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Il nuovo carro armato dell’Esercito italiano: gara da 5,14 miliardi sulla base del Panther

La Difesa ha avviato una gara da 5,14 miliardi di euro per il carro armato che sostituirà l’Ariete. Il mezzo nasce dal Panther KF51 di Rheinmetall e sarà prodotto con Leonardo. Le cifre sul numero di carri però non coincidono, e la differenza non è un dettaglio.

Apri le schede per separare la gara, i numeri certi e quelli ancora da chiarire.

Il 21 settembre 2026 è comparsa nel registro dell’ANAC una nuova procedura della Difesa. La stazione appaltante è la Direzione degli armamenti terrestri.

L’importo è di 5,14 miliardi di euro, per un nuovo carro armato e i veicoli derivati. Lo hanno riportato Defence Blog e The Defense Post.

Il C1 Ariete è in servizio dalla metà degli anni Novanta. È in corso un aggiornamento alla versione C2, pensato per tenerlo in linea fino all’arrivo del successore.

La guerra in Ucraina ha riportato al centro i mezzi corazzati pesanti. L’Italia ha scelto di rinnovare la flotta con un partner tedesco, invece di sviluppare un carro da sola.

Il carro sarà sviluppato da Leonardo Rheinmetall Military Vehicles, società divisa a metà tra i due gruppi. L’accordo dell’ottobre 2024 prevede che circa il 60% del lavoro si svolga in Italia.

Assemblaggio finale, collaudi, consegne e supporto logistico resterebbero nel paese. Lo stesso consorzio cura l’A2CS, la famiglia di veicoli da combattimento per la fanteria, avviata a gennaio.

The Defense Post parla di un programma da 272 carri e circa mille veicoli cingolati per la fanteria.

Defence Blog richiama invece stime precedenti di circa 132 nuovi carri. Secondo la stessa testata, il documento della gara non indica quanti mezzi verranno acquistati.

Anche gli importi vanno distinti. I 5,14 miliardi riguardano questa procedura, mentre il programma complessivo dei mezzi terrestri vale molto di più. Nelle fonti consultate non emergono critiche ufficiali al programma.

GARA
ANAC

Il punto di partenza verificabile è un codice: BD0D09994D. È l’identificativo della procedura nel registro dell’Autorità nazionale anticorruzione.

Da lì si risale a importo, stazione appaltante e oggetto. Mancano invece il calendario delle consegne e le quantità.

Per ora si tratta dell’avvio di una gara, non di un contratto firmato. Secondo Defence Industry Europe, Leonardo attende le firme nei prossimi mesi.

Gli acquisti veri sono previsti dopo il 2027. La ricaduta più concreta riguarda il lavoro negli stabilimenti italiani. Il costo peserà sul bilancio della Difesa per oltre un decennio.

La Germania guarda al GCAP: cosa cambia per il caccia di Italia, Regno Unito e Giappone

Il Regno Unito apre all’ingresso della Germania nel GCAP. È il caccia di sesta generazione che l’Italia sviluppa con Londra e Tokyo. Berlino cerca una strada dopo il fallimento del progetto franco-tedesco. Un quarto socio porterebbe risorse, ma rimetterebbe in discussione la divisione del lavoro.

Apri le schede per capire chi spinge, chi frena e cosa rischia l’industria italiana.

L’8 ottobre 2026 il premier britannico Andy Burnham ha incontrato il cancelliere Friedrich Merz a Berlino. Dopo il colloquio ha dichiarato l’apertura di Londra a un ingresso tedesco nel GCAP.

Burnham ha aggiunto che ne discuterà con gli altri due partner, Italia e Giappone. Secondo Al Jazeera, Berlino non ha presentato finora una domanda formale.

A giugno, alla vigilia del salone ILA, il governo tedesco ha chiuso l’FCAS. Era il caccia comune con Francia e Spagna, un progetto da circa 100 miliardi di euro. Secondo EDR Magazine pesavano i contrasti tra Airbus e Dassault su guida e quote di lavoro.

Senza FCAS, la Germania deve scegliere. Può entrare nel GCAP, avvicinarsi al progetto svedese di Saab o puntare su un velivolo nazionale.

A luglio, al salone di Farnborough, l’amministratore delegato di Leonardo Lorenzo Mariani ha usato toni prudenti. Secondo Shephard, ha raffreddato un’apertura data settimane prima a Reuters. Ha riconosciuto che un paese con capacità industriali e finanziarie porterebbe benefici.

L’obiezione più solida viene dalla storia recente. L’FCAS è fallito proprio sulla spartizione del lavoro tra industrie. Un quarto socio riaprirebbe quella partita in un programma già avviato.

Non è noto a quali condizioni la Germania entrerebbe. Da luglio il Canada è osservatore: vede le scelte di progetto, ma non partecipa alle decisioni.

Le fonti consultate non riportano una posizione ufficiale di Roma e Tokyo sulle parole di Burnham. Nessuno ha indicato quanto costerebbe a Berlino recuperare il lavoro già svolto dai tre partner.

2035

L’obiettivo dichiarato del GCAP è l’entrata in servizio nel 2035. Il programma è gestito dall’agenzia intergovernativa GIGO, con sede a Reading.

La parte industriale fa capo a Edgewing, la società comune di BAE Systems, Leonardo e dell’industria giapponese. Ogni nuovo ingresso andrebbe negoziato senza toccare quel calendario.

Per l’Italia la posta è industriale. Un socio forte divide i costi, ma può chiedere una parte del lavoro oggi assegnato agli stabilimenti italiani.

Per chi legge, nulla cambia nell’immediato: il caccia non entrerà in servizio prima del prossimo decennio. Conterà come verranno ridistribuite le quote, se Berlino entrerà davvero.

L’Esercito USA vuole lanciare palloni stratosferici a centinaia in caso di guerra in Europa

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Un generale dell’Esercito USA vuole lanciare palloni stratosferici «200, 300 alla volta» in caso di guerra in Europa. La frase è autentica e i media di Stato russi l’hanno rilanciata. Tra ciò che ha detto e come è stata raccontata, però, c’è uno scarto. E sulla tecnologia restano domande senza risposta.

Apri le schede per separare la dichiarazione, i test già svolti e la cornice aggiunta dopo.

Il generale di brigata Steven Carpenter comanda il Multi-Domain Command Europe dell’Esercito USA. A metà ottobre, alla conferenza AUSA di Washington, ha parlato con la rivista The War Zone.

Ha detto di voler riempire la stratosfera di palloni d’alta quota, «200, 300 alla volta». L’intervista è uscita il 19 ottobre 2026. Lo scenario è un possibile conflitto futuro in Europa.

L’Esercito colloca la stratosfera operativa tra circa 18 e 30 chilometri di quota. Il colonnello Joseph Mroszczyk, del comando spaziale dell’Esercito, la chiama «litorale dello spazio».

Il ragionamento ha tre passaggi. Un pallone resta in quota a lungo e sorveglia aree vaste. Quelli economici si possono lanciare a centinaia, ha spiegato il colonnello Wade Germann. In grandi numeri, costringono la difesa avversaria a scegliere cosa abbattere.

Secondo Carpenter, i palloni servirebbero anzitutto come esche, in gran quantità. Altri porterebbero ripetitori radio e apparati di guerra elettronica. Altri ancora trasporterebbero piccoli droni da sganciare in profondità nel territorio nemico.

Il generale indica il sistema antiaereo russo S-400 come la minaccia principale per i palloni. Mroszczyk, in un altro incontro, ha ammesso che le versioni d’attacco sono le più difficili da realizzare.

KOSTA
SVEZIA

Non è soltanto un progetto. Il 9 maggio 2026 il comando di Carpenter ha lanciato una serie di micro-palloni da Kosta, nel sud della Svezia. Era durante le esercitazioni Sword 26 e Aurora 26.

I palloni hanno volato a circa 20 chilometri di quota, con sensori e apparati di comunicazione sperimentali. Uno dei voli è stato interrotto sul mare, vicino all’isola di Gotland. Lo riporta lo stesso Esercito statunitense.

Il 20 ottobre Sputnik e Izvestia, testate legate allo Stato russo, hanno ripreso l’intervista. Sputnik l’ha inserita nel quadro di un’attività NATO «senza precedenti» ai confini russi. Ha chiuso con la posizione del Cremlino: la Russia non minaccia nessuno.

La versione più solida di questa lettura è un’altra. Droni d’attacco lanciati in profondità sarebbero una capacità offensiva, non solo deterrenza. Washington e la NATO presentano invece questi programmi come difesa del fianco orientale.

Carpenter non ha indicato costi, fornitori né tempi. Ha detto che la scala dipenderà dai fondi. Non è chiaro quanto i palloni sopravvivano a difese come l’S-400.

Le fonti divergono anche su un numero. Izvestia attribuisce al generale l’ipotesi di «migliaia» di palloni. Nell’intervista originale Carpenter parla di duecento, trecento alla volta. Le «migliaia» compaiono solo nel testo del giornalista. Nessun portavoce russo ha commentato in modo specifico i palloni.

La notizia descrive un piano, non un’operazione in corso. Indica però una direzione: la stratosfera diventa uno spazio militare a sé. La Russia stessa ha usato palloni come esche sopra Kiev, nel febbraio 2023.

Per chi vive in Italia, per ora, non cambia niente di concreto. Resta aperta una questione: chi regola quella fascia di cielo. Il diritto aereo internazionale non fissa un limite superiore alla sovranità degli Stati.

Robot con IA, una parola nascosta nel comando devia il coltello verso una mano

Alla Binghamton University un robot, istruito a tagliare una mela, ha puntato il coltello su una mano finta. È bastata una parola in coda al comando. Il modello che pianificava i suoi gesti era stato manomesso in anticipo. Lo stesso gruppo ha costruito un sistema per intercettare piani di questo tipo. Attacco e difesa, però, non si sono ancora misurati fra loro.

Sei schede, dal laboratorio di Binghamton alle regole europee sulle macchine: apritele nell’ordine che preferite.

Il 20 ottobre la Binghamton University, nello stato di New York, ha diffuso i risultati di due studi del suo gruppo di robotica.

Sono stati presentati alla conferenza IEEE/RSJ IROS 2026, tenuta a Pittsburgh fra settembre e ottobre. Il primo descrive MuTRAP, un attacco ai robot guidati da modelli linguistici. Nella prova un robot su base Segway, istruito a tagliare una mela, ha diretto il coltello verso una mano finta.

Molti robot usano un modello linguistico per tradurre un comando in una sequenza di azioni. Il modello generale non viene toccato: si addestra un piccolo strato aggiuntivo che lo specializza sul compito.

MuTRAP agisce lì. Secondo lo studio, basta alterare un decimo dei dati usati per addestrare quello strato. Con il comando normale il robot lavora come sempre; con la parola trigger produce un piano dannoso.

Il rischio, per il professore Adnan Siraj Rakin, nasce dalla filiera: molte aziende di robotica non addestrano i propri modelli e li prendono da terzi.

La cautela più solida viene dagli stessi dati. Interesting Engineering ha sottolineato che il trigger funziona solo su un modello già compromesso. Chi attacca deve intervenire durante l’addestramento, non durante l’uso.

Gli autori hanno provato soltanto modelli aperti, fra cui Llama, Qwen e DeepSeek. I sistemi proprietari non sono stati testati. La prova fisica si è svolta in laboratorio, con oggetti giocattolo.

Letto così, è uno scenario di filiera, non un difetto dei robot già in commercio.

Il secondo studio presenta PROTEA, che usa un altro modello linguistico come giudice. Controlla il piano passo per passo, tenendo conto di come cambia la scena. Shiqi Zhang lo definisce «ragionevolmente accurato», ma il comunicato non dà numeri.

Lo studio sì: il rilevamento varia molto con il modello giudice, da circa metà dei piani dannosi a quasi tutti. PROTEA però è stato misurato su piani dannosi scritti a mano, non contro MuTRAP.

Incerto anche il trigger. L’università indica la sigla «CF», lo studio su arXiv descrive la prova reale con la parola «herical». Nessuna fonte consultata spiega la differenza.

CUT
HAND

Nella prova reale descritta da MuTRAP, il pianificatore manomesso scrive una sequenza di azioni ordinarie. Prese una per una, nessuna appare anomala. Poi l’ultima istruzione cambia oggetto: «CUT (hand)», taglia la mano.

Sui comandi senza trigger, il modello alterato ha reso quasi come quello pulito. Per questo il sabotaggio sfugge a un collaudo che prova solo i compiti previsti.

Per ora nessun robot in commercio risulta colpito: si tratta di ricerca di laboratorio, dichiaratamente orientata alla difesa.

Il tema riguarda però chi produce o acquista macchine automatiche in Europa. Dal 20 gennaio 2027 si applica il Regolamento macchine Ue 2023/1230. Fra i requisiti essenziali introduce la protezione dei sistemi di comando contro la corruzione, attacchi informatici compresi.

Per un integratore, la domanda di Binghamton diventa una voce di collaudo: chi ha addestrato lo strato che guida il robot.

L’Iraq chiude il valico di al-Sheeb con l’Iran mentre Washington stringe i confini di Teheran

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Da mercoledì mattina il valico di al-Sheeb, al confine tra Iraq e Iran, è chiuso a persone e merci. Baghdad parla di controlli di sicurezza e non fissa una data di riapertura. Intanto gli Stati Uniti bloccano i porti iraniani. Secondo fonti irachene, chiedono di chiudere anche le frontiere di terra. Il nodo è capire se sia una revisione tecnica o l’inizio di un assedio economico.

Sette schede per capire cosa si è chiuso, perché adesso e cosa resta ancora aperto.

Il valico di al-Sheeb, che sul lato iraniano si chiama Chazabeh, è chiuso dalle 6 di mercoledì 21 ottobre.

Lo stop riguarda viaggiatori, auto private e camion commerciali. Fonti presenti al valico e un funzionario governativo iracheno parlano di chiusura fino a nuovo avviso. L’ordine, secondo le stesse fonti, è partito dal primo ministro Ali al-Zaidi. Una nota ufficiale del governo, finora, non è arrivata.

Da mesi i porti iraniani sono sottoposti a un blocco navale statunitense. Per l’Iran le frontiere terrestri sono diventate un canale commerciale vitale.

L’Iraq è uno degli sbocchi principali. Secondo fonti governative irachene, l’interscambio tra i due Paesi ha superato i 10 miliardi di dollari l’anno scorso.

Da al-Sheeb passano generi alimentari, materiali da costruzione e pellegrini diretti a Najaf e Karbala. Chiudere quel varco riduce l’ossigeno di un’economia già sotto pressione.

Due fonti politiche irachene, rimaste anonime, sostengono che Washington chieda di chiudere tutti o quasi i valichi con l’Iran.

Il tema sarebbe stato discusso dal Tesoro statunitense con al-Zaidi a New York, a settembre, durante l’Assemblea generale dell’ONU. Lo schema descritto prevede un solo valico aperto nell’Iraq federale e uno nel Kurdistan.

Il 15 ottobre il Tesoro ha colpito reti accusate di aiutare l’Iran ad aggirare le sanzioni. Tra queste c’è una banca irachena. Né Washington né Baghdad hanno confermato la richiesta sui valichi.

La versione irachena è tecnica. Un funzionario di frontiera parla di revisione della sicurezza. Servono anche nuovi apparati contro il contrabbando di merci vietate.

Il precedente sostiene questa lettura. A settembre lo stesso valico era stato chiuso dopo un attacco con droni all’oleodotto saudita Est-Ovest. Riad e Baghdad dissero che i droni erano partiti dal territorio iracheno. Quella volta il valico riaprì.

Chi difende la misura, nella maggioranza irachena, chiede comunque confini più controllati e importazioni più diversificate.

Secondo fonti irachene, i valichi ufficiali con l’Iran sono sei. Fonti governative indicano che altri chiuderanno gradualmente: si fanno i nomi di Shalamcheh, Zurbatiyah e Mandali.

Nessun calendario è stato reso pubblico. Anche le motivazioni divergono: sicurezza per alcune fonti, ragioni logistiche o problemi tecnici per altre.

Il punto che nessuno chiarisce è se lo stop sia reversibile in pochi giorni o l’inizio di un regime stabile. Lo dirà la riapertura di al-Sheeb, oppure la sua assenza.

SENZA
PREAVVISO

Il portavoce del ministero dell’Interno iraniano, Ali Zeinivand, ha detto che Teheran non è stata avvisata della chiusura.

Ha richiamato un’intesa bilaterale: le chiusure di poche ore sono di routine, quelle oltre un giorno vanno notificate. Il dettaglio sposta la questione dal piano tecnico a quello diplomatico.

Se lo stop dura, Baghdad avrà agito fuori dagli accordi con il vicino. Zeinivand ha aggiunto che la chiusura danneggia anche i commercianti iracheni, e ha detto di sperare in una soluzione.

Nel breve, gli effetti si vedranno nei mercati del sud dell’Iraq. Lì frutta, verdura e materiali edili iraniani sono molto diffusi.

Nella coalizione sciita di governo, i critici vicini a Teheran accusano Baghdad di applicare le sanzioni americane.

Per chi legge in Italia, l’effetto diretto per ora è nullo. Conta la direzione: se i valichi chiudono uno dopo l’altro, la pressione sull’Iran passa dal mare alla terra. È un’ipotesi, non un dato: un Iran più isolato potrebbe alzare la tensione su Hormuz, dove transita energia diretta anche in Europa.

La Libia orientale ratifica il patto marittimo con la Turchia, Atene e Ue: «È nullo»

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Il parlamento della Libia orientale ha ratificato martedì il memorandum marittimo firmato nel 2019 tra Turchia e Tripoli. Per sette anni Bengasi lo aveva respinto. Atene lo definisce nullo, l’Unione europea si schiera con la Grecia. Il nodo non è la firma, già vecchia, ma il cambio di campo di chi la approva.

Apri le schede per seguire il voto, le reazioni e ciò che resta aperto.

Martedì 20 ottobre la Camera dei rappresentanti libica, riunita a Bengasi, ha votato all’unanimità. Ha approvato il memorandum con la Turchia sulla delimitazione delle zone marittime nel Mediterraneo.

L’intesa era stata firmata il 27 novembre 2019 da Erdoğan e dall’allora premier di Tripoli Fayez al-Sarraj. Nella stessa seduta i deputati hanno revocato la rottura delle relazioni politiche con Ankara.

Nel 2020 la Turchia sosteneva militarmente il governo di Tripoli contro l’offensiva del generale Khalifa Haftar. Il parlamento orientale, legato ad Haftar, aveva risposto bocciando il memorandum e rompendo con Ankara.

Da allora Ankara ha ricostruito i rapporti con Bengasi, puntando soprattutto sul figlio del generale, Saddam Haftar. Ora il voto è stato salutato sia da Saddam Haftar sia dal governo di Tripoli guidato da Abdul Hamid Dbeibah. Per Ankara l’intesa non è più il patto di una sola fazione.

Il ministero degli Esteri greco ha respinto il voto in giornata. Sostiene che Turchia e Libia non abbiano coste opposte o adiacenti che giustifichino una delimitazione.

Per Atene il memorandum ignora i diritti marittimi delle isole greche, a partire da Creta. In serata Ursula von der Leyen e António Costa hanno diffuso una dichiarazione congiunta. Scrivono che l’intesa viola i diritti sovrani di Stati terzi ed è nulla.

Anche Cipro ha condannato la ratifica.

Il ministero degli Esteri turco ha accolto con favore il voto. Descrive il memorandum come fondato sul diritto internazionale e sul principio di equità.

L’argomento più solido della tesi turca richiama la giurisprudenza internazionale sulle delimitazioni. Le isole, in questa lettura, non generano automaticamente piena piattaforma continentale e zona economica esclusiva. Conta anche la lunghezza delle coste che si fronteggiano.

Atene ribatte che la Convenzione Onu sul diritto del mare riconosce zone marittime anche alle isole.

Non è chiaro cosa cambi sul piano operativo. Ankara considera il memorandum in vigore dal 2019. Atene e l’Ue lo ritengono nullo a prescindere dal voto libico.

Manca ancora una reazione ufficiale dell’Egitto, che in passato aveva respinto l’intesa. Nel giugno 2025 la turca TPAO ha firmato con la compagnia petrolifera libica rilievi sismici su quattro blocchi offshore.

Il quadro cambierebbe se quelle esplorazioni toccassero le acque che la Grecia rivendica a sud di Creta.

RISOLUZIONI
1 E 6

La svolta si misura in due atti. La risoluzione n. 1 del 2020 respingeva la ratifica degli accordi tra Ankara e Tripoli.

La n. 6 dello stesso anno interrompeva le relazioni politiche con la Turchia. Martedì sono state abrogate all’unanimità, insieme al via libera al memorandum.

Era la seconda seduta del nuovo presidente del parlamento, subentrato questo mese ad Aguila Saleh. Lo stesso giorno il capo dell’intelligence turca, Ibrahim Kalın, era a Tripoli da Dbeibah.

Nella sua nota, Atene cita gli accordi marittimi firmati con Egitto e Italia come esempi di rispetto del diritto. L’intesa italo-greca del 2020 delimita le rispettive zone nel mar Ionio.

Il governo italiano, finora, non ha preso posizione. L’Italia ha interessi diretti nella stabilità libica e nell’energia: Eni è il principale operatore straniero nel paese.

Per ora l’effetto è politico. Si apre un nuovo fronte di attrito nel Mediterraneo orientale tra due alleati Nato, Grecia e Turchia.

Yemen, gli Houthi chiudono l’unica strada per Taiz e l’ONU chiede di aprire la città

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Gli Houthi hanno colpito di nuovo Taiz, la terza città dello Yemen, uccidendo due ragazze in un quartiere residenziale. L’ONU avverte che i civili sono in grave pericolo: la città è accerchiata e l’unica strada verso Aden è chiusa da due settimane. Le due parti si accusano a vicenda di bloccare i varchi, e la verifica indipendente manca.

Apri le schede per seguire l’assedio, dalla strada tagliata alle versioni opposte.

Martedì 20 ottobre un colpo houthi su un quartiere residenziale di Taiz ha ucciso due adolescenti. I feriti sono sei, secondo le autorità locali citate da AP.

Lo stesso giorno l’Alto commissario ONU per i diritti umani, Volker Türk, ha chiesto l’ingresso immediato degli aiuti. Il governo yemenita afferma di aver respinto un attacco su tre fronti.

Taiz è la terza città dello Yemen e resta in mano al governo riconosciuto. Gli Houthi la circondano da nord, est e ovest fin dall’inizio della guerra.

Il 4 ottobre, secondo fonti di sicurezza citate da AFP, i ribelli hanno tagliato la strada verso Aden. Per Türk era l’unica via di rifornimento rimasta.

Il Programma alimentare mondiale stima 800.000 persone tagliate fuori dall’assistenza, in gran parte proprio a Taiz.

In una nota del 15 ottobre all’ONU, il ministero degli Esteri houthi accusa le forze filosaudite di assediare Taiz.

Il governatore di Taiz nominato da Sanaa sostiene che le vie d’accesso controllate dai suoi uomini sono aperte e protette. Indica come chiuso dall’altra parte il valico orientale verso al-Hawban.

Offre carburante a prezzo ufficiale attraverso le proprie linee e chiede che i governativi riaprano a loro volta.

Le due versioni non si escludono del tutto: possono essere chiusi accessi diversi. Nessun osservatore indipendente ha però reso pubblica una mappa dei varchi.

Anche i bilanci divergono. L’ONU ha verificato 32 civili uccisi nel governatorato tra il 1° agosto e il 19 ottobre.

Resta incerto se l’offensiva governativa “Alba dello Yemen”, lanciata il 5 ottobre, stia guadagnando terreno. Il quadro cambierebbe con un convoglio ONU documentato sulla strada di Aden.

L’assedio ha un punto preciso sulla carta. Ad al-Safiya, sulla strada Taiz-Aden, gli Houthi hanno preso un posto di polizia e fermato il traffico.

Lo hanno riferito ad AFP quattro fonti: un poliziotto della zona e tre militari yemeniti. Da quel tratto passavano i rifornimenti dal porto di Aden.

Da allora i prezzi dei beni di base sono saliti nettamente, secondo l’ufficio ONU per i diritti umani.

La guerra in Yemen è ripresa a luglio dopo anni di relativa calma. Da settembre gli Houthi controllano la costa del Mar Rosso, Bab el-Mandeb compreso, secondo AFP.

Intanto il fronte si allarga verso Riad, che riceve caccia britannici in funzione difensiva.

Per chi legge in Italia l’effetto diretto passa dal Mar Rosso e dalle rotte verso Suez, non da Taiz. Sulla città, per ora, la questione è umanitaria.

Decreto sicurezza approvato: quali sono le nuove regole

Il Consiglio dei ministri ha approvato martedì 20 ottobre il decreto sicurezza nato dopo i saccheggi di Milano. Introduce un reato nuovo per chi usa violenza nei cortei e rende subito operative le norme sui minorenni. È caduta invece la parte più discussa: i poteri di polizia giudiziaria ai militari. Resta aperto un punto: cosa dirà davvero il testo sul fermo dei ragazzi.

Apri le schede per seguire il decreto, dal veto sui militari ai dubbi ancora aperti sui minori.

Il Consiglio dei ministri si è riunito martedì 20 ottobre a Palazzo Chigi, con quasi un’ora di ritardo sulla convocazione. Secondo Sky TG24 la seduta è durata circa mezz’ora.

Ha approvato un decreto legge su sicurezza pubblica e criminalità minorile. La premier Giorgia Meloni ne ha illustrato i contenuti in un video diffuso subito dopo.

Il decreto risponde ai disordini del fine settimana. Nasce il reato di partecipazione violenta a una manifestazione, per chi lancia pietre, petardi o bastoni in gruppo.

Meloni ha annunciato pene più alte per chi ha il volto coperto o ferisce qualcuno. I danni dei minorenni li pagheranno i genitori: per i beni pubblici l’ingiunzione arriva dal prefetto.

Per il ministro Carlo Nordio diventa subito efficace la presunzione di imputabilità tra i 14 e i 18 anni. Era ferma in un disegno di legge.

La norma sui militari è caduta prima del voto. Secondo l’ANSA, gli uffici del Quirinale avevano espresso perplessità nelle consuete interlocuzioni con il governo.

Il Fatto Quotidiano riferisce che era contrario anche il Viminale: arresti e trattenimenti richiedono personale addestrato. Il sindacato di polizia Siap aveva parlato di «torsione autoritaria dell’ordine pubblico».

Il sindaco di Milano Giuseppe Sala sostiene che la risposta non può essere solo repressiva. La premier Meloni replica che devastare e rubare «non è protesta, è criminalità».

Sul fermo preventivo le ricostruzioni non coincidono. Meloni ha detto che il fermo, finora riservato agli adulti, si applicherà anche ai minorenni.

Fanpage scrive invece che è saltato il fermo fino a 24 ore nelle zone della movida, minori compresi. Le due versioni sono compatibili solo se il decreto estende ai ragazzi il fermo esistente senza allungarlo.

Nessuna fonte indica ancora durata, età minima e controllo del magistrato. Il quadro cambierà con il testo pubblicato in Gazzetta Ufficiale.

CINQUE
PERSONE

Il perno del nuovo reato è un numero. Secondo Meloni scatta quando ci si unisce a un gruppo di almeno cinque persone durante un corteo.

La pena annunciata arriva fino a cinque anni di carcere.

La multa può raggiungere i 20.000 euro.

La soglia separa il gesto del singolo dall’azione di gruppo. Resta da leggere come il testo definirà chi, nel gruppo, ha davvero partecipato.

Il decreto entra in vigore con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Il Parlamento dovrà convertirlo in legge entro sessanta giorni, come prevede la Costituzione.

Secondo Fanpage, i 500 militari in più per Milano arrivano comunque, con i soli compiti già previsti da Strade sicure.

Per chi vive in Italia cambia subito una cosa: i genitori rispondono dei danni causati dai figli. Il resto dipende dal testo definitivo e dalle modifiche in aula.

Minori in prima linea: come gang e Stati stranieri sfruttano la soglia d’età penale

In Francia quasi ottomila fermi in un mese di proteste nei licei, in gran parte minorenni. In Svezia ragazzini di tredici e quattordici anni hanno sparato contro obiettivi israeliani su incarico di una gang. Sono vicende diverse, unite da un punto debole: l’età sotto la quale la legge non punisce. Chi la conosce può sfruttarla. Il nodo è capire chi lo fa davvero, e dove finiscono le prove.

Apri le schede in ordine: ogni passaggio separa ciò che è provato da ciò che resta un’ipotesi.

A settembre i liceali francesi sono scesi in piazza contro classi sovraffollate, docenti mancanti ed edifici degradati. In alcune città la protesta è degenerata in scontri.

A metà ottobre il ministero della Giustizia contava quasi ottomila fermi, per l’85% minorenni.

L’8 ottobre un gruppo incappucciato ha saccheggiato il liceo Les Iris di Lormont, vicino a Bordeaux. Secondo il preside, il solo incendio del magazzino della carta vale fino a 200.000 euro.

In Francia il codice di giustizia penale dei minori presume che sotto i 13 anni manchi il discernimento. Sotto quella soglia non si pronuncia alcuna pena, solo misure educative.

In Italia l’articolo 97 del codice penale esclude l’imputabilità sotto i 14 anni.

La Svezia fissa la responsabilità penale a 15 anni.

Il Belgio applica il diritto penale degli adulti solo dai 18 anni, con eccezioni per i fatti più gravi.

Per la criminalità organizzata italiana la soglia d’età non è una scoperta. Nelle piazze di spaccio campane i ragazzini fanno da sentinelle e da corrieri.

Nel 2013 il vice capo della Polizia, Francesco Cirillo, lo disse pubblicamente a Napoli. I clan affidano reati ai minori contando sui rischi ridotti davanti alla giustizia.

La legge ha già una contromisura. L’articolo 112 del codice penale aggrava la pena per chi si avvale di un minore o di un non imputabile.

A maggio 2024 un quattordicenne ha sparato vicino all’ambasciata israeliana di Stoccolma. Per la legge svedese non poteva essere nemmeno indagato.

Il 10 ottobre 2024 un tredicenne ha aperto il fuoco contro gli uffici di Elbit Systems a Göteborg. Non ci sono stati feriti.

A marzo 2025 il Tesoro statunitense ha sanzionato la rete Foxtrot. Secondo Washington, la gang ha organizzato per conto dell’Iran l’attacco del gennaio 2024 all’ambasciata di Stoccolma.

Il Tesoro scrive che Foxtrot usa abitualmente adolescenti e che il capo, Rawa Majid, ha cooperato con l’intelligence iraniana. Teheran respinge le accuse.

5
ANNI

Il tredicenne di Göteborg non è stato incriminato. Chi lo ha reclutato sì.

Ad aprile 2025 il tribunale ha condannato quattro giovani per il reclutamento, la pistola e l’organizzazione dell’agguato. Due diciannovenni hanno ricevuto cinque anni di carcere.

Tra le imputazioni c’è un reato specifico del codice svedese: coinvolgere un minore in un crimine. Colpisce l’anello sopra il ragazzo, non il ragazzo.

Anche Mosca ricorre a manodopera di passaggio. In Germania investigatori e servizi parlano di Wegwerf-Agenten, agenti usa e getta.

Sono civili, spesso agganciati su canali Telegram filorussi e pagati poco. Le prime richieste sembrano innocue, come fotografare un edificio o spedire un pacco.

Ad agosto 2026 un’inchiesta sotto copertura di RTL, durata un anno, ha documentato incarichi di spionaggio e piani di sabotaggio. Nei casi tedeschi noti, però, i reclutati sono soprattutto adulti.

Il 7 ottobre Parigi ha convocato l’ambasciatore iraniano per una campagna di disinformazione sul movimento dei licei.

Pochi giorni prima l’account dell’ambasciata iraniana in Ghana aveva parlato di decine di migliaia di manifestanti scomparsi. Poi ha definito il messaggio una satira.

Amplificare una protesta non equivale a dirigerla. Dalle fonti disponibili nessuna autorità francese collega gli scontri a un mandante estero. Gli esperti sentiti da France 24 ritengono che quel racconto parli soprattutto al pubblico iraniano.

La prefettura di Parigi descrive una violenza di prossimità: il 90% dei fermati agiva nel proprio dipartimento.

La catena fra Stato, gang e minore è documentata, secondo Washington, per l’attacco di Stoccolma del gennaio 2024.

Per gli spari contro Elbit, invece, l’accusa svedese ha dichiarato di non conoscere il mandante.

Anche il profilo dei violenti francesi è meno uniforme di quanto sembri. Dopo gli scontri parigini del 17 ottobre, la procura ha indicato che il 77% dei fermati era maggiorenne.

Una regia statale diventerebbe concreta solo con indagini su ordini o pagamenti partiti da un apparato estero.

L’Italia ha già un’aggravante per chi usa i minori, vicina nello spirito al reato svedese. Il problema non è la norma, è arrivare prima.

Il Belgio mostra il limite pratico. Dopo gli scontri del 9 ottobre a Bruxelles sono stati rilasciati sedici minori. Secondo la procura, mancavano posti negli istituti giovanili.

Ad oggi nessun caso italiano noto collega minori e committenti esteri. La partita si gioca sulla prevenzione: raggiungere il ragazzo prima di chi lo arruola.

Chi guida le violenze? Le rivolte giovanili d’ottobre 2026

Tra la fine di settembre e la metà di ottobre 2026 una protesta nata in un liceo di Créteil, alle porte di Parigi, ha attraversato la Francia e si è riflessa in Belgio, Italia, Spagna e Cile. Le immagini che hanno fatto il giro del mondo sono quelle dei cassonetti in fiamme, delle vetrine sfondate, dei mortai pirotecnici sparati contro la polizia. Raccontano però solo una parte della storia, e non la più grande.

Il dossier separa chi protesta da chi devia la protesta: apri le schede una alla volta.

Il quadro Novanta e dieci

Per capire chi guida le violenze bisogna separare due realtà che la cronaca tende a confondere. Da un lato c’è la grande maggioranza dei manifestanti: ragazzi che protestano per ragioni concrete e senza fare violenza. Dall’altro c’è una minoranza, che possiamo immaginare come dieci persone su cento. È composta da chi viene spinto verso lo scontro da ciò che vede sui social e da chi usa la folla come copertura per rubare.

Questo dossier spiega come funzionano questi due meccanismi. Mostra in che modo potenze straniere entrano in una protesta senza mettere piede in piazza, sfruttando gli algoritmi e la vulnerabilità dei più giovani. E mostra come la criminalità comune si infiltra nei cortei per saccheggiare. Lo fa con i dati disponibili al 18 ottobre 2026: bilanci giudiziari, inchieste della stampa francese, belga, italiana e internazionale, dichiarazioni dei governi e analisi dei servizi che si occupano di ingerenze straniere.

Le ragioni Le ragioni dei novanta

Quei novanta che non fanno violenze hanno un motivo concreto, reale, per essere in strada. Ed è il primo elemento che il racconto delle piazze tende a cancellare.

In Francia la protesta nasce il 21 settembre al liceo Saint-Exupéry di Créteil, quando alcuni studenti bloccano l’istituto per sostenere i professori in sciopero. Le cifre spiegano perché l’appello trovi subito ascolto. All’inizio dell’anno scolastico mancava almeno un insegnante nel 53% dei collegi e licei pubblici, secondo il sindacato Snes-FSU. Nel 2024-2025, ammette lo stesso ministero, il 10% delle ore di lezione al liceo non è stato assicurato. Le classi sono passate in quindici anni da 27 a 30 alunni di media, e a luglio circa 130.000 candidati erano ancora senza destinazione sulla piattaforma universitaria Parcoursup. La legge di bilancio 2026, approvata a febbraio dopo tre ricorsi all’articolo 49.3, ha soppresso 3.256 posti di insegnante.

In una settimana la protesta diventa nazionale e il primo ottobre tocca oltre mille licei. Il 6 ottobre si allarga a insegnanti, genitori e sindacati. Il governo risponde tardi: il premier Sébastien Lecornu promette 1,2 miliardi in più per l’istruzione nel 2027, ma solo dopo settimane di blocchi e dopo che alcuni ragazzi sono stati gravemente feriti dalle granate delle forze dell’ordine.

Lo stesso schema si ritrova altrove, con ragioni proprie. In Cile, il 30 settembre, il presidente José Antonio Kast presenta un bilancio 2027 che riduce le risorse per l’istruzione; il giorno dopo decine di migliaia di studenti sono in piazza con lo slogan “Ni un peso menos para la educación”. A Madrid dal 14 ottobre è in corso uno sciopero a oltranza della scuola pubblica, che si salda con la protesta per il diritto alla casa. In Italia le occupazioni partono da Torino con lo slogan “Facciamo come in Francia”.

La contemporaneità, che a molti è sembrata sospetta, ha una spiegazione strutturale. L’autunno è la stagione delle leggi di bilancio, e in più Paesi i governi hanno annunciato tagli alla scuola nelle stesse settimane. Cause simili, stesso calendario, e una generazione che si osserva in tempo reale attraverso lo stesso schermo. Proprio quello schermo, però, è anche il canale attraverso cui la protesta può essere deviata.

I numeri Chi sono i dieci

La minoranza violenta è davvero una minoranza. L’8 ottobre, nel pieno della crisi, solo il 2,57% dei liceali francesi partecipava a blocchi o cortei, e oltre il 96% dei 3.700 licei funzionava normalmente. Eppure le violenze non sono diminuite: anzi, la partecipazione è calata mentre gli scontri restavano. Segno che la violenza segue una logica propria, separata da quella della protesta.

I bilanci giudiziari smentiscono l’immagine di un esercito di militanti. Al 9 ottobre 6.877 persone erano finite in stato di fermo, e 5.890 erano minorenni: circa l’86%. Al 14 ottobre il ministero della Giustizia contava quasi 8.000 fermi, 2.735 procedimenti avviati e 1.263 archiviazioni. La maggior parte dei fermati non aveva precedenti. Il procuratore di Marsiglia ha descritto i 120 arrestati della città come ragazzi sconosciuti a polizia e giustizia, sottolineando il paradosso tra questo profilo e la gravità delle violenze.

Incrociando questi dati con i rapporti delle prefetture e le inchieste sul campo, i dieci si dividono in tre profili. Il primo sono i piccoli gruppi organizzati dell’ultrasinistra, che agiscono nei grandi cortei urbani: l’8 ottobre, alla Bastiglia, la prefettura ha contato una ventina di black bloc. Il secondo sono i ragazzi trascinati dall’emulazione, quasi sempre minorenni e incensurati, spinti dalla dinamica del gruppo e da ciò che vedono sui social. Il terzo sono quelli che in piazza non portano un’idea ma uno zaino vuoto: la criminalità comune.

Il primo profilo ha una guida ideologica ed è quello più noto alle forze dell’ordine. Gli altri due sono quelli che spiegano la vera domanda di questo dossier: come si fa a spingere un ragazzo incensurato a sparare un mortaio contro la polizia, e chi approfitta del caos che ne nasce.

I social Come il social trasforma un gesto in un’onda

Il movimento liceale del 2026 vive interamente sui telefoni. Gli appelli ai blocchi circolano nei gruppi Snapchat, le storie Instagram fissano gli appuntamenti, TikTok fa il resto. Il primo video del blocco di Créteil ha superato 1,5 milioni di visualizzazioni, e secondo i rettorati la circolazione di questi contenuti ha accelerato l’estensione della protesta. In Belgio gli appelli sono passati di scuola in scuola con lo stesso meccanismo.

Fin qui nulla di anomalo: è il modo in cui una generazione comunica. Il problema nasce da come funzionano gli algoritmi. Un video di un corteo pacifico ottiene poche visualizzazioni. Un cassonetto in fiamme, un mortaio sparato contro un cordone di polizia, una vetrina che va in pezzi ne ottengono molte di più. La piattaforma premia ciò che è spettacolare, e il ragazzo che ha girato il video riceve una ricompensa immediata in visibilità. Il giorno dopo altri coetanei vogliono essere al suo posto. Il social, in questo modo, non si limita a raccontare la violenza: la incentiva.

Il ricercatore Olivier Ertzscheid ha osservato che strumenti di intelligenza artificiale vengono usati per produrre contenuti che sfruttano i codici della cultura pop e adolescenziale, funzionando da innesco. Dopo l’incendio del liceo dell’Empéri a Salon-de-Provence, il 3 ottobre, il sindaco Nicolas Isnard ha chiesto di sospendere TikTok, Snapchat e Instagram ai minori in caso di sommosse. Nel dibattito che ne è seguito è stato riconosciuto che TikTok aveva diffuso contenuti che incitavano alla violenza, rilanciati molto rapidamente dagli algoritmi.

Un caso mostra fin dove può spingersi questa corsa alla visibilità. A Caen un liceale di 16 anni è stato fermato per apologia di terrorismo. L’8 ottobre, giorno di danneggiamenti in diversi licei della zona, aveva pubblicato su Snapchat video in cui posava con altri due ragazzi davanti a due istituti, con addosso maglie che portavano i nomi di Merah, Bin Laden e Hitler. Non c’è alcuna rivendicazione scolastica in quel gesto. C’è la ricerca della provocazione più estrema, perché è quella che fa circolare un contenuto.

Questo è il terreno su cui si innestano gli attori esterni. Non devono creare la violenza: devono solo trovarla già filmata, e decidere a chi mostrarla e con quale significato.

Le ingerenze Come una nazione straniera entra in una protesta senza entrarci

Un’operazione di influenza moderna non ha bisogno di agenti infiltrati in piazza né di manifestanti pagati. Le basta un materiale che esiste già, i video della violenza, e una rete capace di spingerli. Il lavoro si svolge in tre fasi: amplificare ciò che divide, deformare ciò che accade, e confezionare per ogni pubblico la versione che lo farà arrabbiare di più.

Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha descritto proprio questo: le manifestazioni liceali sono state sfruttate da narrazioni ostili provenienti da Russia, Cina, Iran e dall’area MAGA statunitense. La parola chiave è sfruttamento. Nessuna autorità ha attribuito a uno Stato straniero l’organizzazione delle proteste. Il servizio francese Viginum, incaricato di vigilare sulle ingerenze digitali, non ha rilevato operazioni estere significative dietro la diffusione degli appelli. Ma lo sfruttamento, nella guerra informativa, è già un risultato.

Il caso iraniano

L’esempio più netto viene da Teheran, ed è l’unico in cui uno Stato è stato chiamato in causa ufficialmente. Il 6 ottobre l’Iran ha convocato l’ambasciatore francese, accusando Parigi di violenze eccessive contro i manifestanti. Il giorno dopo il Quai d’Orsay ha convocato l’ambasciatore iraniano per la “campagna di disinformazione” condotta dalle autorità iraniane sul movimento liceale, definendo inammissibili i contenuti falsi diffusi da account ufficiali del ministero degli Esteri di Teheran. Il 4 ottobre l’account dell’ambasciata iraniana in Ghana aveva parlato di decine di migliaia di manifestanti “scomparsi” in Francia, salvo poi sostenere che si trattava di satira.

Lo storico Tim Epkenhans, interpellato da France 24, legge l’offensiva soprattutto come propaganda a uso interno: un regime che reprime le proprie proteste prova a presentarsi come difensore dei manifestanti altrui. Ma un messaggio simile, rilanciato sui social, può arrivare anche ai giovani che sono in strada e rafforzare in loro la percezione di essere vittime di uno Stato oppressore.

Russia e Cina: la stessa tecnica, attori diversi

Le reti russe Storm-1516 e Matriochka, che Viginum attribuisce all’apparato di influenza di Mosca, erano già attive nella campagna presidenziale francese del 2026. Sul movimento liceale non è stata dimostrata una loro operazione specifica, e gli stessi analisti di Viginum avvertono che fermarsi alla pista russa significa perdere una parte del quadro. Intanto però, secondo un’analisi di RFI, video di scontri girati altrove, a volte nemmeno in Francia, sono stati spacciati per immagini delle proteste su X, Facebook, Instagram e TikTok. L’origine di quegli account non è stata resa pubblica.

Il filone cinese passa per Neville Roy Singham, imprenditore americano residente a Shanghai, i cui finanziamenti a organizzazioni di estrema sinistra erano stati collegati dal New York Times nel 2023 a una comunicazione favorevole a Pechino. Un’inchiesta di Fox News Digital ha individuato 50 organizzazioni che partecipano o promuovono le proteste francesi, di cui solo 15 sono gruppi studenteschi. Diverse sono legate alla rete Singham, a partire dal canale BreakThrough News, che ha presentato le proteste francesi come uno “sciopero storico contro l’austerità” e ha raccontato anche quelle cilene. L’inchiesta stessa riconosce di non aver trovato prove di finanziamenti diretti, pagamenti a manifestanti o ordini di violenza. Dimostra un’amplificazione coordinata.

Una protesta, tante verità

Franck DeCloquement, docente all’IRIS e all’IHEDN, ha riassunto il meccanismo su Atlantico: ogni potenza legge le stesse immagini con la propria lente. Trump vi vede i danni dell’immigrazione, Pechino la conferma della superiorità del proprio modello di stabilità, Mosca le amplifica con le sue fabbriche di troll. Nessuno ha bisogno di falsificare nulla.

È qui che il meccanismo diventa efficace. Al giovane di sinistra viene mostrata la polizia che picchia. All’adulto di destra viene mostrato il saccheggio. Ognuno riceve la propria verità e si arrabbia di più. L’obiettivo non è convincere qualcuno di una tesi, ma far litigare gli europei tra loro. E i più giovani, più esposti e più alla ricerca di un’identità, sono il bersaglio ideale.

Il contesto globale conferma che la pressione esiste. Il 14 ottobre X ha sospeso oltre 13.000 account legati a tre operazioni di influenza riconducibili a Iran, Russia e Cina. Quelle reti, secondo la piattaforma, prendevano di mira il dibattito politico statunitense in vista delle elezioni di metà mandato. È la prova che la tecnica è attiva e su larga scala, anche se non dimostra che quelle stesse reti abbiano lavorato sulle proteste europee.

I simboli Simboli presi in prestito

Nei cortei liceali francesi la bandiera palestinese è stata onnipresente, anche se la causa palestinese non compare in nessuna rivendicazione ufficiale delle organizzazioni studentesche. Lo ha notato lo scrittore Omar Youssef Souleimane, che cita un video girato a Carpentras: attorno a un fuoco, alcuni studenti gridano “Abbiamo bruciato Israele”. A Rouen la comunità ebraica ha annullato la commemorazione del 7 ottobre davanti alla sinagoga, spiegando di aver paura per le tante bandiere palestinesi viste nei cortei.

Una parte di questa sovrapposizione ha una regia, ma dichiarata e pubblica. Il 17 agosto la Global Alliance for Palestine, coalizione con sede a Londra, ha annunciato una mobilitazione mondiale sincronizzata per il fine settimana del 9-11 ottobre, culminata nella Global Day of Action di sabato 10 ottobre. Vi hanno aderito oltre 200 organizzazioni in 60 Paesi, tra cui sindacati e federazioni studentesche. Il direttore Robert Andrews ha spiegato l’obiettivo: riunire tutti in un solo giorno con un unico messaggio, sostenuto da una campagna digitale coordinata nelle settimane precedenti. La giornata è caduta nel pieno della protesta liceale, a ridosso dell’anniversario del 7 ottobre.

C’è però anche un meccanismo meno visibile, che riguarda l’identità. Per un adolescente un simbolo forte, già carico di significato e molto presente sui social, è un modo rapido per sentirsi parte di qualcosa di più grande. La bandiera entra nel corteo anche quando non c’entra nulla con le ragioni della protesta, e da quel momento l’intera protesta viene letta attraverso quel simbolo. Chi vuole delegittimare i novanta ha così un’immagine pronta. Chi vuole radicalizzare i dieci ha un vessillo da sventolare.

Sulle ipotesi più estreme, le prove mancano. Il sito Boulevard Voltaire ha parlato di “organizzazioni islamiste alla manovra”, senza documentare una campagna coordinata. Bandiere di Hamas o della Repubblica islamica nei cortei liceali del 2026 non risultano verificate dalla stampa principale, e le immagini di bandiere iraniane a Parigi più diffuse risalgono alle manifestazioni pro-Gaza del giugno 2025. Chi esamina un video deve anche distinguere la bandiera della Repubblica islamica, segno di sostegno al regime, da quella con il leone e il sole, simbolo dell’opposizione iraniana, che nel 2026 ha portato in piazza in Europa centinaia di migliaia di persone contro Teheran.

La criminalità Lo zaino vuoto: la criminalità dentro il corteo

Accanto a chi viene spinto dai social c’è chi in piazza non porta un’idea, ma uno zaino vuoto. Per la criminalità comune una protesta è un’occasione: centinaia di ragazzi in strada, forze dell’ordine impegnate a contenerli, telecamere puntate sugli scontri. In quel caos una vetrina sfondata passa quasi inosservata.

Gli episodi documentati in queste settimane hanno poco a che fare con la scuola. A Lormont, vicino a Bordeaux, giovani incappucciati hanno saccheggiato un liceo, rubato una decina di computer e incendiato uno stock di carta stimato tra 100.000 e 200.000 euro. A Marsiglia un vicepreside è stato pestato mentre cercava di spegnere un incendio di cassonetti, e un camion dei pompieri è stato depredato. A Lione alcuni liceali hanno raccontato che gli scontri erano stati innescati da persone esterne alla scuola.

Chi entra in una gioielleria o in una boutique di lusso con una bandiera sulle spalle non sta rubando per la Palestina, né per la scuola pubblica. Sta rubando per sé. La bandiera è un costume, la protesta un’occasione. È un meccanismo già documentato dall’unico studio ufficiale disponibile su un caso analogo. Dopo le rivolte del 2023 per la morte di Nahel, un’ispezione congiunta dei ministeri francesi dell’Interno e della Giustizia ha analizzato il profilo dei condannati. Meno dell’8% citava la morte del ragazzo come motivazione. Gli altri avevano agito soprattutto per opportunismo.

Chi spinge i più piccoli

Il caso di Liège mostra il punto di contatto tra criminalità e manipolazione. La procura belga ha parlato di un’età dei fermati senza precedenti, con ragazzini di 12 anni. La polizia ha confermato di aver arrestato persone esterne al movimento, più anziane, notate più volte tra i manifestanti. I bambini intervistati dalla RTBF raccontano di ragazzi più grandi che dicevano loro di sparare i mortai. La stessa emittente ha documentato come alcuni adulti si siano infiltrati nelle manifestazioni degli studenti incitando alla violenza. La giudice minorile Michèle Lecloux ha spiegato che molti dei minori comparsi davanti a lei provengono da famiglie precarie, con un quadro educativo in parte carente. È un profilo particolarmente esposto: abbastanza giovane da seguire i “grandi”, abbastanza fragile da cercare in strada un ruolo.

Periferie, immigrazione e dati che mancano

La geografia della violenza francese è chiara. Secondo l’Associated Press i disordini sono partiti dalle periferie parigine con un’ampia popolazione immigrata, e i primi episodi gravi si sono registrati in Seine-Saint-Denis e Val-d’Oise. Nel 2023 la stessa ispezione ministeriale aveva accertato che la maggioranza dei condannati era di origine immigrata, soprattutto dal Maghreb e dall’Africa subsahariana.

Per il 2026 quel dato non esiste ancora. La legge francese vieta di fatto le statistiche per origine etnica, e nessuna istituzione ha pubblicato informazioni sulla nazionalità o l’origine dei fermati. Il quadro raccolto dalla stampa è però più composito che nel 2023: il movimento ha toccato licei del centro di Parigi, Lione, Nantes e la Vallonia, e tra i manifestanti c’erano anche adolescenti dei quartieri benestanti. La sociologa Valérie Becquet indica il nodo sociale: sono soprattutto i liceali dei quartieri popolari a sentirsi destinati a un’istruzione di serie B. In quelle periferie povertà, origine e rabbia si sovrappongono, ed è proprio questa sovrapposizione che chi alimenta la violenza, in strada o sui social, sa sfruttare.

La politica La politica che cerca il colpevole

Le potenze straniere non sono le sole a usare i dieci per parlare dei novanta. Lo fa anche la politica interna, da entrambi i lati.

Il primo ottobre il governo francese ha accusato la France insoumise di aver orchestrato il movimento attraverso “i suoi proxy dell’ultrasinistra”, citando una nota dell’intelligence della prefettura di polizia di Parigi. Quella nota, però, riguardava soltanto le azioni nei licei della Seine-Saint-Denis, non il movimento nazionale. Interpellata da Le Monde su altri elementi, Matignon non ha risposto, e finora nessun procedimento giudiziario per l’organizzazione dei disordini è stato annunciato. La presenza della sinistra radicale nei cortei è documentata fin dal primo giorno a Créteil, ma accompagnare una protesta non significa dirigerne le violenze.

Sul fronte opposto, l’estrema destra ha letto la crisi soltanto attraverso la lente dell’immigrazione. Jordan Bardella ha parlato di “barbarie”, Éric Zemmour di due France che si affrontano. A sei mesi dalle presidenziali, ciascun campo ha trovato nella crisi la conferma della propria tesi: per la sinistra radicale è la prova dell’abbandono dei servizi pubblici, per l’estrema destra quella di un disordine legato all’immigrazione.

In entrambe le letture spariscono le ragioni dei novanta. Ed è esattamente lo stesso effetto che cercano le campagne di influenza straniere: spostare lo sguardo dal problema concreto, una scuola che non funziona, allo scontro tra fazioni. Su questo, interessi interni ed esterni finiscono per convergere.

Le conclusioni Chi guida le violenze: cosa è dimostrato

Al 18 ottobre 2026 i fatti permettono una risposta articolata alla domanda da cui siamo partiti.

La protesta è autentica. Nasce da tagli reali alla scuola, annunciati in più Paesi nella stessa stagione di bilancio, e la grande maggioranza di chi scende in strada lo fa senza violenza. La contemporaneità tra Francia, Belgio, Italia, Spagna e Cile si spiega con cause comuni ed emulazione, non con un ordine partito da un centro unico.

La violenza è opera di una minoranza, e quella minoranza ha guide diverse. In strada la guida è locale: piccoli gruppi militanti, criminalità comune che usa la folla come copertura, ragazzi più grandi e adulti che spingono i minorenni in prima linea. Sui telefoni la spinta arriva dagli algoritmi, che premiano lo scontro e trasformano un gesto isolato in un modello da imitare.

Le potenze straniere agiscono su questo secondo livello. L’Iran ha condotto una campagna di disinformazione ufficiale, tanto da provocare la convocazione del suo ambasciatore a Parigi. Una rete legata a Shanghai ha dato visibilità globale alle proteste. Russia e Cina, secondo il governo francese, hanno sfruttato le immagini. Nessuna autorità ha dimostrato finanziamenti, ordini o infiltrati stranieri nelle piazze. Ma per alimentare un incendio non serve accenderlo: basta soffiare.

La formula più aderente ai fatti è dunque questa: una protesta reale, sporcata da una minoranza violenta e da criminali opportunisti, diventata cassa di risonanza per potenze ostili che hanno tutto l’interesse a farci confondere i novanta con i dieci. Restano aperte due verifiche decisive: un’eventuale ispezione ministeriale sul profilo dei condannati del 2026, come nel 2023, e un rapporto di Viginum sull’intera durata del movimento.

Fonti Le fonti del dossier