17 Giugno 2026
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Mohammad Mustafa il palestinese contro Hamas

Mohammad Mustafa rappresenta oggi una delle figure più emblematiche del panorama politico palestinese, un economista che con la sua nomina a primo ministro ha segnato una svolta nella storia recente dell’Autorità Nazionale Palestinese. 

La sua investitura nel marzo 2024 arriva in un momento critico, con Gaza devastata dal conflitto e la frammentazione interna ai massimi storici. La sua carriera, iniziata ben lontano dai partiti tradizionali, è segnata da una lunga esperienza internazionale e da un approccio tecnico alle questioni economiche e istituzionali. 

Nato nel 1954 a Kafr Sur, in Palestina, cresciuto con una formazione accademica culminata in un dottorato alla George Washington University, Mustafa ha trascorso buona parte della sua vita professionale alla Banca Mondiale, dove ha maturato una visione pragmatica e modernizzatrice delle strutture pubbliche e delle economie in transizione.

Il suo ritorno in Palestina lo vede impegnato come consigliere fidato di Mahmoud Abbas, presidente dell’ANP, e come promotore di grandi progetti di investimento per sostenere un tessuto economico debole e costantemente sotto pressione politica. L’elezione a capo del governo ha però suscitato reazioni contrastanti, sia internamente che sul fronte internazionale. In particolare, il movimento di Hamas ha subito bollato la scelta come un tentativo unilaterale di rafforzare Fatah, il partito dominante nella Cisgiordania, e di escludere le altre forze politiche da ogni futuro assetto, soprattutto nel possibile scenario del dopoguerra a Gaza.

Il tratto forse più evidente del profilo di Mohammad Mustafa è la sua distanza dal linguaggio e dalle logiche di partito che hanno modellato la vita politica palestinese negli ultimi decenni. Mustafa si presenta come un tecnico, un uomo che privilegia il dialogo con le istituzioni multilaterali, che parla il linguaggio della ricostruzione economica e delle riforme, che sollecita la trasparenza e la collaborazione con le potenze occidentali e i partner arabi moderati. Non è un uomo di apparati di sicurezza né un esponente delle milizie, ed è proprio questa posizione che lo rende, da un lato, un interlocutore credibile agli occhi di Washington, Bruxelles e delle monarchie del Golfo; dall’altro, una figura debole se confrontata con l’establishment politico tradizionale e con la società palestinese, spesso più sensibile ai temi dell’identità e della militanza.

Nel pieno della crisi di Gaza, Mustafa è diventato la voce più netta della linea dell’Autorità Nazionale Palestinese contraria alla permanenza di Hamas come forza armata. Secondo lui, la chiave del futuro per i palestinesi passa per una rinuncia di Hamas alle armi, la restituzione degli ostaggi e il superamento della divisione amministrativa tra Gaza e Cisgiordania sotto un’unica gestione pacifica. Mustafa insiste sull’apertura a una riconciliazione nazionale ma solo a condizione che Hamas ammetta la legittimità dell’OLP, il riconoscimento internazionale e la soluzione dei due Stati attraverso la diplomazia e non la lotta armata. La sua idea di governo per il periodo post-bellico si basa su una struttura tecnica e inclusiva, ma con il primato delle istituzioni di Ramallah nella gestione della sicurezza e dell’amministrazione pubblica.

Questa visione lo distingue nettamente da altri membri dell’ANP, spesso più legati a logiche di partito o alle necessità di controllo dei territori. A differenza di personalità come Hussein al-Sheikh o Majid Faraj, leader storici schierati nella difesa delle prerogative dell’apparato di sicurezza e fortemente radicati nel movimento di Fatah, Mustafa non ha alle spalle una lunga militanza partitica, ma si propone come garante di un nuovo patto nazionale che guardi alla ricostruzione delle istituzioni, all’afflusso di capitale internazionale e alla credibilità verso la comunità internazionale.

Il premier palestinese ha raccolto il consenso soprattutto presso interlocutori esteri che chiedono una riforma dell’ANP e la fine delle vecchie pratiche clientelari. All’interno, però, la sua posizione è ancora fragile. Nelle strade delle città palestinesi la sfiducia nelle istituzioni resta alta, e molti vedono in Mustafa un rappresentante degli interessi occidentali più che una voce autentica della resistenza o della società civile. Al contempo, i segmenti più conservatori di Fatah temono che la leadership tecnica, fondata sulla collaborazione internazionale, possa ridurre il peso specifico del partito storico a beneficio di una governance priva di forti legami con le realtà locali.

Le sfide che attendono Mohammad Mustafa sono enormi: gestire la ricostruzione di Gaza in un contesto di massima instabilità, riportare legittimità all’ANP presso una popolazione provata da anni di occupazione e divisioni, negoziare condizioni accettabili per la partecipazione di Hamas alla vita pubblica senza però cedere sulla necessità dello smantellamento delle milizie. Tuttavia, il suo pragmatismo e la sua insistenza sulla necessità di riforme lo rendono una figura atipica e insieme preziosa per chi vede nel dialogo, nella diplomazia e nello sviluppo economico i veri strumenti per rilanciare la causa palestinese e arrivare a una soluzione sostenibile e inclusiva del conflitto.

È in questo quadro articolato che si inserisce la postura di Mustafa: da un lato portavoce della necessità di liquidare la stagione delle milizie armate, dall’altro uomo delle istituzioni internazionali, pronto a negoziare nuove regole ma fermo sulla difesa di una visione politica basata sulla legalità e sulla prospettiva di due Stati. Ed è proprio questa combinazione di fermezza tecnica e apertura negoziale ciò che lo differenzia profondamente dai suoi colleghi dell’ANP, e che rappresenta la speranza, ma anche il rischio, di un possibile nuovo corso per la Palestina.

Alex Trizio
Alex Triziohttps://www.alground.com
Da sempre appassionato di informatica e nuove tecnologie. Si avvicina al mondo dell’open source e partecipa attivamente allo sviluppo del sistema operativo Linux, approfondendo sempre di più il settore di sviluppo e ingegneria software, collaborando con aziende statunitensi. Contemporaneamente, avvia e amplia studi sulla comunicazione e sul comportamento sociale e della comunicazione non verbale. Questi progetti lo portano a lunghe collaborazioni all’estero, tra USA e Israele, dove approfondisce le interazioni fra software ed essere umano, che sfociano nella specializzazione in intelligenza artificiale. I molti viaggi in Medio Oriente aumentano la passione per la politica e la geopolitica internazionale. Nel 2004, osserva lo sviluppo dei social network e di una nuova fase del citizen journalism, e si rende conto che le aziende necessitano di nuovi metodi per veicolare i contenuti. Questo mix di elevate competenze si sposa perfettamente con il progetto di Web Reputation della madre, Brunilde Trizio. Ora Alessandro è Amministratore e Direttore strategico del Gruppo Trizio.
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