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Elezioni comunali maggio 2026: il paese al voto tra sorprese e astensioni record
L’Italia ha scelto. Nella tornata elettorale del 24 e 25 maggio 2026, quasi 6,6 milioni di cittadini sono stati chiamati alle urne per rinnovare le amministrazioni di circa 750 Comuni italiani, di cui 18 capoluoghi di provincia. Il risultato politico più evidente è che il centrodestra ha saputo reggere e anzi avanzare, strappando alla sinistra una città simbolica come Venezia e confermando il dominio nel Mezzogiorno con una vittoria da record a Reggio Calabria. Dall’altro lato della barricata, il centrosinistra tiene le sue piazzeforti toscane e manda in ballottaggio alcune sfide ancora aperte, ma la fotografia complessiva non sorride alla coalizione che puntava a capitalizzare la mobilitazione referendaria.
Il dato che pesa più di tutti: l’astensionismo
Prima ancora di ragionare su chi ha vinto e chi ha perso, è necessario fermarsi sul numero che racconta l’Italia forse meglio di qualunque percentuale di lista: l’affluenza definitiva si è attestata al 60,06%, in calo di quasi cinque punti percentuali rispetto al 64,91% della precedente tornata elettorale negli stessi Comuni. Un crollo che, pur non essendo catastrofico in termini assoluti, consolida un trend preoccupante e trasversale. Alle 19 del 24 maggio, il primo giorno di voto, solo il 34,5% degli aventi diritto si era recato alle urne, contro il 37% registrato nelle precedenti consultazioni comparabili.
Il calo si è rivelato particolarmente accentuato al Nord e in alcune aree del Centro Italia. In Emilia-Romagna l’affluenza si è fermata oltre 9 punti sotto la precedente tornata, mentre in Toscana il divario ha superato i 5 punti. In controtendenza, come spesso accade, il Sud del Paese: Calabria, Campania, Basilicata e Puglia hanno registrato un aumento della partecipazione, a dimostrazione che la politica locale mantiene ancora un legame viscerale con le comunità meridionali. L’unica regione a superare il 70% di partecipazione è stata l’Umbria, mentre il dato più basso in assoluto appartiene al Molise, fermo al 47,7%.
Venezia, il colpo grosso del centrodestra

Il risultato che più ha catalizzato l’attenzione nazionale è senza dubbio quello di Venezia. Simone Venturini, assessore uscente e candidato del centrodestra, ha vinto al primo turno con il 51,03% dei voti, battendo nettamente il senatore del Partito Democratico Andrea Martella, che si è fermato al 39,21%. Una vittoria che in pochi avevano pronosticato con tale nettezza: i sondaggi della vigilia lasciavano aperta la possibilità di un ballottaggio, e invece la città lagunare ha consegnato il risultato già nella notte tra il 25 e il 26 maggio.
Venturini era sostenuto da una coalizione ampia che comprendeva Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, l’UDC, il Partito dei Veneti e la lista civica personale legata all’eredità dell’ex sindaco Luigi Brugnaro, che da sola ha raccolto circa il 30% dei voti. Il centrosinistra aveva schierato una coalizione altrettanto larga, con il Pd, Alleanza Verdi e Sinistra, il Movimento 5 Stelle, Italia Viva e diverse liste civiche, ma la sommatoria non è bastata. L’affluenza a Venezia si è fermata al 55,87%, in calo rispetto al 62,23% della precedente consultazione, un dato che alimenta ulteriori riflessioni sul progressivo distacco dei veneziani dalla vita politica della loro città.
Reggio Calabria: percentuali bulgare per Cannizzaro
Se Venezia ha sorpreso per la chiarezza della vittoria al primo turno, Reggio Calabria ha stupito per le proporzioni quasi plebiscitarie del risultato. Francesco Cannizzaro, deputato di Forza Italia e coordinatore del partito in Calabria, ha conquistato la guida della città dello Stretto con il 65,68% dei voti, lasciando il candidato del centrosinistra Domenico Donato Battaglia fermo al 24,74%. Cannizzaro era sostenuto da ben 12 liste, tra cui Forza Italia, Fratelli d’Italia, Lega, Noi Moderati, Azione con Calenda, e numerose liste civiche a supporto.
Il risultato segna la fine di un’era per Reggio Calabria: la città si prepara al post-Falcomatà, il sindaco di centrosinistra che aveva governato per ben 12 anni. L’affluenza definitiva si è attestata intorno al 65%, in lieve calo rispetto alla tornata precedente. La schiacciante vittoria di Cannizzaro rispecchia non solo la forza della coalizione di centrodestra nel Mezzogiorno, ma anche un certo logoramento dell’opposizione, incapace di presentare un’alternativa credibile e unitaria in una delle città storicamente più complesse del Sud.
Salerno: il ritorno dello Sceriffo
Tra i capitoli più romanzeschi di queste comunali 2026 c’è senza dubbio quello di Salerno, dove Vincenzo De Luca, l’ex governatore della Regione Campania, ha vinto il suo quinto mandato da sindaco con oltre il 57,5% dei voti. Una vittoria che racconta molto della personalità politica di De Luca e ancor di più delle fratture nel campo progressista: l’ex governatore ha corso senza il simbolo ufficiale del Partito Democratico, che ha scelto di non appoggiarlo dopo le tensioni nazionali, e si è trovato addirittura contro le liste di Alleanza Verdi e Sinistra e del Movimento 5 Stelle, che hanno sostenuto il candidato Franco Massimo Lanocita, fermatosi al 14,1%.
Il centrodestra, con Gherardo Maria Marenghi, si è fermato al 15,6%, a conferma che nel capoluogo campano il tema politico centrale non era la contrapposizione destra-sinistra, ma la resa dei conti interna al campo progressista. L’affluenza a Salerno si è confermata stabile al 63,43%, sostanzialmente in linea con il 63,19% della tornata precedente, un segnale di come la personalità carismatica di De Luca riesca ancora a trascinare i salernitani alle urne.
La Toscana resiste, Arezzo al ballottaggio

Il centrosinistra ha trovato respiro in Toscana, dove ha difeso le sue posizioni nelle città più popolose. A Prato e a Pistoia la coalizione progressista ha confermato il governo locale, riuscendo a vincere già al primo turno in entrambi i capoluoghi. Ad Arezzo, invece, la sfida si è rivelata più equilibrata del previsto e il Comune toscano si è avviato verso il ballottaggio del 7-8 giugno, insieme ad altri capoluoghi come Lecco, Chieti, Trani e Agrigento.
Il caso di Lecco e Mantova in Lombardia merita una menzione particolare: la regione ha visto 93 Comuni chiamati alle urne, con Lecco e Mantova come unici capoluoghi lombardi al voto. A Mantova il centrosinistra ha tenuto le sue posizioni, mentre Lecco ha dovuto rinviare la decisione al secondo turno. Sul piano delle forze partitiche nazionali, il responso di queste comunali ha confermato che Partito Democratico e Fratelli d’Italia rimangono le principali forze trainanti delle rispettive coalizioni, mentre Lega e Movimento 5 Stelle faticano a imporsi nei centri più grandi.
Il referendum come ombra sulle elezioni
Queste elezioni si sono svolte in un contesto politico nazionale tutt’altro che neutro. La campagna per il referendum sulla giustizia aveva animato le settimane precedenti il voto, e molti analisti si attendevano un effetto trascinamento capace di mobilitare ulteriori elettori nell’area progressista. I risultati hanno invece smentito questa tesi: il centrosinistra non ha sfondato, e il centrodestra ha mantenuto o migliorato le sue posizioni anche in terreni storicamente sfavorevoli. La separazione tra l’agenda referendaria e quella amministrativa locale si è rivelata netta nella mente degli elettori, a dimostrazione che le elezioni comunali continuano a seguire dinamiche proprie, legate più alla percezione del sindaco e alla qualità dei servizi locali che alle grandi questioni della politica nazionale.
Brescia e il panorama locale
Anche la provincia di Brescia ha fatto la sua parte in questa tornata elettorale: dieci Comuni bresciani sono stati chiamati alle urne, e in nessuno di essi si andrà al ballottaggio, con tutti i sindaci eletti già al primo turno. Tra i risultati più significativi spicca quello di Rovato, dove Valentina Bergo di Fratelli d’Italia, assessora uscente della giunta Belotti, ha vinto con il 55% dei voti, battendo il candidato del Pd Alessandro Botticini (fermo al 21%) e la civica Gabriella Marini (17%), oltre all’ex sindaco Roberto Manenti, candidato con una lista di destra-destra al 6,7%. Il centrodestra ha trionfato anche a Lonato e ha strappato Corte Franca al centrosinistra, mentre a Travagliato, Capriano e Quinzano gli uscenti sono stati riconfermati dai propri elettori.
Cosa ci dicono questi risultati
La lettura politica di questa tornata è più complessa di quanto i titoli dei giornali possano suggerire. Il centrodestra governa in modo efficace il territorio e sa scegliere candidati capaci di intercettare il consenso locale, come dimostrano i casi di Venturini e Cannizzaro. Il centrosinistra tiene le sue regioni tradizionali ma fatica a espandersi, e il caso De Luca a Salerno mostra come le leadership personaliste possano ancora prevalere sulla logica di coalizione. Il dato che però dovrebbe preoccupare tutti, al di là del colore politico, è quello dell’astensionismo crescente: quasi il 40% degli italiani aventi diritto non si è presentato alle urne, e il trend sembra strutturale, non occasionale. I ballottaggi del 7 e 8 giugno ad Arezzo, Lecco, Chieti, Trani e Agrigento offriranno un ulteriore tassello per completare questo mosaico elettorale e capire se le dinamiche emerse al primo turno si consolideranno o riserveranno nuove sorprese.


