Ceuta, l’enclave spagnola incastonata sulla costa settentrionale del Marocco, sta vivendo tra il 29 e il 31 luglio 2026 la crisi migratoria più grave dal 2021. In appena ventiquattro ore quasi 49mila persone hanno tentato di attraversare il confine con il Marocco, principalmente a nuoto lungo il frangiflutti del Tarajal, provocando il collasso dei sistemi di accoglienza e costringendo il governo di Pedro Sánchez a mobilitare l’esercito. Chi arriva a Ceuta è, formalmente, già in territorio dell’Unione Europea, perché l’enclave, pur trovandosi geograficamente in Africa, è pienamente parte della Spagna e dello spazio europeo. Non esiste alcun ulteriore confine internazionale da superare: la traversata a nuoto o l’attraversamento delle recinzioni segna già l’ingresso di fatto nel territorio comunitario.
Una sentenza che ha cambiato le regole del gioco
L’elemento scatenante di questa specifica ondata è una sentenza del Tribunale Supremo spagnolo, pronunciata il 29 giugno 2026 e resa definitiva pochi giorni dopo. I giudici della Sala Terza hanno stabilito che le “devoluciones en caliente”, i respingimenti sommari applicati finora a chi tentava l’ingresso irregolare, possono essere utilizzate soltanto contro chi supera fisicamente “elementi di contenimento frontaliero”, come le recinzioni metalliche di Ceuta e Melilla. La sentenza, come riportano fonti giuridiche spagnole, recita testualmente che “chi tenta di entrare a nuoto non supera, né tenta di superare, alcun elemento di contenimento frontaliero”. Questo significa che chi viene intercettato in mare deve necessariamente essere sottoposto alla procedura ordinaria di respingimento, con tutte le garanzie previste dalla legge sugli stranieri: assistenza legale, interprete, possibilità di richiedere protezione internazionale e una risoluzione motivata caso per caso.
La notizia di questo vincolo giuridico si è diffusa rapidamente tra le reti di trafficanti e tra i potenziali migranti nelle città marocchine di confine come Fnideq, ex Castillejos, motivando un’ondata di assalti dal mare senza precedenti. Le autorità ceutíe stimano che, prima del picco di fine luglio, gli arrivi giornalieri viaggiassero già intorno alle 200-300 persone al giorno, per poi esplodere improvvisamente nella giornata del 30 luglio. Il presidente della città autonoma, Juan Jesús Vivas, ha parlato apertamente di “collasso nell’ambito migratorio”, sottolineando che gli ultimi dieci giorni avevano già portato tra 1.500 e 2.000 nuovi arrivi, l’equivalente del 2% della popolazione complessiva dell’enclave.
Non solo marocchini: la variabile delle nazionalità non rimpatriabili
Uno degli aspetti meno raccontati di questa crisi riguarda la composizione reale dei flussi migratori. La narrazione mediatica tende a concentrarsi sui cittadini marocchini, ma tra le migliaia di persone arrivate figurano anche subsahariani e, potenzialmente, cittadini di paesi come la Libia. Questo dettaglio non è irrilevante dal punto di vista giuridico e geopolitico. L’accordo bilaterale di riammissione firmato tra Spagna e Marocco nel 1992, infatti, vale in via principale per i cittadini marocchini, mentre il Marocco non ha alcun obbligo internazionale di riprendere persone di altre nazionalità semplicemente perché transitate sul suo territorio. Questo crea un vuoto operativo enorme: chi non è marocchino, se identificato come tale, difficilmente può essere rimandato indietro con rapidità, e finisce spesso per essere trasferito verso la Spagna continentale e, di fatto, verso il resto dello spazio Schengen.
L’età dei migranti come strategia
Un altro elemento che emerge con chiarezza dalle cronache di questi giorni è l’età estremamente giovane della maggior parte delle persone coinvolte. Non si tratta di una casualità demografica. I minori non accompagnati godono di garanzie legali molto più solide rispetto agli adulti, e la Corte Suprema spagnola ha già dichiarato illegittime, in una sentenza pregressa, le deportazioni di massa di minori marocchini avvenute durante la crisi del 2021, giudicando che l’accordo bilaterale sui rimpatri assistiti non può sostituire le tutele previste dalla legge spagnola sugli stranieri. Questo significa che un minorenne che raggiunge Ceuta ha probabilità molto più basse di essere rimpatriato in tempi brevi rispetto a un adulto, un fattore che le reti di trafficanti conoscono perfettamente e che utilizzano nella pianificazione dei flussi.
Un fenomeno che assume contorni quasi militari
L’entità numerica dell’ondata, quasi 50mila persone in un solo giorno secondo le stime riprese da agenzie internazionali, ha spinto il governo spagnolo a dispiegare non semplici rinforzi di polizia ma l’esercito nazionale. Le forze dell’ordine della Guardia Civil, secondo testimonianze raccolte sul campo, hanno parlato di un vero e proprio “collasso totale” del sistema di controllo frontaliero. Non sono mancati momenti di tensione diretta con le forze dell’ordine spagnole, in un contesto in cui molti dei migranti coinvolti risultano nelle mani di organizzazioni criminali strutturate, più che animati da un percorso migratorio spontaneo e pacifico. Le autorità locali hanno inoltre recuperato tra i 9 e i 19 corpi di persone annegate durante i tentativi di attraversamento, un bilancio drammatico che testimonia la pericolosità della rotta.
Il business miliardario dei trasferimenti illegali verso la penisola
Una volta entrati a Ceuta, molti migranti non restano nell’enclave. Negli anni scorsi la Guardia Civil e la Policía Nacional hanno smantellato diverse reti criminali specializzate nel trasporto illegale di persone verso Algeciras e la Spagna continentale, utilizzando piccole imbarcazioni pneumatiche e persino moto d’acqua per attraversare lo Stretto di Gibilterra di notte. Le cifre emerse dalle indagini parlano di pagamenti che vanno da 1.500 a oltre 13mila euro a persona, un giro d’affari che si traduce in milioni di euro di profitto per le organizzazioni criminali coinvolte. Da Algeciras, la strada verso la Francia, l’Italia e il resto del sud dell’Europa è aperta, grazie alla libertà di circolazione garantita dallo spazio Schengen. Questo rende Ceuta non solo un punto di ingresso, ma un vero e proprio snodo logistico per la migrazione irregolare verso l’intero continente.
Lo scontro diplomatico e il nodo del coordinamento europeo
La crisi ha avuto immediate ripercussioni diplomatiche. Il governo italiano guidato da Giorgia Meloni ha valutato pubblicamente la sospensione degli accordi di Schengen con la Spagna, una mossa che ha provocato la convocazione dell’ambasciatore italiano da parte di Madrid. Sul fronte interno spagnolo, il Ministero dell’Interno, guidato da Fernando Grande-Marlaska, ha respinto la richiesta del presidente di Ceuta di dichiarare lo stato di emergenza nazionale, sostenendo che la normativa sulla protezione civile non contempla i flussi migratori come rischio rilevante ai fini di tale dichiarazione. Le forze di sicurezza dello Stato hanno inoltre denunciato la passività del Marocco nel controllo del valico del Tarajal e la lentezza del governo centrale, che avrebbe impiegato oltre sei ore per mobilitare l’esercito dopo la richiesta formale delle autorità locali.
Questa vicenda mette in luce, ancora una volta, quanto la gestione delle frontiere esterne dell’Unione Europea resti frammentata tra decisioni nazionali, sentenze giudiziarie interne e accordi bilaterali datati, come quello siglato tra Spagna e Marocco nel lontano 1992. Senza un coordinamento europeo strutturale, capace di armonizzare le procedure di identificazione, asilo e rimpatrio tra i diversi Stati membri, episodi come quello di Ceuta rischiano di ripetersi con frequenza crescente, trasformando singole crisi locali in questioni geopolitiche che coinvolgono l’intero continente.
Siti in più lingue promettono la visione gratuita del film di Christopher Nolan, ma conducono a moduli che raccolgono credenziali personali e informazioni bancarie.
La grande attesa per Odissea, il nuovo film di Christopher Nolan, è diventata il pretesto per una campagna di truffe online. Falsi portali di streaming attirano gli utenti con la promessa di vedere gratuitamente la pellicola e li spingono a consegnare dati personali, password e informazioni di pagamento.
L’allarme arriva da Kaspersky, che riferisce di avere individuato pagine fraudolente realizzate in diverse lingue. La scelta non è casuale: consente agli autori del raggiro di sfruttare la popolarità internazionale del film e, nello stesso tempo, di presentare a ogni vittima un sito apparentemente adattato al proprio Paese.
Come funziona il falso streaming
Il percorso costruito dai truffatori imita quello di una normale piattaforma video. La pagina annuncia la disponibilità gratuita di Odissea, mostra un lettore multimediale e spesso aggiunge recensioni e valutazioni attribuite a utenti che dichiarano di avere già visto il film. Sono elementi studiati per ridurre la diffidenza e far apparire il servizio più credibile.
Quando si prova ad avviare la riproduzione, il video non parte. Al suo posto compare la richiesta di creare un account per «sbloccare» il contenuto e continuare la visione. La prima schermata domanda nome, cognome e indirizzo e-mail; quelle successive invitano a scegliere una password e a inserire i dati della carta con il pretesto di attivare una prova gratuita.
La promessa di un accesso illimitato, disponibile anche da più dispositivi e attivabile in circa un minuto, completa l’illusione. In realtà non esiste alcun film da guardare: il vero obiettivo è raccogliere informazioni utilizzabili per frodi finanziarie o per tentare l’accesso ad altri account della vittima.
Il rischio aumenta quando la password viene riutilizzata
La sottrazione dei dati della carta è il pericolo più immediato, ma non l’unico. Se l’utente inserisce una password già usata per la posta elettronica, i social network o altri servizi, i criminali possono provarla anche su quelle piattaforme. È il motivo per cui una singola registrazione su un sito fraudolento può trasformarsi in una compromissione più ampia dell’identità digitale.
La presenza di versioni nella lingua dell’utente rende inoltre più difficile riconoscere il raggiro a colpo d’occhio. Un italiano può trovarsi davanti a testi, pulsanti e istruzioni correttamente localizzati; lo stesso schema viene poi replicato, quasi senza modifiche, per il pubblico di altri Paesi.
I segnali che devono far scattare l’allarme
Il primo indizio è l’offerta stessa. Se un film appena arrivato nelle sale viene proposto gratuitamente da una piattaforma sconosciuta, è opportuno fermarsi prima di inserire qualunque informazione. Anche un lettore che interrompe subito la riproduzione e pretende una registrazione, soprattutto accompagnata dalla richiesta dei dati bancari, è un segnale tipico delle campagne di phishing.
Occorre poi controllare con attenzione l’indirizzo del sito. Domini insoliti, errori nel nome del servizio, pagine prive di informazioni societarie verificabili e pressioni a completare rapidamente la procedura sono elementi da non ignorare. Recensioni entusiastiche inserite direttamente nella pagina non dimostrano l’affidabilità del portale: possono essere state create dagli stessi truffatori.
Come proteggersi e cosa fare se si sono inseriti i dati
La regola più efficace è utilizzare soltanto cinema, piattaforme ufficiali e servizi di streaming riconosciuti. Prima di registrarsi bisogna verificare l’URL e raggiungere il sito digitandone direttamente l’indirizzo o passando dall’app ufficiale, senza fidarsi di link ricevuti nei messaggi o trovati in annunci poco trasparenti.
È inoltre importante usare una password diversa per ogni account e attivare l’autenticazione a due fattori, in particolare sulla posta elettronica e sulle applicazioni finanziarie. Per i pagamenti online si possono impiegare carte prepagate o strumenti che non espongano direttamente il conto principale, mantenendo comunque sotto controllo i movimenti.
Chi ha già completato la falsa registrazione dovrebbe cambiare immediatamente la password inserita e modificarla anche su tutti gli altri servizi nei quali era stata riutilizzata. Se sono stati comunicati i dati della carta, è necessario contattare senza ritardo la banca o l’emittente, verificare le operazioni e valutare il blocco dello strumento di pagamento.
Una truffa costruita sull’urgenza
Le campagne legate ai grandi eventi culturali funzionano perché sfruttano curiosità, entusiasmo e paura di restare esclusi. Nel caso di Odissea, la visibilità del film offre ai criminali un’esca riconoscibile in molti Paesi e una finestra temporale ideale: nei giorni dell’uscita, l’utente è più incline a cliccare e meno disposto ad aspettare.
Il meccanismo non dipende quindi dal titolo scelto. Lo stesso modello può riapparire con altri film, serie televisive, concerti o eventi sportivi molto attesi. Cambia il richiamo, ma la sequenza resta la stessa: promessa eccezionale, falso accesso gratuito, richiesta di registrazione e raccolta dei dati. Riconoscere questa struttura è la difesa più utile anche quando la prossima esca avrà un nome diverso.
Una settimana dopo la morte di Abderrahim Fakir, Bologna torna in piazza. Nel pomeriggio di domenica 26 luglio il quartiere Pilastro ospita il corteo in ricordo del 42enne di origini marocchine, morto domenica 19 luglio durante un fermo di polizia in via Svevo, mentre era ammanettato a terra con le caviglie legate.
Le forze dell’ordine parlano di “attenzione massima” ma escludono, al momento, segnali concreti di nuovi disordini: non risulterebbero infatti attività o proteste particolari in preparazione da parte di antagonisti o attivisti dei centri sociali, molto presenti nel quartiere popolare e multietnico della periferia nord-est della città.
Per il presidio dell’ordine pubblico è comunque previsto un dispositivo imponente, con l’impiego della Digos, dei reparti mobili e di rinforzi provenienti da fuori regione, una modalità che la Questura definisce ordinaria e non legata a uno specifico allarme. La prudenza è comprensibile: lunedì 20 luglio il centro di Bologna era stato teatro di una lunga guerriglia urbana, con vetrine distrutte, arredi urbani devastati, un’auto del Comune data alle fiamme e un bilancio finale di 64 agenti feriti, dopo che il presidio pacifico convocato in piazza del Nettuno dal sindaco Matteo Lepore era degenerato in scontri davanti alla Prefettura, tra lanci di bombe carta, cariche, lacrimogeni e idranti.
Chi era Abderrahim Fakir e cosa è successo il 19 luglio
Abderrahim Fakir aveva 42 anni ed era arrivato in Italia dal Marocco quando ne aveva sette. Viveva a Borgonuovo, frazione di Sasso Marconi, in provincia di Bologna, ma aveva parte della famiglia e molti amici proprio al Pilastro.
Aveva i documenti in regola e al momento della morte era in attesa del rinnovo del permesso di soggiorno. Nelle settimane precedenti la tragedia, la sua salute mentale si sarebbe deteriorata: il 20 giugno si era procurato un taglio a un polso e si era presentato al pronto soccorso chiedendo di parlare con uno psichiatra, come risulta da un verbale ospedaliero. La mattina di domenica 19 luglio l’uomo si trovava nella zona dei garage di via Svevo in evidente stato di agitazione.
L’intervento della polizia inizia alle 11:59: gli agenti usano lo spray al peperoncino e lo immobilizzano a terra, a faccia in giù, legandogli polsi e caviglie. Un video girato da un residente dalla finestra di casa mostra Fakir con un poliziotto a cavalcioni sulla schiena e uno sulle gambe, mentre per oltre due minuti urla “basta, aiuto” fino a restare immobile. I soccorritori della Croce Rossa, intervenuti con un equipaggio di volontari senza medico né infermiere, tentano invano le manovre di rianimazione. Il decesso viene constatato alle 12:53 da un medico del 118.
L’inchiesta della Procura e il nodo dello scudo penale
La Procura di Bologna, guidata dal procuratore Paolo Guido con i pm Francesca Arienti e Domenico Ambrosino, procede per omicidio colposo e ha iscritto sei persone, i due poliziotti del commissariato Bolognina-Pontevecchio e i quattro operatori sanitari intervenuti, nel registro delle annotazioni preliminari, il cosiddetto modello 45 bis introdotto dall’ultimo decreto sicurezza.
Si tratta di una delle prime applicazioni in Italia della norma definita dai critici “scudo penale”, che il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha difeso spiegando che riguarda persone che sembrano aver agito in presenza di una causa di giustificazione. Gli investigatori stanno acquisendo decine di video girati dai residenti, le comunicazioni radio, le telefonate degli agenti e le immagini della bodycam indossata dal capopattuglia, mentre nella casa dell’uomo sono stati sequestrati pc e cellulari, senza che venissero trovate sostanze stupefacenti. Sotto la lente dei magistrati c’è anche la catena dei soccorsi, partita con un codice verde: l’avvocato dei poliziotti sostiene che i suoi assistiti abbiano chiesto due volte l’invio di un’ambulanza con automedica per una persona in crisi psichica, ricostruzione che l’Ausl di Bologna ha smentito sulla base delle registrazioni della centrale operativa del 118.
Il nuovo video, l’autopsia e lo scontro tra i legali
A tenere alta la tensione è arrivato un nuovo filmato, anch’esso ripreso da una finestra di via Svevo, che mostra le fasi successive al decesso: un’agente della scientifica solleva il lenzuolo che copre il corpo e sotto la nuca dell’uomo è visibile una pozza di sangue, mentre il volto appare segnato da rivoli scuri.
Le immagini hanno innescato un durissimo botta e risposta tra le difese. Per Fabio Anselmo, legale della famiglia e già avvocato dei Cucchi, “prima di essere sbattuto per terra il volto e la testa di Fakir erano integri” e il sangue trovato nei polmoni, confermato dalla tac e dai primi esiti dell’autopsia eseguita venerdì 24 luglio al Sant’Orsola, sarebbe stato inalato a causa delle percosse: “Fakir è morto per una asfissia posturale meccanica violenta”, sostiene, respingendo ogni riferimento alla cocaina.
Di segno opposto la lettura di Gabriele Bordoni, difensore dei due agenti, secondo cui l’unica ferita sarebbe alla nuca, che l’uomo si sarebbe procurato da solo strisciando per terra mentre veniva trattenuto, dopo aver morso la gamba di un poliziotto. Saranno i superperiti nominati dalla Procura, che da lunedì inizieranno l’analisi degli elementi raccolti, a stabilire cause, tempi e circostanze della morte.
La politica divisa e l’appello della famiglia
Il caso ha acceso uno scontro politico durissimo. La premier Giorgia Meloni ha parlato di fatto “inaccettabile”, mentre la segretaria del Pd Elly Schlein ha dichiarato che “quando un uomo muore durante un’operazione di fermo, lo Stato ha fallito”. Piantedosi ha promesso che “non sarà un nuovo caso Cucchi”, ma ha anche accusato il sindaco Lepore di aver convocato la piazza in modo inconsapevole, sottovalutando i rischi.
Proprio al primo cittadino, bersaglio di minacce sui social, la Prefettura ha deciso di assegnare la scorta. Parole di equilibrio sono arrivate dal cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, secondo cui la solidarietà verso le forze di polizia è piena ed “è proprio nel loro interesse valutare i fatti e verificare se ci siano stati eventuali errori e responsabilità”, perché affrettare le conclusioni alimenta soltanto la polarizzazione.
In mezzo al frastuono resta la voce della famiglia, che si è sempre dissociata dalle violenze. “Si chiamava Abderrahim Fakir. Era mio zio. Non era un numero, non era una notizia: era una persona amata”, ha detto la nipote Yossra dal palco di piazza del Nettuno, mentre la sorella ha chiesto che “non ci sia vendetta, non ci sia caos”. È questo lo spirito con cui il Pilastro, tra un fiore deposto in via Deledda e l’assemblea nazionale già convocata per il 12 settembre sotto le Due Torri, chiede oggi verità e giustizia per la morte di Fakir.
OpenAI ha sviluppato un’intelligenza artificiale specializzata nell’attaccare altri modelli di intelligenza artificiale. Si chiama GPT-Red e il suo compito è individuare vulnerabilità, sperimentare nuove forme di manipolazione e generare attacchi sempre più sofisticati contro i sistemi GPT.
L’obiettivo, almeno apparentemente paradossale, è utilizzare un modello offensivo per rendere più sicuri quelli destinati agli utenti. GPT-Red non è quindi un nuovo chatbot commerciale e non verrà messo a disposizione del pubblico. È uno strumento interno di sicurezza, progettato per agire come un red teamer automatico e sottoporre i modelli di OpenAI a una pressione continua.
La società sostiene che questo sistema abbia già contribuito all’addestramento di GPT-5.6 Sol, descritto come il modello più resistente alle iniezioni di prompt realizzato finora da OpenAI. Secondo i dati diffusi dall’azienda, GPT-5.6 Sol registra un numero di errori sei volte inferiore nel benchmark più difficile dedicato alle iniezioni dirette rispetto al miglior modello disponibile appena quattro mesi prima.
Il problema delle istruzioni nascoste
Per comprendere l’importanza di GPT-Red bisogna partire da una delle vulnerabilità più serie dell’intelligenza artificiale generativa: la prompt injection.
Un normale utente comunica con un modello scrivendo istruzioni. Lo stesso modello, però, può ricevere informazioni anche da pagine web, documenti, email, repository di codice, applicazioni collegate o risultati prodotti da altri strumenti. Un aggressore può nascondere all’interno di questi contenuti una seconda istruzione, concepita per entrare in conflitto con la richiesta originale dell’utente.
L’intelligenza artificiale rischia così di scambiare un contenuto esterno per un comando da eseguire.
Un utente potrebbe chiedere al sistema di riassumere un documento, mentre nel documento è stata inserita un’istruzione invisibile o apparentemente innocua che ordina al modello di copiare informazioni riservate, inviare credenziali a un server esterno, modificare un pagamento oppure ignorare le regole di sicurezza.
OWASP, una delle organizzazioni di riferimento per la sicurezza delle applicazioni, classifica la prompt injection come il primo rischio della propria graduatoria dedicata alle applicazioni basate su grandi modelli linguistici. L’attacco consiste nella manipolazione dell’input per alterare il comportamento del modello, aggirarne le difese o indurlo a compiere azioni non previste.
Il pericolo aumenta con la diffusione degli agenti autonomi. Un chatbot tradizionale si limita principalmente a produrre testo. Un agente può invece consultare file, leggere la posta elettronica, utilizzare strumenti, modificare documenti, interagire con siti web, eseguire codice o avviare procedure operative.
Più capacità operative vengono affidate all’intelligenza artificiale, maggiori sono le conseguenze di una sua eventuale manipolazione.
Anche la stampa israeliana specializzata in tecnologia e sicurezza ha descritto la prompt injection come una tecnica attraverso la quale un aggressore inserisce istruzioni malevole in contenuti apparentemente normali, inducendo un agente a esporre informazioni riservate, eseguire codice o effettuare operazioni indesiderate. Le analisi in lingua ebraica sottolineano soprattutto il rischio dell’agent hijacking, cioè la possibilità di prendere indirettamente il controllo del comportamento di un agente attraverso testi manipolati.
Come viene addestrato GPT-Red
Il red teaming è una pratica consolidata nella sicurezza informatica. Un gruppo di specialisti assume temporaneamente il ruolo dell’aggressore e tenta di violare un sistema prima che possa farlo un criminale.
Nel settore dell’intelligenza artificiale questo lavoro richiede la costruzione di prompt ingannevoli, scenari realistici, tentativi di jailbreak e attacchi capaci di sfruttare il modo in cui il modello interpreta linguaggio e contesto.
Il problema è la scala. I ricercatori umani possono trovare vulnerabilità particolarmente creative, ma non possono generare e verificare milioni di varianti con la velocità necessaria per seguire l’evoluzione dei modelli.
GPT-Red nasce per superare questo limite. Il sistema invia un prompt al modello bersaglio, osserva la risposta, valuta il risultato e modifica l’attacco. Il processo continua fino al raggiungimento dell’obiettivo oppure fino all’esaurimento delle strategie disponibili.
GPT-Red non esegue soltanto una raccolta di attacchi già conosciuti. Impara a produrne di nuovi attraverso un processo competitivo.
OpenAI lo addestra mediante apprendimento per rinforzo in self-play. GPT-Red interpreta la parte dell’attaccante, mentre un insieme diversificato di modelli assume quella dei difensori. L’attaccante riceve una ricompensa quando provoca un errore valido. I difensori vengono invece premiati quando resistono alla manipolazione e completano correttamente il compito richiesto dall’utente.
Quando i difensori migliorano, gli attacchi più semplici smettono di funzionare. GPT-Red è quindi costretto a cercare tecniche più complesse, creative e difficili da riconoscere. Il risultato è una corsa agli armamenti controllata all’interno dell’ambiente di addestramento.
OpenAI afferma di aver dedicato al progetto una quantità di potenza di calcolo paragonabile ad alcune delle sue maggiori operazioni di post-addestramento. Si tratterebbe di un investimento computazionale eccezionale per un modello destinato esclusivamente alla sicurezza.
Questa impostazione non è isolata nel panorama della ricerca. Studi recenti come PISmith utilizzano l’apprendimento per rinforzo per addestrare modelli offensivi capaci di ottimizzare iniezioni di prompt contro sistemi protetti. I risultati indicano che anche alcune delle difese più avanzate restano vulnerabili quando gli attacchi possono adattarsi dinamicamente alle risposte del bersaglio.
Un altro progetto, PI-Hunter, costruisce scenari realistici in cui istruzioni malevole vengono nascoste in fonti esterne. Il sistema modifica progressivamente i casi di test in base alle reazioni dell’agente, con l’obiettivo di identificare non soltanto se esiste una vulnerabilità, ma anche dove nasce e come si propaga durante l’esecuzione di un compito.
GPT-Red contro gli esseri umani
Uno dei risultati più significativi riguarda il confronto con i red teamer umani. OpenAI ha testato GPT-Red in nuovi ambienti, differenti da quelli utilizzati durante l’addestramento, per verificare se il sistema fosse in grado di generalizzare.
Nel test basato su una versione interna dell’arena per le iniezioni indirette sviluppata da Dziemian e altri ricercatori, GPT-Red e gli specialisti umani dovevano proporre attacchi contro GPT-5.1.
GPT-Red avrebbe completato con successo l’attacco nell’84 per cento degli scenari, mentre gli esseri umani si sarebbero fermati al 13 per cento.
Il risultato non dimostra necessariamente che l’intelligenza artificiale sia più intelligente di un esperto di sicurezza. Indica piuttosto che un modello automatizzato può provare molte più varianti, analizzare immediatamente ogni risposta e continuare a modificare la strategia senza stanchezza.
Il confronto presenta inoltre alcuni limiti. I dati sono stati pubblicati dalla stessa OpenAI, il benchmark è stato replicato internamente e non sono ancora disponibili tutti i dettagli tecnici necessari per una valutazione indipendente completa. La società ha annunciato la pubblicazione di un preprint più approfondito, che dovrebbe consentire alla comunità scientifica di esaminare metodologia, criteri di successo e possibili limitazioni.
Il distributore automatico manipolato
Per mettere alla prova GPT-Red fuori dai benchmark teorici, OpenAI lo ha utilizzato contro un distributore automatico gestito da un agente di intelligenza artificiale all’interno dei propri uffici.
Il sistema, prodotto da Andon Labs, amministrava prezzi, disponibilità e ordini. GPT-Red ha inizialmente sperimentato gli attacchi in una simulazione, osservando le chiamate agli strumenti e adattando progressivamente le istruzioni. L’attacco è stato successivamente trasferito all’agente in produzione.
Secondo OpenAI, GPT-Red è riuscito a raggiungere tre obiettivi. Ha ridotto a 50 centesimi il prezzo di un prodotto costoso già presente nel distributore, ha ordinato un nuovo articolo da oltre 100 dollari per rivenderlo allo stesso prezzo minimo e ha annullato l’ordine di un altro cliente.
Il caso del distributore mostra che la prompt injection non riguarda soltanto risposte sbagliate o contenuti indesiderati. Può produrre conseguenze economiche e operative nel mondo reale.
OpenAI ha comunicato le vulnerabilità al produttore e ha dichiarato che nuove protezioni sono in fase di sperimentazione. Non sono stati tuttavia resi pubblici tutti i dettagli degli attacchi, una scelta comprensibile dal punto di vista della sicurezza, ma che limita la possibilità di verificare dall’esterno l’effettiva gravità delle falle.
GPT-Red è stato utilizzato anche contro un agente Codex da riga di comando basato su GPT-5.4 mini. La prova comprendeva dieci scenari di esfiltrazione di dati sensibili. Il sistema offensivo si è dimostrato più efficace e più efficiente nell’uso dei token rispetto a un modello GPT-5.5 guidato da un normale prompt di red teaming.
La scoperta degli attacchi “Fake Chain-of-Thought”
Uno dei risultati più interessanti prodotti dalle versioni preliminari di GPT-Red è l’individuazione di una nuova categoria di attacchi diretti chiamata “Fake Chain-of-Thought”.
In questa tecnica, il contenuto malevolo viene presentato come se fosse una parte del ragionamento interno già prodotto o autorizzato dal modello. L’aggressore tenta quindi di confondere il sistema riguardo alla provenienza e al livello gerarchico dell’istruzione.
Le prime versioni dell’attacco avrebbero ottenuto un tasso di successo superiore al 95 per cento contro GPT-5.1. Dopo l’addestramento avversariale, lo stesso valore sarebbe sceso sotto il 10 per cento su GPT-5.6 Sol.
Una vulnerabilità simile, definita anche CoT Forgery, è stata analizzata da ricercatori che hanno mostrato come un modello possa essere ingannato attraverso ragionamenti contraffatti, costruiti per far apparire legittima una richiesta che dovrebbe essere respinta. L’attacco sfrutta il fatto che alcuni modelli riconoscono la gerarchia delle istruzioni anche attraverso stile, struttura e formulazione del testo, non soltanto attraverso marcatori tecnici affidabili.
Il dato più rilevante non è soltanto la scoperta dell’attacco. È la possibilità di trasformare automaticamente ogni vulnerabilità riuscita in materiale di addestramento per il modello successivo.
Un’intelligenza artificiale che migliora la propria sicurezza
OpenAI utilizza i precursori di GPT-Red nell’addestramento dei modelli di produzione a partire da GPT-5.3. Il meccanismo consiste nel generare attacchi sempre più efficaci e presentarli ai modelli difensori, in modo che imparino a riconoscerli e a resistere.
L’azienda afferma che GPT-5.6 Sol fallisce soltanto nello 0,05 per cento delle iniezioni dirette prodotte da GPT-Red all’interno di una vasta raccolta di ambienti di robustezza. Alcuni benchmark dedicati alle iniezioni indirette nei sistemi di navigazione e negli strumenti per sviluppatori avrebbero inoltre superato il 97 per cento di accuratezza.
Questi numeri devono essere interpretati con cautela. Una buona prestazione nei benchmark interni non equivale alla risoluzione definitiva del problema. Le iniezioni di prompt possono assumere forme imprevedibili, dipendono dal contesto e cambiano quando vengono modificati gli strumenti disponibili all’agente.
La sicurezza di un sistema non può essere dimostrata soltanto dal fatto che resiste agli attacchi prodotti dal modello con cui è stato addestrato.
Per questa ragione OpenAI dichiara di valutare GPT-Red anche su scenari esclusi dall’addestramento. La società sostiene inoltre che continuerà ad affiancare al sistema automatico il red teaming umano, le verifiche di soggetti esterni, il monitoraggio in tempo reale e protezioni disposte su più livelli.
Le fonti arabe che hanno seguito l’evoluzione delle misure di sicurezza di OpenAI hanno posto particolare attenzione sul cosiddetto Lockdown Mode, una modalità pensata per ridurre l’esposizione dei dati sensibili limitando l’interazione del modello con fonti e sistemi esterni. La copertura in lingua araba evidenzia un punto centrale: nei contesti più delicati, aumentare la sicurezza può richiedere anche una riduzione delle capacità operative disponibili all’agente.
OpenAI, al contrario, sostiene che i miglioramenti ottenuti con GPT-Red non derivino da un modello diventato semplicemente più prudente o incline a rifiutare le richieste. L’azienda dichiara di aver verificato separatamente le capacità generali e i casi di rifiuto eccessivo, senza rilevare una diminuzione significativa delle prestazioni normali.
Perché GPT-Red resterà segreto
GPT-Red non verrà distribuito al pubblico. OpenAI vuole mantenere separate le capacità offensive del sistema dai modelli commerciali, trasferendo soltanto la maggiore resistenza ottenuta durante l’addestramento.
La scelta pone una questione delicata. Un modello capace di individuare automaticamente vulnerabilità, produrre prompt malevoli e perfezionare attacchi contro agenti reali potrebbe diventare uno strumento molto potente anche nelle mani di criminali informatici.
GPT-Red è utile proprio perché possiede competenze che potrebbero essere pericolose se diffuse senza controllo.
Il progetto rappresenta quindi un esempio evidente del carattere duale della ricerca sulla sicurezza. Le stesse tecniche utilizzate per scoprire e correggere una vulnerabilità possono essere impiegate per sfruttarla.
La ricerca indipendente sta già procedendo nella stessa direzione. Framework automatici come AutoRed, AgenticRed ed EVA utilizzano modelli generativi, cicli di feedback e sistemi evolutivi per produrre attacchi più vari, adattivi e trasferibili tra modelli differenti. Alcuni esperimenti mostrano che le istruzioni malevole sviluppate contro un agente possono funzionare anche contro sistemi forniti da aziende diverse, indicando la presenza di debolezze comportamentali condivise.
Questo significa che la sfida non riguarda esclusivamente OpenAI. Riguarda qualsiasi azienda che affidi a un modello linguistico l’accesso a dati, account, strumenti o procedure aziendali.
La nuova corsa tra intelligenze artificiali offensive e difensive
GPT-Red segna un passaggio importante nella storia della sicurezza informatica. Per anni gli esseri umani hanno attaccato i sistemi per trovare errori. Ora un’intelligenza artificiale può produrre attacchi contro un’altra intelligenza artificiale, trasformando i successi dell’aggressore nell’addestramento del difensore.
OpenAI descrive questo processo come un volano di auto-miglioramento. I modelli attuali vengono impiegati per rendere più sicura la generazione successiva. La nuova generazione, diventata più resistente, obbliga il red teamer automatico a sviluppare tecniche ancora più sofisticate.
La sicurezza smette così di essere una verifica effettuata soltanto alla fine dello sviluppo e diventa una competizione continua incorporata nell’addestramento stesso.
Resta però un interrogativo fondamentale. Se gli attaccanti artificiali diventeranno sempre più capaci, le loro competenze potranno essere davvero confinate negli ambienti controllati delle grandi aziende? E quanto a lungo le difese riusciranno a precedere tecniche offensive che possono essere generate automaticamente anche da soggetti esterni?
GPT-Red mostra una possibile risposta, ma anche la dimensione del problema. L’intelligenza artificiale può contribuire a correggere le proprie debolezze, purché i test non rimangano chiusi all’interno di benchmark costruiti dagli stessi sviluppatori e purché il controllo umano continui ad avere un ruolo reale.
Il futuro degli agenti digitali dipenderà dalla loro capacità di distinguere una richiesta legittima da un ordine nascosto, di rispettare le autorizzazioni e di arrestarsi davanti a un’azione irreversibile. Un agente che sa ragionare, navigare e utilizzare strumenti deve anche imparare a non obbedire alla voce sbagliata.
La vulnerabilità “wp2shell” nasce dall’indagine di Adam Kues, ricercatore di sicurezza presso Assetnote / Searchlight Cyber, che ha analizzato il core di WordPress usando il modello di intelligenza artificiale GPT‑5.6 “Sol Ultra”. Nel corso di questa analisi, l’IA ha contribuito a individuare e concatenare due difetti distinti nel codice – una SQL injection e un errore di gestione delle rotte nella REST API – in un’unica catena di attacco capace di portare da un semplice input HTTP anonimo alla completa esecuzione di codice sul server.
Parallelamente, altri ricercatori – indicati con gli handle TF1T, dtro e haongo – hanno segnalato al team di sicurezza di WordPress la componente di SQL injection, poi catalogata come CVE‑2026‑60137. La parte più critica, CVE‑2026‑63030, ovvero la “confusione” tra le rotte batch della REST API e i normali handler che consente di aggirare i controlli e arrivare alla Remote Code Execution, è invece attribuita direttamente ad Adam Kues e al suo lavoro con Searchlight Cyber.
Cronologia: dalla scoperta alla patch
Secondo la ricostruzione fornita da fonti tecniche e blog di sicurezza, la catena wp2shell è stata riportata al programma di bug bounty di WordPress (HackerOne) prima della metà di luglio 2026. Il 17 luglio 2026 WordPress ha rilasciato d’urgenza la versione 7.0.2, un aggiornamento di sicurezza che corregge entrambe le vulnerabilità, con backport sulle versioni precedenti (6.9.5 e 6.8.6) e forzando gli update automatici per milioni di installazioni interessate.
Nei primi giorni dopo la patch, i dettagli tecnici completi della catena di exploit sono stati volutamente tenuti parzialmente riservati, per dare ai difensori il tempo di aggiornare i sistemi prima che il codice di attacco circolasse pubblicamente. Già entro il 20–21 luglio, però, diversi CERT nazionali e siti specializzati hanno segnalato prove di sfruttamento reale della vulnerabilità, con exploit automatizzati che scandagliano la rete alla ricerca di siti WordPress non aggiornati.
Natura tecnica della vulnerabilità
Wp2shell è una catena di due bug nel core di WordPress, sfruttabile anche su installazioni “pulite”, senza alcun plugin di terze parti. Il primo tassello è CVE‑2026‑60137, una SQL injection facilitata in una componente di query del core: permette a un attaccante non autenticato di manipolare il database inviando richieste appositamente costruite.
Il secondo tassello, CVE‑2026‑63030, riguarda l’endpoint batch della REST API: a causa di una gestione errata delle rotte, WordPress può validare una sub‑richiesta rispetto a un handler, ma poi eseguirla con un altro, di fatto bypassando la funzione di validazione e aprendo la strada all’esecuzione arbitraria di codice. Concatenando questi due difetti in una sola richiesta HTTP, un attaccante anonimo può creare account amministratore nascosti, caricare plugin malevoli, installare web shell persistenti e trasformare il sito in una piattaforma per spam, phishing o ulteriore movimento laterale all’interno del server.
Le versioni impattate includono WordPress 6.8, l’intera serie 6.9 fino alla 6.9.4 e le release 7.0.0–7.0.1, oltre a una build beta di WordPress 7.1. Le versioni 7.0.2, 6.9.5 e 6.8.6 vengono indicate come correttive, in quanto chiudono la finestra di attacco per entrambe le vulnerabilità, mentre le release precedenti alla 6.8 sono considerate non affette dalla catena wp2shell.
Quanti siti sono a rischio nel mondo
WordPress alimenta circa il 40% di tutti i siti presenti su Internet, secondo stime consolidate riportate da numerosi osservatori di sicurezza: questo significa centinaia di milioni di installazioni attive. Proprio per questa ubiquità, una vulnerabilità nel core – e non in un singolo plugin – ha un impatto potenziale ben superiore, perché colpisce indiscriminatamente blog personali, siti di news, e‑commerce, portali istituzionali e progetti editoriali di ogni scala.
Le stime più prudenti indicano “oltre 400 milioni” di siti che hanno eseguito o eseguono una versione vulnerabile della serie 6.9.x o 7.0.x, anche se questo numero include installazioni già aggiornate dopo l’uscita della patch. Un’analisi su un campione di 3.500 siti, condotta dal consulente di sicurezza Daniel Card, ha rilevato che meno del 15% risultava ancora vulnerabile nei giorni successivi al rilascio della 7.0.2: applicando questa percentuale al bacino complessivo, si arriva comunque a una stima di circa 90 milioni di siti ancora esposti.
Altre fonti qualitativamente simili parlano di “decine di milioni di siti in pericolo” e di “milioni di pagine web” su cui WordPress ha forzato l’aggiornamento per ridurre la superficie di attacco. La cifra più ampia, spesso citata nei comunicati, è quella di “oltre 500 milioni di pagine” potenzialmente interessate, cioè l’intero universo di installazioni WordPress che, in teoria, potrebbero trovarsi su una versione vulnerabile se non aggiornate.
Un caso emblematico del nuovo rapporto fra AI e sicurezza
L’elemento che rende wp2shell particolarmente significativo sul piano giornalistico è il modo in cui è stato scoperto: non solo da un ricercatore umano, ma da una collaborazione stretta fra analista e sistema di intelligenza artificiale avanzato. Adam Kues ha spiegato che GPT‑5.6 Sol Ultra ha impiegato poche ore per scrivere la catena di attacco completa – dalla SQL injection alla Remote Code Execution – mentre comprendere pienamente la logica generata ha richiesto al ricercatore molto più tempo.
Il caso wp2shell entra così nel dibattito più ampio su come l’IA generativa possa diventare uno strumento di potenziamento, non solo per gli sviluppatori e i difensori, ma anche, potenzialmente, per gli aggressori che cercano vulnerabilità ad alto impatto economico e operativo. La stessa Searchlight Cyber ha pubblicato analisi in cui nota come exploit broker siano disposti a pagare centinaia di migliaia di dollari per una RCE nel core di WordPress, a conferma del valore strategico di bug come wp2shell nel mercato delle vulnerabilità.
Dal 7 luglio 2026 tutte le nuove auto immatricolate nell’Unione Europea dovranno essere dotate di un sistema di Advanced Driver Distraction Warning, un dispositivo che, di fatto, introduce una telecamera interna puntata sul conducente come requisito standard di sicurezza. Dietro una formula apparentemente tecnica si apre però un fronte molto più ampio, che riguarda la natura stessa del controllo digitale a bordo dei veicoli, il trattamento dei dati biometrici e la capacità reale dei cittadini di capire e verificare cosa viene registrato, elaborato e potenzialmente conservato.
Il quadro normativo europeo: da GSR2 all’ADDW
Il pilastro giuridico di questo passaggio è il Regolamento (UE) 2019/2144, noto come General Safety Regulation o GSR2, che ridefinisce i requisiti di omologazione dei veicoli in funzione della sicurezza generale e della protezione degli utenti vulnerabili della strada. La norma stabilisce che i veicoli delle categorie M e N, quindi dalla classica vettura privata al veicolo commerciale, debbano essere equipaggiati con sistemi avanzati di avviso di distrazione del conducente, con obbligo per i nuovi tipi dal 7 luglio 2024 e per tutte le nuove immatricolazioni dal 7 luglio 2026.
L’Advanced Driver Distraction Warning viene definito come “un sistema che aiuta il conducente a continuare a prestare attenzione alla situazione del traffico e lo avverte quando è distratto”, una formulazione che sembra neutra, ma che in pratica richiede una valutazione continua del livello di attenzione visiva del guidatore. Per tradurre questa definizione in specifiche tecniche la Commissione ha adottato il Regolamento Delegato (UE) 2023/2590, che dettaglia procedure di prova e requisiti hardware e software, codificando il salto qualitativo: non si tratta più solo di sensori sul volante o algoritmi che interpretano la traiettoria dell’auto, ma di sistemi di eye tracking basati su telecamere ad infrarossi montate sul piantone dello sterzo, sul cruscotto o vicino allo specchietto interno.
La stessa Commissione europea, in una nota divulgativa in inglese intitolata “Safer cars, safer roads: New rules take effect”, inserisce gli advanced driver distraction warning tra i “life-saving systems” obbligatori su tutte le nuove passenger cars e vans, al pari della frenata automatica avanzata e dei sistemi di rilevamento dei pedoni. In termini di narrazione istituzionale, l’ADDW viene quindi presentato come un tassello necessario di una più ampia strategia per ridurre drasticamente gli incidenti legati alla distrazione, soprattutto l’uso dello smartphone alla guida.
Come funziona tecnicamente un sistema ADDW
Sul piano tecnico l’ADDW è progettato per monitorare la direzione dello sguardo del conducente, la posizione della testa e in generale il campo visivo, identificando quando l’attenzione si sposta troppo a lungo lontano dalla strada. Per farlo, la regolamentazione europea definisce una “distracted vision area”, una zona visiva verso il basso che include tipicamente grembo, tunnel centrale, area del telefono, zona del passeggero anteriore e alcune aree del cruscotto non direttamente legate alla guida.
Secondo le specifiche tecniche illustrate da analisi come quella di InterRegs e da documenti di supporto pubblicati dall’Ufficio delle Pubblicazioni dell’UE, il sistema deve attivarsi automaticamente a velocità superiori a 20 km/h, funzionare sia di giorno sia di notte e mantenere le sue prestazioni in diverse condizioni di illuminazione. La logica è quella di misurare il tempo di permanenza dello sguardo in questa zona “distratta”: tra 20 e 50 km/h il sistema deve emettere un avviso se lo sguardo resta fisso nell’area definita per più di 6 secondi, mentre oltre i 50 km/h la soglia si riduce a 3,5 secondi.
Quando la distrazione viene rilevata, l’ADDW deve generare un avviso visivo, accompagnato da un segnale acustico e/o aptico, con la possibilità di intensificare l’allarme finché il conducente non riprende a guardare la strada. Dal punto di vista hardware il cuore del sistema è una telecamera, spesso ad infrarossi per operare anche al buio, collegata a un’unità elettronica che esegue algoritmi di computer vision e intelligenza artificiale, addestrati per riconoscere il volto, la direzione degli occhi, l’orientamento del capo e talvolta anche la frequenza di ammiccamento.
Questo tipo di tecnologia, già utilizzata nei sistemi di driver monitoring di fascia alta e nei veicoli semi autonomi, viene ora generalizzata: da optional di lusso diventa una dotazione standard obbligatoria, con un impatto potenzialmente enorme sul parco circolante nei prossimi anni.
Sicurezza stradale contro libertà personale: il nodo privacy
Se sul fronte della sicurezza la logica appare chiara, è sul piano della protezione dei dati e della sorveglianza che la partita si fa più opaca. Le norme tecniche europee, così come diversi report commissionati dalla stessa UE, insistono sul fatto che i sistemi ADDW devono essere progettati secondo i principi di data protection by design and by default, limitando al massimo la raccolta e il trattamento di dati personali.
Alcune analisi in lingua inglese, come il rapporto “Technical support to assess the upgrades necessary to the advanced driver distraction warning systems” e articoli tecnici dedicati, sottolineano che i dati devono essere elaborati localmente nel veicolo, in tempo reale, e non devono essere conservati né trasmessi a terzi, salvo esigenze strettamente tecniche documentate. L’idea è che l’ADDW debba limitarsi a produrre un segnale binario di “distrazione sì/no”, senza costruire uno storico o un profilo di guida del singolo individuo.
Il tema si intreccia direttamente con il GDPR. In una lettera dell’European Data Protection Board dedicata proprio alle dashcam e alle in car cameras, viene ricordato che chi tratta dati video a bordo veicolo deve valutare attentamente il proprio ruolo ai sensi del GDPR, applicare i principi di minimizzazione e trasparenza e garantire i diritti degli interessati. Nel momento in cui una telecamera interna inizia a riprendere il volto del conducente, ci si muove inevitabilmente in uno spazio dove entrano in gioco dati biometrici e potenzialmente sensibili, anche se la finalità dichiarata è la sola sicurezza stradale.
La Commissione, nei documenti pubblici, insiste sul fatto che i sistemi obbligatori non devono essere usati per il riconoscimento facciale ai fini di identificazione, e che l’elaborazione deve avvenire on board. Tuttavia, in assenza di un controllo diretto da parte dell’utente sul codice che gira all’interno del veicolo, la questione si sposta su un livello di fiducia e di auditing: quanto è realisticamente possibile verificare che la telecamera faccia solo ciò che la normativa consente e niente di più.
Possiamo davvero controllare cosa fa la telecamera con i nostri dati?
Il primo livello di controllo è quello normativo e documentale. Il Regolamento Delegato (UE) 2023/2590 richiede ai costruttori di fornire un pacchetto dettagliato di documentazione tecnica sull’ADDW, compresi gli input utilizzati dal sistema, le metriche adottate per misurare la distrazione, le limitazioni del sistema e i risultati dei test condotti con guidatori reali. Questa documentazione viene valutata dai servizi tecnici e dalle autorità di omologazione, che devono verificare la conformità del sistema alle specifiche europee.
Tuttavia, proprio le parti più sensibili dell’algoritmo, come la lista delle metriche secondarie e alcuni dettagli interni, non vengono trasmesse integralmente alle autorità, per proteggere il know how industriale. Ne risulta una situazione ambivalente: l’UE chiede trasparenza funzionale ma tutela al tempo stesso l’opacità commerciale dei sistemi, lasciando il codice e molte scelte algoritmiche sostanzialmente inaccessibili al pubblico.
Sul piano pratico, per l’utente finale, il controllo si riduce alla possibilità di leggere l’informativa privacy del costruttore, verificare quali opzioni siano disponibili nel menu del veicolo, eventualmente disattivare o limitare alcune funzionalità e, nei casi estremi, rivolgersi alle autorità di protezione dei dati se sospetta un uso improprio. Alcuni produttori, secondo gli osservatori di settore, stanno già introducendo dashboard di impostazioni che consentono di vedere quali sistemi di assistenza sono attivi, quali dati vengono utilizzati e per quali funzioni, ma il livello di granularità offerto varia da marchio a marchio.
Un ulteriore livello di controllo potrebbe venire da audit indipendenti, condotti da laboratori o enti terzi, che testano i sistemi con strumenti propri per verificare se, ad esempio, il flusso video resta confinato all’unità di controllo o se vengono generate e memorizzate immagini o estratti dati riconducibili al volto del conducente. Ad oggi però non esiste un meccanismo standardizzato a livello UE che consenta ai cittadini di ottenere una certificazione indipendente e leggibile sul comportamento effettivo della telecamera a bordo del proprio veicolo, e il dibattito su questo punto appare ancora in evoluzione.
Era davvero necessario rendere obbligatoria la telecamera in auto?
La domanda se questo passaggio fosse davvero necessario merita di essere affrontata su più piani. Dal punto di vista della sicurezza, l’UE si muove sulla base di dati che mostrano la distrazione come una delle cause principali di incidenti gravi, con l’uso dello smartphone al volante tra i comportamenti più diffusi e difficili da contrastare con i soli controlli su strada. In questo senso, i sistemi di monitoraggio dell’attenzione promettono di offrire una contromisura continua, capace di intervenire proprio nei momenti in cui il conducente abbassa lo sguardo per leggere un messaggio o controllare un’app.
D’altra parte, l’evoluzione normativa mostra anche una progressione graduale. Prima sono arrivati i sistemi di avviso di sonnolenza e attenzione del conducente basati su segnali indiretti, come il movimento del volante o la traiettoria del veicolo, poi gli ADAS sempre più invasivi, dalla frenata automatica all’assistente di corsia, fino ad arrivare all’ADDW che entra letteralmente nel campo visivo e nel volto del guidatore. Per molti critici si tratta di un salto di qualità simbolico: la macchina non osserva più solo come guidiamo, ma guarda direttamente noi, nella nostra espressione e nel nostro comportamento fisico.
Alcuni commentatori parlano apertamente di “obbligo di telecamera in auto” e sottolineano che, pur con tutte le garanzie formali su elaborazione locale e non conservazione dei dati, si apre una finestra tecnologica che in futuro potrebbe essere sfruttata per funzioni ulteriori, come il profiling assicurativo, il pay per use basato sul comportamento o addirittura il controllo di conformità a determinate regole.
La normativa attuale non consente questi usi senza una base giuridica aggiuntiva e un consenso esplicito, ma la presenza fisica della telecamera e dell’infrastruttura algoritmica rende molto più semplice introdurre nuove funzionalità tramite aggiornamenti software.
La questione diventa quindi politica e culturale oltre che tecnica. La stessa strategia UE sulla sicurezza stradale punta a una “Vision Zero” di morti sulle strade, e in questo quadro l’ADDW viene giustificato come uno strumento necessario, quasi inevitabile, per contrastare la distrazione digitale. Il prezzo, tuttavia, è l’accettazione di una nuova normalità in cui l’abitacolo non è più uno spazio pienamente privato, ma un ambiente dove la nostra attenzione, il nostro volto e i nostri micro movimenti vengono continuamente misurati e valutati da un sistema automatizzato.
Verso quale equilibrio tra sicurezza e controllo
Guardando alle fonti ufficiali e alla migliore letteratura tecnica in lingua inglese emerge un quadro complesso. Da un lato, l’obbligo di ADDW dal 2026 è sostenuto da una narrativa forte di prevenzione degli incidenti e supportato da studi che mostrano l’efficacia dei sistemi di monitoraggio della distrazione nel ridurre i rischi, soprattutto sulle lunghe percorrenze e nel traffico autostradale. Dall’altro, la combinazione di telecamere interne, algoritmi di analisi del volto e opacità commerciale dei software alimenta un legittimo timore di derive verso modelli di sorveglianza più pervasivi, difficili da controllare dal basso.
Molto dipenderà da come l’Unione Europea e le autorità nazionali sapranno tradurre in pratica i principi già presenti nei testi: minimizzazione del dato, elaborazione locale, divieto di riconoscimento facciale, audit indipendenti sui sistemi e possibilità per gli utenti di capire, almeno a livello funzionale, cosa accade alle immagini catturate dall’abitacolo. Per il momento l’ADDW rappresenta un caso emblematico della direzione intrapresa dalla regolazione europea: la sicurezza viene potenziata attraverso un’ulteriore integrazione tra corpo, macchina e algoritmi, in un equilibrio sempre più delicato tra tutela della vita e protezione della sfera privata.
In questo scenario, la domanda su “quanto fosse necessario” l’obbligo della telecamera non ha una sola risposta, ma obbliga a riconoscere che la frontiera tra assistenza alla guida e sorveglianza digitale si è spostata ancora un passo più in là, e che la capacità di monitorare ciò che i sistemi fanno davvero con i nostri dati diventa non solo un tema tecnico, ma un terreno cruciale di discussione democratica.
L’opinione
di Alessandro Trizio Le norme che si stanno accavallando, dalla chat control al controllo dell’attenzione alla guida fino a molti altri ambiti, vanno tutte in una sola direzione: il monitoraggio completo e senza possibilità di scelta del cittadino. Salvare vite è una nobile causa, ma tutto questo si sta trasformando in un controllo totale senza possibilità di verifica diretta da parte nostra, senza sapere effettivamente, in questo caso, cosa stia registrando la telecamera. Si continua a invadere la libertà personale e a pensare sempre al cittadino come a un bambino di pochi mesi, che non sa gestirsi né gestire alcunché da solo, ma che ha bisogno del “padre padrone” Europa. È ora che l’Europa smetta di voler guidare ogni aspetto della nostra vita e inizi ad aiutarci a vivere meglio.
Gli attacchi con droni di superficie statunitensi contro il porto iraniano di Bandar Abbas rappresentano una svolta storica nella guerra navale contemporanea, segnando la prima volta in cui la US Navy impiega operativamente “sea drones” in un’azione di combattimento contro un’infrastruttura militare di uno stato rivale.
Un’operazione senza precedenti nel Golfo
Le forze del Comando Centrale degli Stati Uniti hanno utilizzato tre droni di superficie Corsair per colpire un complesso di manutenzione per sottomarini e unità navali all’interno della base di Bandar Abbas, lungo la costa meridionale dell’Iran affacciata sul Golfo Persico e sullo strategico Stretto di Hormuz.
Secondo la comunicazione ufficiale di CENTCOM, si è trattato di “multiple one-way attack surface drones”, cioè piattaforme impiegate come vettori d’attacco a senso unico, programmati per dirigersi contro il bersaglio e detonare, una modalità che ricorda l’uso dei droni kamikaze nel dominio aereo ma trasferita ora sul piano marittimo.
Il video diffuso dall’esercito statunitense mostra i droni avvicinarsi ai moli e alle infrastrutture del porto militare, con esplosioni che provocano incendi e colonne di fumo visibili sopra Bandar Abbas. CENTCOM ha sottolineato che le strutture colpite includevano installazioni dedicate alla manutenzione di sottomarini e unità navali, considerate parte dell’apparato iraniano impiegato negli ultimi mesi per minacciare o interferire con il traffico commerciale nel Golfo e nel vicino Stretto di Hormuz. In una nota, il comando ha affermato che l’operazione ha “degradato la capacità dell’Iran di continuare ad attaccare la navigazione commerciale”, collegando direttamente il raid con la sicurezza delle rotte energetiche globali.
I droni Corsair: un nuovo strumento di guerra navale
Droni Corsair Saronic Technologies
Il cuore tecnologico di questa operazione risiede nei Corsair, droni di superficie prodotti dalla società statunitense Saronic Technologies e integrati nella rete di sistemi autonomi e di intelligenza artificiale della US Navy. Il Corsair è una piattaforma lunga circa 24 piedi, alimentata da motore diesel, con una autonomia dichiarata di oltre 1.000 miglia nautiche e una capacità di carico di circa 1.000 libbre, in grado di viaggiare a velocità superiori ai 35 nodi. Queste specifiche consentono al drone di operare in un vasto raggio d’azione, di trasportare sensori, sistemi d’arma o carichi esplosivi, e di agire con un profilo difficilmente prevedibile per le difese tradizionali.
Secondo le informazioni diffuse dalla stessa Saronic e riprese dai media di settore, il Corsair è progettato per svolgere missioni di intelligence, sorveglianza e ricognizione (ISR), di pattugliamento di superficie e di supporto logistico, sia in ambienti permissivi sia in contesti contestati.
La piattaforma integra uno stack di intelligenza artificiale e un’architettura aperta che permette la rapida integrazione di sensori e software di autonomia, rendendola un sistema flessibile e continuamente aggiornabile, adatto alla guerra navale della prossima generazione. Saronic, commentando l’operazione, ha dichiarato di essere “orgogliosa” del ruolo svolto dai suoi sistemi, sottolineando la volontà di proseguire nello sviluppo di capacità autonome destinate a rafforzare la sicurezza degli Stati Uniti e dei loro alleati.
Questa non è la prima volta che i Corsair compaiono nello scenario operativo del Golfo, ma è la prima occasione in cui vengono utilizzati come vettori d’attacco contro un obiettivo iraniano. Nei mesi precedenti, la US Navy li aveva impiegati in operazioni di test e in missioni di supporto: un episodio particolarmente significativo, riportato da Military Times, riguarda il recupero di due militari dopo la caduta di un elicottero AH-64 Apache durante una pattuglia nei pressi dello Stretto di Hormuz, quando un Corsair è stato utilizzato per la prima volta in un’operazione di salvataggio pubblicamente riconosciuta.
Task Force 59 e la dottrina dei sistemi autonomi
US Navy ha istituito la Unmanned Task Group 59.1
L’uso dei Corsair in attacco si inserisce nel quadro più ampio della strategia statunitense di integrazione dei sistemi autonomi nelle operazioni marittime in Medio Oriente. Nel 2024 la US Navy ha istituito la Unmanned Task Group 59.1, soprannominata “The Pioneers”, con sede in Bahrain e parte della più ampia Task Force 59, responsabile dell’impiego di droni e piattaforme autonome nell’area di responsabilità della Quinta Flotta. Il mandato di questa unità include lo “stress test” dei droni di superficie, con l’obiettivo di verificare le loro prestazioni in scenari reali e integrarli in architetture operative complesse, in cui sistemi senza equipaggio collaborano con unità tradizionali e operatori specializzati.
In precedenza, Task Force 59 aveva lanciato un piccolo gruppo di droni dal porto di Aqaba, in Giordania, nel Mar Rosso, con la missione di osservare il “pattern of life” marittimo nella regione, cioè i flussi regolari di navigazione e le anomalie potenzialmente indicatrici di attività ostili o clandestine. Questa fase di sorveglianza ha rappresentato un banco di prova per l’utilizzo dei droni marittimi come strumenti di maritime domain awareness, capaci di raccogliere e processare in modo continuo enormi quantità di dati sulle rotte commerciali, sui movimenti navali e sulle zone a rischio.
Con il raid su Bandar Abbas, la missione di Task Force 59 evolve dalla mera osservazione all’impiego diretto in operazioni di strike, evidenziando una transizione dottrinale nella guerra navale statunitense: i sistemi autonomi non sono più solo sensori, ma diventano vettori offensivi, integrati nelle campagne di deterrenza e di risposta contro potenziali minacce, in questo caso legate alla postura iraniana sul traffico commerciale.
Il contesto politico: licenza sul petrolio e fine del cessate il fuoco
La tempistica dell’attacco con i droni di superficie non è casuale e si inserisce in un contesto politico già teso tra Washington e Teheran. Il 7 luglio gli Stati Uniti hanno revocato una licenza che consentiva all’Iran di vendere petrolio, un provvedimento che incide direttamente sulle entrate strategiche della Repubblica Islamica e sulle sue capacità di finanziamento delle operazioni regionali. La decisione è stata seguita da un annuncio del presidente Donald Trump, che ha dichiarato formalmente terminato il cessate il fuoco tra i due paesi iniziato l’8 aprile, pur affermando che Teheran aveva accettato di continuare a negoziare.
In parallelo alla revoca della licenza petrolifera, le forze statunitensi hanno lanciato una serie di attacchi contro “decine di obiettivi militari iraniani”, fra cui il raid su Bandar Abbas basato sull’impiego dei Corsair, con l’obiettivo dichiarato di ridurre la capacità iraniana di colpire la navigazione commerciale nella regione. Questi elementi fanno emergere una strategia a doppio binario: pressione economica, attraverso la leva energetica, e pressione militare, mediante l’uso di strumenti tecnologicamente avanzati e a bassa esposizione di personale, tipici della guerra “a distanza” contemporanea.
Reazioni iraniane: esplosioni, vittime e ritorsioni regionali
La risposta iraniana e regionale all’operazione statunitense conferma la delicatezza del momento. I media di stato iraniani hanno segnalato esplosioni in diverse località, tra cui Bandar Abbas, Sirik, Jask e l’isola di Qeshm, tutte aree strategiche lungo la costa del Golfo e vicino alle rotte che attraversano lo Stretto di Hormuz. L’agenzia IRNA ha riportato la morte di una persona e il ferimento di altre quattro a causa di un proiettile che ha colpito una stazione di pompaggio dell’acqua nella contea di Mahshahr, nella provincia di Khuzestan, regione ricca di risorse petrolifere e più volte teatro di tensioni politiche e sociali.
Parallelamente, i Guardiani della Rivoluzione (IRGC) hanno rivendicato attacchi di ritorsione contro strutture militari in Kuwait, Bahrain e Giordania, segnalando un ampliamento del teatro di confronto ben oltre il semplice duello tra Stati Uniti e Iran. Questi paesi ospitano importanti installazioni militari occidentali e basi logistiche per le operazioni nel Golfo e nel Levante, rendendo la loro sicurezza un elemento chiave nella stabilità regionale. La narrativa iraniana presenta tali attacchi come risposta a un’aggressione diretta al proprio territorio e alle proprie infrastrutture navali, inserendoli in un quadro più ampio di “resistenza” alle presunte ingerenze degli Stati Uniti e dei loro alleati.
La dimensione mediatica: narrazioni divergenti e linguaggi di legittimazione
La dimensione mediatica
Le testate arabe di area saudita e mediorientale, come Arab News, evidenziano il collegamento fra l’operazione e la sicurezza della navigazione commerciale, riprendendo la formula di CENTCOM secondo cui l’attacco ha “degradato la capacità dell’Iran di continuare ad attaccare la navigazione commerciale”, ma mettono in luce anche la risposta iraniana, con particolare attenzione alle ritorsioni in Kuwait, Bahrain e Giordania. In questo contesto, il racconto assume una dimensione più regionale, sottolineando il rischio di escalation che coinvolge non solo gli Stati Uniti e l’Iran, ma anche gli stati del Golfo e del Levante in cui sono presenti basi e infrastrutture militari occidentali.
La copertura mediatica degli eventi evidenzia come la stessa operazione venga incorniciata diversamente a seconda delle testate e delle lingue. Nei media anglofoni, in particolare nelle testate statunitensi specializzate in questioni militari come Military Times e USNI News, l’accento è posto sulla “prima volta” dei droni di superficie in combattimento e sull’innovazione tecnologica della US Navy, con dettagli tecnici sulle capacità dei Corsair, sul ruolo di Task Force 59 e sulla trasformazione dottrinale della guerra marittima.
Le fonti iraniane, dal canto loro, insistono sulle esplosioni e sui danni interni, e sulla necessità di una risposta “proporzionata”, costruendo una narrativa di difesa della sovranità e della sicurezza nazionale di fronte a un’azione percepita come violazione diretta del territorio e dello spazio marittimo iraniano. Questa pluralità di narrazioni – tecnologica, regionale, sovranista – contribuisce a rendere l’evento non solo un fatto militare, ma anche un caso emblematico della guerra informativa contemporanea, in cui ogni attore cerca di definire il senso politico dell’uso di nuove tecnologie belliche.
Implicazioni strategiche per la sicurezza marittima
L’impiego di droni di superficie come vettori d’attacco contro un porto militare di uno stato sovrano solleva diverse questioni strategiche. Da un lato, gli Stati Uniti inviano un messaggio chiaro sulla volontà di difendere il traffico commerciale nel Golfo e nello Stretto di Hormuz, ricorrendo a sistemi che riducono il rischio per il personale e ampliano le opzioni operative, con un potenziale effetto deterrente nei confronti di ulteriori azioni iraniane contro navi mercantili e tankers. Dall’altro lato, l’Iran può interpretare questo impiego come una nuova soglia di ostilità, aumentando il rischio di risposte simmetriche o asimmetriche, magari attraverso il proprio arsenale di droni aerei e marini, oppure tramite l’azione di proxy regionali.
Nel più ampio scenario geopolitico, l’episodio si inserisce in una fase di competizione tecnologica crescente, in cui la capacità di utilizzare sistemi autonomi su larga scala e di integrarli in architetture di comando e controllo basate sull’intelligenza artificiale diventa una componente decisiva della potenza marittima. L’uso dei Corsair a Bandar Abbas segnala agli altri attori – inclusi Russia, Cina e potenze regionali – che la US Navy è pronta a passare da una fase di sperimentazione a una fase di operatività piena, in cui i droni di superficie non sono più sperimentali ma parte integrante del repertorio di strumenti per le operazioni di precisione.
La guerra del futuro: sistemi senza equipaggio e responsabilità politica
Infine, l’operazione solleva interrogativi sulla responsabilità politica e giuridica nell’uso dei sistemi autonomi. Anche se i Corsair agiscono sulla base di missioni programmate e di capacità di autonomia, la loro impiegabilità come armi d’attacco pone il problema di chi sia responsabile in caso di errori, colpi fuori bersaglio o danni collaterali significativi. Nel caso di Bandar Abbas, l’obiettivo è stato presentato come un complesso militare, ma le notizie di vittime e danni in infrastrutture civili, come la stazione di pompaggio dell’acqua a Mahshahr, evidenziano come la linea di demarcazione tra bersaglio militare e impatto sulla popolazione resti fragile, specialmente in aree densamente urbanizzate e militarizzate.
Sul piano politico, l’impiego di sea drones in un contesto di fine del cessate il fuoco e di crescente pressione economica sull’Iran indica che Washington considera i sistemi autonomi una componente utilizzabile non solo in scenari di guerra dichiarata, ma anche in campagne di coercizione e deterrenza a bassa intensità, dove l’obiettivo è influenzare il comportamento di un attore statale senza ricorrere a operazioni su larga scala. Per Teheran e per gli stati della regione, l’evento costituisce un segnale che le future crisi nel Golfo potranno essere combattute non solo con navi e aerei tradizionali, ma con flotte invisibili di droni, capaci di agire in modo coordinato su mari, cieli e forse, in prospettiva, anche sotto la superficie.
In questo quadro, le prime immagini dei Corsair che si dirigono contro i moli di Bandar Abbas e le colonne di fumo che si alzano dal porto possono essere lette come l’icona di una nuova era: la guerra navale entra nel tempo delle piattaforme autonome, e il confine tra tecnologia, politica e sicurezza energetica diventa sempre più stretto, destinato a ridefinire gli equilibri nel Golfo Persico e nel sistema internazionale nel suo complesso.
Donald Trump ha annunciato che Stati Uniti e Iran hanno concordato di proseguire i colloqui, ma ha dichiarato che la tregua è ormai finita, aprendo una fase nuova e più incerta del confronto tra Washington e Teheran. Il messaggio, affidato al suo profilo su Truth Social, intreccia la retorica della pressione militare con l’apertura negoziale, accentuando la sensazione di un equilibrio estremamente fragile nel Golfo e nello stretto di Hormuz.
Un negoziato che continua mentre la tregua si spezza
In un post sul suo social network, Trump ha affermato che “la Repubblica Islamica dell’Iran ha chiesto di continuare i colloqui” e che gli Stati Uniti hanno accettato, chiarendo però “in termini inequivocabili” che il cessate il fuoco è “finito”. Questo doppio binario, negoziato aperto e tregua chiusa, riflette una dinamica già visibile nelle ultime settimane, in cui i contatti indiretti tra Washington e Teheran si sono sovrapposti a nuove minacce militari e a incidenti sul traffico marittimo nel Golfo.
L’accordo di cessate il fuoco, nato come memorandum di intesa di 60 giorni per creare uno spazio diplomatico dopo i raid statunitensi e israeliani che avevano innescato il conflitto con l’Iran, era stato già descritto da Trump come “over”, cioè finito, in occasione di un vertice NATO ad Ankara. Il presidente aveva dichiarato di non voler più “avere a che fare” con Teheran, salvo poi tornare a confermare la disponibilità a nuovi colloqui, segno di una strategia che alterna rottura e riapertura senza un chiaro quadro di lungo periodo.
Missili puntati su Teheran e rischio escalation nello stretto di Hormuz
Nel suo recente intervento, Trump ha ribadito che missili statunitensi sono già puntati contro l’Iran e verrebbero lanciati se Teheran “portasse a termine o anche solo tentasse” un assassinio del presidente. Questa formulazione non solo alza la soglia della deterrenza personale, ma inserisce l’eventuale targeting del presidente statunitense nel quadro di una risposta militare immediata, con implicazioni rilevanti per la percezione del rischio da parte della leadership iraniana.
Parallelamente, Washington insiste perché l’Iran dichiari pubblicamente che cesserà gli attacchi alle navi e che garantirà corsie sicure per il traffico commerciale nello stretto di Hormuz, una delle arterie fondamentali per l’export globale di petrolio. L’area ha già visto rallentamenti del traffico di petroliere e tensioni crescenti, mentre Trump ha ventilato la possibilità di imporre tasse di passaggio sullo stretto se i colloqui dovessero fallire, trasformando il controllo di quel choke point strategico in leva economica e geopolitica al servizio della pressione su Teheran.
Il ruolo di Qatar e Pakistan e la narrativa iraniana
Fin dall’inizio del fragile processo diplomatico, Qatar e Pakistan hanno svolto funzioni di mediazione, ospitando incontri tecnici e facendo da tramite tra le delegazioni statunitense e iraniana. Nella località svizzera di Buergenstock, una prima tornata di colloqui ad alto livello aveva prodotto una roadmap di 60 giorni, accompagnata da meccanismi per ridurre il rischio di incidente nel Libano meridionale e per garantire comunicazioni di emergenza sul traffico navale. Questi elementi tecnici, pur non risolvendo il conflitto, indicavano la volontà di congelare temporaneamente l’escalation in alcuni teatri sensibili.
Dall’altro lato, la narrativa iraniana rimane improntata alla difesa e alla negazione di una richiesta di colloqui, almeno sul piano pubblico. Teheran ha smentito di aver chiesto un nuovo ciclo di negoziati con Washington, mentre figure di vertice hanno parlato di “difesa totale” nel caso in cui gli Stati Uniti tradissero gli impegni dell’intesa provvisoria. Per l’Iran, dunque, la prosecuzione dei contatti è presentata come risposta a pressioni esterne e non come concessione politica, in linea con una retorica che punta a non mostrare debolezza dopo la morte della guida suprema Ayatollah Ali Khamenei e i giorni di mobilitazione nazionale che ne sono seguiti.
Tra accordo possibile e minaccia di “finire il lavoro”
Negli ultimi interventi, Trump ha scandito la situazione con una formula netta: ci sarà “un accordo con l’Iran” oppure gli Stati Uniti “porteranno a termine il lavoro”, lasciando intendere che la prosecuzione del conflitto rimane opzione concreta se la via diplomatica dovesse arenarsi. L’ombra di nuovi raid e di una campagna militare più ampia continua quindi a pesare sulle scelte iraniane, mentre Washington manovra tra pressioni militari, richieste di impegni pubblici sullo stretto di Hormuz e concessioni limitate in ambito economico, come le parziali deroghe all’export di petrolio e petrolchimico e l’alleggerimento del blocco su alcuni asset iraniani.
In questo quadro, la compresenza di colloqui in corso e di una tregua dichiarata “finita” configura un contesto instabile, in cui ogni incidente navale, raid mirato o minaccia personale potrebbe trasformarsi nel detonatore di una nuova fase di guerra aperta. La partita si gioca non solo sulla linea Washington–Teheran, ma anche sul ruolo dei mediatori regionali, sulla capacità dei Paesi rivieraschi del Golfo di sostenere o sabotare i corridoi energetici, e sulla credibilità di un presidente statunitense che usa i social per annunciare contemporaneamente l’apertura di tavoli negoziali e la fine delle tregue.
L’intersezione tra la tutela dei minori e il diritto fondamentale alla privacy digitale rappresenta una delle sfide legislative e tecnologiche più complesse del ventunesimo secolo. Al centro di questo acceso dibattito nell’Unione Europea si colloca la proposta della Commissione Europea di un “Regolamento recante norme per prevenire e contrastare l’abuso sessuale sui minori”, formalmente nota come CSAR (Child Sexual Abuse Regulation) e colloquialmente definita “Chat Control” dai suoi critici e dalla stampa specializzata.
Questo dossier tecnico esamina in modo esaustivo e accessibile l’architettura legale, politica e tecnologica del Chat Control. Il documento traccia l’evoluzione della normativa dal regime temporaneo (Chat Control 1.0) al quadro permanente attualmente in fase di negoziazione nei triloghi europei (Chat Control 2.0). L’analisi risponde puntualmente agli interrogativi sollevati dal dibattito pubblico: chi sono i soggetti sottoposti a monitoraggio, come si sono svolte le complesse dinamiche di voto in seno al Parlamento Europeo, e, soprattutto, attraverso quale meccanismo tecnico la versione 2.0 del regolamento andrebbe a incidere sulle comunicazioni protette da crittografia end-to-end (E2EE), verificando la fondatezza delle preoccupazioni sollevate dalla comunità scientifica internazionale.
Introduzione al quadro normativo e al conflitto sui diritti Fondamentali
La genesi del Chat Control affonda le proprie radici nella pressante necessità di arginare la proliferazione del materiale pedopornografico (CSAM, Child Sexual Abuse Material) e il fenomeno dell’adescamento online di minori, comunemente noto come grooming. L’obiettivo legislativo, in sé, è inequivocabile e gode di un consenso politico unanime: proteggere i soggetti più vulnerabili dallo sfruttamento e dagli abusi nell’ecosistema digitale. Tuttavia, i mezzi ingegneristici e legali proposti per raggiungere tale fine hanno innescato un conflitto costituzionale senza precedenti all’interno delle istituzioni europee.
Da un lato vi è l’imperativo morale, oltre che legale, di fornire alle forze dell’ordine e alle agenzie investigative strumenti efficaci per contrastare reti criminali sempre più sofisticate; dall’altro, vi sono i diritti inalienabili sanciti dalla Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea. Nello specifico, il dibattito si concentra sul diritto al rispetto della vita privata e familiare (Articolo 7), sulla protezione dei dati di carattere personale (Articolo 8) e sulla libertà di espressione (Articolo 11).
Il fulcro della controversia si condensa attorno al concetto giuridico e tecnico di “sorveglianza di massa indiscriminata”. La legislazione europea e la consolidata giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE) vietano storicamente l’imposizione di obblighi di monitoraggio generale e preventivo per i fornitori di servizi di comunicazione. Il Chat Control, nelle sue varie iterazioni legislative, sfida direttamente questo paradigma consolidato. Per poter operare con l’efficacia richiesta dai promotori, il sistema necessita dell’accesso, dell’intercettazione e dell’analisi sistematica delle comunicazioni private di milioni di cittadini europei che non sono in alcun modo sospettati di aver commesso un crimine.
Il cortocircuito normativo: l’EECC e le origini del Chat Control
Per comprendere a fondo la necessità che ha spinto la Commissione Europea a formulare la proposta del Chat Control, è indispensabile fare un passo indietro e analizzare un cortocircuito normativo venutosi a creare tra il 2020 e il 2021.
Storicamente, le grandi piattaforme tecnologiche, prevalentemente con sede negli Stati Uniti (come Microsoft, Google e Facebook), effettuavano scansioni volontarie dei messaggi, delle e-mail non crittografate e dei file archiviati nei cloud dei propri utenti alla ricerca di CSAM. I risultati di queste scansioni automatizzate venivano poi inviati al National Center for Missing and Exploited Children (NCMEC) negli Stati Uniti, che fungeva da snodo centrale per le indagini globali.
Il panorama legale è mutato radicalmente con l’entrata in vigore del Codice Europeo delle Comunicazioni Elettroniche (EECC) alla fine del 2020. Questa direttiva aveva uno scopo di tutela dei consumatori: estendere i rigorosi requisiti di riservatezza e segretezza delle comunicazioni, previsti dalla Direttiva ePrivacy (2002/58/CE), anche ai cosiddetti servizi OTT (Over-The-Top). I servizi OTT includono i servizi di comunicazione interpersonale indipendenti dal numero, ovvero piattaforme come WhatsApp, Facebook Messenger, Gmail, Skype e le chat interne ai videogiochi.
Nel momento in cui la Direttiva ePrivacy è diventata applicabile a questi servizi OTT, le scansioni volontarie effettuate dalle aziende tecnologiche americane sui cittadini europei sono diventate, di fatto, illegali sul suolo dell’Unione, in quanto violavano il divieto di intercettazione e sorveglianza delle comunicazioni elettroniche senza un mandato specifico. Le aziende si sono trovate costrette a sospendere le scansioni in Europa per non incorrere nelle sanzioni previste dalle autorità garanti della privacy.
L’era del chat control 1.0: la deroga temporanea (reg. UE 2021/1232)
Di fronte all’interruzione dei flussi di segnalazione di CSAM provenienti dall’Europa, nel settembre 2020 la Commissione Europea è corsa ai ripari presentando una proposta legislativa d’urgenza. Questo testo mirava a creare un’esenzione legale, una deroga temporanea alla Direttiva ePrivacy, per consentire il ripristino delle pratiche di scansione. Il regolamento provvisorio, adottato formalmente il 14 luglio 2021 ed entrato in vigore nell’agosto dello stesso anno (Regolamento UE 2021/1232), è stato rapidamente ribattezzato dalla stampa e dalla società civile come Chat Control 1.0.
Il Chat Control 1.0 si basava su alcune caratteristiche operative e giuridiche molto specifiche:
Volontarietà dell’azione: il regolamento permetteva, ma non obbligava in alcun modo, i fornitori di servizi di comunicazione OTT a derogare alle norme sulla riservatezza per scansionare contenuti e metadati.
Esclusione de facto della crittografia: le pratiche di scansione consentite dal Chat Control 1.0 si applicavano esclusivamente ai servizi non crittografati end-to-end. Le e-mail ospitate su server (come Gmail o Outlook), i messaggi diretti non protetti sui social network (come Instagram o Facebook Messenger), e le piattaforme di archiviazione file erano i bersagli principali della misura.
Natura transitoria: consapevole della fragilità giuridica di una deroga ai diritti fondamentali, il legislatore aveva concepito il regolamento come una misura ponte. Conteneva una “sunset clause” che ne fissava la scadenza al 3 agosto 2024, data entro la quale le istituzioni avrebbero dovuto approvare un quadro normativo permanente ed equilibrato (il futuro Chat Control 2.0).
Lo scontro istituzionale e la scadenza del 2026
I ritardi cronici nell’approvazione della legislazione permanente hanno costretto l’Unione Europea a estendere il Chat Control 1.0. Una prima proroga ha spostato la scadenza al 3 aprile 2026. Con l’avvicinarsi inesorabile di questa nuova data limite, e con il Chat Control 2.0 ancora impantanato nei negoziati tra gli Stati membri, la Commissione Europea ha formulato, nel dicembre 2025, una proposta per una seconda estensione di due anni, fino all’aprile 2028.
Il percorso di questa seconda estensione ha generato una crisi istituzionale. Il 26 marzo 2026, il Parlamento Europeo, riflettendo le crescenti preoccupazioni sui diritti civili e l’insofferenza per l’uso prolungato di una deroga d’emergenza, ha respinto la proposta di estensione in prima lettura. Il voto è stato netto: 311 voti contrari all’estensione, 228 a favore e 92 astensioni. L’effetto giuridico è stato immediato: il 3 aprile 2026 la base legale per la scansione volontaria è decaduta. Molte piattaforme hanno dovuto sospendere le operazioni di rilevamento in Europa, mentre altre, come ha notato l’organizzazione Electronic Frontier Foundation, hanno continuato a operare in un pericoloso vuoto normativo.
La manovra procedurale del luglio 2026
Il rigetto parlamentare del marzo 2026 sembrava aver chiuso il capitolo della deroga temporanea. Tuttavia, l’iter ha subito un’inversione di marcia drammatica durante i mesi estivi, orchestrata principalmente dal Consiglio dell’Unione Europea e sostenuta dai vertici del Partito Popolare Europeo (PPE) all’interno del Parlamento. Il Consiglio ha riproposto il testo originale della Commissione (quello che estendeva la deroga al 2028), forzando il Parlamento a una “seconda lettura”.
La Presidente del Parlamento Europeo, Roberta Metsola, ha accelerato i tempi avvalendosi della procedura d’urgenza (Articolo 170 del Regolamento), fissando il voto decisivo per il 9 luglio 2026, esattamente l’ultima sessione plenaria utile prima della pausa estiva e subito dopo le elezioni europee. Questa tempistica ha sollevato forti critiche, poiché la seconda lettura prevede un meccanismo di ribaltamento dell’onere decisionale altamente insidioso: per respingere o emendare la posizione adottata dal Consiglio, non è sufficiente una maggioranza semplice dei presenti, ma è richiesta la maggioranza assoluta dei componenti del Parlamento Europeo (ovvero 361 voti su 720).
I risultati della votazione del 9 luglio 2026 hanno evidenziato la spaccatura dell’emiciclo e la peculiarità della regola procedurale applicata:
Posizione di voto (9 luglio 2026)
Numero di voti (eurodeputati)
Esito pratico
A favore del rigetto/emendamento (contro l’estensione del Chat Control 1.0)
314
Non raggiunge la soglia assoluta di 361 voti richiesta per il rigetto.
Contro il rigetto/emendamento (a favore della posizione del Consiglio per estendere il testo)
276
Minoranza dei presenti, ma sufficiente per far passare il testo per mancato raggiungimento del quorum avverso.
Astensioni
17
Ininfluenti ai fini del calcolo della maggioranza assoluta.
Nonostante la maggioranza dei parlamentari presenti avesse votato contro il ripristino della scansione di massa (314 contro 276), il mancato raggiungimento della soglia procedurale dei 361 voti ha determinato l’adozione automatica della posizione del Consiglio. Di conseguenza, il Chat Control 1.0 è stato ripristinato ed esteso legalmente fino al 3 aprile 2028. Esponenti per i diritti digitali e numerosi legislatori hanno condannato la manovra. L’ex eurodeputato Patrick Breyer ha definito l’accaduto “una farsa che danneggia la democrazia”, sottolineando come un espediente procedurale abbia permesso di perpetuare una sorveglianza di massa contro la chiara volontà politica della maggioranza dei votanti.
Dal volontario all’obbligatorio: l’architettura del chat control 2.0 (CSAR)
Mentre il Chat Control 1.0 fornisce, seppur tra le polemiche, un’esenzione legale temporanea, il vero campo di battaglia sul futuro della privacy si gioca sul testo del Chat Control 2.0 (Regolamento CSAR). Questa proposta mira a istituire un quadro normativo permanente, vincolante per tutti gli attori del mercato e, soprattutto, tecnologicamente onnicomprensivo.
La proposta iniziale della Commissione (maggio 2022)
L’11 maggio 2022, la Commissione Europea ha presentato la prima bozza del regolamento CSAR. Il testo segnava un drastico passaggio filosofico e legale: si passava dalla facoltà concessa alle aziende di scansionare volontariamente i contenuti (Chat Control 1.0) all’obbligo tassativo di rilevare, segnalare e rimuovere il materiale pedopornografico dai propri server e network.
L’impianto originale ruotava attorno all’emissione di “ordini di rilevamento” (detection orders). Qualora un’autorità nazionale avesse ritenuto che una determinata piattaforma presentasse un rischio significativo di essere utilizzata per la condivisione di CSAM, avrebbe potuto ingiungere all’azienda di installare sistemi di monitoraggio automatizzati. Tali ordini avrebbero costretto le piattaforme ad analizzare sistematicamente tutte le comunicazioni private dei propri utenti, alla ricerca non solo di materiale fotografico o video già noto alle autorità, ma anche di materiale nuovo (generato artificialmente o inedito) e di schemi conversazionali e comportamentali riconducibili all’adescamento. La proposta includeva anche l’istituzione di una nuova agenzia decentralizzata, l’EU Centre on Child Sexual Abuse (EUCSA), concepita per fungere da hub di coordinamento tra le piattaforme tecnologiche, le polizie nazionali e l’Europol.
Chi viene controllato?
Una delle critiche più aspre mosse al CSAR riguarda l’ampiezza dello spettro di sorveglianza. Il Chat Control inverte il paradigma investigativo tradizionale: il sistema non cerca le prove di un crimine analizzando i dispositivi di un sospettato sulla base di un mandato mirato (sorveglianza giudiziaria), ma analizza le comunicazioni di tutti i cittadini per identificare chi potrebbe essere un criminale.
I soggetti controllati, in caso di attuazione del regolamento, includono chiunque utilizzi servizi digitali all’interno dell’Unione Europea. Le piattaforme assoggettate agli obblighi includono:
Servizi di messaggistica istantanea (es. WhatsApp, Signal, Telegram, iMessage).
Servizi di posta elettronica (es. Gmail, Outlook, ProtonMail).
Chat integrate nei videogiochi (es. Xbox Live, PlayStation Network, Discord).
Servizi di archiviazione cloud personale e file hosting (es. iCloud, Google Drive, OneDrive, Dropbox).
Ogni fotografia di famiglia, documento aziendale riservato, cartella clinica condivisa via chat, scambio di messaggi intimi tra adulti o conversazione lavorativa transita, di fatto, attraverso l’infrastruttura di analisi probabilistica descritta dalla normativa.
L’inclusione della crittografia end-to-end: la fine della sicurezza matematica
Il punto focale della query originaria richiede di verificare la validità di una specifica preoccupazione tecnica: è vero che il Chat Control 2.0 includerebbe le comunicazioni end-to-end (E2EE)?
La risposta, dopo un’analisi incrociata del testo legale e della fattibilità tecnica, è inequivocabilmente Sì. Sebbene il legislatore abbia tentato di mascherare questa realtà attraverso formulazioni semantiche rassicuranti, l’infrastruttura ingegneristica richiesta dal CSAR rende inevitabile la compromissione dell’E2EE.
Per comprendere questo paradosso (una legge che afferma di proteggere la crittografia ma ne richiede nei fatti l’aggiramento), è indispensabile comprendere il funzionamento dell’E2EE e la tecnica del Client-Side Scanning.
Il problema dell’E2EE per le forze dell’ordine
Nella crittografia end-to-end, il messaggio viene cifrato (chiuso matematicamente in una cassaforte) direttamente sul dispositivo del mittente, utilizzando chiavi crittografiche generate localmente, e viene decifrato esclusivamente sul dispositivo del destinatario legittimo. Durante tutto il transito attraverso la rete internet e durante la permanenza sui server dell’azienda fornitrice del servizio (ad esempio, i server di Meta o di Signal), il messaggio appare come una stringa incomprensibile di dati. Questa architettura garantisce che nessun intermediario — né un hacker ostile, né il provider del servizio, né un’agenzia governativa — possa intercettare e leggere il contenuto della comunicazione.
Se il regolamento europeo ordina a WhatsApp o a Signal di scansionare i messaggi dei propri utenti, queste aziende si trovano di fronte a un’impossibilità matematica: non possono scansionare ciò che non possono decifrare. E il legislatore europeo ha inserito nella bozza di legge clausole che affermano esplicitamente che “nessun fornitore sarà obbligato a indebolire la crittografia o creare backdoor”.
La soluzione tecnica: il Client-Side Scanning (CSS)
Come conciliare un divieto di indebolire l’E2EE con l’obbligo di ispezionare il contenuto protetto dall’E2EE? L’industria della sorveglianza e i proponenti del Chat Control hanno individuato la soluzione nel Client-Side Scanning (Scansione Lato Client).
Se non si può intercettare il messaggio mentre viaggia nel tunnel crittografico, l’unica soluzione è leggere e analizzare il messaggio mentre viene composto, direttamente sullo schermo dell’utente, frazioni di secondo prima che la crittografia venga applicata. Questo significa spostare il punto di intercettazione dal server centrale al dispositivo finale (lo smartphone, il tablet o il computer del cittadino).
Il funzionamento del CSS prevede i seguenti passaggi:
Un modulo software di sorveglianza (spesso sviluppato da terze parti e fornito in licenza) viene integrato all’interno del sistema operativo del dispositivo o direttamente nel codice dell’app di messaggistica (es. l’app di WhatsApp installata sul telefono).
L’utente digita un messaggio di testo o seleziona un’immagine dalla galleria per l’invio.
Prima che l’app avvii il protocollo di cifratura E2EE, il modulo CSS analizza il contenuto in chiaro, confrontandolo con i database di CSAM o analizzandolo tramite reti neurali locali.
Se il software determina che il contenuto è sospetto, blocca l’invio e trasmette silenziosamente una segnalazione (contenente il file decrittografato e i dati dell’utente) a un server esterno controllato dall’EUCSA o dalle polizie nazionali.
Rispondendo in modo definitivo al quesito: il Chat Control 2.0 include le comunicazioni end-to-end non decifrandole in transito, ma trasformando il dispositivo personale dell’utente (il “client”) nell’agente di sorveglianza, eludendo completamente lo scopo e la funzione del tunnel crittografico.
L’evoluzione dei triloghi (2023-2026): dalla scansione obbligatoria alla “mitigazione del rischio”
L’impianto sopra descritto ha suscitato una reazione politica di portata storica, spingendo la proposta di legge in un estenuante percorso negoziale (i triloghi tra Commissione, Parlamento e Consiglio dell’UE) che si è protratto per anni.
La resistenza del Parlamento europeo
Nel novembre 2023, la Commissione per le Libertà Civili (LIBE) del Parlamento Europeo, guidata dal relatore Javier Zarzalejos, ha approvato una bozza di compromesso che ha demolito l’impianto della Commissione. Il Parlamento ha stabilito tre linee rosse invalicabili: l’esclusione categorica del Client-Side Scanning, il rifiuto della sorveglianza indiscriminata di massa (restringendo gli ordini di rilevamento solo a individui già sottoposti a indagine per sospetti fondati), e il divieto assoluto di interferire con la crittografia E2EE.
I compromessi del Consiglio e i triloghi del 2026
Il Consiglio dell’Unione Europea, rappresentante i governi degli Stati membri, si è spaccato a metà. Un blocco di paesi (guidato dalla Danimarca, dalla Spagna e dall’Irlanda) ha premuto per mantenere ordini di rilevamento ampi e vincolanti; un altro blocco (tra cui Polonia, Paesi Bassi e Repubblica Ceca) si è opposto alla rottura dell’E2EE. La Germania, che storicamente guidava il blocco dei paesi garantisti, ha assunto posizioni altalenanti, indebolendo la minoranza di blocco e permettendo al Consiglio di avanzare verso un accordo.
Alla fine del 2025, è stato forgiato un compromesso semantico che ha gettato le basi per i triloghi sotto la presidenza cipriota nella prima metà del 2026. Il compromesso finale discusso nell’ultimo trilogo programmato del 29 giugno 2026 si basa su una complessa architettura di obblighi indiretti:
L’illusione della volontarietà: il Consiglio accetta di rimuovere gli “ordini di rilevamento obbligatori” per le chat E2EE. Il rilevamento diventa formalmente “volontario”.
L’obbligo di mitigazione del rischio: viene imposto a tutti i fornitori di effettuare una valutazione dei rischi dei propri servizi. Se un’app E2EE (come WhatsApp) viene classificata ad alto rischio per la condivisione di CSAM, l’azienda è tenuta per legge a implementare “tutte le misure ragionevoli” per mitigare tale rischio.
Il “de facto mandate”: poiché l’unica tecnologia esistente per mitigare il rischio di diffusione CSAM su una piattaforma E2EE è il Client-Side Scanning, la legge crea un obbligo mascherato. L’implementazione del CSS non è obbligata per decreto diretto, ma è l’unico modo per un’azienda di ottemperare all’obbligo di mitigazione del rischio e di evitare sanzioni astronomiche (fino al 6% del fatturato globale).
Inoltre, il testo prevede la possibilità che le autorità nazionali possano emettere ordini di rilevamento per specifici individui, introducendo una potenziale breccia nell’architettura E2EE, sebbene la presidenza cipriota abbia cercato di circoscriverne l’uso.
Iterazione legislativa
Posizione sulla crittografia E2EE
Meccanismo di rilevamento proposto
Proposta Commissione (maggio 2022)
Indebolimento mascherato tramite CSS ammesso.
Obbligatorio, massivo e indiscriminato tramite ordini di rilevamento generali.
Posizione Parlamento (nov. 2023)
Protezione assoluta. Nessun obbligo che intacchi l’E2EE.
Mirato solo su sospettati identificati, previo mandato giudiziario (no CSS).
Posizione Consiglio (compromesso 2025/2026)
Nessun obbligo diretto di decrittazione, ma ammissione del CSS per ottemperare agli obblighi di rischio.
Formale volontarietà accoppiata a rigidi obblighi di mitigazione del rischio. Incoraggiamento allo sviluppo di tecnologie CSS per servizi ad alto rischio.
Disamina tecnica delle tecnologie di scansione: limiti e pericoli
Indipendentemente dalle diatribe legali sulla natura obbligatoria o volontaria della scansione, le tecnologie che dovrebbero eseguire questo monitoraggio di massa presentano criticità strutturali, tassi di errore inaccettabili e vulnerabilità intrinseche, come ripetutamente sottolineato dalla comunità accademica. L’architettura del Chat Control 2.0 poggia su due pilastri tecnologici.
L’hashing percettivo (per il materiale CSAM noto)
Quando le forze di polizia internazionali scoprono un file CSAM, non inseriscono nel database l’immagine vera e propria, ma ne calcolano l’hash, un’impronta digitale matematica. Le piattaforme usano questa impronta per cercare il file nei messaggi degli utenti. Per evitare che i criminali eludano il controllo cambiando un singolo pixel dell’immagine (che cambierebbe completamente un hash crittografico tradizionale, come l’SHA-256), l’industria ha sviluppato algoritmi di hashing percettivo (come PhotoDNA di Microsoft). Questi algoritmi estraggono caratteristiche visive salienti, garantendo che immagini simili o leggermente modificate producano hash comparabili.
La vulnerabilità: l’hashing percettivo è matematicamente soggetto agli “adversarial attacks” (attacchi avversari) o “collision attacks”. Ricercatori indipendenti hanno dimostrato quanto sia facile ingannare questi sistemi. Un malintenzionato può prendere una fotografia del tutto innocua (ad esempio l’immagine di un paesaggio, un testo o un meme) e alterarne una percentuale minima di pixel in modo impercettibile all’occhio umano. Questa alterazione fa collidere matematicamente l’hash del paesaggio innocuo con l’hash di un noto video pedopornografico. Se un utente innocente invia la foto alterata a un amico, l’algoritmo PhotoDNA installato sul suo smartphone farà scattare un allarme, inviando i dati personali dell’utente alla polizia con l’accusa automatizzata di possesso e diffusione di materiale CSAM. In un sistema applicato a centinaia di milioni di dispositivi, questa vulnerabilità potrebbe essere utilizzata su larga scala per ricatti, ritorsioni politiche o sabotaggi.
I classificatori ad intelligenza artificiale (per materiale nuovo e grooming)
Il Chat Control 2.0 ambisce a trovare anche il materiale CSAM generato per la prima volta e, soprattutto, a intercettare il grooming (l’adescamento testuale dei minori). Poiché questo materiale non esiste in alcun database, non si possono usare gli hash. Il legislatore impone quindi l’utilizzo di Classificatori ad Intelligenza Artificiale (reti neurali per la computer vision e il Natural Language Processing – NLP) per analizzare semiticamente e visivamente ogni conversazione alla ricerca di “schemi di rischio”.
La fallacia del tasso di errore: l’impiego dell’IA per la sorveglianza testuale e visiva si scontra con il paradosso statistico della “Base Rate Fallacy” (fallacia del tasso di base). Anche se un algoritmo fosse accurato al 99% nel rilevare l’adescamento o la nudità illegale, applicarlo all’immensa mole di miliardi di messaggi scambiati ogni giorno in Europa genererebbe un disastro amministrativo. L’1% di errore su miliardi di transazioni equivale a decine di milioni di segnalazioni errate (falsi positivi) quotidiane.
La realtà empirica conferma i timori. I dati della Polizia Federale Svizzera, che già riceve segnalazioni automatizzate basate su questi algoritmi dagli USA, indicano che ben l’80-87% delle segnalazioni ricevute è totalmente irrilevante a livello penale. I filtri basati sull’IA non sono in grado di comprendere il contesto, l’ironia o il consenso. Di conseguenza, segnalano regolarmente cartelle cliniche elettroniche condivise tra genitori e pediatri, fotografie delle vacanze balneari con bambini in costume da bagno, e pratiche di sexting consenziente tra adolescenti che, pur inviandosi reciprocamente materiale intimo, finiscono per essere perseguiti dal sistema progettato per proteggerli (in Germania, circa il 40% delle indagini penali generate da questi sistemi coinvolge in realtà minori e non predatori). L’eccesso di informazioni irrilevanti rischia di paralizzare i reparti informatici delle polizie europee, distogliendo risorse essenziali dalla caccia alle vere reti criminali del dark web, dove i predatori esperti si nascondono utilizzando crittografia autogestita estranea agli obblighi del Chat Control.
Il consenso scientifico e il paradigma “bugs in our pockets”
L’assenza di pragmatismo tecnologico nella proposta europea ha generato un’imponente sollevazione da parte dell’intera comunità crittografica e accademica internazionale. Oltre 500 scienziati ed esperti di sicurezza informatica — tra cui spiccano luminari come Ross Anderson, Matthew Green, Bruce Schneier, Whitfield Diffie, Ronald Rivest (il co-inventore dell’algoritmo RSA) e Susan Landau — hanno condannato senza mezzi termini il concetto di Client-Side Scanning in numerose lettere aperte e pubblicazioni scientifiche peer-reviewed.
La pietra miliare di questa opposizione scientifica è il paper “Bugs in our Pockets: The Risks of Client-Side Scanning”. In questo studio, gli autori decostruiscono la narrazione secondo cui il CSS possa rappresentare una soluzione di compromesso tra sicurezza pubblica e privacy, dimostrando come, al contrario, l’implementazione del CSS distrugga sistematicamente la sicurezza dell’infrastruttura digitale globale.
La tesi degli accademici si fonda su due pilastri interconnessi:
L’estensione della superficie di attacco (attack surface): l’implementazione di un modulo di sorveglianza e di un database di hash all’interno del sistema operativo o dell’app di ogni singolo cittadino europeo espande enormemente le vulnerabilità del sistema. Qualsiasi software progettato per scansionare file e comunicare con un server remoto per inviare report costituisce, per definizione, una potenziale porta d’accesso per attori malintenzionati. Se hacker sponsorizzati da stati ostili (APT) o sindacati criminali scoprissero una falla nel modulo CSS, potrebbero dirottarne le funzioni per condurre spionaggio di massa sui dispositivi di milioni di europei, sottrarre dati sensibili e monitorare in tempo reale le comunicazioni prima ancora della crittografia.
La mutazione della fiducia architetturale: la crittografia End-to-End basa il suo valore sulla fiducia che il dispositivo risponda esclusivamente ai comandi del suo proprietario legittimo. Il CSS altera questa premessa ontologica. Installando un agente terzo che obbedisce a una lista di controllo (database) aggiornata silenziosamente da governi o agenzie sovranazionali (l’EUCSA), il dispositivo non agisce più nell’interesse dell’utente, ma contro di esso. Il CSS trasforma ogni smartphone in una potenziale microspia permanentemente latente nella tasca del cittadino (“bugs in our pockets”).
Come riassunto dai firmatari dello studio, dal punto di vista dell’ingegneria informatica, non è possibile creare una “backdoor magica” o un sistema di scansione che identifichi unicamente le prove di reati specifici garantendo al contempo che il sistema non venga mai abusato, dirottato o riprogrammato per finalità ulteriori.
L’impatto sull’anonimato: la verifica dell’età (Age Verification)
Se la battaglia sulla crittografia ha dominato i titoli delle testate tecnologiche, un pericolo altrettanto insidioso per le libertà civili si annida nelle pieghe del Chat Control 2.0: la questione della verifica dell’età (age verification o age assurance).
Durante i negoziati per ammorbidire le posizioni sulla scansione obbligatoria, il Consiglio ha spinto per un’impostazione basata sulla “mitigazione del rischio”. Un pilastro fondamentale di questo approccio prescrive che le piattaforme debbano limitare l’accesso dei minori ai servizi considerati a rischio (e quasi tutti i servizi di messaggistica con E2EE ricadrebbero in questa categoria per la presunta impossibilità di moderarli).
Il corollario tecnico di questo obbligo legale è stringente: affinché una piattaforma come WhatsApp, Telegram o un client email possa negare l’accesso a un minore di 16 anni, o modularne le funzioni, la piattaforma deve inevitabilmente stabilire l’età certa di ogni singolo utente. Di conseguenza, il CSAR impone, de facto, la fine dell’anonimato e dell’uso di pseudonimi nell’ecosistema digitale europeo.
L’identificazione certa e la verifica dell’età, specialmente per conformarsi agli standard di certezza legale richiesti dalle istituzioni comunitarie, non possono basarsi su un’autodichiarazione tramite casella di spunta. I fornitori di servizi sarebbero costretti a richiedere agli utenti l’inserimento di un documento di identità governativo (come un passaporto o il futuro EU Digital Identity Wallet, obbligatorio negli Stati membri entro la fine del 2026), oppure a utilizzare software biometrici per la stima dell’età tramite scansione facciale.
Le organizzazioni per i diritti civili e i gruppi a tutela della libertà di stampa (tra cui EDRi) hanno denunciato questa prospettiva come catastrofica. Condizionare l’accesso ai canali di comunicazione privata all’esibizione di un documento di identità digitale governativo significa instaurare un’architettura di sorveglianza senza via di fuga. Questa limitazione della libertà di espressione colpisce asimmetricamente i gruppi più vulnerabili:
I whistleblower e le fonti giornalistiche, privati della possibilità di creare account anonimi sicuri, si troverebbero esposti all’identificazione e a possibili ritorsioni, limitando drasticamente la capacità di denunciare la corruzione o gli abusi aziendali.
I dissidenti politici, gli attivisti per i diritti umani e i membri di minoranze discriminate all’interno dell’UE vedrebbero compromessa la loro sicurezza operativa.
Le fasce emarginate della popolazione, come i senzatetto, gli immigrati irregolari o chi semplicemente non possiede (o si rifiuta di attivare per motivi di privacy) un’identità digitale governativa, subirebbero un’esclusione digitale totale, venendo preclusi dall’utilizzo dei principali mezzi di comunicazione moderna.
L’idea stessa di uno spazio digitale in cui l’anonimato è un diritto di base, garantito dalla crittografia e dalla non tracciabilità, viene sradicata a favore di un ambiente in cui ogni comunicazione testuale è inestricabilmente legata al profilo anagrafico statale del mittente.
Analisi di secondo e terzo livello: le implicazioni geopolitiche ed economiche
Limitare l’analisi del Chat Control alla sola, pur importantissima, dicotomia “privacy individuale vs tutela dei minori” significa trascurare una serie di ramificazioni strutturali a lungo termine (insight di secondo e terzo ordine) che l’approvazione del CSAR comporterebbe per l’assetto democratico e per l’ecosistema tecnologico ed economico europeo.
Il “Brussels effect” e l’esportazione della sorveglianza
L’Unione Europea ha storicamente esercitato il cosiddetto “Brussels effect”: per il peso specifico del mercato comunitario, le normative approvate a Bruxelles (come il GDPR o l’AI Act) tendono a plasmare lo standard globale, imponendo ai colossi tecnologici di adeguare la propria infrastruttura a livello planetario per evitare di dover gestire ecosistemi doppi.
Se l’Europa stabilisce che è legale, etico e necessario per la sicurezza pubblica installare software di scansione lato client (CSS) in tutti i dispositivi per intercettare i contenuti prima della cifratura E2EE, il contraccolpo geopolitico sarà incalcolabile. L’Unione Europea si priverebbe di ogni autorevolezza morale per condannare le pratiche di censura o intercettazione attuate da regimi illiberali in Asia, Medio Oriente o Africa. Inoltre, le infrastrutture tecniche sviluppate dalle multinazionali statunitensi per compiacere le leggi europee (i moduli CSS nei sistemi operativi) sarebbero immediatamente disponibili e sfruttabili da quei governi autoritari per tracciare dissidenti politici o reprimere proteste, mascherando tali azioni dietro l’ombrello di una tecnologia “validata dalle istituzioni democratiche europee”.
Il rischio cronico del “function creep” (deriva delle funzioni)
Un concetto ampiamente documentato negli studi sulla sorveglianza e citato ripetutamente nei paper accademici sul Chat Control è il function creep (deriva o strisciamento delle funzioni). La storia delle telecomunicazioni dimostra che le infrastrutture legali e tecniche create per fronteggiare reati di eccezionale gravità (terrorismo internazionale, grande criminalità organizzata o, in questo caso, reti di pedofilia) vengono invariabilmente espanse per coprire reati amministrativi o di entità minore.
Una volta normalizzata l’infrastruttura ingegneristica necessaria per monitorare la memoria dello smartphone di ogni cittadino alla ricerca di CSAM, il meccanismo tecnico è in essere e operativo. Modificarne la finalità diventa un banale e rapido atto amministrativo o un aggiornamento invisibile del database di firme digitali (hash) o dei pesi del classificatore IA. Se in futuro un governo europeo dovesse affrontare una crisi politica o fiscale, l’infrastruttura del Chat Control potrebbe essere istantaneamente riconvertita per identificare la diffusione di materiale protetto da copyright, la propaganda sovversiva, i discorsi d’odio (spesso definiti in modo arbitrario), i reati fiscali o l’organizzazione di proteste non autorizzate. La barriera di protezione che separa i cittadini dal potere statale risulterebbe permanentemente smantellata.
Il collasso della confidenzialità aziendale (industrial espionage)
Mentre il dibattito si concentra sull’impatto sui cittadini privati, le imprese europee fronteggiano un rischio di esposizione delle proprie proprietà intellettuali e strategie industriali senza precedenti. L’associazione di categoria tedesca Bitkom stima che il 58% delle aziende tedesche, motore trainante dell’economia continentale, utilizzi estensivamente le comunicazioni E2EE (applicazioni come Microsoft Teams, Slack, Signal, oltre a innumerevoli soluzioni di crittografia per la posta elettronica o repository per il codice sorgente) per tutelare i propri dati.
Se il CSAR dovesse costringere queste piattaforme a implementare la scansione automatizzata (tramite CSS) sotto la pressione degli ordini di rilevamento o dell’obbligo di mitigazione del rischio, i documenti strategici riservati, le complesse trattative di fusione e acquisizione (M&A), le formule brevettate, le cartelle dei dipendenti e il codice sorgente proprietario verrebbero inevitabilmente passati al setaccio da algoritmi probabilistici.
In presenza dei tassi di falso positivo precedentemente descritti per l’IA, è certo che ingenti quantità di dati aziendali riservatissimi finirebbero per essere catalogati come sospetti e trasmessi, in chiaro, a server governativi centralizzati (EUCSA) o alle forze di polizia locali, che si trasformerebbero involontariamente in immensi e fragili depositi di segreti industriali del continente. Inoltre, emerge una complessa e irrisolta questione di liability (responsabilità legale): qualora un’azienda tecnologica fosse obbligata per legge a implementare il CSS, e una vulnerabilità del CSS portasse alla compromissione dei segreti industriali o bancari di un’azienda terza, chi risponderebbe dei danni miliardari? L’impresa tecnologica che ha eseguito l’ordine o il legislatore europeo che ha imposto l’architettura fallata?.
L’esodo del mercato e il rischio di balcanizzazione di internet
I fornitori di software orientati alla sicurezza non possono, per ragioni puramente matematiche e crittografiche, conformarsi alle richieste del Chat Control senza vanificare l’essenza stessa del loro prodotto. Aziende leader nello sviluppo della privacy crittografica, come Signal, WhatsApp (Meta) e Proton, hanno dichiarato esplicitamente e ripetutamente che, qualora il CSS o la compromissione dell’E2EE diventassero requisiti di legge in Europa, preferiranno bloccare i propri servizi e ritirarsi dall’Unione Europea piuttosto che implementare backdoor o frontdoor governative che annullino la fiducia dei loro utenti globali.
Questo scenario provocherebbe una profonda “balcanizzazione” di Internet. Da un lato, il mercato digitale europeo si isolerebbe in una “bolla di sorveglianza” sanzionata dallo stato, costringendo i comuni cittadini e le pubbliche amministrazioni a utilizzare reti intrinsecamente non sicure e sprovviste di crittografia moderna. Dall’altro, l’Unione assisterebbe alla fuga della parte tecnologicamente alfabetizzata della sua popolazione verso soluzioni di comunicazione appartenenti a un “mercato grigio” digitale (pratiche di side-loading per installare app non approvate, utilizzo massivo di Virtual Private Network per camuffare la localizzazione, servizi open source sviluppati in giurisdizioni off-shore come la Svizzera o in nazioni con leggi che tutelano rigorosamente l’E2EE). In tale scenario, le forze dell’ordine europee si ritroverebbero a sorvegliare inutilmente le comunicazioni della popolazione comune, mentre criminali e predatori migrererebbero su canali impenetrabili al controllo statale, annullando totalmente l’efficacia della legge e ridicolizzandone l’impianto originario.
Un sistema che non fa ciò che dovrebbe
Il controverso percorso normativo del Chat Control evidenzia una frattura apparentemente incolmabile tra i nobili obiettivi politici delle istituzioni dell’Unione Europea e la cruda, inflessibile realtà della matematica crittografica e della sicurezza informatica.
L’analisi dell’iter del Chat Control, dalla deroga temporanea (1.0) fino alle estenuanti trattative nei triloghi per la versione definitiva (2.0) sotto la presidenza cipriota di giugno 2026, culminate nella precaria e travagliata adozione dell’estensione del Chat Control 1.0 nel luglio 2026, ritrae un legislatore europeo ostinatamente intrappolato in un vicolo cieco tecnologico e logico.
È incontestabile che lo sfruttamento e l’abuso sessuale sui minori, la diffusione del CSAM e il grooming rappresentino crimini gravissimi, i quali esigono l’impiego di contromisure di sistema severe e coordinate. Tuttavia, l’impianto architetturale ingegneristico che sottende al Chat Control — compresi i tentativi sofistici di ammettere il monitoraggio lato client pur decantando la presunta salvezza formale delle comunicazioni end-to-end — si risolve nella creazione di una distopia orwelliana. Equivale, nei fatti, a pretendere che il servizio postale apra preventivamente ogni singola lettera confidenziale in circolazione nel continente prima del suo smistamento, o a decretare che ciascun cittadino accolga nel proprio salotto un dispositivo microfonico ad attivazione preventiva da parte delle autorità.
I tassi astronomici di errore (generati da collisioni hash e da limiti semantici della computer vision) e la comprovata inettitudine delle intelligenze artificiali nell’analisi sfumata del grooming annichiliscono i presunti vantaggi del sistema. Si sacrifica una certezza matematica (l’inviolabilità dell’E2EE, pilastro dell’economia e della sicurezza occidentale moderna) per rincorrere un discutibile ed esile vantaggio investigativo, destinato ad affogare le questure e i tribunali in oceani di denunce futili contro innocenti, svuotando di tempo e risorse preziose i reparti dedicati alle indagini reali sui nodi del dark web.
Il successo del blitz procedurale del 9 luglio 2026 ha esteso legalmente lo status quo del Chat Control 1.0 fino al 2028, concedendo così al Parlamento Europeo, al Consiglio e alla Commissione una precaria finestra di riflessione in cui tentare la risoluzione dello stallo negoziale sul Chat Control 2.0 (CSAR). Qualsiasi soluzione normativa permanente, affinché possa realmente considerarsi efficace e ossequiosa dei principi delle democrazie occidentali, dovrà abdicare all’illusione del controllo universale e preventivo e abbandonare la pulsione alla decostruzione dell’architettura end-to-end.
Il focus investigativo europeo deve ritornare metodologie tradizionali di intelligenza e investigazione, al monitoraggio approfondito dei canali finanziari di monetizzazione dei contenuti, all’uso proporzionato delle intercettazioni su obiettivi specifici autorizzati dalla magistratura, e allo sviluppo di solidi programmi preventivi di educazione e Safety by Design, ponendo così fine a un decennio di minacce alla stabilità crittografica dell’infrastruttura digitale contemporanea.
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