanzioni e dalla guerra sia il prezzo da pagare per difendere la sovranità nazionale.
Questo approccio comporta rischi enormi. Più a lungo lo Stretto resterà chiuso, più aumenterà la pressione dei paesi importatori, compresi alcuni storicamente inclini a mantenere rapporti pragmatici con Teheran. Ma la leadership iraniana sembra aver calcolato che un confronto prolungato, per quanto costoso, potrebbe erodere la determinazione degli avversari e aprire margini per un negoziato da una posizione meno debole.
In questa strategia, la parola deterrenza energetica non è solo militare ma anche economica, fondata sulla consapevolezza che nessuna grande potenza può sentirsi al sicuro di fronte a un collo di bottiglia che condiziona il prezzo dell’energia a livello planetario.
Il futuro di Hormuz tra guerra, mercato e alleanze

La crisi dello Stretto di Hormuz si sta trasformando in un test cruciale per l’architettura di sicurezza globale. La richiesta di Trump perché gli “altri” si facciano carico della protezione del traffico energetico mette a nudo un paradosso: l’ordine costruito sull’ombrello militare americano non regge più alle stesse condizioni di un tempo, ma non esiste ancora un’alternativa strutturata.
Il rifiuto, almeno temporaneo, di Giappone e Australia a inviare navi non significa che questi paesi siano pronti a sganciarsi dall’alleanza con Washington. Segnala piuttosto la volontà di avere voce in capitolo sul modo e sul momento in cui assumersi rischi militari significativi, soprattutto in un teatro dove la linea che separa la “protezione del commercio” dalla partecipazione a una guerra può assottigliarsi rapidamente.
Nei prossimi giorni, la dinamica sul terreno e sui mercati dirà molto del margine politico reale di tutti gli attori. Se l’offensiva contro l’Iran dovesse intensificarsi senza esiti rapidi, la pressione per riaprire lo Stretto potrebbe spingere alcuni alleati a riconsiderare la loro posizione. Se invece dovesse emergere una finestra negoziale, la tentazione di lasciare a Stati Uniti e potenze regionali il compito di gestire la sicurezza marittima potrebbe prevalere.
Per ora, Hormuz resta stretto non solo per le petroliere, ma per le scelte di politica estera di decine di governi. Ogni decisione navale presa, o rimandata, racconta qualcosa del modo in cui gli equilibri di potere del dopoguerra stanno cambiando, spesso più rapidamente delle dottrine che dovrebbero descriverli. In questo scenario, la capacità di definire una nuova governance della sicurezza energetica globale sarà uno dei veri banchi di prova dell’ordine internazionale dei prossimi anni.


