Punti chiave
Tra l’8 e il 19 febbraio 2026 Israele ha approvato un pacchetto di misure su terre, acqua, siti archeologici e luoghi sacri in Cisgiordania. Ecco come funzionano, cosa cambia sul terreno e perché molti le considerano un’annessione di fatto.
Un febbraio che cambia la mappa
Nel giro di poche settimane, tra il 1° e il 19 febbraio 2026, Israele ha compiuto una serie di passi coordinati che modificano in profondità la gestione della Cisgiordania occupata.
Non si tratta solo di nuovi insediamenti o di un annuncio politico, ma di un insieme di decisioni amministrative, tecniche e legislative che spostano il baricentro dal controllo militare all’amministrazione civile israeliana.
Per molti osservatori, è il passaggio più organico verso un’annessione de facto degli ultimi anni, proprio perché procede silenziosamente attraverso uffici, registri e autorità di settore.
A colpire è la simultaneità: registrazione fondiaria in aree chiave, nuova autorità per il patrimonio archeologico, più poteri su acqua, ambiente e luoghi sacri anche in zone che gli accordi di Oslo avevano attribuito all’Autorità Nazionale Palestinese.
Sul terreno, queste misure si traducono in un controllo più fitto delle risorse e dello spazio, dalla classificazione dei terreni come proprietà statale alla gestione dei siti che custodiscono la memoria storica del territorio.
Il pacchetto dell’8 febbraio
La svolta si cristallizza l’8 febbraio, quando il gabinetto di sicurezza israeliano approva un pacchetto di misure per “rafforzare il controllo” in Cisgiordania.
Secondo ricostruzioni di stampa e ONG, il governo amplia i poteri di diversi ministeri su terra, acqua, ambiente e siti religiosi, estendendo la portata di norme israeliane oltre la tradizionale Area C e sconfinando, in alcuni casi, nelle aree A e B.
Si tratta di ambiti che finora erano regolati in gran parte da ordini militari oppure affidati, almeno formalmente, alle istituzioni palestinesi previste dagli accordi di Oslo.
In questo nuovo schema, ministeri civili israeliani possono intervenire su abusi edilizi, gestione delle risorse idriche, tutela ambientale e protezione di luoghi considerati sensibili dal punto di vista religioso e storico.
La mappa giuridica della Cisgiordania diventa così più sfumata, ma con un tratto chiaro: la presenza amministrativa israeliana entra, per via normativa, in spazi che prima erano considerati parte del futuro Stato palestinese.
La leadership palestinese definisce queste misure “illegali” e le legge come un attacco diretto al fragile equilibrio di Oslo, denunciando la progressiva erosione delle competenze dell’Autorità Nazionale Palestinese.
Anche da Bruxelles e da Ginevra arrivano messaggi di allarme: l’Unione Europea parla di provvedimenti incompatibili con il diritto internazionale, mentre un relatore speciale delle Nazioni Unite indica un chiaro passo avanti nel processo di annessione.
Archeologia e sovranità
Tra le novità di febbraio spicca un disegno di legge che istituisce una nuova autorità per il patrimonio archeologico e culturale della Cisgiordania, sotto l’egida del Ministero del Patrimonio israeliano.
La proposta, approvata per la prima lettura in commissione, conferisce a questo organismo poteri diretti su scavi, classificazione dei siti, gestione dei reperti e dichiarazione di aree protette in tutta la West Bank.
Ciò significa trasferire porzioni significative di competenza dall’amministrazione militare, che formalmente governa un territorio occupato, a un ente civile israeliano che opera secondo la legislazione interna.
Per molte organizzazioni che si occupano di archeologia e diritti culturali, questa è la vera novità politica.
Estendere in modo diretto la legge israeliana sui beni culturali a un territorio occupato equivale, di fatto, a trattare la Cisgiordania come parte integrante dello spazio sovrano israeliano, almeno nel campo del patrimonio.
Non è solo una questione di tutela: decidere quali siti valorizzare, come raccontarli e chi può accedervi significa anche orientare la narrazione storica e il legame simbolico con la terra.
Gli esperti sottolineano che migliaia di siti archeologici, villaggi antichi, luoghi di culto e reperti potrebbero passare sotto la responsabilità diretta di un’autorità israeliana.
Per la popolazione palestinese, questo rischia di tradursi in nuove restrizioni di accesso, in un indebolimento del proprio patrimonio culturale e in una progressiva cancellazione delle tracce materiali della presenza araba e palestinese nella regione.
La riattivazione della registrazione fondiaria
Il capitolo forse più tecnico, ma decisivo, riguarda la terra.
Tra il 14 e il 15 febbraio il governo approva la riattivazione della procedura di registrazione fondiaria in ampie porzioni dell’Area C della Cisgiordania, per la prima volta in modo sistematico dagli anni successivi al 1967.
La decisione prevede un budget pluriennale e la creazione di nuove posizioni amministrative, con l’obiettivo dichiarato di “aggiornare” e “regolarizzare” i registri.
In pratica, significa stabilire in maniera formale chi detiene il titolo di proprietà su terreni largamente privi di documentazione moderna riconosciuta dalle autorità israeliane.
Per ogni area sottoposta a registrazione, i residenti sono invitati a dimostrare il proprio diritto di proprietà con documenti, mappe catastali, contratti o prove di possesso storico.
In un contesto segnato da decenni di cambi di regime legale, dalla legge ottomana a quella giordana fino agli ordini militari israeliani, molti palestinesi faticano a produrre documenti conformi agli standard richiesti.
L’assenza di prove ritenute sufficienti apre la strada alla classificazione delle terre come “proprietà dello Stato”, cioè dello Stato di Israele, con una forte incentivazione all’uso futuro a favore di insediamenti e infrastrutture israeliane.
Per diversi ministri, questo è un punto di forza e non un effetto collaterale: esponenti della destra descrivono la registrazione fondiaria come parte della “rivoluzione degli insediamenti” e come strumento per consolidare il controllo su tutte le terre contese.
Risorse, acqua e luoghi sacri
Accanto a terra e patrimonio archeologico, le decisioni di febbraio intervengono su nodi sensibili come acqua, ambiente e siti religiosi, in particolare nelle aree di Hebron, Betlemme e della valle del Giordano.
La stampa israeliana e internazionale descrive un rafforzamento dei poteri di autorità e ispettorati israeliani, che possono operare in un raggio più ampio rispetto al passato invocando la tutela di falde idriche condivise, ecosistemi fragili o luoghi di culto meta di pellegrinaggi di massa.
Questa logica, formalmente tecnica, si sovrappone a una realtà politica in cui la gestione di un pozzo, di una sorgente o di un sito religioso può determinare gli equilibri di potere tra comunità.
Nel caso dei luoghi sacri, la possibilità di dichiarare alcuni siti “di interesse nazionale” e di sottoporli a supervisione diretta israeliana ha un peso che va oltre la sicurezza.
Per i palestinesi è la conferma di una tendenza: aree che un tempo erano sotto piena o prevalente responsabilità dell’Autorità Palestinese vengono gradualmente inglobate in una griglia di controllo israeliana, formalmente motivata da esigenze di ordine, tutela o turismo.
Il linguaggio della protezione dei siti si intreccia così con una ridefinizione dei rapporti di forza sul territorio.
Le ONG che monitorano gli sviluppi ambientali e idrici mettono in guardia contro un uso selettivo degli standard di tutela, applicati in modo più rigido ai villaggi palestinesi e più flessibile agli insediamenti.
Il risultato, avvertono, è un rafforzamento della disparità strutturale tra le due popolazioni: una con accesso privilegiato a terre, acqua e infrastrutture, l’altra sottoposta a una sovrapposizione di regimi di controllo senza pari potere decisionale.
La reazione internazionale
Il ritmo serrato delle decisioni tra l’8 e il 19 febbraio non è passato inosservato nelle capitali straniere.
L’Alto Rappresentante dell’Unione Europea e diversi commissari hanno diffuso una dichiarazione congiunta che definisce le nuove misure contrarie al diritto internazionale e un serio ostacolo alla prospettiva di due Stati.
Bruxelles richiama esplicitamente la riattivazione della registrazione fondiaria e l’estensione delle norme israeliane su aree che dovevano costituire il nucleo territoriale di un futuro Stato palestinese.
Pur senza annunciare immediatamente sanzioni, la dichiarazione europea lascia intendere che il pacchetto di misure potrebbe avere ricadute politiche nelle relazioni con Israele, soprattutto se dovesse tradursi in nuovi insediamenti o in espropri su vasta scala.
Un relatore speciale delle Nazioni Unite parla di “annessione amministrativa” e di un tentativo di normalizzare l’illegalità facendo passare misure sostanziali per semplici riforme tecniche.
Chiede a Israele di sospendere le decisioni e alla comunità internazionale di considerare strumenti di pressione più incisivi, inclusa la leva giuridica in sede internazionale.
Dal fronte palestinese, l’Autorità Nazionale e diverse forze politiche denunciano una “guerra contro la terra” che mira a svuotare di contenuto ogni futuro negoziato.
La narrativa che emerge è quella di una progressiva trasformazione della Cisgiordania in un mosaico di aree controllate direttamente da enti civili israeliani, a fronte di una giurisdizione palestinese sempre più simbolica.
Un processo di lunga durata
Le mosse di febbraio 2026 non nascono dal nulla.
Negli anni precedenti, parlamento e governo israeliano hanno più volte discusso progetti di legge che puntavano a sostituire il termine “Cisgiordania” con “Giudea e Samaria” nella legislazione e a estendere in modo selettivo l’applicazione di leggi israeliane ai coloni che vivono oltre la Linea Verde.
Parallelamente, una lunga serie di decisioni ha trasferito competenze dall’amministrazione militare, che formalmente agisce come potere occupante, a ministeri civili, soprattutto nei settori degli insediamenti, delle infrastrutture e dei trasporti.
La combinazione di questi precedenti con il pacchetto di febbraio delinea un quadro coerente.
Registrare la terra, controllare i siti archeologici, decidere l’accesso ai luoghi sacri e gestire acqua e ambiente attraverso apparati civili israeliani significa trattare la Cisgiordania come una periferia amministrativa e non come un territorio in attesa di soluzione negoziata.
Non serve una dichiarazione formale di annessione perché norme, uffici e registri producano effetti simili a quelli di un’integrazione graduale nello spazio istituzionale israeliano.
Per chi vive sul terreno, queste trasformazioni non passano attraverso dichiarazioni altisonanti, ma attraverso decisioni apparentemente tecniche.
Un ufficio che apre, un ispettore che arriva, una lettera che invita a dimostrare la proprietà di un campo coltivato da generazioni: è lì che la politica si traduce in realtà quotidiana.
In questa zona grigia tra diritto internazionale, amministrazione e politica interna israeliana si gioca una parte decisiva del futuro della Cisgiordania, ben oltre il ciclo delle notizie di queste settimane.


