HomeAttualitàPutin mette alla prova la NATO tra cyberattacchi, droni

Putin mette alla prova la NATO tra cyberattacchi, droni

Da Washington arriva un allarme che rimescola gli equilibri della sicurezza euro-atlantica. Secondo nuovi rapporti dell’intelligence statunitense citati dal Wall Street Journal, il presidente russo Vladimir Putin potrebbe tentare di mettere alla prova la tenuta della NATO con un attacco limitato contro uno dei paesi membri dell’alleanza nei prossimi anni.

Gli scenari ipotizzati dagli analisti americani spaziano da un attacco informatico fino a un’incursione terrestre su scala ridotta, e il tutto avverrebbe mentre gli Stati Uniti fanno i conti con scorte di munizioni critiche pericolosamente ridotte, in gran parte a causa dei trasferimenti di armamenti a Kiev dopo l’invasione russa dell’Ucraina e del recente conflitto americano con l’Iran. La notizia, rilanciata anche dalla stampa israeliana, conferma quanto il tema sia seguito con attenzione ben oltre i confini americani ed europei. 

Le valutazioni, riferite da funzionari statunitensi, segnano una svolta rispetto alle analisi precedenti. Fino a poco tempo fa Washington riteneva improbabile che Putin decidesse di provocare un membro dell’Alleanza Atlantica mentre è ancora impegnato militarmente in Ucraina.

Questa convinzione è cambiata nel corso dell’anno, man mano che il leader del Cremlino si è trovato sempre più schiacciato sul fronte ucraino e sotto pressione interna per rivendicare una vittoria che tarda ad arrivare. I droni ucraini stanno infliggendo danni crescenti sia all’esercito russo sia all’industria petrolifera del paese, mentre le forze di Mosca continuano a guadagnare terreno solo lentamente, pagando un prezzo altissimo in termini di vittime. 

I segnali già visibili sul fianco orientale 

Funzionari americani ed europei osservano da tempo quelli che considerano veri e propri test di reazione da parte russa. Missili da crociera russi sono atterrati in territorio polacco e droni sono precipitati su un edificio residenziale in Romania, episodi che secondo gli analisti non sono casuali ma servono a saggiare la prontezza operativa dell’alleanza.

A questi si aggiungono altri episodi documentati nell’ultimo anno: il 13 giugno 2025 un aereo da ricognizione russo Il-20 ha violato lo spazio aereo sopra il Mar Baltico, intercettato da caccia britannici di stanza in Polonia, mentre il 19 settembre 2025 tre caccia MiG-31 russi sono rimasti per circa dodici minuti nello spazio aereo dell’Estonia, un’incursione definita da Tallinn “una violazione senza precedenti”.

Pochi giorni prima, oltre venti droni russi erano entrati nello spazio aereo polacco, costringendo la NATO a far decollare i propri caccia e ad abbatterne alcuni. In entrambi i casi l’Alleanza ha attivato l’Articolo 4 del trattato, quello che consente consultazioni tra i membri quando uno di essi si sente minacciato, senza però arrivare all’Articolo 5. Il senatore americano Dick Durbin ha definito queste ripetute violazioni un test deliberato della determinazione occidentale

Anche i vertici dell’Alleanza non nascondono la preoccupazione. Il segretario generale della NATO, Mark Rutte, ha invitato i paesi europei ad accelerare i preparativi per un possibile confronto diretto con la Russia, avvertendo che Mosca potrebbe essere pronta a usare la forza militare contro un paese membro entro cinque anni. Sul fronte dell’Unione Europea, il commissario alla Difesa Andrius Kubilius, ex primo ministro lituano, ha lanciato un allarme ancora più specifico, sostenendo che l’intelligence di diversi paesi, tra cui Germania, Danimarca, Finlandia e Paesi Bassi, indica che Putin potrebbe essere pronto a testare l’Articolo 5 già tra due e quattro anni, quindi entro il 2027, con gli stati baltici come bersaglio più probabile. 

Cosa prevede davvero l’Articolo 5 

Le ipotesi elaborate dagli 007 americani vanno da un attacco informatico contro un paese NATO, all’invio di gruppi armati non identificati per occupare porzioni di territorio (una tattica non troppo diversa da quella adottata dalla Russia in Crimea nel 2014), fino a una vera e propria incursione militare limitata sul fianco orientale dell’Alleanza. La finestra temporale indicata dagli analisti per un’eventuale mossa russa va dall’autunno di quest’anno fino al 2029. Lo scenario più estremo, quello di un’incursione terrestre, resta considerato poco probabile, ma la sua probabilità cresce con il passare del tempo, secondo quanto riportano i rapporti. Una mossa del genere è sempre stata considerata altamente improbabile perché farebbe scattare automaticamente l’Articolo 5 del trattato NATO, quello che impegna tutti i membri alla difesa collettiva. Ma l’Articolo 5 non è altrettanto chiaro quando si tratta di rispondere ad attacchi informatici o ibridi, quelli che restano sotto la soglia di un vero e proprio attacco armato. 

Heather Conley, ricercatrice senior dell’American Enterprise Institute, ha spiegato che proprio questa ambiguità normativa rappresenta da sempre la sfida principale per l’Alleanza: rispondere in modo adeguato ad attacchi che non raggiungono la soglia dell’aggressione militare conclamata. Un precedente istruttivo risale al 2007, quando la Russia lanciò una serie di attacchi informatici contro l’Estonia: in quel caso il paese scelse di gestire la crisi bilateralmente, senza coinvolgere l’intera Alleanza.

L’obiettivo di Putin, qualora decidesse davvero di colpire un paese NATO mentre la guerra in Ucraina è ancora in corso, sarebbe quello di spaccare l’alleanza, hanno spiegato i funzionari americani, separando gli Stati Uniti dai propri alleati europei e mettendo alla prova la credibilità stessa del patto atlantico. 

Interpellati sulla vicenda, i portavoce del Pentagono e del comando alleato in Europa hanno rifiutato di commentare informazioni di intelligence sensibili, mentre l’ufficio del Direttore dell’Intelligence Nazionale non ha risposto alle richieste di chiarimento. Il colonnello Martin O’Donnell, portavoce della NATO, si è limitato a dichiarare che l’Alleanza “sta sempre pensando e preparandosi a qualsiasi scenario” e che resta pronta “a scoraggiare e difendersi quando necessario”. 

Un arsenale sotto pressione su due fronti 

Il quadro tracciato dall’intelligence si intreccia con un problema più concreto e già oggetto di dibattito a Washington: la carenza di alcune munizioni critiche indispensabili per affrontare un eventuale scontro con Russia o Cina. Tra i sistemi più a rischio figurano i missili a lungo raggio Precision Strike Missile e gli Army Tactical Missile Systems, oltre ai missili terra-aria a corto raggio Stinger.

Si aggiungono le scorte in calo di intercettori Patriot, SM-3 e Terminal High Altitude Area Defense, oltre ai radar THAAD e alle unità di artiglieria contraerea. Tom Karako, del Center for Strategic and International Studies, ha sottolineato che armi come il Precision Strike Missile e l’Army Tactical Missile System, entrambi lanciati dal sistema HIMARS, insieme ai missili Stinger, sarebbero fondamentali per respingere un’eventuale invasione terrestre. 

Il Pentagono, dal canto suo, respinge con fermezza queste ricostruzioni. Il portavoce capo Sean Parnell ha definito false le voci su una carenza di munizioni, mentre la portavoce della Casa Bianca Anna Kelly ha assicurato che le forze armate statunitensi dispongono di scorte “più che sufficienti” per servire tutti gli obiettivi strategici del presidente Trump, ricordando che quest’ultimo ha comunque sollecitato i produttori di armamenti a incrementare la produzione. “Abbiamo tutto il necessario per colpire nel momento e nel luogo scelti dal Presidente“, ha dichiarato Parnell, aggiungendo che qualsiasi avversario che scambiasse il rumore mediatico per debolezza americana lo scoprirebbe a proprie spese. 

Le smentite ufficiali, tuttavia, contrastano con quanto emerso da un’inchiesta del Washington Post, ripresa anche dalla stampa internazionale, secondo cui lo stesso presidente Trump sarebbe stato tenuto all’oscuro della reale gravità della crisi delle scorte, con un confronto acceso avvenuto a Camp David tra il presidente e il segretario alla Difesa Pete Hegseth.

Sempre secondo queste ricostruzioni, nei soli cinque mesi di confronto con l’Iran le forze americane avrebbero consumato quasi l’intera riserva di missili di precisione a lungo raggio, con oltre 850 missili Tomahawk lanciati nel solo primo mese di conflitto, più di mille intercettori del sistema THAAD e almeno 1.300 missili balistici tattici. Le scorte di missili ATACMS a corto raggio, quelli richiesti a gran voce da Kiev, sarebbero scese a livelli quasi nulli, mentre tra febbraio e luglio gli Stati Uniti avrebbero consumato circa il 65% delle proprie riserve di intercettori Patriot. 

I numeri del CSIS e il rischio di un doppio fronte 

Un’analisi del Center for Strategic and International Studies, dedicata alle sette munizioni chiave impiegate nella guerra con l’Iran, stima che gli Stati Uniti abbiano impiegato tra 1.060 e 1.430 missili Patriot durante il conflitto, lasciandone in arsenale appena 870. “Se si trattasse soltanto di continuare a combattere contro l’Iran, anche avendo usato circa metà degli intercettori, ne resterebbe comunque la metà: potremmo proseguire ancora a lungo“, ha spiegato Mark Cancian, coautore del rapporto CSIS. “Il problema è che il Pentagono è ora molto preoccupato di cosa questo comporti per il Pacifico occidentale, nei confronti della Cina”. 

La carenza di munizioni critiche ha aperto un dibattito interno al governo americano proprio mentre Trump valuta i prossimi passi verso l’Iran. Il generale Dan Caine, presidente del Comitato dei capi di stato maggiore, ha avvertito la Casa Bianca della scarsità di intercettori per la difesa aerea, un tema che secondo quanto riportato dal Wall Street Journal avrebbe pesato sulla decisione di sospendere temporaneamente ulteriori attacchi contro Teheran.

Caine ritiene che le scorte ridotte non impedirebbero una ripresa delle operazioni militari su larga scala contro l’Iran, ma ne aumenterebbero certamente i rischi. Nel frattempo, secondo fonti citate da agenzie di stampa, il Pentagono avrebbe chiesto un budget straordinario da 50 miliardi di dollari per ricostituire le scorte strategiche, mentre l’amministrazione Trump fa pressione senza precedenti sui grandi produttori della difesa: la Lockheed Martin, a gennaio, ha accettato di triplicare la produzione di missili Patriot, passando da circa 600 unità l’anno nel 2025 a duemila, sebbene l’espansione della capacità produttiva richieda comunque diversi anni prima di tradursi in scorte realmente disponibili. 

Analisti indipendenti da tempo mettono in guardia sul fatto che il consumo di munizioni in Medio Oriente rischi di indebolire la capacità di deterrenza degli Stati Uniti su scala globale, non solo nei confronti della Russia ma anche della Cina. È un timore condiviso anche a Kiev: il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha più volte segnalato il rischio di una carenza imminente di munizioni, precisando in un’intervista al quotidiano tedesco Welt che il deficit generale di missili Patriot non dipende dalla guerra in Medio Oriente, ma rischia comunque di ridurre ulteriormente le possibilità per l’Ucraina di ottenerne di nuovi. 

Quello che emerge, mettendo insieme i rapporti di intelligence sulle intenzioni russe e i dati sulle scorte militari americane, è uno scenario in cui la determinazione della NATO potrebbe essere messa alla prova proprio nel momento in cui gli strumenti per rispondere con fermezza risultano più limitati.

Gli Stati Uniti restano formalmente impegnati a difendere ogni centimetro del territorio alleato, come ribadito a più riprese dai funzionari di Washington, e il Pentagono continua a respingere ogni accusa di debolezza strategica. Resta però il fatto che il calendario indicato dagli analisti, tra l’autunno di quest’anno e il 2029, coincide proprio con la finestra in cui la produzione industriale della difesa americana dovrà colmare il divario aperto da due conflitti combattuti contemporaneamente su fronti diversi del pianeta, un test di resistenza che riguarda tanto gli arsenali quanto la coesione politica dell’intera alleanza atlantica. 

Alex Trizio
Alex Triziohttps://www.alground.com
Da sempre appassionato di informatica e nuove tecnologie. Si avvicina al mondo dell’open source e partecipa attivamente allo sviluppo del sistema operativo Linux, approfondendo sempre di più il settore di sviluppo e ingegneria software, collaborando con aziende statunitensi. Contemporaneamente, avvia e amplia studi sulla comunicazione e sul comportamento sociale e della comunicazione non verbale. Questi progetti lo portano a lunghe collaborazioni all’estero, dove approfondisce le interazioni fra software ed essere umano, che sfociano nella specializzazione in intelligenza artificiale. I molti viaggi in Medio Oriente aumentano la passione per la politica e la geopolitica internazionale. Nel 2004, osserva lo sviluppo dei social network e di una nuova fase del citizen journalism, e si rende conto che le aziende necessitano di nuovi metodi per veicolare i contenuti. Questo mix di elevate competenze si sposa perfettamente con il progetto di Web Reputation della madre, Brunilde Trizio. Ora Alessandro è Amministratore e Direttore strategico del Gruppo Trizio.
Altri articoli

TI POSSONO INTERESSARE

Ceuta, la breccia giuridica che ha aperto la porta a un’ondata migratoria senza precedenti

Ceuta, l'enclave spagnola incastonata sulla costa settentrionale del Marocco, sta vivendo tra il 29 e il 31 luglio 2026 la crisi migratoria più grave...

AI generativa e AI agentica: qual è la differenza e perché cambierà il nostro rapporto con la tecnologia

L’intelligenza artificiale generativa crea testi, immagini e codice quando riceve un comando. L’AI agentica, invece, può analizzare un obiettivo, elaborare un piano e compiere...

Odissea di Nolan diventa un’esca per falsi streaming che rubano dati e carte 

Siti in più lingue promettono la visione gratuita del film di Christopher Nolan, ma conducono a moduli che raccolgono credenziali personali e informazioni bancarie.  La...

Morte Fakir a Bologna: corteo al Pilastro, video e inchiesta

Una settimana dopo la morte di Abderrahim Fakir, Bologna torna in piazza. Nel pomeriggio di domenica 26 luglio il quartiere Pilastro ospita il corteo...

GPT-Red: l’IA di OpenAI che attacca ChatGPT per renderlo più sicuro

OpenAI ha sviluppato un’intelligenza artificiale specializzata nell’attaccare altri modelli di intelligenza artificiale. Si chiama GPT-Red e il suo compito è individuare vulnerabilità, sperimentare nuove...

Vulnerabilità WordPress “wp2shell” trovata da ChatGpt

Un bug scoperto da un ricercatore (e da un’IA) La vulnerabilità “wp2shell” nasce dall’indagine di Adam Kues, ricercatore di sicurezza presso Assetnote / Searchlight Cyber,...

Telecamere obbligatorie in auto: l’Europa ci protegge o ci sorveglia?

Dal 7 luglio 2026 tutte le nuove auto immatricolate nell’Unione Europea dovranno essere dotate di un sistema di Advanced Driver Distraction Warning, un dispositivo...

Gli Usa utilizzano droni di mare contro l’Iran. La nuova frontiera della guerra navale

Gli attacchi con droni di superficie statunitensi contro il porto iraniano di Bandar Abbas rappresentano una svolta storica nella guerra navale contemporanea, segnando la...

Stati Uniti e Iran continuano i colloqui

Donald Trump ha annunciato che Stati Uniti e Iran hanno concordato di proseguire i colloqui, ma ha dichiarato che la tregua è ormai finita,...