Punti chiave
Il referendum costituzionale sulla giustizia del 22-23 marzo 2026 si avvia alla vittoria del No, con un’affluenza molto alta (circa il 59%), trasformandosi in un passaggio politico cruciale per il governo Meloni e per gli equilibri tra maggioranza e opposizioni.
I numeri del voto
Lo scrutinio parziale e le proiezioni indicano il No stabilmente avanti, nell’ordine del 53-54%, contro un Sì fermo attorno al 46-47%. Le seconde proiezioni Rai stimano il No al 53,9% e il Sì al 46,1%, mentre le proiezioni Tecnè oscillano su valori molto simili (No 53,2%, Sì 46,8%). Già con il 10% delle sezioni scrutinate il Viminale certificava un vantaggio del No di circa 9 punti (54,5% contro 45,5%).
L’affluenza si attesta al 58,9%, un dato insolitamente alto per un referendum confermativo, pur in assenza di quorum, e superiore di diversi punti al precedente costituzionale del 2020 sul taglio dei parlamentari (che si fermò poco sopra il 53%). La partecipazione è però molto differenziata territorialmente: il Centro-Nord supera spesso il 60%, mentre molte regioni del Sud restano tra il 40 e il 50%.
La geografia del voto
La mappa che emerge è spaccata tra Nord e Sud, con un’anomalia evidente: il cosiddetto “caso lombardo-veneto”. In Lombardia il Sì alla riforma raccoglie circa il 57% dei voti, in Veneto arriva attorno al 59%, mentre in Friuli Venezia Giulia si colloca sopra il 54%; in Trentino-Alto Adige si registra invece un sostanziale testa a testa. Nel resto d’Italia il quadro si ribalta e il No è in netto vantaggio in quasi tutte le altre regioni, contribuendo alla prevalenza nazionale del fronte contrario alla riforma.
Sul piano della partecipazione spiccano Emilia-Romagna e Toscana, entrambe con affluenze superiori al 66%; seguono Umbria (circa 65%), Lombardia, Marche e Veneto attorno al 63%, Piemonte e Liguria al 62%. In coda Basilicata (poco sopra il 53%), Trentino-Alto Adige e Sardegna (intorno al 51%), Campania al 50%; molto basse le percentuali in Sicilia, dove la partecipazione resta nella fascia medio-bassa nazionale.
Tra le grandi città il record di affluenza va a Firenze, con il 70%, seguita da Milano (circa 64,6%) e Roma (oltre il 62,5%). Nel Mezzogiorno i dati sono sensibilmente inferiori: Bari si ferma al 53,9%, Napoli al 49,3%, Palermo addirittura al 46,4%. In Lombardia il quadro è particolarmente dinamico, con una media regionale sopra il 51% alla fine del primo giorno, e punte oltre il 53% nelle province di Monza e Brianza e di Milano.
La riforma sottoposta a conferma riguarda sette articoli della Costituzione: 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110. Il cuore del progetto è la separazione delle carriere tra magistratura giudicante (i giudici) e requirente (i pubblici ministeri), con un doppio ordine di conseguenze: istituzione di due Csm distinti e ridisegno del sistema disciplinare.
Oggi i magistrati seguono un unico concorso e percorso iniziale, potendo scegliere se svolgere funzioni requirenti o giudicanti e potendo cambiare funzione una sola volta nei primi dieci anni, con il trasferimento in un altro distretto. Con la vittoria del Sì, le carriere sarebbero separate rigidamente, senza possibilità di passaggio, con questo principio scritto direttamente in Costituzione, e verrebbero istituiti due Consigli superiori della magistratura: uno per la magistratura giudicante, l’altro per quella requirente, entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica.
La riforma introduce anche il sorteggio come meccanismo di selezione dei membri dei Csm. Oggi i due terzi dei componenti (i “togati”) sono eletti dai magistrati, mentre un terzo (i “laici”) è scelto dal Parlamento tra giuristi e avvocati esperti; con il Sì, i togati verrebbero sorteggiati tra magistrati in possesso di determinati requisiti fissati dalla legge, mentre i laici sarebbero estratti da un elenco predisposto dal Parlamento. Infine, il Csm perderebbe il potere disciplinare, trasferito a una nuova Alta corte disciplinare composta da 15 membri, in maggioranza magistrati, ma con un presidente scelto tra i componenti laici.
Con la vittoria del No, nulla di tutto questo entrerebbe in vigore: resterebbe un unico Csm, eletto secondo le regole attuali, con poteri disciplinari intatti e senza separazione costituzionalizzata delle carriere.
Le ragioni del Sì e del No
Secondo gli instant poll di YouTrend per SkyTg24, la maggioranza degli elettori dichiara di aver deciso in base al merito della riforma (69%), più che per mandare un segnale politico (28%). Nel campo del Sì la motivazione principale è la convinzione che la separazione delle carriere rafforzi il ruolo di un giudice davvero terzo rispetto a accusa e difesa, aumentando le garanzie di imparzialità. Il sorteggio nei Csm viene visto come strumento per ridurre il peso delle correnti organizzate della magistratura, assimilate ai “partiti” interni che influenzano carriere e incarichi, mentre l’Alta corte disciplinare viene presentata come risposta alla percezione di un sistema disciplinare troppo poco incisivo (tra il 2023 e il 2025 il Csm ha emesso 194 sanzioni su un numero di esposti molto più alto, pari a circa il 5%).
I sostenitori del No, al contrario, sottolineano che la separazione delle funzioni è già sostanzialmente realizzata nei fatti: nel 2024 solo 42 magistrati su quasi 9.000 hanno cambiato funzione, meno dello 0,5% del totale. A loro giudizio, il rischio è indebolire l’indipendenza della magistratura attraverso una riforma che divide il Csm in due, introduce il sorteggio al posto dell’elezione diretta dei togati e sottrae al Consiglio il potere disciplinare, ritenuto un pilastro dell’autogoverno. In questa prospettiva, il pubblico ministero, proprio perché magistrato e non semplice “avvocato dell’accusa”, deve restare tenuto per funzione a cercare le prove anche a favore dell’indagato, e non essere ridotto a parte puramente antagonista rispetto alla difesa.
La dimensione politica e il dopo-referendum
La premier Giorgia Meloni ha insistito in campagna sul fatto che “non si vota su di me, ma sulla giustizia”, e ha escluso dimissioni dell’esecutivo in caso di vittoria del No; la stessa Elly Schlein ha dichiarato di non chiedere la caduta del governo, puntando la sfida sulle prossime politiche. Tuttavia, l’intero schieramento di centrodestra – Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Noi moderati – si è esposto compatto per il Sì, investendo molto del proprio capitale politico su una riforma considerata bandiera del programma, soprattutto dopo lo stop al premierato e la versione annacquata dell’autonomia differenziata.
Sul fronte opposto, il Partito democratico è ufficialmente per il No, pur con minoranze interne favorevoli al Sì; anche il Movimento 5 Stelle e l’Alleanza Verdi e Sinistra si sono schierati nettamente contro la riforma, facendo del referendum una tappa della costruzione del “campo largo” in vista delle politiche 2027. Matteo Renzi ha lasciato libertà di voto ai suoi, mentre Azione di Carlo Calenda si è collocata nel fronte del Sì, rafforzando la distanza dal progetto di alleanza progressista.
La possibile vittoria del No, letta anche da osservatori internazionali come il settimanale tedesco “Der Spiegel”, rischia di avere un peso politico simbolicamente molto forte per il governo Meloni, perché colpirebbe una delle sue riforme-bandiera nel momento in cui il Paese ha mostrato un livello di partecipazione al voto vicino a quello delle elezioni politiche. Non è un caso che diversi leader abbiano subito reagito: da Giuseppe Conte che esulta con un “Ce l’abbiamo fatta! Viva la Costituzione!”, ad Andrea Orlando che parla di “vittoria della Costituzione e del popolo italiano”, fino a Matteo Renzi che ricorda le proprie dimissioni dopo il referendum del 2016 e invita Meloni a non “uscire fischiettando”.


