Il Senato ha approvato con 113 voti favorevoli la riforma elettorale ribattezzata “Stabilicum” dalla maggioranza e “Melonellum” dalle opposizioni. Il testo combina proporzionale, premio fisso sopra il 42%, preferenze e capilista bloccati. Non è ancora legge: deve tornare alla Camera, dove un’altra modifica riaprirebbe l’intero iter.
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L’Aula di Palazzo Madama ha dato il via libera alla riforma della legge elettorale con 113 sì. La maggioranza presenta il sistema come uno strumento di stabilità: l’obiettivo è permettere agli elettori di conoscere prima del voto le coalizioni, il candidato indicato per Palazzo Chigi e, se una forza supera una soglia elevata, la maggioranza parlamentare con cui dovrebbe governare.
Le opposizioni denunciano invece un premio eccessivo e un impianto costruito sugli equilibri politici del momento. Lo scontro in Aula, con cartelli contro la “legge truffa”, fotografa una riforma approvata senza accordo bipartisan. Il testo deve ora tornare alla Camera e non produce ancora alcun effetto sulle elezioni.
L’impianto è proporzionale, corretto da un premio fisso. La lista o coalizione prima classificata ottiene 70 deputati e 35 senatori aggiuntivi se supera il 42% dei voti sia alla Camera sia al Senato. Il totale finale non può superare 220 deputati e 113 senatori.
Se nessuno raggiunge la soglia, oppure se le due Camere indicano vincitori diversi, i seggi vengono distribuiti con il proporzionale puro. Non si tratta quindi di un premio automatico alla prima forza: servono contemporaneamente primato, soglia e risultato coerente nei due rami del Parlamento.
La riforma supera le liste interamente bloccate ma conserva un capolista scelto dal partito. Sulla scheda comparirebbero sette nomi: il capolista, graficamente separato, e altri sei candidati sui quali l’elettore può esprimere fino a tre preferenze, rispettando l’alternanza di genere.
Il punto più controverso è proprio il compromesso fra nomina partitica e scelta degli elettori. Le opposizioni contestano inoltre l’assenza, per i capilista, della quota di genere 60/40 prevista dal Rosatellum; la maggioranza rivendica invece il ritorno delle preferenze come maggiore legittimazione popolare.
Liste e coalizioni devono depositare un programma e indicare la persona che proporrebbero al presidente della Repubblica come presidente del Consiglio. L’indicazione non trasforma l’Italia in un sistema di elezione diretta del premier: il testo richiama espressamente l’articolo 92 della Costituzione, che conserva al capo dello Stato il potere di nomina, e l’articolo 67 sull’assenza di vincolo di mandato.
Restano le soglie del Rosatellum: 10% per le coalizioni e 3% per le liste, con il meccanismo di recupero del migliore alleato sotto soglia. Per contribuire al calcolo nazionale utile al premio, però, non è prevista una soglia minima: anche i voti delle forze più piccole possono diventare decisivi.
Per le forze prive di rappresentanza parlamentare il minimo sale da 1.500 a 6.000 firme per collegio. Restano esonerati i partiti con due gruppi parlamentari e, grazie a una modifica introdotta alla Camera, quelli con almeno un gruppo costituito entro il 31 dicembre 2025.
Per le forze con una componente in almeno una Camera rimane il regime attuale, fra 1.500 e 2.000 firme per collegio. La norma è criticata perché potrebbe aumentare le barriere per i nuovi soggetti politici, mentre i sostenitori la presentano come filtro contro liste prive di radicamento.
La circoscrizione Estero verrebbe semplificata: per la Camera le ripartizioni geografiche passerebbero da quattro a due, Europa ed extra UE; per il Senato resterebbe un’unica area. All’estero sarebbe esentata dalla raccolta delle firme la forza con almeno un eletto in uno dei due rami.
La riforma stabilizza inoltre il voto fuorisede per chi è domiciliato temporaneamente lontano dal comune di iscrizione da almeno nove mesi, ridotti a tre per motivi di cura. Il Senato ha esteso la possibilità ai caregiver di familiari o figli ricoverati in un’altra regione, con iscrizione preventiva nell’apposito albo.
La Camera può intervenire soltanto sulle parti modificate dal Senato. Qualunque nuovo cambiamento imporrebbe però un’altra lettura, mettendo a rischio il calendario politico. La maggioranza punta quindi a un passaggio “blindato”, ma resta da decidere se porre la fiducia sui singoli articoli.
Il voto finale sulla legge elettorale è segreto. È questo il margine di imprevedibilità: tensioni interne sulle preferenze, convenienze dei singoli partiti e nuovi equilibri elettorali possono produrre franchi tiratori. Fino all’approvazione definitiva e alla promulgazione, resta in vigore il Rosatellum.
