Tra la fine di settembre e la metà di ottobre 2026 una protesta nata in un liceo di Créteil, alle porte di Parigi, ha attraversato la Francia e si è riflessa in Belgio, Italia, Spagna e Cile. Le immagini che hanno fatto il giro del mondo sono quelle dei cassonetti in fiamme, delle vetrine sfondate, dei mortai pirotecnici sparati contro la polizia. Raccontano però solo una parte della storia, e non la più grande.
Il dossier separa chi protesta da chi devia la protesta: apri le schede una alla volta.
Il quadro Novanta e dieci
Per capire chi guida le violenze bisogna separare due realtà che la cronaca tende a confondere. Da un lato c’è la grande maggioranza dei manifestanti: ragazzi che protestano per ragioni concrete e senza fare violenza. Dall’altro c’è una minoranza, che possiamo immaginare come dieci persone su cento. È composta da chi viene spinto verso lo scontro da ciò che vede sui social e da chi usa la folla come copertura per rubare.
Questo dossier spiega come funzionano questi due meccanismi. Mostra in che modo potenze straniere entrano in una protesta senza mettere piede in piazza, sfruttando gli algoritmi e la vulnerabilità dei più giovani. E mostra come la criminalità comune si infiltra nei cortei per saccheggiare. Lo fa con i dati disponibili al 18 ottobre 2026: bilanci giudiziari, inchieste della stampa francese, belga, italiana e internazionale, dichiarazioni dei governi e analisi dei servizi che si occupano di ingerenze straniere.
Le ragioni Le ragioni dei novanta
Quei novanta che non fanno violenze hanno un motivo concreto, reale, per essere in strada. Ed è il primo elemento che il racconto delle piazze tende a cancellare.
In Francia la protesta nasce il 21 settembre al liceo Saint-Exupéry di Créteil, quando alcuni studenti bloccano l’istituto per sostenere i professori in sciopero. Le cifre spiegano perché l’appello trovi subito ascolto. All’inizio dell’anno scolastico mancava almeno un insegnante nel 53% dei collegi e licei pubblici, secondo il sindacato Snes-FSU. Nel 2024-2025, ammette lo stesso ministero, il 10% delle ore di lezione al liceo non è stato assicurato. Le classi sono passate in quindici anni da 27 a 30 alunni di media, e a luglio circa 130.000 candidati erano ancora senza destinazione sulla piattaforma universitaria Parcoursup. La legge di bilancio 2026, approvata a febbraio dopo tre ricorsi all’articolo 49.3, ha soppresso 3.256 posti di insegnante.
In una settimana la protesta diventa nazionale e il primo ottobre tocca oltre mille licei. Il 6 ottobre si allarga a insegnanti, genitori e sindacati. Il governo risponde tardi: il premier Sébastien Lecornu promette 1,2 miliardi in più per l’istruzione nel 2027, ma solo dopo settimane di blocchi e dopo che alcuni ragazzi sono stati gravemente feriti dalle granate delle forze dell’ordine.
Lo stesso schema si ritrova altrove, con ragioni proprie. In Cile, il 30 settembre, il presidente José Antonio Kast presenta un bilancio 2027 che riduce le risorse per l’istruzione; il giorno dopo decine di migliaia di studenti sono in piazza con lo slogan “Ni un peso menos para la educación”. A Madrid dal 14 ottobre è in corso uno sciopero a oltranza della scuola pubblica, che si salda con la protesta per il diritto alla casa. In Italia le occupazioni partono da Torino con lo slogan “Facciamo come in Francia”.
La contemporaneità, che a molti è sembrata sospetta, ha una spiegazione strutturale. L’autunno è la stagione delle leggi di bilancio, e in più Paesi i governi hanno annunciato tagli alla scuola nelle stesse settimane. Cause simili, stesso calendario, e una generazione che si osserva in tempo reale attraverso lo stesso schermo. Proprio quello schermo, però, è anche il canale attraverso cui la protesta può essere deviata.
I numeri Chi sono i dieci
La minoranza violenta è davvero una minoranza. L’8 ottobre, nel pieno della crisi, solo il 2,57% dei liceali francesi partecipava a blocchi o cortei, e oltre il 96% dei 3.700 licei funzionava normalmente. Eppure le violenze non sono diminuite: anzi, la partecipazione è calata mentre gli scontri restavano. Segno che la violenza segue una logica propria, separata da quella della protesta.
I bilanci giudiziari smentiscono l’immagine di un esercito di militanti. Al 9 ottobre 6.877 persone erano finite in stato di fermo, e 5.890 erano minorenni: circa l’86%. Al 14 ottobre il ministero della Giustizia contava quasi 8.000 fermi, 2.735 procedimenti avviati e 1.263 archiviazioni. La maggior parte dei fermati non aveva precedenti. Il procuratore di Marsiglia ha descritto i 120 arrestati della città come ragazzi sconosciuti a polizia e giustizia, sottolineando il paradosso tra questo profilo e la gravità delle violenze.
Incrociando questi dati con i rapporti delle prefetture e le inchieste sul campo, i dieci si dividono in tre profili. Il primo sono i piccoli gruppi organizzati dell’ultrasinistra, che agiscono nei grandi cortei urbani: l’8 ottobre, alla Bastiglia, la prefettura ha contato una ventina di black bloc. Il secondo sono i ragazzi trascinati dall’emulazione, quasi sempre minorenni e incensurati, spinti dalla dinamica del gruppo e da ciò che vedono sui social. Il terzo sono quelli che in piazza non portano un’idea ma uno zaino vuoto: la criminalità comune.
Il primo profilo ha una guida ideologica ed è quello più noto alle forze dell’ordine. Gli altri due sono quelli che spiegano la vera domanda di questo dossier: come si fa a spingere un ragazzo incensurato a sparare un mortaio contro la polizia, e chi approfitta del caos che ne nasce.
I social Come il social trasforma un gesto in un’onda
Il movimento liceale del 2026 vive interamente sui telefoni. Gli appelli ai blocchi circolano nei gruppi Snapchat, le storie Instagram fissano gli appuntamenti, TikTok fa il resto. Il primo video del blocco di Créteil ha superato 1,5 milioni di visualizzazioni, e secondo i rettorati la circolazione di questi contenuti ha accelerato l’estensione della protesta. In Belgio gli appelli sono passati di scuola in scuola con lo stesso meccanismo.
Fin qui nulla di anomalo: è il modo in cui una generazione comunica. Il problema nasce da come funzionano gli algoritmi. Un video di un corteo pacifico ottiene poche visualizzazioni. Un cassonetto in fiamme, un mortaio sparato contro un cordone di polizia, una vetrina che va in pezzi ne ottengono molte di più. La piattaforma premia ciò che è spettacolare, e il ragazzo che ha girato il video riceve una ricompensa immediata in visibilità. Il giorno dopo altri coetanei vogliono essere al suo posto. Il social, in questo modo, non si limita a raccontare la violenza: la incentiva.
Il ricercatore Olivier Ertzscheid ha osservato che strumenti di intelligenza artificiale vengono usati per produrre contenuti che sfruttano i codici della cultura pop e adolescenziale, funzionando da innesco. Dopo l’incendio del liceo dell’Empéri a Salon-de-Provence, il 3 ottobre, il sindaco Nicolas Isnard ha chiesto di sospendere TikTok, Snapchat e Instagram ai minori in caso di sommosse. Nel dibattito che ne è seguito è stato riconosciuto che TikTok aveva diffuso contenuti che incitavano alla violenza, rilanciati molto rapidamente dagli algoritmi.
Un caso mostra fin dove può spingersi questa corsa alla visibilità. A Caen un liceale di 16 anni è stato fermato per apologia di terrorismo. L’8 ottobre, giorno di danneggiamenti in diversi licei della zona, aveva pubblicato su Snapchat video in cui posava con altri due ragazzi davanti a due istituti, con addosso maglie che portavano i nomi di Merah, Bin Laden e Hitler. Non c’è alcuna rivendicazione scolastica in quel gesto. C’è la ricerca della provocazione più estrema, perché è quella che fa circolare un contenuto.
Questo è il terreno su cui si innestano gli attori esterni. Non devono creare la violenza: devono solo trovarla già filmata, e decidere a chi mostrarla e con quale significato.
Le ingerenze Come una nazione straniera entra in una protesta senza entrarci
Un’operazione di influenza moderna non ha bisogno di agenti infiltrati in piazza né di manifestanti pagati. Le basta un materiale che esiste già, i video della violenza, e una rete capace di spingerli. Il lavoro si svolge in tre fasi: amplificare ciò che divide, deformare ciò che accade, e confezionare per ogni pubblico la versione che lo farà arrabbiare di più.
Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha descritto proprio questo: le manifestazioni liceali sono state sfruttate da narrazioni ostili provenienti da Russia, Cina, Iran e dall’area MAGA statunitense. La parola chiave è sfruttamento. Nessuna autorità ha attribuito a uno Stato straniero l’organizzazione delle proteste. Il servizio francese Viginum, incaricato di vigilare sulle ingerenze digitali, non ha rilevato operazioni estere significative dietro la diffusione degli appelli. Ma lo sfruttamento, nella guerra informativa, è già un risultato.
Il caso iraniano
L’esempio più netto viene da Teheran, ed è l’unico in cui uno Stato è stato chiamato in causa ufficialmente. Il 6 ottobre l’Iran ha convocato l’ambasciatore francese, accusando Parigi di violenze eccessive contro i manifestanti. Il giorno dopo il Quai d’Orsay ha convocato l’ambasciatore iraniano per la “campagna di disinformazione” condotta dalle autorità iraniane sul movimento liceale, definendo inammissibili i contenuti falsi diffusi da account ufficiali del ministero degli Esteri di Teheran. Il 4 ottobre l’account dell’ambasciata iraniana in Ghana aveva parlato di decine di migliaia di manifestanti “scomparsi” in Francia, salvo poi sostenere che si trattava di satira.
Lo storico Tim Epkenhans, interpellato da France 24, legge l’offensiva soprattutto come propaganda a uso interno: un regime che reprime le proprie proteste prova a presentarsi come difensore dei manifestanti altrui. Ma un messaggio simile, rilanciato sui social, può arrivare anche ai giovani che sono in strada e rafforzare in loro la percezione di essere vittime di uno Stato oppressore.
Russia e Cina: la stessa tecnica, attori diversi
Le reti russe Storm-1516 e Matriochka, che Viginum attribuisce all’apparato di influenza di Mosca, erano già attive nella campagna presidenziale francese del 2026. Sul movimento liceale non è stata dimostrata una loro operazione specifica, e gli stessi analisti di Viginum avvertono che fermarsi alla pista russa significa perdere una parte del quadro. Intanto però, secondo un’analisi di RFI, video di scontri girati altrove, a volte nemmeno in Francia, sono stati spacciati per immagini delle proteste su X, Facebook, Instagram e TikTok. L’origine di quegli account non è stata resa pubblica.
Il filone cinese passa per Neville Roy Singham, imprenditore americano residente a Shanghai, i cui finanziamenti a organizzazioni di estrema sinistra erano stati collegati dal New York Times nel 2023 a una comunicazione favorevole a Pechino. Un’inchiesta di Fox News Digital ha individuato 50 organizzazioni che partecipano o promuovono le proteste francesi, di cui solo 15 sono gruppi studenteschi. Diverse sono legate alla rete Singham, a partire dal canale BreakThrough News, che ha presentato le proteste francesi come uno “sciopero storico contro l’austerità” e ha raccontato anche quelle cilene. L’inchiesta stessa riconosce di non aver trovato prove di finanziamenti diretti, pagamenti a manifestanti o ordini di violenza. Dimostra un’amplificazione coordinata.
Una protesta, tante verità
Franck DeCloquement, docente all’IRIS e all’IHEDN, ha riassunto il meccanismo su Atlantico: ogni potenza legge le stesse immagini con la propria lente. Trump vi vede i danni dell’immigrazione, Pechino la conferma della superiorità del proprio modello di stabilità, Mosca le amplifica con le sue fabbriche di troll. Nessuno ha bisogno di falsificare nulla.
È qui che il meccanismo diventa efficace. Al giovane di sinistra viene mostrata la polizia che picchia. All’adulto di destra viene mostrato il saccheggio. Ognuno riceve la propria verità e si arrabbia di più. L’obiettivo non è convincere qualcuno di una tesi, ma far litigare gli europei tra loro. E i più giovani, più esposti e più alla ricerca di un’identità, sono il bersaglio ideale.
Il contesto globale conferma che la pressione esiste. Il 14 ottobre X ha sospeso oltre 13.000 account legati a tre operazioni di influenza riconducibili a Iran, Russia e Cina. Quelle reti, secondo la piattaforma, prendevano di mira il dibattito politico statunitense in vista delle elezioni di metà mandato. È la prova che la tecnica è attiva e su larga scala, anche se non dimostra che quelle stesse reti abbiano lavorato sulle proteste europee.
I simboli Simboli presi in prestito
Nei cortei liceali francesi la bandiera palestinese è stata onnipresente, anche se la causa palestinese non compare in nessuna rivendicazione ufficiale delle organizzazioni studentesche. Lo ha notato lo scrittore Omar Youssef Souleimane, che cita un video girato a Carpentras: attorno a un fuoco, alcuni studenti gridano “Abbiamo bruciato Israele”. A Rouen la comunità ebraica ha annullato la commemorazione del 7 ottobre davanti alla sinagoga, spiegando di aver paura per le tante bandiere palestinesi viste nei cortei.
Una parte di questa sovrapposizione ha una regia, ma dichiarata e pubblica. Il 17 agosto la Global Alliance for Palestine, coalizione con sede a Londra, ha annunciato una mobilitazione mondiale sincronizzata per il fine settimana del 9-11 ottobre, culminata nella Global Day of Action di sabato 10 ottobre. Vi hanno aderito oltre 200 organizzazioni in 60 Paesi, tra cui sindacati e federazioni studentesche. Il direttore Robert Andrews ha spiegato l’obiettivo: riunire tutti in un solo giorno con un unico messaggio, sostenuto da una campagna digitale coordinata nelle settimane precedenti. La giornata è caduta nel pieno della protesta liceale, a ridosso dell’anniversario del 7 ottobre.
C’è però anche un meccanismo meno visibile, che riguarda l’identità. Per un adolescente un simbolo forte, già carico di significato e molto presente sui social, è un modo rapido per sentirsi parte di qualcosa di più grande. La bandiera entra nel corteo anche quando non c’entra nulla con le ragioni della protesta, e da quel momento l’intera protesta viene letta attraverso quel simbolo. Chi vuole delegittimare i novanta ha così un’immagine pronta. Chi vuole radicalizzare i dieci ha un vessillo da sventolare.
Sulle ipotesi più estreme, le prove mancano. Il sito Boulevard Voltaire ha parlato di “organizzazioni islamiste alla manovra”, senza documentare una campagna coordinata. Bandiere di Hamas o della Repubblica islamica nei cortei liceali del 2026 non risultano verificate dalla stampa principale, e le immagini di bandiere iraniane a Parigi più diffuse risalgono alle manifestazioni pro-Gaza del giugno 2025. Chi esamina un video deve anche distinguere la bandiera della Repubblica islamica, segno di sostegno al regime, da quella con il leone e il sole, simbolo dell’opposizione iraniana, che nel 2026 ha portato in piazza in Europa centinaia di migliaia di persone contro Teheran.
La criminalità Lo zaino vuoto: la criminalità dentro il corteo
Accanto a chi viene spinto dai social c’è chi in piazza non porta un’idea, ma uno zaino vuoto. Per la criminalità comune una protesta è un’occasione: centinaia di ragazzi in strada, forze dell’ordine impegnate a contenerli, telecamere puntate sugli scontri. In quel caos una vetrina sfondata passa quasi inosservata.
Gli episodi documentati in queste settimane hanno poco a che fare con la scuola. A Lormont, vicino a Bordeaux, giovani incappucciati hanno saccheggiato un liceo, rubato una decina di computer e incendiato uno stock di carta stimato tra 100.000 e 200.000 euro. A Marsiglia un vicepreside è stato pestato mentre cercava di spegnere un incendio di cassonetti, e un camion dei pompieri è stato depredato. A Lione alcuni liceali hanno raccontato che gli scontri erano stati innescati da persone esterne alla scuola.
Chi entra in una gioielleria o in una boutique di lusso con una bandiera sulle spalle non sta rubando per la Palestina, né per la scuola pubblica. Sta rubando per sé. La bandiera è un costume, la protesta un’occasione. È un meccanismo già documentato dall’unico studio ufficiale disponibile su un caso analogo. Dopo le rivolte del 2023 per la morte di Nahel, un’ispezione congiunta dei ministeri francesi dell’Interno e della Giustizia ha analizzato il profilo dei condannati. Meno dell’8% citava la morte del ragazzo come motivazione. Gli altri avevano agito soprattutto per opportunismo.
Chi spinge i più piccoli
Il caso di Liège mostra il punto di contatto tra criminalità e manipolazione. La procura belga ha parlato di un’età dei fermati senza precedenti, con ragazzini di 12 anni. La polizia ha confermato di aver arrestato persone esterne al movimento, più anziane, notate più volte tra i manifestanti. I bambini intervistati dalla RTBF raccontano di ragazzi più grandi che dicevano loro di sparare i mortai. La stessa emittente ha documentato come alcuni adulti si siano infiltrati nelle manifestazioni degli studenti incitando alla violenza. La giudice minorile Michèle Lecloux ha spiegato che molti dei minori comparsi davanti a lei provengono da famiglie precarie, con un quadro educativo in parte carente. È un profilo particolarmente esposto: abbastanza giovane da seguire i “grandi”, abbastanza fragile da cercare in strada un ruolo.
Periferie, immigrazione e dati che mancano
La geografia della violenza francese è chiara. Secondo l’Associated Press i disordini sono partiti dalle periferie parigine con un’ampia popolazione immigrata, e i primi episodi gravi si sono registrati in Seine-Saint-Denis e Val-d’Oise. Nel 2023 la stessa ispezione ministeriale aveva accertato che la maggioranza dei condannati era di origine immigrata, soprattutto dal Maghreb e dall’Africa subsahariana.
Per il 2026 quel dato non esiste ancora. La legge francese vieta di fatto le statistiche per origine etnica, e nessuna istituzione ha pubblicato informazioni sulla nazionalità o l’origine dei fermati. Il quadro raccolto dalla stampa è però più composito che nel 2023: il movimento ha toccato licei del centro di Parigi, Lione, Nantes e la Vallonia, e tra i manifestanti c’erano anche adolescenti dei quartieri benestanti. La sociologa Valérie Becquet indica il nodo sociale: sono soprattutto i liceali dei quartieri popolari a sentirsi destinati a un’istruzione di serie B. In quelle periferie povertà, origine e rabbia si sovrappongono, ed è proprio questa sovrapposizione che chi alimenta la violenza, in strada o sui social, sa sfruttare.
La politica La politica che cerca il colpevole
Le potenze straniere non sono le sole a usare i dieci per parlare dei novanta. Lo fa anche la politica interna, da entrambi i lati.
Il primo ottobre il governo francese ha accusato la France insoumise di aver orchestrato il movimento attraverso “i suoi proxy dell’ultrasinistra”, citando una nota dell’intelligence della prefettura di polizia di Parigi. Quella nota, però, riguardava soltanto le azioni nei licei della Seine-Saint-Denis, non il movimento nazionale. Interpellata da Le Monde su altri elementi, Matignon non ha risposto, e finora nessun procedimento giudiziario per l’organizzazione dei disordini è stato annunciato. La presenza della sinistra radicale nei cortei è documentata fin dal primo giorno a Créteil, ma accompagnare una protesta non significa dirigerne le violenze.
Sul fronte opposto, l’estrema destra ha letto la crisi soltanto attraverso la lente dell’immigrazione. Jordan Bardella ha parlato di “barbarie”, Éric Zemmour di due France che si affrontano. A sei mesi dalle presidenziali, ciascun campo ha trovato nella crisi la conferma della propria tesi: per la sinistra radicale è la prova dell’abbandono dei servizi pubblici, per l’estrema destra quella di un disordine legato all’immigrazione.
In entrambe le letture spariscono le ragioni dei novanta. Ed è esattamente lo stesso effetto che cercano le campagne di influenza straniere: spostare lo sguardo dal problema concreto, una scuola che non funziona, allo scontro tra fazioni. Su questo, interessi interni ed esterni finiscono per convergere.
Le conclusioni Chi guida le violenze: cosa è dimostrato
Al 18 ottobre 2026 i fatti permettono una risposta articolata alla domanda da cui siamo partiti.
La protesta è autentica. Nasce da tagli reali alla scuola, annunciati in più Paesi nella stessa stagione di bilancio, e la grande maggioranza di chi scende in strada lo fa senza violenza. La contemporaneità tra Francia, Belgio, Italia, Spagna e Cile si spiega con cause comuni ed emulazione, non con un ordine partito da un centro unico.
La violenza è opera di una minoranza, e quella minoranza ha guide diverse. In strada la guida è locale: piccoli gruppi militanti, criminalità comune che usa la folla come copertura, ragazzi più grandi e adulti che spingono i minorenni in prima linea. Sui telefoni la spinta arriva dagli algoritmi, che premiano lo scontro e trasformano un gesto isolato in un modello da imitare.
Le potenze straniere agiscono su questo secondo livello. L’Iran ha condotto una campagna di disinformazione ufficiale, tanto da provocare la convocazione del suo ambasciatore a Parigi. Una rete legata a Shanghai ha dato visibilità globale alle proteste. Russia e Cina, secondo il governo francese, hanno sfruttato le immagini. Nessuna autorità ha dimostrato finanziamenti, ordini o infiltrati stranieri nelle piazze. Ma per alimentare un incendio non serve accenderlo: basta soffiare.
La formula più aderente ai fatti è dunque questa: una protesta reale, sporcata da una minoranza violenta e da criminali opportunisti, diventata cassa di risonanza per potenze ostili che hanno tutto l’interesse a farci confondere i novanta con i dieci. Restano aperte due verifiche decisive: un’eventuale ispezione ministeriale sul profilo dei condannati del 2026, come nel 2023, e un rapporto di Viginum sull’intera durata del movimento.
Fonti Le fonti del dossier
- L’Appel – Colère lycéenne : alertes ignorées, main russe non prouvée, casseurs aux multiples visages
- Franceinfo – Pourquoi LFI est-elle accusée par le gouvernement d’être à l’origine du mouvement lycéen
- ICI – 6.877 manifestants placés en garde à vue
- CNews – Mobilisation du 17 octobre, direct
- i24NEWS/AP – Riots spread across France from Paris suburbs
- Al Jazeera/Reuters – France suspends high school classes
- Spiked – The French school riots are the rage of the entitled
- Malay Mail/Reuters – Explainer sulle proteste studentesche francesi
- Assemblea nazionale – Risposta del governo sul rapporto IGA/IGJ 2023
- RTBF – Casseurs à 12 ans : enquête sur les mineurs au cœur des émeutes
- DH – Débordements à Liège, 87 arrestations
- La Libre – Les Antifas répliquent à Bernard Quintin
- Il Desk – “Facciamo come in Francia” da Torino a Roma e Napoli
- Tecnica della Scuola – Irruzione in una primaria a Torino
- Euronews – Huelga educativa en Madrid, cargas en la Complutense
- El Comercio/AFP – Choques entre estudiantes y policía en Chile
- Ministère de l’Europe et des Affaires étrangères – Convocazione dell’ambasciatore iraniano
- France 24 – Pourquoi l’Iran tire à boulets rouges sur la France
- Iran International – France summons Iran envoy
- Fox News – Behind France’s student riots
- yourNEWS – Investigation identifies 50 groups behind French student protests
- Atlantico – Manifestations lycéennes, réseaux étrangers et guerre informationnelle
- Iran International – X suspends over 13,000 accounts
- The New Arab – Global Alliance for Palestine Day of Action
- Middle East Eye – Over 200 organisations join Global Day of Action
- France 3 – Synagogue de Rouen, cérémonie du 7-Octobre annulée
- IntelliNews – Omar Youssef Souleimane, cet omniprésent drapeau palestinien
- Franceinfo – Les réseaux sociaux, outil central de la mobilisation lycéenne
- Franceinfo – Caen, un lycéen interpellé pour apologie du terrorisme
- FERDI – Contagious protests
