21 Febbraio 2026
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USA-Iran, la macchina da guerra americana si prepara alle porte dell’Iran

Gli Stati Uniti hanno schierato oltre 50 caccia, due portaerei, sottomarini e sistemi antimissile in Medio Oriente. È il più grande ammassamento di forza aerea nella regione dall’invasione dell’Iraq. Tra negoziati a Ginevra e ultimatum di Trump, il rischio di un nuovo attacco all’Iran è concreto. L’analisi completa dello scenario militare e diplomatico.

Il Medio Oriente è di nuovo un teatro di guerra in potenza. Gli Stati Uniti stanno riversando nella regione un arsenale militare che non si vedeva da oltre vent’anni. Due gruppi d’attacco di portaerei, oltre cinquanta caccia, bombardieri stealth in stato di allerta, sottomarini lanciamissili e i più avanzati sistemi di difesa antimissile del Pentagono convergono verso un unico obiettivo: l’Iran.

Non si tratta di una semplice esercitazione o di una manovra di routine. È il più grande dispiegamento di potenza aerea nella regione dal 2003, quando gli Stati Uniti invasero l’Iraq. E questa volta, a differenza dell’Operazione Midnight Hammer del giugno 2025, le opzioni sul tavolo del presidente Donald Trump appaiono più ampie e meno definite.

Un arsenale in movimento

Nell’ultimo mese, decine di caccia a reazione e aerei di supporto sono partiti dagli Stati Uniti e dall’Europa per raggiungere basi dislocate in Giordania e Arabia Saudita, secondo i dati di tracciamento dei voli analizzati dal Wall Street Journal. I velivoli schierati comprendono gli F-22 Raptor e gli F-35 Lightning, i caccia stealth più avanzati dell’arsenale americano, capaci di eludere i sistemi missilistici terra-aria iraniani. Sono gli stessi jet che hanno scortato i bombardieri B-2 Spirit durante gli attacchi ai siti nucleari iraniani nel giugno scorso.

Al fianco dei caccia stealth, il Pentagono ha inviato gli EA-18G Growler, aerei specializzati nella guerra elettronica. Il loro compito è disattivare i lanciatori missilistici iraniani attraverso il jamming dei sistemi radar, una tattica già sperimentata con successo il mese precedente durante la cattura dell’ex presidente venezuelano Nicolás Maduro. Se l’ordine di attacco dovesse arrivare, gli F-15E Strike Eagle e gli F-16 Fighting Falcon sarebbero impiegati per intercettare i droni iraniani lanciati in rappresaglia contro Israele o le basi americane nella regione.

Un dato colpisce in modo particolare: almeno 108 aerei cisterna sono già nella zona operativa del Comando Centrale o in viaggio verso di essa. Questo numero rivela l’ampiezza e la potenziale durata di un’eventuale campagna. I KC-135 Stratotanker sono essenziali per garantire il rifornimento in volo dei caccia, dei bombardieri e degli aerei radar di allerta precoce come l’E-3 AWACS, già dislocato nell’area.

Il problema dello spazio aereo

Mappa della disposizione militare vicino all'Iran

C’è un ostacolo logistico che complica i piani del Pentagono. L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno esplicitamente vietato l’uso del proprio spazio aereo per colpire l’Iran. Il principe ereditario Mohammed bin Salman ha pubblicamente escluso questa possibilità, e Abu Dhabi ha assunto una posizione identica, con il consigliere presidenziale Anwar Gargash che ha invocato una “soluzione diplomatica a lungo termine tra Washington e Teheran”.

Questa restrizione ha costretto gli Stati Uniti a concentrare gran parte dei caccia in Giordania, più lontano dagli obiettivi iraniani. Il risultato è un maggiore affidamento sul rifornimento in volo e missioni più lunghe e complesse per raggiungere i bersagli e tornare alle basi. Ma il Pentagono ha un asso nella manica: i bombardieri a lungo raggio B-2 Spirit non hanno bisogno di basi regionali. Possono decollare direttamente dagli Stati Uniti, dalla base di Whiteman in Missouri, e compiere missioni senza scalo sull’Iran grazie agli aerei cisterna. Lo hanno già fatto nel giugno 2025, volando per 18 ore consecutive.

Due portaerei, un messaggio inequivocabile

La dimensione navale dello schieramento è altrettanto imponente. La Marina degli Stati Uniti ha 13 navi nella regione, con la portaerei USS Abraham Lincoln come fulcro operativo, affiancata da nove cacciatorpediniere classe Arleigh-Burke in grado di abbattere missili balistici e lanciare missili da crociera Tomahawk contro obiettivi terrestri in Iran.

Ma il segnale più forte è arrivato il 13 febbraio, quando il Pentagono ha annunciato il reindirizzamento della USS Gerald R. Ford, la più grande portaerei del mondo, dal teatro caraibico verso il Medio Oriente. La Ford, reduce dalle operazioni in Venezuela, si unirà alla Lincoln nel Golfo Persico, creando una presenza di due gruppi d’attacco nella zona di responsabilità del Comando Centrale per la prima volta in quasi un anno.

“Nel caso in cui non riuscissimo a concludere un accordo, ne avremo bisogno”, ha dichiarato Trump il 13 febbraio, aggiungendo che le navi sarebbero ritirate se la diplomazia avesse successo. Una dichiarazione che oscilla tra la minaccia e la rassicurazione, in un registro ormai familiare per questa presidenza.

Nelle acque della regione operano anche il sottomarino lanciamissili USS Georgia, tre navi da combattimento litorali di classe Independence e navi di supporto logistico come la USNS Carl Brashear e la petroliera USNS Henry J. Kaiser. Il 3 febbraio, un F-35C del Corpo dei Marines ha abbattuto un drone iraniano Shahed-139 che si era avvicinato alla Abraham Lincoln nel Mar Arabico. Lo stesso giorno, la Marina dei Guardiani della Rivoluzione iraniana ha tentato di sequestrare la petroliera americana MT Stena Imperative nello Stretto di Hormuz, prima di essere fermata dal cacciatorpediniere USS McFaul.

Lo scudo antimissile

Il Pentagono ha preposizionato nell’ultimo mese i suoi intercettori più avanzati, i sistemi THAAD e Patriot, per proteggere le basi americane e gli alleati regionali. I THAAD sono progettati per intercettare missili balistici al di sopra dell’atmosfera terrestre, mentre i Patriot difendono contro minacce a più bassa quota e corto raggio.

L’esperienza del giugno 2025 ha dimostrato quanto siano cruciali questi sistemi. Dopo gli attacchi americani ai siti nucleari iraniani, Teheran aveva lanciato 14 missili balistici contro la base aerea di Al Udeid in Qatar, sede del centro di comando aereo americano nella regione. I Patriot americani e qatarioti avevano intercettato la maggior parte degli ordigni, senza causare vittime. Ma il conflitto di 12 giorni tra Israele e Iran nel giugno 2025 aveva anche messo in luce un problema serio: la rapidità con cui gli Stati Uniti possono esaurire le scorte di intercettori.

Oltre 30.000 militari americani sono attualmente distribuiti tra Bahrain, Egitto, Iraq, Israele, Giordania, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita, Siria ed Emirati Arabi Uniti. Un esercito in assetto di guerra, anche se Washington preferisce parlare di “deterrenza”.

L’ombra di Midnight Hammer

Per comprendere il presente bisogna tornare alla notte tra il 21 e il 22 giugno 2025, quando gli Stati Uniti lanciarono l’Operazione Midnight Hammer. Oltre 125 aerei militari, tra cui sette bombardieri stealth B-2 Spirit, colpirono tre impianti nucleari iraniani: l’impianto di arricchimento sotterraneo di Fordow, il complesso di Natanz e il centro tecnologico nucleare di Isfahan.

L’operazione fu la più grande missione B-2 dalla guerra in Afghanistan del 2001. Quattordici bombe GBU-57 Massive Ordnance Penetrator, i cosiddetti “bunker buster” da 13 tonnellate ciascuna, furono sganciate sulle strutture sotterranee di Fordow, progettate per penetrare decine di metri di cemento e roccia prima di detonare. Contemporaneamente, missili Tomahawk lanciati da un sottomarino colpirono Isfahan.

Trump aveva dichiarato che il programma nucleare iraniano era stato “completamente e totalmente cancellato”. Ma a febbraio 2026, le autorità iraniane hanno rivelato che alcune bombe non erano esplose e restavano all’interno dei siti nucleari, complicando gli sforzi di ispezione dell’AIEA. E i servizi di intelligence occidentali hanno valutato che i danni reali, pur significativi, non hanno eliminato completamente la capacità iraniana di ripresa. A Fordow, le immagini satellitari mostravano sei crateri concentrati sulla montagna sopra le centrifughe sotterranee, con danni limitati alle infrastrutture in superficie.

È proprio questa ambiguità che ha riportato la crisi al punto attuale. Se il programma nucleare era davvero distrutto, perché serve un secondo attacco?

Il fronte diplomatico: Ginevra e le linee rosse

Parallelamente al dispiegamento militare, la diplomazia non si è fermata. Il 6 febbraio, a Muscat in Oman, si è tenuto il primo round di colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran, mediati dal ministro degli Esteri omanita Badr bin Hamad Al Busaidi. Il 17 febbraio, il secondo round si è svolto a Ginevra, con il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi da un lato e gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner dall’altro.

I colloqui di Ginevra sono durati tre ore e mezza. Araghchi li ha definiti “più costruttivi” rispetto al primo incontro, affermando che è stato raggiunto un accordo su “principi guida generali” che potrebbero fungere da base per il testo di un futuro accordo. Il mediatore omanita ha confermato “progressi sostanziali nell’identificazione di obiettivi condivisi e questioni tecniche pertinenti”.

Ma le posizioni restano lontane. Washington ha chiesto a Teheran di consegnare i 400 chilogrammi residui di uranio arricchito, limitare l’arricchimento al di sotto del 60 per cento di purezza, interrompere lo sviluppo di armi nucleari, ridurre il programma di missili balistici e cessare il sostegno a Hezbollah, Hamas e Houthi. L’Iran ha risposto che il programma missilistico è una “linea rossa” non negoziabile e ha rivendicato il diritto all’arricchimento dell’uranio, pur esprimendo una disponibilità condizionata a negoziare in cambio della rimozione delle sanzioni.

Un alto funzionario americano ha definito i colloqui di Ginevra “un nulla di fatto”. Un altro ha dichiarato che l’Iran ha tempo fino alla fine di febbraio per concordare un pacchetto di concessioni significative.

L’ultimatum di Trump

Il 20 febbraio, Trump ha fissato un termine di “10-15 giorni al massimo” perché l’Iran accetti un accordo, avvertendo che in caso contrario “accadranno cose davvero brutte”. Il giorno seguente, interrogato dai giornalisti sulla possibilità di un attacco militare limitato per costringere Teheran a negoziare, ha risposto: “Credo di poter dire che lo sto considerando”.

Secondo fonti citate dalla CNN e dalla CBS, il Pentagono è pronto a colpire l’Iran già da questo fine settimana, anche se Trump non ha ancora dato l’autorizzazione finale. La Casa Bianca è stata informata che le forze armate potrebbero essere operative nel giro di ore, dopo il significativo ammassamento di mezzi aerei e navali degli ultimi giorni.

Le opzioni sul tavolo del presidente sono molteplici. Secondo fonti di Reuters, la pianificazione militare è avanzata e include il targeting di individui specifici e persino un possibile cambio di regime a Teheran. Tra i potenziali bersagli figurano siti missilistici a corto e medio raggio, depositi di armi, installazioni nucleari, infrastrutture militari e il quartier generale delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche.

Alti funzionari della sicurezza nazionale hanno però avvertito il presidente che un’operazione finalizzata a rovesciare la leadership iraniana non garantisce il successo. La decisione di Trump di posticipare gli attacchi minacciati a gennaio, dopo che i vertici militari avevano avvisato che il Pentagono non era pronto, potrebbe aver concesso all’Iran il tempo di rafforzare le proprie difese.

Israele si prepara al peggio

A Tel Aviv, il livello di allerta è al massimo. Fonti della difesa israeliana hanno confermato che sono in corso preparativi significativi per un possibile attacco congiunto con gli Stati Uniti, anche se nessuna decisione finale è stata presa. L’obiettivo, secondo queste fonti, è infliggere un colpo sostanziale nell’arco di diversi giorni per costringere l’Iran a fare concessioni al tavolo negoziale che finora ha rifiutato.

Una fonte di sicurezza israeliana citata dal sito Belaaz ha descritto i preparativi come “straordinari e costosi”. Le basi militari nel sud di Israele sono state evacuate, nella convinzione che la zona meridionale sarebbe il principale bersaglio della rappresaglia iraniana. I sistemi di difesa aerea sono stati ridispiegati in tutto il Paese, rifugi mobili sono stati posizionati nelle basi anche nel nord, e 15 batterie di difesa missilistica sono state installate in una base settentrionale.

“I tempi si accorciano”, ha dichiarato un alto funzionario israeliano, “e questo vale anche per la preparazione militare. Alla fine, c’è un solo uomo che deciderà”. I vertici dell’intelligence israeliana ritengono che un attacco americano, o un’operazione congiunta, scatenerebbe quasi certamente una rappresaglia iraniana contro il territorio israeliano.

L’analista militare di Maariv, Avi Ashkenazi, ha sottolineato lo stretto coordinamento tra Israele e il Comando Centrale americano (CENTCOM). L’esercito israeliano, in particolare l’aviazione, l’intelligence militare e il Comando Nord, è in stato di allerta continua, con un monitoraggio costante focalizzato sull’Iran. Hezbollah resta una preoccupazione concreta: nonostante l’uccisione del suo storico leader Hassan Nasrallah e le operazioni israeliane contro le sue infrastrutture, il movimento libanese “ha ancora missili che possono raggiungere Tel Aviv e sicuramente il nord”, secondo la fonte israeliana.

La risposta di Teheran

L’Iran non è rimasto a guardare. Già il 23 gennaio, un alto funzionario iraniano aveva dichiarato che qualsiasi attacco sarebbe stato considerato “una guerra totale contro di noi”. “Questa volta classificheremo qualsiasi offensiva, che sia limitata, estesa, chirurgica o cinetica, come una guerra totale e reagiremo nel modo più severo possibile”, aveva avvertito.

La Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha usato toni altrettanto minacciosi. “I più forti del mondo talvolta ricevono uno schiaffo dal quale non riescono a rialzarsi”, ha dichiarato alla televisione di stato. E ha aggiunto un avvertimento esplicito sulla vulnerabilità navale americana: “Una nave da guerra è un’arma formidabile, ma l’arma capace di affondarla è ancora più pericolosa”.

Il 17 febbraio, in coincidenza con i colloqui di Ginevra, l’Iran ha parzialmente chiuso lo Stretto di Hormuz per alcune ore, ufficialmente per “precauzioni di sicurezza” durante esercitazioni militari dei Pasdaran. Lo stretto è una delle arterie vitali del commercio mondiale: vi transita circa un quinto del consumo giornaliero globale di petrolio, pari a circa 20 milioni di barili al giorno.

L’esercitazione, denominata “Smart of the Strait of Hormuz”, era chiaramente un messaggio. Per decenni, l’Iran ha coltivato la minaccia della chiusura dello stretto come arma di deterrenza economica globale. Le Guardie Rivoluzionarie hanno schierato equipaggiamento militare sulle isole di Greater Tunb, Lesser Tunb e Abu Musa, condotto operazioni di posa di mine e installato il radar bielorusso Vostok-1 per migliorare la capacità di rilevamento delle minacce aeree.

Il terrore dei Paesi del Golfo

Mentre Washington e Teheran si fronteggiano, gli alleati arabi degli Stati Uniti nella regione vivono un incubo. Arabia Saudita, Qatar, Oman, insieme a Turchia ed Egitto, sono impegnati da gennaio in un’intensa attività diplomatica per evitare il conflitto. Non per simpatia verso l’Iran, ma perché si troverebbero in prima linea nella rappresaglia iraniana.

“Possono anche desiderare un indebolimento della leadership iraniana, ma tutti sono più preoccupati da uno scenario di caos e incertezza, e dalla possibilità che elementi più radicali prendano il potere”, ha spiegato Anna Jacobs Khalaf, analista del Golfo presso l’Arab Gulf States Institute, ad Al Jazeera.

I rischi sono molteplici e concreti. Le strutture americane in Qatar, Emirati, Arabia Saudita e Bahrain diventerebbero bersagli immediati dei missili o dei droni iraniani. L’attacco del giugno 2025 alla base di Al Udeid in Qatar, pur senza vittime, resta un ricordo fresco e terrorizzante per i leader del Golfo. Ali Shamkhani, influente consigliere di Khamenei, ha suggerito che questa volta la risposta sarebbe molto più severa dello strike “largamente simbolico” su Al Udeid.

C’è poi la dimensione economica. Un eventuale blocco, anche parziale, dello Stretto di Hormuz farebbe schizzare i premi assicurativi e il prezzo del petrolio, proprio come la campagna Houthi nel Mar Rosso in risposta alle operazioni israeliane a Gaza. Lo spettro dell’inflazione piomberebbe sull’economia globale, colpendo direttamente la promessa economica di Trump agli elettori americani nell’anno delle elezioni di medio termine.

Un altro timore riguarda l’esodo di profughi. Il porto iraniano di Bandar Abbas è a breve distanza in barca da Dubai. Un conflitto che devasti l’economia iraniana o provochi un collasso interno potrebbe spingere migliaia di sfollati attraverso il mare verso gli Emirati.

Ma il paradosso più inquietante è forse un altro. Un attacco militare potrebbe indurre l’Iran ad abbandonare la dottrina ufficiale del nucleare civile e a lanciarsi nella costruzione di un’arma atomica, esattamente l’esito che la guerra dovrebbe prevenire. In assenza di un’occupazione militare totale del Paese, non esistono ostacoli materiali a una corsa alla bomba, dato il know-how accumulato da Teheran. Questo scenario costringerebbe Arabia Saudita ed Emirati a cercare il proprio deterrente nucleare, innescando una destabilizzante corsa agli armamenti regionale.

“Le ripercussioni di un collasso statale supererebbero di gran lunga ciò che il Medio Oriente ha sperimentato con i conflitti in Iraq, Siria o Yemen”, ha scritto l’analista Galip Dalay per Chatham House.

Un bivio tra guerra e negoziato

La situazione al 21 febbraio 2026 è sospesa su un filo sottile. Il ministro degli Esteri iraniano ha annunciato di aspettarsi di avere una controproposta dettagliata pronta entro pochi giorni. I negoziatori americani hanno indicato che l’Iran dovrebbe tornare al tavolo entro due settimane con proposte concrete per colmare le distanze.

Ma il dispiegamento militare prosegue senza sosta. La USS Gerald R. Ford ha attraversato lo Stretto di Gibilterra ed è ora nel Mediterraneo, in rotta verso il Medio Oriente. I bombardieri B-2 sono in stato di allerta rafforzata nelle basi americane. E secondo analisti del Center for Strategic and International Studies, lo schieramento navale attuale, con 16 navi complessive tra portaerei, navi da guerra di superficie, navi anfibie e sottomarini, è già superiore a quello del 2024 nella stessa regione.

C’è un dato che preoccupa gli osservatori più di ogni altro. Data la scala del dispiegamento, non esiste un modo per Trump di ritirare le forze senza perdere la faccia, a meno che non si raggiunga un accordo. L’escalation ha acquisito una logica propria, e il presidente americano si è spinto in un angolo da cui è difficile uscire senza un risultato tangibile, che sia un trattato o un raid.

Per un presidente che ha fatto campagna sulla promessa di evitare le guerre all’estero, Trump si trova ora a contemplare quello che sarebbe almeno il settimo intervento militare americano all’estero nell’ultimo anno, e il secondo contro l’Iran. Il Medio Oriente trattiene il fiato, in attesa della decisione di un solo uomo.

Alex Trizio
Alex Triziohttps://www.alground.com
Alessandro Trizio è un professionista con una solida expertise multidisciplinare, che abbraccia tecnologia avanzata, analisi politica e strategia geopolitica. Ora è Amministratore e Direttore Strategico del Gruppo Trizio, dirigendo il dipartimento di sicurezza informatica. La sua competenza si estende all'applicazione di soluzioni innovative per la sicurezza cibernetica e la risoluzione di criticità complesse.
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