HomeAttualitàIran e America: perché l'accordo potrebbe essere più dirompente della guerra

Iran e America: perché l’accordo potrebbe essere più dirompente della guerra

Un’intesa che divide più della guerra

Donald Trump ha promesso la pace con l’Iran più volte. E ogni volta, la pace non è arrivata. Eppure, nelle ultime settimane di maggio 2026, qualcosa sembra cambiato: i negoziatori parlano di un accordo “quasi finalizzato”, le cancellerie arabe respirano con sollievo, e lo Stretto di Hormuz torna al centro del tavolo diplomatico. Ma attenzione: un accordo che mette fine a tre mesi di guerra rischia di essere, politicamente, quasi altrettanto esplosivo del conflitto stesso.

Il paradosso è questo. Trump ha scelto la guerra. L’ha avviata, l’ha gestita, l’ha usata come leva. Ora che tratta la pace, si trova di fronte alle stesse fratture interne che aveva cavalcato durante l’escalation militare. La destra americana è furibonda. I falchi di Washington temono che cedere troppo a Teheran vanifichi anni di pressione. E Israele guarda con crescente sospetto a un accordo che potrebbe lasciarlo esposto.

Il nodo dello Stretto di Hormuz

Un gruppo di grandi petroliere e navi cargo attraversa un tratto di mare calmo, disposto quasi in fila, con in lontananza la costa e le infrastrutture portuali.

Al cuore dei negoziati c’è un tratto di mare largo trenta miglia. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20 per cento del petrolio mondiale, è stato al centro della crisi fin dall’inizio del conflitto. Gli Stati Uniti hanno imposto un blocco navale ai porti iraniani. L’Iran, in risposta, ha limitato il passaggio delle navi commerciali. Il risultato è stato un’impennata dei prezzi energetici globali e una pressione crescente sui Paesi del Golfo.

Secondo fonti regionali citate da CNN Arabic, la bozza di accordo prevede una riapertura graduale dello Stretto, con la revoca del blocco americano in cambio di garanzie iraniane sul nucleare. Ma i dettagli restano nebulosi. La phrasing di alcuni punti chiave è ancora in discussione, come ha ammesso lo stesso segretario di Stato Marco Rubio.

Trump, dal canto suo, ha detto sabato scorso che l’accordo è “in gran parte negoziato”. Poi, domenica, ha invitato i suoi negoziatori a non avere fretta. Un’oscillazione che rivela tanto la sua strategia quanto la sua incertezza.

La struttura dell’accordo

Il documento sul tavolo è, nella sua forma attuale, una mera bozza di una pagina: un memorandum d’intesa, non un trattato. Secondo Axios, i due Paesi avrebbero raggiunto un’intesa di principio su due punti fondamentali: la riapertura dello Stretto di Hormuz e l’impegno iraniano a smaltire l’uranio altamente arricchito. Dopo la firma, seguirebbe una finestra negoziale di trenta-sessanta giorni per discutere un accordo più dettagliato.

Fonti emiratine citano la possibilità che Washington sblocchi miliardi di dollari di asset iraniani congelati, cifre che oscillano intorno ai 25 miliardi di dollari. L’Iran, dal canto suo, si impegnerebbe a sospendere le attività di arricchimento dell’uranio e ad aprire trattative sul ridimensionamento del suo arsenale nucleare.

Quel che non figura nell’accordo è forse più significativo di quel che c’è. Il programma missilistico iraniano non viene toccato. Il sostegno di Teheran alle milizie proxy in tutto il Medio Oriente rimane fuori dal perimetro negoziale. Per molti analisti, si tratta di una lacuna enorme.

La rabbia della destra e il silenzio di Israele

Il fronte più critico verso l’accordo si trova, paradossalmente, all’interno del campo conservatore americano. Alcuni influenti esponenti della destra hanno attaccato apertamente la bozza, accusando Trump di fare concessioni che Obama non avrebbe osato fare. L’argomento è semplice quanto tagliente: se il vecchio accordo nucleare del 2015, il JCPOA, era una “catastrofe”, come può essere accettabile un’intesa che lascia aperte le stesse questioni irrisolte?

Netanyahu ha posto le sue condizioni in modo esplicito: qualsiasi accordo deve eliminare completamente la minaccia nucleare iraniana. Una formula volutamente vaga, che lascia a Israele un margine di manovra politica considerevole. Nel frattempo, il leader di Hezbollah ha dichiarato di sperare che un eventuale accordo includa anche la situazione del Libano, segnalando quanto la partita sia interconnessa.

L’Australia Broadcasting Corporation ha scritto che il processo negoziale ha lasciato Israele “più vulnerabile”, poiché Washington sembra aver scelto la diplomazia senza consultare pienamente il suo alleato più stretto nella regione.

Il ruolo dei mediatori regionali

Due piccole bandiere, iraniana e statunitense, sono posizionate una di fronte all’altra su un tavolo chiaro, in un ambiente luminoso e neutro.

Una delle dinamiche più interessanti di questa crisi è il ruolo assunto da attori regionali che, fino a poco tempo fa, avrebbero avuto scarsa voce in capitolo. Il Pakistan ha svolto una funzione di intermediazione attiva, trasmettendo la proposta iraniana a Washington. Qatar, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti hanno chiesto esplicitamente a Trump di posticipare un attacco pianificato per permettere ai negoziati di proseguire.

Questa geometria è nuova. I Paesi del Golfo, che storicamente guardano all’Iran con diffidenza, hanno preferito la diplomazia allo scontro militare diretto. Il motivo è economico prima che politico: un conflitto prolungato nello Stretto di Hormuz è incompatibile con i piani di sviluppo e diversificazione delle economie del Golfo.

Secondo il Consiglio Strategico iraniano per le Relazioni Estere, la strategia americana di “massima pressione” ha fallito i suoi obiettivi primari, rafforzando paradossalmente la posizione negoziale di Teheran. Un’analisi che la diplomazia pakistana, in modo più discreto, sembra condividere.

Tre mesi di guerra, un decennio di eredità

Guardare ai tre mesi di conflitto significa confrontarsi con una serie di interrogativi che nessun accordo di una pagina può risolvere. Gli Stati Uniti e Israele hanno colpito duramente le infrastrutture militari iraniane. L’Iran ha risposto con attacchi missilistici e ha attivato le sue reti di proxy. Il bilancio umano e materiale è pesante. E ora i due contendenti siedono al tavolo senza che nessuno dei nodi strutturali sia stato sciolto.

Il programma nucleare iraniano resta il convitato di pietra. Le parti sembrano aver concordato una sospensione delle attività di arricchimento, ma non un loro smantellamento. La differenza, per chi segue il dossier da anni, è tutt’altro che semantica. Un Iran che sospende è un Iran che può riprendere. Un Iran che smantella è un Iran che ha cambiato strategia.

Rubio ha definito i negoziati “ancora un work in progress”. È una formula diplomatica, ma anche una descrizione accurata. Quello che si profila all’orizzonte non è una pace stabile, ma una tregua complicata, piena di clausole ambigue e di promesse che potrebbero non sopravvivere all’estate.

La posta in gioco

Trump vuole un accordo. Lo vuole per motivi politici interni, per potersi presentare come il presidente che ha fermato una guerra che lui stesso ha avviato. Ma ogni dichiarazione trionfale è seguita da un passo indietro. Ogni “siamo vicini” lascia il posto a un “non abbiamo fretta”.

Questa oscillazione non è solo tattica negoziale. Riflette le tensioni reali all’interno dell’amministrazione, tra chi vuole chiudere il conflitto rapidamente e chi teme di uscirne con le mani vuote. La credibilità americana nella regione, già messa alla prova, dipende molto da come si chiuderà questa partita.

Quello che è certo è che il Medio Oriente post-accordo sarà diverso da quello pre-guerra. Le alleanze si sono ridisegnate, le gerarchie regionali sono cambiate, e l’Iran, pur indebolito militarmente, ha dimostrato una capacità di resistenza che ne rafforza il peso negoziale. La pace, se arriverà, non sarà una vittoria netta per nessuno. Sarà, come spesso accade nella storia, un compromesso fragile che si chiama, per convenzione, fine delle ostilità.

Seguiamo questa storia: iscriviti a questo articolo. Riceverai aggiornamenti in tempo reale non appena vengono pubblicati
Alex Trizio
Alex Triziohttps://www.alground.com
Da sempre appassionato di informatica e nuove tecnologie. Si avvicina al mondo dell’open source e partecipa attivamente allo sviluppo del sistema operativo Linux. Questi progetti lo portano a lunghe collaborazioni all’estero, dove approfondisce le interazioni fra software ed essere umano. I molti viaggi in Medio Oriente aumentano la passione per la politica e la geopolitica internazionale. Questo mix di elevate competenze si sposa perfettamente con il progetto editoriale fondato dalla madre, Brunilde Trizio. Ora Alessandro è Amministratore e Direttore strategico del Gruppo Trizio.
Altri articoli

TI POSSONO INTERESSARE

Perché Conte vuole fermare le armi a Kiev

Dal sì alle armi del 2022 alla richiesta di una svolta negoziale: il dossier ricostruisce il ragionamento di Giuseppe Conte, le critiche al riarmo europeo e i punti ancora aperti con il Pd.

Diesel russo, Washington sospende le sanzioni fino ad aprile dopo la telefonata Trump-Putin

Dopo una telefonata con Putin, Trump annuncia milioni di tonnellate di gasolio russo e il Tesoro sospende le sanzioni fino al 7 aprile 2027. Ma Mosca vieta ancora l'export ai propri produttori.

Manovra 2027, i 29 miliardi per energia e difesa sono deficit autorizzato, non fondi in cassa

Bruxelles ha dato parere positivo alla clausola di salvaguardia chiesta dall'Italia. Ma i 29 miliardi per energia e difesa sono un permesso a indebitarsi: servono il voto del Parlamento, l'ok del Consiglio Ue e un deficit 2026 sotto il 3%.

L’IA corre, la sicurezza delle identità resta indietro: cosa dice davvero il rapporto SailPoint

I numeri del rapporto SailPoint sugli agenti di IA, confrontati con il comunicato originale: cosa misura, chi lo firma e cosa resta da verificare.

Kiev, blackout d’emergenza il 9 ottobre: 136 droni nella notte e una rete già colpita

Il 9 ottobre Ukrenergo ha ordinato blackout d'emergenza a Kiev e in due distretti della regione. Nella notte 136 droni russi; la rete era già stata colpita l'8 ottobre. Cosa è verificato e cosa no.

Ibride cinesi: Bruxelles prepara un tetto alle importazioni dopo il no di Pechino

L'8 e 9 ottobre Šefčovič tratta a Pechino sulle ibride cinesi, fuori dai dazi del 2024. Bruxelles valuta un tetto alle importazioni. Chi ne pagherebbe il costo non è ancora stimato.

La notte del 7 ottobre: droni e missili a lungo raggio tra Ucraina e Russia

Tra il 6 e il 7 ottobre 2026 Ucraina e Russia si sono colpite a distanza: i 311 droni dichiarati abbattuti da Mosca, poi 130 droni e 48 missili da crociera su Kiev e altre regioni.

Simone Carabella: biografia documentata. La storia politica, l’attivismo, i social

Dal Pd all'estrema destra, dalle case alla lotta contro l'Islam, una vita che va da un estremo all'altro senza soluzione di continuità. Vediamo nel...

Arresti antiterrorismo vicino alla base RAF Fairford usata dagli USA contro l’Iran

Cinque uomini arrestati nella notte vicino alla base britannica usata dagli USA contro l'Iran. Dall'accusa per esplosivi alla preparazione di un atto terroristico.