Stati Uniti e Israele hanno pronti i piani per tornare a colpire l’Iran dopo il voto americano di midterm. Nelle stesse ore i Pasdaran rivendicano sette navi colpite nel Golfo e minacciano le basi Usa. Il nodo è capire se i piani servono a fare la guerra o a forzare un negoziato fermo da mesi.
Apri le schede nell’ordine: dal calendario dei raid al petrolio che Teheran non riesce più a vendere.
Il 21 ottobre il New York Times ha rivelato piani americani e israeliani per nuovi attacchi all’Iran.
L’operazione sarebbe breve e intensa, dopo il voto di midterm del 3 novembre. Gli obiettivi indicati sono infrastrutture energetiche, siti nucleari, arsenali di missili e droni. Il giorno dopo Trump ha detto a NewsNation che con Teheran «qualcosa succederà abbastanza presto».
Secondo il New York Times, Trump avrebbe promesso di non colpire prima del voto americano. Il dispositivo militare, con tre portaerei e migliaia di marines, sarà completo solo a inizio novembre.
Pesa anche il calendario israeliano. Il 27 ottobre Israele vota: se Netanyahu perdesse, guiderebbe un governo di transizione. Da quella posizione avviare un’offensiva sarebbe molto più difficile.
Il 22 ottobre la marina dei Pasdaran ha rivendicato quattro navi colpite nel nord del Golfo. Le accusa di trasferimenti di petrolio «illegali». Altre tre avrebbero urtato mine a ovest di Hormuz.
Secondo l’Afp, i Pasdaran minacciano di estendere il conflitto alle basi americane nella regione. La condizione posta è la prosecuzione delle scorte Usa alle navi nello Stretto.
La Casa Bianca non commenta piani militari che «possono esistere o no». Lo stesso New York Times scrive che Washington usa la minaccia come leva sul nucleare e su Hormuz.
Trump ha già fermato più volte un ritorno ai combattimenti. Netanyahu ha definito «non corretta» la notizia del Financial Times su un raid israeliano bloccato da Trump. Fonti militari citate dal Jerusalem Post negano che quel piano sia mai esistito.
ESAURITE
A febbraio l’Iran teneva in mare circa 135 milioni di barili, stoccati su petroliere al largo di Malesia e Singapore. Servivano a vendere alla Cina anche durante il blocco navale americano.
Secondo analisti di tracciamento citati dal Wall Street Journal, a metà ottobre quelle scorte erano esaurite. Il Comando centrale Usa stima almeno 25 miliardi di dollari di entrate negate a Teheran.
Nessuna fonte indipendente ha confermato le sette navi rivendicate dai Pasdaran. Non sono noti nomi, bandiere o armatori.
Non è chiaro neppure quale arma i Pasdaran chiamino «Padre di tutte le bombe»: non hanno dato dettagli. Sui piani americani pesa un precedente. Trump ha già sospeso un’operazione a inizio ottobre, con le aviazioni in massima allerta. Un nuovo stop cambierebbe il quadro.
Il primo effetto passa dall’energia: il 22 ottobre il Brent ha superato i 110 dollari al barile. Un nuovo ciclo di raid su impianti energetici iraniani spingerebbe in quella direzione.
Il secondo riguarda la sicurezza delle infrastrutture. Funzionari iraniani citati dal New York Times minacciano di colpire data center e cavi sottomarini. È un fronte che interessa anche le dorsali digitali del Mediterraneo.
