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Vannacci: potrei votare Meloni al Quirinale

Roberto Vannacci, ex generale e oggi protagonista della nuova destra “identitaria”, ha aperto pubblicamente alla possibilità di votare Giorgia Meloni al Quirinale, inserendosi così nel gioco più delicato della politica italiana: la scelta del futuro Presidente della Repubblica. Questa presa di posizione non è un semplice esercizio di stile, ma un tassello di una strategia più ampia, in cui la corsa al Colle diventa lo snodo attraverso cui ridisegnare equilibri, ambizioni e rapporti di forza all’interno del centrodestra.

Il contesto: Meloni, la destra e il Colle

L’ipotesi di una candidatura di Giorgia Meloni al Quirinale non nasce dal nulla ed è frutto di un dibattito sotterraneo che, da mesi, attraversa palazzi istituzionali, retroscenisti e commentatori politici. Il mandato di Sergio Mattarella si avvia a conclusione, ma la partita si apre ben prima, perché ogni mossa, ogni alleanza, ogni rottura si misura già oggi anche in funzione del futuro inquilino del Colle.

In questo scenario, Giorgia Meloni ha iniziato a rivendicare apertamente il diritto della destra ad esprimere finalmente un Presidente della Repubblica che non provenga dall’area progressista, rompendo un tabù che ha segnato la storia repubblicana recente. La premier ha parlato della possibilità di “rompere il tabù dei presidenti non di sinistra”, collegando la sfida del Quirinale al percorso di legittimazione definitiva della destra italiana nelle istituzioni repubblicane.

La linea che Meloni propone alla sua base è chiara: continuare a governare per completare il programma, tenendo però sullo sfondo l’opzione Colle come approdo di una leadership che aspira a un riconoscimento istituzionale massimo. Per alcuni osservatori, l’idea che Meloni possa puntare al Quirinale rappresenta il punto di arrivo di una parabola politica che, in pochi anni, l’ha portata dal ruolo di opposizione identitaria a quello di figura cardine del sistema.

Il ruolo di Vannacci e la nuova destra

Dentro questo quadro entra Roberto Vannacci, ex generale passato dalla militanza nella Lega alla costruzione di un suo soggetto politico che si propone come espressione di una destra ancora più radicale e identitaria rispetto a quella di governo. Dopo il successo mediatico dei suoi libri e la sua ascesa come figura controversa ma fortemente riconoscibile, Vannacci ha iniziato a strutturare un’aggregazione politica capace di parlare a un elettorato anti-sistema, nazionalista e ostile alle élite europee.

Nel nuovo scenario, Vannacci ha assunto la guida di un movimento che viene raccontato come strumento per capitalizzare il suo consenso personale e trasformarlo in peso parlamentare e negoziale. Il suo obiettivo non è solo quello di “stare in Parlamento”, ma di condizionare la rotta della destra di governo, presentandosi come coscienza critica rispetto alle scelte considerate troppo moderate o allineate con l’Europa.

La parabola di Vannacci è segnata da una serie di mosse calibrate fra rottura e convergenza. Il suo partito ha votato contro il decreto sulle armi all’Ucraina, ma ha contemporaneamente votato la fiducia al governo Meloni, rivendicando una linea definita come “sì alla stabilità del governo, no all’invio di nuovi armamenti”. Una decisione che ha creato confusione nella base, tanto da costringerlo a una lunga opera di spiegazione, ma che segnala la volontà di non rompere frontalmente con l’esecutivo, pur mantenendo un profilo critico.

“Meloni al Quirinale? Perché no”: il messaggio di Vannacci

Le dichiarazioni di Vannacci sulla possibilità di votare Meloni al Quirinale arrivano dentro questo equilibrio instabile. In un’intervista, il leader del nuovo soggetto politico ha definito la premier “una persona capace” e ha spiegato che il suo movimento potrebbe sostenerla per il Colle, purché vengano riviste alcune posizioni considerate incompatibili con la visione sovranista e anti-globalista del generale.

Le condizioni che Vannacci pone non sono marginali. Il generale ha chiesto esplicitamente che Meloni si fermi rispetto al Green Deal europeo, prenda le distanze da quella che definisce “agenda Draghi” e imponga il ritorno alle preferenze nella nuova legge elettorale, presentando queste questioni come discriminanti per un eventuale sostegno al Colle. In altre parole, il via libera di Vannacci non è un assegno in bianco ma un negoziato aperto sulla direzione politica futura del centrodestra e sulle sue relazioni con Bruxelles.

Qui emerge il vero nodo politico. Vannacci si propone come custode di una linea “pura” di destra radicale, disponibile a sostenere Meloni solo se la premier abbandona gli elementi di continuità con le stagioni precedenti, in particolare con il governo Draghi e con le politiche europeiste che hanno caratterizzato gli ultimi anni. La stessa nozione di Green Deal, per il generale, rappresenta un simbolo di una Unione Europea percepita come nemica delle imprese, delle identità nazionali e della “gente comune”.

Questa posizione ha un duplice effetto. Da un lato, legittima Meloni agli occhi di una parte dell’elettorato più radicale, mostrando che persino una figura come Vannacci può prenderla in considerazione per la più alta carica dello Stato. Dall’altro lato, sposta l’asticella del dibattito interno alla destra ancora più a destra, costringendo la premier a muoversi su un crinale sottile tra l’ancoraggio istituzionale e le richieste della base sovranista.

L’incastro Meloni al Colle, Vannacci a Palazzo Chigi

A rendere ancora più denso lo scenario è un’ipotesi che circola sempre più spesso nei retroscena politici e mediatici: Meloni al Quirinale, Vannacci a Palazzo Chigi. Secondo diverse ricostruzioni, l’ex generale avrebbe immaginato un incastro in cui il suo sostegno al Colle si accompagna alla prospettiva di una sua centralità nella futura guida del governo, una volta che Meloni dovesse salire al Colle.

Questa narrativa racconta di un asse in cui Meloni rompe il tabù di un presidente “non di sinistra” e consolida il riconoscimento istituzionale della destra, mentre Vannacci capitalizza la sua popolarità come leader di un nuovo fronte politico capace di puntare a Palazzo Chigi. In questo schema, il generale si presenta come erede di una destra più “dura” e ideologica, mentre Meloni assumerebbe il ruolo di garante istituzionale dall’alto del Colle.

Il disegno, naturalmente, spiazza gli alleati tradizionali del centrodestra. Salvini e Forza Italia vedrebbero ridimensionato il proprio ruolo, schiacciati tra una Meloni che punta al Colle e un Vannacci che ambisce alla leadership di governo, in un equilibrio in cui l’eredità berlusconiana e il peso storico della Lega rischiano di essere marginalizzati. È proprio questa prospettiva che viene descritta come un incastro capace di mettere in difficoltà i partner storici, ridisegnando l’architettura del potere nell’area conservatrice italiana.

In questo contesto, la posizione di Vannacci non è solo quella di un alleato potenziale, ma quella di un aspirante protagonista di un nuovo assetto politico, che utilizza la partita del Quirinale come leva per legittimare se stesso come opzione di governo. L’idea che un ex generale, nato politicamente dentro la Lega e poi divenuto leader di un nuovo partito, possa puntare a Palazzo Chigi appare azzardata a molti, ma intercetta una parte di opinione pubblica che cerca figure percepite come “fuori sistema” pur restando dentro un quadro istituzionale consolidato.

La partita interna al centrodestra

Per comprendere il peso delle parole di Vannacci, occorre guardare alla dinamica interna del centrodestra. Giorgia Meloni guida un esecutivo che tiene insieme anime diverse, dalla componente filo-atlantica e moderata a quella più radicale e identitaria, con un equilibrio che si regge anche sulla capacità della premier di mantenere un profilo internazionale credibile.

L’apertura al Quirinale e la disponibilità di Vannacci a sostenerla rappresentano una sfida implicita agli alleati, perché la scelta del Presidente della Repubblica è il momento in cui ogni partito misura il proprio peso nei grandi giochi parlamentari. Salvini, già sotto pressione per il calo di consenso della Lega e per la concorrenza a destra, deve fare i conti con un Vannacci che intercetta parte del suo elettorato più identitario, mentre Forza Italia si trova a difendere lo spazio politico che fu di Silvio Berlusconi, oggi insidiato da nuovi protagonisti.

La stessa Meloni, pur rivendicando il diritto della destra a esprimere il Capo dello Stato, non può permettersi di apparire come una leader che manovra apertamente per il Colle, pena l’accusa di usare la guida del governo come trampolino personale. Per questo, le sue parole oscillano fra la riaffermazione della volontà di completare il mandato a Palazzo Chigi e la rivendicazione di un ruolo centrale della destra nella futura scelta del Presidente della Repubblica.

In questo quadro, Vannacci utilizza abilmente il linguaggio della “coerenza” e della “radicalità”, presentandosi come voce di chi teme che la destra al governo si stia normalizzando eccessivamente, diluendo le promesse originarie in una gestione ritenuta troppo compatibile con le élite europee. Il risultato è una pressione costante sul governo Meloni, che viene spinto verso una linea più rigida su temi come sovranità, Unione Europea, ambiente e legge elettorale.

Green Deal, agenda Draghi e legge elettorale

Le tre condizioni principali poste da Vannacci per un eventuale sostegno a Meloni al Quirinale rappresentano altrettanti campi di battaglia politica. La prima è il Green Deal europeo, simbolo per il generale di una strategia che penalizza imprese e cittadini in nome di obiettivi ambientali percepiti come ideologici.

Vannacci chiede che Meloni “si fermi” rispetto al Green Deal, cioè che cessi di sostenere le linee europee sulla transizione verde e si schieri in modo esplicito contro quella che viene letta come una imposizione burocratica estranea alle esigenze nazionali. In questa prospettiva, il Green Deal diventa una bandiera per distinguere chi difende la “gente comune” da chi, a suo giudizio, si piega a un’agenda tecnocratica scritta a Bruxelles.

La seconda condizione riguarda la cosiddetta “agenda Draghi”. Per Vannacci, la continuità con le politiche del governo Draghi rappresenta una sorta di peccato originale per la destra di governo, perché segnala un allineamento ai vincoli europei e alle scelte economiche considerate troppo ortodosse. Chiedere a Meloni di rompere con l’agenda Draghi significa pretendere una svolta più netta su temi come spesa pubblica, rapporto con Bruxelles e priorità economiche, spingendo il governo verso posizioni più marcatamente critiche rispetto all’establishment.

La terza condizione riguarda infine la legge elettorale. Vannacci insiste sulla necessità di reintrodurre le preferenze, presentandole come strumento di democrazia diretta e di restituzione di potere agli elettori rispetto alle segreterie di partito. In una fase in cui la discussione sulle regole del gioco è aperta, la richiesta di preferenze si collega a una retorica anti-casta e anti-liste bloccate, con l’obiettivo di consolidare un legame diretto tra leader “populisti” e base elettorale.

Questi tre dossier non sono semplici dettagli programmatici ma veri campi di scontro culturale. Accettare anche solo parte delle richieste di Vannacci significherebbe per Meloni spostare ulteriormente il baricentro del governo verso una linea più radicale, con conseguenze sui rapporti con l’Unione Europea, con i partner internazionali e con la stessa stabilità economica. Rifiutarle, invece, comporta il rischio di alimentare un fronte critico alla propria destra, pronto a capitalizzare ogni frustrazione e ogni delusione di chi aveva immaginato una rottura più drastica con il passato.

Un elettorato in cerca di identità

Le dinamiche tra Meloni e Vannacci si innestano su un elettorato che, in larga parte, vive la politica come terreno identitario prima ancora che programmatico. Il successo del generale, costruito su libri, apparizioni mediatiche e narrazioni fortemente polarizzanti, dimostra che esiste una fetta di opinione pubblica attratta da figure che uniscono linguaggio militante, critica alle élite e promesse di difesa della “normalità” contro il politicamente corretto.

Allo stesso tempo, la leadership di Giorgia Meloni ha trasformato una forza di opposizione in partito di governo, costringendo la premier a misurarsi con i vincoli della realtà istituzionale, economica e internazionale. In questa tensione tra identità e governo si gioca gran parte della partita politica italiana attuale, con il rischio che gli spazi lasciati vuoti dalla moderazione vengano occupati da soggetti più radicali, pronti a sfidare il sistema dall’interno.

L’ipotesi di una convergenza tattica tra Meloni e Vannacci sulla partita del Quirinale potrebbe rappresentare, per una parte dell’elettorato, una sintesi tra desiderio di rappresentanza identitaria e bisogno di stabilità istituzionale. Ma allo stesso tempo apre interrogativi profondi sul futuro assetto della Repubblica, sul ruolo del Capo dello Stato e sulla direzione di marcia della destra italiana, chiamata a scegliere se radicarsi come forza di governo strutturata o cavalcare senza freni l’onda del malcontento.

Il Colle come prova definitiva per la destra

Nella storia repubblicana, il Quirinale è sempre stato il punto in cui si misurano maturità, affidabilità e capacità di mediazione delle forze politiche. Per la destra italiana, ancora segnata da decenni di esclusione simbolica dalle più alte cariche dello Stato, la possibilità di esprimere un Presidente appartenente alla propria area rappresenta una sorta di consacrazione definitiva.

Sostenere Giorgia Meloni al Quirinale, come ipotizzato da Vannacci, significherebbe portare al Colle una leader che ha costruito la sua carriera all’interno di una tradizione post-missina, trasformata in chiave conservatrice moderna, ma ancora percepita come “nuova” rispetto alle famiglie politiche che hanno espresso i principali Capi dello Stato del passato recente. Allo stesso tempo, una simile scelta rimetterebbe in discussione il ruolo di garanzia super partes che il Presidente è chiamato a interpretare, soprattutto agli occhi di chi vede in Meloni una figura fortemente caratterizzata sul piano ideologico.

Il fatto che una figura come Vannacci, simbolo della destra più radicale e anti-sistema, arrivi a dichiarare la propria disponibilità a votare Meloni al Colle indica che la partita del Quirinale è già iniziata ben prima delle votazioni formali. Si tratta di una partita che non si gioca solo sui numeri parlamentari, ma sulla definizione stessa di che cosa debba essere la destra al potere: un blocco istituzionalizzato e compatibile con le regole europee, o un fronte di rottura permanente che utilizza le istituzioni come campo di battaglia identitaria.

Dentro questa tensione, il futuro assetto del centrodestra e della Repubblica italiana resta aperto. Il dialogo a distanza tra Meloni e Vannacci, fatto di aperture, condizioni e ipotesi di incastri istituzionali, è il segnale di una fase fluida, in cui nulla è ancora scritto ma molto viene già preparato dietro le quinte del potere. La corsa al Colle, oggi solo evocata, è già diventata lo specchio delle ambizioni, delle paure e delle contraddizioni che attraversano la nuova destra italiana.

Carlo Feder
Carlo Federhttps://www.alground.com
Consulente per la sicurezza dei sistemi per aziende ed istituti pubblici, Carlo è specializzato in gestione dati, crittografia e relazioni internazionali. E' in Alground dal 2011.
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