Punti chiave
Come l’accordo tra Riad, Ankara e Islamabad ridisegna gli equilibri del Medio Oriente e perché la Turchia non potrà davvero essere la nuova America della regione
Il 7 agosto 2026, alla Mecca, Arabia Saudita, Turchia e Pakistan hanno firmato un accordo di difesa reciproca che stabilisce che un attacco armato contro uno dei tre paesi debba essere considerato un attacco contro tutti. Al di là della formula, che ricorda nella sostanza ma non nella forza vincolante l’articolo 5 della NATO, il vero punto di svolta della vicenda non sta tanto nel contenuto giuridico dell’intesa quanto nel suo significato politico: per la prima volta la Turchia smette di essere un attore adiacente al Medio Oriente, una potenza NATO che osserva la regione da posizioni limitrofe come la Siria, la Libia o il Mediterraneo orientale, e si siede al tavolo come protagonista a pieno titolo degli equilibri interni dell’area.
È una differenza che vale la pena tenere a mente da subito, perché è la chiave di lettura più importante di tutta la vicenda, forse più della stessa efficacia militare del patto.
Le trattative
Le trattative erano iniziate già dopo il 7 ottobre 2023, ma si sono accelerate nella cornice della guerra tra Stati Uniti/Israele e Iran, aperta a febbraio 2026. L’Arabia Saudita, colpita dagli attacchi degli Houthi yemeniti alleati di Teheran, ha sentito il bisogno di rafforzare la propria capacità di deterrenza; Turchia e Pakistan, dal loro lato, hanno visto nell’espansionismo militare israeliano nella regione in particolare in Libano un motivo sufficiente per stringere i ranghi.
Il risultato è un accordo che mette insieme tre capacità complementari: le risorse finanziarie e il peso religioso-simbolico saudita, l’apparato militare e industriale turco, secondo esercito della NATO per dimensioni, e la potenza nucleare pakistana, l’unica in mano a un paese musulmano.
Sul perché ciascuno dei tre abbia scelto di firmare, la lettura più equilibrata è quella di Yoel Guzansky, ricercatore israeliano dell’Institute for National Security Studies, secondo cui il patto è “un prodotto delle circostanze” più che un’alleanza naturale, nata dalla percezione di un Iran indebolito ma soprattutto dalla crescente insofferenza verso l’influenza israeliana nella regione.
Guzansky invita però a non esagerarne la portata: l’intesa saudita-pakistana, il pilastro più solido dei tre, si basa in gran parte sui finanziamenti di Riad ricorda che quando il Pakistan inviò ottomila soldati in appoggio ai sauditi, questi ultimi versarono in cambio tre miliardi di dollari e Islamabad ha una lunga storia di riluttanza a farsi coinvolgere in guerre non proprie. La sua previsione è che, in caso di crisi reale, il sostegno reciproco resterà più probabilmente diplomatico che militare.
Sulla stessa ambiguità insiste Harlan Ullman, analista legato al Killowen Group, che sottolinea come la clausola centrale non dica che un attacco “sarà” considerato un attacco contro tutti, ma che “dovrebbe” esserlo: una scelta linguistica che lascia margini enormi di discrezionalità.
Si chiede, non a caso, cosa accadrebbe se gli Houthi colpissero di nuovo l’Arabia Saudita: la Turchia interverrebbe? E il Pakistan? Sono domande a cui, ammette, resta da vedere la risposta. Ullman collega comunque l’accordo a un fenomeno più ampio, l’imprevedibilità della politica estera americana sotto Trump, che spinge i partner regionali a guardarsi intorno e a costruirsi alternative proprie.
Su questo converge, con un tono più costruttivo, Abdulaziz Sager del Gulf Research Center, secondo cui il quadro trilaterale, se davvero istituzionalizzato e tradotto in cooperazione concreta, potrebbe comunque rafforzare il peso diplomatico e difensivo collettivo dei tre stati, contribuendo a un’architettura di sicurezza più autonoma dalla tutela americana.
Sul lato iraniano, l’analisi di Hamidreza Azizi individua due letture opposte nel dibattito di Teheran. Le correnti più intransigenti leggono l’accordo come una coalizione ostile, orientata contro lo Yemen e gli Houthi e quindi come un avvertimento diretto all’Iran, arrivando a paventare un vero accerchiamento geografico: Turchia a nord-ovest, Arabia Saudita a sud-ovest, Pakistan a sud-est.
Le correnti più moderate lo interpretano invece come un’architettura regionale in cui ciascun firmatario persegue incentivi distinti, senza che questo implichi necessariamente un’ostilità sistematica verso Teheran. Ciò che unisce le due letture è la preoccupazione per un uso indiretto dell’accordo: una restrizione coordinata dei commerci con l’Iran da parte di Turchia e Pakistan, capace di erodere nel tempo la capacità di Teheran di reggere la pressione senza che si arrivi mai a un conflitto aperto.
Le motivazioni del Pakistan
In Pakistan il dibattito interno è altrettanto diviso. L’analista Shafqat Ali Khan guarda all’accordo con un certo scetticismo economico: per un paese con un’economia in crisi come il Pakistan, l’obiettivo reale sarebbe vendere armi e servizi militari in cambio di liquidità saudita più che assumere un ruolo strategico autonomo, e si interroga su quanto Islamabad possa davvero muoversi in una direzione che non sia in linea con la volontà di Washington.
Di segno opposto è la lettura dell’accademico Mohammad Shahid, che considera l’accordo uno sviluppo importante perché trasforma rapporti finora bilaterali in un quadro più strutturato di coordinamento strategico, comprese le industrie della difesa e la produzione militare congiunta. Dal lato saudita, il ricercatore Hisham al-Ghannam propone forse la sintesi più ambiziosa, descrivendo l’accordo come la costruzione di un sistema di sicurezza regionale guidato dalle principali potenze islamiche: un “riprezzamento” del rapporto con gli Stati Uniti, non una rottura, ma un modo per negoziare da una posizione di forza piuttosto che di subordinazione.
Ed è proprio su questo punto che si concentra la reazione più allarmata, quella israeliana. Oshrit Birvadker arriva a definire la Turchia una minaccia per Israele “non meno significativa” dell’Iran, collocando Ankara sullo stesso piano del nemico storico di Gerusalemme, e propone una contromossa su due direttrici: consolidare l’asse mediterraneo con Grecia e Cipro in funzione anti-turca, e costruire un triangolo strategico Israele-Emirati-India come argine orientale.
Osamah Bin Javaid, seguendo da vicino la firma dell’accordo, osserva che per tutti e tre i firmatari Israele resta “la minaccia maggiore alla sicurezza e alla stabilità regionale” una convergenza che, più di ogni clausola giuridica, definisce l’orientamento reale del patto.
Il ruolo della Turchia
È qui, a mio avviso, che si arriva al cuore della vicenda, il punto che rischia di passare in secondo piano in una lettura solo tecnica e giuridica dell’accordo. Il dato più rilevante del Patto della Mecca non è la sua tenuta operativa su cui, come si è visto, quasi tutti gli analisti citati nutrono dubbi legittimi ma il salto di ruolo che compie la Turchia.
Ankara smette qui di essere trattata come una potenza NATO che si occupa del Medio Oriente da posizioni limitrofe, e diventa per la prima volta un attore interno, seduto allo stesso tavolo di Riad in una cornice esplicitamente islamica e mediorientale. È un cambio di status, non solo di postura: la Turchia entra in prima fila tra i protagonisti della regione, non più come spettatore quasi esterno che interviene di volta in volta per interessi propri in Siria, in Libia, nel Mediterraneo orientale ma come uno dei pilastri dichiarati di un nuovo ordine di sicurezza regionale.
Questo salto avviene, in modo neanche troppo velato, in funzione anti-israeliana. La convergenza descritta da Bin Javaid, che vede in Israele “la minaccia maggiore” per tutti e tre i firmatari, e il timore di Birvadker che eleva Ankara al rango di minaccia paragonabile a quella iraniana, raccontano la stessa cosa da due lati opposti: la Turchia si posiziona ora in prima linea contro Israele, non più mediando da lontano come ha fatto per anni sul dossier palestinese, ma diventando parte attiva di un blocco di deterrenza che comprende un alleato nucleare come il Pakistan e le risorse finanziarie del Golfo.
Ma c’è un secondo livello di ambizione, più esteso e, credo, molto meno realistico. Con questo accordo la Turchia non punta soltanto a contenere Israele: aspira implicitamente al ruolo di garante della sicurezza dell’intero Medio Oriente, una sorta di nuova “America” della regione, capace di offrire agli stati arabi ciò che Washington non garantisce più con la stessa credibilità di un tempo.
È un’ambizione che si scontra però con limiti strutturali difficili da ignorare, e che gli stessi analisti citati sopra, quasi involontariamente, mettono in fila uno dopo l’altro: la diffidenza saudita verso le mire regionali di Erdogan, la riluttanza storica del Pakistan a farsi coinvolgere in guerre non sue, l’ambiguità volutamente non vincolante del testo dell’accordo, la dipendenza finanziaria dai sussidi di Riad, e soprattutto la contraddizione di fondo per cui la Turchia resta comunque un pilastro della NATO.
Non si può, nella realtà dei fatti, presentarsi come alternativa autonoma all’ordine occidentale e restare al tempo stesso pienamente integrati in quello stesso ordine. Per questo, più che una nuova potenza egemone capace di “difendere” il Medio Oriente sul modello americano, la Turchia rischia di restare un protagonista a metà: abbastanza centrale da cambiare gli equilibri percepiti nella regione e da preoccupare seriamente Israele, ma troppo vincolata dalle proprie stesse contraddizioni per assumersi davvero il ruolo di garante che sembra ambire a occupare.
Il Patto della Mecca, insomma, va letto su due piani che raramente vengono tenuti insieme. Sul piano tecnico-militare è un’intesa fragile, dal linguaggio volutamente vago, che quasi nessuno degli analisti citati israeliani, arabi, pakistani o iraniani considera davvero vincolante in caso di crisi reale. Sul piano politico-simbolico, invece, segna un punto di non ritorno: la Turchia non è più un osservatore ai margini del Medio Oriente, ma un suo attore centrale, con tutte le ambizioni e tutti i limiti che questo nuovo ruolo comporta.

