Il Texas ha congelato temporaneamente le nuove connessioni dei data center alla propria rete elettrica. Dietro la decisione ci sono richieste per centinaia di gigawatt, molte delle quali potrebbero riferirsi a progetti duplicati, speculativi o privi di finanziamenti. La domanda energetica dell’intelligenza artificiale è reale, ma nessuno riesce più a stabilire con precisione quanto sia grande.
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Il governatore Greg Abbott ha ordinato alla Public Utility Commission of Texas e all’operatore di rete ERCOT di sospendere l’avanzamento dei nuovi data center in attesa di un controllo complessivo dei progetti presentati. Le società dovranno fornire informazioni sulla proprietà effettiva, sulle fonti di finanziamento, sugli incentivi pubblici richiesti, sul consumo d’acqua e sull’eventuale produzione elettrica interna.
La sospensione non rappresenta un rifiuto politico dell’intelligenza artificiale. Serve a capire quali strutture abbiano realmente capitali, clienti e condizioni tecniche per essere costruite. Il Texas teme che la rete venga pianificata sulla base di richieste che esistono soltanto sulla carta.
Secondo il governatore, ERCOT stava esaminando domande di connessione per oltre 474 gigawatt: più di cinque volte il massimo consumo elettrico mai raggiunto nello Stato. Nessun progetto potrà avanzare fino alla conclusione della verifica.
La domanda fantasma nasce quando un progetto di data center richiede alla rete una determinata quantità di elettricità, ma non possiede ancora tutti gli elementi necessari per diventare operativo. Può mancare il finanziamento, il cliente finale, il terreno, l’autorizzazione ambientale o persino un piano industriale completo.
Esiste poi il problema delle richieste duplicate. Un’impresa interessata a realizzare un impianto da un gigawatt può presentare domande a diverse società elettriche e in più Stati per confrontare costi, tempi e incentivi. Se ogni gestore registra integralmente la richiesta, un solo possibile data center viene contato più volte.
Alcuni sviluppatori cercano inoltre di assicurarsi in anticipo una posizione nella coda di connessione per aumentare il valore di un terreno o attirare investitori. La disponibilità di energia è diventata talmente importante che una prenotazione sulla rete può trasformarsi in un bene speculativo, anche quando dietro non esiste ancora un’infrastruttura finanziariamente sostenibile.
L’analisi di Reuters sui dati delle società elettriche e degli operatori di rete ha individuato richieste superiori a 700 gigawatt in Texas e in alcune aree del Midwest, del Medio Atlantico e del Sud degli Stati Uniti. È una quantità più di dieci volte superiore alle stime dell’attuale consumo elettrico di tutti i data center statunitensi.
Fuori dal Texas, dieci grandi società elettriche hanno dichiarato complessivamente circa 270 gigawatt di richieste provenienti da data center e altri grandi consumatori. Il confronto è però complicato dall’assenza di uno standard comune: alcune aziende contano soltanto gli accordi già firmati, altre includono manifestazioni d’interesse prive di impegni finanziari.
Questi 700 gigawatt non rappresentano quindi una previsione credibile del consumo simultaneo dei data center. Sono la somma di richieste formulate con criteri differenti, in momenti diversi e spesso ancora prive delle condizioni necessarie per essere realizzate. Il problema non è soltanto stabilire quanto consumerà l’intelligenza artificiale, ma capire quali domande descrivano un progetto reale e quali siano semplici opzioni aperte sul futuro.
Le principali aziende tecnologiche stanno investendo centinaia di miliardi di dollari in chip, server e infrastrutture per l’intelligenza artificiale. Secondo Reuters, la spesa prevista nel 2026 per i data center destinati all’IA ha superato complessivamente i 700 miliardi di dollari.
Un moderno campus informatico può richiedere centinaia di megawatt. I progetti più grandi arrivano a diversi gigawatt, consumi paragonabili a quelli di intere aree metropolitane. Per chi costruisce queste strutture, ottenere rapidamente un collegamento elettrico è ormai importante quanto acquistare i processori.
La rete, però, non cresce alla stessa velocità dei progetti annunciati. Costruire nuove linee di trasmissione, centrali, trasformatori e turbine richiede anni. Di conseguenza, aziende tecnologiche, operatori immobiliari e intermediari cercano di prenotare più località contemporaneamente, nella speranza che almeno una riesca a ottenere l’energia necessaria.
Si genera così un circolo vizioso: più la capacità elettrica appare scarsa, più aumentano le richieste preventive; più aumentano le richieste, più la capacità disponibile sembra insufficiente.
Gli operatori elettrici devono programmare gli investimenti con molti anni di anticipo. Se sottovalutano la domanda reale, possono trovarsi senza centrali e linee sufficienti, con maggiori rischi di interruzioni e aumenti dei prezzi. Se invece prendono per buone richieste speculative, rischiano di costruire infrastrutture inutili.
Il costo di centrali e reti viene normalmente recuperato attraverso le tariffe elettriche. Se il data center per il quale è stata progettata una nuova linea non viene mai costruito, una parte della spesa può ricadere sulle famiglie e sulle imprese già collegate.
Nell’area amministrata da PJM Interconnection, il maggiore operatore di rete americano, l’aumento della domanda esistente e prevista dei data center avrebbe contribuito a far crescere di 29,4 miliardi di dollari i costi della capacità elettrica nel corso delle ultime aste. Il dato non misura esclusivamente la domanda fantasma, ma mostra quanto le previsioni sui data center possano incidere sulle bollette.
PJM sta elaborando nuove procedure per integrare i grandi consumatori preservando affidabilità e sostenibilità economica per i 67 milioni di persone servite dalla sua rete.
Le prime verifiche finanziarie stanno dimostrando quanto fossero fragili alcune domande. Exelon ha ridotto di circa il 40% la propria stima dei data center considerati altamente probabili, portandola a 11 gigawatt, dopo aver imposto garanzie economiche più severe.
In Ohio, la richiesta complessiva attribuita ai data center nella pipeline di AEP Ohio è diminuita di oltre la metà dopo l’introduzione di nuove regole. Tra queste figurano contributi fino a 100.000 dollari per finanziare gli studi necessari alla connessione.
Il Texas aveva già approvato “Batch Zero”, un sistema che raggruppa i progetti da almeno 75 megawatt e li valuta congiuntamente. In questo modo ERCOT può confrontare le richieste, assegnare la capacità disponibile e individuare gli ampliamenti necessari senza riesaminare continuamente la rete progetto per progetto.
Il congelamento deciso da Abbott aggiunge un controllo ancora più radicale: prima di calcolare quanta energia servirà, lo Stato vuole conoscere l’identità e la solidità economica di chi la sta chiedendo.
La presenza di progetti fantasma non dimostra che la crescita energetica dell’intelligenza artificiale sia inventata. Anche eliminando le richieste duplicate e finanziariamente deboli, restano abbastanza data center credibili da mettere sotto pressione reti elettriche già vicine ai propri limiti.
L’International Energy Agency prevede che il consumo mondiale dei data center possa più che raddoppiare entro il 2030, arrivando a circa 945 terawattora. Gli Stati Uniti dovrebbero rappresentare la quota maggiore dell’incremento: quasi metà della crescita della domanda elettrica americana fino alla fine del decennio potrebbe dipendere da queste strutture.
La concentrazione geografica rende il problema più difficile. Automobili elettriche, condizionatori e attività industriali distribuiscono i consumi su territori molto ampi; un singolo campus informatico può invece richiedere enormi quantità di energia in un punto preciso della rete.
Anche l’Energy Information Administration continua a prevedere una forte espansione. Nei suoi scenari per il 2050, il consumo dei soli server statunitensi potrebbe raggiungere tra 446 e 818 miliardi di kilowattora.
La scelta texana potrebbe diventare un modello nazionale. La Pennsylvania ha già imposto requisiti più severi ai progetti di almeno 25 megawatt, eliminandoli dalle procedure accelerate e chiedendo impegni vincolanti su costi energetici, ambiente, trasparenza e rapporti con le comunità locali. Su più di cento strutture annunciate nello Stato, soltanto venti avrebbero presentato le autorizzazioni necessarie.
Le nuove regole non fermeranno necessariamente gli investimenti delle grandi aziende tecnologiche. Potrebbero però espellere gli intermediari che prenotano elettricità senza possedere capitali, clienti o una concreta capacità di costruzione.
Resta un equilibrio difficile. Criteri troppo deboli trasferirebbero sui consumatori il costo delle infrastrutture destinate a impianti inesistenti. Condizioni eccessivamente rigide potrebbero invece rallentare progetti autentici e lasciare gli Stati Uniti senza la capacità energetica necessaria per competere nell’intelligenza artificiale.
La vera sfida non è scegliere fra data center e rete elettrica. È obbligare chi domanda centinaia di megawatt a dimostrare che dietro quella richiesta esiste un investimento reale.
