Punti chiave
Milioni di persone nell’est della Repubblica Democratica del Congo stanno scivolando verso la fame estrema, non per mancanza di cibo, ma perché il cibo non arriva più alle famiglie.
In un’area già segnata da decenni di guerra, la presa di potere dei ribelli M23 attorno a Goma ha trasformato una crisi cronica in una emergenza che rischia di assumere i contorni di una carestia contemporanea.
Un assedio silenzioso intorno a Goma
A Goma, capitale economica del Nord Kivu, le corsie dei supermercati sono vuote, i banchi dei mercati spogli, i prezzi dei generi alimentari che riescono ancora a entrare in città crescono di settimana in settimana. Il gruppo armato M23, che un anno fa ha conquistato la città più grande dell’est congolese, ha cercato di presentarsi come nuova autorità di fatto, ma il risultato è un sistema di controllo che soffoca la circolazione di beni essenziali e spinge la popolazione verso la fame.
La dinamica è brutale nella sua semplicità. I ribelli hanno costretto molti agricoltori a fuggire dalle campagne, abbandonando i campi a pochi chilometri da centri urbani dove la gente non riesce a comprare nemmeno la farina. Le derrate che riescono a lasciare le zone rurali si bloccano ai posti di controllo, dove la milizia impone tasse, requisizioni arbitrarie, autorizzazioni selettive. Ciò che non viene confiscato marcisce lungo le strade, mentre in città le madri fanno la fila davanti a negozi con gli scaffali già vuoti.
Una di loro è Noella Amisi, infermiera ventottenne, che dopo aver ricevuto una piccola somma dal marito rimasto a Kinshasa ha attraversato Goma per ore alla ricerca di latte in polvere e zucchero per i figli, senza trovare nulla da comprare. Il suo racconto è emblematico di una quotidianità in cui il denaro perde significato se non esiste più un mercato funzionante. Chi ha ancora qualche risparmio vende vestiti, utensili, oggetti di casa per racimolare contanti, ma spesso si ritrova con banconote in tasca e nessun posto dove spenderle per comprare il cibo.
L’ombra lunga dell’M23 e del Rwanda
L’ascesa dell’M23, riemerso con forza negli ultimi anni, non è un fenomeno isolato nella geografia dei conflitti dei Grandi Laghi. Secondo investigatori delle Nazioni Unite, il movimento ribelle ha potuto conquistare e consolidare il controllo su parte del Nord e del Sud Kivu grazie al sostegno militare del Rwanda, interessato a trasformare l’est del Congo in una zona di influenza stabile e funzionale ai propri obiettivi economici e strategici.
Le stesse fonti descrivono la nascita de facto di una regione semi autonoma sotto influenza rwandese, nel cuore di un’area ricchissima di minerali strategici come coltan, oro e cassiterite. L’economia del Rwanda è tra le più dinamiche del continente e una parte di questa crescita, notano economisti e analisti, è alimentata dal flusso di materie prime congolesi che attraversano illegalmente il confine. In questa equazione geopolitica, le popolazioni locali diventano marginali: la priorità è il controllo delle miniere, delle rotte commerciali, dei valichi chiave.
Il prezzo di questo disegno è pagato soprattutto dai civili. Nel vuoto lasciato da uno Stato debole e spesso assente, l’M23 ha imposto un sistema fiscale parallelo fatto di tassazioni arbitrarie, estorsioni, espropri e controllo capillare sul commercio di beni alimentari. Chi vuole spostare sacchi di farina, sacchi di manioca o bestiame deve pagare, spesso più di quanto potrà guadagnare alla vendita. Questo meccanismo scoraggia gli spostamenti, svuota i mercati e alimenta un circolo vizioso che unisce insicurezza, carestia strisciante e impoverimento di massa.
Un’emergenza che supera i confini del Kivu
La crisi dell’est si innesta su un quadro nazionale già drammatico. Più di 26 milioni di congolesi sono oggi stimati in condizioni di insicurezza alimentare acuta, una cifra che rappresenta oltre un quinto dell’intera popolazione del paese. Nelle province orientali di Nord Kivu, Sud Kivu, Ituri e Tanganyika, circa 3,9 milioni di persone rischiano livelli di emergenza, in cui la capacità di procurarsi cibo sufficiente per sopravvivere è seriamente compromessa.
Si tratta di territori dove la guerra non è mai davvero finita. Oltre all’M23, operano decine di gruppi armati, milizie comunitarie, bande criminali più o meno collegate a signori della guerra e reti di contrabbando. La violenza ha spinto oltre 5 milioni di persone a lasciare le proprie case, spesso più di una volta, trasformandole in sfollati cronici che vivono di aiuti umanitari, piccoli lavori informali e strategie di sopravvivenza sempre più precarie.
In questo mosaico di insicurezza, l’offensiva dell’M23 e il collasso delle catene di approvvigionamento hanno funzionato da detonatore. Il sistema agricolo locale era già fragile, minato dall’abbandono dei campi, dalla mancanza di infrastrutture, dalle piogge più irregolari e dagli effetti combinati delle inondazioni e delle frane. Ora, con intere aree rurali diventate inaccessibili e con strade chiave sotto controllo dei ribelli, il legame tra campagna e città rischia di spezzarsi.
Dalla crisi alimentare al rischio carestia
Gli esperti di sicurezza alimentare parlano di “crisi” e “emergenza” usando una terminologia tecnica che nasconde una realtà concreta: pasti saltati, bambini sempre più magri, famiglie costrette a ridurre porzioni e varietà di cibo, vendita di asset essenziali pur di comprare qualche chilo di riso. Secondo le più recenti valutazioni, in diverse zone dell’est si registra già una presenza di popolazioni in fase di emergenza, preludio potenziale a condizioni assimilabili alla carestia se non cambiano rapidamente le dinamiche di accesso agli alimenti.
Il paragone che alcuni analisti evocano è quello con la carestia etiope del 1985 o con le zone agricole trasformate in luoghi di fame in Sudan dagli eserciti e dalle milizie in guerra. Non si tratta di analogie superficiali. Anche nel Congo orientale, l’elemento centrale non è l’assenza assoluta di cibo ma la sua inaccessibilità, prodotta da scelte politiche e militari. La fame, qui, è un effetto collaterale di strategie di controllo territoriale e di arricchimento attraverso le risorse naturali.
I numeri sulla malnutrizione infantile confermano la gravità della situazione. Quasi la metà dei bambini congolesi sotto i cinque anni soffre di ritardi nella crescita dovuti a malnutrizione cronica, un dato che implica conseguenze a lungo termine sullo sviluppo cognitivo e fisico di un’intera generazione. Le emergenze sanitarie ricorrenti, come colera, malaria o mpox, si sovrappongono alla malnutrizione, indebolendo ulteriormente la capacità di resistenza delle comunità. In molti villaggi, un semplice episodio febbrile può diventare fatale per un bambino già indebolito dalla denutrizione.
Stato assente, aiuti in affanno
Il governo centrale di Kinshasa osserva in larga parte da lontano la trasformazione dell’est in un arcipelago di enclavi ribelli, campi profughi, zone grigie sotto influenza straniera. L’esercito regolare fatica a riconquistare terreno, mentre la diplomazia congelesa denuncia il ruolo del Rwanda e chiede sostegno internazionale senza riuscire a tradurre le dichiarazioni in un efficace cambio di rotta sul campo.
Per colmare il vuoto intervengono le agenzie umanitarie. Il Programma alimentare mondiale ha portato assistenza a milioni di persone nel corso del 2025, combinando distribuzioni di cibo, trasferimenti monetari e programmi di nutrizione per bambini, donne incinte e madri che allattano. Tuttavia, i bisogni crescono più velocemente delle risorse, e le restrizioni di bilancio hanno già costretto a ridurre il numero dei beneficiari in diverse provincie orientali.
L’organizzazione stima di aver bisogno di circa 349 milioni di dollari per mantenere le operazioni di emergenza fino ad aprile 2026, una cifra che al momento non è coperta dagli impegni dei donatori. Ciò significa che, proprio mentre s’innalza l’onda della crisi alimentare nelle zone di Goma e del Kivu, il sistema di aiuti rischia un “vuoto di pipeline”, ovvero un’interruzione nella disponibilità di cibo da distribuire. Un paradosso crudele in un paese dove i magazzini umanitari possono rimanere pieni, ma strade, posti di blocco e scontri armati impediscono di raggiungere le comunità più isolate.
La vita quotidiana sotto il dominio dei ribelli
Nelle città e nei villaggi controllati dall’M23, la fame è solo una delle facce di un regime che combina sicurezza relativa e coercizione. Per una parte della popolazione, l’arrivo dei ribelli ha significato la fine di saccheggi casuali, stupri di massa e violenze perpetrate da altre milizie sregolate, ma la stabilità è arrivata al prezzo di un controllo capillare sulla vita economica e sociale.
Il gruppo impone tasse su tutto, dalle merci che entrano al bestiame che attraversa i confini dei villaggi. Il commercio informale, che un tempo era una valvola di sfogo per le famiglie più povere, viene regimentato, monitorato, talvolta vietato. Le testimonianze raccolte da attivisti e organizzazioni della società civile parlano di confische arbitrarie dei raccolti, di punizioni per chi tenta di eludere i posti di controllo, di un clima di paura che rende difficile perfino raggiungere i campi.
Nel frattempo, i pochi negozi che riescono a mantenere qualche scorta diventano luoghi di tensione quotidiana. I prezzi di carne, latte, cereali e ortaggi sono “alle stelle”, riferiscono i residenti, e spesso solo chi è collegato alle reti economiche vicine ai ribelli o ai commercianti legati ai circuiti rwandesi può permettersi di comprare regolarmente. La città è così divisa tra chi cerca il cibo nei mercati saccheggiati o nei resti delle distribuzioni umanitarie e chi, in quartieri più protetti, continua a vivere una normalità distorta e sempre più fragile.
Una crisi politica quanto umanitaria
Dietro la fame che cresce nell’est del Congo si muove una crisi essenzialmente politica. Gli interessi sul controllo delle risorse minerarie, le rivalità regionali, le paure legate alla presenza di gruppi armati legati a vecchi conflitti, in particolare al genocidio rwandese, alimentano una spirale che rende la popolazione civile ostaggio di strategie militari e calcoli di potere.
Le Nazioni Unite hanno più volte avvertito del rischio che la guerra nel Kivu possa trasformarsi in una “conflagrazione regionale”, coinvolgendo in modo diretto eserciti e milizie di più paesi. Ogni nuova avanzata dell’M23, ogni perdita di territorio da parte di Kinshasa, ogni fallimento dei cessate il fuoco mediati dall’esterno contribuisce a rendere più difficile il lavoro di chi cerca di portare aiuti. E mentre i negoziati si trascinano tra capitali africane e tavoli diplomatici internazionali, sul terreno la priorità per molti è riuscire a trovare qualcosa da mangiare almeno una volta al giorno.
In questo scenario, la questione della responsabilità è al centro del dibattito. Da un lato, gli analisti puntano il dito contro i “nuovi governanti” dell’est, accusandoli di aver creato deliberatamente le condizioni in cui la fame diventa uno strumento di controllo politico e sociale. Dall’altro, la comunità internazionale è chiamata a fare i conti con anni di risposte frammentarie, oscillanti tra sostegno militare al governo congolese, missioni di peacekeeping dai mandati limitati e programmi di aiuto che non hanno mai affrontato davvero le radici del conflitto.
Il futuro dell’est del Congo dipenderà dalla capacità di spezzare il legame che unisce guerra, sfruttamento delle risorse e insicurezza alimentare. Ma per chi oggi vive a Goma, a Bukavu o nei campi per sfollati che punteggiano il Nord e il Sud Kivu, il futuro resta una categoria astratta. La priorità è arrivare a domani, con abbastanza cibo per nutrire i figli e la speranza che la politica smetta, almeno per un momento, di usare la fame come arma invisibile di una guerra senza fine.


