18 Febbraio 2026
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Gli Stati Uniti accusano la Cina di un test nucleare segreto

Pechino nega e rilancia le critiche a Washington. Sullo sfondo, la promessa di Donald Trump di riportare gli Stati Uniti all’era delle prove atomiche riapre una faglia nella fragile architettura del controllo degli armamenti.

L’evento del 2020 a Lop Nur

Al centro del caso c’è un tremore sismico registrato il 22 giugno 2020 in Asia centrale, con una magnitudo di circa 2,75–2,76, captato da una stazione in Kazakhstan. L’epicentro, secondo gli analisti statunitensi, sarebbe stato localizzato a circa 450 miglia dal poligono nucleare di Lop Nur, il principale sito cinese per le prove atomiche sin dagli anni Sessanta.

Christopher Yeaw, oggi Assistant Secretary per il controllo degli armamenti al Dipartimento di Stato, sostiene che il segnale sia “abbastanza coerente” con una piccola esplosione sotterranea, non con un terremoto naturale né con una semplice attività di miniera. La stima dell’energia sprigionata resta incerta, anche perché, secondo l’accusa, la Cina avrebbe adottato tecniche per attenuare artificialmente l’onda sismica.

Secondo Yeaw, l’evento sarebbe almeno “supercritico”, cioè un tipo di test che coinvolge materiale fissile in quantità tale da innescare un rilascio di energia significativo, pur senza sviluppare una vera e propria reazione a catena come in un’esplosione nucleare completa. Gli Stati Uniti riconoscono però che, sulla base dei soli dati pubblici, è impossibile determinare con precisione la potenza dell’eventuale test.

L’accusa americana e il calcolo politico

La rivelazione è arrivata in modo calibrato. Un alto funzionario dell’amministrazione Trump ha scelto il palco di un think tank conservatore a Washington, l’Hudson Institute, per offrire una versione più dettagliata dell’episodio, presentato come prova che la Cina avrebbe violato lo spirito, se non la lettera, della moratoria globale sui test nucleari.

Già nei giorni precedenti, un altro esponente del Dipartimento di Stato, Thomas DiNanno, aveva parlato in sede diplomatica di test esplosivi cinesi con rese fino a “centinaia di tonnellate”, accennando a preparativi prolungati e a presunte tecniche di “decoupling” per mascherare le detonazioni. L’episodio del 22 giugno 2020 viene così inserito in una narrativa più ampia: quella di una Cina che sperimenta in segreto mentre gli Stati Uniti, è l’argomento di Trump, hanno legato le proprie mani accettando vincoli unilaterali.

La tempistica non è neutra. L’uscita pubblica sui dettagli del presunto test cinese arriva a pochi mesi dall’annuncio con cui Trump ha ordinato al Pentagono di preparare la ripresa delle prove nucleari statunitensi, rompendo una moratoria di fatto in vigore dal 1992. La Casa Bianca presenta la mossa come risposta a Russia e Cina, accusate di condurre test clandestini in siti remoti e ben schermati.

Per la campagna di Trump, fare luce su un episodio controverso del 2020 ha una funzione precisa. Serve a giustificare un cambio di dottrina, a mostrare agli alleati che l’America non intende più farsi ingannare da potenze rivali, e a segnalare agli elettori che il presidente vuole rafforzare la postura nucleare degli Stati Uniti di fronte a un mondo percepito come più ostile.

Le prove tecniche e i dubbi degli esperti

La solidità del caso americano, però, è tutt’altro che indiscussa. Il segnale del 22 giugno 2020 è stato registrato, per quanto è noto, da una sola stazione sismica, un elemento che limita la possibilità di discriminare con certezza tra un’esplosione artificiale e un piccolo evento naturale.

L’Organizzazione del Trattato per la messa al bando totale dei test nucleari, che gestisce una rete globale di monitoraggio, ha confermato l’esistenza di almeno due eventi sismici minori nell’area, ma ha precisato che i dati disponibili non consentono di determinarne la causa. Alcuni sismologi indipendenti hanno sottolineato che segnali di questa intensità possono essere compatibili anche con micro-terremoti o frane sotterranee, specie in zone geologicamente complesse.

Yeaw e altri funzionari americani richiamano il concetto di “decoupling”: realizzare una cavità sotterranea ampia, far detonare l’ordigno in un ambiente che smorza le onde sismiche e riduce la percezione all’esterno. È una tecnica conosciuta dagli anni della Guerra fredda e studiata proprio per eludere i sistemi di verifica dei trattati. Per Washington, il fatto che i dati siano “strani” e difficili da interpretare costituirebbe una possibile prova, non un’attenuante.

Diversi esperti di controllo degli armamenti invitano però alla cautela, ricordando che la credibilità delle accuse su test segreti è un bene delicato, soprattutto dopo gli errori di intelligence commessi in passato su altri dossier strategici. La scelta di rendere pubblica un’analisi ancora parziale, per molti analisti, rivela quanto il piano tecnico si intrecci con quello politico.

Cosa succede davvero a Lop Nur

Al di là dell’evento del 2020, c’è un dato difficilmente contestabile: il sito di Lop Nur è tutt’altro che abbandonato. Immagini satellitari analizzate da centri di ricerca statunitensi mostrano negli ultimi anni nuove strade, infrastrutture logistiche e almeno un tunnel aggiuntivo scavato nelle montagne che circondano l’area di test.

Tong Zhao, senior fellow al Carnegie Endowment for International Peace, descrive un complesso molto attivo, in cui la Cina investe per mantenere e probabilmente ampliare le capacità connesse alle prove nucleari, che si tratti di esperimenti subcritici, test idrodinamici o, nella lettura americana, esplosioni a bassa resa coperte da misure di mitigazione. Questa attività non equivale automaticamente a violazioni, ma segnala una priorità strategica.

Secondo Zhao, Pechino potrebbe avere diversi motivi per condurre test a bassa intensità. Fra questi cita lo sviluppo di armi nucleari tattiche, pensate per scenari di conflitto limitato con gli Stati Uniti, e la messa a punto di testate ottimizzate per vettori ipersonici di nuova generazione.

In parallelo, le agenzie americane segnalano una crescita rapida dell’arsenale cinese, che tuttavia resta numericamente inferiore a quello di Washington e Mosca. Per Pechino, quest’argomento è spesso usato per giustificare il rifiuto a sedersi al tavolo dei grandi trattati bilaterali, ritenuti costruiti su misura per le due storiche superpotenze nucleari.

La risposta cinese e la battaglia del racconto

Pechino respinge categoricamente le accuse. Il ministero degli Esteri ha definito le affermazioni statunitensi completamente infondate e ha accusato Washington di voler fabbricare un pretesto per riprendere i propri test, erodendo ulteriormente la fiducia nel regime di non proliferazione.

La Cina ricorda di aver firmato, sebbene non ratificato, il Trattato per la messa al bando totale dei test nucleari del 1996, e insiste nel presentarsi come potenza responsabile, favorevole al mantenimento della moratoria globale. In questa narrativa, gli Stati Uniti sarebbero il vero elemento destabilizzante, pronti a sacrificare decenni di progressi sul controllo degli armamenti per riconquistare un vantaggio tecnologico e psicologico.

Quando Trump ha affermato in televisione che Russia e Cina stanno testando, ma non lo ammettono, Pechino ha reagito con particolare irritazione, invitando Washington a guardarsi allo specchio e a dare il buon esempio invece di lanciare accuse senza prove verificabili. Il confronto non si gioca solo negli impianti sotterranei di Lop Nur o nei laboratori del Nevada, ma anche nello spazio simbolico della legittimità internazionale.

La fragile architettura dei trattati

La vicenda del presunto test cinese arriva in un momento di forte erosione del sistema di controllo degli armamenti costruito dopo la Guerra fredda. Il nuovo START tra Stati Uniti e Russia è scaduto senza un rinnovo stabile, mentre la prospettiva di un accordo trilaterale che includa la Cina si è allontanata.

Per decenni, la moratoria di fatto sui test nucleari ha rappresentato una delle colonne portanti del regime di non proliferazione, anche in assenza dell’entrata in vigore formale del trattato CTBT. La sola idea di un ritorno ai test da parte di una grande potenza rischia di innescare una catena di emulazioni: prima a Mosca e Pechino, poi eventualmente in altri Paesi che aspirano a rafforzare il proprio status di potenza regionale.

Gli Stati Uniti accusano la Cina di sfruttare l’asimmetria: una potenza che non si sottopone agli stessi vincoli, modernizza il proprio arsenale e, nel frattempo, chiede un riconoscimento politico più ampio sul piano globale. La Cina ribalta l’argomentazione, denunciando la tendenza americana a usare il tema del controllo degli armamenti come strumento di pressione geopolitica più che come obiettivo condiviso.

Test e corsa agli armamenti nel XXI secolo

Dietro la disputa sui sismogrammi si intravede un cambiamento più profondo. La nuova corsa agli armamenti nucleari non si misura più soltanto in numero di testate, ma nella qualità delle piattaforme: missili ipersonici, vettori manovrabili, armi a basso potenziale pensate per abbassare la soglia d’uso, sistemi avanzati di comando e controllo.

In questo contesto, anche un singolo evento come quello di giugno 2020 può essere caricato di significati che vanno oltre il dato tecnico. Per Washington, dimostrare che la Cina testa in segreto significa mettere in discussione l’idea che esista ancora un tabù condiviso sull’esplosione nucleare. Per Pechino, respingere l’accusa è essenziale per conservare l’immagine di potenza in ascesa ma responsabile, che chiede agli altri di rispettare i trattati mentre costruisce il proprio margine di sicurezza strategica.

Il rischio, sottolineato da molti analisti, è che la controversia alimenti un circolo vizioso. Più si indebolisce la fiducia reciproca, più cresce la tentazione di affidarsi a dimostrazioni di forza, compresi i test, per ridurre l’incertezza. In un mondo in cui nuove potenze regionali osservano con attenzione le mosse delle grandi capitali, la partita che si gioca a Lop Nur e nei corridoi di Washington riguarda anche loro, e ridisegna la soglia di ciò che è considerato accettabile nel XXI secolo.

Alex Trizio
Alex Triziohttps://www.alground.com
Alessandro Trizio è un professionista con una solida expertise multidisciplinare, che abbraccia tecnologia avanzata, analisi politica e strategia geopolitica. Ora è Amministratore e Direttore Strategico del Gruppo Trizio, dirigendo il dipartimento di sicurezza informatica. La sua competenza si estende all'applicazione di soluzioni innovative per la sicurezza cibernetica e la risoluzione di criticità complesse.
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