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Perché Conte vuole fermare le armi a Kiev

Per Giuseppe Conte, l’Europa deve cambiare strada in Ucraina. Dopo anni di forniture militari, il presidente del Movimento 5 Stelle ritiene che continuare a inviare armi significhi prolungare una guerra senza avvicinarne la soluzione. La sua proposta è affidare alla diplomazia il compito di proteggere la popolazione ucraina, ridurre il rischio di un conflitto più ampio e costruire un accordo con Mosca. È il ragionamento che sostiene la richiesta di interrompere gli invii e che continua a dividere il centrosinistra.

Il dossier segue il ragionamento di Conte passo dopo passo: apri le schede una alla volta o tutte insieme.

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La posizione Dal sì alle armi del 2022 alla richiesta di fermarle

Aggiornato al 16 ottobre 2026 · Dichiarazioni fino al 15 ottobre

Il 15 ottobre Conte è tornato a difendere questa impostazione, presentando la svolta negoziale come la scelta necessaria per tutelare meglio gli ucraini. Nella sua lettura, la solidarietà verso il Paese aggredito deve ormai tradursi soprattutto nella ricerca di una via d’uscita politica. Le ulteriori forniture militari, sostiene, rischiano di rinviare quel passaggio e di aumentarne il costo umano.

Per capire come sia arrivato a questa conclusione bisogna tornare al 2022. All’inizio dell’invasione russa, il Movimento sosteneva il governo Draghi e partecipò all’approvazione del sostegno militare a Kiev. Il 30 settembre 2026 Conte lo ha riconosciuto apertamente: «Con le armi abbiamo dato». Ha ricordato il consenso iniziale alle forniture come una decisione ponderata e sofferta, spiegando che oggi, a suo giudizio, le condizioni sono cambiate.

Quell’evoluzione è essenziale per comprendere la posizione attuale. Conte distingue la risposta all’emergenza dell’invasione dalla prosecuzione degli aiuti nel tempo. Ritiene che la scelta iniziale non possa diventare un automatismo e che ogni nuovo invio debba essere misurato rispetto alla possibilità di raggiungere una soluzione. Quando questa prospettiva si allontana, nel suo ragionamento, occorre rimettere in discussione gli strumenti utilizzati.

Il giudizio Perché il M5S ritiene che le armi non bastino

Il giudizio del M5S sulla strategia occidentale è severo. Nei documenti pubblicati nel dicembre 2024, il partito sosteneva già che l’aumento degli armamenti non avesse aperto una prospettiva credibile di vittoria ucraina e che il protrarsi dei combattimenti richiedesse sacrifici sempre maggiori. Da questa lettura deriva l’idea che il negoziato sia un passaggio inevitabile, da anticipare per limitare altre perdite.

È qui che si concentra la critica del Movimento: quale risultato si intende ottenere continuando a fornire armi, e a quale prezzo? Per i Cinque Stelle, sostenere la resistenza senza indicare un punto di arrivo politico espone l’Ucraina a un logoramento prolungato. Il partito presenta quindi la trattativa come una scelta di realismo, legata alla valutazione dei rapporti di forza e alla necessità di arrestare le distruzioni.

Questa valutazione va letta per quello che è: una tesi politica sull’efficacia della strategia seguita finora. Non dimostra che gli aiuti ricevuti siano stati inutili alla difesa ucraina, né che una trattativa precedente avrebbe

certamente prodotto condizioni migliori. Quando il M5S sostiene che negoziare prima avrebbe risparmiato territori e vite, propone una propria interpretazione delle alternative che si sarebbero potute aprire.

Il rischio Il timore di un'escalation e la sicurezza europea

Al giudizio sui risultati si aggiunge il timore di un’escalation. Conte descrive una guerra che può allargarsi negli obiettivi, negli strumenti e nel coinvolgimento dei sostenitori occidentali. Il rischio che evoca è quello di un’Europa trascinata verso uno scontro diretto con una potenza nucleare. Nelle dichiarazioni del 10 ottobre ha insistito sulla possibilità che il conflitto perda limiti e confini; il 14 ha richiamato il pericolo di una guerra mondiale.

La protezione degli ucraini e la sicurezza europea diventano così, nella sua argomentazione, due aspetti dello stesso problema. Il prolungamento dei combattimenti aggraverebbe la sofferenza della popolazione e aumenterebbe contemporaneamente i rischi per il continente. La diplomazia dovrebbe intervenire prima che questa dinamica renda ancora più difficile il compromesso. Le dichiarazioni esaminate esprimono questa preoccupazione, senza quantificare la probabilità di uno scontro più ampio.

Il negoziato Ascoltare Mosca e la conferenza ispirata a Helsinki

L’idea di negoziato proposta da Conte richiede anche di ascoltare la controparte. Alla festa del Manifesto del 10 ottobre, il leader pentastellato ha sostenuto che un accordo imponga di comprendere gli interessi russi. Ha richiamato le esercitazioni NATO in Ucraina, la prospettiva dell’allargamento dell’Alleanza e la presenza di popolazioni russofone e filorusse nei territori contesi, precisando che considerare questi fattori non significa giustificare l’aggressione.

Il passaggio indica la direzione politica della proposta, ma lascia aperto il contenuto di un eventuale compromesso. Da quelle parole non emerge una definizione dei territori sui quali Conte accetterebbe concessioni, né un sistema dettagliato di garanzie per Kiev. Comprendere le richieste di Mosca e stabilire quali possano essere accolte sono due passaggi distinti, e il secondo resta da precisare.

Il riferimento diplomatico del Movimento è una conferenza internazionale ispirata a Helsinki. L’obiettivo dichiarato è inserire la fine della guerra in una prospettiva più ampia di distensione tra Russia ed Europa. Le risoluzioni dell’ottobre 2026 richiamano una svolta negoziale, una mediazione europea e percorsi di cooperazione e disarmo: la trattativa dovrebbe affrontare il conflitto insieme alle condizioni di sicurezza successive.

In questa visione, l’Unione europea dovrebbe assumere un ruolo politico più forte e partecipare alla costruzione dell’intesa. Il M5S le chiede di investire nella mediazione e nella definizione di un equilibrio che renda possibile la convivenza. La proposta di una nuova conferenza offre dunque una cornice diplomatica, mentre i dettagli necessari per trasformarla in un accordo restano da negoziare.

I soldi Riarmo europeo, priorità di spesa e aiuti agli ucraini

La critica alle forniture militari si intreccia poi con quella al riarmo europeo. Il 14 ottobre Conte ha contestato un aumento della spesa organizzato separatamente dai singoli Stati, sostenendo che possa favorire divisioni e nazionalismi. Ha indicato invece una difesa comune, con investimenti condivisi e risparmi, e chiesto che maggiori risorse vadano alla sanità, alla casa, alle energie rinnovabili, all’innovazione e alla crescita.

L’argomento economico riguarda quindi le priorità delle scelte pubbliche: le risorse assorbite dal riarmo, secondo Conte, possono finanziare altri bisogni. Nello stesso intervento il leader del M5S ha definito Putin l’aggressore e considerato giusto sanzionarlo. La sua contrarietà alla prosecuzione degli invii militari convive dunque, in quelle dichiarazioni, con il riconoscimento della responsabilità russa e della legittimità delle sanzioni.

Anche per questo, riassumere la linea pentastellata come un rifiuto di qualsiasi aiuto all’Ucraina ne deformerebbe il significato. Il Movimento ha documentato iniziative di solidarietà e accoglienza, mentre Conte sostiene di voler aiutare gli ucraini attraverso la soluzione politica del conflitto. Rimane distinta la valutazione dei singoli programmi finanziari, per i quali le dichiarazioni generali non equivalgono a un’approvazione indiscriminata.

Il 15 ottobre Conte ha richiamato criticamente anche le iniziative di Trump sul gasolio russo e l’incertezza del sostegno legato a Starlink. Le ha inserite nel proprio ragionamento sulla fragilità della strategia occidentale, tornando a chiedere una svolta negoziale. Questi riferimenti descrivono gli argomenti utilizzati dal leader del M5S; il resoconto delle sue parole, da solo, non verifica le vicende energetiche e tecnologiche citate.

Il consenso Il voto Nova e il confronto con il Pd

La posizione ha ormai un mandato programmatico interno. Nella consultazione Nova di settembre, il quesito secondo cui continuare a inviare armi allontana la pace ha ottenuto il 91,7% dei voti espressi su quel punto. Il dato riguarda chi ha partecipato a quella specifica votazione. Conferma il sostegno raccolto dalla linea all’interno della consultazione, senza rappresentare automaticamente tutti gli iscritti o l’elettorato nazionale. È con questo orientamento che Conte si presenta al confronto con il Partito Democratico. Schlein considera necessario continuare a sostenere la difesa ucraina mentre si cerca un’intesa; il M5S ritiene che il proseguimento delle forniture ostacoli il cambio di strategia. Le due forze convergono sulla necessità di un’iniziativa diplomatica europea, ma attribuiscono al sostegno militare una funzione diversa nel percorso verso la pace.

Il resoconto ANSA aggiornato il 15 ottobre ha registrato un cambiamento nei rapporti parlamentari: PD, M5S e AVS hanno evitato di bocciarsi reciprocamente sui punti relativi all’Ucraina, scegliendo astensioni incrociate pur mantenendo risoluzioni separate. È un segnale di disponibilità a trattare tra alleati. La scelta sugli invii futuri rimane però aperta e richiede un accordo politico che le astensioni, da sole, non producono.

Cosa manca Cosa resta da chiarire sul negoziato e sullo stop agli invii

Sul piano strategico, la proposta di Conte deve ancora chiarire come lo stop alle forniture possa favorire un compromesso senza spingere Mosca a cercare ulteriori vantaggi sul terreno. La richiesta di negoziare individua una direzione, ma la sua efficacia dipende dalle condizioni offerte e dalla disponibilità delle parti ad accettarle. È il passaggio decisivo per trasformare l’indicazione politica in una soluzione praticabile.

Un’intesa dovrebbe inoltre definire chi controlli il rispetto di un cessate il fuoco, quali garanzie proteggano l’Ucraina e quali conseguenze seguano a nuove violazioni. Resta da precisare anche l’estensione concreta dello stop: sistemi antiaerei, munizioni, addestramento, intelligence e finanziamenti sono strumenti diversi. Il pensiero del M5S è chiaro nella richiesta di cambiare strategia; la sua traduzione operativa dipenderà dalle risposte a questi problemi.

Fonti Fonti e riferimenti

Adnkronos ripresa da Infosannio · 30 settembre 2026. Conte riconosce il sì iniziale alle armi e spiega la richiesta di una svolta negoziale. Apri la fonte

Movimento 5 Stelle · 19 dicembre 2024. Il realismo della pace contro la follia della guerra. Documento politico del partito. Apri la fonte

Movimento 5 Stelle · 2 dicembre 2024. Ucraina e strategia basata sulle armi. Documento politico del partito. Apri la fonte

Agenzia Vista ripresa da TGCAL24 · 15 ottobre 2026. Punto stampa di Conte sulla svolta negoziale e sulla tutela della popolazione. Apri la fonte

Adnkronos · 10 ottobre 2026. Dichiarazioni di Conte alla festa del Manifesto sugli interessi russi e sul negoziato. Apri la fonte

Il Fatto Quotidiano · 14 ottobre 2026. Resoconto e video dell’intervento di Conte alla Camera su Ucraina e riarmo. Apri la fonte

Movimento 5 Stelle · 28 febbraio 2022. A sostegno di Kiev. Condanna dell’invasione, solidarietà e accoglienza. Apri la fonte

Ministero della Difesa · 5 novembre 2022. Comunicazione di Crosetto a Conte sul sostegno del M5S al governo Draghi e sui decreti. Apri la fonte

Fanpage · 20 settembre 2026. Esito della consultazione Nova e voto sul punto relativo alle armi a Kiev. Apri la fonte

Fanpage · 14 ottobre 2026. Confronto delle risoluzioni dei partiti prima del Consiglio europeo. Apri la fonte

ANSA · aggiornamento 15 ottobre 2026. Astensioni incrociate e permanenza delle divergenze tra PD, M5S e AVS. Apri la fonte

Diesel russo, Washington sospende le sanzioni fino ad aprile dopo la telefonata Trump-Putin

Venerdì 9 ottobre Donald Trump ha annunciato un’intesa con Vladimir Putin sul gasolio russo, al termine di una telefonata. Poche ore dopo il Tesoro americano ha sospeso fino ad aprile le sanzioni su quel carburante. La Casa Bianca promette prezzi in calo prima del voto di novembre. Mosca, però, vieta ancora ai propri produttori di esportare diesel. E nella nota del Cremlino le quantità annunciate non compaiono.

Sette schede per seguire il gasolio russo dalla telefonata di venerdì fino al distributore sotto casa.

Venerdì 9 ottobre Trump ha anticipato alla Casa Bianca un annuncio importante sul diesel, riferisce Reuters. In serata ha parlato al telefono con Vladimir Putin. Poi ha scritto su Truth Social che la Russia immetterà gasolio sul mercato americano e mondiale.

Il calendario indicato da Trump procede a tappe: una tranche immediata, una a novembre, una terza subito dopo. In tutto, secondo la Casa Bianca, oltre 4,8 milioni di tonnellate.

Lo stesso giorno l’Ofac, l’ufficio del Tesoro che gestisce le sanzioni, ha emesso una licenza generale. Autorizza il commercio del diesel di origine russa, comprese le importazioni negli Stati Uniti.

Il gasolio muove camion, trattori e treni merci: quando rincara, il costo si scarica su quasi tutte le merci. Negli Stati Uniti il prezzo è raddoppiato dall’inizio della guerra con l’Iran, a febbraio, secondo askanews.

Giovedì la media nazionale ha toccato 6,28 dollari al gallone, secondo i dati AAA citati da Reuters. Le elezioni di metà mandato sono fissate al 3 novembre. Trump ha indicato agricoltori, allevatori e autotrasportatori come primi destinatari.

Il presidente attribuisce la scarsità anche agli attacchi ucraini contro le raffinerie russe. Le misure precedenti, dalle scorte del G7 al gasolio agricolo esentasse su strada, non bastavano secondo diversi analisti.

Venerdì i future sul diesel hanno perso il 4%, secondo NBC News, ma restano più che raddoppiati da inizio anno.

Tom Kloza, consulente di Gulf Oil, ha definito l’annuncio «altro rumore da Truth Social», parlando con Newsweek. Secondo lui Mosca non ha oggi la capacità di offrire volumi rilevanti. Circa metà della sua raffinazione, ha detto, è colpita dai droni ucraini.

Ed Hirs, economista dell’Università di Houston, stima il pacchetto in circa 29 milioni di barili. Per lui l’eventuale sollievo alla pompa arriverebbe dopo le elezioni, e sarebbe temporaneo.

A favore della Casa Bianca resta un argomento. La crisi nasce dalla scarsità di offerta, e la misura agisce sull’offerta. Lo stesso Kloza aveva detto che una ripresa dell’export russo avrebbe pesato più degli sgravi fiscali.

Volodymyr Zelensky ha reagito su X nella stessa serata. Allentare le sanzioni senza un accordo duraturo, ha scritto, è un segno di debolezza. A suo giudizio la Russia ripagherà il gasolio con nuovo terrore.

Kiev considera le raffinerie russe obiettivi militari legittimi, perché il petrolio finanzia l’invasione. La licenza riapre un canale commerciale proprio a quel settore. Non è stata annunciata alcuna contropartita russa sulla guerra.

La misura divide anche il Congresso. Il repubblicano Don Bacon ha scritto che comprare carburante russo è la risposta sbagliata. Ha ricordato la legge sanzionatoria contro Mosca firmata da Trump il mese scorso.

La licenza americana rimuove un ostacolo, ma non quello russo. Dall’estate Mosca vieta ai produttori di esportare gasolio, per proteggere il mercato interno. Un decreto di fine settembre ha prorogato il divieto fino al 31 ottobre.

Non è noto con quale deroga partirebbero le tonnellate promesse «subito». Secondo il Cremlino, Putin ha confermato la disponibilità a fornire petrolio e derivati. Nei resoconti delle agenzie russe non compaiono però quantità né date.

Resta il limite materiale. L’Agenzia internazionale dell’energia stimava a settembre un calo della produzione russa di diesel vicino al 30%. Trump stesso lega l’ultima tranche alla capacità delle raffinerie.

Il quadro cambierebbe con un decreto russo che sospenda il divieto, o con i primi carichi documentati.

LICENZA
135

Il documento dell’Ofac porta il numero 135 ed è datato 9 ottobre. Autorizza vendita, consegna, scarico e importazione di gasolio russo, anche negli Stati Uniti. Non nomina acquirenti, venditori né navi.

La scadenza è fissata a mezzanotte e un minuto, ora della costa orientale, del 7 aprile 2027. Riguarda soltanto il diesel, non il resto del petrolio russo.

Il dettaglio che conta è un’esclusione. La licenza non consente addebiti sui conti tenuti in banche americane da tre enti dello Stato russo. Sono la Banca centrale, il Fondo nazionale per il benessere e il ministero delle Finanze. Washington apre al prodotto, non ai conti sovrani di Mosca.

Per l’Italia il quadro giuridico non cambia. Dal febbraio 2023 l’Unione europea vieta l’importazione via mare di prodotti petroliferi russi, diesel compreso. La licenza americana non riporta gasolio russo nei porti italiani.

L’effetto possibile è indiretto. Se altri Paesi tornassero a comprare a Mosca, più carichi resterebbero disponibili per l’Europa. È un’ipotesi economica, non un risultato misurabile.

In Italia il gasolio resta sopra i 2,25 euro al litro, secondo Europa Today. Per le proporzioni: l’intero pacchetto vale circa un quinto del gasolio consumato in Italia nel 2025, su dati Unem. Non è una stima dell’impatto sui prezzi.

Per chi fa il pieno in Italia, per ora, niente di misurabile.

Manovra 2027, i 29 miliardi per energia e difesa sono deficit autorizzato, non fondi in cassa

Il governo chiede fino a 29 miliardi di deficit in più per energia e difesa nel 2027 e nel 2028. L’8 ottobre la Commissione europea ha dato parere positivo. Ma quella cifra non si trova in nessuna cassa: è un permesso a indebitarsi, legato a passaggi ancora aperti e a un solo decimale di deficit.

Apri le schede per seguire il percorso dei 29 miliardi, da Palazzo Chigi a Bruxelles.

Il 2 ottobre il Consiglio dei ministri ha approvato il Documento programmatico di finanza pubblica. È la cornice della manovra 2027, proposta dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti.

Il governo chiede circa 29 miliardi di deficit aggiuntivo nel biennio 2027-2028 (Agi, Il Fatto Quotidiano). Metà va all’energia, metà alla difesa.

L’8 ottobre la Commissione europea ha espresso una valutazione positiva sulla richiesta italiana, inviata a settembre (Eunews, Italpress).

La cifra diventa spesa solo dopo tre passaggi. Nessuno dei tre è ancora concluso.

  1. Il Parlamento deve autorizzare lo scostamento a maggioranza assoluta, come prevede l’articolo 81 della Costituzione. Il voto in Aula è atteso il 13 ottobre.
  2. Il Consiglio dell’Ue ha poi un mese per il via libera definitivo, ha spiegato il portavoce della Commissione Balazs Ujvari. Fonti europee citate dall’ANSA indicano l’Ecofin di novembre.
  3. Solo allora la legge di bilancio può trasformare il margine in misure. Ogni euro speso sarà debito nuovo, non una risorsa già incassata.

Per la Commissione, nel caso italiano la clausola non mette a rischio la sostenibilità delle finanze pubbliche. Secondo Ujvari non annuncia un cambio di rotta fiscale.

Giorgetti ha chiesto una manovra prudente. Ha anche ridotto la quota per la difesa rispetto alle ipotesi circolate a settembre.

La lettura più esigente arriva dalle imprese. Il 9 ottobre a Modena Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, ha indicato la crescita come punto centrale della manovra (ANSA).

Orsini ha chiesto un piano industriale con una visione e un piano di rilancio per il dopo Pnrr. Sull’energia ha giudicato insufficiente il lavoro fatto dall’Europa. La domanda si sposta così dalla quantità di deficit al suo impiego.

Agi indica il deficit programmato del 2027 al 3,4% del Pil. Il Fatto Quotidiano e Il Giornale d’Italia riportano invece il 3,5%.

Anche la ripartizione del 2028 tra energia e difesa resta poco definita. Una delle sintesi disponibili parla di una quota complessiva da suddividere, senza cifre per settore.

Soprattutto, nessuna fonte dice quanta parte del margine il governo userà davvero nel 2027. È il dato che decide tutto il resto. Lo fisserà solo il testo della manovra.

UN
DECIMALE

Il Documento stima il deficit del 2026 al 2,9% del Pil (Agi, Ipsoa).

La soglia europea è il 3%. A settembre l’Istat ha certificato il deficit 2025 al 3,1%, e l’Italia è rimasta nella procedura per deficit eccessivo.

Secondo la Commissione, la clausola non impedisce l’uscita nella primavera 2027. La condizione è che il deficit 2026 resti sotto soglia.

Il Post ha spiegato il risvolto: per un Paese in procedura, le spese per difesa ed energia continuano a pesare sul deficit. Usarle per intero rischia di rinviare l’uscita.

Il governo annuncia interventi per famiglie, studenti, imprese, amministrazioni e infrastrutture. Tra gli esempi, il trasporto pubblico per gli studenti e il sostegno alle rinnovabili.

Sono indirizzi, non provvedimenti. Importi, beneficiari e tempi arriveranno con la legge di bilancio, attesa alla Camera entro il 20 ottobre.

Resta da capire quanta parte dei fondi per l’energia andrà a sostegni immediati e quanta a investimenti di lungo periodo. È questa la scelta tra subito e dopo che il governo deve ancora compiere.

L’IA corre, la sicurezza delle identità resta indietro: cosa dice davvero il rapporto SailPoint

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Il 9 ottobre 2026 The Hacker News ha pubblicato un pezzo su un presunto «paradosso della velocità»: le aziende adottano agenti di intelligenza artificiale a ritmo di macchina, ma ne governano gli accessi con metodi pensati per le persone. I numeri vengono da un rapporto di SailPoint, azienda che vende software per la sicurezza delle identità. Questo dossier ricostruisce i dati, li confronta con il comunicato originale e separa ciò che il rapporto misura da ciò che serve a promuovere una soluzione.

Il dossier va dalla fonte ai numeri: apri le schede nell'ordine, oppure vai dritto a quella che ti interessa.

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La fonte Un rapporto firmato da chi vende la soluzione

L’articolo di The Hacker News reca in calce un’avvertenza: è un contributo di un partner della testata. I link nel testo rinviano alla pagina del rapporto sul sito di SailPoint, con parametri di tracciamento. Non è una cronaca indipendente, ma la presentazione di uno studio realizzato e diffuso da un’azienda.

SailPoint è quotata al Nasdaq con la sigla SAIL e vende software per la gestione delle identità digitali. Il rapporto è uscito il 6 ottobre 2026 dalla conferenza Navigate, ad Austin. Lo stesso giorno l’azienda ha annunciato nuovi prodotti dedicati agli agenti di IA, tra cui Autonomous Agents e Agentic Fabric Security.

Questo non toglie valore ai dati. Conviene però leggerli sapendo chi li ha raccolti e che cosa vende.

Come si misura la maturità

Il rapporto è alla quinta edizione. Si basa su un sondaggio globale tra 340 responsabili di identità, informatica, sicurezza e rischio. SailPoint colloca ogni organizzazione su una scala di cinque «Horizon»: dal primo, senza alcun programma formale, al quinto, integrato nell’ecosistema.

Il giudizio considera strategia, modello operativo, personale, fiducia tecnica e capacità tecniche. Secondo la ricostruzione di The Hacker News, il secondo livello indica processi manuali assistiti da strumenti.

La classificazione è definita e applicata da SailPoint, non da un ente terzo. Il campione, inoltre, cambia da un anno all’altro: l’edizione 2025-2026 si basava su 375 decisori intervistati a giugno 2025.

I numeri Un mercato fermo ai blocchi di partenza

Il primo dato riguarda tutto il mercato. Circa il 60% delle organizzazioni resta nei primi due Horizon, cioè senza programma formale o con controlli manuali assistiti da strumenti. Meno dell’1% ha raggiunto il quinto.

Per differenza resterebbe circa il 39% nei livelli intermedi, il terzo e il quarto. È un calcolo di questo dossier: il comunicato non pubblica la ripartizione completa.

Barra orizzontale: circa 60% delle organizzazioni negli Horizon 1-2, circa 39% negli Horizon 3-4, meno dell'1% nell'Horizon 5.

Secondo SailPoint il ritardo dipende soprattutto dalle identità non umane. L’87% giudica capaci o migliori le proprie funzioni di gestione degli accessi per le persone. Solo il 43% dichiara processi maturi per l’accesso degli agenti.

The Hacker News ne ricava che il problema non sia l’impegno, ma un limite di architettura. I metodi nati per i dipendenti faticherebbero a governare agenti che eseguono migliaia di operazioni al minuto. È una lettura dell’articolo, non un risultato misurato dal sondaggio.

Il confronto Due maturità a velocità diverse

Per le identità delle persone il quadro migliora. Nel 2022 il 45% delle organizzazioni era al primo Horizon. Oggi è il 23%: quasi la metà.

Per gli agenti di IA si parte molto più indietro. Il 54% delle organizzazioni è oggi al primo Horizon per l’identità degli agenti, una posizione peggiore di quella delle identità umane al punto di partenza.

Grafico a barre: organizzazioni ferme al primo Horizon. Identità umane 45% nel 2022 e 23% oggi; identità degli agenti 54% oggi.

Gli agenti pesano già. Rappresentano il 22% di tutti gli account non umani, mentre l’85% delle organizzazioni continua a usare strumenti d’identità tradizionali, non pensati per loro.

SailPoint ne trae una conclusione: le aziende non hanno cinque anni di tempo e devono comprimere in uno una curva che per le persone ne ha richiesti circa cinque. La frase è di Wendy Wu, direttrice marketing dell’azienda, ed è contenuta in un comunicato aziendale.

Un dettaglio sulle date

L’articolo di The Hacker News scrive che «cinque anni fa» il dato era il 45%. Il comunicato SailPoint indica invece il 2022, cioè quattro anni prima del 2026. Il dossier usa la data del comunicato.

Il problema Perché i controlli pensati per le persone non reggono con gli agenti

Secondo il rapporto, le organizzazioni di livello intermedio hanno digitalizzato bene i processi umani, come l’ingresso dei dipendenti e le verifiche periodiche degli accessi. The Hacker News chiama «trappola della digitalizzazione» il tentativo di replicare le stesse scadenze sulle identità delle macchine.

Molte identità di agenti durano minuti o secondi. Una revisione trimestrale arriverebbe quando l’identità non esiste più. Per l’articolo diventa un costo operativo senza utilità.

La direzione indicata è l’abbandono dei permessi permanenti e delle richieste a ticket. Al loro posto ci sarebbero regole continue, contestuali e automatiche, applicate alla velocità delle macchine. La formula tecnica è «zero standing privilege»: nessun privilegio fisso.

Il direttore tecnico di SailPoint, Chandra Gnanasambandam, ha definito irrealistica l’idea che un amministratore approvi gli accessi di agenti che fanno circa 10.000 chiamate a strumenti al secondo. La frase, pronunciata a Navigate, è riportata da un articolo di Yahoo Finance.

Il ritardo operativo ha un numero: solo il 15% delle organizzazioni può assegnare accessi non umani in tempo reale.

Resta una distinzione utile. Che i controlli periodici siano inadatti agli agenti è un argomento tecnico plausibile. Che il rimedio sia il prodotto di chi lo propone è un’altra affermazione. Vanno valutate separatamente.

Il divario Fiducia alta, capacità bassa
40
A
1

Il dato più citato è il divario fra adozione e protezione. Il 79% delle organizzazioni usa già agenti di IA in produzione. Solo il 2% adotta strumenti d’identità progettati apposta per governarli. Da qui il rapporto di 40 a 1.

Quel 2% ha una definizione precisa: tecnologia costruita su misura per gli agenti. Un ulteriore 4% usa strumenti separati per le loro identità. L’85% si affida a strumenti generici o ai controlli nativi delle piattaforme. Non significa che non abbia alcun controllo.

Il 65% ha messo gli agenti a disposizione di oltre un quarto del personale. Solo il 23% dichiara uno stack d’identità pienamente moderno.

Grafico a barre: 79% usa agenti IA in produzione, 85% strumenti legacy o controlli nativi, 4% strumenti separati, 2% strumenti costruiti per gli agenti.

Quanto ci si sente pronti e quanto lo si è

Il rapporto misura anche la distanza fra sicurezza percepita e capacità dimostrabile. Il 57% si dice fiducioso di rispettare gli obblighi normativi, ma solo il 43% si sente molto pronto a produrre prove in un audit legato all’IA.

L’88% considera la strategia per le identità umane una priorità o un fattore strategico. Solo il 41% ha una strategia per le identità non umane allineata ai piani aziendali sull’IA.

L’80% dei leader ritiene il divario degli strumenti moderato o minore. In tempo reale, però, solo il 15% riesce ad assegnare accessi non umani.

Barre accoppiate: 87% contro 43% sugli accessi, 57% contro 43% su conformità e audit, 88% contro 41% sulla strategia, 80% contro 15% sul tempo reale.
La soluzione Il «bilanciamento» e la strada indicata da SailPoint

Davanti alla scelta fra velocità e sicurezza, secondo The Hacker News il 49% dice di bilanciarle in egual misura. Il dato compare nell’articolo, ma non è presente nel comunicato né nelle altre sintesi consultate per questo dossier.

L’articolo lo definisce un falso compromesso. Un equilibrio dichiarato, senza la capacità di farlo rispettare, sarebbe una stasi. È un giudizio dell’articolo, non una misura del sondaggio.

La soluzione proposta

La conclusione del rapporto è che non serve ricostruire tutto da zero. Basta estendere alle identità non umane le regole di governo già mature per le persone, in un’unica struttura. Il 64% delle organizzazioni governa già le identità di macchine e agenti con piattaforme centralizzate.

Il rapporto articola l’architettura in quattro pilastri: accesso, governo, dati e sicurezza. E il percorso in tre tappe: scoprire, governare, proteggere. La prima chiede un inventario di account di servizio, token, script e agenti, con un responsabile per ciascuno e l’individuazione dell’IA non autorizzata.

Le tappe successive portano all’automazione di assegnazione, modifica e revoca dei privilegi, alla rotazione delle credenziali e, infine, ad autorizzazioni dinamiche con accessi temporanei e contenimento automatico.

I benefici dichiarati

Il rapporto lega la maturità ai risultati. Il 62% di chi ha investito nella sicurezza delle identità non umane riferisce guadagni di produttività misurabili. Il 46% parla di rilasci dell’IA più rapidi e sicuri. Il 76% si aspetta che una governance più forte migliori l’accesso alle polizze cyber o le loro condizioni.

Sono risposte dichiarate dagli intervistati, non verifiche indipendenti. Le indicazioni di fondo sono di buon senso, ma coincidono con la linea commerciale di SailPoint, che lo stesso giorno ha presentato prodotti pensati per gli agenti di IA.

Cosa manca Cosa resta da verificare

Il rapporto completo 2026-2027 non è stato consultato per intero. Il dossier si fonda sul comunicato ufficiale e su articoli che lo riprendono. Le percentuali non pubblicate, come la ripartizione fra tutti e cinque gli Horizon, restano da controllare sul documento originale.

Il campione è di 340 intervistati e le risposte sono autovalutazioni. Le definizioni dei livelli e del 2% di strumenti «costruiti su misura» sono di SailPoint.

Due punti sono ambigui. Il comunicato attribuisce all’«80% dei leader» la fiducia nel proprio livello di strumenti, mentre Channel Insider la riferisce ai leader del settore tecnologico. Il dato del 49% sul bilanciamento è presente solo nell’articolo di The Hacker News.

Fonti Le fonti del dossier
  • The Hacker News, «The AI Velocity Paradox: Why Security Is Decades Behind AI Ambition», 9 ottobre 2026, contributo di un partner: thehackernews.com
  • SailPoint, comunicato sul rapporto Horizons of Identity Security 2026, 6 ottobre 2026: globenewswire.com
  • Channel Insider, «SailPoint Finds AI Agent Adoption Far Outpacing Identity Security», 7 ottobre 2026: channelinsider.com
  • Yahoo Finance, «SailPoint’s 40x Gap», sulla conferenza Navigate 2026: finance.yahoo.com
  • SailPoint, «From chaos to control», annuncio dei prodotti per l’identità degli agenti: sailpoint.com
  • SailPoint, comunicato sull’edizione 2025-2026 (375 intervistati): nasdaq.com

Kiev, blackout d’emergenza il 9 ottobre: 136 droni nella notte e una rete già colpita

Il 9 ottobre Ukrenergo ha ordinato blackout d’emergenza a Kiev e in due distretti della regione. Nella notte la Russia aveva lanciato 136 droni, secondo l’Aeronautica ucraina. Ma la rete di Kiev era stata colpita già l’8 ottobre. In mattinata le interruzioni nella capitale sono state revocate. Resta da chiarire quale attacco abbia causato che cosa.

Sette schede, dal blackout del mattino alle domande aperte sull’inverno: toccate il segno + per aprirle.

La mattina del 9 ottobre DTEK ha comunicato blackout d’emergenza sulla riva destra di Kiev. Lo stesso valeva per i distretti di Bucha e Vyshhorod, nella regione.

Gli ordini sono arrivati da Ukrenergo, e i programmi di interruzione sono stati sospesi dove l’emergenza era in corso. Verso le 11 DTEK ha annunciato la revoca a Kiev, riferisce NV.

Ukrenergo ha parlato di diverse regioni, ma le fonti consultate nominano solo Kiev e la sua regione. Nella capitale il trasporto pubblico si è fermato in tre distretti.

Secondo l’Aeronautica ucraina, nella notte tra l’8 e il 9 ottobre la Russia ha lanciato 136 droni. Erano Shahed, droni Gerbera ed esche Parodiya. Sono dati militari, non verificati in modo indipendente.

Alle 8 del mattino i droni abbattuti o neutralizzati erano 114, secondo i dati preliminari.

Gli impatti sono stati registrati in otto località. I detriti dei droni intercettati sono caduti in sette.

L’Aeronautica ha precisato che l’attacco era ancora in corso.

L’8 ottobre il ministro dell’Energia Denys Shmyhal ha riferito di un attacco a un impianto importante per Kiev. Il ministero ha parlato dello spegnimento di diversi elementi della rete che alimenta la città.

Quel giorno si sono fermati metro e mezzi di superficie. In vari distretti è calata la pressione dell’acqua, riporta NV.

Per l’esperto Oleksandr Kharchenko, gli attacchi delle ultime sei settimane mirano a isolare il nodo di Kiev dalla rete nazionale.

L’8 ottobre il ministero della Difesa russo ha dichiarato di aver colpito impianti energetici e industriali ucraini.

Mosca indica tra i bersagli aziende che producono missili da crociera e droni, riferisce Radio 1.

Il ministero russo dice di aver distrutto 399 droni ucraini nella notte tra il 7 e l’8 ottobre. Sono dichiarazioni di parte, non verificate in modo indipendente.

Ukrenergo attribuisce le emergenze ai bombardamenti russi, senza indicare un impianto o un attacco preciso.

L’impianto colpito l’8 ottobre non è stato nominato. Canali di monitoraggio citati da NV parlano di un probabile attacco a un impianto energetico nella notte. Non risulta una conferma ufficiale.

Cambierebbe il quadro un comunicato del ministero dell’Energia che indichi l’impianto danneggiato e i tempi di riparazione.

JET
93

Il dato che cambia è la composizione. Nell’attacco del 5-6 ottobre i droni a reazione erano 49 su 137, secondo l’Aeronautica ucraina.

Il 9 ottobre erano 93 su 136. Ne sono stati intercettati 77.

Per ora nessuna fonte consultata indica effetti diretti per l’Italia.

La scadenza che pesa è l’inverno. Per l’esperto Kharchenko, Kiev lo affronterà con più difficoltà di gran parte dell’Ucraina.

Secondo lui, ad agosto e settembre gli attacchi alle infrastrutture critiche sono stati circa 150 al mese.

Ibride cinesi: Bruxelles prepara un tetto alle importazioni dopo il no di Pechino

Giovedì 8 e venerdì 9 ottobre il commissario Šefčovič tratta a Pechino con il ministro del Commercio Wang Wentao. Il nodo sono le auto ibride cinesi, rimaste fuori dai dazi del 2024 sulle elettriche. Pechino ha respinto un limite volontario alle esportazioni. Bruxelles prepara un tetto proprio, ma nessuna misura è stata approvata. Resta da capire chi pagherebbe la protezione, e quanto.

Sette schede, dal tavolo di Pechino al conto per chi compra: toccate il segno + per aprirle.

L’8 e il 9 ottobre Šefčovič incontra a Pechino il ministro del Commercio Wang Wentao. A settembre Bruxelles ha chiesto a Pechino di limitare volontariamente le esportazioni di ibride. Secondo il Financial Times, la Cina ha rifiutato. La Commissione valuta una clausola di salvaguardia, ma secondo Bloomberg non ha ancora deciso. I leader europei ne discuteranno al Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre.

Nell’ottobre 2024 l’Unione ha imposto dazi compensativi alle auto elettriche a batteria cinesi. Le ibride, plug-in comprese, sono rimaste fuori.

Secondo il Financial Times, le importazioni mensili di ibride cinesi sono passate da 3.800 a 50.000 veicoli. Il periodo va dall’ottobre 2024 al luglio 2026, e i prezzi medi sono scesi.

Una salvaguardia Omc richiede un aumento improvviso delle importazioni, dannoso per i produttori interni. Di norma vale per tutti i Paesi esportatori, ricorda EU Perspectives.

Secondo Eurostat, nel 2025 il disavanzo commerciale dell’Unione con la Cina è stato di 359,8 miliardi di euro.

Šefčovič ha chiesto risultati concreti entro ottobre. Bloomberg riferisce che Bruxelles considera le ibride un caso pilota, estendibile ad altri settori con forti squilibri.

Merz e Macron hanno scritto a von der Leyen chiedendo nuovi strumenti di difesa commerciale. Il testo non indica alcun Paese.

Il 18 settembre il ministero del Commercio cinese ha definito i limiti volontari una violazione delle regole Omc. Il portavoce degli Esteri ha aggiunto che Pechino farà ciò che serve a tutelare le imprese. Nel 2024, ricorda EU Insider, Pechino rispose con misure antidumping su cognac, maiale e latticini europei.

Per l’economista Langhammer, del Kiel Institut, il disavanzo riflette la minore competitività dell’export europeo. Il commercio, dice, frena l’inflazione e aumenta il reddito reale dei consumatori europei.

Limite volontario: Bruxelles ha proposto circa il 15% del mercato delle ibride. Pechino ha rifiutato.

Tetto unilaterale: un contingente tariffario temporaneo, con prelievo oltre una soglia. Cifre e date non sono note.

Impegni sui prezzi minimi: li preferisce il numero uno di BMW, Milan Nedeljkovic. Volkswagen chiede invece dazi come quelli sulle elettriche.

Le fonti divergono sul peso attuale delle cinesi. Per Bloomberg sono un quarto delle ibride vendute; per il Financial Times oltre un terzo. Non è chiaro su quale base si calcoli il 15%.

Gli esiti dei colloqui di Pechino non risultano ancora pubblicati.

DAZIO
10%

Un’ibrida cinese paga il solo dazio ordinario del 10%.

Un’elettrica cinese paga lo stesso 10% più un dazio compensativo.

Il dazio aggiuntivo va dal 7,8% al 35,3% a seconda del produttore, riportano electrive e CnEVPost.

Nessun tetto o dazio sulle ibride è stato approvato.

A settembre la plug-in più immatricolata in Italia è stata la BYD Seal U DM-i, con 2.144 unità, secondo HDmotori.

Il contingente, secondo Bloomberg, colpirebbe con un prelievo solo le importazioni oltre una soglia. Se e quanto salirebbero i prezzi al pubblico, nessuna fonte lo ha stimato.

La notte del 7 ottobre: droni e missili a lungo raggio tra Ucraina e Russia

La notte tra il 6 e il 7 ottobre 2026 è stata segnata da uno dei più imponenti scambi di attacchi a lungo raggio delle ultime settimane tra Ucraina e Russia. Prima centinaia di droni ucraini hanno attraversato lo spazio aereo russo; nelle ore successive Mosca ha risposto con un attacco combinato contro l’Ucraina impiegando droni, missili da crociera, missili balistici e armi antinave.

Il dossier segue la notte in ordine: prima gli attacchi ucraini, poi la risposta russa e i bilanci.

L'attacco ucraino I 311 droni ucraini dichiarati abbattuti da Mosca

Secondo il ministero della Difesa russo, durante la notte le difese aeree hanno intercettato e distrutto 311 droni ucraini ad ala fissa. Si tratta del dato fornito da Mosca e, al momento, non verificabile in modo indipendente nella sua interezza. Gli abbattimenti sarebbero avvenuti sopra le regioni di Belgorod, Bryansk, Kursk, Tula, Oryol, Lipetsk, Voronezh, Smolensk, Tambov, Kaluga, Saratov, Samara, Penza, Rostov e Volgograd, oltre che nel territorio di Perm, in Crimea e sopra il Mar Nero e il Mar d’Azov.

È quindi più corretto parlare di un attacco su larga scala contro il territorio russo, non di 311 droni diretti specificamente contro Mosca. La dispersione geografica indicata dal ministero russo mostra infatti un’operazione estremamente ampia, estesa dalla fascia di confine con l’Ucraina fino a regioni molto più profonde del territorio della Federazione.

L’offensiva ucraina si inserisce inoltre in una sequenza di attacchi particolarmente intensa: soltanto il giorno precedente, 6 ottobre, Mosca aveva dichiarato di aver intercettato 868 droni ucraini durante un’altra notte di incursioni. Anche questo numero proviene esclusivamente dal ministero della Difesa russo.

La risposta russa La risposta russa: droni, missili da crociera e balistici

Dalla sera del 6 ottobre la Russia ha contemporaneamente iniziato a costruire una vasta offensiva contro l’Ucraina. Secondo l’Aeronautica militare ucraina, l’attacco è cominciato intorno alle 18:00 ed è proseguito per tutta la notte attraverso successive ondate.

Mosca ha utilizzato 130 droni, comprendenti Shahed, Gerbera e droni-esca. Un elemento significativo è che, secondo Kiev, 46 degli Shahed utilizzati erano versioni a reazione, quindi sensibilmente più veloci rispetto ai tradizionali droni con motore a elica. I velivoli senza pilota sono stati lanciati da diverse direzioni, comprese Oryol e Primorsko-Akhtarsk in Russia, oltre ai territori occupati di Donetsk e della Crimea.

Alla componente di droni si sono aggiunti 48 missili da crociera Kh-101, Iskander-K e Kalibr, lanciati rispettivamente da piattaforme aeree, terrestri e navali. Secondo Kiev, alcuni Kh-101 sono stati impiegati partendo dalla Russia settentrionale, mentre i Kalibr sono arrivati dalla direzione del Mar Caspio.

La Russia ha inoltre utilizzato un numero non ancora precisato di missili balistici Iskander-M, KN-23 e missili derivati dal sistema S-400, oltre a Zircon e Oniks, normalmente concepiti per missioni antinave ma utilizzabili anche contro obiettivi terrestri. Le forze ucraine hanno riferito che le direttrici principali dell’attacco sono state le regioni di Kiev, Kharkiv, Poltava e Dnipropetrovsk.

L’attacco si è sviluppato in più fasi. Intorno alle 03:00 sono stati segnalati missili balistici diretti verso Kiev, Dnipro e Zaporizhzhia. Intorno alle 04:40 sono poi entrati nello spazio aereo ucraino nuovi gruppi di missili da crociera, alcuni dei quali hanno modificato rotta dirigendosi successivamente verso le regioni di Kirovohrad e Poltava.

La versione di Mosca Cosa dice di aver colpito Mosca

Il ministero della Difesa russo ha definito l’operazione un attacco massiccio con armi di precisione terrestri, navali e aeree e con droni.

Mosca sostiene che gli obiettivi principali fossero aziende del complesso militare-industriale ucraino coinvolte, direttamente o indirettamente, nelle attività della società Fire Point, produttrice dei missili da crociera ucraini Flamingo e di droni a medio e lungo raggio.

Secondo la versione russa sarebbero stati colpiti obiettivi a Kiev e nelle regioni di Kiev, Chernihiv, Kirovohrad, Dnipropetrovsk, Poltava e Kharkiv. Il ministero russo ha inoltre dichiarato di avere attaccato nella regione di Odessa infrastrutture portuali, strutture per la riparazione navale e unità marittime ucraine, sostenendo che tutti gli obiettivi fossero utilizzati dalle forze armate di Kiev.

Queste affermazioni rappresentano la versione ufficiale russa e non consentono ancora di identificare con certezza tutte le aziende o gli impianti effettivamente colpiti.

Gli impatti Gli impatti confermati dall’Ucraina
Mappa di regioni della Russia centrale, con Mosca indicata, coperte da molte icone di aerei in rosso, concentrate nella parte meridionale.

Le informazioni provenienti dalle autorità locali ucraine permettono però di ricostruire almeno una parte degli obiettivi e delle zone raggiunte.

A Dnipro è stata colpita direttamente una struttura industriale. Le autorità regionali hanno confermato l’impatto durante le prime ore della notte, mentre erano ancora in corso gli allarmi per missili balistici e da crociera.

A Kremenchuk, nella regione di Poltava, è stato colpito anche un impianto industriale nel distretto della città. Parallelamente alcuni missili hanno raggiunto un’area residenziale, danneggiando edifici multipiano. Gli aggiornamenti delle autorità ucraine parlano di almeno due morti e sette feriti.

A Oleksandriia, nella regione di Kirovohrad, sono state colpite infrastrutture critiche. Le autorità locali hanno segnalato diversi feriti e l’intervento delle squadre di emergenza.

Particolarmente grave il bilancio a Pryluky, nella regione di Chernihiv. Intorno alle 06:00 diversi missili hanno raggiunto la città. La polizia ucraina ha confermato impatti contro un edificio residenziale multipiano, un centro dedicato alle attività per bambini e ragazzi e un’impresa. L’ultimo bilancio disponibile questa mattina parla di quattro morti e 20 feriti.

Anche Kiev è stata raggiunta da missili balistici. Sono stati registrati impatti nei distretti di Obolonskyi, Shevchenkivskyi e Podilskyi. Le autorità hanno indicato il coinvolgimento di aree non residenziali e magazzini, mentre nel distretto di Darnytskyi sono caduti frammenti di missili. Il bilancio provvisorio è di due morti.

Altri attacchi e danni sono stati registrati nelle regioni di Kharkiv, Zaporizhzhia e in ulteriori aree del Paese, mentre le verifiche sugli impatti erano ancora in corso nelle prime ore del mattino.

La difesa aerea La difesa aerea ucraina

Alle 09:00 del 7 ottobre l’Aeronautica ucraina dichiarava di avere abbattuto o neutralizzato complessivamente 161 bersagli aerei.

Secondo Kiev, le difese hanno neutralizzato 117 droni, compresi 38 Shahed a reazione, 39 missili da crociera Kh-101, Iskander-K e Kalibr e cinque missili appartenenti al gruppo delle armi balistiche o antinave impiegate durante l’attacco, tra Iskander-M, KN-23, S-400, Zircon e Oniks. Per altri sei missili da crociera la situazione era ancora in fase di verifica.

Nonostante l’azione della difesa aerea, Kiev ha confermato impatti di missili o droni in almeno 18 località, oltre alla caduta di frammenti di armi intercettate in altre cinque. Al momento della pubblicazione del primo bilancio, alcuni droni russi erano ancora presenti nello spazio aereo ucraino.

Il quadro Una notte che mostra l’allargamento della guerra a distanza

Il dato più significativo della notte tra il 6 e il 7 ottobre non è quindi soltanto il numero delle armi utilizzate, ma la dimensione geografica dello scontro.

Da una parte l’Ucraina continua a portare centinaia di droni profondamente all’interno del territorio russo, costringendo Mosca ad attivare le difese aeree contemporaneamente in numerose regioni. Dall’altra la Russia sta combinando sempre più frequentemente droni tradizionali e a reazione, missili da crociera, missili balistici e sistemi antinave, facendo convergere armi con velocità, profili di volo e traiettorie differenti contro più zone dell’Ucraina nello stesso arco temporale.

La notte del 7 ottobre rappresenta quindi un nuovo episodio della crescente guerra a lunga distanza tra i due Paesi: 311 droni ucraini dichiarati abbattuti dalla Russia, seguiti da un attacco russo composto da 130 droni, 48 missili da crociera e ulteriori missili balistici e antinave, con almeno 18 località ucraine raggiunte.

I numeri relativi agli abbattimenti restano quelli comunicati separatamente dai ministeri della Difesa dei due Paesi e non sono completamente verificabili in modo indipendente. Gli impatti documentati, tuttavia, confermano che entrambe le parti hanno condotto durante la stessa notte operazioni a lungo raggio di dimensioni eccezionali.

Simone Carabella: biografia documentata. La storia politica, l’attivismo, i social

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Dal Pd all’estrema destra, dalle case alla lotta contro l’Islam, una vita che va da un estremo all’altro senza soluzione di continuità. Vediamo nel dossier completo chi è Simone Carabella.

Negli ultimi anni Simone Carabella è diventato uno dei personaggi più riconoscibili della nuova comunicazione politica e sociale costruita attraverso Facebook, Instagram, TikTok e YouTube. Ronde nella metropolitana di Roma, interventi contro degrado e microcriminalità, confronti con immigrati e commercianti, iniziative contro la presenza islamica, dirette davanti alle forze dell’ordine: è soprattutto attraverso queste immagini che una parte sempre più ampia del pubblico italiano ha imparato a conoscerlo.

Ma limitare Carabella all’influencer degli ultimi anni significa raccontarne soltanto l’ultima fase.

La sua attività pubblica documentabile risale almeno alla metà degli anni Duemila. Prima delle ronde ci sono stati l’ambientalismo nei Castelli Romani, il Partito Democratico, le campagne sulla disabilità, le candidature elettorali, l’avvicinamento a diversi movimenti politici, Fratelli d’Italia, un tentativo di costruire un proprio progetto politico nazionale e, quasi parallelamente, una carriera professionale nello sport e nel coaching.

C’è poi un capitolo finora poco noto al grande pubblico: tra il 2023 e il 2025 Carabella è stato socio e amministratore unico di una società inserita nella rete societaria immobiliare riconducibile al gruppo Pulcini; alcune delle sue precedenti battaglie pubbliche avevano riguardato l’emergenza abitativa romana e residence che diverse fonti pubbliche riconducono allo stesso gruppo imprenditoriale. La circostanza non implica alcun illecito né stabilisce un collegamento fra le due attività: è un dato biografico documentato, finora poco raccontato.

Questa è la sua storia ricostruita attraverso documenti elettorali, fonti pubbliche, interviste dell’epoca, dichiarazioni dello stesso Carabella e articoli di stampa.

Le origini: nato a Roma nel 1980

Simone Carabella è nato a Roma il 23 gennaio 1980. La data non deriva da una semplice biografia online: compare nella documentazione elettorale ufficiale, tra cui l’elenco dei candidati alle amministrative romane del 2016 e il manifesto delle comunali di Albano Laziale del 2015.

Nel 2015, quando si candidò a sindaco di Albano Laziale, un’intervista lo descriveva come padre di due figli e come un «ex precario con mutuo». È una delle poche informazioni pubbliche disponibili sulla sua situazione personale e lavorativa prima della notorietà.

Molto meno chiaro è invece il percorso scolastico.

Nelle numerose fonti pubbliche esaminate per questo dossier non è emersa una scuola superiore frequentata da Carabella, né una laurea o un percorso universitario documentato. Questo non significa che tali studi non esistano: significa semplicemente che, allo stato attuale delle fonti accessibili, non abbiamo elementi sufficienti per attribuirgli un titolo accademico.

Lo stesso vale per una parte della sua formazione professionale.

Sul proprio sito Carabella si presenta oggi come preparatore atletico, personal trainer, mental coach ed ex paracadutista, dichiarando oltre vent’anni di esperienza nel settore dell’allenamento.

Un vecchio sito personale, risalente ai primi anni Dieci, mostra che questa attività precede di molto l’attuale notorietà social. Carabella vi scriveva di occuparsi da anni di sviluppo fisico e mentale, dimagrimento e prestazione sportiva e di aver costruito una propria metodologia che univa alimentazione, allenamento e mental coaching, chiamata “Metodologia Carabella”. Dichiarava inoltre di aver frequentato corsi con formatori internazionali.

Non vengono però specificati in quella pagina gli enti certificatori, le scuole o i titoli conseguiti. Per questo è corretto distinguere fra la sua esperienza professionale dichiarata e titoli formali che, al momento, non sono stati individuati.

Anche la definizione di “ex paracadutista” proviene dal suo sito ufficiale. Non risultano invece nelle fonti pubbliche consultate dettagli sul reparto, sul grado, sugli anni di servizio o sulla natura professionale o di leva di quell’esperienza.

Scarica il dossier Carabella

Arresti antiterrorismo vicino alla base RAF Fairford usata dagli USA contro l’Iran

Cinque uomini arrestati nella notte vicino a RAF Fairford, la base che gli Stati Uniti usano per colpire l’Iran. La polizia ferma tre furgoni sospetti ed evacua alcune case del Gloucestershire. L’accusa passa in poche ore dagli esplosivi alla preparazione di un atto terroristico. Il movente resta da accertare, mentre Londra rafforza la sicurezza intorno alle altre basi usate da Washington.

Apri le schede per seguire i fatti, il contesto della guerra con l’Iran e cosa resta da verificare.

Poco dopo mezzanotte di domenica 27 settembre 2026 la polizia del Gloucestershire riceve una segnalazione su tre furgoni sospetti diretti verso RAF Fairford. Gli agenti armati arrestano cinque uomini. Gli artificieri dell’esercito esaminano i veicoli, mentre alcune abitazioni del vicino villaggio di Whelford vengono evacuate per precauzione.

RAF Fairford ospita dal marzo 2026 i bombardieri statunitensi B-1 e B-52 impiegati contro obiettivi militari iraniani. Il governo britannico ha autorizzato l’uso della base per operazioni definite “difensive”, a protezione dello stretto di Hormuz. Per questo la base è già indicata come possibile bersaglio nel conflitto tra Stati Uniti e Iran.

Il presidente statunitense Donald Trump ha definito l’operazione di polizia un “lavoro straordinario”. La Campaign for Nuclear Disarmament legge la vicenda in modo opposto. La sua segretaria generale, Sophie Bolt, sostiene che ospitare i bombardieri statunitensi trascini il Regno Unito nella guerra contro l’Iran. Teheran aveva già avvertito, tramite le Guardie rivoluzionarie islamiche, che considera legittimo colpire ogni base usata contro il proprio territorio.

La polizia non ha reso pubbliche le identità dei cinque fermati né un movente confermato. Una fonte vicina alle indagini ritiene più probabile un collegamento con l’Iran, ma non esclude un sabotaggio legato alla Russia o un piano di matrice islamista. Nessuna delle tre ipotesi risulta, al momento, confermata da fonti ufficiali.

ATTO
TERRORISTICO

I cinque uomini vengono fermati inizialmente per sospetta violazione dell’Explosives Act. Nelle ore successive la polizia antiterrorismo aggiorna l’accusa a preparazione di un atto terroristico. Attorno alla base viene istituito un cordone di circa 400 metri, mantenuto mentre proseguono gli accertamenti sui tre veicoli.

Il caso mostra che la guerra tra Stati Uniti e Iran può toccare il territorio britannico, non solo il Golfo Persico. Londra ha già rafforzato la sicurezza intorno a RAF Lakenheath e RAF Mildenhall, altre basi usate da Washington. Resta da capire se i cinque saranno incriminati e se emergerà un legame accertato con un attore statale.

Netanyahu è colpevole di genocidio?

Dal novembre 2024 Benjamin Netanyahu è destinatario di un mandato d’arresto della Corte penale internazionale. Da allora circola una sintesi che i documenti non confermano: ricercato per genocidio. L’accusa di genocidio esiste, nei fascicoli dell’Aia, ma davanti a un altro tribunale e contro un altro imputato. Tenere separati i due procedimenti è l’unico modo per capire cosa è stato deciso e cosa no.

Apri le schede in ordine: ognuna scioglie una delle domande che la parola “genocidio” tiene insieme.

Il 21 novembre 2024 la Camera preliminare I della Corte penale internazionale ha emesso due mandati d’arresto. I destinatari sono Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant.

Le accuse sono crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Tra queste figurano l’uso della fame dei civili come metodo di guerra, l’omicidio e la persecuzione.

Il periodo contestato parte dall’8 ottobre 2023. Secondo la stessa Corte, il mandato è ancora in vigore.

La Corte penale internazionale giudica persone. Nel fascicolo su Netanyahu il genocidio non è tra i crimini contestati.

Il genocidio è al centro di un’altra causa, davanti alla Corte internazionale di giustizia. L’ha avviata il Sudafrica nel dicembre 2023. Lì la parte convenuta è lo Stato di Israele, non un singolo dirigente.

Le misure provvisorie di gennaio 2024 hanno imposto obblighi a Israele. La Corte ha però precisato di non stabilire, in quella fase, se la Convenzione fosse stata violata.

Israele non ha aderito allo Statuto di Roma. Sostiene che la Corte non possa giudicare i suoi cittadini senza il suo consenso. Washington condivide la stessa lettura.

Sul merito, il governo afferma di aver lasciato entrare grandi quantità di aiuti. Accusa Hamas di deviarne una parte e dichiara di colpire solo l’organizzazione armata.

Anche davanti alla Corte internazionale di giustizia Israele ha sollevato eccezioni sulla giurisdizione. Lo ha fatto nel controricorso depositato a marzo 2026.

C’è un punto che la discussione pubblica trascura. Nell’aprile 2025 la Camera d’appello ha annullato il rigetto dell’eccezione israeliana per motivazione insufficiente. Ha rinviato la questione alla Camera preliminare.

Nel frattempo i giudici hanno respinto la richiesta di ritirare i mandati. Nell’ottobre 2025 hanno dichiarato inammissibile anche l’appello israeliano su quel rifiuto.

La questione di fondo resta aperta e senza scadenza. Se l’eccezione venisse accolta, i mandati cadrebbero.

ART.
58

Per emettere un mandato, l’articolo 58 dello Statuto di Roma chiede “ragionevoli motivi per ritenere” che il crimine sia stato commesso.

Per una condanna l’articolo 66 fissa un’altra soglia: la colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio. Fra le due soglie c’è il processo.

Quel processo non è mai cominciato. La Corte non celebra dibattimenti in assenza dell’imputato. Senza arresto, il fascicolo resta fermo. Vale per Netanyahu la presunzione di innocenza.

Il 24 luglio 2026 l’Assemblea degli Stati parte ha rimosso il procuratore Karim Khan. Lo ha ritenuto responsabile di grave condotta scorretta verso una collaboratrice. Khan respinge le accuse e annuncia ricorso.

Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar ha chiesto di revocare i mandati. Ma a emetterli sono stati i giudici, non il procuratore.

Il 18 agosto gli Stati Uniti hanno sanzionato la presidente della Corte, Tomoko Akane. Colpito anche un legale del team che aveva chiesto il mandato.

La Corte non ha una polizia propria e dipende dagli Stati. L’Italia è Stato parte e regola la cooperazione con la legge 237 del 2012.

Un ingresso di Netanyahu sul territorio italiano aprirebbe quindi un obbligo di cooperazione. Resterebbe il contenzioso sull’immunità dei capi di governo, già sollevato da altri Paesi.

Ad oggi nessun tribunale internazionale ha dichiarato Netanyahu colpevole di alcun crimine. Tanto meno di genocidio.