18 Aprile 2026
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Le decisioni politiche di Trump fanno guadagnare milioni a Trump

Operazioni anomale, crypto e vigilanza indebolita, il probabile insider trading di Donald Trump

Diciotto minuti prima dell’annuncio che fece rimbalzare Wall Street, qualcuno piazzò una scommessa da 2,1 milioni di dollari. A fine giornata ne valeva 21. Nessuno saprà mai chi è stato, perché la Securities and Exchange Commission ha appena smantellato lo strumento che lo avrebbe scoperto. Un viaggio tra mercati opachi, blockchain leggibili e un regolatore depotenziato. 

Il trader senza nome 

Erano le 9:37 del mattino del 9 aprile 2025, a Washington, quando Donald Trump digitò cinque parole sul suo social network personale: “questo è un gran momento per comprare”. Wall Street era in agonia da quattro giorni. L’annuncio dei dazi “reciproci” del 2 aprile, battezzato Liberation Day dall’amministrazione, aveva bruciato quasi sei trilioni di dollari di capitalizzazione. Il Dow aveva perso oltre quattromila punti. Gli investitori, italiani compresi, guardavano il loro conto titoli con il groppo in gola. 

Poi, alle 13:00 in punto, sui sistemi della Cboe Options Exchange successe qualcosa di insolito. Un investitore, o forse più di uno, la cosa non è stata chiarita, acquistò 5.105 contratti di un particolare tipo di opzione finanziaria. Una call option, per essere precisi, è un contratto che permette di guadagnare se il prezzo di un’azione o di un indice sale oltre un certo livello entro una certa data. Quando tutto va bene è la lotteria degli speculatori: piccola puntata, vincita potenzialmente enorme. Quando va male, si perdono solo i soldi pagati per il biglietto. 

Quelle call, riferite all’indice S&P 500, costavano 4,20 dollari l’una. In totale, l’acquirente aveva scommesso circa 2,14 milioni di dollari su un rialzo immediato del mercato. Immediato come? 

Immediato entro fine giornata. 

Diciotto minuti più tardi, alle 13:18, Trump pubblicò un secondo post. Questa volta era l’annuncio ufficiale: la pausa di novanta giorni sui dazi reciproci. Wall Street esplose. L’S&P 500 chiuse in rialzo del 9,5%, la terza migliore seduta dal 1940. Il Nasdaq volò del 12,2%, secondo miglior rialzo di sempre. Il Dow guadagnò quasi tremila punti. E quelle 5.105 call, comprate a 4,20 dollari, schizzarono fino a 42. La scommessa da 2,1 milioni valeva ora 21,4 milioni. 

Un altro blocco, piazzato alle 13:10 su opzioni leggermente diverse, aveva trasformato 624 mila dollari in dieci milioni. 

In diciotto minuti, qualcuno aveva moltiplicato per dieci il proprio capitale con una precisione che ha il sapore della preveggenza. 

Perché questa storia conta 

Non si tratta di un singolo post sospetto, né di un singolo blocco di opzioni. Si tratta di un pattern. Nel corso di quindici mesi dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, gli osservatori dei mercati finanziari e gli investigatori dei dati pubblici hanno iniziato a notare che, con una certa regolarità, qualcuno sembra piazzare le scommesse giuste pochi minuti prima che il presidente annunci decisioni in grado di muovere i prezzi globali. Dazi, pause, attacchi militari, cessate il fuoco. 

A questo si somma un’economia parallela. La famiglia presidenziale ha lanciato due progetti di criptovalute nel giro di pochi mesi, generando miliardi di dollari di valore sulla carta e centinaia di milioni in ricavi concreti, in alcuni casi provenienti da fondi sovrani stranieri. 

E infine c’è il terzo piano. Mentre questi flussi prendevano forma, l’agenzia federale che dovrebbe sorvegliare i mercati, la Securities and Exchange Commission, l’equivalente americano della Consob, ha perso il 15% del personale, ha archiviato un’ondata di procedimenti contro grandi aziende crypto, ha visto dimettersi la propria direttrice dell’enforcement dopo appena sei mesi e ha smantellato il sistema che permetteva di ricostruire chi compra e vende cosa sui mercati americani. 

Questo è un dossier su quello che la ricerca di fonti aperte, l’OSINT, open source intelligence, riesce a mostrare, e soprattutto su dove si ferma. 

Chi ha guadagnato quando il presidente ha parlato 

Reuters ha ricostruito la sequenza delle opzioni del 9 aprile per prima. L’agenzia si è mantenuta, come è giusto, su un registro di cautela. Non è stato possibile stabilire se i 5.105 contratti siano stati comprati da un singolo trader o da un gruppo, né se le posizioni siano state effettivamente liquidate in utile prima della chiusura. Il segnale è documentato, ma non è ancora imputato a nessuno. 

Va detto, per dovere di cronaca, che i giorni precedenti avevano registrato un’impennata record del trading in opzioni a causa della volatilità estrema. In un mercato dove tutti si stanno coprendo dal rischio, un blocco sospetto perde parte della sua forza probatoria. Non è un’anomalia che svetta in un mare calmo: è un’onda un po’ più alta in mezzo alla tempesta. 

Ma tre dettagli rendono il blocco del 9 aprile difficile da ridurre a rumore statistico. 

Il primo è il timing. Le call sono state comprate diciotto minuti prima dell’annuncio. In quella finestra, il mercato era ancora negativo. Nessun segnale tecnico pubblico lasciava presagire un rimbalzo della portata che poi si verificò. 

Il secondo è il tipo di scommessa. Chi ha comprato quelle opzioni stava puntando su un rialzo intraday di proporzioni storiche, non su una ripresa graduale nelle settimane successive. 

Il terzo è il contesto. A beneficiare del rimbalzo non è stato solo un misterioso investitore. Ne ha beneficiato direttamente anche il titolo Trump Media & Technology Group, la società quotata al Nasdaq con il ticker DJT che controlla Truth Social. Il titolo ha chiuso in rialzo del 22,67%, il doppio del mercato. La quota del 53% di proprietà di Trump, detenuta in un trust formalmente intestato al figlio Donald Trump Jr., ha guadagnato 415 milioni di dollari in una sola seduta. 

Per capirci: in meno di sette ore, il patrimonio della famiglia Trump nel solo titolo DJT è cresciuto di una cifra pari a quanto l’intera operazione di Trump Media aveva perso l’anno precedente. 

Il casinò del presidente 

Se il caso del 9 aprile lascia spazio al dubbio ragionevole, il vettore crypto lo chiude. Qui i flussi sono pubblici, verificabili e massicci. 

Due giorni prima dell’insediamento, il 17 gennaio 2025, una società collegata all’organizzazione Trump ha lanciato una cosiddetta meme coin chiamata $TRUMP. Cos’è una meme coin? Nel gergo del mondo crypto, è una criptovaluta che non ha una funzione tecnica particolare: non serve a pagare un servizio, non rappresenta una quota aziendale, non è garantita da nulla. Vale quello che le persone sono disposte a pagarla sul momento. È, essenzialmente, il gettone di un casinò digitale in cui il banco è l’emittente. 

In questo caso, il banco era la famiglia Trump. 

Il contratto che governa $TRUMP ha una caratteristica precisa: ogni volta che qualcuno compra o vende il token, una commissione viene instradata automaticamente verso i wallet del team di progetto. Più il token si muove, più gli emittenti incassano. Indipendentemente dall’esito per chi compra e vende. 

Trump Bitcoin meme

I dati sono pubblici, perché sono registrati sulla blockchain Solana e chiunque li può consultare con strumenti gratuiti. Chainalysis, la società di analisi blockchain più citata al mondo, ha aggregato le cifre per CNBC. Su circa due milioni di wallet che hanno acquistato $TRUMP, 58 hanno guadagnato oltre dieci milioni di dollari ciascuno, per un totale di 1,1 miliardi. Gli altri 764 mila wallet, quasi tutti di piccoli investitori, hanno perso soldi. 

Un’analisi forense commissionata dal New York Times ha elevato il conteggio delle perdite: 813.294 wallet avrebbero bruciato complessivamente due miliardi di dollari, mentre la società del presidente e i suoi partner incassavano circa cento milioni solo in commissioni di trading. 

A maggio 2025, una settimana prima di una “cena privata” con il presidente riservata ai top holder del token, analisi on-chain hanno mostrato che alcune persone avevano saputo dell’evento in anticipo e si erano posizionate di conseguenza. L’annuncio della cena fece rimbalzare il prezzo di oltre il 50%. Gli insider che avevano comprato prima incassarono. Gli altri arrivarono a festa iniziata. 

La banca di famiglia 

Il secondo progetto è più ambizioso. Si chiama World Liberty Financial, una piattaforma finanziaria cofondata dai tre figli di Trump insieme a Steve Witkoff, poi nominato inviato diplomatico speciale, e ai suoi figli. A settembre 2025, il lancio del token ufficiale della piattaforma, chiamato WLFI, ha portato il valore sulla carta delle partecipazioni della famiglia Trump a circa cinque miliardi di dollari. Il 75% dei ricavi del progetto è destinato alla famiglia stessa. 

A corredo della piattaforma, World Liberty Financial ha emesso una stablecoin chiamata USD1. Le stablecoin sono criptovalute il cui prezzo è ancorato al dollaro, in teoria una per una. Servono a parcheggiare valore dentro il mondo crypto senza subire le oscillazioni selvagge di bitcoin o ether. Nel caso di USD1, però, questa funzione apparentemente tecnica ha assunto una rilevanza geopolitica. 

Un fondo di investimento statale degli Emirati Arabi Uniti, MGX, ha investito due miliardi di dollari nella piattaforma Binance utilizzando USD1 come mezzo di scambio. Tradotto: un veicolo di investimento di uno stato straniero ha parcheggiato due miliardi in uno strumento finanziario controllato dalla famiglia del presidente in carica, mentre il presidente prendeva decisioni di politica estera che riguardavano direttamente quel paese. 

Il giornalista investigativo di Bloomberg Zeke Faux, autore di un libro sul crollo dell’industria crypto, ha stimato in un’intervista a PBS che la famiglia Trump abbia incassato da World Liberty Financial tra 400 e 500 milioni di dollari solo nel primo anno. Per dare un ordine di grandezza: nello stesso periodo, i golf club e resort della famiglia hanno generato 33 milioni, il licensing del nome Trump altri 23 milioni. Il crypto, da solo, ha reso più di venti volte il business tradizionale. 

A novembre 2025, il deputato Jamie Raskin, ranking member del Comitato Giustizia della Camera, ha pubblicato un rapporto dello staff con un titolo eloquente: Trump, Crypto, and a New Age of Corruption. Le cifre centrali: le partecipazioni crypto complessive del presidente erano valutate fino a 11,6 miliardi di dollari, con oltre 800 milioni di reddito da vendite di asset crypto nel solo primo semestre 2025. Il rapporto documenta anche la chiusura o l’archiviazione, da parte della SEC, di procedimenti federali contro otto grandi aziende crypto che avevano donato al presidente o investito nelle sue società: Coinbase, Gemini, Robinhood, Ripple, Crypto.com, Uniswap, Yuga Labs, Kraken. 

Tre scommesse perfette, troppe coincidenze 

Il 9 aprile 2025 non è un caso isolato. Un anno dopo, il 22 marzo 2026, un pattern identico si è ripetuto con una sola variabile sostituita. 

Alle 6:49 del mattino quel sabato, sulla piattaforma dei futures sul petrolio Brent, si è registrato un picco anomalo di attività. Secondo i dati di Refinitiv rielaborati da Reuters, in quei minuti sono stati piazzati oltre 500 milioni di dollari in scommesse ribassiste sul greggio. Nove volte il volume medio per quell’orario. Le posizioni erano calibrate per guadagnare da un doppio esito: crollo del petrolio e rimbalzo dei mercati azionari. 

Poche ore più tardi, Trump ha annunciato su Truth Social una pausa negli attacchi americani contro le infrastrutture energetiche iraniane. Il petrolio è crollato di oltre il 10%. Le azioni sono rimbalzate. Chi aveva scommesso alle 6:49 ha incassato cifre che nessuno ha ancora quantificato con precisione. 

Trump Bitcoin

Il deputato Ritchie Torres ha formalmente chiesto a SEC e CFTC, l’agenzia federale che sorveglia i mercati delle materie prime, di aprire un’indagine. Nel testo della sua richiesta, Torres indica che lo stesso schema, operazioni anomale pochi minuti prima di un annuncio presidenziale market-moving, aveva preceduto anche l’azione militare americana in Venezuela all’inizio del 2026. 

A questo punto, un analista di mercati ha davanti non più un episodio, ma una serie. E le serie, nel mestiere di chi lavora sui dati, sono quello che distingue un’anomalia casuale da un sistema. 

Il cane da guardia senza denti 

Qui arriva la parte più documentata, perché la fonte è la SEC stessa. 

Il 10 febbraio 2025, l’agenzia ha pubblicato un ordine tecnico dal titolo burocratico e dall’impatto enorme. La SEC ha esentato tutti gli intermediari finanziari americani dall’obbligo di comunicare a un sistema chiamato Consolidated Audit Trail, o CAT, le informazioni identificative dei loro clienti: nome, indirizzo, anno di nascita. 

Cos’è il CAT e perché conta? È un enorme database creato dopo il Flash Crash del 2010, quando i mercati americani persero in pochi minuti centinaia di miliardi senza una causa apparente. Dopo quel disastro, i regolatori si resero conto che non erano in grado di ricostruire chi avesse comprato e venduto cosa, a quale ora, da quale conto. Il CAT fu costruito per risolvere quel problema: una scatola nera dei mercati, consultabile dai regolatori in caso di eventi anomali. 

Lo scopo del CAT era identificare, in presenza di un trade sospetto, chi lo avesse effettivamente ordinato. 

Con l’ordine del 10 febbraio, quella capacità di identificazione è stata disattivata. La commissaria della SEC Caroline Crenshaw, dissentendo pubblicamente, ha intitolato il suo testo di opposizione “Declawing the CAT”, “togliere gli artigli al gatto”, e ha osservato, in una delle frasi più citate di tutto il 2025 nei circoli finanziari americani, che l’agenzia stava cancellando le impronte digitali dalla scena del crimine. 

Il 30 settembre 2025, un secondo ordine ha ridotto ulteriormente la granularità dei dati conservati, permettendo la cancellazione di quelli oltre i tre anni e disattivando alcune funzioni di interrogazione rapida. 

A febbraio 2026, il presidente della SEC, Paul Atkins, ha aperto un percorso di revisione integrale del CAT che potrebbe portare alla sua ridefinizione sostanziale. 

Nel frattempo, l’agenzia si è svuotata. In un discorso interno del 6 maggio 2025, Atkins ha comunicato al personale che la SEC aveva perso il 15% della forza lavoro da inizio anno. Le divisioni più colpite erano Enforcement, cioè la squadra che indaga e incrimina, e General Counsel, cioè l’ufficio legale. I numeri ufficiali del 2025: 56 azioni contro società quotate e controllate, in calo del 30% rispetto al 2024. Il 90% di quelle azioni era stato avviato negli ultimi giorni della presidenza Biden. Sotto Atkins, appena quattro. Le azioni in materia crypto sono crollate del 60%. Le sanzioni monetarie contro operatori crypto sono scese al 3% del totale 2024. 

Il 16 marzo 2026, la direttrice dell’Enforcement, Margaret Ryan, si è dimessa dopo sei mesi. Secondo i report rilanciati dalla senatrice Elizabeth Warren, ranking member della commissione Banche, Ryan aveva voluto perseguire più aggressivamente casi di frode anche quando riguardavano la cerchia presidenziale, trovando resistenza da parte dei vertici politici. I casi citati come punto di frizione includevano quello di Justin Sun, l’imprenditore crypto cinese-americano che ha investito almeno 75 milioni in World Liberty Financial e che la SEC aveva accusato di frode sotto la presidenza Biden, e quello di Elon Musk. 

Parallelamente, la Public Integrity Section del Dipartimento di Giustizia, la squadra creata dopo Watergate per perseguire la corruzione dei funzionari pubblici, è stata ridotta da 36 avvocati a 2. 

Cosa dicono i difensori 

Il primo e più solido: il post del 9 aprile era pubblico. Milioni di follower lo hanno visto. Per la legge americana, l’insider trading in senso stretto consiste nel trarre profitto da informazioni non pubbliche. Un messaggio letto da nove milioni di persone non è, per definizione, un’informazione non pubblica. Diversi giuristi intervistati da PBS e Time, incluso Adam Pritchard dell’Università del Michigan, hanno sostenuto che il caso di insider trading sul singolo post è giuridicamente fragile. 

Il secondo: la volatilità generalizzata rende i segnali meno netti. In un mercato dove i volumi di opzioni sono già a livelli record, un blocco di 5.105 contratti non è l’anomalia che sarebbe in condizioni normali. 

Il terzo: Trump potrebbe sempre sostenere di non aver ancora preso la decisione al momento del post. La linea difensiva, già utilizzata dal portavoce della Casa Bianca Kush Desai, è che il presidente stesse esercitando la sua ordinaria funzione di rassicurare i mercati. 

Il quarto: alcune fonti circolate nei circoli critici, compresa una cena privata a Mar-a-Lago del 30 marzo 2025 con tre gestori di hedge fund, non hanno riscontro nei principali quotidiani di riferimento. Il riferimento ricorrente al “Mar-a-Lago Accord” nel dibattito economico del 2025 è in realtà un’altra cosa: una proposta di Stephen Miran, all’epoca capo dei consiglieri economici del presidente, per indebolire il dollaro e ristrutturare il debito pubblico americano. Non una cena di insider trading. 

Quello che l’OSINT non vede 

Le conversazioni private non sono accessibili. Le riunioni a Mar-a-Lago, i briefing del mattino, le telefonate fra il presidente e i suoi consulenti: nulla di tutto questo arriva al giornalista di fonti aperte. Chi ha eseguito quei 5.105 contratti del 9 aprile, in pratica, non potrà essere identificato senza l’accesso interno ai broker-dealer, accesso che la SEC ha la facoltà di chiedere ma che, nella sua configurazione attuale, non sembra orientata a chiedere. 

I wallet della famiglia Trump sono soggetti a vesting pluriennale. L’80% del supply del token $TRUMP è bloccato per tre anni in entità controllate da Trump Organization. Le valutazioni mark-to-market da 11,6 miliardi non corrispondono necessariamente a incassi reali. Il gap tra valore nozionale e ricavo effettivo resta rilevante e va dichiarato. 

Sec

Le movimentazioni fuori blockchain, depositi e prelievi sugli exchange centralizzati, spezzano la catena OSINT. Gli investimenti di Justin Sun sono emersi perché lui stesso li ha dichiarati pubblicamente. Ma non tutti i soggetti stranieri che entrano in questi veicoli sono altrettanto loquaci. 

Cosa racconta, davvero, questo dossier 

Il punto non è dimostrare, oltre ogni ragionevole dubbio, che il presidente abbia informato personalmente qualcuno prima del post del 9 aprile. Quella è una dimostrazione che richiederebbe subpoena, testimonianze interne, accesso ai registri dei broker. Strumenti che l’OSINT non ha e che, allo stato, l’apparato federale non sembra disposto a usare. 

Il punto è un altro. Un’indagine sui dati pubblici permette di osservare, tutto in una volta, quattro fatti. 

Una famiglia presidenziale che è diventata emittente e beneficiaria diretta di strumenti finanziari per oltre dieci miliardi di dollari, con controparti che includono fondi di investimento statali esteri. 

Un pattern di operazioni anomale che si ripete, con regolarità sospetta, nei minuti che precedono gli annunci market-moving del presidente. 

Un’agenzia federale di vigilanza che ha perso il 15% del personale, il 30% delle sue azioni esecutive, la direttrice dell’enforcement dopo sei mesi di attriti, e che ha sistematicamente archiviato i procedimenti contro soggetti legati alla cerchia presidenziale. 

La disattivazione deliberata dello strumento tecnico che avrebbe permesso di identificare chi ha comprato quelle 5.105 call option alle 13 del 9 aprile. 

Ognuno di questi fatti, preso da solo, avrebbe una spiegazione plausibile. Presi insieme, disegnano un sistema in cui il conflitto tra policy e trading è diventato strutturale e in cui l’entità che avrebbe il compito di controllarlo è stata sistematicamente neutralizzata. 

Per chi si occupa di integrità dei mercati finanziari, e, più in generale, per chi in Europa deve riflettere sulla tenuta dell’ordine economico occidentale, il dato rilevante non è il singolo trade. È la constatazione che, in un arco di quindici mesi, il più grande mercato di capitali del mondo è diventato meno trasparente, meno vigilato e più permeabile alle interferenze di chi sta al vertice del potere esecutivo. 

L’acquirente dei 5.105 contratti call probabilmente non sarà mai identificato. Non è un fallimento delle indagini. È il risultato scelto. 

Nota metodologica per il lettore 

Questo dossier si basa esclusivamente su fonti primarie e su giornalismo di testate con standard editoriali verificabili. I dati di mercato sul 9 aprile 2025 provengono dalla ricostruzione originale di Reuters, confermata da PBS News, NBC News e CNBC. I numeri sulle criptovalute sono blockchain analytics di Chainalysis, aggregate da CNBC, e analisi forensi commissionate dal New York Times. I dati sulla SEC vengono dai press release ufficiali dell’agenzia, dalle dichiarazioni pubbliche dei commissari, dalle audizioni congressuali e dai report di Cornerstone Research e NYU Pollack Center. Le richieste di indagine parlamentare sono pubblicate integralmente sui siti istituzionali del Senato e della Camera. Il rapporto del deputato Raskin sulle attività crypto della famiglia Trump è stato depositato presso il Comitato Giustizia della Camera il 25 novembre 2025. 

Fonti
Reuters, aprile 2025. Ricostruzione dei volumi anomali in opzioni SPY del 9 aprile.
PBS News / Associated Press, 10 aprile 2025. Cronaca dell’episodio e reazioni degli esperti di etica.
PBS News, 12 aprile 2025. Analisi delle obiezioni giuridiche alla tesi dell’insider trading.
CNBC, 11 aprile 2025. Lettera dei senatori democratici alla SEC.
Senato USA, Commissione Banche, 11 aprile 2025. Testo integrale della lettera a Paul Atkins.
Ufficio del deputato Ritchie Torres, 22 marzo 2026. Richiesta di indagine SEC/CFTC sui futures petroliferi.
CNBC, 6 maggio 2025. Dati Chainalysis sui flussi del token $TRUMP.
House Judiciary Committee Democrats, 25 novembre 2025. Rapporto dello staff Raskin.
CBS News, settembre 2025. Dati sul token WLFI e valore delle partecipazioni della famiglia Trump.
PBS NewsHour, novembre 2025. Intervista sui ricavi crypto complessivi.
Wealth Management, febbraio 2026. Dati sul crollo delle azioni di enforcement SEC.
Alex Trizio
Alex Triziohttps://www.alground.com
Logo Home Perché Eywa Perché Eywa Il Team fondatore Alessandro Trizio Direttore Responsabile Da sempre appassionato di informatica e nuove tecnologie. Si avvicina al mondo dell’open source e partecipa attivamente allo sviluppo del sistema operativo Linux, approfondendo sempre di più il settore di sviluppo e ingegneria software, collaborando con aziende statunitensi. Contemporaneamente, avvia e amplia studi sulla comunicazione e sul comportamento sociale e della comunicazione non verbale. Questi progetti lo portano a lunghe collaborazioni all’estero, tra USA e Israele, dove approfondisce le interazioni fra software ed essere umano, che sfociano nella specializzazione in intelligenza artificiale. I molti viaggi in Medio Oriente aumentano la passione per la politica e la geopolitica internazionale. Nel 2004, osserva lo sviluppo dei social network e di una nuova fase del citizen journalism, e si rende conto che le aziende necessitano di nuovi metodi per veicolare i contenuti. Questo mix di elevate competenze si sposa perfettamente con il progetto di Web Reputation della madre, Brunilde Trizio. Ora Alessandro è Amministratore e Direttore strategico del Gruppo Trizio.
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