Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha annunciato lunedì l’intenzione di avviare colloqui diretti con l’Iran riguardo al suo programma nucleare, avvertendo Teheran che si troverebbe in “grave pericolo” se non accettasse di abbandonare le proprie ambizioni atomiche. Tuttavia, l’Iran ha confermato la disponibilità ai negoziati, precisando che si tratterà di discussioni indirette tramite un mediatore come l’Oman.
Trump ha fatto queste dichiarazioni dopo un incontro con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, sottolineando che i colloqui inizieranno sabato prossimo. Il presidente ha ribadito che Teheran non può ottenere armi nucleari. “Stiamo trattando direttamente con loro e forse si arriverà a un accordo“, ha affermato Trump, aggiungendo che “fare un accordo sarebbe preferibile come ovvio che sia“.
Da parte sua, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha dichiarato sui social media che i colloqui con gli Stati Uniti si terranno in Oman e saranno indiretti. “È tanto un’opportunità quanto una prova. La palla è nel campo dell’America“, ha scritto Araghchi. Recentemente, Trump aveva inviato una lettera alla guida suprema iraniana, l’Ayatollah Ali Khamenei, proponendo negoziati diretti, ma Teheran aveva respinto l’offerta, lasciando aperta la possibilità di discussioni indirette.
Netanyahu ha espresso sostegno agli sforzi diplomatici di Trump, sottolineando che Israele e Stati Uniti condividono l’obiettivo di impedire all’Iran di sviluppare armi nucleari. Il primo ministro israeliano ha affermato che accoglierebbe con favore un accordo simile a quello raggiunto con la Libia nel 2003, quando il leader libico Muammar Gheddafi rinunciò al suo programma nucleare clandestino. Tuttavia, l’Iran insiste sul diritto di proseguire il proprio programma nucleare dichiarato all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica.
Trump e Israele
Oltre alla questione iraniana, Trump e Netanyahu hanno discusso delle tensioni in Medio Oriente, delle relazioni tra Israele e Turchia e della Corte Penale Internazionale, che lo scorso anno ha emesso un mandato di arresto contro il leader israeliano. Inoltre, i due leader hanno affrontato il tema dei dazi commerciali imposti recentemente dagli Stati Uniti su vari paesi, inclusi Israele. Netanyahu ha assicurato a Trump che il suo governo si impegnerà a eliminare il deficit commerciale con gli Stati Uniti, che lo scorso anno ammontava a 7,4 miliardi di dollari. “Intendiamo farlo molto rapidamente”, ha dichiarato Netanyahu.
Tuttavia, Trump ha sottolineato che, oltre al deficit commerciale, gli Stati Uniti forniscono a Israele quasi 4 miliardi di dollari all’anno in assistenza, principalmente militare. Alla domanda se fosse disposto a ridurre i dazi imposti a Israele, Trump ha risposto: “Forse no, forse no. Non dimenticate che aiutiamo molto Israele“.
In previsione dell’incontro, Israele aveva annunciato la rimozione di tutti i dazi sui prodotti provenienti dagli Stati Uniti, principalmente su prodotti alimentari e agricoli. Tuttavia, questa mossa non ha impedito l’imposizione di un dazio del 17% da parte dell’amministrazione Trump su Israele, in linea con le misure tariffarie applicate a numerosi altri paesi.
Secondo l’Associazione dei Produttori di Israele, i dazi imposti dagli Stati Uniti potrebbero costare a Israele circa 3 miliardi di dollari in esportazioni annuali e portare alla perdita di 26.000 posti di lavoro in settori come biotecnologia, chimica, plastica ed elettronica. Nonostante ciò, Netanyahu ha ribadito l’impegno del suo governo a collaborare con l’amministrazione statunitense per affrontare le sfide economiche e di sicurezza nella regione.
L’annuncio dei colloqui con l’Iran rappresenta un significativo sviluppo nella politica estera dell’amministrazione Trump, che in passato aveva adottato una linea dura nei confronti di Teheran, ritirandosi unilateralmente dall’accordo nucleare del 2015 e imponendo sanzioni economiche severe. Resta da vedere se questi nuovi negoziati porteranno a una de-escalation delle tensioni nella regione o se le divergenze sulle modalità dei colloqui e sugli obiettivi finali continueranno a rappresentare un ostacolo significativo.
L’Iran respinge le pressioni statunitensi per negoziati diretti sul programma nucleare e lancia un chiaro avvertimento ai Paesi che ospitano basi militari americane: in caso di attacco, saranno considerati parte in causa e colpiti. È quanto affermato da un alto funzionario iraniano.
Nonostante il rifiuto di avviare colloqui diretti con l’amministrazione Trump, Teheran si dice disposta a proseguire il dialogo indiretto tramite l’Oman, tradizionale canale diplomatico tra Washington e la Repubblica Islamica. “I colloqui indiretti sono un modo per valutare la serietà degli Stati Uniti nel cercare una soluzione politica”, ha spiegato l’ufficiale iraniano. Anche se il percorso si annuncia complesso, il funzionario non esclude che i contatti possano riprendere a breve, qualora i segnali provenienti da Washington risultassero incoraggianti.
Avvertimento ai Paesi del Golfo
Nel frattempo, Teheran ha inviato notifiche ufficiali a Iraq, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia e Bahrein. Il messaggio è chiaro: ogni collaborazione con un’eventuale offensiva americana, inclusa la concessione dello spazio aereo o del territorio, sarà considerata un atto ostile. “Chi aiuterà un attacco contro l’Iran ne pagherà le conseguenze”, ha detto il funzionario, sottolineando che la Guida Suprema Ali Khamenei ha messo le forze armate in stato di massima allerta.
L’avvertimento arriva in un momento di forte instabilità regionale. Le minacce del presidente Trump di ricorrere alla forza militare contro Teheran si inseriscono in un contesto già infiammato da conflitti aperti a Gaza e in Libano, raid in Yemen, cambi di potere in Siria e scontri a distanza tra Israele e Iran.
Nervi tesi nel Golfo Persico
La crescente tensione ha agitato gli equilibri geopolitici del Golfo Persico, una zona strategica per il commercio globale di petrolio. Da un lato, l’Iran; dall’altro, le monarchie arabe alleate degli Stati Uniti. Le dichiarazioni iraniane rischiano di esacerbare la già delicata situazione, mettendo sotto pressione quei governi che cercano di evitare di essere trascinati in un conflitto su larga scala.
I governi di Iraq, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Bahrein non hanno rilasciato commenti. Il ministero degli Esteri turco ha dichiarato di non essere a conoscenza di un simile avvertimento ufficiale, pur ammettendo che comunicazioni di questo tipo possono avvenire tramite canali alternativi.
Tuttavia, un segnale di distensione è arrivato da Kuwait City. Secondo quanto riportato dai media iraniani, il governo kuwaitiano avrebbe rassicurato Teheran sul fatto che non consentirà l’utilizzo del proprio territorio per operazioni ostili nei confronti di altri Paesi.
Parallelamente, Teheran cerca di rafforzare il proprio asse con Mosca. La Russia, storica alleata dell’Iran, ha dichiarato inaccettabili le minacce militari americane e ha esortato alla moderazione. Tuttavia, nonostante il sostegno verbale, l’Iran resta scettico sulla reale affidabilità dell’appoggio russo. Il grado di coinvolgimento di Mosca dipenderà dall’evoluzione dei rapporti tra Trump e il presidente russo Vladimir Putin.
L’Iran, insomma, naviga tra diplomazia e deterrenza. Da un lato, si mostra disposto a riaprire i canali di dialogo, anche se indiretti, con Washington. Dall’altro, adotta una linea dura nei confronti dei Paesi vicini che potrebbero favorire un attacco americano. In mezzo, la Russia, che resta un alleato ambiguo, più utile sul piano tattico che strategico.
Le dichiarazioni iraniane sembrano avere un duplice obiettivo. Sul fronte interno, rafforzare il consenso e mostrare compattezza contro la minaccia esterna. Sul piano internazionale, lanciare un messaggio chiaro: l’Iran non resterà passivo di fronte a un’aggressione, e chiunque partecipi a un’offensiva, anche indirettamente, sarà considerato responsabile.
Il riferimento esplicito allo spazio aereo e all’uso delle basi è particolarmente rilevante. La regione ospita numerosi asset militari americani, da Camp Arifjan in Kuwait alla base Al Udeid in Qatar, passando per quelle in Bahrein e Emirati. Un’azione militare contro l’Iran molto probabilmente verrebbe lanciata proprio da questi avamposti, rendendo le minacce iraniane tutt’altro che retoriche.
L’equilibrio fragile del dialogo indiretto
La disponibilità iraniana a proseguire le trattative tramite Oman segna una distinzione importante rispetto al passato. Invece di un rifiuto totale del dialogo, Teheran sembra cercare una via d’uscita negoziale, ma a condizioni proprie. Il coinvolgimento dell’Oman, storicamente un interlocutore affidabile per entrambe le parti, conferma che l’Iran vuole mantenere aperto un canale di comunicazione, seppure informale.
Questa scelta consente all’Iran di guadagnare tempo e spazio diplomatico, evitando sia un’escalation militare sia un’apparente sottomissione alle richieste statunitensi. Allo stesso tempo, mette alla prova la volontà politica della Casa Bianca di risolvere la crisi con mezzi non militari.
Il quadro che emerge è quello di una regione sull’orlo della crisi, in cui ogni mossa può avere conseguenze imprevedibili. L’Iran gioca su più tavoli: tiene alta la guardia militare, ma non chiude del tutto le porte al dialogo. Gli Stati Uniti, dal canto loro, insistono sulla linea dura, ma non hanno ancora escluso soluzioni negoziali. I Paesi del Golfo, stretti tra alleanze militari e vicinanze geografiche, cercano di evitare il coinvolgimento diretto.
La posta in gioco è alta. Un conflitto con l’Iran potrebbe innescare una catena di reazioni a livello regionale e globale, con effetti devastanti non solo in Medio Oriente, ma anche sull’economia internazionale. In questo contesto, ogni parola conta. E le parole pronunciate o taciute nei prossimi giorni potrebbero fare la differenza tra guerra e diplomazia.
Con un colpo di penna e toni da campagna elettorale, il presidente Donald Trump ha acceso una nuova miccia nel già instabile panorama economico globale. Mercoledì ha annunciato l’imposizione di una tariffa del 10% su tutte le importazioni negli Stati Uniti, con dazi maggiorati per i principali partner commerciali. La misura ha immediatamente provocato onde d’urto nei mercati, acceso il malcontento di alleati storici e spinto analisti e leader politici a parlare apertamente di una guerra commerciale su scala globale.
La mossa, definita da Trump una “risposta reciproca” alle barriere commerciali estere, ha fatto impennare l’aliquota effettiva sulle importazioni statunitensi al 22%, un livello che non si vedeva da oltre un secolo. Fitch Ratings ha confermato che si tratta del picco massimo dal 1910, segnando una rottura netta con l’approccio liberista che ha guidato il commercio mondiale per decenni.
Mercati in caduta, inflazione in salita
Le reazioni non si sono fatte attendere. Giovedì, le borse di Pechino e Tokyo hanno registrato ribassi significativi, scendendo ai minimi degli ultimi mesi. L’Europa non è andata meglio: il DAX tedesco ha guidato le perdite, colpito in pieno in quanto locomotiva dell’export europeo. I futures di Wall Street sono crollati, segno che gli investitori stanno ripiegando verso beni rifugio come oro e titoli di Stato.
Nel mirino, ora, ci sono gli effetti a catena: inflazione, perdita di fiducia, rischio recessione. “Queste tariffe faranno salire i prezzi di beni quotidiani, dai telefoni al cibo,” ha dichiarato Nigel Green, CEO del gruppo finanziario deVere. “E ciò in un momento in cui l’inflazione è già fastidiosamente persistente.”
La risposta del mondo
Le reazioni delle principali potenze economiche non si sono limitate a commenti indignati. Cina e Unione Europea hanno annunciato possibili contromisure, parlando apertamente di ritorsioni. La Cina, secondo maggiore esportatore al mondo verso gli Stati Uniti, ora si trova ad affrontare tariffe fino al 54% sulle proprie merci. Anche l’UE si dice pronta a reagire.
“Le conseguenze saranno disastrose per milioni di persone in tutto il mondo,” ha dichiarato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Il blocco dei 27 membri ha già preparato un pacchetto di contromisure nel caso in cui i colloqui con Washington fallissero.
Il Tesoro americano, attraverso il segretario Scott Bessent, ha ribadito la linea dura: ogni azione ostile da parte degli altri paesi “porterà solo a un’escalation”. Un’escalation che, secondo molti, è già iniziata.
Il ritorno del protezionismo
L’idea alla base della strategia di Trump è semplice: riportare la produzione in patria, ridurre la dipendenza dall’estero e rilanciare l’industria manifatturiera americana. Ma i critici la bollano come anacronistica. “Per decenni, il nostro Paese è stato saccheggiato, depredato, violentato e depredato da nazioni vicine e lontane,” ha dichiarato Trump, in una delle sue dichiarazioni più dure. Il linguaggio non lascia spazio a interpretazioni: per l’ex presidente, il commercio internazionale è una battaglia da vincere, non una cooperazione da gestire.
Non si tratta solo di tariffe generalizzate. L’amministrazione ha anche chiuso una scappatoia nota come “de minimis”, che permetteva l’importazione esente da dazi di pacchi di valore inferiore agli 800 dollari, un sistema largamente usato dalle aziende cinesi. Il provvedimento entrerà in vigore il 2 maggio e mira ufficialmente a limitare l’ingresso di fentanyl negli Stati Uniti. In pratica, però, rappresenta un ulteriore freno alle merci a basso costo, e colpisce direttamente l’e-commerce globale.
Altri dazi sono già in arrivo. La Casa Bianca ha fatto sapere che colpiranno settori strategici come semiconduttori, farmaceutici e minerali critici. Anche le importazioni di automobili sono nel mirino, con tariffe già attive su acciaio, alluminio e prodotti derivati per un valore di circa 150 miliardi di dollari.
Il peso geopolitico
La decisione di colpire indistintamente amici e rivali ha creato un fronte insolitamente compatto contro Washington. Canada e Messico, storici partner nel quadro del vecchio NAFTA (ora USMCA), erano già stati bersagli di dazi del 25% e, sebbene non tocchi loro l’ultima stretta, rimangono colpiti da un clima di incertezza che mina le relazioni commerciali bilaterali.
Il protezionismo trumpiano rappresenta una chiara rottura con la globalizzazione che ha caratterizzato gli ultimi decenni. Una rottura che avviene in un momento delicato: la ripresa post-pandemica è ancora fragile, l’inflazione è elevata, e le catene di approvvigionamento globali faticano a normalizzarsi.
A pagare il prezzo più alto, come spesso accade, saranno i consumatori. L’aumento del costo della vita negli Stati Uniti potrebbe pesare su milioni di famiglie. Allo stesso tempo, i produttori esteri si trovano improvvisamente tagliati fuori da uno dei mercati più importanti al mondo. I rischi per l’occupazione, da entrambe le sponde dell’Atlantico e del Pacifico, sono reali.
L’impressione è che Trump stia giocando una partita interna in chiave elettorale, puntando a galvanizzare una base elettorale che vede nel made in USA una promessa da mantenere a tutti i costi. Ma il prezzo di questa strategia rischia di essere globale, e molto salato.
La guerra commerciale è entrata in una nuova fase. Se nessuno farà un passo indietro, il mondo potrebbe trovarsi di fronte a una frammentazione economica che ricorda più gli anni Trenta del Novecento che l’inizio di un nuovo secolo.
Marine Le Pen, volto storico e simbolo dell’estrema destra francese, è stata esclusa dalla corsa alle cariche pubbliche per i prossimi cinque anni. La decisione è arrivata da un tribunale francese, che ha condannato la leader del Rassemblement National (RN) per appropriazione indebita di fondi dell’Unione Europea. Una sentenza che ha provocato uno shock politico a pochi anni dalle elezioni presidenziali del 2027, per cui Le Pen era considerata tra i favoriti.
Il tribunale ha inflitto alla 56enne una pena di quattro anni di reclusione, di cui due sospesi e due da scontare agli arresti domiciliari, oltre a una multa di 100.000 euro. Ma è la misura accessoria a fare più rumore: l’interdizione immediata per cinque anni da qualsiasi candidatura pubblica, una decisione resa esecutiva tramite una “esecuzione provvisoria” richiesta dai procuratori. In termini concreti, a meno che Le Pen non riesca a ribaltare la sentenza in appello, il suo nome non sarà sulla scheda elettorale nel 2027.
Un colpo al cuore del Rassemblement National
Il verdetto rappresenta un colpo durissimo per il RN, oggi primo partito all’Assemblea Nazionale e protagonista di una costante ascesa nei consensi. Jordan Bardella, presidente del partito e braccio destro di Le Pen, ha commentato con toni accesi: “Oggi non è stata solo Marine Le Pen a essere stata ingiustamente condannata: è stata uccisa la democrazia francese”. Parole che rispecchiano l’indignazione del fronte lepenista, che denuncia da tempo una “giustizia politicizzata”.
A replicare, però, c’è chi difende l’operato della magistratura. Il deputato centrista Sacha Houlie ha scritto su X: “A che punto pensiamo che un giudice non applicherà la legge? La società è così malata da sentirsi offesa da ciò che non è né più né meno che lo stato di diritto?”
La frattura è evidente: tra chi grida al complotto giudiziario e chi rivendica la neutralità della giustizia. Le Pen, nel frattempo, ha lasciato l’aula prima che la giudice Benedicte de Perthuis leggesse la sentenza, senza rilasciare commenti. La sua presenza era attesa in serata in un’intervista a TF1.
Il caso: 4 milioni di euro contestati
Le accuse che hanno portato alla condanna si riferiscono all’uso improprio di fondi europei. Secondo il tribunale, Le Pen e altri membri del RN avrebbero dirottato oltre 4 milioni di euro destinati agli assistenti parlamentari per finanziare le attività del partito. Non è stato dimostrato che abbiano intascato direttamente i fondi, ma è stato accertato l’uso illecito a fini politici.
Il giudice ha parlato di un “sistema” organizzato per ridurre i costi del partito e ha collocato Le Pen “al centro” del piano. Il RN è stato multato per 2 milioni di euro, di cui la metà sospesa.
I difensori di Le Pen sostengono invece che si tratti di una definizione troppo rigida del ruolo degli assistenti parlamentari e insistono sulla legittimità delle spese sostenute. L’appello è già stato annunciato, ma il divieto di candidatura scatta subito: è questa la vera mina politica.
Per la leader dell’estrema destra, il 2027 avrebbe dovuto rappresentare la quarta – e dichiaratamente ultima – candidatura all’Eliseo. Dopo tre tentativi falliti, l’ultima nel 2022 contro Emmanuel Macron, Le Pen sembrava pronta a un’ultima sfida con il favore dei sondaggi.
Ora, tutto è in bilico. Gli appelli in Francia possono richiedere mesi, a volte anni. Il tempo stringe. Il rischio per Le Pen è che il suo percorso politico finisca fuori dalla contesa più importante proprio nel momento di maggiore popolarità.
Secondo l’analista Arnaud Benedetti, autore di un libro sul RN, “questa è una scossa sismica nella politica francese. Inevitabilmente, rimescolerà il mazzo, in particolare a destra”.
Bardella in prima linea, ma reggerà?
L’eredità politica di Le Pen rischia ora di passare nelle mani di Jordan Bardella, 28 anni, volto giovane ma già centrale nel partito. Sarà lui, salvo sorprese, il candidato del RN alle presidenziali. Bardella ha saputo costruirsi un’immagine più moderata e vicina ai giovani, ma resta da vedere se riuscirà a conquistare anche l’elettorato più ampio necessario per vincere.
La condanna di Le Pen rischia di trasformare la campagna elettorale in un campo minato, ma potrebbe anche rafforzare il senso di accerchiamento tra i sostenitori del RN. Matteo Salvini, leader della Lega e vicepremier italiano, ha inviato il suo sostegno: “Non ci faremo intimidire, non ci fermeremo: avanti a tutto vapore, amico mio!”. Dall’Ungheria, Viktor Orbán ha postato un chiaro messaggio: “Je suis Marine!”
La reazione degli avversari
Non tutti, però, esultano per la condanna. Jean-Luc Mélenchon, leader della sinistra radicale, ha dichiarato che avrebbe preferito “battere Le Pen alle urne”. Un modo per sottolineare che, nonostante le distanze ideologiche, la sfida politica dovrebbe consumarsi nel confronto democratico, non nelle aule di tribunale.
Tuttavia, altri esponenti della sinistra e del centro hanno rivendicato con forza il principio dell’indipendenza della giustizia. Nessun cittadino è al di sopra della legge, nemmeno un candidato presidenziale.
La condanna e l’esclusione di Le Pen aprono una fase di profonda incertezza per la politica francese. Il RN, pur mantenendo la leadership all’Assemblea nazionale – dove Le Pen conserverà il seggio fino al 2029 salvo elezioni anticipate – rischia di perdere il suo punto di riferimento più forte.
Le divisioni si acuiranno, il dibattito politico si radicalizzerà, e il 2027 si preannuncia già come un anno di svolta. Che Le Pen riesca o meno a ribaltare la sentenza, il suo percorso – e quello della destra francese – non sarà più lo stesso.
Per ora, resta una certezza: il terremoto giudiziario ha riscritto le regole del gioco. E la corsa all’Eliseo è appena diventata ancora più imprevedibile.
Un dispositivo acustico a lungo raggio (LRAD), noto anche come sistema acustico di avviso (AHD) o “cannone sonoro”, è un altoparlante specializzato progettato per emettere suoni ad alta potenza, consentendo la comunicazione a distanza. Utilizzato in diversi contesti, è diventato noto soprattutto per l’impiego nel controllo delle folle, suscitando polemiche per i potenziali danni permanenti all’udito, data la sua capacità di raggiungere livelli sonori estremi — fino a 160 decibel misurati a un metro di distanza.
Oltre all’uso in ambito di ordine pubblico, il dispositivo è stato impiegato in operazioni di negoziazione durante assedi, nella difesa contro atti di pirateria marittima, per la diffusione di messaggi d’emergenza in caso di disastri naturali, e da forze armate, incluse diverse marine militari.
I dispositivi acustici di avviso (AHD) sono strumenti in grado di trasmettere suoni intelligibili a volumi molto elevati. L’efficacia della comunicazione acustica a distanza dipende da diversi fattori: livello sonoro, direzionalità e frequenza della sorgente, sensibilità e direzionalità del ricevitore, e condizioni ambientali del canale di trasmissione. Il livello sonoro tende infatti a diminuire con la distanza. In linea generale, un’emissione più potente consente una portata maggiore.
Gli AHD si dividono in due categorie principali:
Modelli direzionali: sono progettati per generare comunicazioni vocali e segnali di avvertimento direzionali a lungo raggio. Hanno una direzionalità compresa tra i 5° e i 60° in un cono con tono a 2 kHz.
Modelli omnidirezionali: questi dispositivi sono capaci di trasmettere messaggi vocali e segnali sonori in tutte le direzioni (360°), con una portata udibile fino a 2,4 chilometri (1,5 miglia) dalla sorgente.
Origine del sistema
Il termine “acoustic hailing device” (dispositivo acustico di avviso) è entrato nell’uso comune dopo l’attentato suicida contro la USS Cole nel porto di Aden, in Yemen, nel 2000. In seguito a quell’attacco, la Marina degli Stati Uniti definì la necessità di dotarsi di un sistema capace di identificare a distanza le intenzioni di un’imbarcazione in avvicinamento, così da poter adottare misure difensive in caso di mancata risposta a un avvertimento. Un elemento chiave del requisito tecnico era la capacità del dispositivo di emettere un suono focalizzato, indirizzato con precisione verso l’obiettivo.
Situazione attuale
Dalla loro introduzione nel 2002, gli AHD si sono diffusi in numerosi ambiti applicativi. Oggi vengono utilizzati in checkpoint, operazioni di controllo delle folle, navigazione marittima, sistemi di allerta e notifica di massa, protezione di infrastrutture critiche, operazioni militari e anche per la gestione e protezione della fauna selvatica. I dispositivi acustici di avviso sono attualmente impiegati in tutto il mondo da enti civili, forze dell’ordine e forze armate.
Caratteristiche e misurazioni
I dispositivi acustici di avviso (AHD) si distinguono dai sistemi di amplificazione tradizionali per tre aspetti fondamentali: volume, chiarezza e direzionalità. Sebbene i produttori utilizzino metodi diversi per la misurazione delle prestazioni, si è ormai consolidato uno standard comune.
Volume
Poiché il suono si attenua con la distanza, per raggiungere lunghe distanze è necessaria un’emissione sonora molto elevata. Gli AHD producono un output di almeno 135 decibel (dB). Il livello acustico della sorgente viene solitamente espresso in termini di livello di pressione sonora (SPL), una misura logaritmica della pressione sonora efficace rispetto a un valore di riferimento. Per avere un confronto: a un metro di distanza, una voce normale si aggira intorno ai 50 dB, mentre un motore a reazione a 30 metri può raggiungere i 150 dB.
Chiarezza
Uno dei limiti principali dei diffusori convenzionali e dei megafoni è la scarsa chiarezza. Le distorsioni dovute alla forma dei coni e delle trombe portano spesso a un suono confuso o fuori fase. Questo effetto è noto anche come “effetto Charlie Brown”, in riferimento ai suoni distorti degli adulti nei cartoni animati dei Peanuts. Gli AHD, al contrario, emettono suoni in fase, garantendo una comunicazione chiara anche a distanza. La chiarezza è difficile da misurare in modo oggettivo, ma esistono scale di riferimento come l’indice di trasmissione vocale (STI), che varia da 0 a 1,0 — con 1,0 indicante una comprensione perfetta.
Direzionalità
Un’altra caratteristica distintiva degli AHD è la capacità di focalizzare il suono. Per garantire che i messaggi siano diretti con precisione verso il bersaglio, gli AHD modellano l’audio in un fascio sonoro con un’ampiezza tra i 30° e i 60°. Questa direzionalità è ottenuta grazie alla progettazione dei trasduttori e all’uso di trombe riflettenti. La misurazione della direzionalità avviene generalmente alla frequenza di massima precisione, che si colloca tra 1 e 2 kHz. Le frequenze più basse, invece, sono più difficili da dirigere, e la loro apertura può superare i 40 gradi, a seconda della configurazione del dispositivo.
Impieghi attuali e diffusione globale
A partire dalla spinta iniziale che ne ha guidato lo sviluppo, entro il 2022 ben 25 marine militari hanno adottato i dispositivi LRAD (Long Range Acoustic Device) per proteggere le proprie imbarcazioni. Grazie a questi sistemi, il personale navale può comunicare con imbarcazioni in avvicinamento a oltre 3.000 metri (9.800 piedi) di distanza e adottare misure difensive in caso di mancata risposta. Oltre alle forze navali, gli LRAD sono impiegati da guardie costiere, basi militari, navi commerciali e nei porti.
L’azienda Genasys, uno dei principali produttori, propone i suoi dispositivi sul sito statunitense per diversi settori: difesa, forze dell’ordine, vigili del fuoco e soccorso, sicurezza delle frontiere, protezione delle infrastrutture critiche e sicurezza marittima. Al 2022, i suoi sistemi risultano operativi in 100 Paesi. Il sito per l’area Asia-Pacifico è invece focalizzato sulla gestione delle emergenze in caso di disastri naturali, come gli incendi boschivi. Gli AHD non sono classificati come armi e non richiedono licenze di esportazione.
La tecnologia ha trovato applicazione anche nella gestione della fauna selvatica, ad esempio per allontanare animali dalle piste di decollo — come avviene all’aeroporto di Changi, a Singapore — e nella protezione di piattaforme petrolifere e del gas contro barche da pesca, uccelli e altre minacce alla sicurezza.
Gli LRAD possono essere utilizzati in due modalità principali: come amplificatori vocali oppure come dispositivi di allarme. La modalità “sirena” (definita “alert tone” da Genasys) viene usata soprattutto nelle emergenze, ma è stata anche impiegata per il controllo delle folle. In questa configurazione, l’apparecchio trasmette suoni nella fascia 2.000–4.000 Hertz, quella cui l’udito umano è più sensibile e che provoca maggiore fastidio nei soggetti colpiti.
Sebbene talvolta vengano confusi con i sistemi di Active Denial, si tratta di tecnologie distinte: questi ultimi utilizzano radiazioni a onde millimetriche per stimolare i recettori nervosi della pelle con un effetto di calore, tramite riscaldamento dielettrico.
L’uso controverso degli AHD come armi acustiche
I dispositivi acustici di avviso (AHD) sono sempre più al centro del dibattito per il loro impiego come armi non letali. L’orecchio umano inizia ad avvertire dolore intorno ai 120 decibel (dB), mentre gli AHD possono emettere suoni superiori ai 135 dB. Secondo l’OSHA, l’agenzia statunitense per la sicurezza sul lavoro, qualsiasi esposizione a livelli superiori ai 90 dB richiede protezioni acustiche. All’aumentare del volume cresce anche il rischio di perdita dell’udito. La portata effettiva non letale di un AHD dipende dalla potenza complessiva del dispositivo, ma in genere non supera i 50 metri.
Oltre alla funzione “voce”, simile a un altoparlante, gli LRAD dispongono di una modalità “alert”, che genera suoni acuti come beep o cinguettii all’estremo superiore della scala dei decibel. Questi segnali sono stati segnalati come causa di dolore fisico e danni all’udito. L’uso di questa funzione per il controllo delle folle ha portato a definirli “cannoni sonori” o “armi acustiche”, una definizione che il produttore però respinge. Il fascio sonoro può essere diretto con estrema precisione, evitando così di colpire gli operatori o le persone vicine al dispositivo.
Le organizzazioni per i diritti civili esprimono preoccupazione per l’uso da parte delle forze di polizia, sottolineando una carenza di formazione specifica per gli agenti. In alcuni casi, come a New York, l’uso degli LRAD è stato contestato legalmente: nel 2020, l’NYPD è stato oggetto di un ricorso in tribunale federale per l’impiego del dispositivo durante le manifestazioni.
Le forze dell’ordine e i produttori affermano che gli LRAD sono progettati principalmente per le comunicazioni a lunga distanza. Tuttavia, la loro elevata capacità sonora li ha resi strumenti controversi nel controllo delle folle. Anche i modelli meno potenti, usati dalla polizia e non di tipo militare, possono raggiungere i 137–154 dB — livelli in grado di causare dolore, disorientamento, nausea, emicranie e danni permanenti.
Data la scarsità di studi sui rischi per la salute legati a queste tecnologie, l’American Civil Liberties Union (ACLU) ha raccomandato, in una nota informativa, la sospensione dell’uso degli LRAD durante le proteste.
Un’intesa tra Ucraina e Russia, mediata dagli Stati Uniti, prevede la cessazione delle ostilità nel Mar Nero e un accordo preliminare per fermare gli attacchi alle infrastrutture energetiche. Lo ha annunciato la Casa Bianca, sottolineando che si tratta del primo passo concreto verso una tregua, seppur ancora lontana dal cessate il fuoco completo auspicato dall’amministrazione Trump.
L’accordo è stato confermato da entrambe le parti coinvolte nel conflitto, anche se con riserve, soprattutto da parte del Cremlino. Mosca ha dichiarato che rispetterà gli impegni solo dopo la rimozione di alcune sanzioni occidentali, in particolare la riattivazione della sua banca agricola statale nel sistema internazionale di pagamenti e la fine delle restrizioni sulle operazioni di finanziamento commerciale. Queste condizioni sono tra le penalità imposte a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina nel 2022.
La Casa Bianca ha lasciato intendere di essere disposta a fare concessioni su alcuni di questi punti, affermando che l’accordo contribuirà a ripristinare l’accesso della Russia ai mercati mondiali per le esportazioni agricole e di fertilizzanti, a ridurre i costi assicurativi marittimi e a facilitare l’accesso ai porti e ai sistemi di pagamento per tali transazioni.
Le intese sono giunte al termine di tre giorni di intense negoziazioni a Riad, capitale dell’Arabia Saudita, dove le delegazioni ucraina e russa hanno tenuto incontri separati con i mediatori statunitensi. Al termine dei colloqui, la Casa Bianca ha pubblicato due dichiarazioni distinte, comunicando di aver raggiunto accordi paralleli con Ucraina e Russia sia sul fronte marittimo che su quello energetico. Washington, Kiev e Mosca hanno inoltre espresso disponibilità a coinvolgere altri Paesi per sostenere l’attuazione delle intese.
Si tratta di un progresso nei tentativi di Washington di congelare il conflitto che dura ormai da tre anni, anche se l’accordo non sembra prevedere concessioni significative da parte di Mosca, il Paese aggressore. Tuttavia, fermare gli attacchi agli impianti energetici conviene a entrambi i fronti. Le strutture energetiche sono state infatti tra i principali bersagli delle offensive reciproche: la Russia ha colpito ripetutamente la rete elettrica ucraina per piegare la popolazione civile e ostacolare la resistenza militare, mentre l’Ucraina ha attaccato raffinerie e impianti russi con l’obiettivo di ridurre le risorse a disposizione dell’esercito di Mosca.
Il Mar Nero è un’altra area cruciale. Qui, la Russia ha subito pesanti contraccolpi, con la marina costretta a ritirarsi dalle acque occidentali dopo una serie di offensive ucraine che hanno distrutto navi da guerra e colpito il quartier generale russo in Crimea. Questa operazione ha permesso a Kiev di riattivare una rotta commerciale marittima e riportare le esportazioni di grano quasi ai livelli precedenti al conflitto.
Per Mosca, che in passato ha minacciato qualsiasi nave diretta verso l’Ucraina, la ripresa del controllo sul traffico commerciale marittimo rappresenta un vantaggio strategico. Dall’altra parte, Kiev punta a riavviare le attività nei porti di prima linea come Mykolaiv e Kherson, attualmente fermi a causa dei combattimenti nelle aree limitrofe.
Secondo quanto dichiarato dal ministro della Difesa ucraino Rustem Umerov, a capo della delegazione di Kiev a Riad, “qualsiasi movimento di navi militari russe al di fuori della parte orientale del Mar Nero costituirà una violazione dello spirito dell’accordo” e darà all’Ucraina il pieno diritto di esercitare l’autodifesa. Il principio di fondo, ribadito anche nei comunicati statunitensi, è che le due parti hanno accettato di “eliminare l’uso della forza nel Mar Nero”.
Non è però ancora chiaro se ciò comporterà anche la cessazione degli attacchi alle infrastrutture portuali, un tema che sarebbe stato discusso durante i negoziati. Kiev ha più volte sollevato la questione della riattivazione dei porti nelle zone di conflitto, ma la situazione sul campo rimane incerta.
Inoltre, nonostante l’accordo sui principi, restano da definire i meccanismi pratici per l’attuazione del cessate il fuoco. “Serviranno ulteriori consultazioni tecniche per l’implementazione, il monitoraggio e il controllo degli accordi”, ha dichiarato Umerov, facendo capire che l’intesa è ancora lontana dall’essere operativa.
Da notare che la Russia aveva precedentemente respinto una proposta statunitense per un cessate il fuoco totale di 30 giorni, già accettata dall’Ucraina. Il presidente Vladimir Putin aveva condizionato la sua adesione allo stop degli aiuti militari occidentali a Kiev e alla fine della mobilitazione delle forze ucraine: due richieste che il governo di Zelensky considera inaccettabili.
Questo rende l’attuale accordo un fragile compromesso, più un esperimento diplomatico che una vera svolta. E se è vero che rappresenta una vittoria parziale per Washington, che da mesi preme per una tregua, è altrettanto vero che lascia ampio spazio alle ambiguità, soprattutto nei termini richiesti da Mosca.
La situazione rimane quindi fluida. Gli accordi su energia e navigazione nel Mar Nero potrebbero aprire uno spiraglio, ma il percorso verso una pace duratura resta irto di ostacoli. Senza un impegno più deciso da parte del Cremlino e garanzie operative condivise, il rischio è che questa tregua resti solo sulla carta.
Le reti neurali rappresentano un campo affascinante dell’intelligenza artificiale (AI) che sta rivoluzionando il modo in cui i computer affrontano e risolvono problemi complessi. Ispirate al funzionamento del cervello umano, le reti neurali sono modelli di apprendimento automatico capaci di identificare schemi, valutare opzioni e prendere decisioni con una velocità e una precisione sorprendenti. In questo articolo, esploreremo i concetti fondamentali delle reti neurali, i loro tipi, le applicazioni e la loro storia.
Cosa sono le Reti Neurali?
Una rete neurale è essenzialmente un programma o modello di machine learning progettato per imitare il modo in cui il cervello umano elabora le informazioni. Questa imitazione avviene attraverso l’uso di processi che simulano l’interazione tra i neuroni biologici. In termini semplici, una rete neurale è composta da strati di nodi, chiamati anche neuroni artificiali, organizzati in tre tipi principali di strati:
Strato di Input: Questo è il punto di partenza, dove la rete riceve i dati iniziali da elaborare.
Strati Nascosti: Qui avviene la magia. Questi strati eseguono calcoli complessi sui dati. Una rete può avere uno o più strati nascosti.
Strato di Output: È qui che la rete produce il risultato finale o la decisione.
Ogni nodo all’interno di questi strati è connesso agli altri e ha delle caratteristiche specifiche che determinano il suo comportamento. Quando un nodo riceve sufficienti segnali dagli altri nodi, si “attiva” e invia a sua volta dei segnali allo strato successivo. Questo processo di attivazione e trasmissione dei dati è il cuore del funzionamento di una rete neurale.
Per comprendere meglio il funzionamento di una rete neurale, immaginiamo ogni nodo come un piccolo decisore. Questo decisore riceve delle informazioni (input), le valuta in base a dei criteri (pesi) e a una soglia personale (bias), e poi decide se trasmettere un segnale agli altri nodi o meno.
Prendiamo un esempio pratico: la decisione di andare a fare vela. In questo caso, il nostro “nodo decisionale” potrebbe considerare tre fattori:
Il tempo è bello?
Hai tempo libero?
Il mare è buono?
Ognuno di questi fattori ha un’importanza diversa nella decisione finale. Per esempio, il bel tempo potrebbe essere molto importante, mentre avere tempo libero potrebbe essere meno cruciale se il mare è buono. La rete neurale “impara” a dare il giusto peso a ciascun fattore per prendere la decisione migliore.
Il nodo somma tutte queste informazioni pesate e le confronta con una soglia personale. Se il risultato supera questa soglia, il nodo si “attiva” e trasmette un segnale positivo (in questo caso, “Sì, andiamo a fare vela!”). Altrimenti, rimane inattivo (equivalente a un “No, meglio di no”).
Questo esempio semplificato mostra come una rete neurale possa prendere decisioni complesse basandosi su molteplici fattori, proprio come farebbe un cervello umano.
Apprendimento e ottimizzazione
Le reti neurali non nascono “intelligenti”, ma imparano attraverso l’esperienza, proprio come noi. Questo processo di apprendimento avviene attraverso l’esposizione a molti esempi (dati di training), che permettono alla rete di migliorare la sua precisione nel tempo.
Per capire quanto bene sta imparando, la rete utilizza una sorta di “punteggio di errore”. L’obiettivo è minimizzare questo punteggio, facendo in modo che le previsioni della rete si avvicinino il più possibile alla realtà.
Il processo di miglioramento avviene attraverso piccoli aggiustamenti dei “pesi” che la rete assegna a ciascun fattore. È come se la rete stesse cercando di trovare la ricetta perfetta, modificando leggermente gli ingredienti ogni volta fino a ottenere il risultato desiderato.
Tipi di reti neurali
Esistono diversi tipi di reti neurali, ognuna adatta a specifici compiti:
Percettrone: È il nonno delle reti neurali, creato nel 1958 da Frank Rosenblatt. È molto semplice ma ha aperto la strada a sviluppi più complessi.
Reti Neurali Feedforward: Sono come una catena di montaggio dell’informazione. I dati passano da uno strato all’altro in una sola direzione, dall’input all’output. Sono la base per molte applicazioni, dalla visione artificiale all’elaborazione del linguaggio.
Reti Neurali Convoluzionali (CNN): Sono particolarmente brave a riconoscere pattern nelle immagini. Immagina di avere un detective molto meticoloso che esamina ogni dettaglio di un’immagine per capire cosa rappresenta.
Reti Neurali Ricorrenti (RNN): Queste reti hanno una sorta di “memoria”. Sono ottime per lavorare con sequenze di dati, come il testo o le serie temporali. Possono prevedere la prossima parola in una frase o l’andamento futuro del mercato azionario.
Deep Learning vs. reti neurali
Spesso sentiamo parlare di “deep learning” e “reti neurali” come se fossero la stessa cosa, ma c’è una sottile differenza. Il “deep” in deep learning si riferisce semplicemente alla profondità degli strati in una rete neurale. Immagina una rete neurale come una torta: se ha più di tre strati (inclusi l’input e l’output), possiamo chiamarla una torta “profonda”, o in termini tecnici, un algoritmo di deep learning.
Storia delle reti neurali
La storia delle reti neurali è più lunga e affascinante di quanto si possa pensare. Ecco alcuni momenti chiave:
1943: Warren S. McCulloch e Walter Pitts pubblicano un articolo che cerca di capire come il cervello umano produce schemi complessi attraverso i neuroni. È come se stessero cercando di decifrare il linguaggio segreto del cervello.
1958: Frank Rosenblatt sviluppa il percettrone, introducendo l’idea che alcuni input possano essere più importanti di altri. È come se avesse dato alla rete neurale la capacità di dare priorità alle informazioni.
1974: Paul Werbos nota come si possa “insegnare” alle reti neurali correggendo i loro errori, un po’ come si fa con un bambino che impara a camminare.
1989: Yann LeCun dimostra come si possano addestrare le reti neurali in modo più efficiente, aprendo la strada alle applicazioni moderne dell’AI.
Le reti neurali sono uno strumento incredibilmente potente e versatile nel campo dell’intelligenza artificiale. La loro capacità di apprendere, adattarsi e risolvere problemi complessi le rende preziose in una vasta gamma di applicazioni, dalla visione artificiale all’elaborazione del linguaggio naturale.
Proprio come il cervello umano, le reti neurali continuano a evolversi e a sorprenderci. La loro continua evoluzione promette di trasformare il modo in cui interagiamo con la tecnologia e di aprire nuove frontiere nell’innovazione. Chi sa quali meraviglie ci riserverà il futuro dell’intelligenza artificiale.
Le Forze di Supporto Rapido (RSF), gruppo paramilitare sudanese in guerra con l’esercito regolare, stanno imponendo nuove limitazioni alla distribuzione degli aiuti umanitari nelle aree sotto il loro controllo, comprese quelle colpite dalla carestia. Questa mossa coincide con i tentativi della RSF di instaurare un governo rivale nel Sudan occidentale, nonostante stia perdendo terreno nella capitale Khartoum.
Secondo quanto riportato da operatori umanitari, la RSF ha iniziato a richiedere tariffe più elevate e un maggiore controllo su aspetti operativi come l’assunzione di personale locale e le disposizioni di sicurezza. Queste richieste, simili a quelle delle autorità legate all’esercito, limitano ulteriormente l’accesso alle zone colpite.
L’Agenzia per gli Affari Umanitari e le Operazioni (SARHO), che supervisiona gli aiuti per la RSF, ha emesso direttive che richiedono alle organizzazioni umanitarie di registrarsi con un “accordo di cooperazione” e di stabilire operazioni indipendenti nelle regioni controllate dalla RSF. Nonostante SARHO abbia accettato di sospendere queste direttive fino ad aprile, i gruppi di aiuto sostengono che le restrizioni persistono.
La situazione sta mettendo a rischio centinaia di migliaia di vite nella regione del Darfur, dove molti sono già sfollati a causa di conflitti precedenti. Gli operatori umanitari accusano i combattenti della RSF di saccheggiare le forniture di aiuti durante la guerra in corso, che dura da oltre due anni.
Il conflitto ha generato quella che le Nazioni Unite definiscono la più grave crisi umanitaria al mondo, con circa la metà della popolazione sudanese che soffre di fame acuta, principalmente nelle aree controllate o minacciate dalla RSF. Oltre 12,5 milioni di persone sono state sfollate a causa del conflitto.
Le organizzazioni umanitarie si trovano di fronte a un “dilemma impossibile”: se non si registrano con SARHO, rischiano ritardi arbitrari e negazione dei permessi di viaggio; se si conformano, potrebbero subire sanzioni da parte del governo e dei suoi alleati.
Mentre entrambe le parti in conflitto negano di ostacolare l’assistenza umanitaria, la situazione sul campo rimane critica. In particolare, le restrizioni hanno colpito duramente le aree colpite dalla carestia intorno ad al-Fashir, l’ultimo baluardo dell’esercito nel Darfur, e nella vicina Tawila, dove molti hanno cercato rifugio.
La comunità internazionale guarda con crescente preoccupazione all’evolversi della situazione, mentre milioni di sudanesi continuano a soffrire le conseguenze di questo conflitto prolungato e della crisi umanitaria che ne deriva.
Nel 66% dei bucket di archiviazione cloud si trovano dati sensibili esposti a minacce sempre più sofisticate. Gli attaccanti non forzano le porte: usano le chiavi fornite dagli stessi strumenti di sicurezza cloud.
Il cloud non è un rifugio sicuro. È il messaggio allarmante che arriva dall’ultimo rapporto sulle minacce cloud pubblicato da Unit 42 di Palo Alto Networks. Secondo l’analisi, circa due terzi dei bucket di archiviazione cloud contengono dati sensibili, esponendoli al rischio concreto di attacchi ransomware. Una minaccia che si sta evolvendo rapidamente e che sfrutta, paradossalmente, proprio le funzionalità di sicurezza messe a disposizione dai provider
La nuova generazione di ransomware
Non si tratta più di semplici file bloccati da un virus. Gli attacchi più recenti mirano a colpire direttamente le infrastrutture cloud, sfruttando meccanismi nativi di crittografia e configurazioni errate o lasciate ai valori di default.
Brandon Evans, consulente per la sicurezza e istruttore certificato del SANS Institute, spiega di aver osservato personalmente due casi recenti in cui gli aggressori hanno condotto un attacco ransomware utilizzando esclusivamente strumenti legittimi forniti dal cloud stesso. Nessun malware, nessun exploit. Solo un uso mirato delle API di sicurezza.
Un esempio è la campagna resa nota da Halcyon, dove i cybercriminali hanno utilizzato SSE-C (Server Side Encryption with Customer-Provided Keys), uno dei metodi di crittografia disponibili per Amazon S3, per bloccare ogni bucket bersaglio. In pratica, hanno caricato i dati crittografati utilizzando chiavi sotto il loro pieno controllo, rendendoli inaccessibili ai legittimi proprietari.
Qualche mese prima, il consulente Chris Farris aveva dimostrato la fattibilità di un attacco simile, sfruttando le chiavi KMS (Key Management Service) con materiale esterno. L’aspetto inquietante? Il tutto è stato realizzato usando semplici script generati da ChatGPT.
“È evidente che questa tematica è al centro dell’interesse, sia da parte dei ricercatori che degli attori malevoli”, osserva Evans. E i numeri del rapporto Unit 42 confermano che la superficie d’attacco è ampia e tutt’altro che protetta.
Perché il cloud non basta
Il problema principale è l’errata percezione di sicurezza. Molti utenti e organizzazioni associano il cloud a un ambiente intrinsecamente protetto, dove i dati sono al sicuro per default. Ma non è così.
“Le prime soluzioni cloud con cui la maggior parte delle persone entra in contatto sono servizi come OneDrive, Dropbox o iCloud”, spiega Evans. “Questi spesso offrono il ripristino dei file abilitato di default. Ma non è il caso di Amazon S3, Azure Storage o Google Cloud Storage. Qui è responsabilità dell’utente abilitare protezioni come backup o versioning.”
Il principio della “shared responsibility” – la responsabilità condivisa tra cliente e provider – spesso viene ignorato. E gli aggressori lo sanno bene.
Le raccomandazioni del SANS Institute
Per contrastare questa nuova forma di ransomware cloud-native, il SANS Institute propone una serie di linee guida concrete:
1. Capire davvero i controlli di sicurezza del cloud. Non basta sapere che esistono. Bisogna comprenderne il funzionamento, i limiti, e soprattutto non dare nulla per scontato. Ogni servizio ha le sue logiche, e ciò che è automatico in una piattaforma, può essere completamente assente in un’altra.
2. Bloccare i metodi di crittografia ad alto rischio. Funzionalità come SSE-C e le chiavi KMS con materiale esterno danno all’utente – e potenzialmente all’attaccante – il pieno controllo sulla chiave. Per questo, è fondamentale imporre l’uso di metodi più sicuri tramite policy di Identity and Access Management (IAM), come SSE-KMS con chiavi gestite interamente su AWS.
3. Abilitare backup, versioning e object lock. Questi strumenti possono fare la differenza tra un disastro e un recupero rapido. Tuttavia, non sono attivi di default in nessuno dei principali provider cloud. Attivarli e configurarli correttamente è una scelta strategica che richiede consapevolezza.
4. Gestire il ciclo di vita dei dati. Le misure di sicurezza hanno un costo. E ogni gigabyte archiviato ha un prezzo. I provider permettono di creare policy automatiche per l’eliminazione dei dati non più necessari. Ma attenzione: gli aggressori possono usare queste stesse policy contro l’organizzazione, per minacciare la cancellazione definitiva dei dati e forzare il pagamento del riscatto, come già accaduto in campagne precedenti.
Una battaglia in pieno svolgimento
Il panorama che emerge è quello di un campo di battaglia ancora in fase di definizione. Da un lato, strumenti potenti e flessibili messi a disposizione dai provider cloud. Dall’altro, attaccanti sempre più abili nel piegarli ai propri scopi.
La sfida non è tecnologica, ma culturale. Occorre abbandonare l’illusione che il cloud “pensi a tutto” e iniziare a trattarlo per quello che è: uno strumento. E come ogni strumento, può fare del bene o del male, a seconda di chi lo usa e di come lo si configura.
Il messaggio è chiaro: non è sufficiente salire sul cloud. Bisogna sapere guidare.
“Ho parlato ieri al telefono con il vicepresidente americano Vance. Ho letto ricostruzioni giornalistiche che parlano di una presunta ‘guerra con Meloni’ sui rapporti con gli Stati Uniti. Ma siamo seri: questo non è giornalismo, è cabaret.” Così Matteo Salvini, vicepremier e leader della Lega, intervenendo in videocollegamento con la scuola di formazione politica del suo partito. Ha bollato queste interpretazioni come “retroscena inesistenti e surreali”.
Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha chiarito: “La politica estera è competenza del presidente del Consiglio e del ministro degli Esteri. Le altre sono iniziative personali, legittime ma non ufficiali.” Riferendosi alla telefonata tra Salvini e JD Vance, Tajani ha aggiunto: “Un ministro può parlare con rappresentanti di altri governi, ma la linea ufficiale la decidiamo noi.”
Salvini è poi tornato sull’incontro alla Casa Bianca tra Trump, Zelensky e Vance: “Quei dieci minuti hanno cambiato tutto. Al di là delle critiche, è evidente che Trump in due mesi ha fatto più per la pace di quanto altri abbiano fatto in anni. Non lo dico da tifoso, è un dato di fatto.”
Ha ribadito che “la pace è la base del benessere economico. Dobbiamo sostenere questo clima di disarmo e dialogo, senza continuare a parlare solo di armi e miliardi di spese militari.”
Salvini ha anche commentato il dibattito pubblico: “Viviamo nell’epoca dei tweet invecchiati male. Chi può dire di non aver mai cambiato idea in 30 anni? Ho visto un video di Travaglio – non certo un mio fan – che è stato lucido su Russia, Ucraina, Trump, von der Leyen. Serve coerenza nei valori, anche se si può sbagliare su una persona o un giudizio.”
Poi ha criticato certa narrazione mediatica sulla guerra: “Gli stessi che un anno fa dicevano che Putin era morto, ora sostengono che invaderà Roma e Madrid. E quindi servono 800 miliardi in armi, non in scuole o ospedali. Sembra che l’Armata Rossa sia tornata.”
Infine, ha puntato il dito sulla Romania: “Non è dietro l’angolo, ma nell’UE si è verificata una lesione della democrazia. Hanno sospeso un ballottaggio a urne aperte per presunte influenze russe su TikTok. Poi, quando si rifanno le elezioni, arrestano il candidato favorito e lo escludono.”
Tajani e Giorgetti sui dazi: “Serve equilibrio”
Tajani ha commentato la questione dazi: “La guerra commerciale non conviene a nessuno. Non dobbiamo perdere il mercato americano, né quello europeo. Abbiamo presentato un piano d’azione per rafforzare la presenza italiana nei mercati extraeuropei e limitare i danni di eventuali dazi. Siamo in contatto costante con la Commissione UE, che ha competenza esclusiva sul tema.”
Anche il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha sottolineato il ruolo strategico dei dazi: “Viviamo in un periodo di guerre commerciali e finanziarie, in cui strumenti come dazi e criptovalute vengono usati come armi economiche. Non servono più solo a proteggere l’economia, ma condizionano alleanze politiche e assetti geopolitici.” Lo ha detto durante il giuramento degli allievi ufficiali della Guardia di Finanza a Bergamo.
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