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Analisi di antiterrorismo sull’attacco con un auto a Modena

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Nel pomeriggio di sabato 16 maggio 2026, alle ore 16:30 circa, la città di Modena è stata teatro di un grave attentato dinamico che ha ricalcato le modalità operative dei passati attacchi con veicoli contro la folla.

L’assalitore, identificato come Salim El Koudri, un cittadino italiano di 31 anni nato a Seriate (Bergamo) da una famiglia di origini marocchine e residente a Ravarino, ha condotto una vettura Citroën C3 di colore grigio metallizzato ad alta velocità da Largo Garibaldi imboccando la Via Emilia Centro, un’area urbana a traffico limitato e ad alta densità pedonale.

Il conducente ha deliberatamente indirizzato il veicolo sul marciapiede all’altezza dell’incrocio con viale Martiri della Libertà, travolgendo i passanti prima di terminare la corsa schiantandosi contro la vetrina di un esercizio commerciale.

L’impatto ha causato il ferimento di otto persone, di cui quattro in condizioni critiche. Due vittime, una donna e un uomo entrambi di 55 anni, hanno subito l’amputazione bilaterale degli arti inferiori a causa dei gravissimi traumi da schiacciamento e sono stati trasferiti in elisoccorso presso la Rianimazione dell’Ospedale Maggiore di Bologna.

La sopravvivenza della donna è stata resa possibile grazie all’intervento immediato di un ufficiale del 9° Reggimento d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin” della Folgore, libero dal servizio, il quale ha applicato tempestivamente un laccio emostatico tattico (tourniquet) custodito nel proprio equipaggiamento personale, contenendo l’emorragia fino all’arrivo dei soccorritori ospedalieri.

Dopo la collisione, El Koudri ha tentato la fuga a piedi impugnando un coltello da cucina con una lama di venti centimetri. Durante il tentativo di fuga, l’assalitore ha aggredito un passante, Luca Signorelli, che cercava di sbarrargli la strada, colpendolo al torace e alla testa. L’attentatore è stato infine immobilizzato grazie alla reazione coordinata di Signorelli, di altri cittadini e di alcuni commercianti stranieri attivi nell’area, i quali lo hanno disarmato e consegnato alle forze dell’ordine.

La profilazione personale

La profilazione personale del soggetto ha evidenziato che El Koudri, in possesso di una laurea in Economia aziendale e precedentemente iscritto al corso di laurea magistrale in International Management presso l’ateneo modenese, risultava disoccupato. L’analisi tossicologica e alcolemica immediata ha dato esito negativo, confermando lo stato di lucidità del conducente.

Sotto il profilo clinico-psichiatrico, il soggetto era noto ai servizi di salute mentale di Castelfranco Emilia per gravi disturbi della personalità e sindromi schizoidi; tuttavia, dopo un periodo di trattamento e osservazione conclusosi nel 2024, El Koudri era completamente sfuggito al monitoraggio delle strutture sanitarie territoriali. Nel corso del primo interrogatorio presso la Questura di Modena, l’uomo ha ricondotto il proprio gesto alla convinzione di “sentirsi bullizzato”.

L’autorità giudiziaria ordinaria ha disposto il fermo di indiziato di delitto con le accuse di strage e lesioni personali gravissime aggravate dall’uso di armi. Pur non essendo state formulate contestazioni immediate per reati con finalità di terrorismo (ai sensi dell’articolo 285 del Codice Penale), l’Antiterrorismo della Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Bologna, sotto la direzione del procuratore Paolo Guido, unitamente al personale della Digos bolognese e modenese, ha assunto il coordinamento delle indagini per verificare la presenza di matrici ideologiche o percorsi di radicalizzazione silente.

La dimensione digitale: il fenomeno del “fantasma sui social” e l’intervento di Meta

Un pilastro investigativo fondamentale si concentra sulla presenza digitale di Salim El Koudri, descritto dagli inquirenti come un vero e proprio “fantasma sui social”. La apparente assenza di profili digitali attivi al momento dell’attacco ha indotto la Procura e gli specialisti della Digos a scavare a fondo nella storia virtuale del soggetto. Gli accertamenti hanno rivelato che i profili precedentemente riconducibili ad El Koudri erano stati chiusi o disattivati d’ufficio dalla multinazionale Meta.

Questo elemento ha sollevato forti sospetti in merito a possibili contatti pregressi del trentunenne con l’area dell’estremismo radicale o alla condivisione di contenuti apologetici della violenza, attività che violano sistematicamente le condizioni d’uso delle piattaforme social e che ne determinano la rimozione forzata.

Le indagini in corso mirano a stabilire se la disattivazione sia imputabile alla propagazione di messaggi d’odio, alla consultazione di materiale propagandistico di stampo jihadista o anarchico, o se si sia trattato di una deliberata azione di auto-oscuramento (operational security) volta a cancellare le tracce di una radicalizzazione autonoma prima del compimento dell’atto.

La perquisizione domiciliare eseguita a Ravarino nell’abitazione in cui El Koudri risiedeva con i genitori ha preso di mira il sequestro di dispositivi informatici, telefoni cellulari e memorie di massa. Gli analisti dell’antiterrorismo stanno esaminando la cronologia di navigazione, i registri di messaggistica criptata e l’eventuale presenza di manuali operativi digitali. L’obiettivo investigativo è determinare se il gesto sia maturato all’interno di un processo di emulazione dei manuali d’attacco rapido diffusi online, un fenomeno in cui la vulnerabilità psichica e il disturbo schizoide fungono da amplificatori di messaggi estremisti recepiti nel web.

Analisi comparativa con la campagna terroristica del 2016

L’attacco perpetrato a Modena evidenzia evidenti analogie tattiche con la campagna di attentati con veicoli come armi (Vehicle-Ramming Attacks, VRA) che ha colpito l’Europa nel corso del 2016, avente come pietre miliari la strage sulla Promenade des Anglais a Nizza (14 luglio 2016) e l’attentato al mercatino di Natale di Berlino (19 dicembre 2016).

La dottrina del VRA si basa sull’impiego asimmetrico di un mezzo di trasporto comune per violare la sicurezza di spazi pubblici non protetti (soft targets). Sotto il profilo della pianificazione logistica, l’attacco di Modena presenta tuttavia una significativa deviazione definibile come “ridimensionamento tattico” (tactical scale-down).

Mentre i teatri di Nizza e Berlino videro l’impiego di pesanti mezzi commerciali (autocarri da 20 tonnellate e autoarticolati), idonei a superare barriere stradali leggere e a massimizzare la letalità dell’impatto originario, El Koudri ha optato per una comune vettura utilitaria passeggeri.

Questa scelta, se da un lato riduce la capacità cinetica distruttiva all’atto dell’impatto, dall’altro azzera totalmente i segnali di allarme legati all’acquisizione del vettore d’attacco (come il furto o il noleggio regolamentato di mezzi pesanti), rendendo l’azione preventiva dell’intelligence straordinariamente complessa.

Un ulteriore elemento di convergenza tattica risiede nel modello “ibrido” dell’azione, caratterizzato dalla transizione immediata dall’impatto veicolare all’aggressione ravvicinata con arma bianca. Questa combinazione metodologica era stata teorizzata e promossa attivamente dalla propaganda jihadista proprio a cavallo tra la fine del 2016 e il 2017 (in particolare attraverso la rivista online Rumiyah), quale protocollo operativo standard per i militanti privi di accesso a esplosivi o armi da fuoco militari.

Parametro di ConfrontoAttentato di Nizza (14 Luglio 2016)Attentato di Berlino (19 Dicembre 2016)Attacco di Modena (16 Maggio 2026)
Vettore d’attacco utilizzatoAutocarro pesante da 20 tonnellate Autoarticolato stradale pesante Autovettura utilitaria leggera (Citroën C3) 
Tipologia di soft targetArea pedonale affollata (Promenade des Anglais) Mercato festivo all’aperto (Breitscheidplatz) Centro storico pedonale / ZTL (Via Emilia Centro) 
Armamento sussidiarioArmi da fuoco corte e lungheNessun armamento sussidiario attivo nella fase di fugaColtello da cucina con lama di 20 cm 
Vittime complessive86 deceduti, 434 feriti 12 deceduti, 56 feriti 8 feriti, di cui 4 critici (2 amputazioni bilaterali) 
Profilo dell’esecutoreMohamed Lahouaiej-Bouhlel (jihadista affiliato a ISIS) Anis Amri (jihadista affiliato a ISIS) Salim El Koudri (soggetto affetto da grave disturbo schizoide) 
Fattori di contenimentoNeutralizzazione cinetica tardiva da parte della poliziaSistemi di frenata automatica / Barriere provvisorieIntervento diretto di cittadini e soccorso emostatico militare 

La vulnerabilità intrinseca delle vie dello shopping cittadino e dei centri storici, concepita per favorire l’accessibilità pedonale e l’aggregazione sociale, rende tali spazi obiettivi elettivi per attacchi asimmetrici improntati alla massima semplicità logistica. L’episodio emiliano conferma come la minaccia rappresentata dai VRA mantenga intatta la propria efficacia operativa e il proprio potenziale di destabilizzazione della sicurezza interna.

Il quadro della minaccia terrorista in Europa e in Italia nei rapporti di sicurezza 2025-2026

Le analisi strategiche pubblicate dai principali organismi di sicurezza europei e nazionali evidenziano un sensibile innalzamento del livello di minaccia terroristica sul suolo continentale.

La Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza, presentata dall’intelligence italiana il 4 marzo 2026 e intitolata “Governare il cambiamento”, delinea una chiara correlazione tra il deterioramento dello scenario geopolitico internazionale e la recrudescenza della minaccia terroristica interna. 

L’ampliamento e la cronicizzazione dei conflitti nel quadrante mediorientale (con particolare riferimento alla crisi di Gaza e all’instabilità iraniana), unitamente alle fragilità dei teatri siriano, afghano e africano, fungono da potenti catalizzatori per la mobilitazione estremista in Europa, incrementando esponenzialmente il rischio di attentati contro obiettivi sensibili o target commerciali e pedonali comuni.

Il rapporto annuale sulla situazione del terrorismo nell’Unione Europea (TE-SAT) redatto da Europol evidenzia che il terrorismo di matrice jihadista rappresenta tuttora la minaccia più letale sul territorio dell’Unione.

I dati quantitativi raccolti indicano una forte prevalenza di attacchi pianificati ed eseguiti da attori isolati (lone actors), i quali si sottraggono agevolmente al monitoraggio preventivo non appartenendo a cellule organizzate strutturate.

Nel solo corso dell’ultimo anno di rilevazione statistica completa consolidata, si sono registrati ben 58 attacchi terroristici (tra completati, falliti e sventati) distribuiti in 14 Stati membri, con una marcata concentrazione di eventi in Italia e in Francia.

Un elemento di allarme primario segnalato dall’intelligence nazionale riguarda l’evoluzione dei processi di radicalizzazione, caratterizzati da una preoccupante contrazione dell’età anagrafica dei soggetti coinvolti e da una progressiva “ibridazione” tecnologica, definita in ambito europeo come realtà on-life. Si osserva una crescita costante della quota di minorenni (inclusi soggetti infra-quattordicenni) che giungono rapidamente a stadi avanzati di radicalizzazione.

La fase di innesco di tali percorsi non è più necessariamente subordinata all’adesione formale a una dottrina politica o religiosa, bensì a una pura “fascinazione per la violenza” di matrice estetica ed emulativa.

La fruizione continua e incontrollata di contenuti multimediali violenti su piattaforme social commerciali mainstream e canali di messaggistica istantanea produce una progressiva anestetizzazione emotiva e desensibilizzazione cognitiva nei soggetti psicologicamente fragili, facilitando l’attivazione di pulsioni distruttive represse.

Questo scenario si sovrappone in modo critico al tema della vulnerabilità psichiatrica.13 Come rilevato dalle analisi dell’AISI pubblicate sulla rivista scientifica Gnosis, la minaccia “puntiforme” rappresentata dai lupi solitari si nutre frequentemente di cortocircuiti esistenziali in cui la patologia mentale (quali i disturbi schizoidi della personalità) si salda con suggestioni ideologiche confuse o desideri di riscatto sociale violento.

Il web agisce da camera di risonanza per queste fragilità individuali, consentendo a soggetti instabili e non integrati di tradurre la propria frustrazione personale in un progetto d’azione delittuosa modellato su schemi operativi terroristici globali.

Il Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo (CASA) opera costantemente per raccordare le informazioni d’intelligence fornite dalle agenzie di sicurezza interna ed esterna (AISI e AISE), monitorando i soggetti che presentano questo duplice profilo di rischio: instabilità psichiatrica conclamata e parallelismo ideologico estremista online.

Il caso di Salim El Koudri si colloca esattamente in questa complessa intersezione clinico-investigativa, confermando l’urgenza di strutturare nuovi modelli di allerta precoce in grado di intercettare i segnali di deriva violenta prima che si manifestino nello spazio fisico.

L’attacco consumato a Modena evidenzia che la minaccia derivante dall’impiego asimmetrico di veicoli commerciali o privati contro i soft targets cittadini permane elevata e richiede risposte strutturate su più livelli. La natura imprevedibile di queste azioni esclude la possibilità di affidarsi esclusivamente a misure preventive di tipo classico basate sull’intercettazione delle comunicazioni, imponendo l’adozione di protocolli integrati di difesa passiva e monitoraggio sociale.

Sotto il profilo della sicurezza e della pianificazione urbana, si raccomanda la transizione sistematica verso modelli di protezione passiva intelligente (securitization by design). È necessario integrare l’arredo urbano dei centri storici, delle aree pedonali e delle zone a traffico limitato con barriere fisiche rinforzate a scomparsa, dissuasori stradali certificati (bollards ad alta resistenza d’impatto) ed elementi architettonici ornamentali (come fioriere pesanti o elementi scultorei in calcestruzzo) in grado di arrestare la corsa di veicoli leggeri e pesanti, riducendo le vie di penetrazione rettilinee ad alta velocità senza compromettere la vivibilità, l’estetica e l’accessibilità degli spazi pubblici.

Sotto il profilo della prevenzione sociale e del contrasto alla radicalizzazione silente, emerge l’urgenza di strutturare canali stabili di comunicazione e allerta precoce tra i Dipartimenti di Salute Mentale delle aziende sanitarie locali e gli organi di sicurezza interna.

La casistica europea conferma che i soggetti affetti da gravi disturbi schizoidi o di personalità che sfuggono bruscamente ai radar terapeutici territoriali costituiscono una categoria ad alto rischio emulativo.

La definizione di protocolli di alert legati all’abbandono ingiustificato dei percorsi terapeutici da parte di soggetti ritenuti potenzialmente ostili o instabili consentirebbe un triage di rischio preventivo da parte delle autorità di pubblica sicurezza.

Infine, si rende indispensabile implementare la cooperazione strategica con le grandi imprese tecnologiche e i gestori delle piattaforme social, con particolare riferimento a Meta, al fine di razionalizzare le procedure di rimozione forzata degli account.

La disattivazione d’ufficio di profili social per violazione delle linee guida sulla violenza deve essere sistematicamente accompagnata da protocolli di analisi automatizzata del rischio e, nei casi in cui emergano elementi di contiguità ideologica con ambienti eversivi, da flussi informativi tempestivi verso i nuclei di sicurezza cibernetica e antiterrorismo nazionali, impedendo che soggetti in fase di radicalizzazione avanzata scivolino in una dimensione di totale isolamento operativo e clandestinità digitale prima dell’azione cinetica sul campo.

Il Gigante di Kragujevac: dossier tecnico sulla ŠARAC-99

Nel cuore della Serbia, dove le montagne dei Balcani incontrano le valli industriali di Kragujevac, batte un martello che forgia armi da oltre centosettanta anni. La storia della Zastava Arms, fondata ufficialmente nel 1853 con la fusione dei primi cannoni, non è solo una cronaca di ingegneria meccanica, ma il riflesso di una nazione che ha sempre cercato nell’autosufficienza militare la propria bussola geopolitica.

È in questo contesto di profonda tradizione metallurgica che emerge la ŠARAC-99, un’arma che sfida le definizioni convenzionali, ponendosi al confine tra il fucile di precisione estremo e l’artiglieria leggera da accompagnamento.

La ŠARAC-99 non è un prodotto nato dal nulla, ma il risultato di un’evoluzione dottrinale che affonda le radici nell’esperienza jugoslava della Guerra Fredda e nei conflitti asimmetrici degli anni Novanta. Il nome stesso, “Šarac”, evoca ricordi profondi nei veterani dell’Esercito Popolare Jugoslavo (JNA): era il soprannome affettuoso e timoroso dato al mitragliatore M53, la versione locale del letale MG-42 tedesco, celebre per la sua cadenza di fuoco e la sua affidabilità brutale.

Associare quel nome a una nuova piattaforma in calibro 20 mm non è stata una semplice operazione di marketing, ma una dichiarazione d’intenti: la Serbia intende mantenere il primato nella produzione di armi che combinano la semplicità meccanica con una potenza di fuoco devastante.

Dal punto di vista geopolitico, lo sviluppo della ŠARAC-99 rappresenta la risposta di Belgrado alle mutate esigenze del campo di battaglia moderno. Mentre le grandi potenze si concentrano su sistemi ipersonici e cyber-warfare, le realtà regionali e i teatri di conflitto a bassa intensità richiedono strumenti capaci di neutralizzare con un singolo colpo infrastrutture critiche, centri di comunicazione e veicoli protetti. La Serbia, attraverso il colosso statale Yugoimport SDPR, ha compreso che esiste una nicchia di mercato globale per armi che possano “perforare” la difesa avversaria senza richiedere il dispiegamento di interi reggimenti corazzati.

Dal cannone antiaereo al fucile di precisione

Sarac 99 con treppiede

La ŠARAC-99 è tecnicamente descritta come un fucile anti-materiale a lungo raggio di grosso calibro, ma la sua vera natura è quella di una metamorfosi. L’ingegno degli ingegneri di Kragujevac ha permesso di prendere la meccanica collaudata del cannone antiaereo Zastava M55 da 20 mm e di “condensarla” in una piattaforma che può essere operata da una squadra di fanteria.

Il cannone M55, basato sull’Hispano-Suiza HS.404, è stato per decenni un pilastro della difesa aerea e costiera in tutto il mondo, apprezzato per la sua resistenza e la letalità della sua munizione 20×110 mm.

La sfida tecnica nel trasformare un’arma da 20 mm progettata per affusti pesanti in un fucile trasportabile è stata monumentale. Il rinculo generato da un proiettile di queste dimensioni è sufficiente a causare lesioni gravissime a un essere umano se non adeguatamente gestito.

Per questo motivo, la ŠARAC-99 integra un sofisticato sistema di mitigazione del rinculo a tre stadi :

Un freno di bocca a tre stadi con compensatore integrato che devia i gas di combustione per contrastare la spinta verso l’indietro.

Un sistema di contrappesi con molle a spirale che assorbe l’energia cinetica iniziale dell’otturatore.

Un ammortizzatore idraulico inserito nel calcio, che distribuisce l’impulso rimanente su un arco di tempo più lungo, rendendo lo sparo gestibile dalla spalla di un operatore esperto.

Questa architettura meccanica non è solo un esercizio di stile, ma una necessità operativa. La ŠARAC-99 deve garantire la precisione necessaria per colpire obiettivi sensibili a 1.600 metri di distanza, un compito che richiede una stabilità assoluta della canna tra un colpo e l’altro.

Il risultato è una piattaforma che, pur pesando quasi 50 kg senza accessori, offre una capacità di interdizione che in precedenza richiedeva l’uso di veicoli blindati o pezzi d’artiglieria leggera.

Analisi Balistica: la potenza del calibro 20×110 mm Hispano

La cartuccia 20×110 mm Hispano

L’elemento che pone la ŠARAC-99 in una categoria a sé stante rispetto ai comuni fucili anti-materiale in calibro.50 BMG (12,7×99 mm) o 14,5×114 mm è la sua munizione. La cartuccia 20×110 mm Hispano non è solo più grande; è un vettore per carichi utili complessi. Laddove un proiettile da 12,7 mm deve fare affidamento quasi esclusivamente sull’energia cinetica per perforare le protezioni, il 20 mm può trasportare cariche esplosive, incendiarie o chimiche.

La ŠARAC-99 è stata progettata per utilizzare l’intera gamma di munizioni prodotte per il cannone M55, garantendo una versatilità tattica senza precedenti nel settore dei fucili di precisione. Le opzioni includono:

HE (High Explosive): Proiettili ad alto potenziale esplosivo per la neutralizzazione di truppe allo scoperto o in postazioni non protette.

HEI (High Explosive Incendiary): Ideali per colpire serbatoi di carburante, velivoli parcheggiati o depositi di munizioni.

AP-T (Armor Piercing Tracer): Proiettili perforanti con tracciatore, in grado di bucare 25 mm di acciaio a 200 metri di distanza con un angolo di impatto di 90°.

SAPHEI (Semi-Armor Piercing High Explosive Incendiary): Un proiettile ibrido che combina penetrazione ed effetto distruttivo interno.

La velocità alla volata di 840 metri al secondo garantisce una traiettoria estremamente tesa, fondamentale per il tiro di precisione a lunga distanza su obiettivi in movimento o di piccole dimensioni come droni e sistemi optoelettronici.

La pressione interna generata nella camera di scoppio raggiunge i 3.500 bar, un valore che richiede l’uso di acciai speciali e tecniche di forgiatura a freddo in cui Zastava eccelle da decenni.

Un errore comune nel valutare la ŠARAC-99 è considerarla come un fucile da cecchino tradizionale che può essere imbracciato da un singolo soldato nel bosco. Al contrario, la dottrina d’impiego serba definisce quest’arma come un sistema d’arma servito da una squadra. Il peso complessivo del sistema, che con munizioni e ottiche supera facilmente i 65 kg, impone una ripartizione dei compiti rigorosa per garantire l’efficacia operativa.

Composizione della squadra di tiro

La squadra operativa standard è composta da tre elementi fondamentali:

Il Tiratore (Sniper): Responsabile del puntamento e del rilascio del colpo. Deve gestire la complessa meccanica dell’arma, incluso il sistema di armamento a cremagliera che richiede una forza fisica notevole rispetto ai fucili a otturatore girevole-scorrevole tradizionali.

L’Assistente (Spotter): Equipaggiato con binocoli laser di alta precisione e stazioni meteorologiche portatili. Il suo compito è calcolare le correzioni per il vento e la caduta del proiettile, vitali quando si opera ai limiti della gittata utile di 2.000 metri.

Il Portatore di Munizioni: Trasporta i caricatori di scorta e fornisce sicurezza ravvicinata. Ogni caricatore da 7 colpi pesa circa 3,5 kg, e la dotazione standard prevede almeno tre caricatori per squadra (21 colpi totali).

La logistica del trasporto è un altro aspetto cruciale. Sebbene per brevi distanze la ŠARAC-99 possa essere trasportata a mano dai tre operatori, per i trasferimenti tattici si utilizzano veicoli a motore leggeri o, seguendo una lunga tradizione balcanica, animali da soma e cavalli. Questa flessibilità permette di schierare una potenza di fuoco da cannone automatico in luoghi inaccessibili ai mezzi corazzati, come creste montuose o fitte foreste.

Il confronto dei Balcani: ŠARAC-99 vs RT-20 Croato

Nella regione dei Balcani, la competizione tecnologica tra Serbia e Croazia ha prodotto due interpretazioni radicalmente diverse dello stesso concetto: il “cannone da mano” da 20 mm. Il confronto tra la ŠARAC-99 e il fucile croato RT-20 (Ručni Top 20) offre una lezione magistrale di ingegneria militare divergente.

L’RT-20 croato è stato sviluppato durante gli anni Novanta con una priorità assoluta: la portabilità individuale. Con un peso di circa 19,2 kg, l’RT-20 è un’arma bullpup che utilizza un sistema a tubo Venturi per gestire il rinculo.

Questo sistema espelle parte dei gas di combustione dietro il tiratore, annullando il rinculo ma creando una fiammata posteriore (backblast) che rende l’arma pericolosa per i compagni di squadra e quasi impossibile da utilizzare in spazi chiusi o postazioni urbane ristrette.

Al contrario, la ŠARAC-99 di Yugoimport sceglie la strada della massa e della stabilità. Non utilizza tubi Venturi, preferendo un sistema di ammortizzatori meccanici e idraulici e l’uso del treppiede. Sebbene molto più pesante dell’RT-20, la ŠARAC-99 offre vantaggi decisivi:

Capacità del Caricatore: Mentre l’RT-20 è a colpo singolo e deve essere ricaricato manualmente dopo ogni sparo, la ŠARAC-99 utilizza caricatori da 5 o 7 colpi.

Persistenza del Fuoco: La capacità di sparare colpi successivi rapidamente (3-5 al minuto) permette di correggere il tiro e saturare un obiettivo.

Sicurezza e Occultamento: Non essendoci backblast, la Šarac può essere operata da bunker, stanze di edifici o trincee coperte senza rivelare immediatamente la posizione attraverso una nuvola di polvere e fiamme posteriore.

La Serbia non produce la ŠARAC-99 solo per le proprie forze speciali o per la Gendarmeria. L’arma è una punta di diamante nella strategia di esportazione di Yugoimport SDPR, l’ente statale che gestisce il commercio di difesa serbo.

La Serbia è riuscita a ritagliarsi una posizione di rilievo come fornitore di armamenti di alta qualità a prezzi competitivi, rivolgendosi a nazioni che desiderano svincolarsi dalla dipendenza esclusiva dai blocchi NATO o russo-cinese.

L’interesse per la ŠARAC-99 si è manifestato con forza nei mercati del Medio Oriente e del Nord Africa. La partecipazione costante a fiere internazionali come IDEX ad Abu Dhabi, EDEX al Cairo ed Eurosatory a Parigi dimostra l’ambizione serba di competere globalmente. In questi contesti, la ŠARAC-99 viene proposta non solo per il contrasto ai blindati leggeri, ma come uno strumento efficace per la difesa costiera e la protezione delle infrastrutture critiche contro la crescente minaccia dei droni.

Un proiettile da 20 mm esplosivo è infinitamente più efficace di un 12,7 mm nel neutralizzare un drone commerciale o un’imbarcazione veloce d’attacco (kamikaze boat), poiché non richiede un impatto diretto sulla struttura portante per causare danni terminali; l’onda d’urto e i frammenti della carica HE sono spesso sufficienti a mettere fuori uso i circuiti elettronici o i motori. Questa capacità di “area denial” a basso costo rende la ŠARAC-99 un investimento strategico per i paesi con lunghe linee costiere o confini porosi.

Architettura meccanica e ennovazione

La canna, lunga 1.150 mm, è rotostampata

Entrare nei dettagli costruttivi della ŠARAC-99 significa comprendere l’ossessione serba per la robustezza. Il ricevitore è realizzato in acciaio ad alta resistenza, lavorato dal pieno per garantire la massima rigidità strutturale sotto le enormi pressioni del 20 mm La canna, lunga 1.150 mm, è rotostampata a freddo e presenta una rigatura con un passo di 381 mm verso destra, ottimizzata per stabilizzare proiettili pesanti fino a distanze estreme.

Uno degli elementi più distintivi e meno convenzionali della ŠARAC-99 è il suo sistema di armamento (“cocking mechanism with geared rack”). A differenza della maggior parte dei fucili di precisione che utilizzano un semplice otturatore manuale, la Šarac impiega un sistema a cremagliera e ingranaggi. Questa soluzione è stata mutuata direttamente dalle macchine pesanti e dai cannoni antiaerei per due motivi principali:

Gestione della Forza: Comprimere le potenti molle di recupero necessarie per gestire l’otturatore da 20 mm richiederebbe uno sforzo eccessivo se applicato direttamente. Il sistema a cremagliera offre un vantaggio meccanico che permette al tiratore di armare l’arma con un movimento fluido e controllato.

Affidabilità Meccanica: Gli ingranaggi riducono l’usura delle superfici di contatto e garantiscono che l’otturatore sia sempre perfettamente bloccato in chiusura prima dello sparo, un fattore critico per la sicurezza dell’operatore.

Il sistema di scatto è protetto da una guardia del grilletto sovradimensionata, pensata per l’uso con guanti pesanti o in condizioni climatiche avverse.

L’arma è inoltre dotata di una slitta Picatinny integrale che supporta non solo ottiche tradizionali, ma anche sistemi optoelettronici di ultima generazione, inclusi cannocchiali termici e intensificatori di luce prodotti dalla serba Teleoptik-Ziroskopi.

La versatilità della ŠARAC-99 le permette di coprire una vasta gamma di obiettivi che normalmente richiederebbero l’impiego di mezzi molto più costosi e visibili.2

Obiettivi Primari della ŠARAC-99

CategoriaEsempi di ObiettiviEffetto Tattico
Mezzi Blindati LeggeriBTR-80, M113, Veicoli Logistici ProtettiPerforazione del vano motore o del comparto equipaggio.
Asset Aerei a TerraElicotteri, UAV in sosta, Caccia su piazzoleDistruzione dei motori o dei sistemi radar attraverso cariche incendiarie.
Infrastrutture CriticheAntenne radar, Trasformatori elettrici, Centri C4INeutralizzazione delle capacità di comunicazione avversarie.
Target NavaliFast Attack Craft, Gommoni d’assalto, Boe sonarAffondamento o disabilitazione dei motori fuoribordo a distanza di sicurezza.
Truppe in RiparoSniper in edifici, Mitraglieri in bunker leggeriPerforazione di muri di cemento o sacchi di sabbia seguiti da esplosione interna.

In un ipotetico conflitto urbano, una squadra equipaggiata con la ŠARAC-99 posizionata ai piani alti di un edificio può dominare un intero quartiere, impedendo il movimento di veicoli leggeri e sopprimendo le postazioni di mitragliatrici nemiche prima che queste possano ingaggiare la fanteria amica. La precisione del 20 mm permette di colpire la feritoia di un bunker a un chilometro di distanza, portando una potenza esplosiva che un proiettile da 12,7 mm semplicemente non possiede.

La logistica del 20 mm: peso, munizioni e mobilità

Operare con la ŠARAC-99 significa gestire una sfida logistica costante. Mentre un cecchino con un fucile calibro.338 Lapua Magnum può trasportare 100 colpi nello zaino, il portatore di munizioni della Šarac è limitato dal peso enorme delle cartucce da 20 mm.

Ogni proiettile completo pesa tra i 110 e i 130 grammi, e quando si aggiungono il bossolo in ottone e la carica di lancio, il peso di un singolo caricatore pieno diventa significativo.

Il “Combat Set” standard fornito da Yugoimport consiste in 3 caricatori da 7 colpi ciascuno, per un totale di 21 colpi.

Questo numero può sembrare esiguo, ma bisogna considerare che l’effetto terminale di un singolo colpo da 20 mm è spesso risolutivo. Non è un’arma per la saturazione d’area, ma per la distruzione chirurgica di asset di alto valore.

Il trasporto a dorso d’animale, menzionato esplicitamente nei manuali tecnici di Yugoimport, non è un anacronismo. Nelle aspre montagne del Montenegro o lungo il confine con il Kosovo, dove i sentieri sono stretti e i droni nemici possono facilmente individuare un veicolo termicamente, l’uso di muli o cavalli offre una firma termica e acustica ridotta, permettendo alla squadra ŠARAC-99 di infiltrarsi silenziosamente in posizioni di tiro dominanti.

La ŠARAC-99 rappresenta l’apice di una filosofia militare che privilegia la sostanza sulla forma. Non è un’arma sofisticata nei termini della microelettronica, ma è un capolavoro di ingegneria meccanica pesante.

La sua capacità di proiettare una forza distruttiva da artiglieria attraverso un sistema che, seppur pesante, rimane nella sfera della fanteria, garantisce alla Serbia e ai suoi partner internazionali uno strumento di deterrenza formidabile.

Mentre il panorama geopolitico globale si frammenta e i conflitti regionali diventano sempre più dipendenti da tecnologie asimmetriche, il valore di un’arma capace di “rompere” il metallo avversario a due chilometri di distanza non potrà che aumentare.

La ŠARAC-99 non è solo l’erede del mitragliatore M53 o del cannone M55; è la dimostrazione che l’industria della difesa serba è viva, innovativa e pronta a forgiare il ferro del futuro con la stessa determinazione del passato.

Cina e Stati Uniti contro l’atomica iraniana: retorica condivisa, interessi divergenti

Quando la Casa Bianca ha fatto filtrare che Washington e Pechino “condividono la posizione secondo cui l’Iran non deve mai dotarsi di armi nucleari”, molti osservatori hanno parlato di svolta storica. Il fatto che le due maggiori potenze del pianeta, rivali strategiche su quasi ogni dossier, si ritrovino sulla stessa linea rispetto al programma nucleare iraniano è in sé un segnale politico potente.

Non significa un’alleanza né un trattato formale, ma indica che sul tema della proliferazione in Medio Oriente sia Stati Uniti sia Cina vedono un rischio comune, non solo per la sicurezza regionale ma anche per la stabilità dei mercati energetici e delle rotte commerciali da cui dipende l’economia globale.

Dietro la formula diplomatica si muove però una partita molto più complessa. Gli Stati Uniti continuano a considerare l’eventuale bomba iraniana una minaccia strategica diretta a Israele, agli alleati del Golfo e alla credibilità del regime globale di non proliferazione, mentre la Cina cerca di difendere contemporaneamente il proprio partenariato con Teheran, la propria immagine di potenza responsabile e il flusso di petrolio a prezzi favorevoli dalla Repubblica islamica.

Questo doppio livello spiega perché, accanto alla convergenza sulla “necessità che l’Iran non abbia mai l’atomica”, le dichiarazioni di Washington e Pechino restino profondamente diverse su sanzioni, uso della forza e responsabilità della crisi.

Dall’accordo del 2015 alla nuova stagione di negoziati

Per comprendere il significato di questo allineamento va ricordato il percorso del programma nucleare iraniano. Il Joint Comprehensive Plan of Action, siglato nel 2015 tra Iran e gruppi di potenze internazionali, aveva posto limiti stringenti sull’arricchimento dell’uranio, sulla riconversione di reattori sensibili e su un regime di ispezioni rafforzate da parte dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, in cambio della graduale revoca delle sanzioni che soffocavano l’economia iraniana.

Quell’accordo, sostenuto sin dall’inizio dalla Cina come strumento per tenere Teheran dentro un percorso controllato e per garantire accesso all’energia iraniana, aveva rappresentato uno dei rari successi multilaterali in materia di non proliferazione.

La decisione degli Stati Uniti di ritirarsi dal JCPOA e di reintrodurre sanzioni unilaterali ha innescato una spirale di violazioni progressive da parte dell’Iran, che ha aumentato i livelli di arricchimento e ridotto la cooperazione con l’AIEA, alimentando nuovamente il timore che Teheran possa avvicinarsi alla soglia tecnologica necessaria per costruire ordigni nucleari.

Negli ultimi mesi tuttavia si è riaperta la prospettiva di un nuovo quadro negoziale: fonti statunitensi riferiscono di un memorandum d’intesa in quattordici punti, elaborato da inviati americani e interlocutori iraniani, che dovrebbe fungere da piattaforma per un cessate il fuoco regionale e per un nuovo accordo dettagliato sul programma nucleare, con fasi distinte per la fine delle ostilità e per la definizione tecnica dei limiti all’arricchimento, alla durata della moratoria e al regime di ispezioni.

Secondo queste indiscrezioni, il documento prevederebbe che l’Iran si impegni a non cercare mai di dotarsi di armi nucleari, a rinunciare a impianti sotterranei e ad accettare ispezioni a sorpresa da parte degli ispettori Onu, mentre gli Stati Uniti lavorerebbero a una graduale revoca delle sanzioni e allo sblocco di asset iraniani congelati all’estero. Se questa bozza dovesse consolidarsi, segnerebbe un ritorno alla logica scambio tra limiti verificabili al programma nucleare e alleggerimento delle pressioni economiche, una logica che Pechino ha sempre sostenuto come alternativa al confronto militare.

La voce dei media statunitensi in lingua inglese

Le principali testate anglosassoni hanno inquadrato la convergenza tra Stati Uniti e Cina sul dossier iraniano come parte di una più ampia strategia di gestione del rischio in Medio Oriente. Le ricostruzioni parlano di negoziati condotti tramite emissari, con un ruolo centrale di mediatori regionali come il Pakistan e sedi possibili dei nuovi colloqui come Islamabad o Ginevra.

In questo quadro, la posizione ufficiale americana rimane fermamente ancorata al principio che l’Iran debba restare privo di armi nucleari, sia per evitare una corsa regionale agli armamenti sia per proteggere l’architettura del Trattato di non proliferazione.

Fonti statunitensi insistono inoltre sul fatto che la durata della moratoria sull’arricchimento è oggetto di trattativa intensa, con proposte che oscillano fra i cinque anni chiesti da Teheran e i venti desiderati da Washington, e con compromessi ipotizzati attorno ai dodici o quindici anni.

Questo elemento tecnico viene presentato come chiave per rassicurare Israele e le monarchie del Golfo, convinte che una moratoria troppo breve non basterebbe a neutralizzare il rischio di un Iran “soglia” capace di costruire rapidamente un ordigno in caso di crisi.

Pechino tra sostegno a Teheran e responsabilità globale

Nei comunicati e nelle dichiarazioni dei funzionari cinesi, pubblicati sia in lingua inglese sia in traduzione italiana da media ufficiali, emerge una linea che prova a tenere insieme sostegno a Teheran e difesa del regime di non proliferazione. Il ministero degli Esteri cinese ha più volte ribadito che la Cina riconosce il “legittimo diritto dell’Iran all’uso pacifico dell’energia nucleare” e si oppone alla minaccia dell’uso della forza e alla pressione delle sanzioni come strumento per gestire la crisi.

Allo stesso tempo, Pechino si dice impegnata a “promuovere una soluzione adeguata della questione nucleare iraniana”, invocando il ritorno al JCPOA e un rafforzamento del ruolo dell’AIEA come garante tecnico.

In alcuni documenti congiunti insieme a Russia e Iran, presentati in sede AIEA e riportati dai media, la Cina ha firmato testi che chiedono la fine delle “sanzioni unilaterali illegali” e la sostituzione della logica di pressione con quella del dialogo, sottolineando la centralità del Trattato di non proliferazione e invitando tutte le parti a evitare azioni che possano portare a una escalation.

Queste prese di posizione mostrano una Cina che, pur ribadendo la legittimità del programma nucleare civile iraniano, non mette in discussione il tabù sulle armi nucleari, ma imputa la crisi soprattutto al ritiro americano dall’accordo precedente e all’uso estensivo delle sanzioni.

Un elemento spesso sottolineato nelle analisi di esperti è il ruolo strutturale della Cina come partner economico di Teheran. Negli ultimi anni Pechino è diventato il principale acquirente di petrolio iraniano, spesso a prezzi scontati, e un attore centrale nello sviluppo di infrastrutture e tecnologie nel paese mediorientale, compresi progetti legati alla riconversione di reattori e alla modernizzazione di impianti energetici.

Questa dipendenza reciproca rende la Cina un attore ibrido, contemporaneamente sponsor e garante, interessato a mantenere l’Iran sufficientemente integrato nell’economia globale da non collassare, ma non così radicalizzato da innescare una guerra che chiuderebbe lo Stretto di Hormuz e danneggerebbe profondamente la Belt and Road Initiative.

Il racconto arabo: tra paura, equilibrio e rivendicazione

Se si passa alle fonti arabe, il quadro si fa più sfaccettato. Da un lato, molti commentatori del mondo arabo sunnita continuano a vedere nel programma nucleare iraniano il preludio a una bomba che potrebbe destabilizzare definitivamente gli equilibri regionali, alimentare una corsa agli armamenti e mettere a rischio anche la sicurezza civile in caso di incidenti.

Dall’altro lato, esiste una corrente di opinione, soprattutto in ambienti più vicini a Teheran o critici verso l’ordine regionale attuale, che interpreta l’eventuale capacità nucleare iraniana come una rivincita simbolica del mondo islamico e un contrappeso alla superiorità militare israeliana.

Le dichiarazioni ufficiali iraniane, riportate da agenzie come IRNA e rilanciate in arabo e in altre lingue, insistono però su un messaggio diverso. Il presidente Masud Pezeshkian, in colloqui con i leader di Qatar ed Emirati, ha ribadito che l’Iran “non cerca armi nucleari” e che il programma ha finalità esclusivamente civili, legate allo sviluppo energetico e alla difesa dei “diritti legittimi” della Repubblica islamica. Secondo questa narrativa, Teheran sarebbe pronta a tornare al tavolo dei negoziati, a condizione che gli Stati Uniti abbandonino quella che viene percepita come una politica di doppio standard e riconoscano il diritto iraniano alla tecnologia nucleare pacifica.

Nel discorso arabo emerge dunque una tensione costante tra timore e identificazione. Alcuni governi del Golfo guardano con favore a una posizione convergente di Stati Uniti e Cina che freni le ambizioni iraniane, mentre segmenti dell’opinione pubblica vedono nelle pressioni occidentali un’ennesima prova di ipocrisia, considerando che altri stati della regione possiedono arsenali nucleari non dichiarati senza subire pressioni analoghe.

Le sfumature dei media cinesi in lingua originale

I portali cinesi, nelle loro versioni in mandarino, tendono a presentare la questione iraniana come parte di un più ampio dossier sulla sicurezza energetica e sulla stabilità regionale, con grande enfasi sul multilateralismo e sulla responsabilità condivisa.

Nei resoconti dei colloqui trilaterali fra Cina, Russia e Iran a Pechino, che i media ufficiali hanno descritto come occasione per riaffermare l’importanza del Trattato di non proliferazione, si sottolinea la necessità di abbandonare “sanzioni, pressioni e minacce” e di creare condizioni favorevoli alla diplomazia.

Il linguaggio scelto evita accuratamente di legittimare qualsiasi prospettiva di arma nucleare iraniana, ma insiste sul fatto che il programma debba restare entro i parametri del TNP, con un ruolo centrale dell’AIEA e dei meccanismi ONU.

Tra le righe delle analisi pubblicate su piattaforme cinesi, spesso riprese in inglese o in altre lingue, si legge anche una critica implicita alla gestione americana del dossier, accusata di aver “politicizzato” la questione nucleare e di aver usato il regime sanzionatorio come strumento di pressione unilaterale.

Allo stesso tempo, alcune voci accademiche sottolineano che una proliferazione incontrollata in Medio Oriente sarebbe un disastro per la Cina stessa, costretta a navigare in un contesto di conflitto permanente lungo corridoi energetici vitali.

Questa ambivalenza è coerente con la postura che Pechino ha assunto negli ultimi anni sulla scena globale. La Cina si propone come mediatrice, come dimostrato dal ruolo nelle intese tra Iran e Arabia Saudita e nei vari round di colloqui sul nucleare, ma allo stesso tempo mantiene una rete di cooperazione militare e tecnologica con Teheran e con Mosca.

L’adesione formale al principio “no bomb” per l’Iran diventa così parte di un discorso più ampio sulla responsabilità internazionale, che non esclude però l’uso del dossier nucleare come leva per negoziare con Washington su altri fronti, dalla tecnologia ai dazi.

Un equilibrio instabile tra deterrenza e diplomazia

Alla luce di queste molteplici narrazioni, l’affermazione secondo cui Cina e Stati Uniti avrebbero concordato che l’Iran non deve mai possedere armi nucleari appare al tempo stesso vera e parziale. È vera nella misura in cui entrambe le capitali ribadiscono, in pubblico e in privato, che una bomba iraniana sarebbe inaccettabile e incompatibile con il Trattato di non proliferazione.

È parziale perché dietro la formula condivisa si nascondono strumenti e priorità diverse: Washington continua a brandire la minaccia di nuove sanzioni e, almeno sul piano retorico, non esclude l’uso della forza, mentre Pechino respinge tanto le sanzioni unilaterali quanto la logica degli attacchi preventivi, e investe invece su processi negoziali lunghi, spesso intrecciati a interessi economici diretti.

L’Iran, dal canto suo, gioca su una sottile linea di ambiguità, ribadendo ufficialmente di non volere armi nucleari ma accumulando capacità tecniche che aumentano la propria leva negoziale, mentre cerca di sfruttare le fratture tra le grandi potenze per ottenere il massimo di margine di manovra.

La partita si gioca dunque su tre livelli: quello formale dei trattati e dei memorandum, quello informale delle intese tra grandi potenze e quello, più opaco, delle percezioni di minaccia e delle opinioni pubbliche regionali.

Se davvero il nuovo memorandum in preparazione fra Washington e Teheran, con la benedizione più o meno esplicita di Pechino, dovesse tradursi in un accordo concreto, si potrebbe parlare di una nuova fase del dossier nucleare iraniano, caratterizzata da un insolito allineamento di interessi tra rivali strategici globali.

Per ora, però, la convergenza su una frase, per quanto significativa, non basta a sciogliere i nodi di fondo: la sfiducia reciproca tra Iran e Stati Uniti, le rivalità regionali, la posizione ambigua della Cina e il ruolo di attori come Russia e Israele continuano a rendere l’equilibrio estremamente fragile.

L’era della precisione mobile: dossier strategico e tecnico sul sistema M142 HIMARS

L’evoluzione della guerra terrestre nel ventunesimo secolo è segnata da una transizione fondamentale: il passaggio dalla distruzione di massa alla precisione chirurgica. In questo scenario, l’M142 High Mobility Artillery Rocket System (HIMARS) non rappresenta soltanto un’arma, ma un vero e proprio spartiacque dottrinale. Se durante la Guerra Fredda il volume di fuoco era l’unico parametro per misurare l’efficacia dell’artiglieria, oggi la capacità di colpire un obiettivo strategico a centinaia di chilometri di distanza, con un margine di errore di pochi metri e la possibilità di dileguarsi prima che il nemico possa reagire, definisce la superiorità sul campo. L’HIMARS è il culmine di questa filosofia, un sistema che combina la potenza devastante dei razzi a lungo raggio con la versatilità di un telaio ruotato, rendendolo l’assetto preferito per le operazioni multi-dominio moderne.

Genesi e filosofia progettuale: dal cingolo alla ruota

La storia dell’HIMARS affonda le sue radici nella necessità dell’esercito statunitense di disporre di una forza d’intervento rapida, capace di proiettare potenza di fuoco pesante in teatri lontani senza i vincoli logistici dei mezzi corazzati pesanti. Il suo predecessore, l’M270 Multiple Launch Rocket System (MLRS), sebbene straordinariamente potente, era montato su un telaio cingolato derivato dal Bradley, il che ne limitava la velocità di schieramento e richiedeva velivoli da trasporto massicci come il C-5 Galaxy o il C-17 Globemaster. La sfida degli anni ’90 è stata quella di miniaturizzare questa capacità, mantenendo l’interoperabilità delle munizioni ma riducendo drasticamente il peso e l’ingombro.

Il concetto alla base dell’M142 è l’essenzialità letale. Lockheed Martin ha sviluppato il sistema partendo dal presupposto che la metà della capacità di fuoco di un M270 (un solo pod di lancio invece di due) montata su un autocarro standard da 5 tonnellate avrebbe offerto un equilibrio ottimale tra letalità e mobilità strategica. Questo approccio ha permesso all’HIMARS di essere trasportato all’interno di un C-130 Hercules, il “mulo” dell’aviazione mondiale, permettendo al sistema di atterrare su piste semi-preparate, sparare e ripartire in tempi che rendono inefficace qualsiasi tentativo di controbatteria.

Evoluzione della produzione e domanda globale

Inizialmente concepito come un assetto per le forze leggere e i Marines, l’HIMARS ha visto un’esplosione della domanda a seguito dei conflitti nell’Europa dell’Est e delle crescenti tensioni nel Pacifico. Lockheed Martin, che inizialmente produceva circa 48 unità all’anno, ha risposto a questa necessità accelerando i ritmi produttivi fino a raggiungere l’obiettivo di 96 sistemi annui entro la fine del 2025. Questo incremento non è solo una risposta a un’emergenza, ma riflette un cambiamento strutturale nelle commesse militari globali: paesi come la Polonia, i Paesi Baltici e Taiwan vedono nell’HIMARS il pilastro della loro strategia di difesa asimmetrica.

Architettura tecnica: il telaio FMTV e la meccanica della sopravvivenza

Il cuore meccanico dell’HIMARS è il veicolo M1140, una variante specializzata della Family of Medium Tactical Vehicles (FMTV). La scelta di un telaio ruotato 6×6 non è stata dettata solo dalla velocità, ma anche dalla facilità di manutenzione e dalla riduzione dei costi operativi rispetto ai sistemi cingolati. L’FMTV è una piattaforma matura, derivata dall’austriaco Steyr 12M18 ma pesantemente modificata per soddisfare i rigorosi standard dell’U.S. Army, includendo una protezione anticorrosione avanzata e una modularità senza precedenti.

Propulsione e mobilità tattica

Il veicolo è spinto da un motore Caterpillar C7, un diesel a sei cilindri da 7,2 litri capace di generare 330 cavalli vapore. Questo motore, noto per la sua affidabilità in condizioni estreme, è accoppiato a una trasmissione automatica Allison 3700 SP a sette marce, che garantisce una gestione fluida della potenza sia su strade asfaltate che su terreni accidentati. La mobilità è supportata da un sistema di trazione integrale permanente e da un sistema centrale di gonfiaggio degli pneumatici (CTIS), che permette all’equipaggio di adattare la pressione delle gomme al tipo di terreno direttamente dalla cabina, migliorando drasticamente la trazione su sabbia, fango o neve.

Tabella 1: specifiche tecniche della piattaforma veicolare M1140

CaratteristicaSpecifica dettagliata
MotoreCaterpillar C7 Diesel, 7.2L, 6 cilindri turbocompresso
Potenza330 hp (246 kW) @ 2400 rpm
Coppia860 lb-ft (1166 Nm) @ 1450 rpm
TrasmissioneAllison 3700 SP automatica a 7 velocità
Velocità Massima85 km/h (53 mph)
Autonomia480 km (298 miglia)
Trazione6×6 permanente con ripartizione della coppia ottimizzata
Sistema Elettrico24V modernizzato (standard FMTV A2)

La protezione dell’equipaggio è un altro pilastro del design. La cabina è progettata per ospitare tre persone (conducente, puntatore e capopezzo) e può essere equipaggiata con kit di corazzatura aggiuntiva (Appliqué) per proteggere da armi leggere e schegge di artiglieria. Nelle versioni più recenti, come la FMTV A2, sono stati introdotti miglioramenti alla sospensione e sistemi di frenata automatica per aumentare ulteriormente la sicurezza operativa durante i trasferimenti rapidi.

Il sistema di fuoco e la famiglia di munizioni (MFOM)

L’HIMARS non è solo un autocarro, è un contenitore di tecnologia balistica. Il modulo di lancio è identico a quello dell’M270, ma limitato a un singolo pod. La vera forza del sistema risiede nella sua capacità di lanciare l’intera gamma di munizioni della Multiple Launch Rocket System Family of Munitions (MFOM), che spazia dai razzi guidati a corto raggio ai missili balistici tattici.

Guided multiple launch rocket system (GMLRS)

Il GMLRS rappresenta la munizione standard per l’impiego quotidiano. Questi razzi da 227 mm sono dotati di guida GPS assistita da un sistema inerziale (INS), che garantisce una precisione millimetrica (CEP < 5 metri) anche a distanze superiori ai 70 km. Esistono diverse varianti del GMLRS, ognuna ottimizzata per un tipo specifico di bersaglio:

M31 Unitary: Dotato di una testata esplosiva da 90 kg, progettato per penetrare strutture o distruggere bersagli puntiformi con danni collaterali minimi.

M30A2 Alternative Warhead (AW): Utilizza circa 182.000 frammenti di tungsteno per colpire bersagli ad area senza lasciare ordigni inesplosi, rispettando le normative internazionali sulle munizioni a grappolo.

ER-GMLRS: Una versione a gittata estesa che porta il raggio d’azione fino a 150 km, grazie a un motore a razzo più potente e a una aerodinamica migliorata.

Army tactical missile system (ATACMS)

Per gli obiettivi che richiedono un impatto strategico, l’HIMARS può caricare un singolo missile balistico ATACMS. L’attuale standard M57 Unitary può colpire obiettivi fino a 300 km di distanza. L’ATACMS è un’arma semi-ballistica, capace di eseguire manovre evasive durante la fase terminale del volo per ingannare le difese aeree nemiche, rendendolo estremamente difficile da intercettare.

La nuova frontiera: Precision Strike Missile (PrSM)

Il 2026 segna l’ingresso operativo del Precision Strike Missile (PrSM), il successore dell’ATACMS. Sviluppato per superare i limiti di gittata imposti dai vecchi trattati, il PrSM Increment 1 ha già dimostrato una portata superiore ai 499 km. A differenza dell’ATACMS, le dimensioni ridotte del PrSM permettono di alloggiare due missili in un singolo pod HIMARS, raddoppiando istantaneamente la potenza di fuoco del sistema.

L’evoluzione più significativa è rappresentata dal PrSM Increment 2, che ha completato il suo primo test di volo il 12 marzo 2026. Questo missile integra un cercatore multi-modale capace di agganciare e distruggere bersagli marittimi in movimento, trasformando l’HIMARS in un assetto antinave di terra. Entro il 2035, l’Increment 4 introdurrà motori ramjet per estendere la gittata fino a 1.000 km, portando l’artiglieria terrestre in una dimensione precedentemente riservata esclusivamente ai missili da crociera lanciati da piattaforme navali o aeree.

Tabella 2: confronto prestazionale delle munizioni HIMARS (dati 2026)

MunizioneTipoGittataCarico utileSistema di guida
GMLRS M31Razzo Guidato15 – 92 km90 kg HE UnitaryGPS / INS / SAASM
ER-GMLRSRazzo Extended RangeFino a 150 km90 kg HE o AWGPS (M-Code) / INS
ATACMS M57Missile Balistico70 – 300 km227 kg HE UnitaryGPS / INS
PrSM Inc 1Missile Balistico60 – 499+ km91 kg HE FragGPS / INS
PrSM Inc 2Missile Antinave80 – 500 km91 kg Multi-modeRadar / IIR / GPS
PrSM Inc 4Missile Ramjet1000 kmLighter WarheadAvanzata / Multi-mode

Digitalizzazione e multi-dominio: il cervello dell’HIMARS

L’efficacia dell’HIMARS non dipende solo dalla potenza del suo motore o dalla gittata dei suoi missili, ma dalla sua perfetta integrazione in una rete di comando e controllo digitale ultra-veloce. Il sistema di controllo del fuoco universale (UFCS) permette all’operatore di ricevere dati sui bersagli direttamente da fonti esterne tramite collegamenti satellitari o reti tattiche.

IFATDS e la sincronizzazione dei fuochi

L’International Field Artillery Tactical Data System (IFATDS) è il software che orchestra questa complessità. Giunto alla versione 7.0 nel 2026, l’IFATDS permette di automatizzare la gestione delle richieste di fuoco, creando soluzioni tattiche multiple e decentralizzando il processo decisionale. Questo sistema non serve solo a puntare il lanciatore, ma a creare una “Common Operational Picture” (COP) in cui ogni HIMARS è un nodo di una rete globale. In Ucraina e durante l’Operazione Epic Fury del 2026, l’IFATDS ha permesso di integrare dati provenienti da droni, agenti sul campo e satelliti spia per colpire obiettivi mobili con una velocità senza precedenti.

Joint all-domain command and control (JADC2)

L’HIMARS è diventato il poster-child della strategia JADC2 del Pentagono. L’obiettivo è connettere ogni sensore a ogni tiratore attraverso tutti i domini (terra, mare, aria, spazio e cyber). Nel 2025, esperimenti condotti dalla Space Development Agency hanno dimostrato che è possibile trasmettere segnali Link 16 direttamente dai satelliti in orbita bassa (LEO) ai terminali terrestri dell’HIMARS. Questo elimina la necessità di ponti radio terrestri vulnerabili, permettendo ai lanciatori di operare in completo isolamento logistico ma in totale connessione informativa.

Questa “nuvola di combattimento” (Combat Cloud) permette all’HIMARS di eseguire missioni di fuoco cued da un F-35 situato a centinaia di chilometri di distanza o da un sensore acustico sottomarino. L’intelligenza artificiale integrata nel JADC2 aiuta i coordinatori del fuoco a scegliere la piattaforma più vicina e la munizione più economica per ogni specifico bersaglio, ottimizzando l’uso delle risorse in un conflitto ad alta intensità.

Geopolitica dell’artiglieria: l’HIMARS come deterrente globale

L’impatto dell’HIMARS sulla geopolitica moderna è profondo. La sua presenza in una regione non è solo un potenziamento militare, ma un messaggio politico. Il sistema è diventato lo strumento principale per la strategia di “Anti-Access/Area Denial” (A2/AD) delle nazioni alleate degli Stati Uniti.

Il conflitto ucraino e il cambio di paradigma

L’invio di HIMARS in Ucraina nel 2022 ha ridefinito le aspettative sulla sopravvivenza dell’artiglieria in un conflitto simmetrico. La tattica “shoot-and-scoot” – sparare l’intera salva di sei razzi e dileguarsi in meno di due minuti – ha reso il sistema virtualmente immune al fuoco di controbatteria russo. L’impatto sulla logistica nemica è stato devastante: i depositi di munizioni russi, precedentemente situati appena fuori dalla portata dei cannoni convenzionali, sono stati sistematicamente distrutti, costringendo l’avversario ad allungare le linee di rifornimento e degradando la sua capacità offensiva.

Operation Epic Fury: il fronte iraniano (2026)

Nel febbraio e marzo 2026, il mondo ha assistito a una nuova dimostrazione di forza durante l’Operazione Epic Fury. Gli Stati Uniti e i loro partner regionali hanno impiegato l’HIMARS per colpire infrastrutture militari critiche del regime iraniano. È stato in questo contesto che il 3° Battaglione del 27° Reggimento di Artiglieria da Campagna ha effettuato il primo lancio in combattimento del missile PrSM, colpendo bersagli in profondità nel territorio iraniano con una precisione che ha neutralizzato siti di lancio di droni e centri di comando prima che potessero reagire. La capacità di lanciare questi attacchi da piattaforme mobili situate in Bahrain o Kuwait ha dimostrato che la geografia non è più una protezione contro l’artiglieria di precisione moderna.

La cintura di fuoco nel Pacifico

Nel Pacifico, l’HIMARS è il cuore della strategia per contenere l’influenza cinese. Durante l’esercitazione Salaknib 2026 nelle Filippine, l’U.S. Army ha dimostrato che una rete di HIMARS posizionati sulle isole del Pacifico può coprire gran parte delle rotte navali cinesi e persino colpire obiettivi costieri a Shanghai o Wuhan se dotati di missili PrSM a lunga gittata.

Taiwan, in particolare, ha fatto dell’HIMARS il fulcro della sua difesa asimmetrica. Con l’acquisto di oltre 139 sistemi (ordinati in lotti tra il 2024 e il 2026), l’isola mira a creare una zona di esclusione totale nello stretto, capace di colpire le navi da sbarco nemiche mentre sono ancora nei porti della Cina continentale. L’integrazione di questi sistemi nel Joint Firepower Coordination Centre di Taipei nel 2026 garantisce che ogni lancio sia sincronizzato con le difese aeree e navali, creando una barriera multi-strato quasi impenetrabile.

Tabella 3: panorama globale degli operatori e ordini principali (aggiornamento 2026)

PaeseStato operativoQuantità stimata / ordiniNote strategiche
Stati UnitiAttivo600+ (esercito e marines)Centro del programma JADC2 e sviluppo PrSM
PoloniaAttivo20 in servizio; 486+ pianificatiProgramma “Homar-A” con integrazione locale
TaiwanAttivo / in consegna139 (3 lotti) Pilastro della difesa asimmetrica nello Stretto
RomaniaAttivo54 sistemiPrimo operatore NATO nel Mar Nero
UcrainaAttivo~100+ (stima variabili)Utilizzo massiccio contro logistica e C2 russi
AustraliaAttivo / in consegna42 sistemiPartner nello sviluppo del missile PrSM
MaroccoIn approvazione18 sistemiFocus su contrasto VEO e stabilità regionale nel Sahel
LituaniaAttivo8 sistemiPrimo sistema svelato nel maggio 2026
Estonia/LettoniaAttivo / in ordine6 (Estonia), 55 kit IFATDS (Lettonia)Difesa integrata del corridoio di Suwalki

Analisi della produzione e sostenibilità industriale

L’HIMARS ha dimostrato che la capacità industriale è una componente fondamentale della potenza militare. Lockheed Martin ha dovuto non solo aumentare la velocità di assemblaggio, ma anche gestire una catena di approvvigionamento globale che include motori Caterpillar, trasmissioni Allison e microelettronica avanzata per i sistemi di guida. La creazione di centri di eccellenza in Europa, in collaborazione con aziende come Rheinmetall, mira a garantire che la manutenzione e la produzione di munizioni possano avvenire vicino ai teatri operativi, riducendo la dipendenza dai trasporti transoceanici.

Il costo di un singolo lanciatore è aumentato riflettendo la complessità tecnologica e l’inflazione, passando da circa 3,5 milioni di dollari nel 2014 a quasi 5 milioni nel 2024, con prezzi di esportazione che possono raggiungere i 20 milioni per unità includendo pacchetti di supporto, addestramento e munizioni. Tuttavia, l’efficacia del sistema nel prevenire conflitti su larga scala o nel risolverli rapidamente giustifica l’investimento per la maggior parte delle nazioni occidentali.

Conclusione: il futuro dell’artiglieria mobile

Un M142 HIMARS in livrea verde NATO con il modulo di lancio alzato in posizione di fuoco.

L’M142 HIMARS ha superato la sua natura originaria di semplice lanciarazzi per diventare un’icona della guerra tecnologica. La sua capacità di evolversi attraverso aggiornamenti software (come l’IFATDS 7.0) e nuove munizioni (come il PrSM Inc 4) garantisce che rimarrà rilevante anche contro avversari tecnologicamente avanzati. La lezione del 2026 è chiara: la mobilità è protezione, e la precisione è economia. In un mondo in cui i campi di battaglia sono saturati da sensori e droni, la capacità di apparire, colpire con forza devastante e scomparire nel nulla non è più un lusso, ma una necessità esistenziale per le forze armate del futuro. L’HIMARS non è solo un’arma di oggi; è la piattaforma su cui verrà costruita l’artiglieria di domani.

Scheda tecnica militare M142 HIMARS (dossier 2026)

M142 HIMARS – Scheda Tecnica Ufficiale

High Mobility Artillery Rocket System – Aggiornamento Maggio 2026

Dimensioni e Peso

  • Lunghezza: 7.0 m (23 ft)
  • Larghezza: 2.4 m (8 ft)
  • Altezza (Stivato): 3.2 m (10.5 ft)
  • Peso a Vuoto: 13,154 kg (29,000 lb)
  • Peso Combattimento: 16,283 kg (35,800 lb)

Performance Veicolo

  • Motore: Caterpillar C7 Diesel (330 hp)
  • Trasmissione: Allison 3700 SP (7 speed)
  • Velocità Max: 85 km/h (53 mph)
  • Autonomia Stradale: 480 km (300 mi)
  • Trazione: 6×6 All-Wheel Drive

Capacità Offensiva (Munizioni)

Tipo Munizione Quantità x Pod Gittata Operativa
GMLRS M31 (Unitary) 6 15 – 92 km
ER-GMLRS (Extended Range) 6 Fino a 150 km
ATACMS M57 (Missile) 1 70 – 300 km
PrSM Increment 1 2 499+ km
PrSM Increment 2 (Antinave) 2 ~500 km

Sistemi di Controllo e Reti

Controllo Fuoco: Universal Fire Control System (UFCS) con supporto video e tastiera.

Integrazione Dati: IFATDS / AFATDS v7.0 (Sincronizzazione multi-servizio).

Connettività: Link 16, JADC2 (Joint All-Domain Command and Control) via satellite LEO.

Tempo di Reazione: Puntamento bersaglio in 16 secondi; capacità “Shoot-and-Scoot” completa.

Prodotto da Lockheed Martin Missiles and Fire Control | Utilizzato da US Army, USMC, e 15+ nazioni partner.

Trump modifica i distretti elettorali a suo favore. Cosa è successo?

Il processo di redistribuzione dei distretti elettorali negli Stati Uniti, comunemente noto come redistricting, rappresenta uno dei meccanismi più complessi e politicamente carichi dell’architettura democratica americana. Ogni dieci anni, a seguito del censimento decennale, i confini dei distretti della Camera dei Rappresentanti e delle legislature statali vengono ridisegnati per riflettere i cambiamenti demografici, garantendo il principio di equa rappresentanza.

Tuttavia, l’attuale ciclo di redistricting, profondamente influenzato dall’eredità politica e giudiziaria dell’amministrazione di Donald J. Trump, ha trasformato questo esercizio cartografico in uno strumento di ingegneria politica senza precedenti, culminando in sentenze della Corte Suprema che hanno ridefinito i limiti della partecipazione delle minoranze e della competizione partitica.

Il fondamento giuridico e la struttura costituzionale del Redistricting

La possibilità di ridefinire i distretti elettorali con una tale discrezionalità politica risiede nella natura stessa della Costituzione degli Stati Uniti. L’Articolo I, Sezione 2, stabilisce che la ripartizione dei seggi nella Camera dei Rappresentanti sia basata su un’enumerazione della popolazione. Sebbene la Costituzione richieda la ripartizione tra gli Stati, essa rimane in gran parte silenziosa sulle modalità con cui gli Stati devono tracciare i confini interni ai propri territori.

La responsabilità primaria del redistricting è affidata alle legislature statali ai sensi dell’Articolo I, Sezione 4, la cosiddetta Elections Clause. Questa clausola conferisce agli Stati il potere di prescrivere i tempi, i luoghi e le modalità delle elezioni, una prerogativa che la Corte Suprema ha storicamente interpretato come un mandato alle legislature statali per disegnare i distretti elettorali.

Sebbene il Congresso conservi l’autorità di intervenire e stabilire regole federali, la mancanza di una legislazione nazionale uniforme ha creato un mosaico di sistemi in cui la politica partitica gioca spesso un ruolo determinante.

La distinzione tra Reapportionment e Redistricting

È fondamentale distinguere tra due processi correlati ma distinti che avvengono ogni dieci anni. Il reapportionment è il processo federale mediante il quale i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti vengono ridistribuiti tra i 50 Stati in base ai risultati del censimento. Questo processo è governato dal Reapportionment Act del 1929 e da una successiva legge del 1941 che ha reso automatica la formula di calcolo. Al contrario, il redistricting è il processo a livello statale di tracciamento dei confini effettivi dei distretti.

Negli Stati Uniti, questa funzione è prevalentemente politica. In 25 Stati, la legislatura statale ha la responsabilità primaria di creare il piano di redistricting, spesso soggetto all’approvazione del governatore. Per mitigare l’influenza partitica, tredici Stati hanno adottato commissioni indipendenti o bipartisan, ma la maggior parte del potere rimane nelle mani dei politici eletti, il che permette la pratica del gerrymandering.

L’influenza dell’amministrazione Trump sul ciclo 2020-2030

L’impatto di Donald Trump sul panorama del redistricting non si limita alla sua retorica politica, ma si estende a cambiamenti strutturali nel sistema giudiziario e nei tentativi di influenzare i dati stessi del censimento. Durante la sua presidenza, Trump ha cercato di alterare la base demografica utilizzata per il redistricting, proponendo l’inclusione di una domanda sulla cittadinanza nel censimento del 2020.

Sebbene questo sforzo sia stato bloccato legalmente, l’intenzione era chiara: spostare l’equilibrio del potere politico lontano dalle aree urbane con ampie popolazioni di immigrati verso le basi rurali e conservatrici.1

La trasformazione della Magistratura Federale

Il contributo più duraturo di Trump è stata la nomina di oltre 200 giudici federali e tre giudici della Corte Suprema, consolidando una maggioranza conservatrice di 6-3. Questa nuova composizione giudiziaria ha mostrato una crescente inclinazione a limitare la portata del Voting Rights Act (VRA) del 1965 e a respingere le sfide legali contro il gerrymandering partitico.

Nella storica sentenza Rucho v. Common Cause (2019), la Corte Suprema ha stabilito che le rivendicazioni di gerrymandering partitico rappresentano “questioni politiche” che esulano dalla giurisdizione delle corti federali. Questa decisione ha effettivamente rimosso il principale freno federale alla manipolazione dei distretti per fini politici, lasciando ai partiti al potere negli Stati la libertà di tracciare mappe che massimizzano il loro vantaggio senza timore di interventi giudiziari federali, purché non violino esplicitamente criteri razziali.

Meccanismi Tecnici della Manipolazione Elettorale

Il gerrymandering moderno non è più un’arte rudimentale fatta di mappe disegnate a mano, ma una scienza basata su dati massicci e algoritmi sofisticati. L’obiettivo è massimizzare il numero di seggi vinti da un partito minimizzando l’efficacia dei voti dell’avversario attraverso due tecniche principali: il packing e il cracking.

Packing e Cracking: L’Ingegneria della Diluizione

TecnicaMeccanismo OperativoImplicazione Strategica
PackingConcentrare gli elettori dell’opposizione in pochi distretti dove vinceranno con margini enormi.Spreca i voti in eccesso dell’opposizione e riduce la loro competitività in altri distretti.1
CrackingFrammentare i blocchi di elettori dell’opposizione in molti distretti diversi.Impedisce all’opposizione di raggiungere una maggioranza in qualsiasi distretto, diluendo il loro potere.1
Incumbent ProtectionTracciare confini che garantiscono la sicurezza dei legislatori in carica di entrambi i partiti.Riduce la competizione generale e la responsività del legislatore verso l’elettorato.1

L’uso di queste tecniche è facilitato da software di redistribuzione professionale che permettono ai legislatori di analizzare i risultati elettorali passati fino al livello del singolo isolato (census block).

Il Ruolo delle Tecnologie GIS e degli Algoritmi

L’evoluzione tecnologica ha reso il redistricting un processo di precisione chirurgica. Software come Maptitude for Redistricting sono utilizzati dalla stragrande maggioranza delle legislature statali e dei partiti politici. Questi strumenti consentono di integrare dati demografici complessi con proiezioni di voto in tempo reale, permettendo ai map-maker di prevedere l’esito di future elezioni con un margine di errore minimo.

Gli algoritmi di redistribuzione automatizzata possono generare migliaia di possibili mappe che soddisfano i criteri legali di continuità e compattezza, selezionando poi quella che offre il vantaggio partitico ottimale. Questa capacità di “ottimizzazione” ha reso le mappe odierne molto più resistenti alle ondate elettorali contrarie, poiché i distretti sono progettati per resistere a oscillazioni significative del sentimento pubblico.

SoftwareDescrizione e UtilizzoCaratteristiche Tecniche
Maptitude for RedistrictingStandard professionale per legislature e governi locali.Gestione di enormi dataset TIGER, report di conformità, analisi demografica avanzata.
AutoBound EDGEApplicazione basata su ESRI utilizzata per la creazione di mappe locali e statali.Strumenti automatizzati per raccomandare configurazioni basate su parametri utente.
DRA 2020Web-app gratuita utilizzata da attivisti e pubblico.Analisi di proporzionalità, competitività e rappresentanza delle minoranze.
DistrictBuilder 2.0Software open-source per la partecipazione pubblica.Supporta la creazione di distretti basati su “comunità di interesse”.

La decostruzione del Voting Rights Act e la sentenza Callais v. Landry

Mentre il gerrymandering partitico è stato ampiamente liberalizzato dalla Corte Suprema, il gerrymandering razziale rimane, in teoria, proibito dalla Sezione 2 del Voting Rights Act. Tuttavia, la giurisprudenza recente, in particolare la sentenza Louisiana v. Callais del 29 aprile 2026, ha drasticamente indebolito questa protezione.

Il caso Callais v. Landry (2026)

Il contenzioso in Louisiana è emblematico del conflitto tra il dovere di proteggere la rappresentanza delle minoranze e l’uso della razza nel disegno dei distretti. Originariamente, nel caso Robinson v. Ardoin, un tribunale federale aveva ordinato alla Louisiana di creare un secondo distretto a maggioranza nera per conformarsi al VRA.

Quando lo Stato ha risposto disegnando una nuova mappa (SB8) che includeva tale distretto, questa è stata impugnata da un gruppo di elettori bianchi come un racial gerrymander incostituzionale.

La Corte Suprema, nella sua decisione 6-3, ha stabilito che lo Stato non poteva essere obbligato a creare un distretto basato sulla razza se quest’ultima era il fattore “predominante” nel processo decisionale, a meno che non vi fosse un interesse statale convincente. Questa sentenza ha elevato significativamente l’onere della prova per i querelanti che cercano di proteggere o creare distretti a maggioranza minoritaria, rendendo quasi impossibile dimostrare che una mappa sia discriminatoria se la legislatura dichiara che i confini sono stati tracciati per scopi partitici.

Implicazioni per la rappresentanza multirazziale

Secondo l’ACLU e altre organizzazioni per i diritti civili, la sentenza Callais rappresenta un tradimento dell’eredità del movimento per i diritti civili. Sventrando la Sezione 2 del VRA, la Corte ha rimosso l’ultimo meccanismo di applicazione rimasto dopo la decisione Shelby County v. Holder (2013), che aveva già eliminato il sistema di preclearance per gli Stati con una storia di discriminazione.

In termini pratici, questo significa che le comunità di colore, specialmente nel Sud, perderanno la capacità di eleggere i rappresentanti di loro scelta. La rappresentanza politica dipenderà ora dalla “buona volontà” delle legislature statali piuttosto che da leggi federali applicabili, permettendo la persistenza di sistemi discriminatori.

Analisi geografica: gli Stati al centro del conflitto

L’impatto della giurisprudenza Callais è stato immediato, innescando una corsa al redistricting di metà decennio in diversi Stati controllati dai repubblicani.

Florida e la Strategia di Ron DeSantis

In Florida, il governatore Ron DeSantis ha guidato una ridefinizione aggressiva dei distretti, eliminando un distretto nel nord dello Stato che era stato storicamente disegnato per permettere agli elettori neri di eleggere un rappresentante. DeSantis ha sostenuto che le tutele statali della Florida contro la diluizione del voto delle minoranze violino la Costituzione degli Stati Uniti, una tesi che ha trovato eco nella nuova maggioranza della Corte Suprema. La nuova mappa della Florida è progettata per consegnare fino a quattro seggi aggiuntivi ai repubblicani nelle elezioni del 2026.

Mississippi e il Cracking del Delta

Il Mississippi ha annunciato una sessione speciale per ridisegnare il suo 2° Distretto Congressuale, l’unico seggio democratico e a maggioranza nera dello Stato. Attualmente, questo distretto concentra gli elettori democratici del Delta del Mississippi e della capitale Jackson. La strategia proposta consiste nel frammentare (cracking) questo blocco di elettori in quattro pezzi, attaccandoli ai distretti circostanti, pesantemente repubblicani e a maggioranza bianca. Sebbene questo riduca i margini di sicurezza dei repubblicani nei loro distretti, l’obiettivo è garantire una delegazione congressuale composta da quattro repubblicani su quattro.

North Carolina e il Ribaltamento Giudiziario

La Carolina del Nord offre un esempio di come il potere giudiziario statale possa influenzare il redistricting. Nel 2022, la Corte Suprema statale (allora a maggioranza democratica) aveva bocciato le mappe repubblicane come gerrymander partitici incostituzionali.

Tuttavia, dopo le elezioni giudiziarie che hanno spostato la corte verso una maggioranza conservatrice, quest’ultima ha annullato le proprie precedenti sentenze, dichiarando che il gerrymandering partitico non è giustiziabile ai sensi della legge statale. Ciò ha permesso alla legislatura di adottare una mappa che potrebbe ribaltare almeno tre seggi democratici a favore dei repubblicani.

StatoAzione di RedistrictingObiettivo PoliticoImpatto Stimato sui Seggi
LouisianaEliminazione del secondo distretto a maggioranza nera a seguito di Callais.Consolidare il controllo repubblicano.+1 seggio GOP sicuro.
FloridaSmantellamento dei distretti protetti dal VRA.Massimizzare il vantaggio partitico nelle aree urbane.+4 seggi GOP.
MississippiFrammentazione del 2° Distretto (Democratico).Eliminazione della rappresentanza democratica nello Stato.+1 seggio GOP.
North CarolinaRedraw mid-cycle dopo cambio della Corte Suprema statale.Ribaltare seggi competitivi in seggi sicuri.+3 seggi GOP.

Chi guadagna dal nuovo assetto cartografico?

L’analisi dei dati suggerisce che il Partito Repubblicano è il beneficiario immediato e primario di queste manovre. Le proiezioni per le elezioni di metà mandato del 2026 e per le presidenziali del 2028 indicano un guadagno netto significativo derivante esclusivamente dai cambiamenti delle mappe, indipendentemente dalle fluttuazioni dell’opinione pubblica.

Il vantaggio strategico del GOP

Entro il 2028, i repubblicani potrebbero capitalizzare sulla decisione Callais per ottenere una dozzina o più di seggi aggiuntivi attraverso il Sud, prendendo di mira distretti in Alabama, Georgia, Louisiana, Mississippi, Carolina del Sud e Texas. Questo vantaggio strutturale funge da baluardo contro le tendenze demografiche a lungo termine che vedono un aumento degli elettori giovani e delle minoranze, che tendono a votare per i democratici.

D’altra parte, i democratici hanno cercato di rispondere dove possibile. In Stati come la Virginia e la California, il gerrymandering democratico o l’uso di commissioni indipendenti ha permesso di mantenere o guadagnare alcuni seggi. Tuttavia, la capacità dei democratici di competere nel gioco del redistricting è limitata dal fatto che molti dei loro elettori sono geograficamente concentrati in città densamente popolate, rendendo più facile per i repubblicani “impacchettarli” (packing) in pochi distretti.

Il paradosso dell’incombente

Un effetto secondario, ma cruciale, è la riduzione della competitività elettorale complessiva. Nel 2024, oltre l’84% dei membri eletti alla Camera ha vinto con margini superiori ai 10 punti percentuali. Le nuove mappe del 2026 accentueranno questa tendenza, creando un numero record di “seggi sicuri” dove il risultato è predeterminato dai confini del distretto piuttosto che dal dibattito politico. Questo porta a una polarizzazione estrema, poiché i rappresentanti temono sfide nelle primarie dai settori più radicali del proprio partito piuttosto che la sconfitta nell’elezione generale.

L’integrazione di questi dati cartografici con il clima politico attuale suggerisce una dinamica elettorale complessa. All’inizio del 2026, i democratici sembravano diretti verso una “ondata blu”, alimentata dalla bassa popolarità di Trump e dalle preoccupazioni economiche, incluse l’inflazione e le tensioni internazionali come la guerra in Iran. Tuttavia, la sentenza Callais ha alterato questo calcolo.

Se i democratici dovessero mantenere il vantaggio di 8,5 punti nei sondaggi generici, in un sistema di mappe equo otterrebbero una solida maggioranza di 236 seggi. Tuttavia, la manipolazione dei distretti funge da “ammortizzatore”. Per ottenere gli stessi guadagni elettorali del 2018 (41 seggi con un margine di 9,7 punti), i democratici nel 2026 avrebbero bisogno di un’oscillazione del voto popolare superiore ai 15 punti, a causa della rarefazione dei distretti competitivi.

Inoltre, la decisione della Corte Suprema di permettere il redistricting a metà ciclo significa che gli Stati repubblicani possono reagire alle proiezioni elettorali negative ridisegnando le mappe proprio prima delle elezioni, una mossa che la Louisiana e il Mississippi stanno già attuando.

Impatto sulla composizione demografica del Congresso

Il risultato più visibile delle nuove mappe sarà probabilmente una Camera con un numero significativamente inferiore di membri neri e ispanici. L’analisi di Fair Fight Action indica che fino a 19 distretti protetti dal VRA potrebbero essere eliminati nel Sud, insieme a quasi 200 seggi nelle legislature statali. Questo segnerebbe una ritirata storica rispetto ai progressi fatti verso una democrazia multirazziale negli ultimi sei decenni.

Gruppo DemograficoImpatto del Redistricting (Proiezione 2026-2028)Meccanismo di Esclusione
Elettori NeriPerdita di rappresentanza diretta nel Sud (MS, AL, LA).Cracking dei distretti a maggioranza minoritaria.
Elettori LatiniVulnerabilità elevata in Texas e Florida.Cracking e Packing basati su affiliazione partitica percepita.
Giovani UrbaniDiluizione del potere di voto attraverso il packing.Concentrazione in mega-distretti urbani per “sprecare” voti.

Perché il sistema permette questa pratica?

La persistenza e l’intensificazione del gerrymandering negli Stati Uniti derivano da una combinazione di federalismo decentralizzato e una filosofia giudiziaria di non intervento.

  1. Assenza di Standard Nazionali: A differenza di molte altre democrazie occidentali che utilizzano agenzie non partitiche o criteri matematici uniformi per tracciare i confini elettorali, gli Stati Uniti lasciano questa funzione ai politici che ne beneficiano direttamente.
  2. Dottrina della Questione Politica: La decisione Rucho ha formalizzato l’idea che, anche se il gerrymandering è “ingiusto”, non spetta ai giudici federali correggerlo, poiché non esiste una formula costituzionale chiara per definire l'”equità partitica”.
  3. Il Declino del VRA: Con la Sezione 5 annullata e la Sezione 2 ora severamente limitata, lo scudo federale contro la discriminazione nel voto è stato quasi interamente rimosso.

Questa struttura crea un incentivo perverso: il partito al potere deve manipolare le mappe per sopravvivere politicamente, sapendo che se non lo facesse, l’opposizione lo farebbe al prossimo turno.

Il dossier politico-tecnico sulla ridefinizione dei distretti elettorali rivela un sistema in profonda crisi di legittimità, dove la tecnologia e la giurisprudenza convergono per ridurre l’impatto del voto popolare. L’amministrazione Trump, attraverso la trasformazione della Corte Suprema e la politicizzazione del censimento, ha gettato le basi per un’era in cui i risultati elettorali sono determinati più dalla cartografia che dalla democrazia deliberativa.

Le conclusioni principali che emergono dall’analisi sono:

  • Vantaggio Strutturale Repubblicano: Le manovre di redistricting in corso, supportate dalla sentenza Callais, garantiscono ai repubblicani un vantaggio di almeno 12-13 seggi nel lungo termine, fungendo da assicurazione contro le ondate elettorali democratiche.
  • Erosione della Rappresentanza delle Minoranze: Lo smantellamento dei distretti a maggioranza minoritaria porterà a un Congresso meno diversificato, alienando vaste porzioni dell’elettorato che non vedranno più i propri interessi riflessi a Washington.
  • Volatilità del Redistricting “Mid-Cycle”: Il precedente creato in Louisiana e Florida suggerisce che il redistricting non sarà più un evento decennale, ma uno strumento permanente da utilizzare ogni volta che il potere politico cambia mano o la giurisprudenza lo permette.
  • Polarizzazione Sistemica: La creazione di distretti ipersicuri riduce la necessità per i legislatori di fare appello agli elettori moderati, esacerbando lo stallo legislativo e la radicalizzazione partitica.

In assenza di una riforma federale significativa, come il Freedom to Vote Act o il ripristino del Voting Rights Act, il processo di ridefinizione dei distretti continuerà a evolversi verso una forma di “democrazia gestita”, in cui i confini dei distretti agiscono come una barriera invalicabile per la volontà della maggioranza popolare. La battaglia per la cartografia elettorale del 2026 e del 2028 non è solo una sfida per i seggi al Congresso, ma una lotta fondamentale per la definizione stessa di rappresentanza nel ventunesimo secolo.

Scheda fonti — Redistricting & Gerrymandering
Contesto e definizioni
Bipartisan Policy Center, Redistricting and Gerrymandering: What to Know, accesso 4 maggio 2026.
Wikipedia, Redistricting, accesso 4 maggio 2026.
NCSL, Redistricting and Use of Census Data, accesso 4 maggio 2026.
Redistricting Data Hub, Knowledge FAQ, accesso 4 maggio 2026.
Sentenze e quadro giuridico
U.S. Supreme Court, Louisiana v. Callais (2026), accesso 4 maggio 2026.
Cornell Law (LII), Louisiana v. Callais, accesso 4 maggio 2026.
ACLU, Supreme Court Strikes Down Louisiana Map, accesso 4 maggio 2026.
Indiana Citizen, Voting Rights Act Upended, accesso 4 maggio 2026.
Analisi geopolitica e impatto elettorale
Council on Foreign Relations, Gerrymandering and the 2026 Midterms, accesso 4 maggio 2026.
Brookings Institution, Supreme Court decision alters 2026 outlook, accesso 4 maggio 2026.
Brookings Institution, GOP midterm prospects darken, accesso 4 maggio 2026.
Media e copertura giornalistica
Washington Post, Supreme Court decision and House seats, accesso 4 maggio 2026.
Associated Press, Redistricting battle intensifies, accesso 4 maggio 2026.
Votebeat, Who is winning redistricting?, accesso 4 maggio 2026.
Strumenti e dati tecnici
Redistricting Data Hub, Mapping Tools, accesso 4 maggio 2026.
Caliper Corporation, Maptitude for Redistricting, accesso 4 maggio 2026.
Dave’s Redistricting, Tutorial, accesso 4 maggio 2026.

Disimpegno degli Stati Uniti dall’Italia, cosa succede?

L’architettura di sicurezza che ha garantito la stabilità del bacino del Mediterraneo per oltre ottant’anni attraversa oggi una fase di instabilità senza precedenti.

Le dichiarazioni rilasciate dal Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, nell’aprile del 2026, hanno scosso le fondamenta dell’Alleanza Atlantica, ponendo l’Italia e la Spagna di fronte alla concreta prospettiva di un ritiro unilaterale delle truppe americane.

Questa posizione, scaturita da una profonda divergenza strategica riguardante la conduzione della guerra contro l’Iran e il controllo dello Stretto di Hormuz, non rappresenta soltanto un cambio di rotta diplomatico, ma prefigura uno spostamento tettonico negli equilibri geopolitici globali che potrebbe ridefinire il ruolo dell’Italia nel sistema di difesa occidentale.

Il catalizzatore della crisi: La guerra in Iran e il ruolo degli alleati

La tensione tra l’amministrazione Trump e gli alleati europei ha raggiunto il punto di rottura in seguito all’avvio dell’Operazione Epic Fury, la campagna militare aero-navale lanciata dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran il 28 febbraio 2026.

Sebbene inizialmente presentata da Washington come un trionfo militare rapido e decisivo, la realtà sul campo descrive un conflitto giunto all’ottava settimana con scarsi segnali di risoluzione.

Il cuore della discordia risiede nel rifiuto di nazioni come l’Italia e la Spagna di contribuire attivamente agli sforzi bellici, in particolare per quanto riguarda la riapertura dello Stretto di Hormuz, bloccato a seguito delle ostilità e causa di una crisi energetica globale che ha innalzato il costo della vita in tutto il mondo.

Durante un evento nello Studio Ovale il 30 aprile 2026, il Presidente Trump ha espresso apertamente la sua frustrazione, affermando che “l’Italia non è stata di alcun aiuto” e descrivendo la condotta della Spagna come “assolutamente orribile”.

Trump ha messo in discussione la logica del mantenimento di una presenza militare in paesi che, a suo dire, non ricambiano il sostegno americano nel momento del bisogno, nonostante gli enormi sforzi compiuti dagli Stati Uniti per la difesa dell’Europa nel contesto del conflitto russo-ucraino. Questa retorica transazionale, che subordina la permanenza delle truppe alla partecipazione diretta a operazioni fuori area, ignora deliberatamente i complessi trattati bilaterali e le implicazioni di sovranità che regolano la presenza delle basi americane sul suolo italiano.

L’incidente di Sigonella: sovranità nazionale contro esigenze dell’alleato

Un punto di svolta critico in questo deterioramento dei rapporti è rappresentato dall’incidente della base aerea di Sigonella, avvenuto nel marzo 2026. Il governo italiano, guidato dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e dal Ministro della Difesa Guido Crosetto, ha formalmente negato agli Stati Uniti l’autorizzazione all’uso della base siciliana per il transito di bombardieri diretti verso il teatro d’operazioni mediorientale.

La motivazione addotta da Roma è stata duplice: da un lato, la mancata notifica preventiva del piano di volo, comunicato solo quando i velivoli erano già in aria; dall’altro, la natura chiaramente non routinaria né logistica della missione, che la poneva al di fuori degli accordi bilaterali vigenti.

Questa presa di posizione, volta a tutelare la sovranità nazionale e a evitare un coinvolgimento automatico in un conflitto non autorizzato dal Parlamento, è stata percepita a Washington come un atto di ostruzionismo imperdonabile. Trump ha accusato la leadership italiana di mancanza di “coraggio”, esacerbando ulteriormente il clima di sfiducia reciproca.

L’incidente ha evidenziato come le basi in Italia, pur essendo funzionali agli interessi strategici americani, operino sotto un regime di “sovranità condivisa” che richiede consultazioni politiche e militari che l’attuale amministrazione statunitense sembra intenzionata a scavalcare in favore di un approccio unilaterale.

Analisi legale: i poteri del Presidente e i vincoli del Congresso

La questione fondamentale che emerge dalle minacce di Trump riguarda la capacità legale del Presidente di procedere autonomamente al ritiro delle truppe e, potenzialmente, all’abbandono del Trattato del Nord Atlantico. Sebbene la Costituzione degli Stati Uniti conferisca al Presidente ampi poteri come Comandante in Capo delle forze armate, il ramo legislativo ha introdotto nel tempo barriere significative per impedire decisioni che potrebbero compromettere la sicurezza nazionale e gli impegni internazionali del Paese.

La Difesa Legislativa: NDAA 2024 e NDAA 2026

Il Congresso degli Stati Uniti ha agito preventivamente per limitare l’arbitrarietà dell’esecutivo. La sezione 1250A del National Defense Authorization Act (NDAA) per l’anno fiscale 2024 proibisce esplicitamente al Presidente di sospendere, terminare o ritirare gli Stati Uniti dal Trattato NATO senza il consenso dei due terzi del Senato o un atto specifico del Congresso. Inoltre, la NDAA per l’anno fiscale 2026, firmata nel dicembre 2025, ha istituito quello che può essere definito un “pavimento di truppe” invalicabile per l’Europa.

Disposizione LegaleDescrizione e VincoliImpatto sul Ritiro dall’Italia
Sezione 1250A NDAA 2024Proibisce il recesso unilaterale dal Trattato NATO.Impedisce l’abbandono formale dell’alleanza.
Soglia Truppe NDAA 2026Vieta la riduzione della presenza in Europa sotto le 76.000 unità.Limita la portata numerica dei tagli operativi.
Certificazione PentagonoObbligo di rapporto sull’impatto e consultazione alleati.Impone un processo di revisione burocratica e diplomatica.
Restrizione FondiProibisce l’uso di fondi per disimpegni non autorizzati.Blocca la logistica necessaria al trasferimento delle truppe.

Questi roadblock legislativi sono stati progettati specificamente per contrastare la tendenza al disimpegno dell’amministrazione Trump. Tuttavia, esiste un’area grigia costituzionale. L’Office of Legal Counsel (OLC) del Dipartimento di Giustizia ha sostenuto che il Presidente possiede un’autorità esclusiva nella conduzione degli affari esteri, il che potrebbe rendere incostituzionali le restrizioni che richiedono notifiche preventive o approvazioni legislative per il recesso dai trattati.

Storicamente, la Corte Suprema ha preferito non intervenire in queste dispute tra poteri, definendole “questioni politiche”, il che lascia aperta la possibilità che un Presidente determinato possa ordinare un ritiro fisico delle truppe, ignorando le restrizioni di bilancio e innescando una crisi costituzionale interna.

Disimpegno Stati Uniti in Italia

Gli accordi bilaterali di difesa (BIA) e i tempi di recesso

Oltre al quadro NATO, la presenza americana in Italia è regolata dal Bilateral Infrastructure Agreement (BIA) del 20 ottobre 1954 e dal Memorandum d’Intesa (MOU) del 1995. Questi accordi definiscono le modalità di utilizzo delle installazioni e la gestione del personale. Secondo i documenti operativi relativi a specifiche basi, come Sigonella, un eventuale recesso dagli accordi tecnici può essere richiesto da una delle parti con un preavviso scritto di 180 giorni. Questo lasso di tempo è considerato il periodo minimo necessario per gestire la logistica di un ritiro e per avviare consultazioni politiche volte a mitigare l’impatto sulla sicurezza regionale.

La mappatura della presenza militare americana in Italia

Per comprendere le conseguenze di un ritiro, è necessario analizzare il valore strategico delle basi statunitensi in territorio italiano. L’Italia ospita un complesso sistema di installazioni che non sono solo punti di stazionamento, ma centri nervosi per la proiezione di potenza in tre continenti: Europa, Africa e Asia.

Vicenza e il Controllo del Continente Africano

Vicenza ospita il quartier generale della U.S. Army Southern European Task Force, Africa (SETAF-AF). Questa struttura è fondamentale per la gestione delle operazioni dell’esercito statunitense in Africa. Il ritiro da Vicenza significherebbe la perdita della capacità di coordinare rapidamente missioni di controterrorismo, assistenza umanitaria e addestramento delle forze partner nel Sahel e nel Corno d’Africa. La vicinanza geografica dell’Italia al continente africano rende Vicenza una piattaforma insostituibile per la risposta alle crisi in aree di vitale interesse per la sicurezza nazionale italiana ed europea.

Aviano: Il Pilastro della Difesa Aerea e Nucleare

La base aerea di Aviano, sede del 31st Fighter Wing, rappresenta la componente d’attacco e di difesa aerea più avanzata della NATO nell’Europa meridionale. Oltre a fornire capacità di superiorità aerea, Aviano è parte integrante del dispositivo di deterrenza nucleare della NATO, ospitando testate tattiche che rientrano nel programma di condivisione nucleare. Un ritiro americano da Aviano lascerebbe un vuoto incolmabile nella capacità di interdire lo spazio aereo settentrionale e ridurrebbe drasticamente la credibilità della deterrenza atlantica contro avversari statali.

Sigonella: L’Occhio del Mediterraneo

La Naval Air Station (NAS) Sigonella è definita l'”Hub del Mediterraneo”. La sua funzione primaria è l’Intelligence, la Sorveglianza e la Ricognizione (ISR). Sigonella ospita i sistemi unmanned Global Hawk della NATO e della US Navy, essenziali per il monitoraggio costante delle rotte navali, dei movimenti di sottomarini russi e delle dinamiche di instabilità in Nord Africa. Senza Sigonella, la capacità dell’Italia e della NATO di mantenere una consapevolezza situazionale nel Mediterraneo centrale verrebbe compromessa, trasformando la regione in un’area di libero movimento per attori ostili.

Base MilitarePrincipale Unità / FunzionePersonale Stimato (2025)Significato Strategico
Vicenza (Camp Ederle/Del Din)SETAF-AF / 173rd Airborne Bde~4.000Proiezione in Africa e risposta rapida.
Aviano Air Base31st Fighter Wing (F-16)~3.500Difesa aerea e deterrenza nucleare.
NAS SigonellaSupporto navale / Hub ISR (Global Hawk)~2.500Sorveglianza Mediterraneo e logistica.
Napoli / GaetaComando 6ª Flotta / JFC Naples~2.000Comando e controllo navale NATO/USA.
Camp Darby (Pisa/Livorno)Logistica / Stoccaggio Equipaggiamento~500Riserve materiali per emergenze globali.

Conseguenze per la difesa nazionale Italiana: il gap capacitivo

Il ritiro delle truppe e delle attrezzature americane esporrebbe l’Italia a rischi di sicurezza che le attuali Forze Armate non sono in grado di gestire in autonomia. Nonostante l’eccellenza tecnologica di alcuni reparti italiani, la difesa del Paese si basa su un’integrazione profonda con le capacità “abilitanti” degli Stati Uniti.

L’Italia dipende quasi interamente dagli assetti ISR americani per la raccolta di informazioni strategiche. La partenza degli esperti e delle tecnologie di Sigonella e Napoli priverebbe i decisori italiani di dati in tempo reale su minacce missilistiche, attività terroristiche e movimenti navali irregolari. Questo “oscuramento” informativo renderebbe l’Italia vulnerabile a attacchi a sorpresa e ridurrebbe l’efficacia delle operazioni di contrasto al traffico di esseri umani e al terrorismo transnazionale nel Mediterraneo.

Vulnerabilità missilistica e aerea

La difesa dello spazio aereo italiano è integrata nel sistema di difesa missilistica della NATO, dove gli Stati Uniti forniscono i sensori a lungo raggio e gli intercettori più sofisticati. L’analisi dei costi della guerra in Iran ha evidenziato quanto sia oneroso mantenere una difesa missilistica efficace.

Sistema di DifesaCosto per IntercettoreCapacità / Ruolo
THAAD$12,8 milioniDifesa contro missili balistici ad alta quota.
SM-3$8 – $25 milioniIntercettazione eso-atmosferica (Navale).
PAC-3 MSE (Patriot)$3,7 milioniDifesa aerea e missilistica a medio raggio.
SAMP/T (Europeo)Elevato (produzione limitata)Alternativa europea per la difesa aerea.

Durante le fasi acute del conflitto iraniano, il consumo di intercettori è stato così elevato da drenare fino al 20-50% delle scorte globali statunitensi. Per l’Italia, l’acquisto autonomo di tali sistemi per compensare il ritiro americano richiederebbe investimenti nell’ordine di decine di miliardi di euro, una cifra che eccede ampiamente le attuali capacità di bilancio, specialmente considerando che il Paese sta già affrontando costi significativi per l’acquisizione di ulteriori F-35 e Eurofighter (rispettivamente 7,8 e 7,7 miliardi di euro nei piani 2024-2026).

Implicazioni geopolitiche: la fine del ruolo guida nel mediterraneo

Dal punto di vista geopolitico, la presenza americana ha storicamente agito come un moltiplicatore di influenza per l’Italia. Roma ha potuto esercitare una leadership regionale nel “Mediterraneo Allargato” proprio grazie alla sua funzione di principale alleato logistico e operativo degli Stati Uniti nel Fianco Sud della NATO.

Un disimpegno americano lascerebbe l’Italia a competere direttamente con altre potenze regionali, come la Francia, per l’influenza in Nord Africa e nel Sahel senza il supporto diplomatico e militare di Washington. Storicamente, il Mediterraneo è stato un’area di “competizione piuttosto che coordinamento” tra i membri meridionali della NATO.

Senza gli Stati Uniti come garante ultimo della sicurezza, l’Italia rischierebbe di vedere i propri interessi energetici e politici in Libia e in Algeria messi in discussione da attori più aggressivi o da una rinnovata assertività francese.

Le minacce di Trump di spostare le truppe dalla Germania, dall’Italia e dalla Spagna verso paesi “più meritevoli” suggeriscono un potenziale riposizionamento verso la Polonia o i Paesi Baltici, che hanno dimostrato una maggiore disponibilità a seguire incondizionatamente la linea di Washington.

Questo spostamento del baricentro strategico verso Est declasserebbe il Mediterraneo a teatro secondario per gli Stati Uniti, lasciando l’Italia sola a gestire le ondate di instabilità provenienti dal Sud del mondo, inclusi i flussi migratori e le minacce cyber-terroristiche che si diffondono attraverso le infrastrutture digitali del Mediterraneo.

Scenari militari: dalla riduzione punitiva all’abbandono totale

L’analisi dei rischi per l’Italia deve contemplare diversi scenari operativi, basati sulla gradualità con cui l’amministrazione Trump potrebbe attuare il suo piano di ritiro.

Scenario A: Disimpegno Selettivo e Tecnologico

In questo scenario, il Presidente Trump ordina il ritiro delle capacità di fascia alta (ISR, difesa missilistica, capacità cyber) come ritorsione per la mancanza di supporto in Iran, pur mantenendo una presenza simbolica di fanteria.

  • Impatto per l’Italia: L’Italia rimane parte della NATO ma perde la capacità di difendere il proprio territorio da minacce sofisticate. Il costo per rimpiazzare queste tecnologie in modo autonomo o attraverso consorzi europei richiederebbe decenni.
  • Rischi: Esposizione a ricatti geopolitici da parte di potenze regionali dotate di capacità missilistiche.

Scenario B: Spostamento del Comando Africano (SETAF-AF)

A causa delle frizioni sull’uso delle basi per missioni fuori area, gli Stati Uniti decidono di trasferire il comando di Vicenza in un paese africano o in una nazione europea più flessibile.

  • Impatto per l’Italia: Perdita drastica di rilevanza politica nelle crisi africane. Indebolimento della rete di intelligence italiana nel Sahel, con conseguente aumento della minaccia terroristica interna.
  • Rischi: Incapacità di prevenire e gestire crisi umanitarie e migratorie alla fonte.

Scenario C: Ritiro Totale e de-facto Uscita dalla NATO

Trump agisce unilateralmente ordinando l’evacuazione di tutte le basi in Italia entro 180 giorni, ignorando le opposizioni del Congresso.

  • Impatto per l’Italia: Collasso dell’attuale modello di difesa nazionale. Necessità di una mobilitazione economica di guerra per ricostituire una forza armata autonoma, con un aumento della spesa per la difesa oltre il 5% del PIL.
  • Rischi: Instabilità economica interna dovuta allo spostamento massiccio di risorse verso il settore militare; isolamento diplomatico; vulnerabilità totale a attacchi ibridi e convenzionali.

Rischi socio-economici e industriali per il sistema paese

Il ritiro americano non avrebbe solo conseguenze militari, ma colpirebbe duramente l’economia e l’industria italiana. Le basi statunitensi generano un indotto economico locale significativo, attraverso l’impiego di personale civile italiano e il consumo di beni e servizi sul territorio.

L’Italia ha investito miliardi in programmi di cooperazione con gli Stati Uniti, come l’F-35, che prevede centri di manutenzione e produzione (FACO) in Italia. Un ritiro totale e la fine della cooperazione militare potrebbero portare a un embargo tecnologico o alla revoca delle licenze di produzione, infliggendo un colpo mortale a campioni industriali come Leonardo.

Inoltre, la richiesta di Trump di innalzare la spesa militare al 5% del PIL per compensare il disimpegno americano metterebbe a dura prova la tenuta sociale del Paese, sottraendo risorse vitali a settori come la sanità e l’istruzione.

La collaborazione tra i servizi di intelligence italiani e le agenzie americane presenti nelle basi è fondamentale per il monitoraggio delle cellule terroristiche radicali e delle minacce cyber. Il ritiro delle truppe porterebbe inevitabilmente a una contrazione della condivisione di informazioni classificate, aumentando il rischio di attentati sul suolo nazionale e attacchi alle infrastrutture critiche dello Stato.

Le minacce proferite dal Presidente Trump nell’aprile del 2026 non possono essere liquidate come semplice retorica elettorale. Esse riflettono una crisi d’identità profonda dell’Alleanza Atlantica e una divergenza di interessi nazionali che l’incidente di Sigonella ha reso manifesta. Sebbene i vincoli legali imposti dal Congresso (NDAA 2024/2026) rendano difficile un ritiro immediato e totale, la volontà politica di Washington di utilizzare la presenza militare come strumento di pressione transazionale pone l’Italia in una posizione di estrema fragilità.

Per mitigare questi rischi, l’Italia deve perseguire una strategia su tre livelli:

  1. Rafforzamento della Sovranità Condivisa: Rinegoziare gli accordi tecnici del 1954 e del 1995 per garantire che l’uso delle basi sia sempre subordinato a un consenso politico preventivo, evitando nuovi “casi Sigonella” ma mantenendo l’attrattività strategica del territorio italiano.7
  2. Leadership nell’Autonomia Strategica Europea: Accelerare la creazione di capacità militari abilitanti europee (ISR, difesa missilistica, trasporto pesante) per ridurre la dipendenza critica dagli assetti americani che potrebbero essere ritirati unilateralmente.5
  3. Bilanciamento Fiscale e Militare: Gestire l’incremento della spesa per la difesa verso l’obiettivo del 2-5% del PIL in modo da favorire l’industria nazionale e lo sviluppo tecnologico, evitando che l’onere economico mini la stabilità interna.23

Il potenziale ritiro delle truppe americane rappresenta la più grande sfida alla sicurezza nazionale italiana dal secondo dopoguerra. Il Paese deve prepararsi a uno scenario in cui la protezione statunitense non è più una costante garantita, ma una variabile dipendente da calcoli geopolitici fluidi e spesso divergenti dagli interessi dell’Europa mediterranea.

OpenAi: Vietato parlare di Goblin. il caso che ha fatto ridere (e riflettere) il mondo

OpenAI ha inserito nel system prompt di Codex una direttiva esplicita che vieta di menzionare goblin, gremlins, troll, orchi, procioni e piccioni. La storia dietro questa regola bizzarra rivela molto di più sulla complessità nascosta dei modelli linguistici di nuova generazione.

Il prompt che ha fatto il giro del mondo

Alla fine di aprile 2026, una scoperta apparentemente insignificante ha infiammato la comunità tech e i social media di tutto il mondo: nel codice sorgente di Codex CLI, l’agente di programmazione di OpenAI basato su GPT-5.5, è stata trovata una direttiva esplicita e ripetuta che recita testualmente: “Non parlare mai di goblin, gremlins, procioni, troll, orchi, piccioni o altri animali o creature, a meno che non sia assolutamente e inequivocabilmente rilevante per la richiesta dell’utente.” La frase non compare una sola volta, bensì quattro volte nell’intero documento di istruzioni, come se gli ingegneri volessero assicurarsi che il messaggio fosse ben chiaro persino al modello più caparbio.

La notizia è stata diffusa inizialmente da Ars Technica, Wired e Gizmodo, che hanno individuato le istruzioni nei file pubblici del repository GitHub codex-rs, dove OpenAI aveva reso disponibile il codice open source di Codex CLI. Ciò che sembrava una stranezza da dimenticare in pochi minuti si è invece trasformato in uno dei casi più discussi del 2026 in ambito intelligenza artificiale, generando meme, dibattiti accademici e persino l’intervento diretto del CEO di OpenAI, Sam Altman.

GPT-5.5 e la sua ossessione per i goblin

Per capire perché OpenAI abbia sentito il bisogno di inserire un simile divieto, occorre fare un passo indietro e guardare al comportamento effettivo di GPT-5.5 nelle settimane precedenti alla pubblicazione del codice. Numerosi utenti avevano iniziato a segnalare qualcosa di insolito: il modello sembrava avere una predilezione quasi ossessiva per il termine “goblin” e per creature affini, inserendoli in contesti del tutto inappropriati e privi di qualsiasi relazione con le domande poste.

Su X, già prima che il prompt venisse reso pubblico, circolavano screenshot che mostravano GPT-5.5 consigliare attrezzatura fotografica suggerendo di sceglierla “se si vuole entrare nel filthy neon sparkle goblin mode”, oppure riferirsi alla larghezza di banda di rete come “goblin bandwidth” o ancora proporre “una versione goblin ancora più breve” di una risposta. Eric Provencher, fondatore di Repo Prompt, aveva documentato un caso in cui il modello aveva scritto: “Terrò d’occhio questo piuttosto che lasciare un piccolo gremlin delle performance girare senza sorveglianza.” Un ingegnere di OpenAI aveva risposto, imbarazzato: “Pensavo di aver risolto, mi dispiace.”

Il sito di valutazione Arena.ai ha fornito dati concreti a supporto di queste segnalazioni aneddotiche: analizzando il proprio traffico, ha rilevato un aumento statisticamente significativo nell’uso delle parole “goblin”, “gremlin” e “troll” da parte di GPT-5.5, con un picco particolarmente evidente nelle sessioni in cui il modello non utilizzava la modalità di ragionamento avanzato. Insomma, lasciato libero di pensare senza un framework strutturato, GPT-5.5 sembrava scivolare in una sorta di fantasia lessicale popolata di creature mitologiche.

Il sistema prompt di Codex: molto più di un semplice divieto

Il system prompt di Codex non si riduce al solo divieto sui goblin: è un documento articolato che rivela molto della filosofia con cui OpenAI ha costruito il proprio agente di programmazione. Oltre alla proibizione delle creature fantastiche, le istruzioni disciplinano una serie di comportamenti molto specifici. Ad esempio, il prompt ordina a Codex di non lodare mai il proprio piano contrapposto a un’alternativa peggiore (con frasi del tipo “farò X invece di Y, che sarebbe sbagliato”), di fornire aggiornamenti ogni 30 secondi durante le operazioni lunghe, e di evitare comandi potenzialmente distruttivi come git reset --hard a meno che non siano esplicitamente richiesti dall’utente.

Sul fronte della personalità, il prompt è ancora più interessante: invita Codex ad avere “una vita interiore vivace” e un “buon orecchio”, mostrando un comportamento curioso, collaborativo e “vivo”. L’obiettivo dichiarato è fare in modo che l’utente senta di stare interagendo con una vera personalità e non con un semplice strumento meccanico. È in questo contesto che il divieto sui goblin assume un significato ulteriore: il problema non era che il modello si comportasse come una macchina fredda e distante, ma esattamente l’opposto. GPT-5.5 sembrava aver sviluppato una personalità fin troppo esuberante, con guizzi creativi e metafore fantastiche che, per quanto pittoreschi, risultavano del tutto fuori luogo in un contesto professionale di sviluppo software.

Le ipotesi degli esperti: da dove vengono i goblin?

La domanda che tutti si ponevano era: perché proprio i goblin? E da dove viene questa tendenza? Sui forum specializzati e su LessWrong si è aperto un dibattito vivace tra ricercatori e appassionati di intelligenza artificiale, con diverse ipotesi sul tavolo.

La prima, e forse più semplice, è che si tratti di un artefatto del processo di RLHF (Reinforcement Learning from Human Feedback), il meccanismo con cui i modelli vengono addestrati in base al feedback umano. Secondo questa teoria, alcuni valutatori umani durante il training avrebbero premiato risposte che mostravano uno stile vivace, umoristico o evocativo, includendo involontariamente un microstile basato su immagini goblinesche. Un utente di LessWrong ha commentato: “I goblin sono una metafora evocativa e c’è un certo microstile che enfatizza immagini simili a goblin. Penso che alcuni valutatori RLHF abbiano premiato proprio questo tipo di risposta.”

La seconda ipotesi è più tecnica e affascinante: il termine “gremlin” ha una lunga storia nel gergo ingegneristico e aeronautico per indicare guasti misteriosi e imprevedibili. Un tester che non conosceva questa tradizione lessicale avrebbe potuto interpretare i riferimenti del modello ai gremlins come una bizzarria della macchina e, nel tentativo di correggerla, avrebbe esteso il divieto a un’intera famiglia di creature simili, inclusi goblin, troll, orchi e piccioni. La possibilità che il prompt sia stato in parte scritto dallo stesso LLM, in risposta a una richiesta di “non menzionare gremlins o creature simili”, è stata sollevata come ulteriore spiegazione ironica della situazione.

Una terza ipotesi riguarda un problema tecnico documentato: secondo alcuni ricercatori che hanno scritto sull’argomento, il Codex CLI avrebbe operato in un ambiente corrotto per circa cento giorni alla fine del 2025, e alcune anomalie comportamentali potrebbero essere conseguenze di quell’instabilità strutturale riversatasi nel comportamento del modello.

La risposta di Internet (e di Sam Altman)

Non appena la notizia è diventata virale, Internet ha fatto quello che sa fare meglio: trasformarla in un meme globale. Gli utenti di X hanno cominciato a bombardare ChatGPT e Codex con domande sui goblin, sperimentando quello che è stato ribattezzato “goblin mode”, in riferimento al termine che l’Oxford English Dictionary aveva eletto parola dell’anno nel 2022, definendolo come “un tipo di comportamento sfacciatamente autoindulgente, pigro, trasandato o avido”.

OpenAI stessa si è lasciata trascinare nell’umorismo collettivo: il profilo X di ChatGPT ha incluso la frase del divieto nella propria bio, e Thibault Sottiaux, engineering lead di Codex, ha pubblicato la direttiva accompagnata da un semplice “Chi sa, sa.” Sam Altman ha partecipato alle battute prima con un meme in cui chiedeva “goblin extra” per GPT-6, poi ha scritto che Codex stava avendo un “ChatGPT moment”, salvo poi correggersi immediatamente: “Intendevo un goblin moment, scusate.”

Non tutti, però, hanno riso. Citrini Research, una società di analisi che aveva già scosso i mercati in febbraio con un controverso report sul futuro dell’economia nell’era dell’AI, ha commentato l’intera vicenda definendo la risposta di OpenAI “insana”, sottolineando come l’esigenza di bandire esplicitamente un intero bestiario fantasy dalle risposte di un agente di programmazione professionale fosse il segnale di un problema di allineamento molto più profondo di quanto la risata collettiva facesse pensare.

Cosa rivela davvero questa storia

Al di là dell’ironia, il caso dei goblin di OpenAI tocca questioni centrali per chiunque si occupi seriamente di intelligenza artificiale. La scoperta del prompt è avvenuta grazie alla pubblicazione open source del codice di Codex CLI su GitHub: senza questa trasparenza, nessuno avrebbe mai saputo dell’esistenza di questa direttiva, né delle decine di altre regole che plasmano silenziosamente il comportamento del modello. Gli utenti interagiscono quotidianamente con uno strumento che si presenta come un assistente di programmazione neutro e razionale, ignorando l’esistenza di un documento di istruzioni ricco di “mai fare questo” e “non dire mai quello”, scritto da ingegneri umani che reagivano, in tempo reale, ai comportamenti inaspettati di un sistema la cui complessità sfugge anche ai propri creatori.

Questo è forse il punto più importante dell’intera vicenda: se OpenAI ha dovuto inserire quattro volte la stessa regola per fermare un modello che parlava spontaneamente di goblin, significa che il controllo del comportamento dei grandi modelli linguistici rimane un processo empirico, reattivo e tutt’altro che preciso. Non si tratta di configurare parametri in modo sistematico, ma di aggiungere divieti espliciti a mano, dopo che il problema è già emerso, nella speranza che l’istruzione sia recepita. Come ha scritto un ricercatore che ha replicato gli esperimenti pubblicando i risultati su GitHub: il Codex system prompt riesce a sopprimere la risposta “goblin” in alcune condizioni, ma non in tutte, e il semplice cambiamento della formulazione della domanda è sufficiente per aggirare il divieto.

Il bestiario dell’era dell’AI

C’è un’ultima dimensione di questa storia che merita attenzione. Il fatto che un modello di intelligenza artificiale addestrato su miliardi di testi umani abbia sviluppato un’affinità spontanea per le creature fantastiche non è, in fondo, così sorprendente. Il folklore digitale e la cultura hacker hanno sempre amato gli esseri mitologici: dai demoni di Unix alle fate di Python, passando per i gremlins dell’aviazione che diventano metafora dei bug informatici, la tradizione di animare le macchine con creature immaginarie è profondamente radicata nella cultura tecnologica occidentale. GPT-5.5 non ha inventato nulla: ha semplicemente assorbito, amplificato e restitutito ciò che gli esseri umani gli avevano già insegnato, con un entusiasmo che i suoi creatori non avevano previsto.

Il vero scoop non è che un’intelligenza artificiale parli di goblin: è che OpenAI abbia dovuto dirle esplicitamente di smettere, e che questa direttiva, sepolta in un documento tecnico e ripetuta quattro volte come una formula scongiuratoria, sia diventata lo specchio più nitido disponibile del modo in cui funziona davvero lo sviluppo dell’AI nel 2026: per tentativi, errori, correzioni affrettate e, ogni tanto, per un pizzico di magia involontaria.

Boeing CH-47 Chinook: il gigante dei cieli. Scheda tecnica

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Porta il nome di un’antica tribù dei nativi americani del Pacifico nordoccidentale, ma la sua vera casa è il campo di battaglia. Il Boeing CH-47 Chinook è, senza alcun dubbio, l’elicottero da trasporto pesante più importante, longevo e diffuso della storia militare occidentale. Dalla giungla vietnamita agli altopiani afghani, dai deserti iracheni alle isole Falkland battute dal vento australe, questo straordinario velivolo ha scritto decenni di storia operativa, diventando il simbolo stesso della mobilità tattica dell’esercito moderno. Concepito nei laboratori della Vertol negli anni Cinquanta e perfezionato da Boeing nel corso di oltre sei decenni, il Chinook non è soltanto un elicottero: è un’istituzione militare, un sistema d’arma che i più grandi eserciti del mondo continuano ad aggiornare, ordinare e schierare come se fosse stato progettato ieri.

Origini e sviluppo

La storia del Chinook nasce nel 1956, quando l’U.S. Army decise di dotarsi di un elicottero da trasporto in grado di sostituire i vecchi H-37 e di rispondere alle esigenze di mobilità di una dottrina militare sempre più orientata all’eliportato. La Vertol, che sarebbe stata in seguito acquisita da Boeing, vinse il concorso di progettazione presentando un velivolo che riprendeva la configurazione a doppio rotore tandem già sperimentata nel più piccolo CH-46 Sea Knight, ingrandendola però in misura significativa.

Il prototipo, designato YCH-47A, effettuò il suo primo volo il 21 settembre 1961, e appena un anno dopo, il 30 agosto 1962, il primo esemplare di serie veniva formalmente consegnato all’aviazione dell’esercito statunitense. Da quel momento in poi, il programma Chinook non si sarebbe più fermato, diventando il programma di produzione più longevo della storia Boeing e uno dei più duraturi nell’intera storia dell’aviazione mondiale.

Le prime versioni, la CH-47A e la CH-47B, vennero rapidamente superate dalla CH-47C, entrata in servizio nel 1967 e che si impose come la variante di riferimento per gran parte degli anni Settanta. Nel 1982, l’U.S. Army avviò un ambizioso programma di ammodernamento che convertì 479 esemplari delle versioni A, B e C allo standard superiore della versione D, dotata di moderni sistemi elettrici, pale del rotore in vetroresina, impianti idraulici modulari e avionica notevolmente migliorata.

Nel 2001, Boeing introdusse infine la versione CH-47F, la più avanzata della famiglia, progettata sia come elicottero di nuova costruzione sia come upgrade delle versioni precedenti, con cockpit completamente digitalizzato, display multifunzione e sistemi di comunicazione sicura di ultima generazione.

L’ingegneria del doppio rotore

Ciò che distingue immediatamente il Chinook da qualsiasi altro elicottero in circolazione è la sua configurazione a doppio rotore tandem: due enormi rotori controrotanti, uno posizionato sopra la cabina di pilotaggio e uno in coda, eliminano la necessità del tradizionale rotore anti-coppia laterale. Questa soluzione tecnica, apparentemente insolita, offre vantaggi tattici e prestazionali enormi.

In primo luogo, consente di sfruttare tutta la potenza dei due motori esclusivamente per la portanza e la propulsione, senza perdite di efficienza dovute al rotore di coda. In secondo luogo, la configurazione birotore garantisce una stabilità eccezionale durante le operazioni di carico e scarico a bassa quota, fondamentale quando l’elicottero deve operare in zone di combattimento o in condizioni meteorologiche avverse.

La fusoliera misura 15 metri di lunghezza, è ampia e robusta, con un portellone cargo di coda abbassabile che consente l’imbarco rapido di truppe, veicoli leggeri e materiali di ogni tipo. I due motori turboshaft Honeywell (ex Lycoming) T55-GA-714 sono alloggiati nelle gondole esterne montate ai lati della sezione di coda, ciascuno erogante una potenza di circa 2.800 kW per un totale di 5.069 shp combinati. Il carrello d’atterraggio è fisso, con quattro ruote in configurazione 2-2, una scelta che semplifica la manutenzione e aumenta l’affidabilità in condizioni operative estreme.

Prestazioni e capacità di carico

Parlare di prestazioni del Chinook significa confrontarsi con numeri che anche oggi, dopo sei decenni, risultano impressionanti. La velocità massima raggiungibile è di 315 km/h (170 nodi), mentre la velocità di crociera si attesta sui 256 km/h (138 nodi), un valore straordinario per un elicottero da trasporto pesante di questo tipo.

Il rateo di salita è di 10,1 m/s (1.522 piedi al minuto), la tangenza operativa raggiunge i 5.640 metri (18.500 piedi) e l’autonomia si estende fino a 2.060 chilometri, con un raggio d’azione di circa 425 km. Queste caratteristiche, unite alla possibilità di essere rifornito in volo da aerei tanker, rendono il Chinook un vettore capace di coprire distanze enormi, fondamentale nelle operazioni di proiezione di forza lontano dalle basi.

La capacità di carico è il vero cuore del sistema. All’interno della cabina possono trovare posto fino a 55 soldati completamente equipaggiati, oppure 33 barelle per l’evacuazione medica, oppure veicoli leggeri, obici e grandi quantità di rifornimenti. Esternamente, il Chinook dispone di tre punti di aggancio nella parte ventrale della fusoliera: il gancio baricentrico centrale e i ganci anteriore e posteriore, utilizzabili singolarmente, in tandem o tutti e tre contemporaneamente.

Questo sistema consente di trasportare carichi esterni fino a 12 tonnellate, portando il peso massimo al decollo a circa 23 tonnellate. Nessun altro elicottero occidentale di costruzione tradizionale riesce ad avvicinarsi a questi numeri in contesti operativi reali.

Le versioni speciali

Accanto alle varianti da trasporto convenzionale, il programma CH-47 ha generato alcune versioni specializzate di enorme importanza operativa. La MH-47E, sviluppata su richiesta del USSOCOM (United States Special Operations Command), è la variante pensata per il Combat Search and Rescue (Combat-SAR) e per le operazioni delle forze speciali.

Equipaggiata con sistemi di rifornimento in volo, sensori FLIR di ultima generazione, navigazione a bassa quota e sistemi di autoprotezione avanzati, questa versione è diventata lo strumento preferito del leggendario 160° Special Operations Aviation Regiment, il reparto noto come “Night Stalkers”. La variante successiva, la MH-47G, ha ulteriormente potenziato queste capacità, con 73 esemplari consegnati all’U.S. Army, dei quali 69 erano in servizio attivo già nel settembre 2018.

Nel 2006, Boeing vinse il concorso CSAR-X per la sostituzione degli HH-60 Pave Hawk dell’USAF, presentando la versione HH-47 specificamente ottimizzata per il recupero di piloti abbattuti in territorio nemico, battendo il concorrente europeo AW-101. Nel 2026, la variante CH-47ER, sviluppata per le forze speciali della RAF britannica, è entrata in servizio con un sistema APAS per il controllo automatizzato del velivolo, mentre la versione MH-47G Block II ha ricevuto un software sperimentale A2X per l’atterraggio automatizzato con controllo di angolo, velocità e altitudine.

Sessant’anni di guerra

Il Chinook ha ricevuto il suo battesimo del fuoco in Vietnam a partire dal 1965, dimostrando subito di essere indispensabile per rifornire le basi avanzate, trasportare truppe in terreni impraticabili e recuperare elicotteri abbattuti, operazioni per le quali era privo di alternative credibili. Nella Guerra del Golfo del 1991, 163 CH-47D furono impiegati dall’U.S. Army, mentre le versioni MH-47E supportarono le operazioni delle forze speciali in profondità nel territorio nemico. In Kosovo, in Sierra Leone, in Afghanistan e in Iraq, il Chinook è stato ovunque, spesso nel punto più caldo del conflitto.

Uno degli episodi più tragici della storia del Chinook si è consumato nell’estate del 2011 nella provincia di Maidan Wardak, in Afghanistan, quando un MH-47 venne abbattuto da un razzo talebano durante un’operazione a bassa quota. A bordo morirono 30 militari delle forze speciali americane, tra cui molti Navy SEAL che avevano partecipato al raid di Abbottabad nel quale era stato ucciso Osama bin Laden. Nonostante il peso di questa perdita, i Chinook della RAF britannica si distinsero nello stesso periodo rifornendo sotto il fuoco nemico gli avamposti britannici assediati dai talebani nell’estate del 2006, scaricando viveri, acqua e munizioni in condizioni di estremo rischio.

Il Chinook non è stato soltanto uno strumento di guerra. La sua capacità di imbarcare fino a 33 barelle lo ha reso un evacuatore sanitario di prim’ordine, mentre la possibilità di operare in condizioni meteorologiche e altimetriche estreme lo ha trasformato nel vettore ideale per le operazioni di soccorso umanitario. Le forze armate giapponesi lo hanno impiegato per portare aiuti alle popolazioni indonesiane colpite dallo tsunami del dicembre 2004, e in Italia il velivolo è stato largamente utilizzato anche nella lotta agli incendi boschivi, missione in cui la sua enorme capacità di carico esterno si è rivelata preziosa.l

Il Chinook in Italia

CH-47C Italia

L’Italia è uno degli operatori storici più importanti del Chinook, con una relazione operativa che risale al 16 febbraio 1973, data della consegna del primo esemplare all’Esercito Italiano. Quaranta CH-47C furono complessivamente ordinati: sei prodotti direttamente da Boeing-Vertol e 34 assemblati in Italia dalla Elicotteri Meridionali, poi confluita in AgustaWestland (oggi Leonardo).

Boeing aveva autorizzato la produzione su licenza sia alla società italiana sia alla giapponese Kawasaki, consentendo così una localizzazione industriale significativa. Nel corso degli anni, dodici degli esemplari italiani vennero convertiti allo standard C-plus, con sostituzione dei motori originali, potenziamento della trasmissione e rotori migliorati.

Nel maggio 2009, l’Esercito Italiano ordinò 16 esemplari della versione ICH-47F (Improved Cargo Helicopter) per sostituire progressivamente i vecchi CH-47C, con le prime due macchine consegnate il 2 ottobre 2014. Questa versione incorpora sistemi di comunicazione sicura, data link avanzato, autoprotezione elettronica e comandi di volo digitalizzati con cockpit dotato di display multifunzione.

L’Italia ha impiegato i propri Chinook in tutte le principali missioni internazionali degli ultimi tre decenni: dalla Somalia al Kosovo, dall’Afghanistan all’Iraq, fino a una memorabile operazione nel Kurdistan nel 1990 in cui i piloti italiani imbarcarono un numero di sfollati curdi di gran lunga superiore alla capacità nominale dell’elicottero. A febbraio 2023, presso l’aeroporto “Fabbri” di Viterbo, l’Aviazione dell’Esercito ha celebrato i cinquant’anni di servizio del Chinook nelle file italiane, un traguardo che parla da solo dell’affidabilità e del valore operativo di questo straordinario velivolo.

Un programma senza fine

Il Chinook è oggi il programma di produzione di elicotteri più longevo e continuo della storia Boeing, e la domanda a livello mondiale non ha mai mostrato segnali di cedimento. Oltre 1.200 esemplari sono stati prodotti nelle varie versioni per le forze armate di 23 Paesi, con circa 800 unità ancora in servizio attivo. Nel 2017, Boeing ha ricevuto un contratto per sviluppare la prossima generazione della famiglia Chinook nell’ambito del programma Block II, che prevede aggiornamenti per aumentare la capacità di sollevamento, ridurre i costi di manutenzione e migliorare l’interoperabilità tra le diverse flotte alleate.

Tra i contratti più recenti e significativi spicca quello della Germania, che nel luglio 2023 ha formalizzato l’ordine di 60 CH-47F Block II per la Luftwaffe, per un valore complessivo di 5 miliardi di dollari, nell’ambito del programma STH di riarmo post-invasione ucraina. Il Regno Unito ha ordinato 14 CH-47F ER Block II nel giugno 2021, con consegne previste a partire dal 2026, mentre Singapore ha deciso di mantenere in servizio i propri CH-47SD affiancandoli ai nuovi CH-47F per raggiungere una flotta complessiva di 26 elicotteri.

Come ebbe a dichiarare il colonnello Bob Marion, program manager dell’U.S. Army Cargo Helicopter: “Con l’introduzione di continue modifiche tecnologiche, tra altri 50 anni celebreremo il centenario di servizio degli elicotteri Chinook”, una previsione che, alla luce degli ordini in corso e degli upgrade pianificati, appare tutt’altro che ottimistica. Il gigante dei cieli è ancora lontano dal pensionamento, e la sua storia è destinata a continuare ben oltre il secolo di vita.

Boeing CH-47F Chinook

Heavy-Lift Tandem Rotor Helicopter

✈️ Prestazioni

Velocità Max315 km/h
Velocità Crociera291 km/h
Quota Tangenza6.096 m
Autonomia741 km

📐 Dimensioni

Lungh. Totale30,14 m
Lungh. Fusoliera15,46 m
Altezza5,68 m
Diametro Rotore18,29 m

⚖️ Masse & Carico

Peso a Vuoto11.148 kg
Max al Decollo22.680 kg
Carico Interno10.886 kg
Carico Esterno11.793 kg

⚙️ Propulsione

Motori (2x)Honeywell T55-GA-714A
Potenza Unitaria4.733 shp
Consumo Orario~1.500 lb/h
Capacità Carb.3.914 litri

Sistemi & Avionica

DAFCS: Controllo di volo automatico digitale per stabilità superiore in hovering.
CAAS: Architettura avionica comune con cockpit totalmente digitale.
ERFS: Predisposizione per serbatoi interni a autonomia estesa.
Triple Hook: Configurazione a tre ganci per il trasporto bilanciato di carichi pesanti.

Fonti principali: Wikipedia, Aviation Report, ANAE, Esercito Italiano, Airholic ed altri.

Gli Emirati Arabi Uniti abbandonano l’OPEC: la vittoria di Trump

L’analisi di Alessandro Trizio

Gli analisti di tutto il mondo concordano su un punto: la strategia di soffocamento economico del golfo sta funzionando.

L’Iran ha colpito militarmente tutti i partner arabi, nessuno escluso, in alcuni casi più forte in altri meno. Gli Emirati erano in rotta di collisione da anni con l’Arabia soprattutto ma l’Opec in generale che li costringeva in un angolo.

L’appoggio militare ed economico tramite servizi bancari dedicati che gli Usa hanno offerto agli Emirati hanno dato il primo risultato atteso: l’inizio della divisione dei partner del petrolio. Questo ovviamente rafforza gli Stati Uniti che si stanno preparando a diventare nuovamente un polo guida della produzione mondiale di greggio dopo il boom dello shale oil.

L’economia sta distruggendo apparenti alleanze che si sgretolano davanti ai miliardi promessi da Trump.

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Gli Emirati abbandonano l’OPEC: addio a sessant’anni di storia energetica

Con un annuncio che ha colto di sorpresa gran parte del mondo dell’energia, gli Emirati Arabi Uniti hanno dichiarato la propria intenzione di uscire dall’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio, la storica OPEC, con effetto immediato a partire dal 1° maggio 2026. La decisione riguarda anche l’OPEC+, la più ampia alleanza nata nel 2016 che include, oltre ai dodici membri storici dell’organizzazione, altri dieci grandi produttori come Russia, Messico e Kazakhstan. Si tratta di una mossa che segna la fine di quasi sessant’anni di appartenenza: Abu Dhabi era entrata nel cartello nel 1967 e ne era diventata uno dei pilastri produttivi più importanti.

L’agenzia di stampa statale emiratina WAM ha motivato il passo dichiarando che la decisione “è in linea con la visione strategica ed economica a lungo termine degli Emirati e con lo sviluppo del loro settore energetico”, citando esplicitamente l’accelerazione degli investimenti nella produzione nazionale.

Il ministro dell’Energia emiratino, Suhail Al Mazrouei, ha aggiunto che “il mondo avrà bisogno di più energia”, indicando tra i motori della futura domanda la rapida espansione dei data center e dell’intelligenza artificiale.

Il nodo delle quote di produzione

Per comprendere appieno la portata di questa rottura, è necessario tornare alla radice della frustrazione emiratina, che si è accumulata nel corso di anni di tensioni mai del tutto sopite all’interno del cartello. Il nocciolo del problema è semplice: gli Emirati producono molto meno di quanto potrebbero. Secondo i dati più recenti dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, ad aprile 2026 il paese estraeva circa 2,37 milioni di barili al giorno, a fronte di una capacità installata che aveva già raggiunto i 4,3 milioni e di un obiettivo dichiarato di arrivare a 4,8 milioni di barili al giorno.

L’accordo in vigore con l’OPEC li costringeva a restare entro un tetto di 3,2 milioni di barili giornalieri, una limitazione che Abu Dhabi percepiva come un freno artificiale alle proprie ambizioni di espansione.

Uscendo dall’organizzazione, gli Emirati si liberano delle rigide quote stabilite dal cartello, acquisendo la flessibilità di decidere autonomamente la propria politica produttiva e di reagire con maggiore rapidità alla volatilità dei mercati.

È una mossa che segue una logica economica precisa: mentre altri paesi OPEC hanno capacità produttive esaurite o quasi, Abu Dhabi ha investito miliardi di dollari nell’espansione delle infrastrutture estrattive e non intende veder svanire quei profitti futuri per rispettare accordi pensati per altre realtà.

Lo scenario di guerra e lo Stretto di Hormuz

Il contesto in cui questa decisione matura è quanto di più turbolento si potesse immaginare. Dal 28 febbraio 2026, la regione del Golfo è investita da un conflitto senza precedenti che vede coinvolti Stati Uniti e Israele da un lato e Iran dall’altro. In risposta alle operazioni militari, Teheran ha colpito infrastrutture militari americane e israeliane nella regione, ma soprattutto ha ristretto l’accesso allo Stretto di Hormuz, il corridoio marittimo attraverso cui transita il 20% di tutto il petrolio e il gas naturale liquefatto del mondo.

Questa chiusura parziale ha di fatto paralizzato le esportazioni degli Stati del Golfo. Prima dello scoppio del conflitto, gli Emirati esportavano circa 3,5 milioni di barili al giorno; oggi riescono a spedirne appena 1,9 milioni, utilizzando il terminale di Fujairah, sul Golfo dell’Oman, che consente di aggirare lo stretto grazie a un oleodotto che attraversa la penisola. L’anno scorso, attraverso questa via alternativa, il paese aveva movimentato 17 milioni di barili di greggio e carburanti raffinati, una cifra ben lontana dalle sue aspirazioni produttive.

In questo scenario, il greggio West Texas Intermediate ha superato quota 100 dollari al barile per la prima volta dal 2010, dopo che i negoziati di pace con l’Iran si sono arenati senza risultati concreti. Il Brent, il benchmark di riferimento internazionale, ha toccato 111 dollari al barile, sostenuto dalla crisi di Hormuz e dall’incertezza sull’offerta. I mercati si trovano stretti tra due forze contrapposte: la tensione geopolitica che spinge i prezzi verso l’alto nel breve periodo, e la prospettiva di un’inondazione di nuova offerta emiratina nel medio termine, una volta che le rotte marittime dovessero tornare praticabili.

Una mossa che fa gola a Washington

Non è sfuggito agli analisti che l’uscita degli Emirati dall’OPEC rappresenta una vittoria politica significativa per il presidente americano Donald Trump, che da anni definisce il cartello una struttura che “sfrutta il resto del mondo” gonfiando artificialmente i prezzi del petrolio. Abu Dhabi, aumentando la produzione, contribuirà strutturalmente a un abbassamento dei prezzi energetici globali, un obiettivo che si allinea perfettamente con la strategia economica dell’amministrazione Trump.

In questo senso, la mossa emiratina è stata letta da molti osservatori non solo come una scelta energetica, ma come un’offerta politica agli Stati Uniti in un momento in cui Abu Dhabi ha urgente bisogno di garanzie di sicurezza alternative. Con l’Iran che ha lanciato attacchi diretti su territory e navigazione emiratina, e con l’Arabia Saudita che è entrata in aperto conflitto con Abu Dhabi, Washington si è trasformata da partner preferito a necessità strategica assoluta.

La frattura con l’Arabia Saudita

Quella tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti è una delle relazioni più complesse della geopolitica mediorientale: alleati di facciata, rivali di sostanza. La decisione di Abu Dhabi ha aperto una crepa profonda nel fronte del Golfo, aggravando tensioni che erano già esplose con grande violenza. Secondo Al Jazeera Opinion, il punto di svolta più recente risale al dicembre 2025, quando aerei sauditi avrebbero colpito un convoglio di armi emiratino nel porto yemenita di Mukalla, un atto senza precedenti tra due paesi formalmente alleati. Riyadh avrebbe poi pubblicamente preteso il ritiro di tutte le forze emiratine dallo Yemen, portando all’inizio del 2026 allo scioglimento del Consiglio di Transizione del Sud (STC), che rappresentava il principale proxy di Abu Dhabi nel paese.

Sul piano energetico, la strategia saudita punta a mantenere i tagli alla produzione per tenere alti i prezzi nel lungo periodo, una visione che si scontra frontalmente con quella emiratina, orientata invece a capitalizzare sulla propria capacità produttiva prima che la transizione energetica globale eroda definitivamente il valore del petrolio. Le autorità saudite e i funzionari vicini a Riyadh hanno cercato di minimizzare l’impatto della notizia: l’ex consigliere petrolifero senior dell’Arabia Saudita, Mohammad al-Sabban, ha dichiarato che “un solo paese che se ne va non significa nulla” per un’organizzazione di 23 membri. Ma dietro questa calma apparente, molti analisti intravedono una preoccupazione reale: se gli Emirati aprono la strada, altri potrebbero seguire.aljazeera

Cosa rischia l’OPEC

Jorge Leon, responsabile dell’analisi geopolitica di Rystad Energy, ha definito l’uscita degli Emirati “un cambiamento significativo per la coalizione”: rimuovere un membro con 4,8 milioni di barili al giorno di capacità e ambizioni di ulteriore espansione priva il gruppo di uno strumento fondamentale. Kingsmill Bond, stratega energetico di Ember Future, ha letto la mossa in chiave futuristica: “Stanno chiaramente preparandosi per il periodo post-guerra, con l’idea che abbiamo raggiunto il picco della domanda di petrolio e stiamo entrando in un nuovo ambiente energetico in cui vogliono essere liberi dai vincoli dell’OPEC.

La BBC Arabic ha sottolineato come questo passo metta l’OPEC, che controlla circa la metà della produzione mondiale di greggio, di fronte a interrogativi esistenziali sulla sua capacità di restare coesa e di mantenere il controllo sui mercati. Alcuni analisti hanno parlato senza mezzi termini di “inizio della fine per l’OPEC”. La preoccupazione è che la partenza emiratina indebolisca strutturalmente la disciplina produttiva del gruppo, riducendo la sua capacità di imporre tagli coordinati e aprendo la porta a una guerra di quote tra i rimanenti membri.

I tre scenari per i mercati energetici

Analisti del Khaleej Times hanno delineato tre possibili scenari che potrebbero materializzarsi nei prossimi mesi. Nel primo e più ottimistico, il conflitto con l’Iran si risolve con un accordo che ripristina la libera navigazione nello Stretto di Hormuz: in questo caso, gli Emirati potrebbero immettere nel mercato fino a 1,6 milioni di barili aggiuntivi al giorno, pari a circa l’1,5% dell’offerta globale, e il prezzo del petrolio rischierebbe un crollo rapido.

Nel secondo scenario, la situazione rimane congelata in un conflitto a bassa intensità, e l’uscita dall’OPEC resta per ora puramente simbolica, dato che le esportazioni continuano a essere strozzate dal blocco navale. Nel terzo scenario, quello più destabilizzante, altri paesi membri decidono di emulare Abu Dhabi, e l’OPEC entra in una fase di disgregazione progressiva che potrebbe alterare per decenni l’architettura dei mercati petroliferi globali.

Steven Blitz, economista di MarketWatch, ha osservato che “la decisione di uscire dall’OPEC proprio ora suggerisce che Abu Dhabi sia preoccupata che il problema dello Stretto di Hormuz non sparirà presto”, e che dunque sia meglio costruire fin d’ora un’autonomia strategica capace di sopravvivere a qualunque scenario.

Oltre il petrolio: un riposizionamento strategico

Ciò che emerge dall’insieme dei dati disponibili è che la decisione degli Emirati Arabi Uniti va ben al di là di una disputa tecnica sulle quote petrolifere. È il segnale di un riposizionamento strategico profondo di Abu Dhabi nel sistema di alleanze regionali e globali. La BBC Arabic ha evidenziato come il ritiro dall’OPEC possa accentuare la pressione sulla stessa Arabia Saudita affinché riveda la propria politica di produzione, in un momento in cui il coordinamento tra i due maggiori produttori del Golfo appare ai minimi storici.bbc

Il Ministro Al Mazrouei ha formalmente dichiarato che la decisione “non è politica”, ma la sovrapposizione di fattori che hanno portato a questo punto, dalla guerra all’Iran, alla frattura con Riyadh, ai rapporti da rafforzare con Washington, al peak demand già all’orizzonte, racconta una storia molto più complessa. Gli economisti russi interpellati da Al Jazeera hanno sottolineato che la mossa emiratina è comprensibile alla luce degli effetti della guerra sull’economia del Golfo, e che Abu Dhabi stia cercando di massimizzare la propria resilienza produttiva proprio mentre il mondo entra in una fase di profonda transizione energetica.

Qualunque sia l’esito immediato sui mercati, il 1° maggio 2026 resterà una data che ha cambiato per sempre la geometria del potere petrolifero mondiale.

Allarme USA: DeepSeek ruba l’Intelligenza Artificiale americana

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Usi il nuovo modello AI DeepSeek? Attenzione al furto di IP USA: il Dipartimento di Stato lancia allarme globale contro aziende cinesi come DeepSeek, Moonshot AI e MiniMax accusate di “distillazione” di modelli americani. Dettagli, reazioni e rischi per l’AI mondiale nel 2026.

Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha emesso un cable diplomatico datato 24 aprile 2026, ordinando a tutte le ambasciate e consolati americani nel mondo di sensibilizzare i governi stranieri sulle presunte attività di furto di proprietà intellettuale nel settore dell’intelligenza artificiale da parte di aziende cinesi.

Questo documento riservato, rivelato in esclusiva da Reuters, rappresenta un’escalation nella guerra tecnologica tra Washington e Pechino, con accuse dirette contro startup come DeepSeek, Moonshot AI e MiniMax, accusate di estrarre illegalmente conoscenze da modelli AI americani leader come quelli di OpenAI e Anthropic. Il cable istruisce i diplomatici a discutere i “rischi derivanti dall’uso di modelli AI derivati da sistemi proprietari USA”, sottolineando come queste pratiche minaccino la sicurezza nazionale e l’innovazione globale.

L’escalation diplomatica di Washington

Il cable, inviato venerdì 24 aprile agli uffici diplomatici globali, non è un semplice avviso ma un vero e proprio “push diplomatico mondiale” per isolare le aziende cinesi coinvolte. Secondo il testo, gli Stati Uniti hanno identificato campagne “su scala industriale” orchestrate da entità principalmente cinesi per “estrarre e distillare” modelli AI frontier, ovvero i più avanzati e proprietari.

OpenAI ha recentemente avvertito i legislatori USA che DeepSeek stava prendendo di mira specificamente ChatGPT e altre aziende leader, utilizzando la tecnica della distillazione, un processo che permette di replicare le capacità di un modello grande e complesso in uno più piccolo ed economico, spesso rimuovendo salvaguardie di sicurezza.

Questa mossa arriva in un momento critico, pochi giorni prima della programmata visita del presidente Donald Trump in Cina, e segue un memorandum della Casa Bianca del 22 aprile che parlava esplicitamente di spionaggio “su scala industriale” da parte di Pechino.

DeepSeek, fondata in Cina e nota per il suo modello V3 low-cost che ha sconvolto il mercato lo scorso anno, è al centro delle accuse: il suo lancio ha promesso performance paragonabili a ChatGPT a costi drasticamente inferiori, solo milioni di dollari contro miliardi spesi dalle controparti americane.

L’azienda ha già subito indagini in vari paesi per questioni di privacy, con governi occidentali e asiatici che hanno bandito i suoi modelli nelle istituzioni pubbliche a causa di server in Cina che trattengono dati sensibili come query utente e documenti caricati. Nonostante ciò, i modelli DeepSeek rimangono tra i più usati su piattaforme open-source internazionali, alimentando i sospetti USA.

La tecnica della distillazione: arma a doppio taglio

Cos’è esattamente la distillazione AI? Si tratta di un metodo legittimo in cui un “modello studente” più piccolo apprende dal “modello insegnante” grande, copiandone essenzialmente la conoscenza per diventare più efficiente e meno costoso. Ma gli USA la dipingono come una forma di furto sofisticato: le aziende cinesi userebbero query massive sui modelli americani per “rubare” protocolli di sicurezza, riducendo costi e creando cloni pericolosi.

Anthropic, creatore di Claude, ha accusato DeepSeek, Moonshot e MiniMax già a febbraio 2026 di attacchi di distillazione mirati. OpenAI ha rinforzato queste claim, notando come DeepSeek mirasse deliberatamente i suoi sistemi. Il cable menziona esplicitamente che queste pratiche permettono ai cinesi di “tagliare costi e rimuovere safeguards”, rendendo i modelli derivati instabili e privi di protezioni etiche.

Fonti cinesi, tuttavia, contestano aspramente. L’Ambasciata cinese a Washington ha definito le accuse “senza fondamento”, affermando che Pechino “da grande importanza alla protezione della proprietà intellettuale” e che si tratta di un attacco deliberato allo sviluppo AI cinese.

DeepSeek in passato ha negato di usare dati sintetici da OpenAI, insistendo che i suoi modelli si basano su dati web-crawled naturali. Media statali come Sina e Guancha.cn parlano di “抹黑” (campagna diffamatoria), ricordando che DeepSeek ha sviluppato modelli come R1 con costi minimi, solo 294.000 dollari, usando tecniche di (distillazione) su modelli open-source come Qwen e Llama. In Cina, la distillazione è vista come innovazione legittima, non furto, e DeepSeek è celebrata per aver sfidato i giganti USA con efficienza.

Contesto della corsa all’AI e precedenti accuse

Questa non è la prima bordata. A inizio aprile, aziende USA come OpenAI, Anthropic e Alphabet hanno annunciato collaborazioni tramite il Frontier Model Forum per condividere intelligence su spionaggi cinesi, trasformando rivali in alleati contro Pechino. La Casa Bianca, sotto il direttore OSTP Michael Kratsios, ha promesso alert alle AI companies, best practices difensive e possibili sanzioni.

DeepSeek ha già affrontato indagini: l’antitrust italiana AGCOM ha chiuso un caso a gennaio 2026 per mancanza di avvisi sui rischi, mentre vari governi hanno imposto ban. In Asia, Taiwan e Hong Kong media come CNA e RTHK riportano l’allarme USA come escalation pre-Trump.

Le implicazioni sono enormi. Gli USA temono che modelli distillati cinesi, privi di safeguards, possano diffondersi globalmente, facilitando usi malevoli come disinformazione o cyberattacchi. Il cable prepara il terreno per “follow-up actions”, forse sanzioni o restrizioni export.

Pechino, d’altro canto, vede questo come tentativo di mantenere il monopolio tech USA, ostacolando la propria ascesa AI nonostante investimenti massicci in chip Huawei-adattati. DeepSeek’s V3 preview, ottimizzato per Huawei, simboleggia l’autonomia cinese emergente.

Questa battaglia sull’intelligenza artificiale ridefinisce la geopolitica tecnologica, con gli Stati Uniti che mobilitano la diplomazia per proteggere il proprio primato, mentre la Cina difende la propria sovranità innovativa. Il cable non è solo un avvertimento, ma un segnale di ritorsioni imminenti, in un 2026 in cui l’AI rappresenta la nuova frontiera della Guerra Fredda. Gli esperti prevedono un’intensificazione del conflitto, con Trump che potrebbe sfruttare la visita in Cina per negoziati duri. Il futuro dei modelli globali dipende da chi vincerà questa partita su IP e sicurezza.