01 Febbraio 2026
Home Blog Pagina 24

Salvini: “Guerra con Meloni? Fantasie surreali”

“Ho parlato ieri al telefono con il vicepresidente americano Vance. Ho letto ricostruzioni giornalistiche che parlano di una presunta ‘guerra con Meloni’ sui rapporti con gli Stati Uniti. Ma siamo seri: questo non è giornalismo, è cabaret.” Così Matteo Salvini, vicepremier e leader della Lega, intervenendo in videocollegamento con la scuola di formazione politica del suo partito. Ha bollato queste interpretazioni come “retroscena inesistenti e surreali”.

Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha chiarito: “La politica estera è competenza del presidente del Consiglio e del ministro degli Esteri. Le altre sono iniziative personali, legittime ma non ufficiali.” Riferendosi alla telefonata tra Salvini e JD Vance, Tajani ha aggiunto: “Un ministro può parlare con rappresentanti di altri governi, ma la linea ufficiale la decidiamo noi.”

Salvini è poi tornato sull’incontro alla Casa Bianca tra Trump, Zelensky e Vance: “Quei dieci minuti hanno cambiato tutto. Al di là delle critiche, è evidente che Trump in due mesi ha fatto più per la pace di quanto altri abbiano fatto in anni. Non lo dico da tifoso, è un dato di fatto.”

Ha ribadito che “la pace è la base del benessere economico. Dobbiamo sostenere questo clima di disarmo e dialogo, senza continuare a parlare solo di armi e miliardi di spese militari.”

Salvini ha anche commentato il dibattito pubblico: “Viviamo nell’epoca dei tweet invecchiati male. Chi può dire di non aver mai cambiato idea in 30 anni? Ho visto un video di Travaglio – non certo un mio fan – che è stato lucido su Russia, Ucraina, Trump, von der Leyen. Serve coerenza nei valori, anche se si può sbagliare su una persona o un giudizio.”

Poi ha criticato certa narrazione mediatica sulla guerra: “Gli stessi che un anno fa dicevano che Putin era morto, ora sostengono che invaderà Roma e Madrid. E quindi servono 800 miliardi in armi, non in scuole o ospedali. Sembra che l’Armata Rossa sia tornata.”

Infine, ha puntato il dito sulla Romania: “Non è dietro l’angolo, ma nell’UE si è verificata una lesione della democrazia. Hanno sospeso un ballottaggio a urne aperte per presunte influenze russe su TikTok. Poi, quando si rifanno le elezioni, arrestano il candidato favorito e lo escludono.”

Tajani e Giorgetti sui dazi: “Serve equilibrio”

Tajani ha commentato la questione dazi: “La guerra commerciale non conviene a nessuno. Non dobbiamo perdere il mercato americano, né quello europeo. Abbiamo presentato un piano d’azione per rafforzare la presenza italiana nei mercati extraeuropei e limitare i danni di eventuali dazi. Siamo in contatto costante con la Commissione UE, che ha competenza esclusiva sul tema.”

Anche il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha sottolineato il ruolo strategico dei dazi: “Viviamo in un periodo di guerre commerciali e finanziarie, in cui strumenti come dazi e criptovalute vengono usati come armi economiche. Non servono più solo a proteggere l’economia, ma condizionano alleanze politiche e assetti geopolitici.” Lo ha detto durante il giuramento degli allievi ufficiali della Guardia di Finanza a Bergamo.

La guerra quantica: cos’è?

La guerra quantica rappresenta una frontiera rivoluzionaria nel panorama dei conflitti moderni, dove le leggi della fisica subatomica vengono applicate a strategie militari avanzate. Questa nuova dimensione bellica sfrutta fenomeni come la sovrapposizione quantistica, l’entanglement e altre proprietà della meccanica quantistica per sviluppare capacità militari senza precedenti in ambito di calcolo, comunicazione, rilevamento e crittografia. Mentre potenze come Stati Uniti, Cina e Russia investono miliardi nello sviluppo di queste tecnologie, esperti avvertono che siamo sull’orlo di una trasformazione radicale della guerra moderna, dove chi raggiungerà per primo la supremazia quantistica potrebbe ottenere vantaggi strategici paragonabili a quelli conseguiti con lo sviluppo della bomba atomica nel secolo scorso.

Le fondamenta della Guerra Quantica

La guerra quantica o “quantum warfare” si riferisce all’applicazione delle tecnologie quantistiche in ambito militare e di sicurezza nazionale. Differentemente dalla guerra convenzionale, che si basa su principi della fisica classica, la guerra quantica sfrutta i principi della meccanica quantistica per sviluppare nuove capacità offensive e difensive. Per comprendere appieno questo concetto, è necessario richiamare alcuni principi fondamentali della fisica quantistica.

La meccanica quantistica è la teoria fisica che descrive il comportamento della materia e dell’energia a livello atomico e subatomico, dove le teorie classiche risultano inadeguate. A differenza della fisica newtoniana, la fisica quantistica riconosce il dualismo onda-particella, il principio di indeterminazione di Heisenberg e fenomeni come la sovrapposizione degli stati e l’entanglement quantistico. Queste caratteristiche, apparentemente controintuitive, stanno ora trovando applicazioni concrete nei sistemi militari avanzati.

La guerra quantica non comporta necessariamente l’introduzione di nuove armi fisiche, quanto piuttosto un miglioramento significativo delle capacità di misurazione, rilevamento, precisione e potenza di calcolo delle tecnologie militari esistenti e future. Si tratta di una trasformazione silenziosa ma profonda, paragonabile all’introduzione del radar durante la Seconda Guerra Mondiale, che rivoluzionò le operazioni militari fornendo intelligence in tempo reale sui movimenti nemici.

Dal Bit al Qubit

Il cuore della rivoluzione quantica militare risiede nel passaggio dai bit classici ai qubit (bit quantistici). Mentre i computer tradizionali elaborano informazioni in bit binari (0 o 1), i computer quantistici utilizzano qubit che, grazie alla sovrapposizione quantistica, possono esistere simultaneamente in più stati. Questo permette di eseguire calcoli paralleli su vasta scala, risolvendo problemi complessi in tempi drasticamente ridotti rispetto ai supercomputer classici.

Il calcolo quantistico rappresenta probabilmente l’applicazione più dirompente per la sicurezza nazionale. I computer quantistici, sfruttando fenomeni come la sovrapposizione e l’entanglement, possono teoricamente decifrare le attuali forme di crittografia in tempi brevissimi. Questo potrebbe compromettere la sicurezza delle comunicazioni militari, dei sistemi finanziari e delle infrastrutture critiche a livello globale.

Algoritmi quantistici come quello di Shor potrebbero rendere obsoleti gli attuali sistemi di crittografia asimmetrica, aprendo la strada a quella che alcuni esperti definiscono “apocalisse quantistica”. Chi possiederà per primo questa capacità potrà accedere a informazioni classificate delle potenze rivali, sovvertendo gli equilibri geopolitici esistenti.

Parallelamente alla minaccia per i sistemi crittografici attuali, le tecnologie quantistiche offrono anche nuove opportunità per comunicazioni ultrasicure. La distribuzione quantistica delle chiavi (QKD) sfrutta principi quantistici per creare canali di comunicazione teoricamente impossibili da intercettare senza essere rilevati.

La Cina ha già dimostrato un’impressionante leadership in questo settore, implementando una rete nazionale in fibra ottica basata su principi quantistici e lanciando satelliti dedicati alle comunicazioni quantistiche. Secondo analisti americani, nel giro di pochi anni la Cina potrebbe diventare una “fortezza digitale” praticamente inviolabile agli attacchi informatici16.

Sensori Quantistici: vedere l’invisibile

I sensori quantistici rappresentano un’altra area cruciale di sviluppo militare. Questi dispositivi, sfruttando le proprietà quantistiche della materia, possono rilevare campi magnetici, gravitazionali ed elettromagnetici con una sensibilità senza precedenti.

L’agenzia DARPA (Defense Advanced Research Projects Agency) americana ha recentemente avviato il programma RoQS (Robust Quantum Sensors) per sviluppare sensori quantistici in grado di operare efficacemente anche su piattaforme militari dinamiche. Questi sensori potrebbero rivoluzionare le capacità di ricognizione e sorveglianza, consentendo il rilevamento di sottomarini, aerei stealth e altre minacce difficilmente individuabili con le tecnologie attuali.

Un’applicazione particolarmente rilevante per le forze armate è la navigazione quantistica, che potrebbe fornire alternative al GPS in scenari dove i segnali satellitari sono disturbati o negati. I sensori quantistici possono misurare con estrema precisione accelerazioni e rotazioni, consentendo sistemi di navigazione inerziale molto più accurati di quelli attuali.

La corsa alla supremazia quantistica

Gli Stati Uniti stanno investendo massicciamente nelle tecnologie quantistiche attraverso iniziative congiunte tra settore privato, accademia e difesa. Aziende come Google, IBM e Microsoft guidano la ricerca sui computer quantistici, mentre il Dipartimento della Difesa sta integrando queste tecnologie nelle proprie strategie.

Recentemente, i legislatori statunitensi hanno presentato il “Defense Quantum Acceleration Act”, un disegno di legge che mira ad accelerare l’adozione delle tecnologie quantistiche nel settore della difesa. La proposta prevede la creazione di un consulente quantistico e di un centro di eccellenza per catalizzare la ricerca e lo sviluppo in questo settore strategico.

La Cina e l’ambizione quantistica

La Cina ha identificato le tecnologie quantistiche come priorità nazionale, investendo centinaia di milioni di dollari in programmi di ricerca avanzata. Il “father of quantum”, un progetto guidato da 130 ricercatori presso l’Università di Scienza e Tecnologia della Cina, è solo uno degli ambiziosi programmi lanciati da Pechino.

Nel campo della crittografia e delle comunicazioni quantistiche, la Cina ha già superato gli Stati Uniti in termini di brevetti depositati. Questa leadership potrebbe tradursi in un vantaggio strategico significativo, consentendo a Pechino di proteggere le proprie comunicazioni mentre potenzialmente compromette quelle avversarie.

Russia, Europa e altri attori

Anche Russia ed Europa sono entrate nella corsa quantistica, sebbene con investimenti più contenuti rispetto a USA e Cina. La Russia sta concentrando i propri sforzi sull’applicazione delle tecnologie quantistiche alla guerra ibrida, mentre l’Unione Europea ha lanciato un’ambiziosa Flagship sulle tecnologie quantistiche.

La guerra quantica avrà un impatto profondo sulla cybersecurity e sulla guerra informatica. Da un lato, i computer quantistici potrebbero compromettere le attuali infrastrutture di sicurezza informatica; dall’altro, offrono nuove possibilità per rafforzare le difese contro gli attacchi convenzionali.

Un attacco quantistico alle chiavi di crittografia asimmetrica potrebbe causare il collasso di tutti i sistemi informativi, portando a quella che alcuni esperti definiscono “apocalisse quantistica”. La minaccia è sufficientemente concreta da spingere governi e aziende a sviluppare urgentemente standard di crittografia post-quantistica.

Le tecnologie quantistiche potrebbero ridefinire anche le dinamiche della guerra irregolare e asimmetrica. Sensori quantistici avanzati potrebbero consentire l’identificazione precisa di combattenti nemici in ambienti urbani complessi, mentre algoritmi quantistici potrebbero analizzare enormi quantità di dati per prevedere attacchi terroristici o individuare reti clandestine.

La simulazione quantistica potrebbe inoltre migliorare significativamente la capacità di modellare scenari di conflitto complessi, consentendo ai pianificatori militari di testare numerose strategie in parallelo e identificare approcci ottimali per operazioni contro insurrezionali.

Nel campo delle operazioni di influenza e della guerra dell’informazione, i computer quantistici potrebbero analizzare vasti set di dati provenienti dai social media e dalle reti informative, identificando pattern, tendenze e anomalie che potrebbero indicare tentativi avversari di influenzare l’opinione pubblica o diffondere disinformazione.

Contromisure anti-disinformazione potenziate dal quantum potrebbero simulare la diffusione della disinformazione attraverso le reti, generando contro-narrative su larga scala e in tempo reale.

L’avvento della guerra quantica solleva interrogativi profondi sulla stabilità strategica globale. La possibilità che una potenza raggiunga per prima la supremazia quantistica potrebbe innescare una nuova forma di “first strike advantage”, dove chi detiene il vantaggio tecnologico potrebbe essere tentato di utilizzarlo prima che gli avversari recuperino il divario.

Particolarmente preoccupante è lo scenario in cui computer quantistici avanzati possano decifrare le comunicazioni militari strategiche, compromettendo sistemi di comando e controllo nucleare e potenzialmente destabilizzando la deterrenza nucleare.

Questioni etiche nell’era quantistica

L’etica quantistica è un campo emergente che affronta le implicazioni etiche delle tecnologie quantistiche come calcolo quantistico, crittografia quantistica e rilevamento quantistico. Queste tecnologie hanno il potenziale di rivoluzionare molti settori, tra cui finanza, medicina e difesa nazionale, ma sollevano anche preoccupazioni relative alla privacy, alla sicurezza e al potenziale uso improprio.

Una delle principali considerazioni etiche nell’etica quantistica riguarda la questione della supremazia quantistica, che si riferisce al punto in cui i computer quantistici possono superare le prestazioni dei computer classici in alcune attività. Questo ha il potenziale di interrompere molte industrie e solleva interrogativi sull’impatto sulla forza lavoro e sul potenziale per le perdite di posti di lavoro.

La guerra quantica non è più un concetto di fantascienza, ma una realtà emergente che sta rapidamente trasformando il panorama della sicurezza globale. Le potenze mondiali sono impegnate in una corsa silenziosa ma frenetica per raggiungere la supremazia in questo campo, consapevoli che chi emergerà vittorioso potrebbe acquisire un vantaggio strategico paragonabile a quello ottenuto con lo sviluppo delle armi nucleari nel secolo scorso.

Le tecnologie quantistiche promettono di rivoluzionare tutti gli aspetti della guerra moderna, dalla crittografia ai sensori, dalla navigazione al calcolo avanzato. Le loro applicazioni spaziano dalla guerra cibernetica alle operazioni di influenza, dalla sorveglianza alla modellizzazione di scenari complessi.

Tuttavia, questa rivoluzione tecnologica porta con sé sfide etiche e di sicurezza senza precedenti. Il rischio di un’apocalisse quantistica, dove sistemi critici vengono compromessi da attacchi informatici potenziati dal quantum, richiede un approccio proattivo allo sviluppo di standard di sicurezza post-quantistici e nuovi framework di governance internazionale.

Come sempre nella storia dell’umanità, le nuove tecnologie offrono sia opportunità che minacce. La sfida per governi, organizzazioni internazionali e società civile sarà quella di garantire che la rivoluzione quantistica venga indirizzata verso applicazioni che rafforzino la sicurezza globale, piuttosto che destabilizzarla ulteriormente in un mondo già caratterizzato da crescenti tensioni geopolitiche.

Kursk. In Ucraina si chiedono se ne valeva la pena

La Russia riconquista Kursk: gli ucraini si interrogano sul valore dell’operazione

L’incursione ucraina nella regione russa di Kursk, iniziata ad agosto come prima invasione straniera del territorio russo dalla Seconda Guerra Mondiale, sembra giungere al termine con la riconquista da parte delle forze russe delle aree precedentemente occupate. Mentre Mosca celebra questa vittoria, in Ucraina si fa sempre più acceso il dibattito sul valore strategico dell’operazione, sui suoi costi e sui reali benefici ottenuti. La riconquista russa di Sudzha, avvenuta questa settimana, segna un punto di svolta significativo in questa fase del conflitto, mentre il presidente ucraino Volodymyr Zelenskiy ha definito la situazione “estremamente difficile”.

L’offensiva ucraina e i suoi obiettivi iniziali

L’invasione a sorpresa della regione di Kursk da parte dell’Ucraina, avviata ad agosto 2024, rappresenta un momento storico del conflitto russo-ucraino. Si è trattato della prima invasione straniera del territorio russo dalla Seconda Guerra Mondiale, un’operazione che ha colto di sorpresa non solo Mosca ma anche molti osservatori internazionali. L’obiettivo dichiarato dell’operazione era costringere la Russia a ritirare truppe dal fronte orientale dell’Ucraina, dove le forze di Mosca stavano guadagnando terreno, creando così una zona cuscinetto per proteggere i civili ucraini dai bombardamenti transfrontalieri.

L’incursione aveva anche lo scopo di dimostrare la vulnerabilità della Russia e risollevare il morale delle truppe ucraine dopo mesi di difficoltà sul campo di battaglia. Gli strateghi ucraini speravano che questa mossa audace potesse cambiare la dinamica del conflitto e rafforzare la posizione di Kiev nel momento in cui il sostegno occidentale sembrava vacillare.

Durante le fasi iniziali dell’operazione, le forze ucraine riuscirono a penetrare per circa 30 chilometri nel territorio russo, occupando diverse decine di insediamenti nella regione di Kursk. Questo successo iniziale fu celebrato come una dimostrazione della capacità offensiva ucraina, nonostante la significativa differenza di risorse rispetto all’esercito russo. Le truppe ucraine riuscirono a mantenere il controllo di parte del territorio per diverse settimane, stabilendo posizioni difensive e tentando di consolidare i guadagni ottenuti.

La controffensiva russa e la riconquista del territorio

Dopo l’iniziale sorpresa, la Russia ha risposto con una massiccia controffensiva, mobilitando significative risorse militari per riconquistare il territorio perduto.

Kiev ha impegato alcune delle sue migliori forze di assalto navale e aereo, ma il raggruppamento non fu mai abbastanza numeroso da riuscire a controllare un’area più vasta.

Fin dall’inizio, la logistica è stata seriamente complicata perché, entrando nella regione di Kursk, abbiamo garantito una profondità sufficiente ma non una larghezza sufficiente“, ha affermato Serhiy Rakhmanin, un deputato ucraino della commissione parlamentare per la sicurezza e la difesa.

Fin dall’inizio, la Russia ha avuto un vantaggio in termini di uomini lungo la linea del fronte di Kursk.

Ma la situazione è diventata critica verso la fine dell’anno scorso. La Russia ha portato unità d’élite e le migliori forze di droni come rinforzi, aiutata dalle forze nordcoreane. Hanno intensificato gli assalti attorno ai fianchi ucraini e sono avanzati fino a raggiungere il raggio di tiro di una via di rifornimento chiave, secondo i resoconti dei blogger militari ucraini vicini alle forze armate.

Non solo hanno aumentato il numero del loro gruppo che si oppone al nostro esercito, ma ne hanno anche migliorato la qualità“, ha detto Rakhmanin. Il presidente russo Vladimir Putin non ha mai riconosciuto il ruolo dei nordcoreani sul campo di battaglia.

Questa settimana ha segnato un punto di svolta decisivo con la riconquista di Sudzha, un centro strategico nella regione di Kursk che era caduto sotto il controllo ucraino durante l’invasione di agosto. La ripresa di questa località rappresenta un importante successo per le forze russe, che stanno progressivamente riaffermando il controllo su tutto il territorio precedentemente occupato dagli ucraini.

Le forze russe hanno impiegato artiglieria pesante, supporto aereo e un numero consistente di truppe per sopraffare le difese ucraine, costringendole a una ritirata graduale ma inesorabile. Il presidente Zelenskiy ha descritto la situazione come “estremamente difficile”, riconoscendo implicitamente le sfide che le sue forze stanno affrontando nel mantenere le posizioni conquistate.

L’impatto umanitario dell’operazione

L’operazione militare ha avuto un impatto significativo sulla popolazione civile della regione di Kursk. Circa 28.000 persone sono state evacuate dalle aree di conflitto, creando una crisi umanitaria che ha richiesto una risposta immediata da parte delle autorità russe. Molti residenti hanno dovuto abbandonare le proprie case e i propri mezzi di sussistenza, aggiungendo un ulteriore strato di sofferenza umana a un conflitto già caratterizzato da enormi costi in termini di vite civili.

Il dibattito in Ucraina: valeva la pena?

Mentre le forze russe riconquistano il territorio, in Ucraina si fa sempre più acceso il dibattito sull’efficacia complessiva dell’operazione Kursk. Molti ucraini si chiedono se l’incursione abbia effettivamente raggiunto i suoi obiettivi strategici e se i costi sostenuti – in termini di vite umane, risorse militari e capitale politico – siano stati giustificati dai risultati ottenuti.

I critici dell’operazione sostengono che le risorse impiegate a Kursk avrebbero potuto essere utilizzate più efficacemente per difendere il territorio ucraino, in particolare nelle regioni orientali dove le forze russe continuano ad avanzare.

Viktor Muzhenko, ex capo dello Stato maggiore ucraino, scrisse nell’agosto 2024 che l’Ucraina avrebbe dovuto “concentrarsi sulla difesa dei suoi territori chiave, evitando operazioni imprevedibili e rischiose che potrebbero distogliere l’attenzione dalle minacce principali e scegliere forme e metodi di impiego delle truppe adeguati alle proprie capacità“.

Altri ritengono che l’operazione, anche se temporanea, abbia comunque costretto la Russia a riallocare risorse significative, alleviando la pressione su altre parti del fronte.

Gli analisti militari sono divisi nella valutazione dell’operazione Kursk. Alcuni sostengono che l’incursione abbia effettivamente costretto la Russia a ridistribuire parte delle sue forze, creando una temporanea distrazione che ha permesso all’Ucraina di guadagnare tempo prezioso. Altri ritengono che il valore strategico dell’operazione sia stato limitato e che i benefici tattici non giustifichino pienamente i rischi assunti e le risorse investite.

Implicazioni future per il conflitto

La riconquista russa di Kursk segna una nuova fase del conflitto, con potenziali ripercussioni sia sul campo di battaglia che sul piano diplomatico. Per l’Ucraina, la perdita del territorio conquistato potrebbe rappresentare un colpo al morale delle truppe e dell’opinione pubblica, già provati da anni di conflitto e da recenti battute d’arresto militari.

Per la Russia, la riconquista di Kursk viene presentata come una vittoria significativa, che potrebbe rafforzare la posizione di Putin sia internamente che nei confronti della comunità internazionale. Tuttavia, il fatto che l’Ucraina sia riuscita a penetrare così profondamente nel territorio russo evidenzia anche vulnerabilità che Mosca dovrà affrontare in futuro.

Mentre la Russia celebra il ritorno del controllo sul proprio territorio, in Ucraina si apre una fase di riflessione critica sulle scelte strategiche fatte e sulle lezioni da trarre per il futuro. Al di là dei successi e dei fallimenti tattici, rimane il fatto che migliaia di civili hanno pagato il prezzo di queste operazioni militari, aggiungendo ulteriori sofferenze a un conflitto che continua a mietere vittime su entrambi i fronti.

Opposizioni italiane: unite in piazza, divise in Parlamento

La recente manifestazione per l’Europa in Piazza del Popolo a Roma ha messo in evidenza un paradosso della politica italiana: le opposizioni, pur condividendo uno spazio fisico comune, rimangono profondamente divise su questioni fondamentali come difesa europea e sostegno all’Ucraina. Mentre migliaia di persone sventolavano bandiere, i leader dei partiti di opposizione preparavano già le proprie strategie individuali per le imminenti discussioni parlamentari, rivelando una frammentazione che va ben oltre le apparenze di unità mostrate in piazza.

Il paradosso dell’unità di facciata

La manifestazione romana ha visto la partecipazione di gran parte dell’arco delle forze di opposizione, ma questa apparente coesione non si tradurrà in un’azione parlamentare unitaria. Martedì al Senato e mercoledì alla Camera, quando verranno discusse le comunicazioni della premier Giorgia Meloni in vista del Consiglio europeo, ogni forza politica presenterà una propria risoluzione, seguendo strategie e visioni spesso contrastanti tra loro.

Particolarmente significativa è stata l’assenza del Movimento 5 Stelle dalla piazza, nonostante le affinità con altre forze progressiste su temi cruciali come il pacifismo. Questa scelta ha evidenziato ancora una volta come, al di là delle convergenze tematiche, permangano distanze politiche e strategiche difficilmente colmabili nel breve periodo.

Il tema più divisivo riguarda indubbiamente la politica estera e di difesa. Mentre M5S e Alleanza Verdi Sinistra preparano risoluzioni che chiederanno esplicitamente un “no alle armi” e si opporranno al piano di riarmo europeo, le forze centriste si muoveranno nella direzione opposta, sostenendo la necessità di rafforzare le capacità difensive dell’Europa.

Giuseppe Conte ha già delineato chiaramente la posizione del suo movimento: “Il Governo Meloni si è affannato a chiedere a Bruxelles di spendere fino a 35 miliardi in armi fuori dai vincoli europei. Dobbiamo fermarli”. La bozza di risoluzione pentastellata chiede che i fondi previsti per il riarmo vengano invece destinati a sanità, sostegni alle imprese, occupazione, istruzione e transizione ecologica.

Sulla stessa linea si muove Alleanza Verdi Sinistra, il cui documento chiederà “un’Europa di pace”, ribadendo l’opposizione all’incremento delle spese militari. Nonostante questa sintonia sui contenuti, AVS ha scelto, a differenza del M5S, di partecipare alla manifestazione romana, con la presenza di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli.

La complessa mediazione del Partito Democratico

In questo scenario frammentato, particolarmente delicata appare la posizione del Partito Democratico. Per Elly Schlein, la stesura della risoluzione rappresenta una prova cruciale della sua leadership, dovendo mediare tra anime diverse del partito che si sono già divise nel recente voto di Strasburgo sulla difesa europea.

Venerdì si è tenuta una lunga riunione che ha coinvolto i capigruppo di Senato e Camera, Francesco Boccia e Chiara Braga, insieme ai responsabili delle commissioni Esteri e Difesa e al responsabile Esteri Peppe Provenzano. Il compito di quest’ultimo sarà quello di tirare le fila in vista dell’assemblea congiunta di deputati e senatori dem prevista per martedì, poche ore prima delle comunicazioni di Meloni a Palazzo Madama.

Un esponente riformista del partito ha lasciato intendere che “se c’è la volontà, un punto di caduta comune lo troveremo”, ma resta da capire se questa volontà esista davvero o se l’unica soluzione sarà quella di andare alla conta interna. Sul tavolo c’è anche l’ipotesi di un congresso tematico, che potrebbe rappresentare la via d’uscita da una situazione di stallo che rischia di compromettere l’unità del partito.

Le tensioni tra le forze di opposizione

Oltre alle divergenze sui contenuti, non mancano scontri personali tra i leader. Particolarmente teso è il rapporto tra Alleanza Verdi Sinistra e Azione. Angelo Bonelli ha criticato aspramente Carlo Calenda, affermando che “chi non la pensa come lui diventa un nemico”, in riferimento a un post in cui il leader di Azione aveva attaccato il direttore de La Stampa, Andrea Malaguti, accusandolo di aver commentato la manifestazione usando “tutto il repertorio grillino”.

Anche Ivan Scalfarotto di Italia Viva, presente in piazza con la delegazione renziana, ha definito le parole di Calenda come dimostrazione “dell’ormai completa assenza di lucidità del nostro amico Carlo”, evidenziando come le divisioni attraversino anche il campo centrista.

Prospettive incerte per un’opposizione frammentata

Nonostante questo quadro complesso, Nicola Fratoianni mantiene un certo ottimismo: “Pd, M5s e Avs, le principali forze dell’opposizione, hanno detto la stessa cosa: no a un piano di riarmo che rincorre la spesa nazionale inefficiente, sbagliata e fuori-centro. Mi pare un passo in avanti”. Secondo il leader di Sinistra Italiana, “se c’è qualcuno che deve preoccuparsi delle divisioni in questo momento non siamo noi, ma le forze di governo”.

Tuttavia, l’evidenza suggerisce che la galassia delle opposizioni resti molto lontana dal trovare una linea di convergenza strutturale che vada oltre singole battaglie parlamentari. La manifestazione per l’Europa, lungi dal ridurre le distanze tra i partiti, sembra aver piuttosto evidenziato quanto sia complesso costruire un’alternativa credibile all’attuale maggioranza.

Mentre il governo si prepara al Consiglio europeo con una posizione unitaria, le opposizioni continueranno a navigare in un arcipelago di posizioni diverse, rendendo difficile presentarsi come una vera alternativa di governo agli occhi dell’elettorato italiano. Il paradosso di forze politiche unite in piazza ma divise in Parlamento rappresenta, in ultima analisi, uno dei principali ostacoli alla costruzione di un’opposizione efficace nell’attuale panorama politico italiano.

Trump: parlerò con Putin per porre fine alla guerra in Ucraina

Donald Trump si prepara a discutere con Vladimir Putin per cercare di porre fine alla guerra in Ucraina. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato che parlerà direttamente con il leader del Cremlino, dopo i colloqui che funzionari statunitensi hanno avuto a Mosca nel fine settimana. Trump ha espresso ottimismo, dichiarando che esiste una “ottima possibilità” di raggiungere un cessate il fuoco di 30 giorni, già accettato dall’Ucraina la scorsa settimana.

Vogliamo vedere se possiamo porre fine a questa guerra“, ha dichiarato Trump ai giornalisti durante il volo di ritorno dalla Florida a Washington a bordo dell’Air Force One. La dichiarazione arriva in un momento critico, con le forze russe che continuano a esercitare pressione sulla regione occidentale di Kursk, mentre i bombardamenti reciproci tra Mosca e Kiev non accennano a diminuire.

Nonostante l’annuncio di Trump, il Cremlino non ha ancora rilasciato dichiarazioni ufficiali in merito. Tuttavia, venerdì scorso, il portavoce del governo russo ha confermato che Putin ha inviato a Trump un messaggio attraverso l’inviato speciale statunitense Steve Witkoff. Nel messaggio, Putin avrebbe espresso “cauto ottimismo” circa la possibilità di un accordo per porre fine a un conflitto che dura ormai da tre anni.

Gli ostacoli a un accordo

Nonostante le aperture, restano numerosi ostacoli da superare. Steve Witkoff, il Segretario di Stato Marco Rubio e il consigliere per la sicurezza nazionale Mike Waltz hanno dichiarato nei talk show domenicali statunitensi che ci sono ancora molte difficoltà da affrontare prima che Mosca accetti un cessate il fuoco.

Durante un’intervista con ABC, Waltz ha risposto in modo evasivo alla domanda se gli Stati Uniti accetterebbero un accordo che permetta alla Russia di mantenere i territori ucraini occupati.

Rubio, parlando alla CBS, ha sottolineato che una pace duratura richiederà concessioni da entrambe le parti, e che è difficile avviare un serio processo negoziale finché le ostilità proseguono senza sosta.

La posizione di Kiev

Il presidente ucraino Volodymyr Zelenskiy ha dichiarato di essere favorevole alla tregua proposta dagli Stati Uniti, vedendola come una possibilità concreta per porre fine al conflitto. Tuttavia, ha ribadito che la sovranità dell’Ucraina non è negoziabile e che Mosca deve restituire tutti i territori occupati.

La Russia controlla attualmente la Crimea, annessa nel 2014, e gran parte delle quattro regioni ucraine orientali conquistate con l’invasione del 2022. Qualsiasi negoziato di pace che preveda la cessione definitiva di queste aree da parte di Kiev sembra dunque difficilmente realizzabile.

Le richieste della Russia

Mosca, dal canto suo, ha fatto sapere di voler ottenere “garanzie ferree” in qualsiasi accordo di pace. Tra queste, l’esclusione dell’Ucraina dalla NATO e il mantenimento di un ruolo neutrale del paese. Il viceministro degli Esteri russo Alexander Grushko ha dichiarato in un’intervista al quotidiano Izvestia che un eventuale trattato di pace dovrà rispettare le esigenze di sicurezza della Russia.

Pretenderemo che garanzie ferree di sicurezza diventino parte di questo accordo“, ha detto Grushko. “Parte di queste garanzie dovrebbe essere lo status neutrale dell’Ucraina e il rifiuto dei paesi della NATO di accettarla nell’alleanza“.

Putin ha sempre sostenuto che l’espansione della NATO rappresenta una minaccia diretta alla sicurezza della Russia, e tra le sue condizioni per la fine del conflitto figurano il mantenimento del controllo sui territori ucraini occupati, la riduzione delle dimensioni delle forze armate ucraine, l’allentamento delle sanzioni occidentali e l’organizzazione di nuove elezioni presidenziali in Ucraina.

Le implicazioni per gli Stati Uniti

L’intervento di Trump nella crisi ucraina segna una svolta potenzialmente significativa nella politica estera degli Stati Uniti. Il presidente sta cercando di influenzare direttamente le dinamiche del conflitto e la strategia di Washington verso la Russia.

L’incontro telefonico tra Trump e Putin potrebbe rappresentare un momento cruciale nella ricerca di una soluzione diplomatica alla guerra in Ucraina. Tuttavia, le profonde divergenze tra le parti in causa e la mancanza di un terreno comune su questioni fondamentali rendono altamente incerto il successo dell’iniziativa.

Da un lato, il governo ucraino non intende accettare alcuna cessione territoriale, mentre la Russia continua a chiedere concessioni sostanziali in termini di sicurezza e influenza geopolitica. Nel frattempo, gli Stati Uniti si trovano a bilanciare la necessità di sostenere Kiev con la pressione per porre fine a un conflitto che ha già causato immense perdite umane e materiali.

Resta da vedere se Trump riuscirà a ottenere risultati concreti o se il suo intervento si rivelerà un tentativo politico senza reali conseguenze. La telefonata con Putin potrebbe essere il primo passo verso un negoziato, ma la strada verso la pace resta ancora lunga e piena di ostacoli.

Gli Stati Uniti lanciano un’offensiva contro gli Houthi nello Yemen

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha ordinato un massiccio attacco militare contro gli Houthi nello Yemen, allineati con l’Iran, in risposta agli attacchi del gruppo contro le navi nel Mar Rosso. L’operazione ha causato almeno 31 vittime e oltre 100 feriti, prevalentemente tra donne e bambini (secondo fonti Houthi), segnando l’inizio di una campagna che potrebbe protrarsi per settimane.

Il monito di Trump all’Iran

Trump ha lanciato un chiaro avvertimento all’Iran, principale sostenitore degli Houthi, esortandolo a interrompere immediatamente il proprio supporto al gruppo ribelle. “Se minacciate gli Stati Uniti, sarete ritenuti pienamente responsabili e non saremo gentili a riguardo!”, ha dichiarato il presidente. Tuttavia, il comandante delle Guardie rivoluzionarie iraniane, Hossein Salami, ha negato che Teheran abbia un controllo diretto sugli Houthi, sottolineando che questi ultimi operano in modo autonomo. “Se i nostri nemici daranno seguito alle loro minacce, l’Iran risponderà in modo deciso e distruttivo”, ha dichiarato Salami ai media di Stato.

Secondo fonti del Pentagono, gli attacchi statunitensi, in corso da sabato, rappresentano la più grande operazione militare degli USA in Medio Oriente dall’inizio dell’amministrazione Trump. L’offensiva è avvenuta in un momento di crescente pressione su Teheran attraverso sanzioni, nel tentativo di costringere il governo iraniano a negoziare sul suo programma nucleare.

Trump ha espresso un messaggio inequivocabile agli Houthi attraverso la sua piattaforma Truth Social: “Il vostro tempo è scaduto e i vostri attacchi devono finire da oggi. Se non lo faranno, l’inferno si scatenerà su di voi come mai visto prima!”.

Le conseguenze degli attacchi

Anees al-Asbahi, portavoce del ministero della Salute gestito dagli Houthi, ha aggiornato il bilancio delle vittime, parlando di 31 morti e 101 feriti. Il governo Houthi ha condannato l’attacco definendolo un “crimine di guerra” e ha ribadito la propria volontà di rispondere con altre azioni militari.

I residenti della capitale Sanaa hanno riferito di esplosioni potenti in un’area controllata dagli Houthi, con case scosse come se fosse avvenuto un terremoto. “Hanno terrorizzato le nostre donne e i nostri bambini”, ha dichiarato Abdullah Yahia, testimone dell’attacco. Gli attacchi hanno colpito anche siti militari a Taiz e una centrale elettrica a Dahyan, provocando un blackout in una zona dove il leader Houthi, Abdul Malik al-Houthi, è solito ricevere i suoi ospiti.

Negli ultimi dieci anni, gli Houthi hanno conquistato gran parte dello Yemen e, dal novembre 2023, hanno lanciato numerosi attacchi contro navi commerciali nel Mar Rosso, sostenendo di agire in solidarietà con la causa palestinese nel conflitto tra Israele e Hamas. Secondo il Pentagono, il gruppo ha attaccato navi da guerra statunitensi 174 volte e imbarcazioni commerciali 145 volte dal 2023.

Mentre la precedente amministrazione Biden aveva adottato un approccio più contenuto, Trump ha optato per una risposta più aggressiva per neutralizzare la minaccia. Secondo fonti anonime interne all’amministrazione, l’attuale strategia mira a colpire in modo sistematico le capacità offensive degli Houthi.

La reazione internazionale

Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha descritto l’offensiva come un’operazione su vasta scala, condotta principalmente da aerei da combattimento della portaerei USS Harry S. Truman, posizionata nel Mar Rosso. Il segretario alla Difesa, Pete Hegseth, ha dichiarato su X (ex Twitter): “Gli attacchi Houthi contro le navi e le truppe americane non saranno tollerati. E l’Iran è stato avvisato”.

L’Iran ha condannato gli attacchi, definendoli una “grave violazione della Carta delle Nazioni Unite e delle regole fondamentali del diritto internazionale”. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araqchi, ha ribadito che gli Stati Uniti non hanno alcuna autorità per dettare la politica estera iraniana e ha attaccato Washington per il suo sostegno a Israele: “Interrompete il sostegno al genocidio e al terrorismo israeliano. Smettete di uccidere il popolo yemenita”, ha scritto su X.

Nel frattempo, gli Houthi hanno annunciato la ripresa degli attacchi contro le navi israeliane nel Mar Rosso, nel Golfo di Aden e nello Stretto di Bab el-Mandeb, ponendo fine a una relativa tregua iniziata con il cessate il fuoco a Gaza.

L’attacco degli Stati Uniti arriva pochi giorni dopo che Trump aveva inviato una lettera alla Guida Suprema iraniana, Ali Khamenei, per cercare di riavviare i negoziati sul nucleare. Khamenei, tuttavia, ha respinto qualsiasi possibilità di dialogo con Washington.

All’interno dell’Iran, cresce il malcontento popolare per la crisi economica, con il timore che la rabbia pubblica possa sfociare in proteste di massa. Secondo fonti statunitensi, gli attacchi israeliani dell’anno scorso contro le infrastrutture militari iraniane hanno ridotto le capacità convenzionali di Teheran, che ora sta accelerando l’arricchimento dell’uranio fino al 60%, un livello vicino alla soglia del 90% necessaria per la costruzione di un’arma nucleare.

In un apparente tentativo di migliorare i rapporti con la Russia, il segretario di Stato Marco Rubio ha informato il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, sugli attacchi statunitensi in Yemen. Mosca, infatti, ha ricevuto ingenti forniture di missili e droni dall’Iran per il suo conflitto in Ucraina, secondo funzionari statunitensi e ucraini.

L’operazione militare statunitense contro gli Houthi potrebbe segnare una nuova fase del conflitto in Medio Oriente, con il rischio di un’escalation tra Stati Uniti e Iran. Con l’Iran deciso a difendere i propri alleati e gli Houthi determinati a proseguire i loro attacchi, la regione si avvia verso un periodo di forte instabilità, mentre le ripercussioni sulla sicurezza globale e sulle rotte commerciali internazionali restano imprevedibili.

Cessate il fuoco degli Stati Uniti: un vantaggio solo per Kiev?

Il consigliere principale per la politica estera del presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato che la proposta degli Stati Uniti di una tregua di 30 giorni nel conflitto in Ucraina non offrirebbe alcun beneficio alla Russia, ma sarebbe invece un’opportunità per le forze ucraine di riorganizzarsi e rafforzarsi sul campo di battaglia.

Un conflitto che si protrae da tre anni

Dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, il conflitto ha subito diverse fasi di escalation e stallo. Tuttavia, dalla metà del 2024, le forze russe hanno ripreso slancio e attualmente controllano circa un quinto del territorio ucraino. La guerra si è trasformata in una lunga e logorante battaglia, con pesanti perdite da entrambe le parti e un impatto devastante sulla popolazione civile.

In questo contesto, la proposta statunitense di una tregua di 30 giorni è stata presentata come un tentativo di fermare temporaneamente le ostilità e aprire un canale di dialogo per un possibile accordo di pace. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha espresso il desiderio di porre fine al conflitto, ribadendo che durante il suo primo mandato aveva adottato una politica più dura nei confronti della Russia rispetto ai suoi predecessori.

La posizione della Russia sulla tregua

Secondo Yuri Ushakov, ex ambasciatore a Washington e stretto collaboratore di Putin sulle questioni di politica estera, la proposta statunitense non è altro che un vantaggio per l’Ucraina. Ushakov ha sottolineato che l’interruzione temporanea dei combattimenti consentirebbe all’esercito ucraino di riorganizzarsi e rafforzarsi, senza offrire nulla di concreto alla Russia.

Ho espresso la nostra posizione, secondo la quale questa tregua non è altro che una pausa per l’esercito ucraino, niente di più“, ha dichiarato Ushakov alla televisione di stato russa. “Non ci offre nulla. Permette solo agli ucraini di riorganizzarsi, guadagnare forze e continuare la stessa strategia militare“.

Questa dichiarazione suggerisce che il Cremlino percepisce la tregua come una manovra strategica dell’Occidente per favorire Kiev, piuttosto che come un reale passo verso la pace. Ushakov ha aggiunto che la proposta avrebbe bisogno di essere modificata per tenere conto degli interessi russi, lasciando intendere che Mosca potrebbe essere disposta a negoziare se le condizioni fossero più favorevoli alla Russia.

Il ruolo di Trump e la diplomazia statunitense

L’inviato speciale di Trump, Steve Witkoff, è arrivato a Mosca giovedì per colloqui con funzionari russi. Secondo quanto riferito, il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, Mike Waltz, aveva già discusso la proposta di cessate il fuoco con Mosca il giorno precedente. Questo suggerisce che, nonostante le divergenze, Washington e Mosca stanno mantenendo aperto un canale di comunicazione.

Trump ha espresso pubblicamente la speranza che il Cremlino accetti la tregua, definendo la guerra in Ucraina un “bagno di sangue” e sottolineando la necessità di fermare il conflitto. Tuttavia, resta da vedere quale sarà la sua reazione di fronte alla posizione russa, che appare scettica sulla reale utilità della proposta.

Un vantaggio strategico per Mosca?

Le parole di Ushakov riflettono la convinzione che la Russia si trovi in una posizione di forza nelle trattative di pace, grazie ai progressi militari compiuti negli ultimi mesi. Secondo gli analisti, il Cremlino potrebbe essere riluttante ad accettare una pausa nei combattimenti proprio nel momento in cui le sue forze stanno avanzando sul terreno.

Inoltre, Mosca teme che la tregua possa essere utilizzata dagli alleati occidentali dell’Ucraina per inviare ulteriori aiuti militari a Kiev, rafforzando così le sue capacità difensive e prolungando il conflitto. La Russia, dunque, potrebbe considerare la proposta statunitense non come un’opportunità di pace, ma come un tentativo dell’Occidente di riequilibrare la situazione sul campo di battaglia.

Le reazioni internazionali

Le dichiarazioni di Ushakov potrebbero anche essere interpretate come un tentativo di anticipare le mosse diplomatiche dell’Occidente. Accusando gli Stati Uniti e l’Europa di voler dipingere la Russia come contraria alla pace, il Cremlino cerca di ribaltare la narrativa internazionale, presentandosi come un attore razionale che rifiuta soluzioni inefficaci.

Nel frattempo, l’Ucraina ha espresso il proprio sostegno alla proposta di cessate il fuoco, segnalando la volontà di accettare una pausa nei combattimenti. Tuttavia, resta incerto se questa posizione sia dettata da una reale apertura al dialogo o dalla necessità di ottenere un sollievo temporaneo dalle pressioni militari russe.

Gli alleati occidentali di Kiev, inclusi i membri della NATO e l’Unione Europea, stanno osservando attentamente l’evolversi della situazione. Alcuni paesi, come la Francia e la Germania, hanno già espresso il loro sostegno a una tregua temporanea, nella speranza di avviare negoziati più ampi. Tuttavia, senza l’assenso di Mosca, la proposta rischia di rimanere lettera morta.

La proposta statunitense di un cessate il fuoco di 30 giorni rappresenta un tentativo di fermare temporaneamente il conflitto in Ucraina e aprire un possibile dialogo per la pace. Tuttavia, la risposta russa è stata scettica, con il Cremlino che considera la tregua come un’opportunità per Kiev di riorganizzarsi piuttosto che un passo verso la fine della guerra.

Con le forze russe in avanzata e l’Ucraina che sostiene la proposta, la decisione finale dipenderà dalle trattative tra Mosca, Washington e gli altri attori internazionali. Se Putin dovesse rifiutare la tregua, ciò potrebbe rafforzare la percezione che la Russia punti a una vittoria militare piuttosto che a un accordo negoziato. Al contrario, se accettasse la proposta, sarebbe necessario vedere quali condizioni aggiuntive la Russia porrebbe per accettare una pausa nei combattimenti.

L’Intelligenza artificiale può salvare il pianeta?

L’intelligenza artificiale generativa (Gen AI) sta rivoluzionando diversi settori, offrendo strumenti avanzati di elaborazione dati, automazione e innovazione. Tuttavia, questa straordinaria evoluzione tecnologica comporta anche un significativo impatto ambientale, sollevando interrogativi sulla sua sostenibilità a lungo termine.

L’Impatto energetico della Gen AI

Secondo un recente studio, l’addestramento di modelli di intelligenza artificiale di grandi dimensioni richiede un enorme consumo energetico. Ad esempio, per sviluppare GPT-3, che contiene 175 miliardi di parametri, viene impiegata una quantità di energia pari a quella consumata annualmente da 130 abitazioni negli Stati Uniti. Con GPT-4, che raggiunge 1,76 trilioni di parametri, l’energia necessaria si impenna fino all’equivalente del consumo annuo di 5.000 abitazioni.

Oltre alla fase di addestramento, anche la fase di inferenza, ovvero l’elaborazione delle risposte in tempo reale, ha un notevole impatto energetico, spesso equivalente o superiore a quello richiesto per l’addestramento iniziale. Inoltre, i data center che ospitano questi modelli consumano grandi quantità di acqua per il raffreddamento delle infrastrutture: ogni venti-cinquanta interrogazioni a un modello di linguaggio avanzato possono richiedere fino a mezzo litro d’acqua.

La scarsa consapevolezza tra le aziende

Nonostante queste cifre preoccupanti, solo una minima parte delle aziende misura e considera l’impatto ambientale delle proprie applicazioni di intelligenza artificiale. Il report di Capgemini evidenzia che appena il 12% dei dirigenti monitora l’impatto ambientale della Gen AI, mentre soltanto il 20% include la sostenibilità tra i principali criteri di selezione e sviluppo di modelli AI. Al contempo, quasi la metà delle aziende riconosce che le proprie iniziative di Gen AI hanno comportato un aumento delle emissioni di gas serra.

La difficoltà di quantificare l’impatto ambientale

Uno dei maggiori ostacoli per affrontare il problema risiede nella difficoltà di misurare con precisione l’impatto ambientale dell’intelligenza artificiale. Il 74% dei dirigenti aziendali afferma di incontrare difficoltà nella valutazione del consumo energetico della Gen AI, in gran parte a causa della scarsa trasparenza da parte dei fornitori di tecnologia e della mancanza di metodologie standardizzate. Questo scenario evidenzia la necessità di sviluppare linee guida chiare e condivise a livello di settore per migliorare la rendicontazione energetica e ambientale.

L’impatto fisico dell’intelligenza artificiale

Oltre al consumo energetico, l’espansione dell’infrastruttura necessaria per l’intelligenza artificiale sta generando anche un impatto fisico rilevante, con conseguenze sulla gestione del territorio e sulle comunità locali. Secondo studi condotti dal MIT e da EY, il dibattito si concentra spesso solo sul consumo di energia, trascurando l’impatto sul territorio. L’aumento della domanda di data center e infrastrutture digitali può portare a tensioni legate alla gestione dello spazio e alla necessità di un’adeguata pianificazione urbanistica per evitare impatti negativi sulle comunità locali.

Le nuove tecnologie per un’IA sostenibile

Per ridurre il consumo energetico dell’intelligenza artificiale, gli esperti stanno sviluppando strategie innovative. Doug Ross, CTO di Sogeti, ha illustrato l’approccio del “mix di esperti”, un sistema che attiva solo i neuroni specifici necessari per un determinato compito invece di utilizzare l’intera rete neurale, riducendo così il fabbisogno energetico.

Queste soluzioni stanno trovando applicazione in settori cruciali come l’energia, la logistica e la sanità. Nell’ambito della supply chain, ad esempio, l’IA sta migliorando l’efficienza attraverso previsioni più accurate, riducendo i costi di trasporto e ottimizzando la gestione dell’inventario. Nel settore sanitario, l’IA sta accelerando la diagnosi precoce e migliorando la gestione dei pazienti, consentendo ai medici di concentrarsi sui casi più complessi.

Uno dei principali dilemmi nell’ambito dell’intelligenza artificiale sostenibile è come bilanciare la crescente domanda di potenza di calcolo con l’esigenza di ridurre i consumi energetici. Ross sottolinea che le aziende stanno già investendo in modelli di linguaggio più piccoli ed efficienti (SLM) e in sistemi hyperscaler che ottimizzano le risorse computazionali. Questi modelli più contenuti garantiscono prestazioni elevate in domini specifici con un consumo energetico ridotto, permettendo alle aziende di crescere in modo più sostenibile.

L’IA nella pianificazione della sostenibilità

Un altro aspetto fondamentale riguarda l’integrazione dell’intelligenza artificiale nelle strategie di sostenibilità aziendale. Molte imprese tendono a cercare soluzioni rapide piuttosto che adottare una pianificazione a lungo termine. Ross avverte che un cambiamento significativo richiede strategie proiettate sui prossimi vent’anni, piuttosto che interventi immediati e sporadici.

Un approccio efficace consiste nel ridurre i tempi di ciclo nei processi aziendali, migliorando l’efficienza operativa in tutti i settori e abbassando il consumo complessivo di risorse. Questo permette alle imprese di allineare le proprie esigenze economiche con gli obiettivi di sostenibilità ambientale.

Un altro elemento chiave nel percorso verso un’IA sostenibile è la trasparenza nel reporting aziendale. La crescente integrazione dell’IA nei report ESG (Environmental, Social, Governance) impone alle imprese di garantire dati accurati e affidabili. Tuttavia, permangono preoccupazioni sulla possibile diffusione di informazioni distorte o poco attendibili.

Ross suggerisce che l’adozione di standard normativi e tecnologie innovative può aiutare a superare questi ostacoli. Le grandi aziende stanno già orientandosi verso modelli AI più efficienti, che garantiscono una maggiore sostenibilità senza compromettere la competitività economica. Il framework “FTX” (Financial, Trust, and Experience) sta emergendo come un nuovo parametro per valutare l’adozione dell’IA, promuovendo soluzioni che combinano efficienza energetica e affidabilità dei risultati.

Il dibattito sulla sostenibilità dell’intelligenza artificiale è destinato a intensificarsi nei prossimi anni. Eventi internazionali come il World Economic Forum e la UN Global Platform stanno già mettendo al centro della discussione il ruolo dell’IA nella lotta ai cambiamenti climatici. Secondo Ross, le soluzioni basate sull’intelligenza artificiale hanno un grande potenziale per migliorare l’efficienza delle risorse e supportare le comunità più vulnerabili dal punto di vista ambientale.

Le tecnologie di risparmio energetico stanno rapidamente evolvendo, e cresce la consapevolezza dell’importanza di un utilizzo responsabile dell’IA. Il futuro della Gen AI dipenderà dalla capacità delle imprese e delle istituzioni di integrare innovazione e sostenibilità, assicurando che il progresso tecnologico non avvenga a scapito dell’ambiente.

La spaccatura Nato. Una nuova era

L’attuale scenario internazionale sta assistendo a una profonda trasformazione dei rapporti di forza tra le potenze mondiali, segnando il declino dell’asse euroatlantico e il riassetto della strategia occidentale nei confronti della Russia e della Cina. La crisi della NATO, anticipata da Emmanuel Macron nel 2019 durante il primo mandato di Donald Trump, appare oggi più concreta che mai. Già allora, il presidente francese aveva denunciato l’assenza di un coordinamento strategico tra gli Stati Uniti e i loro alleati europei, una realtà che si è manifestata con drammatica evidenza nei conflitti in Medio Oriente e, più recentemente, nella guerra in Ucraina.

L’Unione Europea e la sua irrilevanza geopolitica

A certificare l’inservibilità dell’Unione Europea come attore geopolitico è la composizione degli incontri emergenziali tra gli alleati occidentali. Il summit “europeo” di Londra, seguito a quello del 17 febbraio a Parigi, ha visto la partecipazione di attori non comunitari come il Canada e la Turchia. Questo non solo mette in discussione l’efficacia della UE come piattaforma decisionale, ma evidenzia anche le profonde divisioni interne: mancavano all’appello interi blocchi di paesi, tra cui i tre stati baltici – Estonia, Lettonia e Lituania – che sarebbero probabilmente le prime vittime di un’escalation russa. Un’Unione Europea che non riesce a garantire nemmeno la sicurezza dei propri membri più esposti dimostra quanto sia diventata un’entità politicamente debole e frammentata.

Il baricentro strategico dell’Europa sembra ora poggiare su un asse improvvisato tra Francia e Regno Unito, le uniche due potenze nucleari del continente. Tuttavia, la loro capacità di deterrenza è ben lontana dal controbilanciare l’arsenale russo, il quale, a sua volta, trova un’unica vera contropartita negli Stati Uniti. Questo assetto raffazzonato mostra tutta la debolezza dell’Occidente, privo della guida americana e incapace di rispondere in modo coordinato alle sfide geopolitiche attuali.

L’America ridisegna i suoi obiettivi strategici

Gran parte di questo sconvolgimento nasce dalla volontà americana di ridisegnare il proprio ruolo geopolitico. Washington ha avviato un processo di negoziato con la Russia, suggerendo implicitamente che la pace in Ucraina possa passare attraverso un cambio di leadership a Kiev. L’ipotesi di dimissioni forzate per Volodymyr Zelensky, ventilata dallo speaker della Camera dei Rappresentanti Mike Johnson e condivisa da esponenti trumpiani come J.D. Vance, segnala un drastico cambiamento di rotta.

Questa decisione americana, interpretata come un apparente trionfo per Mosca e Pechino, è in realtà una mossa calcolata per sganciare la Russia dall’abbraccio cinese, un’alleanza che gli stessi Stati Uniti avevano contribuito a rafforzare con le loro politiche sanzionatorie. A Washington, il Cremlino non è più visto come una minaccia esistenziale: la performance deludente delle forze armate russe in Ucraina ha smentito l’idea di una Russia capace di avanzare in profondità in Europa. Mosca ha subito perdite enormi senza riuscire a conquistare obiettivi strategici cruciali come Kiev, Odessa o Kharkiv. Di conseguenza, gli Stati Uniti valutano che la Russia possa essere gestita attraverso un compromesso diplomatico, riducendo l’influenza cinese sullo scacchiere globale.

La nuova gerarchia internazionale

L’America sta quindi ridefinendo le sue priorità, tornando a una politica realista basata su equilibri di potere tra grandi potenze. L’Unione Europea, invece, si trova in una posizione di passività, incapace di decidere il proprio futuro strategico. L’esperimento di Francia e Regno Unito di creare un’alleanza più attiva è ancora embrionale e, per ora, poco credibile come alternativa all’ombrello statunitense.

L’elezione di Donald Trump nel 2016 aveva già segnato una frattura nei rapporti transatlantici, e ora il mondo sta assistendo al definitivo disincanto americano nei confronti dell’Europa. Washington non è più disposta a garantire la sicurezza europea senza un contributo significativo da parte dei suoi alleati, né a farsi carico della loro difesa contro una minaccia russa che non ritiene più prioritaria. Gli Stati Uniti, infatti, vedono gli europei come responsabili di aver scatenato due guerre mondiali e di aver vissuto per decenni sotto la protezione americana senza assumersi responsabilità dirette.

Il ruolo dell’Italia in questo scenario

In questo contesto di trasformazione, l’Italia ha l’opportunità di giocare un ruolo chiave nella ricerca di una pace negoziata in Ucraina. Già all’inizio del conflitto, Roma aveva proposto un piano di pace che, tuttavia, è stato accantonato e dimenticato nei cassetti dell’ONU. Ora, con gli Stati Uniti sempre più orientati verso una soluzione diplomatica, l’Italia potrebbe riproporre un’iniziativa di mediazione, sfruttando la sua tradizionale vocazione al dialogo tra le potenze.

Parallelamente, è necessario che il governo italiano si interroghi su quale debba essere la posizione del Paese nel nuovo ordine mondiale. L’Europa non tornerà mai più a essere il centro della geopolitica globale e gli equilibri militari saranno decisi altrove. Gli italiani devono quindi capire quali siano i loro interessi strategici e come perseguirli senza più poter contare sulla protezione automatica degli Stati Uniti.

Verso un nuovo equilibrio paneuropeo

Alla luce di queste trasformazioni, la priorità per l’Europa deve essere la costruzione di un nuovo equilibrio paneuropeo, basato su un compromesso strategico tra Stati Uniti, Russia e Cina.

L’attuale crisi geopolitica non segna solo il fallimento della NATO e dell’Unione Europea come attori unificati, ma impone agli stati europei una scelta cruciale: rimanere spettatori passivi delle decisioni prese altrove o cercare di costruire una propria autonomia strategica. La sfida è enorme, ma non procrastinabile. L’Europa non è più quella di un tempo e il mondo sta cambiando a un ritmo incalzante. Ora è il momento di decidere se voler restare al margine della storia o provare a riscriverla.

L’Europa di fronte alla sfida ucraina: una pace giusta o una guerra necessaria?

Il recente vertice di Londra ha segnato una svolta cruciale per il futuro dell’Europa e per la sua posizione nel conflitto ucraino. Un summit che ha visto la partecipazione di sedici leader europei ed extraeuropei, tra cui il primo ministro britannico Keir Starmer, il presidente francese Emmanuel Macron, la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen e la premier italiana Giorgia Meloni.

Dal confronto è emerso un messaggio chiaro: l’Europa è disposta ad assumersi una parte significativa degli oneri legati alla difesa e alla ricostruzione dell’Ucraina, ma resta il nodo dell’appoggio degli Stati Uniti.

Questa iniziativa, promossa in particolare da Regno Unito e Francia, si basa su quattro obiettivi fondamentali. Il primo riguarda il rafforzamento della posizione dell’Ucraina, che passa attraverso il rilancio degli aiuti militari e il mantenimento della pressione economica su Mosca. Il secondo obiettivo consiste nel raggiungimento di un cessate il fuoco che possa rappresentare il primo passo verso una pace che sia allo stesso tempo giusta e duratura. Il terzo punto si concentra sulla necessità di tutelare la sovranità dell’Ucraina, garantendo che il Paese mantenga il controllo del proprio territorio senza dover cedere parti di esso come condizione per la fine della guerra. Infine, il quarto aspetto riguarda la creazione di un sistema di garanzie di sicurezza che possa fornire a Kiev un deterrente credibile nei confronti di future aggressioni da parte della Russia.

Questa proposta ha un duplice obiettivo. Da un lato, si punta a rafforzare il ruolo politico e militare dell’Europa nel conflitto, dimostrando agli Stati Uniti che il Vecchio Continente è capace di assumere una leadership autonoma. Dall’altro, si cerca di convincere l’amministrazione americana a non abbandonare del tutto il sostegno all’Ucraina, dimostrando che l’Europa è pronta a farsi carico di una parte maggiore delle spese militari e della gestione della crisi.Tuttavia, l’idea di una “coalizione di volenterosi”, termine utilizzato per descrivere questa alleanza pro-Ucraina, solleva non poche perplessità.

L’espressione evoca infatti ricordi scomodi, in particolare l’intervento in Iraq del 2003, quando gli Stati Uniti e il Regno Unito, sotto le amministrazioni di George W. Bush e Tony Blair, decisero di agire senza un consenso unanime della comunità internazionale. Questa associazione storica fa temere che anche questa nuova iniziativa possa rischiare di spaccare l’Europa invece di rafforzarla.

Keir Starmer, consapevole di queste critiche, ha cercato di rassicurare gli alleati spiegando che il piano non intende escludere gli Stati Uniti, bensì lavorare con loro. Nonostante ciò, alcune perplessità restano, soprattutto da parte della premier italiana Giorgia Meloni, che ha espresso dubbi sulla possibilità di un coinvolgimento diretto di peacekeeper europei in Ucraina. La sua preoccupazione è che questa scelta possa essere interpretata da Mosca come una provocazione e quindi alimentare ulteriormente le tensioni, piuttosto che ridurle.

Nel frattempo, la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha sottolineato la necessità di un riarmo europeo, affermando che il continente deve essere pronto a difendersi in autonomia. La guerra in Ucraina ha messo in luce le debolezze militari dell’Europa, che per troppo tempo ha delegato la propria sicurezza alla NATO e quindi agli Stati Uniti. Per rispondere a questa sfida, l’iniziativa anglo-francese prevede un graduale aumento della spesa per la difesa, con l’obiettivo di portarla a una media compresa tra il 3 e il 3,5% del PIL di ciascun Paese europeo.Regno Unito e Francia si sono già mosse in questa direzione con azioni concrete. Londra ha annunciato un prestito di 2,7 miliardi di euro destinato all’acquisto di armi per Kiev, finanziato attraverso i profitti degli asset russi congelati. A questo si aggiunge lo sblocco di un fondo pubblico da 30 miliardi di euro, inizialmente destinato a infrastrutture civili, che ora potrà essere utilizzato anche per scopi militari. Inoltre, il governo britannico ha promesso un ulteriore stanziamento di 2 miliardi di euro per rafforzare la difesa aerea ucraina, con l’invio di 5000 missili.

Un altro elemento chiave in questa partita è il ruolo degli Stati Uniti, Donald Trump, sempre più critico nei confronti dell’assistenza militare all’Ucraina, ha più volte lasciato intendere che Kiev dovrebbe negoziare direttamente con Mosca, anche a costo di fare concessioni territoriali. Il suo entourage ha continuato a esercitare pressioni su Zelensky affinché accetti un negoziato che coinvolga anche la Russia, una prospettiva che il governo ucraino considera inaccettabile. Alla luce di questa incertezza, l’Europa cerca di dimostrare che può prendersi una maggiore responsabilità nella gestione della crisi, anche per convincere Trump che un impegno americano, seppur ridimensionato, resta comunque essenziale.

Tuttavia, non è scontato che Trump accetti questo compromesso. Il rischio è che gli Stati Uniti riducano drasticamente il loro sostegno, lasciando l’Europa sola a fronteggiare la minaccia russa. Il vertice di Londra ha quindi portato alla luce una verità scomoda: l’Europa non può più permettersi di dipendere interamente dagli Stati Uniti per la propria sicurezza. La guerra in Ucraina ha accelerato il dibattito sull’autonomia strategica europea, ma al suo interno esistono profonde divisioni. Da un lato, Francia e Regno Unito spingono per una maggiore indipendenza nella gestione della sicurezza continentale, convinti che l’Europa debba dotarsi di una propria capacità di difesa.

Dall’altro, Paesi come l’Italia e la Polonia insistono sulla necessità di mantenere saldo il legame con Washington, temendo che un’Europa troppo autonoma possa indebolire la NATO. Questa spaccatura interna rappresenta una sfida cruciale per il futuro del continente. Se l’Europa vuole davvero giocare un ruolo decisivo nello scenario internazionale, dovrà dimostrare di essere capace di agire con unità e determinazione, sviluppando una politica estera e di difesa comune.

Al contrario, se continuerà a oscillare tra il desiderio di autonomia e la dipendenza dagli Stati Uniti, rischia di rimanere vulnerabile e incapace di rispondere alle minacce in modo efficace.Il summit di Londra ha segnato un passo importante nella ridefinizione del ruolo europeo nella guerra in Ucraina, ma resta da vedere se l’iniziativa anglo-francese potrà tradursi in azioni concrete o se resterà soltanto una dichiarazione d’intenti. Le prossime settimane saranno decisive per capire se l’Europa riuscirà a trasformare le promesse in realtà o se continuerà a muoversi in un limbo diplomatico, in attesa delle mosse di Washington. L’interrogativo centrale rimane aperto: l’Europa è davvero pronta a prendersi questa responsabilità o resterà ancora una volta a metà strada tra autonomia e dipendenza?