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Liguria crocevia di armi, guerre e diritti: il paradosso genovese tra Piaggio, Palestina e portuali

Liguria, estate 2025. In poche settimane tre notizie, apparentemente scollegate, s’intrecciano in una trama che coinvolge industria, politica, diritti e coscienza collettiva. Si parte dal rilancio di una storica eccellenza industriale, si attraversano decisioni simboliche di riconoscimento internazionale, e si arriva a un clamoroso sciopero contro il traffico di armi nei porti. Ma quando il quadro si compone, emergono domande scomode e riflessioni sul ruolo di una regione che oggi si scopre al centro delle rotte globali delle tecnologie, delle alleanze e delle armi.

Il rilancio (turco) di una storia italiana

Il 1 luglio 2025 segna una svolta per Piaggio Aerospace, ex gioiello dell’aeronautica ligure e italiana, dopo sei anni di amministrazione straordinaria a rischio chiusura. È la turca Baykar, leader mondiale nella produzione di droni militari, ad acquisire l’azienda, con benedizione e vigilanza del governo italiano tramite la normativa “golden power”. A Genova e Villanova d’Albenga si sperimentano così entusiasmo e inquietudine: da un lato la salvezza dei posti di lavoro, nuovi investimenti tecnologici e promesse di sviluppo; dall’altro, la consapevolezza che i velivoli che verranno prodotti saranno sistemi d’arma avanzati, destinati alle guerre di oggi e di domani.

Baykar si impegna non solo a mantenere, ma persino a incrementare l’occupazione, rilanciando progetti iconici come il P.180 Avanti EVO, insieme a sistemi remotizzati di nuova generazione. Un piano industriale che punta a fare di Genova e Savona un polo europeo dell’aerospazio e della difesa.

Genova riconosce la Palestina: la svolta simbolica

Il 29 luglio 2025 il Consiglio Comunale di Genova approva una mozione storica: riconosce ufficialmente lo Stato di Palestina nei confini del 1967, con Gerusalemme capitale condivisa. Una decisione dal forte valore diplomatico, che impegna il Comune a promuovere presso il governo italiano lo stesso riconoscimento e a sospendere qualunque collaborazione istituzionale o di ricerca con Israele finché non verranno rispettati i diritti umani e sarà garantito l’accesso agli aiuti umanitari.

È il segnale visibile di una città, e di una regione, che vuole riscrivere le sue politiche estere e commerciali con una nuova attenzione ai conflitti mediorientali e alle responsabilità dell’Occidente.

Il blocco dei portuali: “no alle armi per gli eserciti in guerra”

Pochi giorni dopo, a inizio agosto, la notizia fa il giro dei media globali: il Collettivo autonomo lavoratori portuali (Calp) di Genova e La Spezia organizza un imponente blocco allo sbarco di tre container carichi di materiale bellico destinato a Israele. All’azione segue uno sciopero, sostenuto da una rete che coinvolge anche altri porti del Mediterraneo, come il Pireo. Sotto la pressione sindacale, la compagnia Cosco rinuncia allo scarico: per la prima volta una grande compagnia navale cede formalmente di fronte a una protesta di questo tipo. Per i portuali, si tratta di una battaglia etica: “Non siamo complici nel traffico di armi che alimenta conflitti e uccisioni di civili”, ripetono, ribadendo il loro sostegno alla popolazione palestinese.

Il puzzle si ricompone: quali armi produrremo in Liguria, e per chi?

Ma qui il racconto si fa complesso – per non dire contraddittorio. Mentre una parte della società civile blocca armi destinate a Israele e altre potenze belliche, nelle stesse settimane Genova inaugura, grazie a Baykar, la produzione di sistemi militari avanzati.

Sotto la guida turca, negli stabilimenti ex Piaggio saranno prodotti:

  • Droni armati Bayraktar TB2: velivoli a pilotaggio remoto tra i più diffusi nelle guerre recenti, capaci di compiere missioni di sorveglianza e attacco utilizzando missili aria-superficie e bombe intelligenti.
  • Droni Akıncı: piattaforme MALE (Media Altitudine, Lunga Autonomia) di nuova generazione, in grado di trasportare carichi pesanti, radar avanzati, sistemi di guerra elettronica e armamenti di ultima generazione.
  • Componentistica avanzata: sensori, radar, circuiti di controllo con intelligenza artificiale per rendere i sistemi automatizzati più “decisionali”, cioè capaci di riconoscere e attaccare obiettivi in autonomia.

Una produzione all’avanguardia che trasforma la Liguria in una delle capitali europee dell’industria bellica hi-tech, in un momento storico in cui i droni sono diventati l’arma simbolo dei conflitti moderni.

A chi andranno le armi made in Liguria?

Qui la domanda diventa scomoda. I clienti di Baykar – e dei suoi siti produttivi, liguri compresi – sono numerosi e trasversali. Basta guardare la lista pubblica delle esportazioni: Polonia, Ucraina, Kosovo, Albania, Romania, Croazia, Lettonia, Lituania, Finlandia, Qatar, Kuwait, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Azerbaigian, Togo, Mali, Etiopia, Pakistan, e molti altri.

In particolare, Qatar e Arabia Saudita figurano tra i maggiori importatori. Il Qatar, oltre a essere alleato privilegiato di Ankara e base di molte leadership di Hamas, è fra gli hub di gestione e finanziamento della crisi israelo-palestinese. Arabia Saudita e gli Emirati, invece, usano regolarmente i droni Baykar anche nell’interminabile conflitto in Yemen, uno dei teatri di guerra più sanguinosi e dimenticati degli ultimi anni, con almeno 377.000 morti stimati dalle Nazioni Unite – la stragrande maggioranza civili.

La paradossale realtà è che le tecnologie prodotte in Liguria, pur non destinate, secondo le dichiarazioni pubbliche, direttamente a Israele, alimenteranno comunque conflitti e guerre in molte aree calde del pianeta e, nei fatti, anche gli attori coinvolti nel conflitto mediorientale potranno beneficiarne, direttamente o indirettamente.

L’ipocrisia della guerra “giusta” e del pacifismo parziale

In questa cornice, le scelte della politica e della società civile appaiono ambigue. La Regione, simbolicamente in guerra contro la guerra con il blocco dei container e il riconoscimento della Palestina, si trasforma intanto nel polo industriale di sistemi d’arma che saranno comunque impiegati in scontri sanguinosi, spesso contro civili inermi. Il paradosso emerge lampante: si è contro “una sola guerra”, quella più visibile e politicamente discussa in Occidente, mentre si contribuisce, direttamente o come terzisti, all’escalation di tanti altri conflitti alcuni dei quali privi di visibilità mediatica.

Ma la domanda di fondo è scomoda: possiamo separarci dall’industria bellica globale solo a parole, mantenendo economie territoriali fondate proprio sulle produzioni militari? Si può essere credibili nel reclamare la pace, mentre si esporta tecnologia che alimenta nuove guerre?

Il risultato è una Liguria “sdoppiata”: da un lato regista di iniziative di solidarietà, dall’altro epicentro di una filiera che attraversa fronti di guerra da Kiev a Sanaa, da Tripoli a Gaza, fornendo strumenti sofisticati di attacco e difesa, ma anche di morte.

Quale futuro per la Liguria d’armi e diritti?

Il caso ligure è esemplare del dilemma occidentale: come bilanciare sviluppo industriale, occupazione, difesa dei diritti e scelte etiche in un mondo dove la filiera bellica è al centro dei rapporti geopolitici e degli equilibri economici? O si accetta la logica della guerra, anche in nome della propria sicurezza e prosperità, oppure la coerenza impone scelte radicali che pochi sembrano voler davvero percorrere.

Nel frattempo, a Genova – mentre si celebrano la solidarietà con il popolo palestinese e le vittorie sindacali contro il transito di armi nei capannoni ex Piaggio, ingegneri e operai mettono insieme componenti di droni che voleranno, molto presto, sugli scenari di guerra del pianeta. Il futuro di questa frontiera etica, industriale e politica resta tutto da scrivere.

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Alex Trizio
Alex Triziohttps://www.alground.com
Da sempre appassionato di informatica e nuove tecnologie. Si avvicina al mondo dell’open source e partecipa attivamente allo sviluppo del sistema operativo Linux. Questi progetti lo portano a lunghe collaborazioni all’estero, dove approfondisce le interazioni fra software ed essere umano. I molti viaggi in Medio Oriente aumentano la passione per la politica e la geopolitica internazionale. Questo mix di elevate competenze si sposa perfettamente con il progetto editoriale fondato dalla madre, Brunilde Trizio. Ora Alessandro è Amministratore e Direttore strategico del Gruppo Trizio.
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