OpenAI ha sviluppato un’intelligenza artificiale specializzata nell’attaccare altri modelli di intelligenza artificiale. Si chiama GPT-Red e il suo compito è individuare vulnerabilità, sperimentare nuove forme di manipolazione e generare attacchi sempre più sofisticati contro i sistemi GPT.
L’obiettivo, almeno apparentemente paradossale, è utilizzare un modello offensivo per rendere più sicuri quelli destinati agli utenti. GPT-Red non è quindi un nuovo chatbot commerciale e non verrà messo a disposizione del pubblico. È uno strumento interno di sicurezza, progettato per agire come un red teamer automatico e sottoporre i modelli di OpenAI a una pressione continua.
La società sostiene che questo sistema abbia già contribuito all’addestramento di GPT-5.6 Sol, descritto come il modello più resistente alle iniezioni di prompt realizzato finora da OpenAI. Secondo i dati diffusi dall’azienda, GPT-5.6 Sol registra un numero di errori sei volte inferiore nel benchmark più difficile dedicato alle iniezioni dirette rispetto al miglior modello disponibile appena quattro mesi prima.
Il problema delle istruzioni nascoste
Per comprendere l’importanza di GPT-Red bisogna partire da una delle vulnerabilità più serie dell’intelligenza artificiale generativa: la prompt injection.
Un normale utente comunica con un modello scrivendo istruzioni. Lo stesso modello, però, può ricevere informazioni anche da pagine web, documenti, email, repository di codice, applicazioni collegate o risultati prodotti da altri strumenti. Un aggressore può nascondere all’interno di questi contenuti una seconda istruzione, concepita per entrare in conflitto con la richiesta originale dell’utente.
L’intelligenza artificiale rischia così di scambiare un contenuto esterno per un comando da eseguire.
Un utente potrebbe chiedere al sistema di riassumere un documento, mentre nel documento è stata inserita un’istruzione invisibile o apparentemente innocua che ordina al modello di copiare informazioni riservate, inviare credenziali a un server esterno, modificare un pagamento oppure ignorare le regole di sicurezza.
OWASP, una delle organizzazioni di riferimento per la sicurezza delle applicazioni, classifica la prompt injection come il primo rischio della propria graduatoria dedicata alle applicazioni basate su grandi modelli linguistici. L’attacco consiste nella manipolazione dell’input per alterare il comportamento del modello, aggirarne le difese o indurlo a compiere azioni non previste.
Il pericolo aumenta con la diffusione degli agenti autonomi. Un chatbot tradizionale si limita principalmente a produrre testo. Un agente può invece consultare file, leggere la posta elettronica, utilizzare strumenti, modificare documenti, interagire con siti web, eseguire codice o avviare procedure operative.
Più capacità operative vengono affidate all’intelligenza artificiale, maggiori sono le conseguenze di una sua eventuale manipolazione.
Anche la stampa israeliana specializzata in tecnologia e sicurezza ha descritto la prompt injection come una tecnica attraverso la quale un aggressore inserisce istruzioni malevole in contenuti apparentemente normali, inducendo un agente a esporre informazioni riservate, eseguire codice o effettuare operazioni indesiderate. Le analisi in lingua ebraica sottolineano soprattutto il rischio dell’agent hijacking, cioè la possibilità di prendere indirettamente il controllo del comportamento di un agente attraverso testi manipolati.
Come viene addestrato GPT-Red
Il red teaming è una pratica consolidata nella sicurezza informatica. Un gruppo di specialisti assume temporaneamente il ruolo dell’aggressore e tenta di violare un sistema prima che possa farlo un criminale.
Nel settore dell’intelligenza artificiale questo lavoro richiede la costruzione di prompt ingannevoli, scenari realistici, tentativi di jailbreak e attacchi capaci di sfruttare il modo in cui il modello interpreta linguaggio e contesto.
Il problema è la scala. I ricercatori umani possono trovare vulnerabilità particolarmente creative, ma non possono generare e verificare milioni di varianti con la velocità necessaria per seguire l’evoluzione dei modelli.
GPT-Red nasce per superare questo limite. Il sistema invia un prompt al modello bersaglio, osserva la risposta, valuta il risultato e modifica l’attacco. Il processo continua fino al raggiungimento dell’obiettivo oppure fino all’esaurimento delle strategie disponibili.
GPT-Red non esegue soltanto una raccolta di attacchi già conosciuti. Impara a produrne di nuovi attraverso un processo competitivo.
OpenAI lo addestra mediante apprendimento per rinforzo in self-play. GPT-Red interpreta la parte dell’attaccante, mentre un insieme diversificato di modelli assume quella dei difensori. L’attaccante riceve una ricompensa quando provoca un errore valido. I difensori vengono invece premiati quando resistono alla manipolazione e completano correttamente il compito richiesto dall’utente.
Quando i difensori migliorano, gli attacchi più semplici smettono di funzionare. GPT-Red è quindi costretto a cercare tecniche più complesse, creative e difficili da riconoscere. Il risultato è una corsa agli armamenti controllata all’interno dell’ambiente di addestramento.
OpenAI afferma di aver dedicato al progetto una quantità di potenza di calcolo paragonabile ad alcune delle sue maggiori operazioni di post-addestramento. Si tratterebbe di un investimento computazionale eccezionale per un modello destinato esclusivamente alla sicurezza.
Questa impostazione non è isolata nel panorama della ricerca. Studi recenti come PISmith utilizzano l’apprendimento per rinforzo per addestrare modelli offensivi capaci di ottimizzare iniezioni di prompt contro sistemi protetti. I risultati indicano che anche alcune delle difese più avanzate restano vulnerabili quando gli attacchi possono adattarsi dinamicamente alle risposte del bersaglio.
Un altro progetto, PI-Hunter, costruisce scenari realistici in cui istruzioni malevole vengono nascoste in fonti esterne. Il sistema modifica progressivamente i casi di test in base alle reazioni dell’agente, con l’obiettivo di identificare non soltanto se esiste una vulnerabilità, ma anche dove nasce e come si propaga durante l’esecuzione di un compito.
GPT-Red contro gli esseri umani
Uno dei risultati più significativi riguarda il confronto con i red teamer umani. OpenAI ha testato GPT-Red in nuovi ambienti, differenti da quelli utilizzati durante l’addestramento, per verificare se il sistema fosse in grado di generalizzare.
Nel test basato su una versione interna dell’arena per le iniezioni indirette sviluppata da Dziemian e altri ricercatori, GPT-Red e gli specialisti umani dovevano proporre attacchi contro GPT-5.1.
GPT-Red avrebbe completato con successo l’attacco nell’84 per cento degli scenari, mentre gli esseri umani si sarebbero fermati al 13 per cento.
Il risultato non dimostra necessariamente che l’intelligenza artificiale sia più intelligente di un esperto di sicurezza. Indica piuttosto che un modello automatizzato può provare molte più varianti, analizzare immediatamente ogni risposta e continuare a modificare la strategia senza stanchezza.
Il confronto presenta inoltre alcuni limiti. I dati sono stati pubblicati dalla stessa OpenAI, il benchmark è stato replicato internamente e non sono ancora disponibili tutti i dettagli tecnici necessari per una valutazione indipendente completa. La società ha annunciato la pubblicazione di un preprint più approfondito, che dovrebbe consentire alla comunità scientifica di esaminare metodologia, criteri di successo e possibili limitazioni.
Il distributore automatico manipolato
Per mettere alla prova GPT-Red fuori dai benchmark teorici, OpenAI lo ha utilizzato contro un distributore automatico gestito da un agente di intelligenza artificiale all’interno dei propri uffici.
Il sistema, prodotto da Andon Labs, amministrava prezzi, disponibilità e ordini. GPT-Red ha inizialmente sperimentato gli attacchi in una simulazione, osservando le chiamate agli strumenti e adattando progressivamente le istruzioni. L’attacco è stato successivamente trasferito all’agente in produzione.
Secondo OpenAI, GPT-Red è riuscito a raggiungere tre obiettivi. Ha ridotto a 50 centesimi il prezzo di un prodotto costoso già presente nel distributore, ha ordinato un nuovo articolo da oltre 100 dollari per rivenderlo allo stesso prezzo minimo e ha annullato l’ordine di un altro cliente.
Il caso del distributore mostra che la prompt injection non riguarda soltanto risposte sbagliate o contenuti indesiderati. Può produrre conseguenze economiche e operative nel mondo reale.
OpenAI ha comunicato le vulnerabilità al produttore e ha dichiarato che nuove protezioni sono in fase di sperimentazione. Non sono stati tuttavia resi pubblici tutti i dettagli degli attacchi, una scelta comprensibile dal punto di vista della sicurezza, ma che limita la possibilità di verificare dall’esterno l’effettiva gravità delle falle.
GPT-Red è stato utilizzato anche contro un agente Codex da riga di comando basato su GPT-5.4 mini. La prova comprendeva dieci scenari di esfiltrazione di dati sensibili. Il sistema offensivo si è dimostrato più efficace e più efficiente nell’uso dei token rispetto a un modello GPT-5.5 guidato da un normale prompt di red teaming.
La scoperta degli attacchi “Fake Chain-of-Thought”
Uno dei risultati più interessanti prodotti dalle versioni preliminari di GPT-Red è l’individuazione di una nuova categoria di attacchi diretti chiamata “Fake Chain-of-Thought”.
In questa tecnica, il contenuto malevolo viene presentato come se fosse una parte del ragionamento interno già prodotto o autorizzato dal modello. L’aggressore tenta quindi di confondere il sistema riguardo alla provenienza e al livello gerarchico dell’istruzione.
Le prime versioni dell’attacco avrebbero ottenuto un tasso di successo superiore al 95 per cento contro GPT-5.1. Dopo l’addestramento avversariale, lo stesso valore sarebbe sceso sotto il 10 per cento su GPT-5.6 Sol.
Una vulnerabilità simile, definita anche CoT Forgery, è stata analizzata da ricercatori che hanno mostrato come un modello possa essere ingannato attraverso ragionamenti contraffatti, costruiti per far apparire legittima una richiesta che dovrebbe essere respinta. L’attacco sfrutta il fatto che alcuni modelli riconoscono la gerarchia delle istruzioni anche attraverso stile, struttura e formulazione del testo, non soltanto attraverso marcatori tecnici affidabili.
Il dato più rilevante non è soltanto la scoperta dell’attacco. È la possibilità di trasformare automaticamente ogni vulnerabilità riuscita in materiale di addestramento per il modello successivo.
Un’intelligenza artificiale che migliora la propria sicurezza
OpenAI utilizza i precursori di GPT-Red nell’addestramento dei modelli di produzione a partire da GPT-5.3. Il meccanismo consiste nel generare attacchi sempre più efficaci e presentarli ai modelli difensori, in modo che imparino a riconoscerli e a resistere.
L’azienda afferma che GPT-5.6 Sol fallisce soltanto nello 0,05 per cento delle iniezioni dirette prodotte da GPT-Red all’interno di una vasta raccolta di ambienti di robustezza. Alcuni benchmark dedicati alle iniezioni indirette nei sistemi di navigazione e negli strumenti per sviluppatori avrebbero inoltre superato il 97 per cento di accuratezza.
Questi numeri devono essere interpretati con cautela. Una buona prestazione nei benchmark interni non equivale alla risoluzione definitiva del problema. Le iniezioni di prompt possono assumere forme imprevedibili, dipendono dal contesto e cambiano quando vengono modificati gli strumenti disponibili all’agente.
La sicurezza di un sistema non può essere dimostrata soltanto dal fatto che resiste agli attacchi prodotti dal modello con cui è stato addestrato.
Per questa ragione OpenAI dichiara di valutare GPT-Red anche su scenari esclusi dall’addestramento. La società sostiene inoltre che continuerà ad affiancare al sistema automatico il red teaming umano, le verifiche di soggetti esterni, il monitoraggio in tempo reale e protezioni disposte su più livelli.
Le fonti arabe che hanno seguito l’evoluzione delle misure di sicurezza di OpenAI hanno posto particolare attenzione sul cosiddetto Lockdown Mode, una modalità pensata per ridurre l’esposizione dei dati sensibili limitando l’interazione del modello con fonti e sistemi esterni. La copertura in lingua araba evidenzia un punto centrale: nei contesti più delicati, aumentare la sicurezza può richiedere anche una riduzione delle capacità operative disponibili all’agente.
OpenAI, al contrario, sostiene che i miglioramenti ottenuti con GPT-Red non derivino da un modello diventato semplicemente più prudente o incline a rifiutare le richieste. L’azienda dichiara di aver verificato separatamente le capacità generali e i casi di rifiuto eccessivo, senza rilevare una diminuzione significativa delle prestazioni normali.
Perché GPT-Red resterà segreto
GPT-Red non verrà distribuito al pubblico. OpenAI vuole mantenere separate le capacità offensive del sistema dai modelli commerciali, trasferendo soltanto la maggiore resistenza ottenuta durante l’addestramento.
La scelta pone una questione delicata. Un modello capace di individuare automaticamente vulnerabilità, produrre prompt malevoli e perfezionare attacchi contro agenti reali potrebbe diventare uno strumento molto potente anche nelle mani di criminali informatici.
GPT-Red è utile proprio perché possiede competenze che potrebbero essere pericolose se diffuse senza controllo.
Il progetto rappresenta quindi un esempio evidente del carattere duale della ricerca sulla sicurezza. Le stesse tecniche utilizzate per scoprire e correggere una vulnerabilità possono essere impiegate per sfruttarla.
La ricerca indipendente sta già procedendo nella stessa direzione. Framework automatici come AutoRed, AgenticRed ed EVA utilizzano modelli generativi, cicli di feedback e sistemi evolutivi per produrre attacchi più vari, adattivi e trasferibili tra modelli differenti. Alcuni esperimenti mostrano che le istruzioni malevole sviluppate contro un agente possono funzionare anche contro sistemi forniti da aziende diverse, indicando la presenza di debolezze comportamentali condivise.
Questo significa che la sfida non riguarda esclusivamente OpenAI. Riguarda qualsiasi azienda che affidi a un modello linguistico l’accesso a dati, account, strumenti o procedure aziendali.
La nuova corsa tra intelligenze artificiali offensive e difensive
GPT-Red segna un passaggio importante nella storia della sicurezza informatica. Per anni gli esseri umani hanno attaccato i sistemi per trovare errori. Ora un’intelligenza artificiale può produrre attacchi contro un’altra intelligenza artificiale, trasformando i successi dell’aggressore nell’addestramento del difensore.
OpenAI descrive questo processo come un volano di auto-miglioramento. I modelli attuali vengono impiegati per rendere più sicura la generazione successiva. La nuova generazione, diventata più resistente, obbliga il red teamer automatico a sviluppare tecniche ancora più sofisticate.
La sicurezza smette così di essere una verifica effettuata soltanto alla fine dello sviluppo e diventa una competizione continua incorporata nell’addestramento stesso.
Resta però un interrogativo fondamentale. Se gli attaccanti artificiali diventeranno sempre più capaci, le loro competenze potranno essere davvero confinate negli ambienti controllati delle grandi aziende? E quanto a lungo le difese riusciranno a precedere tecniche offensive che possono essere generate automaticamente anche da soggetti esterni?
GPT-Red mostra una possibile risposta, ma anche la dimensione del problema. L’intelligenza artificiale può contribuire a correggere le proprie debolezze, purché i test non rimangano chiusi all’interno di benchmark costruiti dagli stessi sviluppatori e purché il controllo umano continui ad avere un ruolo reale.
Il futuro degli agenti digitali dipenderà dalla loro capacità di distinguere una richiesta legittima da un ordine nascosto, di rispettare le autorizzazioni e di arrestarsi davanti a un’azione irreversibile. Un agente che sa ragionare, navigare e utilizzare strumenti deve anche imparare a non obbedire alla voce sbagliata.
La vulnerabilità “wp2shell” nasce dall’indagine di Adam Kues, ricercatore di sicurezza presso Assetnote / Searchlight Cyber, che ha analizzato il core di WordPress usando il modello di intelligenza artificiale GPT‑5.6 “Sol Ultra”. Nel corso di questa analisi, l’IA ha contribuito a individuare e concatenare due difetti distinti nel codice – una SQL injection e un errore di gestione delle rotte nella REST API – in un’unica catena di attacco capace di portare da un semplice input HTTP anonimo alla completa esecuzione di codice sul server.
Parallelamente, altri ricercatori – indicati con gli handle TF1T, dtro e haongo – hanno segnalato al team di sicurezza di WordPress la componente di SQL injection, poi catalogata come CVE‑2026‑60137. La parte più critica, CVE‑2026‑63030, ovvero la “confusione” tra le rotte batch della REST API e i normali handler che consente di aggirare i controlli e arrivare alla Remote Code Execution, è invece attribuita direttamente ad Adam Kues e al suo lavoro con Searchlight Cyber.
Cronologia: dalla scoperta alla patch
Secondo la ricostruzione fornita da fonti tecniche e blog di sicurezza, la catena wp2shell è stata riportata al programma di bug bounty di WordPress (HackerOne) prima della metà di luglio 2026. Il 17 luglio 2026 WordPress ha rilasciato d’urgenza la versione 7.0.2, un aggiornamento di sicurezza che corregge entrambe le vulnerabilità, con backport sulle versioni precedenti (6.9.5 e 6.8.6) e forzando gli update automatici per milioni di installazioni interessate.
Nei primi giorni dopo la patch, i dettagli tecnici completi della catena di exploit sono stati volutamente tenuti parzialmente riservati, per dare ai difensori il tempo di aggiornare i sistemi prima che il codice di attacco circolasse pubblicamente. Già entro il 20–21 luglio, però, diversi CERT nazionali e siti specializzati hanno segnalato prove di sfruttamento reale della vulnerabilità, con exploit automatizzati che scandagliano la rete alla ricerca di siti WordPress non aggiornati.
Natura tecnica della vulnerabilità
Wp2shell è una catena di due bug nel core di WordPress, sfruttabile anche su installazioni “pulite”, senza alcun plugin di terze parti. Il primo tassello è CVE‑2026‑60137, una SQL injection facilitata in una componente di query del core: permette a un attaccante non autenticato di manipolare il database inviando richieste appositamente costruite.
Il secondo tassello, CVE‑2026‑63030, riguarda l’endpoint batch della REST API: a causa di una gestione errata delle rotte, WordPress può validare una sub‑richiesta rispetto a un handler, ma poi eseguirla con un altro, di fatto bypassando la funzione di validazione e aprendo la strada all’esecuzione arbitraria di codice. Concatenando questi due difetti in una sola richiesta HTTP, un attaccante anonimo può creare account amministratore nascosti, caricare plugin malevoli, installare web shell persistenti e trasformare il sito in una piattaforma per spam, phishing o ulteriore movimento laterale all’interno del server.
Le versioni impattate includono WordPress 6.8, l’intera serie 6.9 fino alla 6.9.4 e le release 7.0.0–7.0.1, oltre a una build beta di WordPress 7.1. Le versioni 7.0.2, 6.9.5 e 6.8.6 vengono indicate come correttive, in quanto chiudono la finestra di attacco per entrambe le vulnerabilità, mentre le release precedenti alla 6.8 sono considerate non affette dalla catena wp2shell.
Quanti siti sono a rischio nel mondo
WordPress alimenta circa il 40% di tutti i siti presenti su Internet, secondo stime consolidate riportate da numerosi osservatori di sicurezza: questo significa centinaia di milioni di installazioni attive. Proprio per questa ubiquità, una vulnerabilità nel core – e non in un singolo plugin – ha un impatto potenziale ben superiore, perché colpisce indiscriminatamente blog personali, siti di news, e‑commerce, portali istituzionali e progetti editoriali di ogni scala.
Le stime più prudenti indicano “oltre 400 milioni” di siti che hanno eseguito o eseguono una versione vulnerabile della serie 6.9.x o 7.0.x, anche se questo numero include installazioni già aggiornate dopo l’uscita della patch. Un’analisi su un campione di 3.500 siti, condotta dal consulente di sicurezza Daniel Card, ha rilevato che meno del 15% risultava ancora vulnerabile nei giorni successivi al rilascio della 7.0.2: applicando questa percentuale al bacino complessivo, si arriva comunque a una stima di circa 90 milioni di siti ancora esposti.
Altre fonti qualitativamente simili parlano di “decine di milioni di siti in pericolo” e di “milioni di pagine web” su cui WordPress ha forzato l’aggiornamento per ridurre la superficie di attacco. La cifra più ampia, spesso citata nei comunicati, è quella di “oltre 500 milioni di pagine” potenzialmente interessate, cioè l’intero universo di installazioni WordPress che, in teoria, potrebbero trovarsi su una versione vulnerabile se non aggiornate.
Un caso emblematico del nuovo rapporto fra AI e sicurezza
L’elemento che rende wp2shell particolarmente significativo sul piano giornalistico è il modo in cui è stato scoperto: non solo da un ricercatore umano, ma da una collaborazione stretta fra analista e sistema di intelligenza artificiale avanzato. Adam Kues ha spiegato che GPT‑5.6 Sol Ultra ha impiegato poche ore per scrivere la catena di attacco completa – dalla SQL injection alla Remote Code Execution – mentre comprendere pienamente la logica generata ha richiesto al ricercatore molto più tempo.
Il caso wp2shell entra così nel dibattito più ampio su come l’IA generativa possa diventare uno strumento di potenziamento, non solo per gli sviluppatori e i difensori, ma anche, potenzialmente, per gli aggressori che cercano vulnerabilità ad alto impatto economico e operativo. La stessa Searchlight Cyber ha pubblicato analisi in cui nota come exploit broker siano disposti a pagare centinaia di migliaia di dollari per una RCE nel core di WordPress, a conferma del valore strategico di bug come wp2shell nel mercato delle vulnerabilità.
Dal 7 luglio 2026 tutte le nuove auto immatricolate nell’Unione Europea dovranno essere dotate di un sistema di Advanced Driver Distraction Warning, un dispositivo che, di fatto, introduce una telecamera interna puntata sul conducente come requisito standard di sicurezza. Dietro una formula apparentemente tecnica si apre però un fronte molto più ampio, che riguarda la natura stessa del controllo digitale a bordo dei veicoli, il trattamento dei dati biometrici e la capacità reale dei cittadini di capire e verificare cosa viene registrato, elaborato e potenzialmente conservato.
Il quadro normativo europeo: da GSR2 all’ADDW
Il pilastro giuridico di questo passaggio è il Regolamento (UE) 2019/2144, noto come General Safety Regulation o GSR2, che ridefinisce i requisiti di omologazione dei veicoli in funzione della sicurezza generale e della protezione degli utenti vulnerabili della strada. La norma stabilisce che i veicoli delle categorie M e N, quindi dalla classica vettura privata al veicolo commerciale, debbano essere equipaggiati con sistemi avanzati di avviso di distrazione del conducente, con obbligo per i nuovi tipi dal 7 luglio 2024 e per tutte le nuove immatricolazioni dal 7 luglio 2026.
L’Advanced Driver Distraction Warning viene definito come “un sistema che aiuta il conducente a continuare a prestare attenzione alla situazione del traffico e lo avverte quando è distratto”, una formulazione che sembra neutra, ma che in pratica richiede una valutazione continua del livello di attenzione visiva del guidatore. Per tradurre questa definizione in specifiche tecniche la Commissione ha adottato il Regolamento Delegato (UE) 2023/2590, che dettaglia procedure di prova e requisiti hardware e software, codificando il salto qualitativo: non si tratta più solo di sensori sul volante o algoritmi che interpretano la traiettoria dell’auto, ma di sistemi di eye tracking basati su telecamere ad infrarossi montate sul piantone dello sterzo, sul cruscotto o vicino allo specchietto interno.
La stessa Commissione europea, in una nota divulgativa in inglese intitolata “Safer cars, safer roads: New rules take effect”, inserisce gli advanced driver distraction warning tra i “life-saving systems” obbligatori su tutte le nuove passenger cars e vans, al pari della frenata automatica avanzata e dei sistemi di rilevamento dei pedoni. In termini di narrazione istituzionale, l’ADDW viene quindi presentato come un tassello necessario di una più ampia strategia per ridurre drasticamente gli incidenti legati alla distrazione, soprattutto l’uso dello smartphone alla guida.
Come funziona tecnicamente un sistema ADDW
Sul piano tecnico l’ADDW è progettato per monitorare la direzione dello sguardo del conducente, la posizione della testa e in generale il campo visivo, identificando quando l’attenzione si sposta troppo a lungo lontano dalla strada. Per farlo, la regolamentazione europea definisce una “distracted vision area”, una zona visiva verso il basso che include tipicamente grembo, tunnel centrale, area del telefono, zona del passeggero anteriore e alcune aree del cruscotto non direttamente legate alla guida.
Secondo le specifiche tecniche illustrate da analisi come quella di InterRegs e da documenti di supporto pubblicati dall’Ufficio delle Pubblicazioni dell’UE, il sistema deve attivarsi automaticamente a velocità superiori a 20 km/h, funzionare sia di giorno sia di notte e mantenere le sue prestazioni in diverse condizioni di illuminazione. La logica è quella di misurare il tempo di permanenza dello sguardo in questa zona “distratta”: tra 20 e 50 km/h il sistema deve emettere un avviso se lo sguardo resta fisso nell’area definita per più di 6 secondi, mentre oltre i 50 km/h la soglia si riduce a 3,5 secondi.
Quando la distrazione viene rilevata, l’ADDW deve generare un avviso visivo, accompagnato da un segnale acustico e/o aptico, con la possibilità di intensificare l’allarme finché il conducente non riprende a guardare la strada. Dal punto di vista hardware il cuore del sistema è una telecamera, spesso ad infrarossi per operare anche al buio, collegata a un’unità elettronica che esegue algoritmi di computer vision e intelligenza artificiale, addestrati per riconoscere il volto, la direzione degli occhi, l’orientamento del capo e talvolta anche la frequenza di ammiccamento.
Questo tipo di tecnologia, già utilizzata nei sistemi di driver monitoring di fascia alta e nei veicoli semi autonomi, viene ora generalizzata: da optional di lusso diventa una dotazione standard obbligatoria, con un impatto potenzialmente enorme sul parco circolante nei prossimi anni.
Sicurezza stradale contro libertà personale: il nodo privacy
Se sul fronte della sicurezza la logica appare chiara, è sul piano della protezione dei dati e della sorveglianza che la partita si fa più opaca. Le norme tecniche europee, così come diversi report commissionati dalla stessa UE, insistono sul fatto che i sistemi ADDW devono essere progettati secondo i principi di data protection by design and by default, limitando al massimo la raccolta e il trattamento di dati personali.
Alcune analisi in lingua inglese, come il rapporto “Technical support to assess the upgrades necessary to the advanced driver distraction warning systems” e articoli tecnici dedicati, sottolineano che i dati devono essere elaborati localmente nel veicolo, in tempo reale, e non devono essere conservati né trasmessi a terzi, salvo esigenze strettamente tecniche documentate. L’idea è che l’ADDW debba limitarsi a produrre un segnale binario di “distrazione sì/no”, senza costruire uno storico o un profilo di guida del singolo individuo.
Il tema si intreccia direttamente con il GDPR. In una lettera dell’European Data Protection Board dedicata proprio alle dashcam e alle in car cameras, viene ricordato che chi tratta dati video a bordo veicolo deve valutare attentamente il proprio ruolo ai sensi del GDPR, applicare i principi di minimizzazione e trasparenza e garantire i diritti degli interessati. Nel momento in cui una telecamera interna inizia a riprendere il volto del conducente, ci si muove inevitabilmente in uno spazio dove entrano in gioco dati biometrici e potenzialmente sensibili, anche se la finalità dichiarata è la sola sicurezza stradale.
La Commissione, nei documenti pubblici, insiste sul fatto che i sistemi obbligatori non devono essere usati per il riconoscimento facciale ai fini di identificazione, e che l’elaborazione deve avvenire on board. Tuttavia, in assenza di un controllo diretto da parte dell’utente sul codice che gira all’interno del veicolo, la questione si sposta su un livello di fiducia e di auditing: quanto è realisticamente possibile verificare che la telecamera faccia solo ciò che la normativa consente e niente di più.
Possiamo davvero controllare cosa fa la telecamera con i nostri dati?
Il primo livello di controllo è quello normativo e documentale. Il Regolamento Delegato (UE) 2023/2590 richiede ai costruttori di fornire un pacchetto dettagliato di documentazione tecnica sull’ADDW, compresi gli input utilizzati dal sistema, le metriche adottate per misurare la distrazione, le limitazioni del sistema e i risultati dei test condotti con guidatori reali. Questa documentazione viene valutata dai servizi tecnici e dalle autorità di omologazione, che devono verificare la conformità del sistema alle specifiche europee.
Tuttavia, proprio le parti più sensibili dell’algoritmo, come la lista delle metriche secondarie e alcuni dettagli interni, non vengono trasmesse integralmente alle autorità, per proteggere il know how industriale. Ne risulta una situazione ambivalente: l’UE chiede trasparenza funzionale ma tutela al tempo stesso l’opacità commerciale dei sistemi, lasciando il codice e molte scelte algoritmiche sostanzialmente inaccessibili al pubblico.
Sul piano pratico, per l’utente finale, il controllo si riduce alla possibilità di leggere l’informativa privacy del costruttore, verificare quali opzioni siano disponibili nel menu del veicolo, eventualmente disattivare o limitare alcune funzionalità e, nei casi estremi, rivolgersi alle autorità di protezione dei dati se sospetta un uso improprio. Alcuni produttori, secondo gli osservatori di settore, stanno già introducendo dashboard di impostazioni che consentono di vedere quali sistemi di assistenza sono attivi, quali dati vengono utilizzati e per quali funzioni, ma il livello di granularità offerto varia da marchio a marchio.
Un ulteriore livello di controllo potrebbe venire da audit indipendenti, condotti da laboratori o enti terzi, che testano i sistemi con strumenti propri per verificare se, ad esempio, il flusso video resta confinato all’unità di controllo o se vengono generate e memorizzate immagini o estratti dati riconducibili al volto del conducente. Ad oggi però non esiste un meccanismo standardizzato a livello UE che consenta ai cittadini di ottenere una certificazione indipendente e leggibile sul comportamento effettivo della telecamera a bordo del proprio veicolo, e il dibattito su questo punto appare ancora in evoluzione.
Era davvero necessario rendere obbligatoria la telecamera in auto?
La domanda se questo passaggio fosse davvero necessario merita di essere affrontata su più piani. Dal punto di vista della sicurezza, l’UE si muove sulla base di dati che mostrano la distrazione come una delle cause principali di incidenti gravi, con l’uso dello smartphone al volante tra i comportamenti più diffusi e difficili da contrastare con i soli controlli su strada. In questo senso, i sistemi di monitoraggio dell’attenzione promettono di offrire una contromisura continua, capace di intervenire proprio nei momenti in cui il conducente abbassa lo sguardo per leggere un messaggio o controllare un’app.
D’altra parte, l’evoluzione normativa mostra anche una progressione graduale. Prima sono arrivati i sistemi di avviso di sonnolenza e attenzione del conducente basati su segnali indiretti, come il movimento del volante o la traiettoria del veicolo, poi gli ADAS sempre più invasivi, dalla frenata automatica all’assistente di corsia, fino ad arrivare all’ADDW che entra letteralmente nel campo visivo e nel volto del guidatore. Per molti critici si tratta di un salto di qualità simbolico: la macchina non osserva più solo come guidiamo, ma guarda direttamente noi, nella nostra espressione e nel nostro comportamento fisico.
Alcuni commentatori parlano apertamente di “obbligo di telecamera in auto” e sottolineano che, pur con tutte le garanzie formali su elaborazione locale e non conservazione dei dati, si apre una finestra tecnologica che in futuro potrebbe essere sfruttata per funzioni ulteriori, come il profiling assicurativo, il pay per use basato sul comportamento o addirittura il controllo di conformità a determinate regole.
La normativa attuale non consente questi usi senza una base giuridica aggiuntiva e un consenso esplicito, ma la presenza fisica della telecamera e dell’infrastruttura algoritmica rende molto più semplice introdurre nuove funzionalità tramite aggiornamenti software.
La questione diventa quindi politica e culturale oltre che tecnica. La stessa strategia UE sulla sicurezza stradale punta a una “Vision Zero” di morti sulle strade, e in questo quadro l’ADDW viene giustificato come uno strumento necessario, quasi inevitabile, per contrastare la distrazione digitale. Il prezzo, tuttavia, è l’accettazione di una nuova normalità in cui l’abitacolo non è più uno spazio pienamente privato, ma un ambiente dove la nostra attenzione, il nostro volto e i nostri micro movimenti vengono continuamente misurati e valutati da un sistema automatizzato.
Verso quale equilibrio tra sicurezza e controllo
Guardando alle fonti ufficiali e alla migliore letteratura tecnica in lingua inglese emerge un quadro complesso. Da un lato, l’obbligo di ADDW dal 2026 è sostenuto da una narrativa forte di prevenzione degli incidenti e supportato da studi che mostrano l’efficacia dei sistemi di monitoraggio della distrazione nel ridurre i rischi, soprattutto sulle lunghe percorrenze e nel traffico autostradale. Dall’altro, la combinazione di telecamere interne, algoritmi di analisi del volto e opacità commerciale dei software alimenta un legittimo timore di derive verso modelli di sorveglianza più pervasivi, difficili da controllare dal basso.
Molto dipenderà da come l’Unione Europea e le autorità nazionali sapranno tradurre in pratica i principi già presenti nei testi: minimizzazione del dato, elaborazione locale, divieto di riconoscimento facciale, audit indipendenti sui sistemi e possibilità per gli utenti di capire, almeno a livello funzionale, cosa accade alle immagini catturate dall’abitacolo. Per il momento l’ADDW rappresenta un caso emblematico della direzione intrapresa dalla regolazione europea: la sicurezza viene potenziata attraverso un’ulteriore integrazione tra corpo, macchina e algoritmi, in un equilibrio sempre più delicato tra tutela della vita e protezione della sfera privata.
In questo scenario, la domanda su “quanto fosse necessario” l’obbligo della telecamera non ha una sola risposta, ma obbliga a riconoscere che la frontiera tra assistenza alla guida e sorveglianza digitale si è spostata ancora un passo più in là, e che la capacità di monitorare ciò che i sistemi fanno davvero con i nostri dati diventa non solo un tema tecnico, ma un terreno cruciale di discussione democratica.
L’opinione
di Alessandro Trizio Le norme che si stanno accavallando, dalla chat control al controllo dell’attenzione alla guida fino a molti altri ambiti, vanno tutte in una sola direzione: il monitoraggio completo e senza possibilità di scelta del cittadino. Salvare vite è una nobile causa, ma tutto questo si sta trasformando in un controllo totale senza possibilità di verifica diretta da parte nostra, senza sapere effettivamente, in questo caso, cosa stia registrando la telecamera. Si continua a invadere la libertà personale e a pensare sempre al cittadino come a un bambino di pochi mesi, che non sa gestirsi né gestire alcunché da solo, ma che ha bisogno del “padre padrone” Europa. È ora che l’Europa smetta di voler guidare ogni aspetto della nostra vita e inizi ad aiutarci a vivere meglio.
Gli attacchi con droni di superficie statunitensi contro il porto iraniano di Bandar Abbas rappresentano una svolta storica nella guerra navale contemporanea, segnando la prima volta in cui la US Navy impiega operativamente “sea drones” in un’azione di combattimento contro un’infrastruttura militare di uno stato rivale.
Un’operazione senza precedenti nel Golfo
Le forze del Comando Centrale degli Stati Uniti hanno utilizzato tre droni di superficie Corsair per colpire un complesso di manutenzione per sottomarini e unità navali all’interno della base di Bandar Abbas, lungo la costa meridionale dell’Iran affacciata sul Golfo Persico e sullo strategico Stretto di Hormuz.
Secondo la comunicazione ufficiale di CENTCOM, si è trattato di “multiple one-way attack surface drones”, cioè piattaforme impiegate come vettori d’attacco a senso unico, programmati per dirigersi contro il bersaglio e detonare, una modalità che ricorda l’uso dei droni kamikaze nel dominio aereo ma trasferita ora sul piano marittimo.
Il video diffuso dall’esercito statunitense mostra i droni avvicinarsi ai moli e alle infrastrutture del porto militare, con esplosioni che provocano incendi e colonne di fumo visibili sopra Bandar Abbas. CENTCOM ha sottolineato che le strutture colpite includevano installazioni dedicate alla manutenzione di sottomarini e unità navali, considerate parte dell’apparato iraniano impiegato negli ultimi mesi per minacciare o interferire con il traffico commerciale nel Golfo e nel vicino Stretto di Hormuz. In una nota, il comando ha affermato che l’operazione ha “degradato la capacità dell’Iran di continuare ad attaccare la navigazione commerciale”, collegando direttamente il raid con la sicurezza delle rotte energetiche globali.
I droni Corsair: un nuovo strumento di guerra navale
Droni Corsair Saronic Technologies
Il cuore tecnologico di questa operazione risiede nei Corsair, droni di superficie prodotti dalla società statunitense Saronic Technologies e integrati nella rete di sistemi autonomi e di intelligenza artificiale della US Navy. Il Corsair è una piattaforma lunga circa 24 piedi, alimentata da motore diesel, con una autonomia dichiarata di oltre 1.000 miglia nautiche e una capacità di carico di circa 1.000 libbre, in grado di viaggiare a velocità superiori ai 35 nodi. Queste specifiche consentono al drone di operare in un vasto raggio d’azione, di trasportare sensori, sistemi d’arma o carichi esplosivi, e di agire con un profilo difficilmente prevedibile per le difese tradizionali.
Secondo le informazioni diffuse dalla stessa Saronic e riprese dai media di settore, il Corsair è progettato per svolgere missioni di intelligence, sorveglianza e ricognizione (ISR), di pattugliamento di superficie e di supporto logistico, sia in ambienti permissivi sia in contesti contestati.
La piattaforma integra uno stack di intelligenza artificiale e un’architettura aperta che permette la rapida integrazione di sensori e software di autonomia, rendendola un sistema flessibile e continuamente aggiornabile, adatto alla guerra navale della prossima generazione. Saronic, commentando l’operazione, ha dichiarato di essere “orgogliosa” del ruolo svolto dai suoi sistemi, sottolineando la volontà di proseguire nello sviluppo di capacità autonome destinate a rafforzare la sicurezza degli Stati Uniti e dei loro alleati.
Questa non è la prima volta che i Corsair compaiono nello scenario operativo del Golfo, ma è la prima occasione in cui vengono utilizzati come vettori d’attacco contro un obiettivo iraniano. Nei mesi precedenti, la US Navy li aveva impiegati in operazioni di test e in missioni di supporto: un episodio particolarmente significativo, riportato da Military Times, riguarda il recupero di due militari dopo la caduta di un elicottero AH-64 Apache durante una pattuglia nei pressi dello Stretto di Hormuz, quando un Corsair è stato utilizzato per la prima volta in un’operazione di salvataggio pubblicamente riconosciuta.
Task Force 59 e la dottrina dei sistemi autonomi
US Navy ha istituito la Unmanned Task Group 59.1
L’uso dei Corsair in attacco si inserisce nel quadro più ampio della strategia statunitense di integrazione dei sistemi autonomi nelle operazioni marittime in Medio Oriente. Nel 2024 la US Navy ha istituito la Unmanned Task Group 59.1, soprannominata “The Pioneers”, con sede in Bahrain e parte della più ampia Task Force 59, responsabile dell’impiego di droni e piattaforme autonome nell’area di responsabilità della Quinta Flotta. Il mandato di questa unità include lo “stress test” dei droni di superficie, con l’obiettivo di verificare le loro prestazioni in scenari reali e integrarli in architetture operative complesse, in cui sistemi senza equipaggio collaborano con unità tradizionali e operatori specializzati.
In precedenza, Task Force 59 aveva lanciato un piccolo gruppo di droni dal porto di Aqaba, in Giordania, nel Mar Rosso, con la missione di osservare il “pattern of life” marittimo nella regione, cioè i flussi regolari di navigazione e le anomalie potenzialmente indicatrici di attività ostili o clandestine. Questa fase di sorveglianza ha rappresentato un banco di prova per l’utilizzo dei droni marittimi come strumenti di maritime domain awareness, capaci di raccogliere e processare in modo continuo enormi quantità di dati sulle rotte commerciali, sui movimenti navali e sulle zone a rischio.
Con il raid su Bandar Abbas, la missione di Task Force 59 evolve dalla mera osservazione all’impiego diretto in operazioni di strike, evidenziando una transizione dottrinale nella guerra navale statunitense: i sistemi autonomi non sono più solo sensori, ma diventano vettori offensivi, integrati nelle campagne di deterrenza e di risposta contro potenziali minacce, in questo caso legate alla postura iraniana sul traffico commerciale.
Il contesto politico: licenza sul petrolio e fine del cessate il fuoco
La tempistica dell’attacco con i droni di superficie non è casuale e si inserisce in un contesto politico già teso tra Washington e Teheran. Il 7 luglio gli Stati Uniti hanno revocato una licenza che consentiva all’Iran di vendere petrolio, un provvedimento che incide direttamente sulle entrate strategiche della Repubblica Islamica e sulle sue capacità di finanziamento delle operazioni regionali. La decisione è stata seguita da un annuncio del presidente Donald Trump, che ha dichiarato formalmente terminato il cessate il fuoco tra i due paesi iniziato l’8 aprile, pur affermando che Teheran aveva accettato di continuare a negoziare.
In parallelo alla revoca della licenza petrolifera, le forze statunitensi hanno lanciato una serie di attacchi contro “decine di obiettivi militari iraniani”, fra cui il raid su Bandar Abbas basato sull’impiego dei Corsair, con l’obiettivo dichiarato di ridurre la capacità iraniana di colpire la navigazione commerciale nella regione. Questi elementi fanno emergere una strategia a doppio binario: pressione economica, attraverso la leva energetica, e pressione militare, mediante l’uso di strumenti tecnologicamente avanzati e a bassa esposizione di personale, tipici della guerra “a distanza” contemporanea.
Reazioni iraniane: esplosioni, vittime e ritorsioni regionali
La risposta iraniana e regionale all’operazione statunitense conferma la delicatezza del momento. I media di stato iraniani hanno segnalato esplosioni in diverse località, tra cui Bandar Abbas, Sirik, Jask e l’isola di Qeshm, tutte aree strategiche lungo la costa del Golfo e vicino alle rotte che attraversano lo Stretto di Hormuz. L’agenzia IRNA ha riportato la morte di una persona e il ferimento di altre quattro a causa di un proiettile che ha colpito una stazione di pompaggio dell’acqua nella contea di Mahshahr, nella provincia di Khuzestan, regione ricca di risorse petrolifere e più volte teatro di tensioni politiche e sociali.
Parallelamente, i Guardiani della Rivoluzione (IRGC) hanno rivendicato attacchi di ritorsione contro strutture militari in Kuwait, Bahrain e Giordania, segnalando un ampliamento del teatro di confronto ben oltre il semplice duello tra Stati Uniti e Iran. Questi paesi ospitano importanti installazioni militari occidentali e basi logistiche per le operazioni nel Golfo e nel Levante, rendendo la loro sicurezza un elemento chiave nella stabilità regionale. La narrativa iraniana presenta tali attacchi come risposta a un’aggressione diretta al proprio territorio e alle proprie infrastrutture navali, inserendoli in un quadro più ampio di “resistenza” alle presunte ingerenze degli Stati Uniti e dei loro alleati.
La dimensione mediatica: narrazioni divergenti e linguaggi di legittimazione
La dimensione mediatica
Le testate arabe di area saudita e mediorientale, come Arab News, evidenziano il collegamento fra l’operazione e la sicurezza della navigazione commerciale, riprendendo la formula di CENTCOM secondo cui l’attacco ha “degradato la capacità dell’Iran di continuare ad attaccare la navigazione commerciale”, ma mettono in luce anche la risposta iraniana, con particolare attenzione alle ritorsioni in Kuwait, Bahrain e Giordania. In questo contesto, il racconto assume una dimensione più regionale, sottolineando il rischio di escalation che coinvolge non solo gli Stati Uniti e l’Iran, ma anche gli stati del Golfo e del Levante in cui sono presenti basi e infrastrutture militari occidentali.
La copertura mediatica degli eventi evidenzia come la stessa operazione venga incorniciata diversamente a seconda delle testate e delle lingue. Nei media anglofoni, in particolare nelle testate statunitensi specializzate in questioni militari come Military Times e USNI News, l’accento è posto sulla “prima volta” dei droni di superficie in combattimento e sull’innovazione tecnologica della US Navy, con dettagli tecnici sulle capacità dei Corsair, sul ruolo di Task Force 59 e sulla trasformazione dottrinale della guerra marittima.
Le fonti iraniane, dal canto loro, insistono sulle esplosioni e sui danni interni, e sulla necessità di una risposta “proporzionata”, costruendo una narrativa di difesa della sovranità e della sicurezza nazionale di fronte a un’azione percepita come violazione diretta del territorio e dello spazio marittimo iraniano. Questa pluralità di narrazioni – tecnologica, regionale, sovranista – contribuisce a rendere l’evento non solo un fatto militare, ma anche un caso emblematico della guerra informativa contemporanea, in cui ogni attore cerca di definire il senso politico dell’uso di nuove tecnologie belliche.
Implicazioni strategiche per la sicurezza marittima
L’impiego di droni di superficie come vettori d’attacco contro un porto militare di uno stato sovrano solleva diverse questioni strategiche. Da un lato, gli Stati Uniti inviano un messaggio chiaro sulla volontà di difendere il traffico commerciale nel Golfo e nello Stretto di Hormuz, ricorrendo a sistemi che riducono il rischio per il personale e ampliano le opzioni operative, con un potenziale effetto deterrente nei confronti di ulteriori azioni iraniane contro navi mercantili e tankers. Dall’altro lato, l’Iran può interpretare questo impiego come una nuova soglia di ostilità, aumentando il rischio di risposte simmetriche o asimmetriche, magari attraverso il proprio arsenale di droni aerei e marini, oppure tramite l’azione di proxy regionali.
Nel più ampio scenario geopolitico, l’episodio si inserisce in una fase di competizione tecnologica crescente, in cui la capacità di utilizzare sistemi autonomi su larga scala e di integrarli in architetture di comando e controllo basate sull’intelligenza artificiale diventa una componente decisiva della potenza marittima. L’uso dei Corsair a Bandar Abbas segnala agli altri attori – inclusi Russia, Cina e potenze regionali – che la US Navy è pronta a passare da una fase di sperimentazione a una fase di operatività piena, in cui i droni di superficie non sono più sperimentali ma parte integrante del repertorio di strumenti per le operazioni di precisione.
La guerra del futuro: sistemi senza equipaggio e responsabilità politica
Infine, l’operazione solleva interrogativi sulla responsabilità politica e giuridica nell’uso dei sistemi autonomi. Anche se i Corsair agiscono sulla base di missioni programmate e di capacità di autonomia, la loro impiegabilità come armi d’attacco pone il problema di chi sia responsabile in caso di errori, colpi fuori bersaglio o danni collaterali significativi. Nel caso di Bandar Abbas, l’obiettivo è stato presentato come un complesso militare, ma le notizie di vittime e danni in infrastrutture civili, come la stazione di pompaggio dell’acqua a Mahshahr, evidenziano come la linea di demarcazione tra bersaglio militare e impatto sulla popolazione resti fragile, specialmente in aree densamente urbanizzate e militarizzate.
Sul piano politico, l’impiego di sea drones in un contesto di fine del cessate il fuoco e di crescente pressione economica sull’Iran indica che Washington considera i sistemi autonomi una componente utilizzabile non solo in scenari di guerra dichiarata, ma anche in campagne di coercizione e deterrenza a bassa intensità, dove l’obiettivo è influenzare il comportamento di un attore statale senza ricorrere a operazioni su larga scala. Per Teheran e per gli stati della regione, l’evento costituisce un segnale che le future crisi nel Golfo potranno essere combattute non solo con navi e aerei tradizionali, ma con flotte invisibili di droni, capaci di agire in modo coordinato su mari, cieli e forse, in prospettiva, anche sotto la superficie.
In questo quadro, le prime immagini dei Corsair che si dirigono contro i moli di Bandar Abbas e le colonne di fumo che si alzano dal porto possono essere lette come l’icona di una nuova era: la guerra navale entra nel tempo delle piattaforme autonome, e il confine tra tecnologia, politica e sicurezza energetica diventa sempre più stretto, destinato a ridefinire gli equilibri nel Golfo Persico e nel sistema internazionale nel suo complesso.
Donald Trump ha annunciato che Stati Uniti e Iran hanno concordato di proseguire i colloqui, ma ha dichiarato che la tregua è ormai finita, aprendo una fase nuova e più incerta del confronto tra Washington e Teheran. Il messaggio, affidato al suo profilo su Truth Social, intreccia la retorica della pressione militare con l’apertura negoziale, accentuando la sensazione di un equilibrio estremamente fragile nel Golfo e nello stretto di Hormuz.
Un negoziato che continua mentre la tregua si spezza
In un post sul suo social network, Trump ha affermato che “la Repubblica Islamica dell’Iran ha chiesto di continuare i colloqui” e che gli Stati Uniti hanno accettato, chiarendo però “in termini inequivocabili” che il cessate il fuoco è “finito”. Questo doppio binario, negoziato aperto e tregua chiusa, riflette una dinamica già visibile nelle ultime settimane, in cui i contatti indiretti tra Washington e Teheran si sono sovrapposti a nuove minacce militari e a incidenti sul traffico marittimo nel Golfo.
L’accordo di cessate il fuoco, nato come memorandum di intesa di 60 giorni per creare uno spazio diplomatico dopo i raid statunitensi e israeliani che avevano innescato il conflitto con l’Iran, era stato già descritto da Trump come “over”, cioè finito, in occasione di un vertice NATO ad Ankara. Il presidente aveva dichiarato di non voler più “avere a che fare” con Teheran, salvo poi tornare a confermare la disponibilità a nuovi colloqui, segno di una strategia che alterna rottura e riapertura senza un chiaro quadro di lungo periodo.
Missili puntati su Teheran e rischio escalation nello stretto di Hormuz
Nel suo recente intervento, Trump ha ribadito che missili statunitensi sono già puntati contro l’Iran e verrebbero lanciati se Teheran “portasse a termine o anche solo tentasse” un assassinio del presidente. Questa formulazione non solo alza la soglia della deterrenza personale, ma inserisce l’eventuale targeting del presidente statunitense nel quadro di una risposta militare immediata, con implicazioni rilevanti per la percezione del rischio da parte della leadership iraniana.
Parallelamente, Washington insiste perché l’Iran dichiari pubblicamente che cesserà gli attacchi alle navi e che garantirà corsie sicure per il traffico commerciale nello stretto di Hormuz, una delle arterie fondamentali per l’export globale di petrolio. L’area ha già visto rallentamenti del traffico di petroliere e tensioni crescenti, mentre Trump ha ventilato la possibilità di imporre tasse di passaggio sullo stretto se i colloqui dovessero fallire, trasformando il controllo di quel choke point strategico in leva economica e geopolitica al servizio della pressione su Teheran.
Il ruolo di Qatar e Pakistan e la narrativa iraniana
Fin dall’inizio del fragile processo diplomatico, Qatar e Pakistan hanno svolto funzioni di mediazione, ospitando incontri tecnici e facendo da tramite tra le delegazioni statunitense e iraniana. Nella località svizzera di Buergenstock, una prima tornata di colloqui ad alto livello aveva prodotto una roadmap di 60 giorni, accompagnata da meccanismi per ridurre il rischio di incidente nel Libano meridionale e per garantire comunicazioni di emergenza sul traffico navale. Questi elementi tecnici, pur non risolvendo il conflitto, indicavano la volontà di congelare temporaneamente l’escalation in alcuni teatri sensibili.
Dall’altro lato, la narrativa iraniana rimane improntata alla difesa e alla negazione di una richiesta di colloqui, almeno sul piano pubblico. Teheran ha smentito di aver chiesto un nuovo ciclo di negoziati con Washington, mentre figure di vertice hanno parlato di “difesa totale” nel caso in cui gli Stati Uniti tradissero gli impegni dell’intesa provvisoria. Per l’Iran, dunque, la prosecuzione dei contatti è presentata come risposta a pressioni esterne e non come concessione politica, in linea con una retorica che punta a non mostrare debolezza dopo la morte della guida suprema Ayatollah Ali Khamenei e i giorni di mobilitazione nazionale che ne sono seguiti.
Tra accordo possibile e minaccia di “finire il lavoro”
Negli ultimi interventi, Trump ha scandito la situazione con una formula netta: ci sarà “un accordo con l’Iran” oppure gli Stati Uniti “porteranno a termine il lavoro”, lasciando intendere che la prosecuzione del conflitto rimane opzione concreta se la via diplomatica dovesse arenarsi. L’ombra di nuovi raid e di una campagna militare più ampia continua quindi a pesare sulle scelte iraniane, mentre Washington manovra tra pressioni militari, richieste di impegni pubblici sullo stretto di Hormuz e concessioni limitate in ambito economico, come le parziali deroghe all’export di petrolio e petrolchimico e l’alleggerimento del blocco su alcuni asset iraniani.
In questo quadro, la compresenza di colloqui in corso e di una tregua dichiarata “finita” configura un contesto instabile, in cui ogni incidente navale, raid mirato o minaccia personale potrebbe trasformarsi nel detonatore di una nuova fase di guerra aperta. La partita si gioca non solo sulla linea Washington–Teheran, ma anche sul ruolo dei mediatori regionali, sulla capacità dei Paesi rivieraschi del Golfo di sostenere o sabotare i corridoi energetici, e sulla credibilità di un presidente statunitense che usa i social per annunciare contemporaneamente l’apertura di tavoli negoziali e la fine delle tregue.
L’intersezione tra la tutela dei minori e il diritto fondamentale alla privacy digitale rappresenta una delle sfide legislative e tecnologiche più complesse del ventunesimo secolo. Al centro di questo acceso dibattito nell’Unione Europea si colloca la proposta della Commissione Europea di un “Regolamento recante norme per prevenire e contrastare l’abuso sessuale sui minori”, formalmente nota come CSAR (Child Sexual Abuse Regulation) e colloquialmente definita “Chat Control” dai suoi critici e dalla stampa specializzata.
Questo dossier tecnico esamina in modo esaustivo e accessibile l’architettura legale, politica e tecnologica del Chat Control. Il documento traccia l’evoluzione della normativa dal regime temporaneo (Chat Control 1.0) al quadro permanente attualmente in fase di negoziazione nei triloghi europei (Chat Control 2.0). L’analisi risponde puntualmente agli interrogativi sollevati dal dibattito pubblico: chi sono i soggetti sottoposti a monitoraggio, come si sono svolte le complesse dinamiche di voto in seno al Parlamento Europeo, e, soprattutto, attraverso quale meccanismo tecnico la versione 2.0 del regolamento andrebbe a incidere sulle comunicazioni protette da crittografia end-to-end (E2EE), verificando la fondatezza delle preoccupazioni sollevate dalla comunità scientifica internazionale.
Introduzione al quadro normativo e al conflitto sui diritti Fondamentali
La genesi del Chat Control affonda le proprie radici nella pressante necessità di arginare la proliferazione del materiale pedopornografico (CSAM, Child Sexual Abuse Material) e il fenomeno dell’adescamento online di minori, comunemente noto come grooming. L’obiettivo legislativo, in sé, è inequivocabile e gode di un consenso politico unanime: proteggere i soggetti più vulnerabili dallo sfruttamento e dagli abusi nell’ecosistema digitale. Tuttavia, i mezzi ingegneristici e legali proposti per raggiungere tale fine hanno innescato un conflitto costituzionale senza precedenti all’interno delle istituzioni europee.
Da un lato vi è l’imperativo morale, oltre che legale, di fornire alle forze dell’ordine e alle agenzie investigative strumenti efficaci per contrastare reti criminali sempre più sofisticate; dall’altro, vi sono i diritti inalienabili sanciti dalla Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea. Nello specifico, il dibattito si concentra sul diritto al rispetto della vita privata e familiare (Articolo 7), sulla protezione dei dati di carattere personale (Articolo 8) e sulla libertà di espressione (Articolo 11).
Il fulcro della controversia si condensa attorno al concetto giuridico e tecnico di “sorveglianza di massa indiscriminata”. La legislazione europea e la consolidata giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE) vietano storicamente l’imposizione di obblighi di monitoraggio generale e preventivo per i fornitori di servizi di comunicazione. Il Chat Control, nelle sue varie iterazioni legislative, sfida direttamente questo paradigma consolidato. Per poter operare con l’efficacia richiesta dai promotori, il sistema necessita dell’accesso, dell’intercettazione e dell’analisi sistematica delle comunicazioni private di milioni di cittadini europei che non sono in alcun modo sospettati di aver commesso un crimine.
Il cortocircuito normativo: l’EECC e le origini del Chat Control
Per comprendere a fondo la necessità che ha spinto la Commissione Europea a formulare la proposta del Chat Control, è indispensabile fare un passo indietro e analizzare un cortocircuito normativo venutosi a creare tra il 2020 e il 2021.
Storicamente, le grandi piattaforme tecnologiche, prevalentemente con sede negli Stati Uniti (come Microsoft, Google e Facebook), effettuavano scansioni volontarie dei messaggi, delle e-mail non crittografate e dei file archiviati nei cloud dei propri utenti alla ricerca di CSAM. I risultati di queste scansioni automatizzate venivano poi inviati al National Center for Missing and Exploited Children (NCMEC) negli Stati Uniti, che fungeva da snodo centrale per le indagini globali.
Il panorama legale è mutato radicalmente con l’entrata in vigore del Codice Europeo delle Comunicazioni Elettroniche (EECC) alla fine del 2020. Questa direttiva aveva uno scopo di tutela dei consumatori: estendere i rigorosi requisiti di riservatezza e segretezza delle comunicazioni, previsti dalla Direttiva ePrivacy (2002/58/CE), anche ai cosiddetti servizi OTT (Over-The-Top). I servizi OTT includono i servizi di comunicazione interpersonale indipendenti dal numero, ovvero piattaforme come WhatsApp, Facebook Messenger, Gmail, Skype e le chat interne ai videogiochi.
Nel momento in cui la Direttiva ePrivacy è diventata applicabile a questi servizi OTT, le scansioni volontarie effettuate dalle aziende tecnologiche americane sui cittadini europei sono diventate, di fatto, illegali sul suolo dell’Unione, in quanto violavano il divieto di intercettazione e sorveglianza delle comunicazioni elettroniche senza un mandato specifico. Le aziende si sono trovate costrette a sospendere le scansioni in Europa per non incorrere nelle sanzioni previste dalle autorità garanti della privacy.
L’era del chat control 1.0: la deroga temporanea (reg. UE 2021/1232)
Di fronte all’interruzione dei flussi di segnalazione di CSAM provenienti dall’Europa, nel settembre 2020 la Commissione Europea è corsa ai ripari presentando una proposta legislativa d’urgenza. Questo testo mirava a creare un’esenzione legale, una deroga temporanea alla Direttiva ePrivacy, per consentire il ripristino delle pratiche di scansione. Il regolamento provvisorio, adottato formalmente il 14 luglio 2021 ed entrato in vigore nell’agosto dello stesso anno (Regolamento UE 2021/1232), è stato rapidamente ribattezzato dalla stampa e dalla società civile come Chat Control 1.0.
Il Chat Control 1.0 si basava su alcune caratteristiche operative e giuridiche molto specifiche:
Volontarietà dell’azione: il regolamento permetteva, ma non obbligava in alcun modo, i fornitori di servizi di comunicazione OTT a derogare alle norme sulla riservatezza per scansionare contenuti e metadati.
Esclusione de facto della crittografia: le pratiche di scansione consentite dal Chat Control 1.0 si applicavano esclusivamente ai servizi non crittografati end-to-end. Le e-mail ospitate su server (come Gmail o Outlook), i messaggi diretti non protetti sui social network (come Instagram o Facebook Messenger), e le piattaforme di archiviazione file erano i bersagli principali della misura.
Natura transitoria: consapevole della fragilità giuridica di una deroga ai diritti fondamentali, il legislatore aveva concepito il regolamento come una misura ponte. Conteneva una “sunset clause” che ne fissava la scadenza al 3 agosto 2024, data entro la quale le istituzioni avrebbero dovuto approvare un quadro normativo permanente ed equilibrato (il futuro Chat Control 2.0).
Lo scontro istituzionale e la scadenza del 2026
I ritardi cronici nell’approvazione della legislazione permanente hanno costretto l’Unione Europea a estendere il Chat Control 1.0. Una prima proroga ha spostato la scadenza al 3 aprile 2026. Con l’avvicinarsi inesorabile di questa nuova data limite, e con il Chat Control 2.0 ancora impantanato nei negoziati tra gli Stati membri, la Commissione Europea ha formulato, nel dicembre 2025, una proposta per una seconda estensione di due anni, fino all’aprile 2028.
Il percorso di questa seconda estensione ha generato una crisi istituzionale. Il 26 marzo 2026, il Parlamento Europeo, riflettendo le crescenti preoccupazioni sui diritti civili e l’insofferenza per l’uso prolungato di una deroga d’emergenza, ha respinto la proposta di estensione in prima lettura. Il voto è stato netto: 311 voti contrari all’estensione, 228 a favore e 92 astensioni. L’effetto giuridico è stato immediato: il 3 aprile 2026 la base legale per la scansione volontaria è decaduta. Molte piattaforme hanno dovuto sospendere le operazioni di rilevamento in Europa, mentre altre, come ha notato l’organizzazione Electronic Frontier Foundation, hanno continuato a operare in un pericoloso vuoto normativo.
La manovra procedurale del luglio 2026
Il rigetto parlamentare del marzo 2026 sembrava aver chiuso il capitolo della deroga temporanea. Tuttavia, l’iter ha subito un’inversione di marcia drammatica durante i mesi estivi, orchestrata principalmente dal Consiglio dell’Unione Europea e sostenuta dai vertici del Partito Popolare Europeo (PPE) all’interno del Parlamento. Il Consiglio ha riproposto il testo originale della Commissione (quello che estendeva la deroga al 2028), forzando il Parlamento a una “seconda lettura”.
La Presidente del Parlamento Europeo, Roberta Metsola, ha accelerato i tempi avvalendosi della procedura d’urgenza (Articolo 170 del Regolamento), fissando il voto decisivo per il 9 luglio 2026, esattamente l’ultima sessione plenaria utile prima della pausa estiva e subito dopo le elezioni europee. Questa tempistica ha sollevato forti critiche, poiché la seconda lettura prevede un meccanismo di ribaltamento dell’onere decisionale altamente insidioso: per respingere o emendare la posizione adottata dal Consiglio, non è sufficiente una maggioranza semplice dei presenti, ma è richiesta la maggioranza assoluta dei componenti del Parlamento Europeo (ovvero 361 voti su 720).
I risultati della votazione del 9 luglio 2026 hanno evidenziato la spaccatura dell’emiciclo e la peculiarità della regola procedurale applicata:
Posizione di voto (9 luglio 2026)
Numero di voti (eurodeputati)
Esito pratico
A favore del rigetto/emendamento (contro l’estensione del Chat Control 1.0)
314
Non raggiunge la soglia assoluta di 361 voti richiesta per il rigetto.
Contro il rigetto/emendamento (a favore della posizione del Consiglio per estendere il testo)
276
Minoranza dei presenti, ma sufficiente per far passare il testo per mancato raggiungimento del quorum avverso.
Astensioni
17
Ininfluenti ai fini del calcolo della maggioranza assoluta.
Nonostante la maggioranza dei parlamentari presenti avesse votato contro il ripristino della scansione di massa (314 contro 276), il mancato raggiungimento della soglia procedurale dei 361 voti ha determinato l’adozione automatica della posizione del Consiglio. Di conseguenza, il Chat Control 1.0 è stato ripristinato ed esteso legalmente fino al 3 aprile 2028. Esponenti per i diritti digitali e numerosi legislatori hanno condannato la manovra. L’ex eurodeputato Patrick Breyer ha definito l’accaduto “una farsa che danneggia la democrazia”, sottolineando come un espediente procedurale abbia permesso di perpetuare una sorveglianza di massa contro la chiara volontà politica della maggioranza dei votanti.
Dal volontario all’obbligatorio: l’architettura del chat control 2.0 (CSAR)
Mentre il Chat Control 1.0 fornisce, seppur tra le polemiche, un’esenzione legale temporanea, il vero campo di battaglia sul futuro della privacy si gioca sul testo del Chat Control 2.0 (Regolamento CSAR). Questa proposta mira a istituire un quadro normativo permanente, vincolante per tutti gli attori del mercato e, soprattutto, tecnologicamente onnicomprensivo.
La proposta iniziale della Commissione (maggio 2022)
L’11 maggio 2022, la Commissione Europea ha presentato la prima bozza del regolamento CSAR. Il testo segnava un drastico passaggio filosofico e legale: si passava dalla facoltà concessa alle aziende di scansionare volontariamente i contenuti (Chat Control 1.0) all’obbligo tassativo di rilevare, segnalare e rimuovere il materiale pedopornografico dai propri server e network.
L’impianto originale ruotava attorno all’emissione di “ordini di rilevamento” (detection orders). Qualora un’autorità nazionale avesse ritenuto che una determinata piattaforma presentasse un rischio significativo di essere utilizzata per la condivisione di CSAM, avrebbe potuto ingiungere all’azienda di installare sistemi di monitoraggio automatizzati. Tali ordini avrebbero costretto le piattaforme ad analizzare sistematicamente tutte le comunicazioni private dei propri utenti, alla ricerca non solo di materiale fotografico o video già noto alle autorità, ma anche di materiale nuovo (generato artificialmente o inedito) e di schemi conversazionali e comportamentali riconducibili all’adescamento. La proposta includeva anche l’istituzione di una nuova agenzia decentralizzata, l’EU Centre on Child Sexual Abuse (EUCSA), concepita per fungere da hub di coordinamento tra le piattaforme tecnologiche, le polizie nazionali e l’Europol.
Chi viene controllato?
Una delle critiche più aspre mosse al CSAR riguarda l’ampiezza dello spettro di sorveglianza. Il Chat Control inverte il paradigma investigativo tradizionale: il sistema non cerca le prove di un crimine analizzando i dispositivi di un sospettato sulla base di un mandato mirato (sorveglianza giudiziaria), ma analizza le comunicazioni di tutti i cittadini per identificare chi potrebbe essere un criminale.
I soggetti controllati, in caso di attuazione del regolamento, includono chiunque utilizzi servizi digitali all’interno dell’Unione Europea. Le piattaforme assoggettate agli obblighi includono:
Servizi di messaggistica istantanea (es. WhatsApp, Signal, Telegram, iMessage).
Servizi di posta elettronica (es. Gmail, Outlook, ProtonMail).
Chat integrate nei videogiochi (es. Xbox Live, PlayStation Network, Discord).
Servizi di archiviazione cloud personale e file hosting (es. iCloud, Google Drive, OneDrive, Dropbox).
Ogni fotografia di famiglia, documento aziendale riservato, cartella clinica condivisa via chat, scambio di messaggi intimi tra adulti o conversazione lavorativa transita, di fatto, attraverso l’infrastruttura di analisi probabilistica descritta dalla normativa.
L’inclusione della crittografia end-to-end: la fine della sicurezza matematica
Il punto focale della query originaria richiede di verificare la validità di una specifica preoccupazione tecnica: è vero che il Chat Control 2.0 includerebbe le comunicazioni end-to-end (E2EE)?
La risposta, dopo un’analisi incrociata del testo legale e della fattibilità tecnica, è inequivocabilmente Sì. Sebbene il legislatore abbia tentato di mascherare questa realtà attraverso formulazioni semantiche rassicuranti, l’infrastruttura ingegneristica richiesta dal CSAR rende inevitabile la compromissione dell’E2EE.
Per comprendere questo paradosso (una legge che afferma di proteggere la crittografia ma ne richiede nei fatti l’aggiramento), è indispensabile comprendere il funzionamento dell’E2EE e la tecnica del Client-Side Scanning.
Il problema dell’E2EE per le forze dell’ordine
Nella crittografia end-to-end, il messaggio viene cifrato (chiuso matematicamente in una cassaforte) direttamente sul dispositivo del mittente, utilizzando chiavi crittografiche generate localmente, e viene decifrato esclusivamente sul dispositivo del destinatario legittimo. Durante tutto il transito attraverso la rete internet e durante la permanenza sui server dell’azienda fornitrice del servizio (ad esempio, i server di Meta o di Signal), il messaggio appare come una stringa incomprensibile di dati. Questa architettura garantisce che nessun intermediario — né un hacker ostile, né il provider del servizio, né un’agenzia governativa — possa intercettare e leggere il contenuto della comunicazione.
Se il regolamento europeo ordina a WhatsApp o a Signal di scansionare i messaggi dei propri utenti, queste aziende si trovano di fronte a un’impossibilità matematica: non possono scansionare ciò che non possono decifrare. E il legislatore europeo ha inserito nella bozza di legge clausole che affermano esplicitamente che “nessun fornitore sarà obbligato a indebolire la crittografia o creare backdoor”.
La soluzione tecnica: il Client-Side Scanning (CSS)
Come conciliare un divieto di indebolire l’E2EE con l’obbligo di ispezionare il contenuto protetto dall’E2EE? L’industria della sorveglianza e i proponenti del Chat Control hanno individuato la soluzione nel Client-Side Scanning (Scansione Lato Client).
Se non si può intercettare il messaggio mentre viaggia nel tunnel crittografico, l’unica soluzione è leggere e analizzare il messaggio mentre viene composto, direttamente sullo schermo dell’utente, frazioni di secondo prima che la crittografia venga applicata. Questo significa spostare il punto di intercettazione dal server centrale al dispositivo finale (lo smartphone, il tablet o il computer del cittadino).
Il funzionamento del CSS prevede i seguenti passaggi:
Un modulo software di sorveglianza (spesso sviluppato da terze parti e fornito in licenza) viene integrato all’interno del sistema operativo del dispositivo o direttamente nel codice dell’app di messaggistica (es. l’app di WhatsApp installata sul telefono).
L’utente digita un messaggio di testo o seleziona un’immagine dalla galleria per l’invio.
Prima che l’app avvii il protocollo di cifratura E2EE, il modulo CSS analizza il contenuto in chiaro, confrontandolo con i database di CSAM o analizzandolo tramite reti neurali locali.
Se il software determina che il contenuto è sospetto, blocca l’invio e trasmette silenziosamente una segnalazione (contenente il file decrittografato e i dati dell’utente) a un server esterno controllato dall’EUCSA o dalle polizie nazionali.
Rispondendo in modo definitivo al quesito: il Chat Control 2.0 include le comunicazioni end-to-end non decifrandole in transito, ma trasformando il dispositivo personale dell’utente (il “client”) nell’agente di sorveglianza, eludendo completamente lo scopo e la funzione del tunnel crittografico.
L’evoluzione dei triloghi (2023-2026): dalla scansione obbligatoria alla “mitigazione del rischio”
L’impianto sopra descritto ha suscitato una reazione politica di portata storica, spingendo la proposta di legge in un estenuante percorso negoziale (i triloghi tra Commissione, Parlamento e Consiglio dell’UE) che si è protratto per anni.
La resistenza del Parlamento europeo
Nel novembre 2023, la Commissione per le Libertà Civili (LIBE) del Parlamento Europeo, guidata dal relatore Javier Zarzalejos, ha approvato una bozza di compromesso che ha demolito l’impianto della Commissione. Il Parlamento ha stabilito tre linee rosse invalicabili: l’esclusione categorica del Client-Side Scanning, il rifiuto della sorveglianza indiscriminata di massa (restringendo gli ordini di rilevamento solo a individui già sottoposti a indagine per sospetti fondati), e il divieto assoluto di interferire con la crittografia E2EE.
I compromessi del Consiglio e i triloghi del 2026
Il Consiglio dell’Unione Europea, rappresentante i governi degli Stati membri, si è spaccato a metà. Un blocco di paesi (guidato dalla Danimarca, dalla Spagna e dall’Irlanda) ha premuto per mantenere ordini di rilevamento ampi e vincolanti; un altro blocco (tra cui Polonia, Paesi Bassi e Repubblica Ceca) si è opposto alla rottura dell’E2EE. La Germania, che storicamente guidava il blocco dei paesi garantisti, ha assunto posizioni altalenanti, indebolendo la minoranza di blocco e permettendo al Consiglio di avanzare verso un accordo.
Alla fine del 2025, è stato forgiato un compromesso semantico che ha gettato le basi per i triloghi sotto la presidenza cipriota nella prima metà del 2026. Il compromesso finale discusso nell’ultimo trilogo programmato del 29 giugno 2026 si basa su una complessa architettura di obblighi indiretti:
L’illusione della volontarietà: il Consiglio accetta di rimuovere gli “ordini di rilevamento obbligatori” per le chat E2EE. Il rilevamento diventa formalmente “volontario”.
L’obbligo di mitigazione del rischio: viene imposto a tutti i fornitori di effettuare una valutazione dei rischi dei propri servizi. Se un’app E2EE (come WhatsApp) viene classificata ad alto rischio per la condivisione di CSAM, l’azienda è tenuta per legge a implementare “tutte le misure ragionevoli” per mitigare tale rischio.
Il “de facto mandate”: poiché l’unica tecnologia esistente per mitigare il rischio di diffusione CSAM su una piattaforma E2EE è il Client-Side Scanning, la legge crea un obbligo mascherato. L’implementazione del CSS non è obbligata per decreto diretto, ma è l’unico modo per un’azienda di ottemperare all’obbligo di mitigazione del rischio e di evitare sanzioni astronomiche (fino al 6% del fatturato globale).
Inoltre, il testo prevede la possibilità che le autorità nazionali possano emettere ordini di rilevamento per specifici individui, introducendo una potenziale breccia nell’architettura E2EE, sebbene la presidenza cipriota abbia cercato di circoscriverne l’uso.
Iterazione legislativa
Posizione sulla crittografia E2EE
Meccanismo di rilevamento proposto
Proposta Commissione (maggio 2022)
Indebolimento mascherato tramite CSS ammesso.
Obbligatorio, massivo e indiscriminato tramite ordini di rilevamento generali.
Posizione Parlamento (nov. 2023)
Protezione assoluta. Nessun obbligo che intacchi l’E2EE.
Mirato solo su sospettati identificati, previo mandato giudiziario (no CSS).
Posizione Consiglio (compromesso 2025/2026)
Nessun obbligo diretto di decrittazione, ma ammissione del CSS per ottemperare agli obblighi di rischio.
Formale volontarietà accoppiata a rigidi obblighi di mitigazione del rischio. Incoraggiamento allo sviluppo di tecnologie CSS per servizi ad alto rischio.
Disamina tecnica delle tecnologie di scansione: limiti e pericoli
Indipendentemente dalle diatribe legali sulla natura obbligatoria o volontaria della scansione, le tecnologie che dovrebbero eseguire questo monitoraggio di massa presentano criticità strutturali, tassi di errore inaccettabili e vulnerabilità intrinseche, come ripetutamente sottolineato dalla comunità accademica. L’architettura del Chat Control 2.0 poggia su due pilastri tecnologici.
L’hashing percettivo (per il materiale CSAM noto)
Quando le forze di polizia internazionali scoprono un file CSAM, non inseriscono nel database l’immagine vera e propria, ma ne calcolano l’hash, un’impronta digitale matematica. Le piattaforme usano questa impronta per cercare il file nei messaggi degli utenti. Per evitare che i criminali eludano il controllo cambiando un singolo pixel dell’immagine (che cambierebbe completamente un hash crittografico tradizionale, come l’SHA-256), l’industria ha sviluppato algoritmi di hashing percettivo (come PhotoDNA di Microsoft). Questi algoritmi estraggono caratteristiche visive salienti, garantendo che immagini simili o leggermente modificate producano hash comparabili.
La vulnerabilità: l’hashing percettivo è matematicamente soggetto agli “adversarial attacks” (attacchi avversari) o “collision attacks”. Ricercatori indipendenti hanno dimostrato quanto sia facile ingannare questi sistemi. Un malintenzionato può prendere una fotografia del tutto innocua (ad esempio l’immagine di un paesaggio, un testo o un meme) e alterarne una percentuale minima di pixel in modo impercettibile all’occhio umano. Questa alterazione fa collidere matematicamente l’hash del paesaggio innocuo con l’hash di un noto video pedopornografico. Se un utente innocente invia la foto alterata a un amico, l’algoritmo PhotoDNA installato sul suo smartphone farà scattare un allarme, inviando i dati personali dell’utente alla polizia con l’accusa automatizzata di possesso e diffusione di materiale CSAM. In un sistema applicato a centinaia di milioni di dispositivi, questa vulnerabilità potrebbe essere utilizzata su larga scala per ricatti, ritorsioni politiche o sabotaggi.
I classificatori ad intelligenza artificiale (per materiale nuovo e grooming)
Il Chat Control 2.0 ambisce a trovare anche il materiale CSAM generato per la prima volta e, soprattutto, a intercettare il grooming (l’adescamento testuale dei minori). Poiché questo materiale non esiste in alcun database, non si possono usare gli hash. Il legislatore impone quindi l’utilizzo di Classificatori ad Intelligenza Artificiale (reti neurali per la computer vision e il Natural Language Processing – NLP) per analizzare semiticamente e visivamente ogni conversazione alla ricerca di “schemi di rischio”.
La fallacia del tasso di errore: l’impiego dell’IA per la sorveglianza testuale e visiva si scontra con il paradosso statistico della “Base Rate Fallacy” (fallacia del tasso di base). Anche se un algoritmo fosse accurato al 99% nel rilevare l’adescamento o la nudità illegale, applicarlo all’immensa mole di miliardi di messaggi scambiati ogni giorno in Europa genererebbe un disastro amministrativo. L’1% di errore su miliardi di transazioni equivale a decine di milioni di segnalazioni errate (falsi positivi) quotidiane.
La realtà empirica conferma i timori. I dati della Polizia Federale Svizzera, che già riceve segnalazioni automatizzate basate su questi algoritmi dagli USA, indicano che ben l’80-87% delle segnalazioni ricevute è totalmente irrilevante a livello penale. I filtri basati sull’IA non sono in grado di comprendere il contesto, l’ironia o il consenso. Di conseguenza, segnalano regolarmente cartelle cliniche elettroniche condivise tra genitori e pediatri, fotografie delle vacanze balneari con bambini in costume da bagno, e pratiche di sexting consenziente tra adolescenti che, pur inviandosi reciprocamente materiale intimo, finiscono per essere perseguiti dal sistema progettato per proteggerli (in Germania, circa il 40% delle indagini penali generate da questi sistemi coinvolge in realtà minori e non predatori). L’eccesso di informazioni irrilevanti rischia di paralizzare i reparti informatici delle polizie europee, distogliendo risorse essenziali dalla caccia alle vere reti criminali del dark web, dove i predatori esperti si nascondono utilizzando crittografia autogestita estranea agli obblighi del Chat Control.
Il consenso scientifico e il paradigma “bugs in our pockets”
L’assenza di pragmatismo tecnologico nella proposta europea ha generato un’imponente sollevazione da parte dell’intera comunità crittografica e accademica internazionale. Oltre 500 scienziati ed esperti di sicurezza informatica — tra cui spiccano luminari come Ross Anderson, Matthew Green, Bruce Schneier, Whitfield Diffie, Ronald Rivest (il co-inventore dell’algoritmo RSA) e Susan Landau — hanno condannato senza mezzi termini il concetto di Client-Side Scanning in numerose lettere aperte e pubblicazioni scientifiche peer-reviewed.
La pietra miliare di questa opposizione scientifica è il paper “Bugs in our Pockets: The Risks of Client-Side Scanning”. In questo studio, gli autori decostruiscono la narrazione secondo cui il CSS possa rappresentare una soluzione di compromesso tra sicurezza pubblica e privacy, dimostrando come, al contrario, l’implementazione del CSS distrugga sistematicamente la sicurezza dell’infrastruttura digitale globale.
La tesi degli accademici si fonda su due pilastri interconnessi:
L’estensione della superficie di attacco (attack surface): l’implementazione di un modulo di sorveglianza e di un database di hash all’interno del sistema operativo o dell’app di ogni singolo cittadino europeo espande enormemente le vulnerabilità del sistema. Qualsiasi software progettato per scansionare file e comunicare con un server remoto per inviare report costituisce, per definizione, una potenziale porta d’accesso per attori malintenzionati. Se hacker sponsorizzati da stati ostili (APT) o sindacati criminali scoprissero una falla nel modulo CSS, potrebbero dirottarne le funzioni per condurre spionaggio di massa sui dispositivi di milioni di europei, sottrarre dati sensibili e monitorare in tempo reale le comunicazioni prima ancora della crittografia.
La mutazione della fiducia architetturale: la crittografia End-to-End basa il suo valore sulla fiducia che il dispositivo risponda esclusivamente ai comandi del suo proprietario legittimo. Il CSS altera questa premessa ontologica. Installando un agente terzo che obbedisce a una lista di controllo (database) aggiornata silenziosamente da governi o agenzie sovranazionali (l’EUCSA), il dispositivo non agisce più nell’interesse dell’utente, ma contro di esso. Il CSS trasforma ogni smartphone in una potenziale microspia permanentemente latente nella tasca del cittadino (“bugs in our pockets”).
Come riassunto dai firmatari dello studio, dal punto di vista dell’ingegneria informatica, non è possibile creare una “backdoor magica” o un sistema di scansione che identifichi unicamente le prove di reati specifici garantendo al contempo che il sistema non venga mai abusato, dirottato o riprogrammato per finalità ulteriori.
L’impatto sull’anonimato: la verifica dell’età (Age Verification)
Se la battaglia sulla crittografia ha dominato i titoli delle testate tecnologiche, un pericolo altrettanto insidioso per le libertà civili si annida nelle pieghe del Chat Control 2.0: la questione della verifica dell’età (age verification o age assurance).
Durante i negoziati per ammorbidire le posizioni sulla scansione obbligatoria, il Consiglio ha spinto per un’impostazione basata sulla “mitigazione del rischio”. Un pilastro fondamentale di questo approccio prescrive che le piattaforme debbano limitare l’accesso dei minori ai servizi considerati a rischio (e quasi tutti i servizi di messaggistica con E2EE ricadrebbero in questa categoria per la presunta impossibilità di moderarli).
Il corollario tecnico di questo obbligo legale è stringente: affinché una piattaforma come WhatsApp, Telegram o un client email possa negare l’accesso a un minore di 16 anni, o modularne le funzioni, la piattaforma deve inevitabilmente stabilire l’età certa di ogni singolo utente. Di conseguenza, il CSAR impone, de facto, la fine dell’anonimato e dell’uso di pseudonimi nell’ecosistema digitale europeo.
L’identificazione certa e la verifica dell’età, specialmente per conformarsi agli standard di certezza legale richiesti dalle istituzioni comunitarie, non possono basarsi su un’autodichiarazione tramite casella di spunta. I fornitori di servizi sarebbero costretti a richiedere agli utenti l’inserimento di un documento di identità governativo (come un passaporto o il futuro EU Digital Identity Wallet, obbligatorio negli Stati membri entro la fine del 2026), oppure a utilizzare software biometrici per la stima dell’età tramite scansione facciale.
Le organizzazioni per i diritti civili e i gruppi a tutela della libertà di stampa (tra cui EDRi) hanno denunciato questa prospettiva come catastrofica. Condizionare l’accesso ai canali di comunicazione privata all’esibizione di un documento di identità digitale governativo significa instaurare un’architettura di sorveglianza senza via di fuga. Questa limitazione della libertà di espressione colpisce asimmetricamente i gruppi più vulnerabili:
I whistleblower e le fonti giornalistiche, privati della possibilità di creare account anonimi sicuri, si troverebbero esposti all’identificazione e a possibili ritorsioni, limitando drasticamente la capacità di denunciare la corruzione o gli abusi aziendali.
I dissidenti politici, gli attivisti per i diritti umani e i membri di minoranze discriminate all’interno dell’UE vedrebbero compromessa la loro sicurezza operativa.
Le fasce emarginate della popolazione, come i senzatetto, gli immigrati irregolari o chi semplicemente non possiede (o si rifiuta di attivare per motivi di privacy) un’identità digitale governativa, subirebbero un’esclusione digitale totale, venendo preclusi dall’utilizzo dei principali mezzi di comunicazione moderna.
L’idea stessa di uno spazio digitale in cui l’anonimato è un diritto di base, garantito dalla crittografia e dalla non tracciabilità, viene sradicata a favore di un ambiente in cui ogni comunicazione testuale è inestricabilmente legata al profilo anagrafico statale del mittente.
Analisi di secondo e terzo livello: le implicazioni geopolitiche ed economiche
Limitare l’analisi del Chat Control alla sola, pur importantissima, dicotomia “privacy individuale vs tutela dei minori” significa trascurare una serie di ramificazioni strutturali a lungo termine (insight di secondo e terzo ordine) che l’approvazione del CSAR comporterebbe per l’assetto democratico e per l’ecosistema tecnologico ed economico europeo.
Il “Brussels effect” e l’esportazione della sorveglianza
L’Unione Europea ha storicamente esercitato il cosiddetto “Brussels effect”: per il peso specifico del mercato comunitario, le normative approvate a Bruxelles (come il GDPR o l’AI Act) tendono a plasmare lo standard globale, imponendo ai colossi tecnologici di adeguare la propria infrastruttura a livello planetario per evitare di dover gestire ecosistemi doppi.
Se l’Europa stabilisce che è legale, etico e necessario per la sicurezza pubblica installare software di scansione lato client (CSS) in tutti i dispositivi per intercettare i contenuti prima della cifratura E2EE, il contraccolpo geopolitico sarà incalcolabile. L’Unione Europea si priverebbe di ogni autorevolezza morale per condannare le pratiche di censura o intercettazione attuate da regimi illiberali in Asia, Medio Oriente o Africa. Inoltre, le infrastrutture tecniche sviluppate dalle multinazionali statunitensi per compiacere le leggi europee (i moduli CSS nei sistemi operativi) sarebbero immediatamente disponibili e sfruttabili da quei governi autoritari per tracciare dissidenti politici o reprimere proteste, mascherando tali azioni dietro l’ombrello di una tecnologia “validata dalle istituzioni democratiche europee”.
Il rischio cronico del “function creep” (deriva delle funzioni)
Un concetto ampiamente documentato negli studi sulla sorveglianza e citato ripetutamente nei paper accademici sul Chat Control è il function creep (deriva o strisciamento delle funzioni). La storia delle telecomunicazioni dimostra che le infrastrutture legali e tecniche create per fronteggiare reati di eccezionale gravità (terrorismo internazionale, grande criminalità organizzata o, in questo caso, reti di pedofilia) vengono invariabilmente espanse per coprire reati amministrativi o di entità minore.
Una volta normalizzata l’infrastruttura ingegneristica necessaria per monitorare la memoria dello smartphone di ogni cittadino alla ricerca di CSAM, il meccanismo tecnico è in essere e operativo. Modificarne la finalità diventa un banale e rapido atto amministrativo o un aggiornamento invisibile del database di firme digitali (hash) o dei pesi del classificatore IA. Se in futuro un governo europeo dovesse affrontare una crisi politica o fiscale, l’infrastruttura del Chat Control potrebbe essere istantaneamente riconvertita per identificare la diffusione di materiale protetto da copyright, la propaganda sovversiva, i discorsi d’odio (spesso definiti in modo arbitrario), i reati fiscali o l’organizzazione di proteste non autorizzate. La barriera di protezione che separa i cittadini dal potere statale risulterebbe permanentemente smantellata.
Il collasso della confidenzialità aziendale (industrial espionage)
Mentre il dibattito si concentra sull’impatto sui cittadini privati, le imprese europee fronteggiano un rischio di esposizione delle proprie proprietà intellettuali e strategie industriali senza precedenti. L’associazione di categoria tedesca Bitkom stima che il 58% delle aziende tedesche, motore trainante dell’economia continentale, utilizzi estensivamente le comunicazioni E2EE (applicazioni come Microsoft Teams, Slack, Signal, oltre a innumerevoli soluzioni di crittografia per la posta elettronica o repository per il codice sorgente) per tutelare i propri dati.
Se il CSAR dovesse costringere queste piattaforme a implementare la scansione automatizzata (tramite CSS) sotto la pressione degli ordini di rilevamento o dell’obbligo di mitigazione del rischio, i documenti strategici riservati, le complesse trattative di fusione e acquisizione (M&A), le formule brevettate, le cartelle dei dipendenti e il codice sorgente proprietario verrebbero inevitabilmente passati al setaccio da algoritmi probabilistici.
In presenza dei tassi di falso positivo precedentemente descritti per l’IA, è certo che ingenti quantità di dati aziendali riservatissimi finirebbero per essere catalogati come sospetti e trasmessi, in chiaro, a server governativi centralizzati (EUCSA) o alle forze di polizia locali, che si trasformerebbero involontariamente in immensi e fragili depositi di segreti industriali del continente. Inoltre, emerge una complessa e irrisolta questione di liability (responsabilità legale): qualora un’azienda tecnologica fosse obbligata per legge a implementare il CSS, e una vulnerabilità del CSS portasse alla compromissione dei segreti industriali o bancari di un’azienda terza, chi risponderebbe dei danni miliardari? L’impresa tecnologica che ha eseguito l’ordine o il legislatore europeo che ha imposto l’architettura fallata?.
L’esodo del mercato e il rischio di balcanizzazione di internet
I fornitori di software orientati alla sicurezza non possono, per ragioni puramente matematiche e crittografiche, conformarsi alle richieste del Chat Control senza vanificare l’essenza stessa del loro prodotto. Aziende leader nello sviluppo della privacy crittografica, come Signal, WhatsApp (Meta) e Proton, hanno dichiarato esplicitamente e ripetutamente che, qualora il CSS o la compromissione dell’E2EE diventassero requisiti di legge in Europa, preferiranno bloccare i propri servizi e ritirarsi dall’Unione Europea piuttosto che implementare backdoor o frontdoor governative che annullino la fiducia dei loro utenti globali.
Questo scenario provocherebbe una profonda “balcanizzazione” di Internet. Da un lato, il mercato digitale europeo si isolerebbe in una “bolla di sorveglianza” sanzionata dallo stato, costringendo i comuni cittadini e le pubbliche amministrazioni a utilizzare reti intrinsecamente non sicure e sprovviste di crittografia moderna. Dall’altro, l’Unione assisterebbe alla fuga della parte tecnologicamente alfabetizzata della sua popolazione verso soluzioni di comunicazione appartenenti a un “mercato grigio” digitale (pratiche di side-loading per installare app non approvate, utilizzo massivo di Virtual Private Network per camuffare la localizzazione, servizi open source sviluppati in giurisdizioni off-shore come la Svizzera o in nazioni con leggi che tutelano rigorosamente l’E2EE). In tale scenario, le forze dell’ordine europee si ritroverebbero a sorvegliare inutilmente le comunicazioni della popolazione comune, mentre criminali e predatori migrererebbero su canali impenetrabili al controllo statale, annullando totalmente l’efficacia della legge e ridicolizzandone l’impianto originario.
Un sistema che non fa ciò che dovrebbe
Il controverso percorso normativo del Chat Control evidenzia una frattura apparentemente incolmabile tra i nobili obiettivi politici delle istituzioni dell’Unione Europea e la cruda, inflessibile realtà della matematica crittografica e della sicurezza informatica.
L’analisi dell’iter del Chat Control, dalla deroga temporanea (1.0) fino alle estenuanti trattative nei triloghi per la versione definitiva (2.0) sotto la presidenza cipriota di giugno 2026, culminate nella precaria e travagliata adozione dell’estensione del Chat Control 1.0 nel luglio 2026, ritrae un legislatore europeo ostinatamente intrappolato in un vicolo cieco tecnologico e logico.
È incontestabile che lo sfruttamento e l’abuso sessuale sui minori, la diffusione del CSAM e il grooming rappresentino crimini gravissimi, i quali esigono l’impiego di contromisure di sistema severe e coordinate. Tuttavia, l’impianto architetturale ingegneristico che sottende al Chat Control — compresi i tentativi sofistici di ammettere il monitoraggio lato client pur decantando la presunta salvezza formale delle comunicazioni end-to-end — si risolve nella creazione di una distopia orwelliana. Equivale, nei fatti, a pretendere che il servizio postale apra preventivamente ogni singola lettera confidenziale in circolazione nel continente prima del suo smistamento, o a decretare che ciascun cittadino accolga nel proprio salotto un dispositivo microfonico ad attivazione preventiva da parte delle autorità.
I tassi astronomici di errore (generati da collisioni hash e da limiti semantici della computer vision) e la comprovata inettitudine delle intelligenze artificiali nell’analisi sfumata del grooming annichiliscono i presunti vantaggi del sistema. Si sacrifica una certezza matematica (l’inviolabilità dell’E2EE, pilastro dell’economia e della sicurezza occidentale moderna) per rincorrere un discutibile ed esile vantaggio investigativo, destinato ad affogare le questure e i tribunali in oceani di denunce futili contro innocenti, svuotando di tempo e risorse preziose i reparti dedicati alle indagini reali sui nodi del dark web.
Il successo del blitz procedurale del 9 luglio 2026 ha esteso legalmente lo status quo del Chat Control 1.0 fino al 2028, concedendo così al Parlamento Europeo, al Consiglio e alla Commissione una precaria finestra di riflessione in cui tentare la risoluzione dello stallo negoziale sul Chat Control 2.0 (CSAR). Qualsiasi soluzione normativa permanente, affinché possa realmente considerarsi efficace e ossequiosa dei principi delle democrazie occidentali, dovrà abdicare all’illusione del controllo universale e preventivo e abbandonare la pulsione alla decostruzione dell’architettura end-to-end.
Il focus investigativo europeo deve ritornare metodologie tradizionali di intelligenza e investigazione, al monitoraggio approfondito dei canali finanziari di monetizzazione dei contenuti, all’uso proporzionato delle intercettazioni su obiettivi specifici autorizzati dalla magistratura, e allo sviluppo di solidi programmi preventivi di educazione e Safety by Design, ponendo così fine a un decennio di minacce alla stabilità crittografica dell’infrastruttura digitale contemporanea.
Il 2026 è l’anno in cui il mercato delle CPU desktop ha smesso di essere una guerra di numeri di core e ha iniziato a diventare una battaglia di architetture, cache e piattaforme, con pochi modelli che emergono nettamente come “migliori assolute” per potenza, gaming e produttività.
La nuova élite delle CPU: Ryzen 9 9950X3D e Core Ultra 9 285K
Al vertice della piramide si collocano due processori che sintetizzano alla perfezione la strategia di AMD e Intel nel 2026: AMD Ryzen 9 9950X3D e Intel Core Ultra 9 285K.
Il Ryzen 9 9950X3D è il fiore all’occhiello della linea Zen 5 X3D di AMD, con 16 core e 32 thread in configurazione tradizionale e l’adozione della tecnologia 3D V‑Cache, che porta la cache totale a 144 MB, di cui ben 128 MB di L3. Questa enorme quantità di cache, impilata verticalmente sul die, è il fattore chiave che rende il 9950X3D un processore eccezionale nei videogiochi, soprattutto in scenari a bassa latenza e framerate molto elevati.
Nei test condotti su un set di 16 titoli a 1080p, il 9950X3D ha prodotto frame rate medi circa 34% più alti rispetto al Core Ultra 9 285K, con un vantaggio di circa 27% anche sulle 1% lows, cioè sulle situazioni di calo improvviso di FPS che impattano la percezione di fluidità.
Il Core Ultra 9 285K, dall’altra parte, è la punta di lancia di Intel Arrow Lake per il desktop enthusiast, con architettura ibrida che combina P‑core Lion Cove e E‑core Skymont in una configurazione 24 core e 24 thread senza Hyper‑Threading. Intel abbandona la logica tradizionale di “più thread è meglio” e punta su core specializzati e frequenze elevate, con boost fino a 5,7 GHz sui P‑core e una cache complessiva di 76 MB, distribuita tra L2 e L3.
Nei benchmark sintetici il 285K si dimostra spesso superiore al 9950X3D in single‑thread, con un vantaggio medio intorno al 9% nelle prove di carico su singolo core, mentre nei carichi multi‑thread la differenza è minima: il Ryzen 9 9950X3D ha un margine di circa 3% in favore, sostanzialmente trascurabile nella pratica.
Gli analisti più autorevoli descrivono così il duello: AMD ha costruito il miglior processore per gaming “senza compromessi”, mentre Intel ha puntato a essere il riferimento per produttività e carichi misti con un occhio alla efficienza. Il 285K mantiene un leggero vantaggio in scenari di produttività reale.
3D V‑Cache e architettura ibrida: le due filosofie a confronto
Per capire perché queste due CPU si contendono il titolo di “migliore assoluta”, è necessario entrare nel merito delle architetture. La 3D V‑Cache di AMD è probabilmente la singola innovazione più rilevante per il gaming su CPU negli ultimi anni. In pratica, il produttore aggiunge un ulteriore strato di cache L3 sopra il die principale, creando una sorta di “magazzino di dati” a bassissima latenza che i giochi possono utilizzare per contenere più informazioni vicino ai core.
Titoli come Cyberpunk 2077 e Flight Simulator, notoriamente CPU‑bound alle basse risoluzioni, guadagnano decine di punti percentuali di performance rispetto a processori tradizionali, anche a parità di numero di core e frequenze.
In uno dei test il Ryzen 7 9800X3D, cioè il fratello minore del 9950X3D focalizzato sul gaming, ha raggiunto 334 FPS in Cyberpunk 2077 a 1080p low, mentre il Core Ultra 9 285K si è fermato a 216 FPS nello stesso scenario. Quando si sale al 9950X3D, che combina l’architettura Zen 5 X3D con più core e ancora più cache, i recensori si aspettano, e in larga misura confermano, prestazioni ancora superiori in gioco pur mantenendo un profilo da “workstation domestica” per carichi multi‑thread.
Dall’altra parte, Intel con Arrow Lake e il Core Ultra 9 285K ha perfezionato il paradigma dei big nel mondo desktop, spingendo sui P‑core ad alte prestazioni affiancati da E‑core pensati per parallelizzare carichi leggeri e compiti in background. Il risultato è una CPU che, nei test di produttività mista, soprattutto in suite come POV‑Ray o alcune prove di rendering e simulazione, risulta la più veloce del gruppo.
Nel benchmark POV‑Ray, il 285K supera il 9950X3D di circa 31%, dimostrando la forza della sua configurazione in carichi specificamente ottimizzati per l’architettura ibrida. Anche molte analisi focalizzate su video editing e produzione musicale rivelano che il 285K offre tempi di render competitivi e una gestione molto fluida di timeline complesse, specialmente quando entra in gioco il supporto a memorie DDR5 ad alta banda come i moduli DDR5‑9000 usati nelle piattaforme di test.
Potenza, consumi e piattaforma: dove si vince davvero
Un aspetto spesso sottovalutato quando si parla di “migliori assolute” è l’equilibrio tra prestazioni e consumi. Qui il quadro è meno intuitivo di quanto i numeri di TDP possano suggerire. Sulla carta, il Ryzen 9 9950X3D ha un TDP di 170 W contro i 125 W dichiarati del Core Ultra 9 285K, ma i test di potenza reale raccontano un’altra storia. Nel confronto dettagliato il 9950X3D opera in un intervallo di potenza tra 178 e 228 W in vari scenari di carico, mentre il 285K si spinge tra 219 e 325 W, con picchi che risultano circa il 30% più alti rispetto al processore AMD.
Questo significa che, a fronte di prestazioni gaming superiori e di un comportamento multi‑thread praticamente equivalente, il 9950X3D riesce a mantenere un consumo massimo sensibilmente inferiore, semplificando la scelta di alimentatori e sistemi di dissipazione ad aria o a liquido. È un dettaglio che emerge chiaramente anche dalle prove empiriche di content creator e tester indipendenti, che riportano temperature più controllate su sistemi AM5 rispetto alle build LGA1851 spinte al limite con il 285K.
La questione della piattaforma è altrettanto cruciale. AMD ha promesso supporto alla piattaforma AM5 almeno fino al 2027, il che significa che un investimento oggi su schede madri X870E o B850 di fascia alta offre un percorso di upgrade chiaro verso future generazioni di Ryzen. Intel, al contrario, ha storicamente mantenuto una vita più breve per i socket e già si ipotizza che LGA1851 possa essere un passaggio transitorio prima di un ulteriore cambio verso LGA1954 nei prossimi anni. Per un utente enthusiast o un professionista che progetta una workstation destinata a durare, la longevità della piattaforma AM5 è uno degli argomenti più forti a favore del 9950X3D e, più in generale, della famiglia Ryzen X3D.
Il ruolo del Ryzen 7 9850X3D e del 9800X3D: i re del gaming puro
Se spostiamo l’attenzione sul gaming “puro”, limitando il discorso ad utilizzi in cui il PC serve soprattutto per giocare, la narrativa dei migliori assoluti cambia leggermente. Diversi esperti considerano Ryzen 7 9850X3D il processore con le prestazioni più estreme possibili in gioco, soprattutto abbinato a GPU di fascia altissima come le RTX 5090. Questo modello, con otto core ad alte frequenze e una 3D V‑Cache particolarmente generosa, viene spesso descritto come “record‑breaking” nei benchmark e nelle prove a 1080p e 1440p con refresh elevatissimi, indirizzandosi a un pubblico che cerca il massimo assoluto senza preoccuparsi di costi e consumi.
Il Ryzen 7 9800X3D, tuttavia, rimane la scelta più “razionale” tra le CPU gaming di fascia enthusiast, perché offre frame rate molto vicini a quelli del 9850X3D, una migliore disponibilità e un rapporto prestazioni/prezzo più favorevole. Molti lo indicano come il processore da scegliere se si vuole una build per giocare al massimo senza dover ricorrere a soluzioni eccessivamente di nicchia. In alcuni test, il 9800X3D riesce perfino a eguagliare o superare il 9950X3D in scenari strettamente ludici, grazie al focus su otto core ottimizzati e all’intero budget termico dedicato al gioco, mentre il 9950X3D deve bilanciare la gestione di 16 core e 32 thread.
In questo contesto, il Core Ultra 7 270K Plus emerge come la miglior CPU Intel complessiva per chi vuole un PC da gioco e lavoro senza arrivare ai flagship.
Oltre il consumer: Threadripper PRO e EPYC come vertice assoluto
Se allarghiamo ulteriormente lo sguardo oltre le CPU desktop tradizionali, il titolo di “migliore assoluta” in senso strettamente numerico appartiene a processori come AMD Ryzen Threadripper PRO 9995WX e alle serie EPYC, che si collocano però in un’altra categoria d’uso. Le classifiche evidenziano come questi chip, con 96 core e 192 thread nel caso del 9995WX e fino a 192 core su alcuni modelli EPYC, dominino i ranking di performance grezza, soprattutto in render distribuito, simulazioni complesse e workload enterprise.
Tuttavia, il loro impiego riguarda quasi esclusivamente workstation professionali, sistemi HEDT e server, con requisiti di alimentazione e dissipazione fuori portata per l’utente enthusiast standard. Per un articolo rivolto a chi cerca il “top” in un PC desktop ad alte prestazioni, le CPU che contano davvero in termini di esperienza utente sono il 9950X3D, il 9850X3D, il 9800X3D e i Core Ultra 7/9, mentre Threadripper e EPYC restano una nota di colore tecnologico più che un’opzione concreta.
Qual è davvero la migliore assoluta del 2026?
Alla luce dei dati oggettivi raccolti lo scenario può essere sintetizzato in modo chiaro. Se il parametro dominante è il gaming ad alte prestazioni, il Ryzen 9 9950X3D è la CPU più completa e potente che si possa mettere in un PC desktop nel 2026, staccando il Core Ultra 9 285K in media di oltre trenta punti percentuali nei frame rate e mantenendo consumi inferiori. In aggiunta, la piattaforma AM5 garantisce una prospettiva di upgrade più lunga e una migliore efficienza complessiva, elementi che lo rendono un investimento robusto nel medio termine.
Se invece si guarda alla produttività pura, soprattutto in carichi complessi che sfruttano bene l’architettura ibrida di Arrow Lake, il Core Ultra 9 285K conserva un ruolo di primo piano, con margini significativi in benchmark come POV‑Ray e ottimi risultati in suite di produttività reali, dalla creazione di contenuti alla simulazione. Tuttavia, il suo vantaggio non è tale da ribaltare la percezione complessiva del quadro: i test comparativi più ampi parlano di un sostanziale pareggio in multi‑thread, di un vantaggio Intel in single‑thread e di una superiorità AMD netta nel gaming.
Per chi cerca una CPU “assoluta” in grado di eccellere in tutte queste dimensioni, il bilanciamento complessivo pende dalla parte del Ryzen 9 9950X3D, che riesce a unire prestazioni estreme in gioco con un comportamento da workstation di alto livello.
Per chi vuole raccontare questa fase dell’evoluzione delle CPU nei propri contenuti, il 2026 è l’anno in cui la narrazione non è più “Intel contro AMD” in senso generico, ma “3D V‑Cache contro architettura ibrida”: due modi diversi di risolvere lo stesso problema, che portano a processori complementari e obbligano gli utenti a scegliere non solo una CPU, ma una filosofia di progettazione e un ecosistema.
Roberto Vannacci, ex generale e oggi protagonista della nuova destra “identitaria”, ha aperto pubblicamente alla possibilità di votare Giorgia Meloni al Quirinale, inserendosi così nel gioco più delicato della politica italiana: la scelta del futuro Presidente della Repubblica. Questa presa di posizione non è un semplice esercizio di stile, ma un tassello di una strategia più ampia, in cui la corsa al Colle diventa lo snodo attraverso cui ridisegnare equilibri, ambizioni e rapporti di forza all’interno del centrodestra.
Il contesto: Meloni, la destra e il Colle
L’ipotesi di una candidatura di Giorgia Meloni al Quirinale non nasce dal nulla ed è frutto di un dibattito sotterraneo che, da mesi, attraversa palazzi istituzionali, retroscenisti e commentatori politici. Il mandato di Sergio Mattarella si avvia a conclusione, ma la partita si apre ben prima, perché ogni mossa, ogni alleanza, ogni rottura si misura già oggi anche in funzione del futuro inquilino del Colle.
In questo scenario, Giorgia Meloni ha iniziato a rivendicare apertamente il diritto della destra ad esprimere finalmente un Presidente della Repubblica che non provenga dall’area progressista, rompendo un tabù che ha segnato la storia repubblicana recente. La premier ha parlato della possibilità di “rompere il tabù dei presidenti non di sinistra”, collegando la sfida del Quirinale al percorso di legittimazione definitiva della destra italiana nelle istituzioni repubblicane.
La linea che Meloni propone alla sua base è chiara: continuare a governare per completare il programma, tenendo però sullo sfondo l’opzione Colle come approdo di una leadership che aspira a un riconoscimento istituzionale massimo. Per alcuni osservatori, l’idea che Meloni possa puntare al Quirinale rappresenta il punto di arrivo di una parabola politica che, in pochi anni, l’ha portata dal ruolo di opposizione identitaria a quello di figura cardine del sistema.
Il ruolo di Vannacci e la nuova destra
Dentro questo quadro entra Roberto Vannacci, ex generale passato dalla militanza nella Lega alla costruzione di un suo soggetto politico che si propone come espressione di una destra ancora più radicale e identitaria rispetto a quella di governo. Dopo il successo mediatico dei suoi libri e la sua ascesa come figura controversa ma fortemente riconoscibile, Vannacci ha iniziato a strutturare un’aggregazione politica capace di parlare a un elettorato anti-sistema, nazionalista e ostile alle élite europee.
Nel nuovo scenario, Vannacci ha assunto la guida di un movimento che viene raccontato come strumento per capitalizzare il suo consenso personale e trasformarlo in peso parlamentare e negoziale. Il suo obiettivo non è solo quello di “stare in Parlamento”, ma di condizionare la rotta della destra di governo, presentandosi come coscienza critica rispetto alle scelte considerate troppo moderate o allineate con l’Europa.
La parabola di Vannacci è segnata da una serie di mosse calibrate fra rottura e convergenza. Il suo partito ha votato contro il decreto sulle armi all’Ucraina, ma ha contemporaneamente votato la fiducia al governo Meloni, rivendicando una linea definita come “sì alla stabilità del governo, no all’invio di nuovi armamenti”. Una decisione che ha creato confusione nella base, tanto da costringerlo a una lunga opera di spiegazione, ma che segnala la volontà di non rompere frontalmente con l’esecutivo, pur mantenendo un profilo critico.
“Meloni al Quirinale? Perché no”: il messaggio di Vannacci
Le dichiarazioni di Vannacci sulla possibilità di votare Meloni al Quirinale arrivano dentro questo equilibrio instabile. In un’intervista, il leader del nuovo soggetto politico ha definito la premier “una persona capace” e ha spiegato che il suo movimento potrebbe sostenerla per il Colle, purché vengano riviste alcune posizioni considerate incompatibili con la visione sovranista e anti-globalista del generale.
Le condizioni che Vannacci pone non sono marginali. Il generale ha chiesto esplicitamente che Meloni si fermi rispetto al Green Deal europeo, prenda le distanze da quella che definisce “agenda Draghi” e imponga il ritorno alle preferenze nella nuova legge elettorale, presentando queste questioni come discriminanti per un eventuale sostegno al Colle. In altre parole, il via libera di Vannacci non è un assegno in bianco ma un negoziato aperto sulla direzione politica futura del centrodestra e sulle sue relazioni con Bruxelles.
Qui emerge il vero nodo politico. Vannacci si propone come custode di una linea “pura” di destra radicale, disponibile a sostenere Meloni solo se la premier abbandona gli elementi di continuità con le stagioni precedenti, in particolare con il governo Draghi e con le politiche europeiste che hanno caratterizzato gli ultimi anni. La stessa nozione di Green Deal, per il generale, rappresenta un simbolo di una Unione Europea percepita come nemica delle imprese, delle identità nazionali e della “gente comune”.
Questa posizione ha un duplice effetto. Da un lato, legittima Meloni agli occhi di una parte dell’elettorato più radicale, mostrando che persino una figura come Vannacci può prenderla in considerazione per la più alta carica dello Stato. Dall’altro lato, sposta l’asticella del dibattito interno alla destra ancora più a destra, costringendo la premier a muoversi su un crinale sottile tra l’ancoraggio istituzionale e le richieste della base sovranista.
L’incastro Meloni al Colle, Vannacci a Palazzo Chigi
A rendere ancora più denso lo scenario è un’ipotesi che circola sempre più spesso nei retroscena politici e mediatici: Meloni al Quirinale, Vannacci a Palazzo Chigi. Secondo diverse ricostruzioni, l’ex generale avrebbe immaginato un incastro in cui il suo sostegno al Colle si accompagna alla prospettiva di una sua centralità nella futura guida del governo, una volta che Meloni dovesse salire al Colle.
Questa narrativa racconta di un asse in cui Meloni rompe il tabù di un presidente “non di sinistra” e consolida il riconoscimento istituzionale della destra, mentre Vannacci capitalizza la sua popolarità come leader di un nuovo fronte politico capace di puntare a Palazzo Chigi. In questo schema, il generale si presenta come erede di una destra più “dura” e ideologica, mentre Meloni assumerebbe il ruolo di garante istituzionale dall’alto del Colle.
Il disegno, naturalmente, spiazza gli alleati tradizionali del centrodestra. Salvini e Forza Italia vedrebbero ridimensionato il proprio ruolo, schiacciati tra una Meloni che punta al Colle e un Vannacci che ambisce alla leadership di governo, in un equilibrio in cui l’eredità berlusconiana e il peso storico della Lega rischiano di essere marginalizzati. È proprio questa prospettiva che viene descritta come un incastro capace di mettere in difficoltà i partner storici, ridisegnando l’architettura del potere nell’area conservatrice italiana.
In questo contesto, la posizione di Vannacci non è solo quella di un alleato potenziale, ma quella di un aspirante protagonista di un nuovo assetto politico, che utilizza la partita del Quirinale come leva per legittimare se stesso come opzione di governo. L’idea che un ex generale, nato politicamente dentro la Lega e poi divenuto leader di un nuovo partito, possa puntare a Palazzo Chigi appare azzardata a molti, ma intercetta una parte di opinione pubblica che cerca figure percepite come “fuori sistema” pur restando dentro un quadro istituzionale consolidato.
La partita interna al centrodestra
Per comprendere il peso delle parole di Vannacci, occorre guardare alla dinamica interna del centrodestra. Giorgia Meloni guida un esecutivo che tiene insieme anime diverse, dalla componente filo-atlantica e moderata a quella più radicale e identitaria, con un equilibrio che si regge anche sulla capacità della premier di mantenere un profilo internazionale credibile.
L’apertura al Quirinale e la disponibilità di Vannacci a sostenerla rappresentano una sfida implicita agli alleati, perché la scelta del Presidente della Repubblica è il momento in cui ogni partito misura il proprio peso nei grandi giochi parlamentari. Salvini, già sotto pressione per il calo di consenso della Lega e per la concorrenza a destra, deve fare i conti con un Vannacci che intercetta parte del suo elettorato più identitario, mentre Forza Italia si trova a difendere lo spazio politico che fu di Silvio Berlusconi, oggi insidiato da nuovi protagonisti.
La stessa Meloni, pur rivendicando il diritto della destra a esprimere il Capo dello Stato, non può permettersi di apparire come una leader che manovra apertamente per il Colle, pena l’accusa di usare la guida del governo come trampolino personale. Per questo, le sue parole oscillano fra la riaffermazione della volontà di completare il mandato a Palazzo Chigi e la rivendicazione di un ruolo centrale della destra nella futura scelta del Presidente della Repubblica.
In questo quadro, Vannacci utilizza abilmente il linguaggio della “coerenza” e della “radicalità”, presentandosi come voce di chi teme che la destra al governo si stia normalizzando eccessivamente, diluendo le promesse originarie in una gestione ritenuta troppo compatibile con le élite europee. Il risultato è una pressione costante sul governo Meloni, che viene spinto verso una linea più rigida su temi come sovranità, Unione Europea, ambiente e legge elettorale.
Green Deal, agenda Draghi e legge elettorale
Le tre condizioni principali poste da Vannacci per un eventuale sostegno a Meloni al Quirinale rappresentano altrettanti campi di battaglia politica. La prima è il Green Deal europeo, simbolo per il generale di una strategia che penalizza imprese e cittadini in nome di obiettivi ambientali percepiti come ideologici.
Vannacci chiede che Meloni “si fermi” rispetto al Green Deal, cioè che cessi di sostenere le linee europee sulla transizione verde e si schieri in modo esplicito contro quella che viene letta come una imposizione burocratica estranea alle esigenze nazionali. In questa prospettiva, il Green Deal diventa una bandiera per distinguere chi difende la “gente comune” da chi, a suo giudizio, si piega a un’agenda tecnocratica scritta a Bruxelles.
La seconda condizione riguarda la cosiddetta “agenda Draghi”. Per Vannacci, la continuità con le politiche del governo Draghi rappresenta una sorta di peccato originale per la destra di governo, perché segnala un allineamento ai vincoli europei e alle scelte economiche considerate troppo ortodosse. Chiedere a Meloni di rompere con l’agenda Draghi significa pretendere una svolta più netta su temi come spesa pubblica, rapporto con Bruxelles e priorità economiche, spingendo il governo verso posizioni più marcatamente critiche rispetto all’establishment.
La terza condizione riguarda infine la legge elettorale. Vannacci insiste sulla necessità di reintrodurre le preferenze, presentandole come strumento di democrazia diretta e di restituzione di potere agli elettori rispetto alle segreterie di partito. In una fase in cui la discussione sulle regole del gioco è aperta, la richiesta di preferenze si collega a una retorica anti-casta e anti-liste bloccate, con l’obiettivo di consolidare un legame diretto tra leader “populisti” e base elettorale.
Questi tre dossier non sono semplici dettagli programmatici ma veri campi di scontro culturale. Accettare anche solo parte delle richieste di Vannacci significherebbe per Meloni spostare ulteriormente il baricentro del governo verso una linea più radicale, con conseguenze sui rapporti con l’Unione Europea, con i partner internazionali e con la stessa stabilità economica. Rifiutarle, invece, comporta il rischio di alimentare un fronte critico alla propria destra, pronto a capitalizzare ogni frustrazione e ogni delusione di chi aveva immaginato una rottura più drastica con il passato.
Un elettorato in cerca di identità
Le dinamiche tra Meloni e Vannacci si innestano su un elettorato che, in larga parte, vive la politica come terreno identitario prima ancora che programmatico. Il successo del generale, costruito su libri, apparizioni mediatiche e narrazioni fortemente polarizzanti, dimostra che esiste una fetta di opinione pubblica attratta da figure che uniscono linguaggio militante, critica alle élite e promesse di difesa della “normalità” contro il politicamente corretto.
Allo stesso tempo, la leadership di Giorgia Meloni ha trasformato una forza di opposizione in partito di governo, costringendo la premier a misurarsi con i vincoli della realtà istituzionale, economica e internazionale. In questa tensione tra identità e governo si gioca gran parte della partita politica italiana attuale, con il rischio che gli spazi lasciati vuoti dalla moderazione vengano occupati da soggetti più radicali, pronti a sfidare il sistema dall’interno.
L’ipotesi di una convergenza tattica tra Meloni e Vannacci sulla partita del Quirinale potrebbe rappresentare, per una parte dell’elettorato, una sintesi tra desiderio di rappresentanza identitaria e bisogno di stabilità istituzionale. Ma allo stesso tempo apre interrogativi profondi sul futuro assetto della Repubblica, sul ruolo del Capo dello Stato e sulla direzione di marcia della destra italiana, chiamata a scegliere se radicarsi come forza di governo strutturata o cavalcare senza freni l’onda del malcontento.
Il Colle come prova definitiva per la destra
Nella storia repubblicana, il Quirinale è sempre stato il punto in cui si misurano maturità, affidabilità e capacità di mediazione delle forze politiche. Per la destra italiana, ancora segnata da decenni di esclusione simbolica dalle più alte cariche dello Stato, la possibilità di esprimere un Presidente appartenente alla propria area rappresenta una sorta di consacrazione definitiva.
Sostenere Giorgia Meloni al Quirinale, come ipotizzato da Vannacci, significherebbe portare al Colle una leader che ha costruito la sua carriera all’interno di una tradizione post-missina, trasformata in chiave conservatrice moderna, ma ancora percepita come “nuova” rispetto alle famiglie politiche che hanno espresso i principali Capi dello Stato del passato recente. Allo stesso tempo, una simile scelta rimetterebbe in discussione il ruolo di garanzia super partes che il Presidente è chiamato a interpretare, soprattutto agli occhi di chi vede in Meloni una figura fortemente caratterizzata sul piano ideologico.
Il fatto che una figura come Vannacci, simbolo della destra più radicale e anti-sistema, arrivi a dichiarare la propria disponibilità a votare Meloni al Colle indica che la partita del Quirinale è già iniziata ben prima delle votazioni formali. Si tratta di una partita che non si gioca solo sui numeri parlamentari, ma sulla definizione stessa di che cosa debba essere la destra al potere: un blocco istituzionalizzato e compatibile con le regole europee, o un fronte di rottura permanente che utilizza le istituzioni come campo di battaglia identitaria.
Dentro questa tensione, il futuro assetto del centrodestra e della Repubblica italiana resta aperto. Il dialogo a distanza tra Meloni e Vannacci, fatto di aperture, condizioni e ipotesi di incastri istituzionali, è il segnale di una fase fluida, in cui nulla è ancora scritto ma molto viene già preparato dietro le quinte del potere. La corsa al Colle, oggi solo evocata, è già diventata lo specchio delle ambizioni, delle paure e delle contraddizioni che attraversano la nuova destra italiana.
Per oltre trent’anni gli Stati Uniti hanno vissuto nella convinzione di possedere un vantaggio militare strutturale, quasi intoccabile. Dalla Guerra del Golfo in poi, le immagini di missili cruise che colpivano con precisione chirurgica, di caccia stealth invisibili ai radar e di eserciti avversari disgregati in poche settimane hanno consolidato l’idea di una superiorità tecnologica destinata a durare. Quella combinazione di dominio aereo, capacità di proiezione globale, reti di comando e controllo avanzate è diventata il marchio di fabbrica della potenza americana.
Oggi però quella sicurezza si incrina. Le tecnologie che un tempo garantivano l’egemonia Usa stanno diventando più diffuse, più economiche e più facili da copiare o aggirare. Paesi che un tempo apparivano confinati alla periferia tecnologica possono ora accedere a sensori, software e hardware che riducono drasticamente il divario con Washington.
Nel quadro tratteggiato da Paul Scharre, analista di lungo corso del Pentagono e veterano di Iraq e Afghanistan, gli Stati Uniti rischiano non tanto di perdere la “prossima guerra” in senso classico, quanto la capacità stessa di scoraggiarla attraverso la deterrenza tecnologica. Gli avversari vanno altro la Cina e la Russia, sono molti di più e meno individuabili. È la combinazione esplosiva tra nuove tecnologie, lentezza burocratica americana e velocità di adattamento di chi contesta l’ordine occidentale.
Dalla rivoluzione “smart” alla rivoluzione autonoma
La superiorità statunitense degli anni Novanta e Duemila nasce dall’integrazione tra informatica, sensori e munizioni di precisione. Nella Prima Guerra del Golfo, gli Usa dimostrarono di poter coordinare centinaia di sortite aeree al giorno, guidate da satelliti, velivoli radar volanti e sistemi di comando digitalizzati. Missili e bombe “intelligenti” trasformarono infrastrutture chiave in bersagli vulnerabili, riducendo la necessità di grandi bombardamenti indiscriminati.
Quell’ecosistema basato su GPS, reti di comunicazione sicure e capacità di targeting avanzate è stato per anni il cuore del potere militare americano.
La logica era chiara: poche piattaforme molto sofisticate, costose e difficili da eguagliare, sostenute da una rete di sensori e da un dominio informativo senza rivali. Gli alleati si sono adattati a questo modello; gli avversari hanno imparato a temerlo.
Oggi però si sta aprendo una nuova fase: quella dei sistemi autonomi di massa, spinti dall’intelligenza artificiale, dalla miniaturizzazione e dal crollo dei costi di produzione. Non si tratta più solo di avere “armi intelligenti”, ma di sciami di droni, sensori distribuiti, piattaforme terrestri, navali e aeree capaci di prendere decisioni in frazioni di secondo, spesso senza un essere umano nel ciclo decisionale immediato. Questa trasformazione abbassa la soglia d’ingresso per nuovi attori e rende meno decisivo il possesso di pochi sistemi estremamente sofisticati.
Quando la quantità batte la qualità
Il cuore dell’allarme di Scharre è il ribaltamento del rapporto tra costo dell’attacco e costo della difesa. Finora, gran parte dell’architettura americana si basava sull’idea che fosse più efficace e sostenibile distruggere selettivamente sistemi di alto valore dell’avversario, usando armi di precisione. Oggi, al contrario, un singolo intercettore per difendere una nave o una base può costare centinaia di volte più di un drone kamikaze che punta a saturare quella stessa difesa.
Immaginiamo un gruppo navale americano nel Pacifico. Per abbattere missili e velivoli in arrivo, le unità di scorta impiegano sistemi antimissile del valore di milioni di dollari per colpo. Se dall’altra parte uno sciame di centinaia di piccoli droni, prodotti in serie con componenti commerciali e guidati da algoritmi di visione artificiale, può essere lanciato a costi complessivi molto inferiori, la bilancia economica si sposta rapidamente a favore dell’attaccante.
La Cina sta investendo massicciamente in capacità di sciame, inclusi concetti che combinano velocità ipersonica, coordinamento distribuito e attacchi multipli da direzioni diverse. In uno scenario di crisi su Taiwan, questa dottrina mira a saturare le difese aeree e missilistiche Usa e degli alleati: la prima ondata non punta a distruggere tutto, ma a logorare i sistemi difensivi, esaurire le scorte di intercettori, aprire corridoi per attacchi più pesanti. La qualità del singolo vettore conta meno dell’intelligenza collettiva dello sciame che lo coordina.
Scharre sottolinea come la cultura militare americana, storicamente centrata su “piattaforme d’élite” – dal B‑2 alle portaerei nucleari – fatichi a ragionare in termini di “massa autonoma sacrificabile”. La logica dello sciame richiede invece una mentalità industriale e operativa diversa: accettare l’idea di perdere centinaia di sistemi in ogni scontro e misurare il successo non sulla sopravvivenza della singola piattaforma, ma sull’effetto complessivo prodotto a livello di teatro operativo. Per un Paese che ha costruito il proprio prestigio su mezzi dal valore simbolico e finanziario enorme, è un salto culturale non banale.
Cina e Russia: da imitatori a innovatori selettivi
Per anni la Cina è stata descritta come un gigantesco laboratorio di reverse engineering. Copiare, adattare, produrre a basso costo versioni di sistemi occidentali è stata una parte fondamentale della sua strategia di modernizzazione militare. Oggi però il quadro è più complesso: Pechino non si limita più a inseguire, ma in alcuni settori ha iniziato a sperimentare per prima.
Il confine tra ricerca civile e militare è sempre più sfumato. Tecnologie sviluppate per il riconoscimento facciale o la sorveglianza urbana vengono integrate nei sistemi di targeting e di sorveglianza dei droni. Startup e colossi tecnologici cinesi lavorano su algoritmi di navigazione autonoma in ambienti difficili, poi trasferiti su piattaforme navali e aeree non presidiate.
La Russia segue un percorso diverso, segnato anche dalle difficoltà economiche e dalle sanzioni. Ha meno risorse rispetto a Cina e Usa, ma ha dimostrato una notevole capacità di impiegare in battaglia tecnologie emergenti in modo pragmatico e spesso brutale. In Ucraina si è visto un uso massiccio di droni commerciali modificati, combinati con guerra elettronica, artiglieria a lungo raggio e attacchi cyber coordinati, che hanno trasformato il fronte in un laboratorio di guerra tecnologica a cielo aperto.
Mosca non punta a dominare l’intera frontiera dell’innovazione, ma a sfruttarla in chiave asimmetrica: disturbare le comunicazioni, rendere opache le immagini satellitari, colpire infrastrutture civili e militari sfruttando droni a basso costo e sistemi di jamming aggressivi. In questo triello strategico, gli Usa mantengono un vantaggio nei semiconduttori avanzati, nelle grandi piattaforme e nel capitale umano di punta. La Cina eccelle nella produzione su vasta scala e nell’adattamento rapido di tecnologie civili al dominio militare; la Russia si distingue per l’impiego spregiudicato e sperimentale in combattimento.
Il tallone d’Achille americano: burocrazia e tempo
Se la minaccia viene dalla velocità dell’innovazione, il punto debole degli Stati Uniti è la lentezza del proprio sistema. Scharre racconta un processo di acquisizione in cui, tra studio concettuale, prototipazione, test, gare di appalto, certificazioni e distribuzione alle unità, possono passare dieci o quindici anni. Nel frattempo, la tecnologia sottostante è già cambiata più volte.
Ci sono casi emblematici di grandi programmi che hanno accumulato anni di ritardi e costi fuori controllo, mentre intorno si diffondevano droni commerciali evoluti, software open source di visione artificiale, soluzioni di comando e controllo sviluppate dalle big tech. Mentre il Pentagono discute requisiti e specifiche, alcune startup civili riescono a passare dall’idea al prodotto funzionante in uno o due anni. Il risultato è un divario crescente tra il ritmo dell’innovazione nel settore privato e la capacità delle forze armate di assorbirla.
Negli ultimi anni non sono mancati tentativi di riforma. Sono nate strutture pensate per fare da ponte con l’ecosistema tecnologico civile, programmi pilota per acquistare software come servizio, iniziative per accelerare l’adozione di droni e sistemi autonomi in grandi numeri. Ma queste isole di sperimentazione devono ancora scalfire in profondità la macchina burocratica che regge i grandi bilanci e le scelte strategiche di lungo periodo.
Intanto, i potenziali avversari possono permettersi processi decisionali più centralizzati, meno vincolati dal controllo parlamentare e dall’opinione pubblica. Questo non garantisce automaticamente migliori risultati, ma consente spesso un passaggio più rapido dal laboratorio al campo di battaglia, soprattutto in ambiti dove le considerazioni etiche e legali pesano meno.
L’IA sul campo di battaglia: promessa, errori, escalation
L’intelligenza artificiale è il filo che attraversa quasi tutte le tecnologie discusse da Scharre: dai droni agli algoritmi di analisi delle immagini satellitari, dai sistemi di difesa antimissile ai software che ottimizzano la logistica. L’IA permette di processare enormi volumi di dati in pochi istanti, di identificare pattern, di anticipare movimenti avversari che sfuggirebbero all’occhio umano. In teoria, questo dovrebbe rendere la guerra più “razionale” e selettiva.
In pratica, però, l’IA porta con sé un elemento di imprevedibilità. Gli algoritmi imparano da dati storici imperfetti, spesso distorti; operano in ambienti rumorosi, ostili, dove l’avversario ha tutto l’interesse a confondere sensori e reti informatiche. Errori di classificazione, bersagli civili scambiati per militari, segnali falsi generati ad arte possono innescare reazioni a catena, soprattutto se i tempi decisionali sono compressi.
Scharre insiste sul rischio di sistemi che prendono decisioni critiche a velocità tali da rendere impossibile un reale controllo umano. Se la sopravvivenza di una nave, di una base o di un’intera rete satellitare dipende da reazioni in millisecondi, la tentazione di automatizzare l’ingaggio è fortissima. Il campo di battaglia diventa così un ambiente dove sistemi automatici interagiscono tra loro, amplificando ogni errore, ogni malfunzionamento, ogni ambiguità nei dati.
Il problema non è solo tecnico, ma politico. In caso di incidente, chi si assume la responsabilità di un attacco sbagliato? Come si gestisce una crisi internazionale in cui entrambe le parti possono affermare che “è stata colpa dell’algoritmo”?
La geografia del futuro conflitto
Le tecnologie di cui parla Scharre si innestano su geografie molto diverse. Nel teatro indo‑pacifico, le distanze enormi e la centralità delle vie marittime amplificano l’importanza di droni a lungo raggio, sensori distribuiti, sistemi anti‑accesso studiati per allontanare le forze Usa dalle coste asiatiche. Un conflitto per Taiwan vedrebbe probabilmente l’impiego massiccio di sciami di droni, missili balistici e da crociera, attacchi cyber contro porti, aeroporti, nodi di comunicazione, in una guerra di logoramento tecnologico oltre che militare.
In Europa orientale, le lezioni della guerra in Ucraina stanno già riscrivendo manuali e dottrine. Sulle pianure tra Donbass e Mar Nero, piccoli droni commerciali hanno trasformato l’artiglieria in uno strumento di precisione, mentre i sistemi di guerra elettronica cercano di accecarli o neutralizzarli. Il fronte è diventato un reticolo di sensori, antenne, nodi di rete, dove la sopravvivenza dipende dalla capacità di rimanere invisibili anche nel dominio elettromagnetico e digitale.
Scharre sottolinea come in entrambi i teatri il vantaggio americano non sia più garantito dalla sola proiezione di forza convenzionale. Conta sempre di più il controllo dell’ecosistema informativo che lega insieme sensori, piattaforme e centri di comando, dai fondali oceanici all’orbita bassa, passando per infrastrutture civili apparentemente lontane dal campo di battaglia. Una guerra futura potrebbe giocarsi tanto sui cavi sottomarini e sulle costellazioni di satelliti quanto sulle trincee e sulle piste degli aeroporti.
Dietro ogni concetto strategico c’è una domanda industriale: chi può costruire, e quanto velocemente, le tecnologie che definiranno il prossimo conflitto. Il sistema della difesa americano è abituato a produrre piattaforme complesse in numeri relativamente limitati, con contratti di lunghissima durata e catene di fornitura globali. Questo approccio funziona male in un mondo in cui servono migliaia di sistemi relativamente economici, aggiornabili via software e rapidamente sostituibili.
La Cina, forte della sua base manifatturiera, è strutturalmente avvantaggiata nella produzione di droni, sensori e piattaforme “low‑cost ma good enough”. Può iterare design in tempi rapidi, sfruttare economie di scala, integrare componenti commerciali in sistemi militari con maggiore libertà rispetto a un apparato come quello Usa, soggetto a controlli e standard più rigidi. Se Pechino riuscirà a combinare questa “massa” con algoritmi avanzati, potrà mettere in campo ciò che Scharre definisce, in sostanza, una “massa intelligente”.
Gli Stati Uniti mantengono un vantaggio importante nei semiconduttori avanzati e nelle tecnologie di base dell’IA, oltre che in alcune capacità industriali altamente specializzate. Ma questo vantaggio rischia di rimanere in parte teorico se non viene tradotto in volumi: non bastano pochi sistemi eccellenti, se dall’altra parte arrivano sciami di piattaforme “sufficientemente buone” prodotte a ritmo quasi industriale. La sfida, per Washington, è riuscire a coniugare qualità e quantità senza ripensare da capo il proprio modello di procurement e di partnership con l’industria tecnologica civile.
Norme, etica e deterrenza in un mondo automatizzato
Se la guerra diventa un dominio in cui algoritmi prendono decisioni chiave, cambiano le basi stesse della responsabilità politica e militare. La dottrina classica si fondava sull’idea di comandanti e leader consapevoli delle proprie scelte; in un mondo di armi autonome, questo principio rischia di diventare più sfumato.
Si richiama con forza la necessità di definire linee rosse condivise sull’impiego di sistemi autonomi, soprattutto quando si tratta di funzioni di targeting e ingaggio letale. Non si tratta di utopia giuridica, ma di calcolo strategico: in un ambiente dove più attori dispongono di armi automatizzate, tutti hanno un interesse minimo a evitare scenari in cui un errore tecnico diventa la miccia di una guerra tra grandi potenze. Discutere di “controllo umano significativo”, di trasparenza minima degli algoritmi, di meccanismi di de‑escalation automatizzati può sembrare astratto, ma diventa vitale se il tempo di reazione è misurato in secondi.
La corsa alle tecnologie emergenti ricorda in parte quella nucleare della Guerra fredda, con una differenza fondamentale: le barriere all’ingresso sono molto più basse. Non servono più ciclotroni e vaste infrastrutture per costruire sistemi di impatto strategico; bastano team di ingegneri competenti, accesso a hardware commerciale avanzato, un ecosistema digitale relativamente sviluppato. Questo rende più affollato il campo della deterrenza e molto più fragile l’equilibrio globale.
Esistono anche alcune direttrici di cambiamento. La prima riguarda il piano tecnologico: gli Stati Uniti devono accelerare l’adozione di sistemi autonomi e di IA non come gadget marginali, ma come elementi centrali della propria dottrina. Questo implica investimenti massicci in test, simulazioni realistiche, esercitazioni che includano scenari di fallimento e comportamenti inattesi degli algoritmi.
La seconda direttrice è industriale. Il complesso militare‑industriale deve imparare a produrre “in largo” oltre che “in alto”: non solo piattaforme d’élite, ma anche flotte di sistemi più semplici, aggiornabili rapidamente, integrati in architetture di comando distribuite. Servono modelli di collaborazione nuovi con l’ecosistema delle startup, contratti più flessibili, percorsi che permettano di scalare rapidamente le soluzioni che funzionano e abbandonare senza rimpianti quelle che non superano la prova del campo.
La terza è istituzionale e culturale. Ridurre drasticamente i tempi di acquisizione, accettare un livello maggiore di rischio sperimentale, premiare chi è disposto a innovare anche a costo di fallimenti intermedi: sono tutti passi necessari se Washington vuole restare competitiva. Non è solo una questione di soldi, ma di mentalità: passare da un sistema che protegge lo status quo a uno capace di adattarsi a una curva tecnologica in continua accelerazione.
Un futuro ancora aperto
Il messaggio di fondo non è che gli Stati Uniti abbiano già perso la guerra del futuro, ma che il loro vantaggio non può più essere considerato una certezza. La superiorità tecnologica che ha definito l’ordine militare degli ultimi decenni è oggi contestata da potenze che hanno imparato a usare la tecnologia in modo diverso, più rapido, spesso più spregiudicato. Il campo di battaglia del domani sarà popolato da sciami di droni, algoritmi che analizzano dati in tempo reale, armi che decidono in millisecondi.
La vera posta in gioco, per Washington, è la capacità di adattarsi prima che questo nuovo ecosistema si cristallizzi a suo sfavore. Se riuscirà a coniugare innovazione, scala produttiva, nuove dottrine operative e un quadro minimo di regole per l’uso dell’IA in guerra, potrà continuare a esercitare un ruolo centrale, pur in un mondo più multipolare e competitivo. Se invece prevarranno inerzia burocratica, timidezza industriale e frammentazione politica, il vantaggio americano rischia di dissolversi senza bisogno di una grande sconfitta sul campo.
La guerra del futuro, del resto, è già iniziata. Si combatte nei laboratori di ricerca, nelle linee di produzione dei droni, nei data center dove vengono addestrati i modelli di intelligenza artificiale, nei codici che regolano l’interazione tra sensori e armi. Quando vedremo il prossimo grande conflitto “caldo”, sarà soltanto l’atto finale di una trasformazione che stiamo vivendo adesso, spesso senza renderci conto di quanto sia profonda.
A meno di due anni dalla trionfale vittoria elettorale che aveva riportato il Labour al governo dopo la lunga stagione conservatrice, Keir Starmer ha annunciato che lascerà la guida del partito e del Paese, aprendo formalmente la corsa alla sua successione. La decisione, maturata dopo settimane di pressioni interne e risultati elettorali locali deludenti, prepara il terreno a quella che si preannuncia come un’ordinata ma rapidissima transizione di potere a favore di Andy Burnham.
Un premier di passaggio in una decade turbolenta
L’uscita di scena di Starmer proietta il Regno Unito verso il suo settimo primo ministro in dieci anni, un dato che restituisce l’immagine di un sistema politico estremamente instabile e in continua riconfigurazione. Solo nel 2016 il Paese si confrontava con le conseguenze immediate del referendum sulla Brexit, e da allora si è susseguita una catena di leader, da Theresa May a Boris Johnson, fino a Liz Truss e Rishi Sunak, che ha eroso la fiducia dell’opinione pubblica nella capacità di Westminster di garantire continuità e visione strategica.
L’arrivo di Starmer a Downing Street, dopo una vittoria elettorale di proporzioni storiche per il Labour, era stato interpretato come l’occasione per voltare pagina rispetto al caos degli anni precedenti, ma la brevità del suo mandato conferma quanto sia difficile consolidare una leadership in un contesto politico segnato da polarizzazione, crisi economiche e shock geopolitici. Che un premier entrato a Downing Street con un mandato forte debba lasciare il posto dopo meno di due anni è un segnale non solo della fragilità del suo consenso interno, ma anche delle crescenti aspettative di un partito che non sembra disposto a tollerare periodi prolungati di calo nei sondaggi o performance elettorali deludenti.
Dalla vittoria schiacciante alle crepe interne
La parabola politica di Starmer si è consumata in tempi sorprendentemente rapidi: da “uomo dell’ordine” chiamato a ricostruire l’immagine del Labour dopo la stagione corbynista, a leader contestato per una serie di retromarce programmatiche e per la percezione di una linea troppo prudente su alcune delle principali questioni sociali ed economiche. Le sconfitte e le cadute di consenso registrate nelle recenti elezioni locali hanno accelerato un processo già in atto, dando voce a una fronda interna che, inizialmente silenziosa, si è trasformata in una vera e propria campagna per costringerlo a definire il proprio futuro politico.
Nel corso della primavera, una parte rilevante del partito ha iniziato a chiedere apertamente un calendario di uscita, segnalando la perdita di fiducia nella capacità di Starmer di guidare il Labour alle prossime elezioni generali, nonostante l’assenza di un’alternativa formalmente consolidata. Perfino nel campo governativo, dove il vice primo ministro David Lammy aveva difeso Starmer escludendo pubblicamente qualsiasi ipotesi di un “timetable” per le dimissioni, la pressione politica è diventata sempre più difficile da contenere, incrinando l’immagine di coesione che Downing Street aveva cercato di proiettare fino a poche settimane fa.
Le critiche mosse al premier hanno ruotato intorno a due assi principali: il presunto vuoto di visione strategica a medio‑lungo termine e la sensazione che il governo avesse inseguito i problemi più che anticiparli, senza riuscire a costruire una narrazione convincente sul futuro del Paese in ambiti chiave come la crescita, la sanità e la transizione energetica. È in questo contesto che l’ipotesi di un cambio di leadership ha assunto, per molti deputati laburisti, il senso di una scelta quasi inevitabile per evitare che il logoramento del premier si trasformasse in un danno strutturale per il partito.
L’annuncio: un’uscita pianificata, non un passo nel vuoto
Il momento di svolta è arrivato con la dichiarazione ufficiale di Starmer, che ha annunciato la propria intenzione di dimettersi sia da primo ministro sia da leader del Labour, affidando alla macchina del partito il compito di organizzare un passaggio di consegne il più possibile ordinato. Nel suo discorso, il premier ha reso noto di avere informato re Carlo III della decisione e di voler chiedere al National Executive Committee del partito di fissare un calendario preciso per l’elezione del nuovo leader.
Il piano prevede che le nomine per la leadership si aprano il 9 luglio, con un processo che dovrebbe concludersi entro la pausa estiva del Parlamento, garantendo l’insediamento del nuovo leader e nuovo primo ministro prima del rientro a Westminster in autunno. Starmer ha chiarito che resterà in carica a Downing Street fino alla proclamazione del successore, evitando così un vuoto di potere in una fase politicamente sensibile e scongiurando l’idea di una crisi aperta di governo.
Il messaggio che Downing Street ha cercato di inviare, anche grazie a una coordinazione con le principali correnti del partito, è quello di una transizione lineare e programmata, capace di rassicurare i mercati e gli alleati internazionali, oltre che l’elettorato laburista. In un contesto europeo segnato da tensioni geopolitiche, dall’evoluzione del rapporto con la presidenza Trump a Washington fino ai dossier aperti sulla sicurezza energetica e sulla politica migratoria, la stabilità istituzionale britannica resta un fattore cruciale, e una successione caotica avrebbe potuto amplificare la percezione di volatilità già diffusa tra investitori e partner diplomatici.
Andy Burnham, il “successore in attesa”
Se la cornice procedurale appare relativamente chiara, il vero protagonista di questa fase è Andy Burnham, figura da tempo indicata come potenziale erede di Starmer e ora considerato il grande favorito per subentrare alla guida del Labour e del governo. Già noto al grande pubblico come sindaco di Greater Manchester, Burnham ha consolidato negli anni un profilo politico distinto, costruito sulla difesa dei servizi pubblici, su un’attenzione marcata alle diseguaglianze territoriali e su una comunicazione percepita come più empatica e meno tecnocratica rispetto a quella dell’attuale premier.
La sua recente vittoria in una elezione suppletiva per ottenere un seggio alla Camera dei Comuni è stata la mossa decisiva che lo ha riportato al centro del gioco nazionale, permettendogli di candidarsi legittimamente alla leadership del partito dopo anni trascorsi al di fuori di Westminster. Questo successo ha avuto un impatto immediato sugli equilibri interni al Labour, trasformando Burnham in un contendente credibile e, in breve tempo, nella figura che molti deputati hanno iniziato a vedere come unica opzione concreta per guidare il partito in una nuova fase.
Un elemento centrale nel rafforzamento della sua posizione è stato il ritiro di Wes Streeting, ministro della Sanità e nome spesso citato come possibile sfidante di Burnham, che ha scelto di non correre per la leadership e di appoggiare apertamente la sua candidatura. Questo endorsement ha notevolmente ridotto la probabilità di una corsa interna davvero competitiva, alimentando lo scenario secondo cui Burnham potrebbe addirittura trovarsi di fatto senza rivali, arrivando alla guida del partito e del governo con una procedura accelerata rispetto ai tempi canonici di una lunga campagna interna.
Le dinamiche interne al Labour e l’ombra della sinistra del partito
Il cambio di leadership si inserisce in un quadro interno già complesso, in cui coesistono varie anime del Labour, dalla sinistra più tradizionale, reduce dalla stagione Corbyn, alle correnti centriste che hanno appoggiato convintamente la svolta “moderata” promossa da Starmer. Già nei mesi precedenti, una parte della sinistra del partito aveva iniziato a sondare la possibilità di candidare figure alternative, come l’ex leader Ed Miliband, nel tentativo di riportare al centro dell’agenda temi come la giustizia sociale radicale e una politica economica più espansiva.
Questi tentativi, tuttavia, non sembrano aver trovato una massa critica sufficiente, sia per la stanchezza di parte dell’elettorato verso stagioni di forte polarizzazione interna, sia per la valutazione pragmatica di molti deputati che considerano Burnham una sintesi credibile tra capacità di governo e sensibilità socialdemocratica. L’appello di diversi parlamentari perché si “eviti il caos” di una lunga guerra di successione riflette la consapevolezza che un partito diviso rischierebbe di dissipare il capitale politico accumulato con la vittoria elettorale, proprio mentre l’opposizione cerca spiragli per riorganizzarsi.
La capacità di Burnham di gestire questo mosaico di sensibilità interne sarà uno dei test più delicati della nuova leadership, perché una parte significativa del Labour continua a temere che ogni spostamento di equilibrio possa riaprire la frattura tra ala sinistra ed establishment che ha segnato gli anni precedenti. Se Starmer ha pagato il prezzo di un approccio percepito da alcuni come eccessivamente centrato sull’ordine e sulla disciplina di bilancio, il suo successore dovrà trovare un equilibrio tra richiesta di cambiamento sociale e rassicurazione dei ceti medi che, in larga misura, hanno consegnato al Labour l’ultima vittoria.
Il calendario della successione e gli scenari per Downing Street
Le regole del Labour prevedono che un leader possa essere sfidato se un candidato raccoglie il sostegno di almeno un quinto dei deputati del partito, un meccanismo pensato per evitare candidature di pura testimonianza e che, in questo caso, ha contribuito a concentrare in poche mani il potere di determinare gli equilibri futuri. Nel momento in cui Starmer ha scelto di annunciare la propria uscita, questo vincolo procedurale ha assunto un significato diverso, diventando lo strumento attraverso cui misurare il grado di consenso preventivo intorno alla figura di Burnham e di eventuali altri aspiranti.
Se la corsa dovesse rimanere di fatto priva di un vero contendente, la transizione potrebbe chiudersi in tempi strettissimi, con Burnham nominato leader prima della pausa estiva del Parlamento e immediatamente indicato al re come nuovo primo ministro. In caso di competizione interna più articolata, il voto dei membri del partito si svolgerebbe durante il recess estivo, con Starmer ancora in carica a Downing Street fino alla proclamazione del nuovo leader e un potenziale passaggio di consegne all’inizio dell’autunno, scenario che alcuni osservatori considerano più probabile solo se dovessero emergere candidati in grado di coagulare un dissenso significativo.
Ciò che appare certo, al momento, è che la leadership Starmer ha imboccato la fase finale e che il Labour si prepara a riscrivere ancora una volta la propria storia recente, aggiungendo un nuovo protagonista al già lungo elenco di primi ministri che hanno segnato la decade post‑Brexit. Per un Paese che ha ancora aperte questioni di fondo sulla propria collocazione internazionale, sul modello economico post‑uscita dall’Unione europea e sulla tenuta dello Stato sociale, il modo in cui questa transizione verrà gestita potrà fare la differenza tra un semplice cambio di volto a Downing Street e un vero riposizionamento strategico.
Un passaggio cruciale per il Labour e per l’Europa
Il cambio di leadership nel principale partito di governo britannico non è solo una vicenda di palazzo, ma un evento che può incidere sull’intero equilibrio politico europeo, in un momento in cui la cooperazione tra Londra e le capitali dell’Unione resta fondamentale su temi come difesa, energia, migrazioni e sicurezza economica. La figura del prossimo primo ministro britannico verrà valutata, nelle cancellerie europee, non solo sulla base delle posizioni programmatiche, ma anche della capacità di garantire stabilità in un Paese che negli ultimi dieci anni ha dato spesso l’impressione di muoversi in una condizione di emergenza permanente.
Per il Labour, la sfida sarà dimostrare che un cambio di guida può rappresentare un rafforzamento, non un indebolimento: la prova del nove arriverà quando il nuovo leader dovrà misurarsi con l’elettorato, trasformando in consenso reale l’energia che oggi circonda il nome di Andy Burnham. Solo allora sarà possibile capire se la decisione di spingere Starmer verso l’uscita, dopo un periodo relativamente breve a Downing Street, verrà ricordata come l’atto di coraggio di un partito che ha saputo rigenerarsi in tempo o come l’ennesimo episodio di una stagione politica incapace di produrre leadership durature.
Al di là del giudizio storico che verrà, una cosa appare già evidente: la traiettoria di Keir Starmer, dall’ascesa rapidissima al potere fino a una altrettanto rapida uscita di scena, diventerà uno dei casi di studio più significativi per comprendere le dinamiche della leadership politica nell’era della volatilità permanente, in cui la legittimazione elettorale non basta più a blindare un premier se non è accompagnata da un consenso interno che resista all’erosione quotidiana dei sondaggi e delle sconfitte intermedie.
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