03 Maggio 2026
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Cina, Iran, Russia e Corea del Nord stanno assediando il cuore dell’industria della difesa globale

Secondo una nuova ricostruzione di Google Threat Intelligence Group, l’industria della difesa globale è sottoposta a un assedio silenzioso ma costante da parte di attori legati a Cina, Iran, Russia e Corea del Nord. Non si tratta di episodi isolati, ma di un ecosistema di campagne parallele che colpiscono aziende, fornitori, ricercatori, singoli dipendenti, fino ai nodi più periferici delle catene di fornitura. L’obiettivo è accumulare vantaggio strategico in tempo di pace, creando le condizioni per muoversi più velocemente in caso di crisi.

Nel mirino c’è la cosiddetta Defense Industrial Base, l’insieme di imprese, subappaltatori, fornitori e centri di ricerca che sviluppano sistemi d’arma, tecnologie dual use, software di comando e controllo, ma anche componenti industriali apparentemente comuni che possono essere riconvertiti a uso militare. È un bersaglio diffuso, distribuito e spesso meno protetto rispetto alle infrastrutture governative, ma altrettanto decisivo per la tenuta militare di un paese.

Dalle intrusioni nelle catene di fornitura alle false offerte di lavoro per tecnici specializzati, dagli attacchi ai sistemi di messaggistica militare ai malware nascosti in app Android apparentemente innocue, emerge un quadro di guerra cibernetica a bassa intensità ma ad alta continuità.

Quattro direttrici di attacco

Il rapporto di Google individua quattro grandi direttrici attraverso cui si articola la pressione informatica sulla difesa: il collegamento diretto con il campo di battaglia ucraino, l’aggiramento delle difese aziendali tramite i dipendenti, lo sfruttamento degli apparati di frontiera delle reti e, infine, il punto più fragile di ogni ecosistema industriale, la supply chain della difesa.

La prima direttrice è legata alle operazioni connesse alla guerra russa in Ucraina, dove l’uso massiccio di droni, sistemi digitali di comando e comunicazione cifrata ha trasformato smartphone, tablet e laptop in estensioni del fronte. Gruppi russi come APT44 (Sandworm) o cluster come TEMP.Vermin, UNC5125, UNC5792 e UNC4221 hanno preso di mira sistemi di messaggistica come Telegram e Signal, app di gestione del campo di battaglia come Delta e Kropyva, e piattaforme dedicate alle unità UAV.

La seconda direttrice è più sottile e meno appariscente: colpire le persone, non i sistemi. Coreani e iraniani, in particolare, hanno sviluppato campagne che ruotano attorno al reclutamento fittizio, alle offerte di lavoro false, ai portali di selezione manomessi, sfruttando le aspettative di ingegneri, sviluppatori e figure chiave del comparto difesa. Invece di forzare un perimetro tecnico, l’attacco passa dalla fiducia individuale dei dipendenti.

La terza linea si gioca sugli edge devices, cioè tutti quei dispositivi di frontiera come VPN, router, firewall e appliance che spesso sfuggono ai sistemi di monitoraggio interni più avanzati. Qui agiscono soprattutto i gruppi di matrice cinese, che colpiscono vulnerabilità zero‑day per installarsi ai margini delle reti e muoversi con lentezza, invisibili per mesi.

La quarta direttrice è la più trasversale: le catene di produzione e fornitura. A partire dal 2020, il settore manifatturiero è il più rappresentato nei siti di data leak connessi al ransomware, e tra quelle aziende figurano anche produttori di componenti impiegati in ambito militare. Basta che una casa automobilistica che produce anche veicoli militari subisca un attacco per fermare per settimane interi flussi di produzione.

In questo scenario, la parola resilienza industriale non indica solo la robustezza tecnica delle reti, ma la capacità di un intero ecosistema di reggere a una serie di shock distribuiti nel tempo.

Russia: dal fronte ucraino alla disinformazione

La componente russa della minaccia ha un legame diretto con il conflitto in Ucraina, ma non si esaurisce sul campo. Attori come APT44 hanno tentato di esfiltrare dati da app di messaggistica cifrate, spesso dopo aver avuto accesso fisico a dispositivi catturati o compromessi, utilizzando strumenti ad hoc per decifrare e rubare i dati della versione desktop di Signal.

Altri cluster, come UNC5125, hanno colpito gli operatori di droni con campagne mirate, usando sondaggi su Google Forms per raccogliere informazioni sulle unità, sui numeri di telefono e sugli strumenti preferiti di comunicazione, per poi distribuire malware come MESSYFORK attraverso le app di messaggistica più diffuse. Lo stesso gruppo ha impiegato anche malware Android, come GREYBATTLE, per sottrarre credenziali e dati dai dispositivi di operatori UAV sfruttando siti che imitavano aziende di intelligenza artificiale militare.

Cluster come UNC5792 e UNC4221 hanno sfruttato le funzionalità di collegamento dei dispositivi su Signal per agganciare gli account delle vittime e leggere conversazioni in tempo reale, o hanno distribuito app Android malevole che si spacciavano per strumenti di gestione del campo come Delta. In alcuni casi, il vettore è stato un semplice link di gruppo apparentemente legittimo, trasformato in porta d’ingresso per un dispositivo controllato dagli aggressori.

Accanto a queste operazioni di spionaggio sui sistemi militari, si inserisce il ruolo di hacktivisti filo‑russi, come KillNet e altri collettivi, che usano attacchi DDoS, campagne di doxxing e presunte fughe di documenti per colpire aziende della difesa e figure politiche in Ucraina e nei paesi alleati. A volte il danno è limitato, a volte serve a coprire attività più sofisticate, creando rumore e confusione.

Questo mosaico di azioni mostra come informazione e disinformazione siano ormai due lati della stessa strategia cibernetica: rubare dati, selezionare quelli più utili a fini operativi e trasformarne altri in arma narrativa.

Corea del Nord e Iran: il lavoro come cavallo di Troia

Se la Russia appare concentrata sul teatro ucraino e sugli apparati militari direttamente collegati al conflitto, Corea del Nord e Iran hanno affinato un’altra forma di attacco: colpire i nodi umani della difesa e sfruttare la ricerca di lavoro come punto d’ingresso. La superficie esposta non è più solo la rete aziendale, ma l’intero ciclo di carriera di chi lavora nella sicurezza e nella difesa.

Da anni Pyongyang utilizza la figura dell’“IT worker” all’estero come asset operativo ed economico: professionisti che, spesso con identità falsificate, riescono a ottenere posizioni remote in aziende occidentali, anche nel settore difesa, per sottrarre dati sensibili e generare flussi finanziari da inviare al regime. Nel 2025 il Dipartimento di Giustizia statunitense ha reso nota un’ampia operazione di contrasto a queste reti, con arresti e sequestri in decine di sedi, legati anche all’intrusione in aziende coinvolte nello sviluppo di tecnologie basate su intelligenza artificiale e difesa.

All’interno di questo ecosistema si muovono gruppi come APT45, APT43 e UNC2970, associato al Lazarus Group, che hanno preso di mira specificamente dipendenti e candidati di aziende del comparto difesa, spesso fingendosi recruiter o offrendo posizioni di alto profilo con salari competitivi. In alcuni casi, questi gruppi hanno usato strumenti di intelligenza artificiale generativa per profilare i bersagli, analizzare curricula, mappare ruoli e retribuzioni, costruendo identità di recruiting quasi perfettamente credibili.

Dall’altra parte, gruppi iraniani come UNC1549 e UNC6446 hanno sfruttato finti portali di selezione, false job offer, applicazioni di “resume builder” e test di personalità per distribuire malware sui computer di ingegneri e tecnici che lavorano in aziende aerospaziali e di difesa in Medio Oriente, Europa e Stati Uniti. L’interfaccia dell’app appare legittima, ma in background il codice malevolo raccoglie informazioni sul sistema e sulle credenziali degli utenti.

Il passaggio dall’attacco “perimetrale” all’attacco centrato sull’individuo è forse uno dei cambi di paradigma più significativi: la career path di un ingegnere diventa a sua volta superficie d’attacco, tanto quanto un server esposto su internet.

Cina: gli attacchi sui margini della rete

Tra gli attori statali, la Cina è oggi il principale protagonista in termini di volume di operazioni di spionaggio che hanno nel mirino l’industria della difesa. L’attenzione non è solo sulla sottrazione di proprietà intellettuale per accelerare i propri programmi di modernizzazione militare, ma anche sulla conquista di posizioni di lungo periodo nelle infrastrutture digitali occidentali.

Negli ultimi anni i gruppi legati a Pechino hanno mostrato una forte preferenza per lo sfruttamento di vulnerabilità zero‑day su dispositivi di frontiera come VPN, router, switch e appliance di sicurezza, spesso privi di strumenti avanzati di rilevamento. Dal 2020 sono state sfruttate oltre due dozzine di vulnerabilità di questo tipo, distribuite su una decina di vendor, con un’attenzione marcata al settore difesa e ai contractor strategici.

Attori come UNC3886 e UNC5221 si sono distinti per operazioni particolarmente silenziose e persistenti, con malware come BRICKSTORM rimasto annidato nelle reti colpite per una media di oltre un anno prima di essere individuato. Altri cluster, come APT5, hanno bersagliato dipendenti attuali ed ex di grandi contractor aerospaziali e della difesa tramite campagne di phishing su email personali, costruite attorno a inviti ad eventi di settore, corsi di formazione o comunicazioni legate alle elezioni locali.

Ancora più sofisticato il comportamento di gruppi come UNC3236, associato a Volt Typhoon, che hanno condotto attività di ricognizione su portali di login usati da contractor militari nordamericani, nascondendo l’origine del traffico dietro reti di router compromessi e infrastrutture di offuscamento dedicate. Per complicare ulteriormente l’attribuzione, diversi gruppi cinesi hanno iniziato a usare reti di Operational Relay Box, dispositivi domestici o commerciali compromessi che fungono da ponte per il traffico malevolo.

In questo contesto, l’uso offensivo dell’intelligenza artificiale generativa è diventato un moltiplicatore di potenza: modelli avanzati vengono utilizzati in tutte le fasi dell’attacco, dalla scrittura di phishing più credibili alla generazione o adattamento di codice per exploit e strumenti di post‑intrusione.

La supply chain sotto pressione

Se il cuore dell’analisi è il collegamento tra quattro potenze e una costellazione di gruppi statali, criminali e hacktivisti, il punto di vulnerabilità più evidente resta la catena di fornitura. Su questo terreno convergono motivazioni diverse: dal riscatto economico legato al ransomware all’interesse geopolitico per la mappatura dettagliata delle capacità industriali di un paese.

Il rapporto evidenzia che dal 2020 il settore manifatturiero è il più colpito nei data leak legati al ransomware, e che molte di queste aziende producono componenti dual use direttamente o indirettamente collegati alla difesa. Un attacco rilevante nel 2025 a un produttore automobilistico britannico che fabbrica anche veicoli militari ha rallentato la produzione per settimane, con impatti su migliaia di organizzazioni collegate.

Parallelamente, si osserva la circolazione, nei forum underground, di accessi e dati rubati da grandi contractor e imprese collegate al settore difesa, offerti da figure che mettono in vendita interi pacchetti di credenziali e mappe di rete. Questo mercato grigio non è solo un rischio per la proprietà intellettuale, ma anche una minaccia di sicurezza nazionale, perché consente ad attori statali di acquistare sul mercato nero ciò che non sono riusciti a ottenere con operazioni dirette.

La progressiva convergenza tra spionaggio, estorsione e sabotaggio rende la continuità operativa delle filiere una questione strategica, non solo economica. Una singola interruzione può generare ritardi a cascata su programmi militari, esportazioni sensibili, manutenzione di sistemi d’arma già dispiegati.

Un assedio a bassa intensità e lunga durata

Dalla lettura incrociata del rapporto di Google e delle valutazioni pubbliche dei governi occidentali emerge un quadro meno spettacolare dei grandi blackout o degli attacchi catastrofici, ma forse più preoccupante. Ciò che colpisce non è tanto un singolo evento, quanto la continuità dell’azione: piccole brecce, accessi parziali, campagne mirate su gruppi ristretti di bersagli, infiltrazioni silenziose di edge devices e fornitori di secondo o terzo livello.

In questo contesto, l’industria della difesa appare come un ecosistema sottoposto a una forma di stress cronico. Il perimetro non è più il datacenter di un grande contractor, ma la rete di relazioni che collega aziende di nicchia, consulenti, fornitori di software, piattaforme di comunicazione, applicazioni di reclutamento, infrastrutture cloud, dispositivi domestici trasformati in nodi di relay.

I governi hanno iniziato a riconoscere pubblicamente questo scenario, parlando sempre più spesso di minaccia “tutto, ovunque, contemporaneamente” a infrastrutture critiche e settori chiave, compresa la difesa. Allo stesso tempo, la linea di demarcazione tra attori statali, gruppi criminali e hacktivisti è diventata più sfumata: i primi usano i secondi come copertura, mentre questi ultimi si muovono spesso in zone grigie, alimentate da vendette personali, ideologia o semplice ricerca di notorietà.

Per chi guarda al futuro della sicurezza internazionale, la lezione centrale di questi rapporti è che la superiorità tecnologica nel lungo periodo non dipende solo da quanti droni, sensori o sistemi d’arma un paese è in grado di schierare, ma da quanto riesce a proteggere, nel tempo, la trama industriale e umana che li rende possibili. È lì che oggi si gioca, silenziosamente, una parte decisiva dell’equilibrio di potenza globale.

Gli Stati Uniti accusano la Cina di un test nucleare segreto

Pechino nega e rilancia le critiche a Washington. Sullo sfondo, la promessa di Donald Trump di riportare gli Stati Uniti all’era delle prove atomiche riapre una faglia nella fragile architettura del controllo degli armamenti.

L’evento del 2020 a Lop Nur

Al centro del caso c’è un tremore sismico registrato il 22 giugno 2020 in Asia centrale, con una magnitudo di circa 2,75–2,76, captato da una stazione in Kazakhstan. L’epicentro, secondo gli analisti statunitensi, sarebbe stato localizzato a circa 450 miglia dal poligono nucleare di Lop Nur, il principale sito cinese per le prove atomiche sin dagli anni Sessanta.

Christopher Yeaw, oggi Assistant Secretary per il controllo degli armamenti al Dipartimento di Stato, sostiene che il segnale sia “abbastanza coerente” con una piccola esplosione sotterranea, non con un terremoto naturale né con una semplice attività di miniera. La stima dell’energia sprigionata resta incerta, anche perché, secondo l’accusa, la Cina avrebbe adottato tecniche per attenuare artificialmente l’onda sismica.

Secondo Yeaw, l’evento sarebbe almeno “supercritico”, cioè un tipo di test che coinvolge materiale fissile in quantità tale da innescare un rilascio di energia significativo, pur senza sviluppare una vera e propria reazione a catena come in un’esplosione nucleare completa. Gli Stati Uniti riconoscono però che, sulla base dei soli dati pubblici, è impossibile determinare con precisione la potenza dell’eventuale test.

L’accusa americana e il calcolo politico

La rivelazione è arrivata in modo calibrato. Un alto funzionario dell’amministrazione Trump ha scelto il palco di un think tank conservatore a Washington, l’Hudson Institute, per offrire una versione più dettagliata dell’episodio, presentato come prova che la Cina avrebbe violato lo spirito, se non la lettera, della moratoria globale sui test nucleari.

Già nei giorni precedenti, un altro esponente del Dipartimento di Stato, Thomas DiNanno, aveva parlato in sede diplomatica di test esplosivi cinesi con rese fino a “centinaia di tonnellate”, accennando a preparativi prolungati e a presunte tecniche di “decoupling” per mascherare le detonazioni. L’episodio del 22 giugno 2020 viene così inserito in una narrativa più ampia: quella di una Cina che sperimenta in segreto mentre gli Stati Uniti, è l’argomento di Trump, hanno legato le proprie mani accettando vincoli unilaterali.

La tempistica non è neutra. L’uscita pubblica sui dettagli del presunto test cinese arriva a pochi mesi dall’annuncio con cui Trump ha ordinato al Pentagono di preparare la ripresa delle prove nucleari statunitensi, rompendo una moratoria di fatto in vigore dal 1992. La Casa Bianca presenta la mossa come risposta a Russia e Cina, accusate di condurre test clandestini in siti remoti e ben schermati.

Per la campagna di Trump, fare luce su un episodio controverso del 2020 ha una funzione precisa. Serve a giustificare un cambio di dottrina, a mostrare agli alleati che l’America non intende più farsi ingannare da potenze rivali, e a segnalare agli elettori che il presidente vuole rafforzare la postura nucleare degli Stati Uniti di fronte a un mondo percepito come più ostile.

Le prove tecniche e i dubbi degli esperti

La solidità del caso americano, però, è tutt’altro che indiscussa. Il segnale del 22 giugno 2020 è stato registrato, per quanto è noto, da una sola stazione sismica, un elemento che limita la possibilità di discriminare con certezza tra un’esplosione artificiale e un piccolo evento naturale.

L’Organizzazione del Trattato per la messa al bando totale dei test nucleari, che gestisce una rete globale di monitoraggio, ha confermato l’esistenza di almeno due eventi sismici minori nell’area, ma ha precisato che i dati disponibili non consentono di determinarne la causa. Alcuni sismologi indipendenti hanno sottolineato che segnali di questa intensità possono essere compatibili anche con micro-terremoti o frane sotterranee, specie in zone geologicamente complesse.

Yeaw e altri funzionari americani richiamano il concetto di “decoupling”: realizzare una cavità sotterranea ampia, far detonare l’ordigno in un ambiente che smorza le onde sismiche e riduce la percezione all’esterno. È una tecnica conosciuta dagli anni della Guerra fredda e studiata proprio per eludere i sistemi di verifica dei trattati. Per Washington, il fatto che i dati siano “strani” e difficili da interpretare costituirebbe una possibile prova, non un’attenuante.

Diversi esperti di controllo degli armamenti invitano però alla cautela, ricordando che la credibilità delle accuse su test segreti è un bene delicato, soprattutto dopo gli errori di intelligence commessi in passato su altri dossier strategici. La scelta di rendere pubblica un’analisi ancora parziale, per molti analisti, rivela quanto il piano tecnico si intrecci con quello politico.

Cosa succede davvero a Lop Nur

Al di là dell’evento del 2020, c’è un dato difficilmente contestabile: il sito di Lop Nur è tutt’altro che abbandonato. Immagini satellitari analizzate da centri di ricerca statunitensi mostrano negli ultimi anni nuove strade, infrastrutture logistiche e almeno un tunnel aggiuntivo scavato nelle montagne che circondano l’area di test.

Tong Zhao, senior fellow al Carnegie Endowment for International Peace, descrive un complesso molto attivo, in cui la Cina investe per mantenere e probabilmente ampliare le capacità connesse alle prove nucleari, che si tratti di esperimenti subcritici, test idrodinamici o, nella lettura americana, esplosioni a bassa resa coperte da misure di mitigazione. Questa attività non equivale automaticamente a violazioni, ma segnala una priorità strategica.

Secondo Zhao, Pechino potrebbe avere diversi motivi per condurre test a bassa intensità. Fra questi cita lo sviluppo di armi nucleari tattiche, pensate per scenari di conflitto limitato con gli Stati Uniti, e la messa a punto di testate ottimizzate per vettori ipersonici di nuova generazione.

In parallelo, le agenzie americane segnalano una crescita rapida dell’arsenale cinese, che tuttavia resta numericamente inferiore a quello di Washington e Mosca. Per Pechino, quest’argomento è spesso usato per giustificare il rifiuto a sedersi al tavolo dei grandi trattati bilaterali, ritenuti costruiti su misura per le due storiche superpotenze nucleari.

La risposta cinese e la battaglia del racconto

Pechino respinge categoricamente le accuse. Il ministero degli Esteri ha definito le affermazioni statunitensi completamente infondate e ha accusato Washington di voler fabbricare un pretesto per riprendere i propri test, erodendo ulteriormente la fiducia nel regime di non proliferazione.

La Cina ricorda di aver firmato, sebbene non ratificato, il Trattato per la messa al bando totale dei test nucleari del 1996, e insiste nel presentarsi come potenza responsabile, favorevole al mantenimento della moratoria globale. In questa narrativa, gli Stati Uniti sarebbero il vero elemento destabilizzante, pronti a sacrificare decenni di progressi sul controllo degli armamenti per riconquistare un vantaggio tecnologico e psicologico.

Quando Trump ha affermato in televisione che Russia e Cina stanno testando, ma non lo ammettono, Pechino ha reagito con particolare irritazione, invitando Washington a guardarsi allo specchio e a dare il buon esempio invece di lanciare accuse senza prove verificabili. Il confronto non si gioca solo negli impianti sotterranei di Lop Nur o nei laboratori del Nevada, ma anche nello spazio simbolico della legittimità internazionale.

La fragile architettura dei trattati

La vicenda del presunto test cinese arriva in un momento di forte erosione del sistema di controllo degli armamenti costruito dopo la Guerra fredda. Il nuovo START tra Stati Uniti e Russia è scaduto senza un rinnovo stabile, mentre la prospettiva di un accordo trilaterale che includa la Cina si è allontanata.

Per decenni, la moratoria di fatto sui test nucleari ha rappresentato una delle colonne portanti del regime di non proliferazione, anche in assenza dell’entrata in vigore formale del trattato CTBT. La sola idea di un ritorno ai test da parte di una grande potenza rischia di innescare una catena di emulazioni: prima a Mosca e Pechino, poi eventualmente in altri Paesi che aspirano a rafforzare il proprio status di potenza regionale.

Gli Stati Uniti accusano la Cina di sfruttare l’asimmetria: una potenza che non si sottopone agli stessi vincoli, modernizza il proprio arsenale e, nel frattempo, chiede un riconoscimento politico più ampio sul piano globale. La Cina ribalta l’argomentazione, denunciando la tendenza americana a usare il tema del controllo degli armamenti come strumento di pressione geopolitica più che come obiettivo condiviso.

Test e corsa agli armamenti nel XXI secolo

Dietro la disputa sui sismogrammi si intravede un cambiamento più profondo. La nuova corsa agli armamenti nucleari non si misura più soltanto in numero di testate, ma nella qualità delle piattaforme: missili ipersonici, vettori manovrabili, armi a basso potenziale pensate per abbassare la soglia d’uso, sistemi avanzati di comando e controllo.

In questo contesto, anche un singolo evento come quello di giugno 2020 può essere caricato di significati che vanno oltre il dato tecnico. Per Washington, dimostrare che la Cina testa in segreto significa mettere in discussione l’idea che esista ancora un tabù condiviso sull’esplosione nucleare. Per Pechino, respingere l’accusa è essenziale per conservare l’immagine di potenza in ascesa ma responsabile, che chiede agli altri di rispettare i trattati mentre costruisce il proprio margine di sicurezza strategica.

Il rischio, sottolineato da molti analisti, è che la controversia alimenti un circolo vizioso. Più si indebolisce la fiducia reciproca, più cresce la tentazione di affidarsi a dimostrazioni di forza, compresi i test, per ridurre l’incertezza. In un mondo in cui nuove potenze regionali osservano con attenzione le mosse delle grandi capitali, la partita che si gioca a Lop Nur e nei corridoi di Washington riguarda anche loro, e ridisegna la soglia di ciò che è considerato accettabile nel XXI secolo.

Trump disse che avrebbe fermato Putin in una settimana, e invece.

Donald Trump ha promesso più volte di poter mettere fine alla guerra in Ucraina «in 24 ore». Da quando è tornato alla Casa Bianca, però, il suo approccio ha ridisegnato equilibri, aspettative e paure su entrambe le sponde dell’Atlantico, aprendo una fase nuova e più incerta del conflitto.

La promessa dei “24 ore” e la realtà del campo di battaglia

Dopo l’insediamento del gennaio 2025, Trump ha smantellato la strategia costruita da Washington nei primi anni della guerra, concentrata su aiuti militari e finanziari a Kyiv e sul coordinamento stretto con gli alleati europei. Il taglio quasi totale dell’assistenza statunitense, ridotta di oltre il 90 per cento rispetto all’anno precedente, ha cambiato immediatamente il clima politico e militare. La decisione di sospendere la fornitura di armi salvo pagamento diretto da parte ucraina o europea ha trasformato l’aiuto in un rapporto più transazionale, mettendo a nudo le fragilità economiche e industriali dello sforzo bellico occidentale.

Trump ha continuato a ripetere pubblicamente di avere un piano per fermare il conflitto in tempi rapidissimi, presentandosi come l’unico leader in grado di parlare sia a Volodymyr Zelensky che a Vladimir Putin. Già nel 2025 aveva dichiarato di aver discusso con il presidente russo una possibile via negoziale, insistendo sull’urgenza di «fermare la carneficina» e sottolineando il bilancio di centinaia di migliaia di morti. Queste affermazioni, però, non sono state accompagnate da un progetto pubblico coerente, e il vuoto tra retorica e dettagli ha alimentato sospetti in Europa e in Ucraina.

In più di un’occasione Trump ha definito «fantastica» la propria relazione personale con Putin e ha descritto il leader russo come un attore che «vuole la pace», pur criticando bombardamenti contro i civili e minacciando di usare leve finanziarie e sanzioni bancarie secondarie. Questa ambivalenza, duro nelle parole quando le immagini delle distruzioni raggiungono l’opinione pubblica, conciliante quando parla di asset finanziari, sfere d’influenza e riduzione degli impegni militari americani, è diventata il tratto distintivo della sua linea sul dossier ucraino. Proprio questa ambivalenza strategica di Trump alimenta interpretazioni divergenti tra gli alleati.

Il piano americano e l’ansia delle capitali europee

L’elemento più concreto della strategia di Trump è stato un articolato piano in più punti per il cessate il fuoco e il dopoguerra ucraino, trapelato a più riprese sulla stampa anglosassone e discusso con crescente nervosismo nelle cancellerie europee. Nel suo impianto originario, il documento prevedeva limiti strutturali alla futura architettura di sicurezza dell’Ucraina, a partire dal divieto per la NATO di dispiegare truppe in territorio ucraino e dalla richiesta di congelare o rivedere le prospettive di adesione di Kyiv all’Alleanza. Altre clausole contestate riguardavano la riduzione delle dimensioni delle forze armate ucraine e, soprattutto, una gestione accomodante dei territori occupati dalla Russia, con ipotesi di fatto vicine a un riconoscimento dell’annessione di ampie porzioni del Donbass e della fascia costiera sul Mar d’Azov.

Nella versione iniziale, il piano includeva anche la prospettiva di sbloccare parte dei beni russi congelati in Europa, in particolare in Belgio, per inserirli in un meccanismo finanziario che avrebbe allentato la pressione economica su Mosca. Questi passaggi hanno provocato shock e irritazione, soprattutto a Parigi, Berlino e Bruxelles, che si sono viste presentare un piano già scritto e filtrato sui media statunitensi e britannici, senza un vero coinvolgimento preliminare degli alleati. A Bruxelles diversi ministri degli Esteri europei hanno appreso i dettagli leggendo le anticipazioni di testate economiche e politiche mentre erano diretti a un incontro ufficiale su Sudan e Ucraina.

Il risultato è stato un’accelerazione diplomatica per correggere la rotta, con un lavoro serrato nel corso di un solo fine settimana per attenuare i punti percepiti come troppo favorevoli alla Russia. In questo contesto, alcuni leader europei si sono sforzati di presentare pubblicamente il piano come un «passo nella giusta direzione» verso la pace, pur sottolineando la necessità di discutere e migliorare diverse clausole. Dietro le quinte, consiglieri e analisti legati alle istituzioni europee descrivono la nuova postura del continente come una paziente opera di contenimento, che punta a rallentare l’implementazione delle misure più controverse e a guadagnare tempo.

In questa cornice è maturata l’idea di una coalizione di Paesi disposti a inviare forze di peacekeeping internazionali in Ucraina, a guerra finita e sotto mandato concordato. L’obiettivo sarebbe mitigare gli effetti di eventuali concessioni territoriali e mantenere una presenza militare occidentale, se non americana, almeno europea. In prospettiva, queste forze dovrebbero fungere da argine simbolico e operativo alla pressione russa, compensando parzialmente il ritiro progressivo degli Stati Uniti dal teatro europeo.

La guerra vista da Mosca: pressione su Europa e Ucraina

Nei media russi, la linea di Trump viene letta attraverso una lente diversa, ma non meno interessata. Commentatori vicini al Cremlino e analisti intervistati dalle principali agenzie descrivono il presidente americano come un leader deciso a ridurre il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti nel conflitto, trasferendo il peso della sicurezza europea sulle spalle dell’Unione. In questa narrazione, l’Europa non è un alleato, ma un soggetto litigioso e diviso, facile da mettere sotto pressione economica e politica.

Secondo molti analisti russi, il vero fattore che tiene in vita la capacità militare ucraina non è solo il flusso di armi e denaro, ma soprattutto l’intelligence americana e la rete di supporto tecnologico fornita da Washington. Se gli Stati Uniti dovessero interrompere in modo netto questa assistenza, Kyiv non sarebbe in grado di sostenere a lungo lo sforzo bellico. Da qui l’idea che la diplomazia di Trump, qualunque forma assuma, si regga su un implicito ultimatum all’Ucraina: sedersi al tavolo alle condizioni occidentali, sapendo che l’ombrello statunitense può restringersi ulteriormente.

Un altro elemento ricorrente nella stampa russa riguarda il ridimensionamento della presenza militare americana in Europa. La prospettiva di un ritiro parziale di truppe e asset dagli avamposti europei viene interpretata come un segnale di lungo periodo: per Mosca, sarebbe il riconoscimento che le priorità strategiche di Washington si stanno spostando verso il Pacifico e il confronto con la Cina. È un processo che, nella lettura russa, apre lo spazio per una ridefinizione degli equilibri regionali a favore del Cremlino.

In alcune letture più ideologiche, l’atteggiamento di Trump verso Bruxelles è descritto come il culmine di una visione in cui l’Europa è più un fardello che un alleato, un’area da cui sganciarsi per ridurre costi e responsabilità. Il messaggio implicito agli europei, in questo racconto, è duplice: o aumentano drasticamente la spesa militare, assumendo un ruolo di primo piano nel proteggere il fronte orientale, oppure dovranno accettare compromessi geopolitici che consolidino i guadagni territoriali russi. La guerra in Ucraina diventa così, agli occhi di Mosca, un test sulla volontà dell’Europa di difendere realmente i propri confini.

L’Europa tra paura del disimpegno e dipendenza da Washington

Per le capitali europee, la nuova fase aperta da Trump è una fonte di frustrazione ma anche di risveglio strategico. Da un lato, la riduzione degli aiuti americani e la minaccia permanente di un ulteriore disimpegno costringono l’Unione a rafforzare la propria capacità industriale e militare, con progetti di produzione comune di munizioni, carri armati e sistemi di difesa aerea. Dall’altro lato, il margine di autonomia resta limitato: la superiorità tecnologica e l’intelligence statunitense rimangono elementi irrinunciabili per l’efficacia dello sforzo ucraino sul campo.

Alcuni diplomatici europei descrivono il rapporto con la nuova amministrazione americana con metafore crude, paragonandolo a una relazione logorante, fatta di richiami alla «vecchia amicizia» alternati a minacce di ritorsioni se l’Europa non aumenta la propria spesa militare. Il risultato è una diplomazia difensiva, che tenta di evitare gli scenari peggiori, come un via libera implicito agli obiettivi massimalisti di Mosca, salvaguardando al contempo l’unità interna dell’Unione. È una posizione scomoda, sospesa tra il timore di abbandono e la consapevolezza di una dipendenza strutturale da Washington.

Nel frattempo, i governi europei devono fare i conti con società stanche di un conflitto percepito come interminabile e con l’ascesa di partiti scettici verso sanzioni e aiuti militari. In diversi Paesi, i costi dell’energia, l’inflazione e le tensioni sociali hanno già logorato il consenso, e l’argomento di Trump secondo cui l’Europa deve «pagare di più» per la propria sicurezza trova eco in forze politiche nazionaliste e populiste. Allo stesso tempo, i governi più esposti alla minaccia russa, dai Paesi baltici alla Polonia, spingono per non retrocedere, temendo che qualsiasi compromesso territoriale venga interpretato al Cremlino come un incoraggiamento ad andare oltre.

In questo gioco di pressioni incrociate, la discussione sulle garanzie di sicurezza per l’Ucraina si è spostata progressivamente da un orizzonte pienamente euro-atlantico a un modello più ibrido. L’Unione Europea tende ad assumere un ruolo maggiore, mentre la NATO resta sullo sfondo come ombrello politico più che come promessa di integrazione a breve termine. Legare gli aiuti futuri a riforme strutturali e a una gestione condivisa dei rischi militari accresce il peso delle capitali europee, ma rende anche più complessa la costruzione di un consenso interno duraturo.

Il tavolo dei negoziati e l’orizzonte di una pace imperfetta

Sul terreno, nel frattempo, i combattimenti non si sono fermati. Mentre emissari russi e ucraini discutono in sedi multilaterali e in incontri informali, le linee del fronte restano teatro di bombardamenti, droni e artiglieria, con offensive spesso sincronizzate con i momenti chiave dei negoziati. La logica è quella di usare l’avanzata, o la minaccia di un’escalation, come moneta di scambio al tavolo diplomatico.

Le richieste massime di Vladimir Putin continuano a ruotare attorno al riconoscimento del controllo russo sui territori occupati, in particolare nelle regioni orientali, e alla neutralità duratura dell’Ucraina rispetto alla NATO. Dal canto loro, i negoziatori ucraini insistono sulla sovranità e sull’integrità territoriale, pur sapendo che la pressione combinata di Washington e delle capitali europee potrebbe spingerli a valutare soluzioni intermedie. Tra queste, forme di congelamento del conflitto o di amministrazione speciale per alcune aree, soprattutto nelle zone più devastate e contese.

La promessa di Trump di «chiudere la guerra in un giorno» si scontra con questa realtà fatta di linee di contatto mutevoli, popolazioni occupate e cicatrici politiche profonde. Ogni compromesso che lasci alla Russia porzioni significative di territorio costituirebbe, per molti ucraini, una sconfitta storica; ogni rifiuto di scendere a patti, però, rischia di consolidare una guerra di logoramento che l’Europa teme di non poter finanziare e sostenere all’infinito. È il paradosso di una pace rapida ma fragile contrapposta a una resistenza lunga e costosa.

Nel frattempo, la stessa figura di Trump è diventata parte integrante dell’equazione. Per alcuni osservatori occidentali, la sua capacità di parlare con Putin rappresenta ancora una potenziale leva; per molti altri, il suo stile imprevedibile, fatto di annunci improvvisi, minacce via social e cambi di linea, introduce un elemento di incertezza che complica qualsiasi strategia a lungo termine. L’esito di questa fase negoziale, che intreccia la riduzione del sostegno militare americano, la crescente responsabilità europea e l’ambizione russa di consolidare i propri guadagni, definirà non solo il futuro dell’Ucraina ma anche la forma della sicurezza europea per i prossimi decenni.

La domanda che attraversa governi e opinioni pubbliche, da Kyiv a Bruxelles, da Mosca a Washington, è se la pace promessa arriverà come una tregua fragile costruita su concessioni territoriali o come un accordo più solido, capace di scoraggiare nuove aggressioni. Molto dipenderà dalla capacità delle democrazie occidentali di reggere l’urto del tempo, dei costi economici e delle divisioni interne, senza sacrificare sul tavolo dei negoziati le aspirazioni di un Paese che ha legato il proprio destino all’idea di un’Europa libera e sicura.

Giustizia e referendum, lista dei finanziatori del Comitato del No

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La richiesta formale del ministero della Giustizia all’Associazione nazionale magistrati di rendere noti i finanziatori del Comitato per il No al prossimo referendum sulla riforma della giustizia segna un salto di qualità nello scontro istituzionale che accompagna la campagna referendaria del 22 e 23 marzo 2026. Al centro del caso c’è il Comitato “Giusto dire No”, promosso dall’Anm per contrastare la riforma voluta dal governo e sottoposta al voto dei cittadini.

L’iniziativa nasce da un atto di sindacato ispettivo del deputato di Forza Italia Enrico Costa, che da settimane chiede chiarezza sui rapporti tra l’Associazione dei magistrati e il Comitato referendario. Nella sua interrogazione Costa parla di un possibile conflitto di interessi tra toghe iscritte all’Anm e privati che sostengono economicamente la campagna per il No.

A raccogliere quell’allarme è il capo di gabinetto del ministro Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi, che firma una lettera inviata al presidente dell’Anm, Cesare Parodi. Nel testo, reso noto dal Partito democratico, si chiede di valutare “l’opportunità” di rendere pubblici gli eventuali finanziamenti ricevuti dal Comitato, in nome di una piena trasparenza verso l’opinione pubblica.

La lettera del ministero e il richiamo alla trasparenza

È la formulazione della lettera a restituire la delicatezza del passaggio. Bartolozzi ricorda che, secondo quanto riferito dal segretario generale dell’Anm, il Comitato “Giusto dire No” avrebbe raccolto contributi da “migliaia di cittadini” che hanno aderito attraverso donazioni volontarie. Da qui il nodo politico e giuridico: se quei contributi possano configurare una forma di finanziamento indiretto dell’Anm da parte di soggetti privati.

Nella missiva il ministero non impone, almeno formalmente, un obbligo, ma sottolinea l’“opportunità” di rendere note alla collettività le somme ricevute e l’identità di chi le ha versate. Il tutto, viene specificato, in un’ottica di piena trasparenza. È un lessico che richiama il dibattito più ampio sulla tracciabilità dei finanziamenti alla politica, ai comitati e alle organizzazioni che intervengono nel confronto pubblico.

La tempistica non è neutrale. La richiesta arriva a poco più di un mese dal voto referendario, in una fase in cui i comitati stanno intensificando la mobilitazione. In questo contesto, la domanda di trasparenza rischia di essere letta non solo come un’istanza di controllo istituzionale, ma anche come un messaggio politico indirizzato a chi sceglie di sostenere il fronte del No.

L’Anm rivendica autonomia e tutela della privacy

La risposta dell’Associazione nazionale magistrati non tarda. Il presidente Cesare Parodi chiarisce che il Comitato “Giusto dire No” è sì stato promosso dall’Anm, ma è un soggetto autonomo, anche dal punto di vista giuridico. Per questo, scrive, l’Associazione non sarebbe “nelle condizioni di rispondere” alla richiesta avanzata da via Arenula sui finanziamenti ricevuti dal Comitato.

Nelle parole di Parodi si legge una duplice linea di difesa. Da un lato, la distinzione formale tra Anm e Comitato serve a respingere l’idea di un finanziamento indiretto all’associazione attraverso le donazioni dei cittadini. Dall’altro, viene richiamata implicitamente la necessità di tutelare la privacy dei contribuenti, cittadini che hanno scelto di sostenere la campagna referendaria confidando in un quadro di riservatezza compatibile con la normativa sui comitati.

La posizione dell’Anm si inserisce in una tradizione consolidata: l’associazione rivendica un ruolo di soggetto collettivo privato che rappresenta i magistrati sul piano sindacale e associativo, finanziato principalmente dalle quote degli iscritti e non da fondi pubblici. Anche per questo, sottolineano dirigenti e giuristi vicini all’Anm, il rapporto con un comitato referendario autonomo non dovrebbe essere assimilato alla gestione di fondi dell’associazione stessa.

Il Pd parla di “liste di proscrizione”

Se la reazione dell’Anm è istituzionale e giuridicamente misurata, quella del Partito democratico è apertamente politica. Debora Serracchiani, responsabile giustizia del Pd, definisce la richiesta del ministero un “atto molto grave” che tradisce il “nervosismo” nei palazzi del governo di fronte alla campagna per il No.

La deputata utilizza espressioni forti, parlando di un segnale che “sa tanto di liste di proscrizione” e di un clima di pressione sulla magistratura e sui cittadini intenzionati a votare No al referendum. Serracchiani chiede al ministro Nordio di chiarire subito, ricordando che le istituzioni e il popolo sovrano “si rispettano, non si intimidiscono”.

All’interno del Pd, altri esponenti sottolineano un punto di metodo: a che titolo l’esecutivo pretende di conoscere i nomi dei finanziatori di un comitato referendario che, per la legge, risponde innanzitutto ai cittadini che lo sostengono. Da qui l’accusa di ingerenza in una campagna che, nelle intenzioni del fronte progressista, dovrebbe vedere il governo in una posizione di garanzia, non di pressione politica su una parte in campo.

La mossa di Costa e il tema del conflitto di interessi

Per comprendere il contesto, bisogna tornare a Enrico Costa, ex ministro e oggi deputato di Forza Italia, che da tempo porta avanti una battaglia sul ruolo dell’Anm nel dibattito pubblico sulla giustizia. Già a inizio gennaio, Costa aveva utilizzato il suo profilo X per sollevare interrogativi sul legame tra l’associazione e il Comitato “Giusto dire No”.quotidiano+1

Nel suo ragionamento, il fatto che il Comitato sia stato promosso dall’Anm e, al tempo stesso, finanziato da migliaia di cittadini, creerebbe “uno stretto legame, non solo politico ma anche formale” tra magistrati in servizio e privati sostenitori. In questo schema, chi dona al Comitato potrebbe essere percepito come finanziatore indiretto dell’Anm, con il rischio di compromettere l’apparenza di imparzialità laddove quelle stesse persone dovessero comparire davanti a un giudice iscritto all’associazione.

Costa arriva a porre una domanda provocatoria ma destinata a fare presa nel dibattito pubblico: cosa accadrebbe se un magistrato dell’Anm si trovasse a giudicare un finanziatore del Comitato? Dovrebbe astenersi “per gravi ragioni di convenienza”? La questione tiene insieme piani diversi, dall’etica delle toghe alla percezione di indipendenza della magistratura, e diventa terreno di scontro politico in piena campagna referendaria.

Una campagna referendaria ad alta tensione

L’episodio si inserisce in un contesto già segnato da forti tensioni. La riforma della giustizia oggetto del referendum interviene su equilibri delicati, come la distinzione dei Consigli superiori per giudici e pubblici ministeri e l’assetto dei rapporti tra potere politico ed esercizio dell’azione penale. Giuristi di diversa estrazione hanno messo in guardia sul rischio di una maggiore dipendenza della giustizia dal governo in caso di vittoria del Sì, mentre i sostenitori della riforma sostengono che la separazione dei percorsi rafforzerà l’efficienza e la responsabilità del sistema.

In questo scenario, i comitati referendari svolgono un ruolo cruciale di informazione, campagna e mobilitazione. Il Comitato “Giusto dire No”, vicino alle posizioni critiche verso la riforma, è divenuto un punto di riferimento per una parte della magistratura e per segmenti di società civile preoccupati per l’indipendenza dei giudici. L’iniziativa del ministero sui finanziatori, proprio per questo, viene letta da molti osservatori come un segnale che rischia di pesare sul dibattito pubblico.

Sondaggi recenti hanno suggerito uno scenario di equilibrio, con un possibile vantaggio del No, ma con un margine legato alla partecipazione al voto. La polarizzazione sul caso Anm potrebbe spostare l’attenzione dalla sostanza della riforma al rapporto di forza tra governo e magistratura, trasformando il referendum in un test politico sul grado di fiducia nelle istituzioni.

Trasparenza, diritti politici e libertà di dissenso

Sul fondo resta una questione più ampia, che va oltre il caso specifico. Qual è il giusto punto di equilibrio tra l’esigenza di trasparenza sui finanziamenti e la tutela della libertà di partecipazione politica dei cittadini, soprattutto quando si tratta di comitati referendari e associazioni non direttamente legate ai partiti? La normativa italiana prevede obblighi di rendicontazione e pubblicità per le formazioni politiche, ma lo spazio dei comitati civici è più articolato e frammentato.

L’idea che chi sostiene economicamente una campagna referendaria possa vedere il proprio nome richiesto da un ministero, e potenzialmente esposto al dibattito politico, solleva interrogativi anche sul piano dei diritti. D’altra parte, la crescente attenzione internazionale verso la trasparenza nei flussi finanziari e la prevenzione di condizionamenti opachi spinge i governi a chiedere maggiore visibilità su chi finanzia cosa, in particolare quando sono in gioco riforme costituzionali.

Nel caso dell’Anm, la tensione tra questi principi si concentra su un attore particolare: un’associazione che rappresenta un potere dello Stato, ma lo fa in forma privata e associativa. Questo rende ancora più sensibile ogni discussione sul modo in cui la magistratura, come corpo, interviene nel dibattito politico e referendario, e su come il potere esecutivo sceglie di rapportarsi a quella presenza nello spazio pubblico.

Il messaggio politico intorno alle toghe

Al di là degli aspetti formali, la mossa del ministero parla anche al pubblico più ampio. Per una parte dell’elettorato di centrodestra, da anni critica verso quella che viene definita “politicizzazione” della magistratura, la richiesta all’Anm viene letta come un atto di legittimo scrutinio su un soggetto percepito come protagonista del conflitto con il potere politico. In questo racconto, chiedere trasparenza sui finanziamenti significa riportare sotto controllo un attore che avrebbe oltrepassato il proprio ruolo.

Sul fronte opposto, la stessa iniziativa viene interpretata come un tentativo di mettere all’angolo chi guida la mobilitazione contro la riforma, dissuadendo i cittadini dal sostenere la campagna del No per timore di esposizione o stigmatizzazione. È in questa chiave che le parole “liste di proscrizione”, pur estreme, trovano spazio nel vocabolario dell’opposizione e di una parte dell’accademia giuridica. La posta in gioco non è solo il testo della riforma, ma la percezione della libertà di dissentire rispetto a una scelta voluta dal governo.

Il rapporto tra magistratura e politica, in Italia, è storicamente attraversato da diffidenze reciproche e da fasi di scontro acceso. La vicenda del Comitato “Giusto dire No” rischia di diventare l’ennesimo capitolo di questa lunga storia, con una differenza: a fare da cornice non è un’indagine giudiziaria ma un referendum costituzionale che chiama in causa direttamente il corpo elettorale.

Cosa guarda ora il Paese

Da qui al voto di marzo, molto dipenderà da come le istituzioni gestiranno questa frattura. Se il caso si trasformerà in un braccio di ferro permanente tra ministero, Anm e opposizioni, la campagna potrebbe scivolare definitivamente sul terreno del conflitto tra poteri dello Stato, allontanando l’attenzione dai contenuti della riforma e dall’impatto quotidiano che le scelte sulla giustizia avranno su processi, diritti e tempi delle decisioni.

Al contrario, un chiarimento più netto sui limiti della richiesta del ministero, sui margini di autonomia dei comitati referendari e sulle garanzie per chi partecipa al dibattito, potrebbe contribuire a raffreddare il clima. Resta il fatto che la domanda di trasparenza e quella di tutela della partecipazione politica sono destinate a tornare, ben oltre questo referendum, ogni volta che il confine tra governo, magistratura e società civile apparirà sfocato.

Per i cittadini che andranno alle urne, la vicenda dell’Anm e del Comitato del No diventa così un frammento di un quadro più ampio. È il segnale di quanto la riforma della giustizia tocchi nervi scoperti della democrazia italiana e di quanto, attorno a quell’assetto, si misuri oggi il grado di fiducia reciproca tra i poteri, le istituzioni e chi, con una semplice scheda, è chiamato a pronunciarsi sul futuro del sistema.

Congo: milioni di persone affamate dal nuovo governo

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Milioni di persone nell’est della Repubblica Democratica del Congo stanno scivolando verso la fame estrema, non per mancanza di cibo, ma perché il cibo non arriva più alle famiglie.

In un’area già segnata da decenni di guerra, la presa di potere dei ribelli M23 attorno a Goma ha trasformato una crisi cronica in una emergenza che rischia di assumere i contorni di una carestia contemporanea.

Un assedio silenzioso intorno a Goma

A Goma, capitale economica del Nord Kivu, le corsie dei supermercati sono vuote, i banchi dei mercati spogli, i prezzi dei generi alimentari che riescono ancora a entrare in città crescono di settimana in settimana. Il gruppo armato M23, che un anno fa ha conquistato la città più grande dell’est congolese, ha cercato di presentarsi come nuova autorità di fatto, ma il risultato è un sistema di controllo che soffoca la circolazione di beni essenziali e spinge la popolazione verso la fame.

La dinamica è brutale nella sua semplicità. I ribelli hanno costretto molti agricoltori a fuggire dalle campagne, abbandonando i campi a pochi chilometri da centri urbani dove la gente non riesce a comprare nemmeno la farina. Le derrate che riescono a lasciare le zone rurali si bloccano ai posti di controllo, dove la milizia impone tasse, requisizioni arbitrarie, autorizzazioni selettive. Ciò che non viene confiscato marcisce lungo le strade, mentre in città le madri fanno la fila davanti a negozi con gli scaffali già vuoti.

Una di loro è Noella Amisi, infermiera ventottenne, che dopo aver ricevuto una piccola somma dal marito rimasto a Kinshasa ha attraversato Goma per ore alla ricerca di latte in polvere e zucchero per i figli, senza trovare nulla da comprare. Il suo racconto è emblematico di una quotidianità in cui il denaro perde significato se non esiste più un mercato funzionante. Chi ha ancora qualche risparmio vende vestiti, utensili, oggetti di casa per racimolare contanti, ma spesso si ritrova con banconote in tasca e nessun posto dove spenderle per comprare il cibo.

L’ombra lunga dell’M23 e del Rwanda

L’ascesa dell’M23, riemerso con forza negli ultimi anni, non è un fenomeno isolato nella geografia dei conflitti dei Grandi Laghi. Secondo investigatori delle Nazioni Unite, il movimento ribelle ha potuto conquistare e consolidare il controllo su parte del Nord e del Sud Kivu grazie al sostegno militare del Rwanda, interessato a trasformare l’est del Congo in una zona di influenza stabile e funzionale ai propri obiettivi economici e strategici.

Le stesse fonti descrivono la nascita de facto di una regione semi autonoma sotto influenza rwandese, nel cuore di un’area ricchissima di minerali strategici come coltan, oro e cassiterite. L’economia del Rwanda è tra le più dinamiche del continente e una parte di questa crescita, notano economisti e analisti, è alimentata dal flusso di materie prime congolesi che attraversano illegalmente il confine. In questa equazione geopolitica, le popolazioni locali diventano marginali: la priorità è il controllo delle miniere, delle rotte commerciali, dei valichi chiave.

Il prezzo di questo disegno è pagato soprattutto dai civili. Nel vuoto lasciato da uno Stato debole e spesso assente, l’M23 ha imposto un sistema fiscale parallelo fatto di tassazioni arbitrarie, estorsioni, espropri e controllo capillare sul commercio di beni alimentari. Chi vuole spostare sacchi di farina, sacchi di manioca o bestiame deve pagare, spesso più di quanto potrà guadagnare alla vendita. Questo meccanismo scoraggia gli spostamenti, svuota i mercati e alimenta un circolo vizioso che unisce insicurezza, carestia strisciante e impoverimento di massa.

Un’emergenza che supera i confini del Kivu

La crisi dell’est si innesta su un quadro nazionale già drammatico. Più di 26 milioni di congolesi sono oggi stimati in condizioni di insicurezza alimentare acuta, una cifra che rappresenta oltre un quinto dell’intera popolazione del paese. Nelle province orientali di Nord Kivu, Sud Kivu, Ituri e Tanganyika, circa 3,9 milioni di persone rischiano livelli di emergenza, in cui la capacità di procurarsi cibo sufficiente per sopravvivere è seriamente compromessa.

Si tratta di territori dove la guerra non è mai davvero finita. Oltre all’M23, operano decine di gruppi armati, milizie comunitarie, bande criminali più o meno collegate a signori della guerra e reti di contrabbando. La violenza ha spinto oltre 5 milioni di persone a lasciare le proprie case, spesso più di una volta, trasformandole in sfollati cronici che vivono di aiuti umanitari, piccoli lavori informali e strategie di sopravvivenza sempre più precarie.

In questo mosaico di insicurezza, l’offensiva dell’M23 e il collasso delle catene di approvvigionamento hanno funzionato da detonatore. Il sistema agricolo locale era già fragile, minato dall’abbandono dei campi, dalla mancanza di infrastrutture, dalle piogge più irregolari e dagli effetti combinati delle inondazioni e delle frane. Ora, con intere aree rurali diventate inaccessibili e con strade chiave sotto controllo dei ribelli, il legame tra campagna e città rischia di spezzarsi.

Dalla crisi alimentare al rischio carestia

Gli esperti di sicurezza alimentare parlano di “crisi” e “emergenza” usando una terminologia tecnica che nasconde una realtà concreta: pasti saltati, bambini sempre più magri, famiglie costrette a ridurre porzioni e varietà di cibo, vendita di asset essenziali pur di comprare qualche chilo di riso. Secondo le più recenti valutazioni, in diverse zone dell’est si registra già una presenza di popolazioni in fase di emergenza, preludio potenziale a condizioni assimilabili alla carestia se non cambiano rapidamente le dinamiche di accesso agli alimenti.

Il paragone che alcuni analisti evocano è quello con la carestia etiope del 1985 o con le zone agricole trasformate in luoghi di fame in Sudan dagli eserciti e dalle milizie in guerra. Non si tratta di analogie superficiali. Anche nel Congo orientale, l’elemento centrale non è l’assenza assoluta di cibo ma la sua inaccessibilità, prodotta da scelte politiche e militari. La fame, qui, è un effetto collaterale di strategie di controllo territoriale e di arricchimento attraverso le risorse naturali.

I numeri sulla malnutrizione infantile confermano la gravità della situazione. Quasi la metà dei bambini congolesi sotto i cinque anni soffre di ritardi nella crescita dovuti a malnutrizione cronica, un dato che implica conseguenze a lungo termine sullo sviluppo cognitivo e fisico di un’intera generazione. Le emergenze sanitarie ricorrenti, come colera, malaria o mpox, si sovrappongono alla malnutrizione, indebolendo ulteriormente la capacità di resistenza delle comunità. In molti villaggi, un semplice episodio febbrile può diventare fatale per un bambino già indebolito dalla denutrizione.

Stato assente, aiuti in affanno

Il governo centrale di Kinshasa osserva in larga parte da lontano la trasformazione dell’est in un arcipelago di enclavi ribelli, campi profughi, zone grigie sotto influenza straniera. L’esercito regolare fatica a riconquistare terreno, mentre la diplomazia congelesa denuncia il ruolo del Rwanda e chiede sostegno internazionale senza riuscire a tradurre le dichiarazioni in un efficace cambio di rotta sul campo.

Per colmare il vuoto intervengono le agenzie umanitarie. Il Programma alimentare mondiale ha portato assistenza a milioni di persone nel corso del 2025, combinando distribuzioni di cibo, trasferimenti monetari e programmi di nutrizione per bambini, donne incinte e madri che allattano. Tuttavia, i bisogni crescono più velocemente delle risorse, e le restrizioni di bilancio hanno già costretto a ridurre il numero dei beneficiari in diverse provincie orientali.

L’organizzazione stima di aver bisogno di circa 349 milioni di dollari per mantenere le operazioni di emergenza fino ad aprile 2026, una cifra che al momento non è coperta dagli impegni dei donatori. Ciò significa che, proprio mentre s’innalza l’onda della crisi alimentare nelle zone di Goma e del Kivu, il sistema di aiuti rischia un “vuoto di pipeline”, ovvero un’interruzione nella disponibilità di cibo da distribuire. Un paradosso crudele in un paese dove i magazzini umanitari possono rimanere pieni, ma strade, posti di blocco e scontri armati impediscono di raggiungere le comunità più isolate.

La vita quotidiana sotto il dominio dei ribelli

Nelle città e nei villaggi controllati dall’M23, la fame è solo una delle facce di un regime che combina sicurezza relativa e coercizione. Per una parte della popolazione, l’arrivo dei ribelli ha significato la fine di saccheggi casuali, stupri di massa e violenze perpetrate da altre milizie sregolate, ma la stabilità è arrivata al prezzo di un controllo capillare sulla vita economica e sociale.

Il gruppo impone tasse su tutto, dalle merci che entrano al bestiame che attraversa i confini dei villaggi. Il commercio informale, che un tempo era una valvola di sfogo per le famiglie più povere, viene regimentato, monitorato, talvolta vietato. Le testimonianze raccolte da attivisti e organizzazioni della società civile parlano di confische arbitrarie dei raccolti, di punizioni per chi tenta di eludere i posti di controllo, di un clima di paura che rende difficile perfino raggiungere i campi.

Nel frattempo, i pochi negozi che riescono a mantenere qualche scorta diventano luoghi di tensione quotidiana. I prezzi di carne, latte, cereali e ortaggi sono “alle stelle”, riferiscono i residenti, e spesso solo chi è collegato alle reti economiche vicine ai ribelli o ai commercianti legati ai circuiti rwandesi può permettersi di comprare regolarmente. La città è così divisa tra chi cerca il cibo nei mercati saccheggiati o nei resti delle distribuzioni umanitarie e chi, in quartieri più protetti, continua a vivere una normalità distorta e sempre più fragile.

Una crisi politica quanto umanitaria

Dietro la fame che cresce nell’est del Congo si muove una crisi essenzialmente politica. Gli interessi sul controllo delle risorse minerarie, le rivalità regionali, le paure legate alla presenza di gruppi armati legati a vecchi conflitti, in particolare al genocidio rwandese, alimentano una spirale che rende la popolazione civile ostaggio di strategie militari e calcoli di potere.

Le Nazioni Unite hanno più volte avvertito del rischio che la guerra nel Kivu possa trasformarsi in una “conflagrazione regionale”, coinvolgendo in modo diretto eserciti e milizie di più paesi. Ogni nuova avanzata dell’M23, ogni perdita di territorio da parte di Kinshasa, ogni fallimento dei cessate il fuoco mediati dall’esterno contribuisce a rendere più difficile il lavoro di chi cerca di portare aiuti. E mentre i negoziati si trascinano tra capitali africane e tavoli diplomatici internazionali, sul terreno la priorità per molti è riuscire a trovare qualcosa da mangiare almeno una volta al giorno.

In questo scenario, la questione della responsabilità è al centro del dibattito. Da un lato, gli analisti puntano il dito contro i “nuovi governanti” dell’est, accusandoli di aver creato deliberatamente le condizioni in cui la fame diventa uno strumento di controllo politico e sociale. Dall’altro, la comunità internazionale è chiamata a fare i conti con anni di risposte frammentarie, oscillanti tra sostegno militare al governo congolese, missioni di peacekeeping dai mandati limitati e programmi di aiuto che non hanno mai affrontato davvero le radici del conflitto.

Il futuro dell’est del Congo dipenderà dalla capacità di spezzare il legame che unisce guerra, sfruttamento delle risorse e insicurezza alimentare. Ma per chi oggi vive a Goma, a Bukavu o nei campi per sfollati che punteggiano il Nord e il Sud Kivu, il futuro resta una categoria astratta. La priorità è arrivare a domani, con abbastanza cibo per nutrire i figli e la speranza che la politica smetta, almeno per un momento, di usare la fame come arma invisibile di una guerra senza fine.

Veleno di rana sul nemico di Putin: come l’epibatidina ha ucciso Alexei Navalny

Alexei Navalny non sarebbe morto per cause naturali, ma avvelenato con una potentissima tossina ricavata dalla pelle di rane freccia velenose sudamericane, l’epibatidina, secondo cinque governi europei. La nuova rivelazione, basata su analisi tossicologiche indipendenti, punta direttamente allo Stato russo, accusato di avere avuto mezzi, movente e opportunità per eliminarlo mentre era detenuto in una colonia penale artica.

La nuova indagine tossicologica

Il punto di svolta arriva da un’indagine tossicologica congiunta condotta su campioni biologici prelevati dal corpo di Navalny e analizzati in laboratori europei, che hanno individuato la presenza di epibatidina, una neurotossina di estrema potenza. Questa sostanza, che agisce in modo simile a un agente nervino, è naturalmente prodotta da alcune rane freccia velenose del Sud America e non si trova in natura in Russia, dettaglio che rafforza il sospetto di un avvelenamento deliberato con un composto sofisticato e difficilmente reperibile.

Secondo il comunicato congiunto di Regno Unito, Francia, Germania, Svezia e Paesi Bassi, i risultati di laboratorio confermano la presenza di epibatidina nei campioni di Navalny e rendono altamente probabile che la sua morte in carcere sia stata causata da un avvelenamento mirato e non da un improvviso malore. Le autorità sottolineano che il quadro clinico attribuito a Navalny negli ultimi istanti di vita, con paralisi, dolore acuto e insufficienza respiratoria, è pienamente compatibile con gli effetti noti dell’epibatidina sull’organismo umano. Il profilo dei sintomi coincide in modo inquietante con quanto descritto nei dossier medici e nelle ricostruzioni degli esperti.

Una morte in prigione sotto il controllo dello Stato

Navalny è morto il 16 febbraio 2024 in una remota colonia penale oltre il Circolo Polare Artico, la famigerata struttura di massima sicurezza “Lupo Polare”, dove stava scontando una condanna a 19 anni di reclusione per accuse considerate politicamente motivate da governi occidentali e organizzazioni per i diritti umani. Pochi giorni prima di morire, appariva in buona salute e di buon umore in un filmato registrato all’interno del penitenziario, un elemento che rende ancora più sospetta la versione ufficiale russa secondo cui si sarebbe trattato di un decesso per cause naturali dopo una passeggiata.

Il fatto decisivo, ricordano i governi europei, è che Navalny sia morto mentre era interamente sotto la custodia dello Stato russo, in un ambiente totalmente controllato, dove solo le autorità penitenziarie avevano accesso al suo corpo, al suo cibo e ai suoi spostamenti. Mezzi, movente e opportunità convergono sullo Stato russo, che aveva il controllo assoluto del contesto in cui il dissidente è stato avvelenato. È in questo quadro che la dichiarazione congiunta dei cinque paesi indica implicitamente una responsabilità diretta del potere statale nella somministrazione del veleno.

Il ruolo dei governi europei e la prova dell’epibatidina

La sequenza ricostruita dalle fonti europee comincia con l’iniziativa dei familiari e dei collaboratori di Navalny, che sono riusciti a prelevare campioni biologici dal corpo del dissidente e a farli arrivare, in condizioni di sicurezza, alle autorità dei paesi coinvolti. Questi campioni sono stati quindi sottoposti a una batteria di test in diversi laboratori specializzati, in un processo definito complesso dagli stessi ministri degli Esteri, sia per la natura del veleno, sia per il tempo trascorso dalla morte.

Gli esami hanno dato un responso univoco: tracce di epibatidina, una molecola nota in farmacologia per la sua azione sui recettori nicotinici e studiata in passato come potente analgesico, poi scartato proprio a causa dell’elevata tossicità. Gli esperti ricordano che un dosaggio relativamente basso di epibatidina è sufficiente a provocare convulsioni, crisi respiratorie, arresto cardiaco e morte, con un profilo che richiama gli effetti dei più noti agenti nervini militari. L’epibatidina viene descritta come un veleno rarefatto e micidiale, in grado di uccidere rapidamente anche a dosi limitate.

Dal punto di vista tecnico, gli scienziati coinvolti sottolineano che la sostanza può essere sintetizzata in laboratorio, e che nel caso Navalny è fortemente sospettata una produzione artificiale, compatibile con le capacità di un complesso militare o di sicurezza statale e non con un uso improvvisato da parte di attori privati. È questo elemento, unito alla rarità del composto e alla sua assenza dall’ecosistema russo, che rafforza l’idea di un’operazione organizzata ad alto livello e non di un avvelenamento casuale o di un gesto criminale isolato. La scelta di un veleno esotico e non tracciabile sembra infatti parte integrante della strategia di eliminazione del dissidente.

Mosca insiste sulle “cause naturali”

Sin dal giorno della morte di Navalny, le autorità russe hanno sostenuto che il leader dell’opposizione si sarebbe sentito male dopo una passeggiata nel cortile del penitenziario, per poi morire per cause naturali non meglio specificate. Questa versione è stata accolta con scetticismo da governi occidentali e osservatori indipendenti, che già allora avevano ricordato il precedente avvelenamento del 2020 e la lunga storia di casi sospetti che coinvolgono oppositori del Cremlino colpiti da veleni o sostanze radioattive.

Con l’emergere dei risultati sui campioni biologici, la narrazione ufficiale russa appare sempre più fragile e contraddittoria. I governi europei fanno notare che, considerando la tossicità dell’epibatidina e i sintomi riferiti, l’avvelenamento era una causa di morte altamente probabile, in aperto contrasto con le dichiarazioni di Mosca. La linea difensiva del Cremlino appare sempre più isolata, mentre cresce il consenso internazionale attorno alla tesi dell’omicidio politico. In Russia, i media statali hanno cercato di minimizzare o screditare le nuove informazioni, presentandole come parte di una campagna occidentale di delegittimazione, mentre le autorità non hanno fornito risposte sostanziali alle richieste di chiarimento.

Yulia Navalnaya e l’accusa personale a Putin

La reazione più dura è arrivata dalla vedova del dissidente, Yulia Navalnaya, che da due anni porta avanti una campagna internazionale per chiedere giustizia per la morte del marito. In un messaggio pubblicato su X, Navalnaya ha scritto che “Vladimir Putin è un assassino” e che il presidente russo deve essere ritenuto responsabile di tutti i suoi crimini, personalizzando al massimo il livello dell’accusa e puntando direttamente al vertice del potere russo. Il bersaglio politico è il Cremlino nella persona di Putin, indicato come mandante ultimo della macchina repressiva.

Navalnaya ha parlato anche alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, dove la tempistica dell’annuncio europeo ha avuto un forte impatto simbolico: alla vigilia del secondo anniversario della morte di Navalny, la conferma di un avvelenamento con un veleno esotico ha riportato il caso al centro dell’agenda diplomatica occidentale. La figura della vedova è diventata, agli occhi di molti, il nuovo volto del dissenso russo all’estero, capace di intrecciare la battaglia per la verità sulla morte del marito con una più ampia denuncia del carattere repressivo del regime putiniano. Yulia Navalnaya si propone come erede politica del marito, trasformando il lutto personale in una piattaforma di opposizione globale.

Dal Novichok all’epibatidina: la continuità della violenza chimica

La storia di Navalny è già segnata da un precedente avvelenamento, risalente all’agosto 2020, quando il dissidente si era sentito male su un volo interno russo ed era stato poi trasferito in Germania, dove laboratori specializzati e organismi internazionali avevano confermato la presenza di un agente nervino del tipo Novichok, di origine sovietica. Quell’episodio aveva spinto Stati Uniti, Unione Europea e Regno Unito a introdurre sanzioni mirate contro funzionari e strutture legate all’apparato di sicurezza russo, consolidando l’immagine di un regime disposto a ricorrere a sostanze proibite per neutralizzare i propri oppositori.

L’uso dell’epibatidina, se definitivamente accertato, segnerebbe un’evoluzione inquietante, in cui a un agente nervino militare si affianca un veleno di origine naturale, manipolato però con le capacità e la precisione di un programma chimico avanzato. Gli stessi governi europei richiamano nel loro comunicato i precedenti di Novichok, compreso l’attacco di Salisbury del 2018 contro l’ex spia Sergei Skripal, come parte di un modello in cui solo lo Stato russo ha dimostrato i mezzi e la volontà di violare il diritto internazionale con l’uso di tossine letali. Si delinea un pattern di violenza chimica, che va oltre il singolo caso e tocca la credibilità degli impegni internazionali di Mosca.

In questo senso, il caso Navalny viene inquadrato non come un episodio isolato ma come l’ennesima manifestazione di una strategia di intimidazione che utilizza il veleno non solo per eliminare fisicamente una persona, ma per inviare un messaggio alla società russa e al mondo: la sfida al potere può avere un prezzo estremo, inflitto con strumenti segreti e difficilmente tracciabili. Il ricorso sistematico a metodi di questo tipo alimenta il clima di paura tra gli oppositori, rafforzando la percezione di un regime pronto a superare qualsiasi limite pur di mantenersi al comando.

Reazioni internazionali e sfida al diritto sulle armi chimiche

I cinque paesi europei che hanno firmato la dichiarazione hanno annunciato l’intenzione di portare formalmente il caso davanti all’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, sostenendo che l’uso dell’epibatidina contro Navalny costituisce una violazione della Convenzione sulle armi chimiche e, in questo caso, anche della Convenzione sulle armi biologiche e sulle tossine. L’obiettivo è costruire un dossier che attribuisca responsabilità allo Stato russo nell’ambito dei regimi di non proliferazione, pur sapendo che le possibilità di conseguenze concrete immediate sono limitate dal peso politico e dal potere di veto di Mosca in altre sedi internazionali.

Le capitali europee mettono però l’accento sulla dimensione politica della risposta. Londra ha accusato la Russia di avere dimostrato ancora una volta fino a che punto è pronta a spingersi per terrorizzare la popolazione e minare la democrazia, insistendo sul fatto che il ricorso a veleni esotici per zittire un oppositore interno ha un impatto diretto sulla sicurezza europea e sulle regole condivise in materia di armi proibite. Altri governi suggeriscono di usare il caso per rafforzare il fronte delle sanzioni e per isolare ulteriormente Mosca nei consessi internazionali dove ancora siede come interlocutore. Il caso Navalny diventa un test politico per l’Europa, chiamata a dimostrare coerenza tra principi dichiarati e azioni concrete.

Il significato politico della figura di Navalny

Per oltre un decennio, Navalny è stato il più noto oppositore interno di Vladimir Putin, capace di combinare inchieste sulla corruzione, mobilitazione di piazza e una comunicazione incisiva sui social media. Attraverso fondazioni e team sparsi in varie città russe, aveva denunciato appropriazioni indebite, arricchimenti sospetti e schemi di potere che coinvolgevano figure di spicco dell’élite politica e imprenditoriale russa, mettendo in luce non solo la natura autoritaria del regime, ma anche la sua dimensione cleptocratica. Il suo lavoro investigativo ha svelato l’intreccio tra potere e ricchezza, minando il consenso costruito attorno al Cremlino.

Dopo il suo ritorno in Russia nel 2021, nonostante il rischio evidente di arresto, Navalny è stato processato e condannato in una serie di procedimenti giudiziari che ONG e governi occidentali hanno definito fittizi e politicamente motivati, con pene sempre più pesanti fino alla condanna a 19 anni che stava scontando al momento della morte. La scelta di rinchiuderlo in una colonia penale artica, lontana dai centri urbani e dai media indipendenti, è stata letta come il tentativo del potere russo di renderlo invisibile, riducendo al minimo il contatto con i sostenitori e rendendo più difficile qualsiasi monitoraggio internazionale delle sue condizioni. L’isolamento carcerario di Navalny è parte integrante della strategia repressiva, mirata a spezzare il legame tra il leader e la società.

In questo quadro, l’ipotesi di un avvelenamento con una tossina rara e letale inserisce la sua morte in un copione coerente con il modo in cui il Cremlino ha trattato altre figure scomode, dal caso Skripal a quello di altri dissidenti o ex agenti russi colpiti all’estero. Per i critici del regime, la vicenda conferma che Navalny era considerato non solo un oppositore interno, ma una minaccia esistenziale al sistema di potere costruito intorno a Putin, al punto da giustificare l’uso di metodi estremi anche in un contesto carcerario controllato.

Un precedente che pesa sul futuro

La nuova evidenza sull’epibatidina arriva in un momento in cui la Russia è già sotto pressione internazionale per la guerra in Ucraina e per le denunce di violazioni dei diritti umani all’interno del paese, creando un ulteriore livello di frizione con l’Europa e rafforzando la narrativa occidentale di un Cremlino disposto a infrangere regole fondamentali pur di preservare il proprio controllo. Per i governi che hanno firmato la dichiarazione, il caso Navalny diventa così un banco di prova della credibilità del sistema internazionale di proibizione delle armi chimiche, ma anche un simbolo della lotta tra autoritarismo e democrazia.

La vicenda solleva inoltre una domanda scomoda sul futuro del dissenso russo. Se il principale oppositore interno può essere ucciso in una colonia penale remota con un veleno raro, sotto il controllo totale dello Stato, il messaggio rivolto agli attivisti rimasti nel paese è chiaro: il costo dell’opposizione può essere estremo e non risparmia neppure chi gode di una forte visibilità internazionale. Allo stesso tempo, la determinazione di Yulia Navalnaya e il sostegno di una parte consistente dell’opinione pubblica occidentale mostrano che la figura di Navalny continua ad avere un peso politico e simbolico oltre la sua morte, trasformandolo in un martire della resistenza al potere putiniano. La morte di Navalny segna un punto di non ritorno, destinato a pesare a lungo sulle relazioni tra Russia e Occidente e sul destino del movimento di opposizione russa.

Bumblebee V2. Il nuovo drone “kamikaze” per fermare la minaccia dei piccoli UAV

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A marzo l’esercito degli Stati Uniti inizierà a valutare operativamente il Bumblebee V2, un nuovo drone intercettore progettato per dare la caccia ad altri droni sul campo di battaglia. Si tratta di un piccolo velivolo multirotore in configurazione FPV, first‑person view, sviluppato dall’azienda Perennial Autonomy e acquistato con un contratto da 5,2 milioni di dollari siglato il 30 gennaio dal Pentagono.

L’incarico è stato assegnato dalla Joint Interagency Task Force 401, la task force interagenzia del Dipartimento della Difesa che coordina le capacità anti‑drone dei diversi rami delle forze armate.

La valutazione iniziale sarà affidata alla Global Response Force dell’esercito, la forza di risposta rapida americana, che riceverà i primi esemplari già a marzo. I test saranno condotti a supporto del nuovo Lt. Gen. James M. Gavin Joint Innovation Outpost, l’avamposto innovativo inaugurato a Fort Bragg il 3 gennaio per mettere insieme militari, mondo accademico e industria.

Il Bumblebee V2 nasce quindi come un tassello di un ecosistema più ampio di sperimentazione, in cui la contro‑drone è una delle priorità strategiche più pressanti.

In un comunicato ufficiale, il direttore della JIATF‑401, il generale di brigata Matthew Ross, ha definito questa scelta un modo per mettere fin da subito nelle mani dei soldati una capacità cinetica contro i piccoli UAS, i sistemi aerei senza pilota. L’obiettivo è fornire uno strumento efficace, economico e impiegabile in scenari dove le soluzioni esplosive tradizionali rischiano di creare più problemi che soluzioni.

In questo contesto, il Bumblebee V2 si presenta come una risposta concreta alla proliferazione di droni commerciali e militari a basso costo, che negli ultimi anni hanno saturato i cieli dei fronti di guerra, dall’Ucraina al Medio Oriente. Per l’esercito americano, contrastare questa minaccia richiede ormai sistemi flessibili, scalabili e soprattutto rapidamente dispiegabili a livello di unità sul terreno.

Un intercettore FPV “kamikaze”

Tecnicamente il Bumblebee V2 è un drone multirotore FPV di nuova generazione, progettato come intercettore cinetico di piccoli sistemi aerei senza pilota. A differenza di altre soluzioni anti‑drone basate su missili, munizioni programmabili o sistemi a energia diretta, questo velivolo neutralizza il bersaglio con un urto diretto in volo, un vero e proprio “drone‑contro‑drone”.

Il principio è semplice: guidato in prima persona dall’operatore e assistito da un software avanzato di riconoscimento e tracciamento, il Bumblebee V2 individua il drone ostile, lo segue e lo colpisce frontalmente, rendendo inutilizzabili entrambi i velivoli.

Questa modalità di ingaggio è definita “hard kill”, un abbattimento fisico che non si affida a disturbi elettronici o esplosioni ma alla collisione controllata.

Secondo le dichiarazioni ufficiali, a bordo del Bumblebee V2 è installato un pacchetto software in grado di identificare e tracciare altri droni, fino a guidare l’intercettore alla collisione con un carico di lavoro ridotto per il soldato che lo pilota. In pratica, l’operatore mantiene una guida aggressiva in FPV, mentre l’algoritmo stabilizza la fase terminale dell’attacco, correggendo rotta e assetto per massimizzare le probabilità di impatto.

Questo approccio sacrifica deliberatamente il drone intercettore, che è pensato come piattaforma “consumabile”, da impiegare in quantità sufficienti per proteggere unità avanzate e infrastrutture sensibili.

L’idea è sostituire costosi missili o munizioni di precisione con un sistema meno raffinato ma più accessibile, da rinnovare in stock e da mettere a disposizione dei reparti in prima linea.

Il Bumblebee V2, oltre a essere un FPV multirotore, è concepito per essere operato direttamente dai soldati, senza la necessità di specialisti altamente addestrati. Le immagini diffuse dall’esercito mostrano voli di familiarizzazione e corsi per istruttori, segnale che la dottrina punta a un impiego capillare a livello di unità e non a un sistema d’élite gestito solo da reparti specializzati.

Ridurre i danni collaterali nella guerra dei droni

Uno dei punti centrali del Bumblebee V2 è un effetto cinetico “a basso danno collaterale”. Nelle intercettazioni tradizionali, l’uso di munizioni porta con sé una detonazione, un raggio di esplosione e il rischio di schegge che possono colpire persone, mezzi o infrastrutture nelle vicinanze. Questo è problematico soprattutto in ambienti urbani o in contesti dove le forze amiche operano a distanza ravvicinata.

Con una collisione drone‑contro‑drone, l’effetto distruttivo è concentrato e la dispersione di frammenti è molto più limitata rispetto a un ordigno esplosivo. Il Bumblebee V2 elimina la necessità di proiettili o esplosioni aeree: il drone da difesa abbatte il drone ostile colpendolo direttamente, senza far detonare testate né liberare munizioni.

Questo rende il sistema particolarmente adatto a scenari urbani, dove la linea di confine tra zona militare e contesto civile è sempre più sottile. Le autorità militari sottolineano come la possibilità di “neutralizzare la minaccia senza mettere in pericolo le nostre forze o le infrastrutture circostanti” sia ormai diventata essenziale sul campo di battaglia moderno, attraversato da droni quasi ovunque.

Allo stesso tempo, il Bumblebee V2 rappresenta una risposta alla crescente diffusione di piccoli UAS furtivi, difficili da colpire con artiglieria o armi leggere senza rischiare tiri imprecisi o fuoco amico.

Un intercettore che si muove nello stesso “ambiente” dei droni nemici, con agilità e rapidità paragonabili, promette un controllo più fine del volume d’ingaggio e della traiettoria finale.

Dal punto di vista normativo e politico, il sistema è dichiarato pienamente conforme alle disposizioni del National Defense Authorization Act, che impone vincoli stringenti all’uso di componenti stranieri nei sistemi adottati dal Pentagono.

Questo rende il Bumblebee V2 immediatamente integrabile nelle forze armate americane, senza le incertezze burocratiche che spesso rallentano l’adozione di nuove tecnologie.

Un tassello della strategia anti‑drone USA

Il Bumblebee V2 non nasce nel vuoto. Si inserisce in una strategia più ampia, in cui gli Stati Uniti stanno costruendo un vero e proprio ecosistema di sistemi anti‑drone stratificati. La JIATF‑401, che guida il programma, è stata incaricata di armonizzare le molteplici iniziative di contrasto agli UAS all’interno del Dipartimento della Difesa, evitando duplicazioni e creando sinergie tecnologiche.

In questo quadro rientra anche l’iniziativa Replicator 2, che punta ad accelerare l’adozione di soluzioni commerciali adattate all’uso militare, invece di sviluppare da zero piattaforme complesse e costose.

Il Bumblebee V2 completa altri sistemi già acquisiti attraverso questa via, come il DroneHunter F700 di Fortem, un intercettore che cattura i droni con reti e privilegiando effetti controllati, per esempio in contesti domestici o di sicurezza interna.

L’idea è costruire una difesa a strati: sensori per la scoperta anticipata, sistemi di guerra elettronica, armi dirette e, più vicino all’obiettivo, effettori “di punto” come il Bumblebee V2, capaci di intervenire negli ultimi centinaia di metri dove jammer, armi leggere o sistemi di difesa aerea tradizionali possono essere inefficaci o troppo rischiosi. In questo segmento terminale, un drone intercettore agile e sacrificabile promette una maggiore precisione e un margine di errore più ridotto.

L’esercito immagina che il Bumblebee V2 venga impiegato per proteggere unità avanzate, basi operative e infrastrutture critiche, sia in teatro estero sia sul territorio nazionale.

La sua natura “consumabile” spinge a pianificare acquisizioni in massa, percorsi di addestramento relativamente semplici e capacità di rimpiazzo sul campo, senza trattare ogni drone come un asset di altissimo valore.

In questa prospettiva, il Bumblebee V2 rappresenta un segnale chiaro di come Washington stia interiorizzando le lezioni dei conflitti recenti, in cui droni economici e adattabili hanno sovvertito gli equilibri tradizionali tra costi e benefici militari. Piuttosto che rispondere a questi sistemi con armi più costose di quanto non sia il bersaglio stesso, la logica è quella dello “sciame contro sciame”, con piattaforme simili per costo e flessibilità.

Intelligenza artificiale, autonomia e ruolo del soldato

Uno degli aspetti più significativi del Bumblebee V2 riguarda l’uso dell’intelligenza artificiale nel ciclo di intercettazione. Il sistema si affida infatti a software avanzati per riconoscere altri droni, tracciarne le traiettorie e guidare la collisione, in modo da ridurre l’onere cognitivo sull’operatore.

Questo non significa che il drone sia completamente autonomo, ma piuttosto che combina controllo umano diretto in FPV e funzioni di assistenza intelligenti.

La FPV offre al soldato una percezione immediata e immersiva dello spazio operativo, simile a quella dei piloti di droni commerciali usati nei conflitti moderni. L’intelligenza artificiale interviene come “copilota digitale”, aiutando a mantenere la traccia del bersaglio in mezzo al disordine visivo del campo di battaglia, tra edifici, ostacoli e altri aeromobili.

Le autorità militari sottolineano come questa combinazione tra intervento umano e capacità automatizzate consenta di accelerare il ciclo di risposta, caratteristica cruciale quando si ha a che fare con obiettivi piccoli, veloci e spesso imprevedibili.

Un drone commerciale modificato, lanciato da pochi chilometri di distanza, può raggiungere il suo bersaglio in minuti: ridurre la latenza decisionale diventa una priorità operativa.

Allo stesso tempo, la presenza del soldato nel loop decisionale mantiene un livello di controllo politico e legale su quando e come viene autorizzato l’ingaggio. In un’epoca in cui il grado di autonomia delle armi è al centro di un intenso dibattito etico e normativo, sistemi come il Bumblebee V2 offrono una via intermedia, sfruttando l’AI soprattutto nella fase di guida e identificazione, senza rinunciare all’ultimo giudizio umano.

Costi, numeri e opacità deliberata

Il contratto annunciato dalla JIATF‑401 ammonta a 5,2 milioni di dollari, ma il numero esatto di droni acquistati non è stato reso pubblico. Un portavoce della task force ha spiegato che questa scelta è legata a esigenze di sicurezza operativa, evitando di fornire informazioni che potrebbero essere sfruttate da potenziali avversari. La conseguenza è che, al momento, non è possibile ricavare con precisione il costo unitario del Bumblebee V2.

Le comunicazioni ufficiali tacciono anche su parametri come velocità massima, autonomia, raggio d’azione o quota operativa. Secondo analisti e osservatori di settore, questa opacità è intenzionale, perché proprio queste cifre definirebbero in modo chiaro quali classi di droni il Bumblebee V2 è in grado di intercettare e con quali margini di successo.

La definizione di sistema “a basso costo” va letta non tanto come indice di una tecnologia rudimentale, quanto come indicazione di un modello industriale orientato alla produzione in serie e al consumo operativo.

Nel lessico del Pentagono, un’intercettazione che costa meno del drone da abbattere è considerata un risultato favorevole, a maggior ragione se permette di evitare danni collaterali che avrebbero un costo umano e politico ben più elevato.thedefensepost+3

Sul piano più ampio, il Bumblebee V2 si inserisce in un trend in cui la convenienza economica dei sistemi d’arma diventa un parametro strategico tanto quanto la loro efficacia tattica. Nel confronto tra grandi potenze e in scenari di logoramento prolungato, la capacità di sostenere nel tempo l’impiego di droni intercettori “usa e getta” potrebbe risultare decisiva quanto la superiorità tecnologica pura.

Un laboratorio per le guerre di domani

L’arrivo del Bumblebee V2 nella Global Response Force trasforma questo drone in un banco di prova per capire come sarà difesa l’aria bassa dei campi di battaglia futuri. Il fatto che la valutazione operativa avvenga in collaborazione con un nuovo avamposto di innovazione, che riunisce militari, accademici e industria, indica la volontà di integrare rapidamente le lezioni apprese in dottrina e procedure.

Se la sperimentazione confermerà le aspettative, è plausibile che sistemi simili entrino stabilmente nell’equipaggiamento delle unità statunitensi, contribuendo a normalizzare l’idea di duelli tra droni come componente strutturale della guerra moderna.

La contro‑drone non sarebbe più un compito affidato a pochi asset specialistici, ma una funzione distribuita, affidata anche a piccoli reparti con la capacità di difendersi in autonomia.

Per gli osservatori internazionali, il Bumblebee V2 è anche un indicatore del ritmo con cui le forze armate occidentali stanno cercando di colmare il divario con l’uso massiccio e creativo dei droni osservato in teatri come l’Ucraina.

L’adozione di un drone FPV “kamikaze” anti‑drone da parte dell’esercito USA mostra come strumenti nati nelle mani di operatori improvvisati stiano venendo assorbiti nei processi ufficiali di procurement e sperimentazione.

Al di là delle specifiche ancora coperte dal riserbo, il messaggio è chiaro: i cieli bassi delle guerre future saranno popolati da sciami di velivoli senza pilota che non solo colpiscono bersagli a terra, ma si inseguono e si abbattono a vicenda. In questa nuova geografia del conflitto, sistemi come il Bumblebee V2 non sono solo l’ultima novità tecnologica, ma il segno di un cambio di paradigma destinato a ridisegnare la forma stessa della potenza militare.

Iran contro se stesso: arrestati attivisti politici ed ex parlamentari

Tra il 7 e il 9 febbraio 2026, le autorità iraniane hanno condotto un’operazione coordinata tra la magistratura e i servizi di intelligence del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) arrestando diversi leader del Fronte Riformista iraniano.

Questa ondata repressiva rappresenta un’estensione significativa della repressione oltre i manifestanti di strada, colpendo per la prima volta figure politiche di alto profilo appartenenti all’establishment.

Azar Mansouri

Azar Mansouri è stata arrestata l’8 febbraio nella sua residenza a Gharchak Varamin (periferia di Teheran) da agenti dell’organizzazione di intelligence del Sepah (IRGC). L’avvocato Hojjat Kermani ha dichiarato all’agenzia ISNA che “il motivo dell’arresto della signora Mansouri non è ancora stato chiarito e non è stato comunicato. Non sappiamo nemmeno dove sia stata trasferita e non ha avuto contatti dopo l’arresto“.

Mansouri è stata la prima donna a guidare un grande partito politico in Iran. Poco prima del suo arresto, aveva inviato un messaggio di testo ad Ali-Akbar Mousavi Khoeiniha, ex deputato riformista ora in esilio negli Stati Uniti.

Arresto in diretta di Ebrahim Asgharzadeh

Asgharzadeh è stato arrestato mentre teneva una conferenza online durante un congresso dell’Organizzazione dei Fedayin del Popolo (Maggioranza) / IranMan. Il video dell’arresto è circolato ampiamente sui social media.

Ali Shakouri-Rad. Politico riformista ed ex parlamentare

Il file audio di Shakouri-Rad non si limitava a chiedere le dimissioni di Khamenei: nel suo intervento pronunciato al congresso del Partito Ettehad-e Mellat, ha fatto affermazioni molto dirompenti. Ha dichiarato che le forze di sicurezza hanno deliberatamente innescato le proteste, iniettando violenza e procedendo a una “fabbricazione di vittime tra le proprie fila” uccidendo basiji, agenti di polizia, incendiando moschee, hosseiniyeh e copie del Corano per creare un pretesto per la repressione sanguinosa dei manifestanti.

L’agenzia Fars, vicina all’IRGC, ha descritto il suo arresto come parte della “lotta contro il circolo sovversivo e dei fomentatori di disordini”.

Hossein Karoubi figlio del leader del Movimento Verde

Un nome non menzionato spesso ma molto importante è Hossein Karoubi, figlio di Mehdi Karoubi leader del Movimento Verde e figura dell’opposizione sotto arresti domiciliari dal 2011, è stato arrestato il 9 febbraio dopo essere stato convocato alla Procura della cultura e dei media.

Secondo l’agenzia Fars, Hossein Karoubi è stato descritto come “l’agente provocatore, redattore e diffusore della recente dichiarazione sovversiva” di suo padre Mehdi Karoubi. Fars lo ha inoltre accusato di essere collegato alle reti “controrivoluzionarie” di Saham News e del canale Telegram Tahkim-e Mellat.

L’avvocato Mohammad Jalilian ha confermato l’arresto del suo assistito dopo la convocazione alla procura per i media e la cultura.

Accuse ufficiali: dettagli dalla Procura di Teheran

Fonti persiane forniscono il testo dettagliato del comunicato della Procura di Teheran del 8 febbraio.

La Procura ha dichiarato che gli accusati, “nell’ambito di una corrente organizzativa, mediatica e direzionale, con attività organizzate dietro le quinte e nel cyberspazio, cercavano di appoggiare gli atti violenti e terroristici e di influenzare la sicurezza interna del Paese”. Secondo il comunicato, queste persone “attraverso il lancio e la direzione di vaste attività organizzative” hanno tentato di infiammare la situazione politica e sociale del Paese.

La Procura ha specificato che sono state incriminate quattro persone “appartenenti a un partito politico” e sono stati arrestati “elementi attivi a favore del regime sionista e dell’America”. Le autorità giudiziarie hanno inoltre dichiarato che il fascicolo è stato aperto dopo “il monitoraggio preciso delle attività nel cyberspazio e l’esame del comportamento di alcuni elementi politici” in seguito a quelli che il governo definisce “gli eventi terroristici di Dey” (dicembre-gennaio).

Al Jazeera ha dedicato sia servizi televisivi che articoli scritti alla vicenda. Il servizio video dell’8 febbraio ha specificato le accuse in modo dettagliato: “prendere di mira la coesione nazionale, assumere posizioni contrarie alla Costituzione, sintonizzarsi con la propaganda del nemico, promuovere il disfattismo e creare meccanismi segreti che invocano il rovesciamento del sistema”.​

In un articolo successivo del 12 febbraio, Al Jazeera ha riportato che le autorità giudiziarie iraniane hanno annunciato l’esecuzione di condanne al carcere anche contro Ali Shakouri-Rad, Hossein Karoubi e Ghorban (altro detenuto il cui nome completo non è stato specificato), indicando un’escalation processuale che va oltre i semplici arresti.

Rilascio su cauzione

L’avvocato Hojjat Kermani, ha detto che Javad Emam e Ebrahim Asgharzadeh sono stati rilasciati “dopo il pagamento della cauzione”, senza rivelare l’importo. L’avvocato ha aggiunto che la stessa Mansouri potrebbe essere rilasciata “nei prossimi giorni”.

Javad Emam aveva guidato la campagna elettorale di Mir-Hossein Mousavi nel 2009 l’ex primo ministro e leader dell’opposizione che si trova agli arresti domiciliari dal 2011.

Il contesto è significativo: il governo iraniano ha dichiarato che le vittime delle proteste sono state 3.117, mentre ha respinto le affermazioni dell’ONU e delle organizzazioni internazionali secondo cui la maggior parte dei morti è stata causata dalle forze governative.

Tutti gli arrestati sono membri del “Fronte delle Riforme” (Jebhe-ye Eslahaat) e l’agenzia Mizan, braccio mediatico della magistratura, ha dichiarato che “il gruppo menzionato era sotto stretta sorveglianza e identificazione come parte di un’operazione di intelligence”.

Il quotidiano iraniano Shargh ha riportato la richiesta del Partito Unità Nazionale Islamica (Hezb-e Ettehaad-e Mellat) di rilascio della propria segretaria generale Azar Mansouri, e che altri due membri del Fronte Riformista sono stati convocati.

Un tribunale iraniano ha emesso una nuova condanna detentiva contro Narges Mohammadi, attivista Premio Nobel per la Pace 2023, a dimostrazione che la repressione colpisce simultaneamente su più fronti.

L’analisi più approfondita proviene da Radio Zamaneh (emittente persiana con sede nei Paesi Bassi). Secondo l’analista Hossein Noshazar, gli arresti non sono una semplice repressione puntuale, ma “il passo finale nel percorso di trasformazione della struttura del potere in un vero e proprio ‘governo di guerra'”.

Il quadro che emerge dalle recenti manovre del regime iraniano delinea una strategia di chiusura totale, dove il tempismo degli arresti durante i colloqui di Muscat non è affatto casuale ma punta a neutralizzare l’ala riformista come possibile interlocutore negoziale.

Questa repressione si inserisce in una narrazione a incastro che dipinge i manifestanti come pedine e i riformisti come menti al soldo del “nemico esterno” americano e israeliano, inviando al contempo un avvertimento brutale alle stesse élite del Paese: la scelta è tra il silenzio assoluto e il carcere.

In questo scenario, il controllo capillare della rete e l’eliminazione sistematica del dissenso indicano l’attuazione di un vero e proprio piano d’emergenza volto a trasformare l’Iran in una fortezza isolata, dove ogni voce indipendente viene estinta per garantire la sopravvivenza del sistema attraverso l’autarchia politica.

Radio Zamaneh conclude che la società iraniana si trova “sull’orlo di entrare nel periodo più buio e chiuso dalla guerra Iran-Iraq”, con la differenza che questa volta “il nemico esterno è più potente e il nemico interno (dal punto di vista del governo) è definito in modo più ampio”.

Hossein Marashi ha rilasciato dichiarazioni notevolmente audaci. Ha raccontato la riunione del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale del giovedì sera notte della repressione, sottolineando che istituzioni come la magistratura, l’IRGC e altri consigli supremi “sono presenti nel governo, ma non sono sotto il controllo del governo”. Ha chiesto che “il presidente eletto dal popolo e il governo che ne deriva siano il potere principale del Paese”.

Marashi ha specificato che serve “un livello ampio di riforme” che porti il sistema a soddisfare “le richieste di almeno il 70% della popolazione attuale”. Il fatto che Marashi non sia stato arrestato è particolarmente significativo: secondo l’analisi dell’Arabian Gulf States Institute (AGSI), il fatto che Marashi non sia stato accusato di tradimento potrebbe indicare che “l’IRGC non è del tutto in disaccordo con lui riguardo all’apertura verso Washington”.

Il regime “potrebbe star temporaneamente escalando contro questi riformisti in risposta alle loro critiche infiammatorie al regime” e che l’operazione fa parte degli sforzi del regime per “controllare la narrazione sulle recenti proteste iraniane”.

Almeno 6.000 persone sono state uccise dall’inizio delle proteste, in un contesto in cui il blackout di internet rende ancora difficile confermare il bilancio totale.

Fonti principali

1. The Wall Street Journal, “Iran’s crackdown is now targeting its own politicians” .

2. Euronews (persiano), arresto dei leader del Fronte Riformista .

3. Euronews (arabo), rilascio su cauzione di due riformisti .

4. Al Jazeera English, arresto di politici riformisti di primo piano .

5. Radio Zamaneh (FA), analisi “بازداشت رهبران اصلاح‌طلب: گام نهایی به سوی دولت جنگی …” .

6. Iran International (EN), “Iran arrests three reformist political figures” .

7. Reuters (EN), “Iran arrests at least four reform front politicians” .

8. Human Rights Activists in Iran, “Iran arrests leading reformist politicians” .

9. KhabarOnline (FA), intervista a Hossein Marashi su Consiglio di Sicurezza e potere esecutivo .

10. Critical Threats Project, “Iran Update, February 9, 2026” .

Albanese: Israele nemico comune dell’umanità

Bastano poche frasi, pronunciate via video da un forum a Doha, per far detonare un caso diplomatico che investe le Nazioni Unite, spacca l’Europa e rimette al centro della scena globale una delle figure più controverse del sistema ONU. Francesca Albanese, relatrice speciale per i Territori palestinesi occupati, ha parlato sabato 7 febbraio all’Al Jazeera Forum, la conferenza annuale organizzata dalla rete qatariota giunta alla sua diciassettesima edizione. Il suo intervento, trasmesso in videomessaggio, conteneva una frase destinata a generare un terremoto politico: “Noi, come umanità, abbiamo un nemico comune”. 

Il contesto in cui quelle parole sono state pronunciate ne ha amplificato enormemente l’impatto. Albanese non parlava da un qualsiasi convegno accademico. L’Al Jazeera Forum di quest’anno era dedicato alla “questione palestinese e l’equilibrio di potere regionale nel contesto di un mondo multipolare emergente”.

Tra i relatori figuravano il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e il capo di Hamas all’estero Khaled Meshal, due figure che Israele considera rappresentanti di organizzazioni terroristiche. Un investigatore di open source intelligence, Eitan Fischberger, ha peraltro rivelato su X che il nome di Albanese compariva solo nella pagina araba del programma del forum, non in quella inglese. “Al Jazeera ha cercato di nasconderla, ma l’ho scoperto”, ha scritto.

Le parole che hanno incendiato il dibattito 

Nel suo discorso di circa tre minuti e mezzo, Albanese ha esordito accusando Israele di aver pianificato e realizzato un genocidio a Gaza. “Abbiamo trascorso gli ultimi due anni a osservare la pianificazione e la realizzazione di un genocidio, e il genocidio non è finito”, ha detto. “Il genocidio, inteso come distruzione intenzionale di un gruppo in quanto tale, è ora chiaramente svelato”. 

Il passaggio più controverso è arrivato poco dopo. Albanese ha denunciato il fatto che “invece di fermare Israele, la maggior parte del mondo l’abbia armato, gli abbia fornito scuse politiche, protezione politica, sostegno economico e finanziario”. Ha poi aggiunto che “la maggior parte dei media nel mondo occidentale ha amplificato la narrazione pro-apartheid e pro-genocidio”. A quel punto ha pronunciato la frase che ha fatto esplodere il caso: “Noi che non controlliamo grandi quantità di capitali finanziari, algoritmi e armi, ora vediamo che come umanità abbiamo un nemico comune“.

La relatrice ha concluso il suo intervento elogiando Al Jazeera per “la sua capacità di produrre fatti reali e marciare verso la giustizia”, dichiarando di credere “fermamente che la Palestina sarà libera” e invitando tutti a un “2026 di pieno impegno verso la responsabilità e la giustizia”.

La reazione della Francia: “Deve dimettersi” 

La risposta più dura è arrivata da Parigi. Una quarantina di deputati del campo macroniano, guidati dalla parlamentare Carole Yadan, hanno scritto al ministro degli Esteri chiedendo che la Francia si facesse promotrice di sanzioni contro Albanese e della sua immediata decadenza da ogni mandato ONU. La lettera contestava prese di posizione giudicate incompatibili con l’imparzialità richiesta dal suo incarico e l’accusava di “dichiarazioni di natura antisemita” e di una postura “sistematicamente a carico contro lo Stato di Israele”.

Mercoledì 11 febbraio, il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha accolto la richiesta intervenendo all’Assemblea Nazionale. Le sue parole sono state durissime. “La Francia condanna senza riserva alcuna le dichiarazioni oltraggiose e irresponsabili della signora Albanese, che prendono di mira non il governo israeliano, di cui è consentito criticare la politica, ma Israele in quanto popolo e in quanto nazione, il che è assolutamente inaccettabile”.

Barrot è andato oltre la singola dichiarazione di Doha. Ha accusato Albanese di aver accumulato una “lunga lista di posizioni scandalose”, citando la giustificazione degli attacchi del 7 ottobre, i riferimenti alla “lobby ebraica” e i paralleli tra Israele e il Terzo Reich. Il ministro ha poi demolito la credibilità professionale della relatrice: “Si presenta come esperta indipendente delle Nazioni Unite. Non è né esperta né indipendente. È una militante politica che alimenta discorsi d’odio e tradisce lo spirito delle Nazioni Unite”.

Barrot ha annunciato che la Francia formalizzerà la richiesta di dimissioni al Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU il prossimo 23 febbraio, durante l’apertura ad alto livello della sessione a Ginevra. Una mossa che porta il peso diplomatico di un membro permanente del Consiglio di Sicurezza.

Israele: “Vergogna morale” 

La reazione israeliana è stata altrettanto veemente. Il ministero degli Esteri ha definito l’Al Jazeera Forum un “summit jihadista” e ha descritto i relatori come “sostenitori della più oscura scuola di pensiero nella storia politica moderna”. L’ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite Danny Danon ha dichiarato “assurda” la presenza di una rappresentante dell’ONU “su un palco insieme a terroristi le cui mani sono sporche di sangue”, definendo l’episodio “una vergogna morale e un profondo fallimento del sistema che dovrebbe proteggere i diritti umani”.

Eylon Levy, ex portavoce del governo israeliano, ha definito Albanese una “alleata naturale di Hamas”, sostenendo che lei e Meshal “dicono la stessa cosa ad alta voce”. La missione americana presso le Nazioni Unite ha ribadito la propria opposizione al mandato di Albanese, già espressa in passato con la richiesta formale al Segretario Generale Guterres di non rinnovare il suo incarico.

La difesa di Albanese: “Non ho mai detto questo” 

Albanese ha tentato di arginare la tempesta con due mosse. Lunedì 9 febbraio ha pubblicato su X il video integrale del suo intervento, accompagnandolo con una precisazione: “Il nemico comune dell’umanità è il sistema che ha reso possibile il genocidio in Palestina, incluso il capitale finanziario che lo finanzia, gli algoritmi che lo oscurano e le armi che lo rendono possibile”. Nessun riferimento diretto a Israele, secondo la sua versione.

Poco prima della dichiarazione di Barrot, Albanese ha rilasciato un’intervista a France 24 in cui ha respinto le accuse di antisemitismo definendole “vergognose e diffamatorie”. “Sfido tutti a trovare ciò di cui sono accusata di aver detto: che Israele è il nemico dell’umanità. Non l’ho mai detto”, ha affermato. Ha aggiunto: “Non è assurdo aver semplicemente esercitato la libertà di espressione, la libertà di parola in un contesto di crimini evidenti e pienamente documentati, sui quali ho la responsabilità e l’obbligo di denunciare?”. 

La distinzione tra “Israele” e “il sistema che ha reso possibile il genocidio” è il cuore della difesa di Albanese. Ma per i suoi critici la differenza è inesistente: nel contesto del discorso, il “nemico comune” si riferiva chiaramente a Israele e alla sua azione militare a Gaza.

Il peso delle sanzioni americane 

La vicenda di Doha si inserisce in un percorso di escalation che dura da anni. Nel luglio 2025, il Dipartimento del Tesoro americano ha inserito Albanese nella lista dei “Specially Designated Nationals”, la stessa che include figure legate ad al-Qaeda, trafficanti di droga messicani e trafficanti d’armi nordcoreani. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato le sanzioni dichiarando che “la campagna di guerra politica ed economica di Albanese contro gli Stati Uniti e Israele non sarà più tollerata”.

Le conseguenze per Albanese sono state concrete e immediate. Il suo conto bancario negli Stati Uniti è stato chiuso, le carte di credito cancellate. Un appartamento a Washington del valore di circa 700.000 dollari è stato congelato e non può essere venduto né affittato. L’ambasciatore americano all’ONU Mike Waltz ha dichiarato pubblicamente, durante una cerimonia organizzata dalla missione israeliana: “Sono lieto che non possa usare una carta di credito e che non possa ottenere un visto per entrare negli Stati Uniti”.

Le sanzioni erano scattate dopo la pubblicazione di un rapporto ONU firmato da Albanese che accusava 48 grandi corporazioni, tra cui Microsoft, Alphabet e Amazon, di essere complici nel “genocidio” a Gaza e nell’occupazione dei territori palestinesi. Il rapporto avvertiva che le aziende e i loro dirigenti potevano essere esposti a responsabilità penale, anche davanti alla Corte Penale Internazionale. Due delle aziende coinvolte avevano chiesto assistenza alla Casa Bianca.

L’Italia si divide 

Anche in Italia il caso ha prodotto fratture. Il governo non si è accodato ufficialmente alla richiesta francese, ma la maggioranza parlamentare si è mossa in modo compatto. La Lega ha presentato una risoluzione per chiedere le dimissioni immediate di Albanese: “Chi definisce Israele nemico comune dell’umanità ha ben poco da dichiararsi super partes e fomenta più che leciti sospetti sul suo antisemitismo”, recita il comunicato del partito.

Fabio Rampelli di Fratelli d’Italia ha parlato di “profilo antisemita”. L’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane ha definito le parole di Albanese “un reale pericolo”. Va ricordato che già nell’ottobre 2025 l’Italia aveva preso le distanze dalla relatrice in sede ONU, definendo un suo rapporto “interamente privo di credibilità e imparzialità” e aggiungendo che “la signora Albanese non può essere considerata imparziale”. 

Albanese stessa, cittadina italiana che vive all’estero da oltre vent’anni, ha un rapporto complesso con il suo Paese d’origine. In un discorso tenuto a Milano nell’ottobre 2025, ha accusato l’Italia di aver “perso il senso della legalità” e di vivere un “ritorno di atteggiamenti fascisti”. 

Il palco di Doha: cosa hanno detto gli altri relatori 

Per comprendere la portata della polemica, è utile analizzare il contesto dell’evento in cui Albanese ha parlato. Khaled Meshal, capo dell’ufficio politico di Hamas all’estero residente proprio a Doha, ha applaudito gli attacchi del 7 ottobre come un’azione che “ha riportato la causa palestinese in primo piano nel mondo”. Ha parlato di “resistenza” come motivo di “orgoglio” per i palestinesi e ha invitato a “perseguire Israele e stabilire che è un’entità paria che sta perdendo la sua legittimità internazionale”. 

Il ministro degli Esteri iraniano Araghchi, che aveva partecipato al forum il giorno dopo aver guidato i negoziati del suo Paese con gli Stati Uniti in Oman sul programma nucleare, ha dedicato gran parte del suo intervento alla Palestina, definendola “la questione fondamentale della giustizia nell’Asia occidentale e oltre”. Ha denunciato un “doppio standard” verso “l’espansionismo israeliano” e ha ribadito il “diritto inalienabile” dell’Iran ad arricchire l’uranio. Non ha fatto alcun riferimento alle migliaia di manifestanti uccisi dal regime nel corso delle proteste interne. 

Per Israele, questa composizione del panel bastava a screditare l’intero evento. La presenza di Albanese sullo stesso palco, seppur virtuale, ha rappresentato la conferma di una linea che Tel Aviv contesta da tempo: la sovrapposizione tra il linguaggio delle istituzioni internazionali e quello delle organizzazioni che Israele classifica come terroristiche. 

Una figura sotto pressione globale 

Francesca Albanese non è una figura che opera nell’ombra. Da quando ha assunto il ruolo di relatrice speciale nel maggio 2022, è diventata una delle personalità più divisive dell’intero sistema delle Nazioni Unite. Il Jewish Chronicle ha ricordato che nel maggio 2025 aveva accusato Israele di torturare e stuprare prigionieri gazawi usando cani, aveva dichiarato che gli Stati Uniti sono “soggiogati dalla lobby ebraica” e aveva sostenuto che i sionisti avevano inscenato episodi di antisemitismo negli USA. Lo stesso giornale ha sottolineato un dettaglio singolare: Albanese, presentata all’Al Jazeera Forum come “avvocato internazionale italiano”, aveva ammesso in un’intervista a Vanity Fair Italia nel maggio 2025 di non aver mai superato l’esame di abilitazione alla professione forense. 

L’organizzazione UN Watch, con sede a Ginevra, ha depositato un memorandum legale di venti pagine presso il Consulente giuridico dell’ONU sostenendo che il rinnovo del mandato di Albanese fosse stato condotto in violazione delle procedure del Consiglio dei Diritti Umani e fosse quindi nullo. La questione del suo mandato resta giuridicamente contestata: l’ufficio per i diritti umani dell’ONU ha dichiarato che non c’è stato alcun “rinnovo” formale, ma che la sua nomina originaria del 2022 prevede un incarico fino al 30 aprile 2028.

Il 23 febbraio e il futuro di Albanese 

La data chiave è ora il 23 febbraio, quando si aprirà la sessione del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite a Ginevra. La Francia ha annunciato che presenterà “con fermezza” la richiesta di dimissioni. Ma ottenere la rimozione di un relatore speciale è un’operazione politicamente complessa: il mandato è conferito dal Consiglio stesso, e la composizione dell’organo riflette equilibri geopolitici in cui i Paesi occidentali non detengono la maggioranza.

Human Rights Watch ha criticato le sanzioni americane contro Albanese come un tentativo di “mettere a tacere un’esperta ONU per aver fatto il suo lavoro”. Il Bar Human Rights Committee britannico le ha definite “un attacco flagrante ai principi della cooperazione internazionale e dell’indipendenza”. Sul versante opposto, organizzazioni come UN Watch e il Congresso Mondiale Ebraico continuano a chiederne la rimozione immediata.

Il caso Albanese è diventato così un prisma attraverso cui si rifrangono tutte le tensioni del conflitto israelo-palestinese: il confine tra critica legittima a un governo e demonizzazione di una nazione, il ruolo dell’ONU come arbitro o come parte in causa, la linea sottile tra attivismo per i diritti umani e propaganda politica. La frase pronunciata a Doha, qualunque fosse l’intenzione originaria, ha ormai acquisito una vita propria. E il suo eco non si è ancora spento. 

La Russia conquista città chiave in Ucraina. Cambiati i rapporti di forza

Per oltre un anno le forze russe hanno avanzato sui campi di battaglia ucraini senza riuscire a conquistare un singolo centro urbano di rilievo. Ora quella fase sembra finita. Mosca è sul punto di completare la presa di tre aree strategiche nel sud e nell’est dell’Ucraina, e il segnale che arriva dal fronte rischia di ribaltare i rapporti di forza anche al tavolo dei negoziati.

Si tratta della cittadina di Huliaipole, nella regione sudorientale di Zaporizhzhia, e delle città di Pokrovsk e Myrnohrad, circa cento chilometri più a nordest, nella regione di Donetsk. La loro caduta darebbe alla Russia una base urbana per organizzare truppe e logistica in vista di future offensive, oltre a una nuova leva diplomatica nei colloqui mediati dagli Stati Uniti.

La caduta di Huliaipole

L’avanzata più preoccupante si registra nella regione di Zaporizhzhia. Huliaipole, una città che prima della guerra contava 12.000 abitanti e che per anni ha rappresentato un punto cardine della linea del fronte, è quasi interamente sotto controllo russo.

Il capitano Dmytro Filatov, comandante del Primo Reggimento d’Assalto Separato ucraino, ha confermato che le forze di Kyiv controllano ancora alcuni edifici all’interno della città, ma che “la maggior parte è completamente in mano nemica”. Il 95% delle truppe presenti a Huliaipole, ha aggiunto, sono russe.

L’Institute for the Study of War (ISW) ha confermato il 6 febbraio 2026 la conquista russa della città. La caduta è stata preceduta da settimane di combattimenti caotici, segnati da errori di comando e dalla stanchezza delle unità ucraine schierate a difesa.

Secondo un’inchiesta del sito specializzato Militaryland, i soldati della 102ª Brigata di Difesa Territoriale ucraina erano stati lasciati nelle trincee per mesi senza rotazione e quasi senza rifornimenti. I materiali arrivavano esclusivamente via drone; la logistica terrestre era totalmente assente.

La situazione è precipitata il 26 dicembre 2025, quando le forze russe hanno sequestrato il posto di comando e osservazione del 1° Battaglione della 106ª Brigata, situato nel centro di Huliaipole. I video pubblicati dall’esercito russo mostravano soldati all’interno del quartier generale abbandonato, con accesso a laptop e smartphone non protetti.

Gli analisti di DeepState hanno descritto una ritirata caotica della brigata: uno dei battaglioni ha perso il comando e il controllo, ripiegando senza ordini, con episodi di fuoco amico con il 225° Battaglione d’Assalto.

Un ex militare del dipartimento di supporto psicologico della 102ª Brigata ha raccontato che, dopo il trasferimento dell’unità dal Comando Operativo Est al Comando Operativo Sud nell’ottobre 2025, il comandante di brigata e tutti i suoi vice erano stati sostituiti. “Quando mi sono unito alla brigata c’era un gruppo affiatato. Comando, unità combattenti: tutto funzionava”, ha dichiarato. “Poi sono cominciate le ispezioni continue al quartier generale, con nuovi compiti che interferivano con le operazioni”.

Il comandante in capo delle forze armate ucraine, il generale Oleksandr Syrskyi, ha criticato la condotta del battaglione, sottolineando che c’era stato l’ordine di organizzare una difesa perimetrale e distruggere i materiali riservati, “ma questo non è stato fatto, sebbene ci fosse il tempo”. Un’indagine è stata aperta.

La strada verso Zaporizhzhia è aperta

La perdita di Huliaipole non è solo un fatto simbolico. La città era uno degli ultimi centri urbani sotto controllo ucraino nella regione di Zaporizhzhia, al di fuori del capoluogo omonimo. Oltre Huliaipole ci sono solo campi aperti, che offrono ai difensori ucraini pochi punti dove trincerarsi e rallentare l’avanzata russa.

A circa 65 chilometri a ovest, le truppe di Mosca si stanno avvicinando alla periferia della città di Zaporizhzhia, un polo industriale da 700.000 abitanti noto per le sue acciaierie. Le mappe del fronte mostrano le posizioni russe a circa 12-15 chilometri dall’ingresso meridionale della città. Gli esperti militari avvertono che ulteriori avanzamenti porterebbero la zona nel raggio d’azione dei piccoli droni d’attacco FPV, esponendo i residenti ad assalti aerei continui, giorno e notte.

Non si tratta di un’ipotesi astratta. Nell’aprile 2025 un drone FPV russo ha colpito per la prima volta un distributore di carburante civile nel centro di Zaporizhzhia, segnalando che Mosca ha sviluppato droni con una portata operativa superiore ai 30 chilometri, ben oltre i 3-10 chilometri delle versioni standard. Da allora gli attacchi con droni sulla città si sono moltiplicati. Nella notte di Capodanno 2026, almeno nove droni russi hanno colpito Zaporizhzhia, danneggiando decine di edifici residenziali. Il 9 febbraio un nuovo attacco ha colpito un asilo e diversi condomini.

Gli analisti attribuiscono i progressi russi nella zona alle difese ucraine troppo sottili: Kyiv ha concentrato il grosso delle sue forze nella vicina regione di Donetsk. Ma anche lì la situazione è critica.

L’assedio di Pokrovsk e Myrnohrad

Nella regione di Donetsk, l’Ucraina ha investito le sue migliori risorse nella difesa di Pokrovsk e Myrnohrad, due città che prima della guerra contavano insieme oltre 100.000 abitanti. Lo schieramento di truppe, combinato con una sofisticata guerra di droni, ha rallentato gli assalti russi fino a ridurli a un passo da lumaca.

Un rapporto del Center for Strategic and International Studies (CSIS), pubblicato a fine gennaio 2026, ha calcolato che le truppe russe hanno avanzato in media di soli 70 metri al giorno nella loro offensiva durata un anno e mezzo su Pokrovsk e Myrnohrad. Un ritmo più lento di quello delle truppe alleate nella Battaglia della Somme durante la Prima Guerra Mondiale.

La Russia ha conquistato meno dell’1,5% del territorio ucraino dal 2024. Eppure Mosca non si è fermata.

Il prezzo pagato è stato colossale. Secondo le stime del CSIS, le forze russe hanno subìto circa 415.000 perdite nel solo 2025, tra morti, feriti e dispersi, pari a circa 35.000 al mese. Il totale delle perdite russe dall’inizio dell’invasione nel 2022 è stimato in circa 1,2 milioni di militari, con un numero di morti compreso tra 275.000 e 325.000. Le perdite ucraine, pur significative, sono stimate circa la metà: tra 500.000 e 600.000, con un rapporto sul campo di battaglia di 2,5 a 1 in favore di Kyiv.

Mappa occupazione Ucraina 2026

“Nessun conflitto sovietico o russo dalla Seconda Guerra Mondiale si avvicina al tasso di perdite registrato in Ucraina”, ha scritto il CSIS nel suo rapporto. I morti russi in battaglia superano di 17 volte quelli sovietici in Afghanistan e di 11 volte quelli delle due guerre in Cecenia.

Eppure Mosca continua a credere di poter logorare Kyiv in una guerra d’attrito. Il Cremlino si affida a un reclutamento costante per rimpiazzare le perdite, offrendo stipendi attraenti e bonus regionali che possono raggiungere decine di migliaia di dollari. Migliaia di uomini sono stati arruolati anche dall’Asia, dal Sudamerica e dall’Africa, spesso attraverso promesse ingannevoli o coercizione. Tra i 15.000 soldati nordcoreani inviati al fianco della Russia, diverse centinaia sarebbero già stati uccisi.

Nonostante il tributo di sangue, la Russia ha continuato a riversare truppe su Pokrovsk e Myrnohrad. A dicembre 2025, il capo di stato maggiore russo Valerij Gerasimov ha dichiarato che Putin aveva ordinato personalmente la distruzione delle forze ucraine a Myrnohrad, affermando che il 30% degli edifici della città era già sotto controllo russo. Il 4 febbraio 2026, l’ISW ha riferito che le forze russe avevano catturato Myrnohrad. A Pokrovsk, le truppe ucraine mantenevano ancora posizioni nella parte settentrionale della città, ma l’accerchiamento appariva quasi completo.

Un generale ucraino, intervistato dalla BBC, ha dichiarato che le forze di Kyiv distruggono circa 2.000 soldati russi al mese nel solo settore di Pokrovsk-Myrnohrad. “Se in un giorno non eliminiamo almeno 100 soldati nemici, per noi è una brutta giornata”, ha affermato. Il presidente ucraino Zelensky ha confermato che nel dicembre 2025 sono stati eliminati 35.000 soldati russi, un dato corroborato da prove video, secondo il quale le perdite mensili russe hanno eguagliato per la prima volta il ritmo di reclutamento di Mosca.

Il prossimo obiettivo: Kostyantynivka

Se Pokrovsk e Myrnohrad cadranno completamente, la Russia otterrà un trampolino di lancio per spingersi verso nord e perseguire il suo obiettivo di conquistare l’intera regione di Donetsk, di cui controlla già circa tre quarti.

Il prossimo bersaglio potrebbe essere Kostyantynivka, 40 chilometri più a est. La città è la porta meridionale di una catena di centri urbani che formano l’ultima grande cintura difensiva ucraina nel Donetsk. Se dovesse cadere, quasi tutte le città più a nord finirebbero nel raggio d’azione dei droni russi, e Mosca otterrebbe il controllo di una strada chiave che le collega.

L’ISW ha segnalato il 7 febbraio 2026 nuove avanzate russe nell’area tattica di Kostyantynivka-Druzhkivka. Le forze russe hanno iniziato missioni di infiltrazione nella città già da metà ottobre 2025, ma hanno dato priorità al completamento della conquista di Pokrovsk prima di concentrarsi su questo obiettivo. Secondo analisti militari ucraini, il piano russo prevede un doppio accerchiamento operativo dell’agglomerato Kostyantynivka-Druzhkivka, con la cattura graduale di entrambe le città e il successivo avvicinamento a Kramatorsk da sud e da est, in vista di un’offensiva estivo-autunnale nel 2026.

Mosca ha anche intensificato gli attacchi con droni sulle strade che le truppe ucraine usano per rifornire la città. Un comandante di brigata ucraino ha dichiarato che avvicinarsi a Kostyantynivka è diventato così pericoloso che la maggior parte delle missioni di rifornimento è ora affidata a veicoli telecomandati, simili a robot.

Il fronte e il tavolo dei negoziati

Ogni avanzata russa sul terreno si traduce in pressione diplomatica. La strategia di Mosca è chiara: dimostrare che il suo progresso, per quanto lento, è inarrestabile, e che l’Ucraina farebbe meglio a cedere territori ora, nell’ambito di un accordo, piuttosto che perderli più tardi in combattimenti sanguinosi.

Il presidente americano Donald Trump ha spesso fatto eco a questa narrativa. A gennaio 2026, in un’intervista a Reuters, ha dichiarato che è l’Ucraina, non la Russia, a bloccare un possibile accordo di pace, affermando che Putin “è pronto a chiudere un accordo”. In un incontro a dicembre con Zelensky, Trump gli aveva chiesto direttamente: “Non staresti meglio a fare un accordo adesso?”.

Il piano di pace in 28 punti proposto dall’amministrazione Trump a novembre 2025 prevedeva concessioni territoriali da parte di Kyiv, il riconoscimento de facto di Crimea e altri territori occupati, e limitazioni alle dimensioni dell’esercito ucraino. L’Ucraina ha risposto con una controproposta in 20 punti che insiste sul mantenimento del controllo dei territori attualmente governati da Kyiv e chiede garanzie di sicurezza legalmente vincolanti.

A febbraio 2026, Zelensky ha rivelato che Washington ha fissato una scadenza a giugno per Russia e Ucraina per raggiungere un accordo, proponendo una nuova tornata di colloqui trilaterali a Miami. Ma il divario tra le posizioni resta enorme. La Russia insiste sul ritiro ucraino dall’intero Donbas, una condizione che Kyiv ha categoricamente respinto, ricordando che la costituzione ucraina vieta la cessione di qualsiasi territorio.

Nel frattempo, i negoziati trilaterali ad Abu Dhabi hanno prodotto progressi minimi. E mentre le diplomazie discutono, il fronte continua a muoversi. Lentamente, ma in una sola direzione.

Le perdite combinate russo-ucraine si avvicinano ai due milioni di militari tra morti, feriti e dispersi. Un numero che, come osserva il CSIS, potrebbe essere raggiunto entro la primavera del 2026. È la guerra più sanguinosa combattuta da una grande potenza dalla Seconda Guerra Mondiale. E non accenna a fermarsi.

Bibliografia

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