14 Maggio 2026
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Cina e Stati Uniti contro l’atomica iraniana: retorica condivisa, interessi divergenti

Quando la Casa Bianca ha fatto filtrare che Washington e Pechino “condividono la posizione secondo cui l’Iran non deve mai dotarsi di armi nucleari”, molti osservatori hanno parlato di svolta storica. Il fatto che le due maggiori potenze del pianeta, rivali strategiche su quasi ogni dossier, si ritrovino sulla stessa linea rispetto al programma nucleare iraniano è in sé un segnale politico potente.

Non significa un’alleanza né un trattato formale, ma indica che sul tema della proliferazione in Medio Oriente sia Stati Uniti sia Cina vedono un rischio comune, non solo per la sicurezza regionale ma anche per la stabilità dei mercati energetici e delle rotte commerciali da cui dipende l’economia globale.

Dietro la formula diplomatica si muove però una partita molto più complessa. Gli Stati Uniti continuano a considerare l’eventuale bomba iraniana una minaccia strategica diretta a Israele, agli alleati del Golfo e alla credibilità del regime globale di non proliferazione, mentre la Cina cerca di difendere contemporaneamente il proprio partenariato con Teheran, la propria immagine di potenza responsabile e il flusso di petrolio a prezzi favorevoli dalla Repubblica islamica.

Questo doppio livello spiega perché, accanto alla convergenza sulla “necessità che l’Iran non abbia mai l’atomica”, le dichiarazioni di Washington e Pechino restino profondamente diverse su sanzioni, uso della forza e responsabilità della crisi.

Dall’accordo del 2015 alla nuova stagione di negoziati

Per comprendere il significato di questo allineamento va ricordato il percorso del programma nucleare iraniano. Il Joint Comprehensive Plan of Action, siglato nel 2015 tra Iran e gruppi di potenze internazionali, aveva posto limiti stringenti sull’arricchimento dell’uranio, sulla riconversione di reattori sensibili e su un regime di ispezioni rafforzate da parte dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, in cambio della graduale revoca delle sanzioni che soffocavano l’economia iraniana.

Quell’accordo, sostenuto sin dall’inizio dalla Cina come strumento per tenere Teheran dentro un percorso controllato e per garantire accesso all’energia iraniana, aveva rappresentato uno dei rari successi multilaterali in materia di non proliferazione.

La decisione degli Stati Uniti di ritirarsi dal JCPOA e di reintrodurre sanzioni unilaterali ha innescato una spirale di violazioni progressive da parte dell’Iran, che ha aumentato i livelli di arricchimento e ridotto la cooperazione con l’AIEA, alimentando nuovamente il timore che Teheran possa avvicinarsi alla soglia tecnologica necessaria per costruire ordigni nucleari.

Negli ultimi mesi tuttavia si è riaperta la prospettiva di un nuovo quadro negoziale: fonti statunitensi riferiscono di un memorandum d’intesa in quattordici punti, elaborato da inviati americani e interlocutori iraniani, che dovrebbe fungere da piattaforma per un cessate il fuoco regionale e per un nuovo accordo dettagliato sul programma nucleare, con fasi distinte per la fine delle ostilità e per la definizione tecnica dei limiti all’arricchimento, alla durata della moratoria e al regime di ispezioni.

Secondo queste indiscrezioni, il documento prevederebbe che l’Iran si impegni a non cercare mai di dotarsi di armi nucleari, a rinunciare a impianti sotterranei e ad accettare ispezioni a sorpresa da parte degli ispettori Onu, mentre gli Stati Uniti lavorerebbero a una graduale revoca delle sanzioni e allo sblocco di asset iraniani congelati all’estero. Se questa bozza dovesse consolidarsi, segnerebbe un ritorno alla logica scambio tra limiti verificabili al programma nucleare e alleggerimento delle pressioni economiche, una logica che Pechino ha sempre sostenuto come alternativa al confronto militare.

La voce dei media statunitensi in lingua inglese

Le principali testate anglosassoni hanno inquadrato la convergenza tra Stati Uniti e Cina sul dossier iraniano come parte di una più ampia strategia di gestione del rischio in Medio Oriente. Le ricostruzioni parlano di negoziati condotti tramite emissari, con un ruolo centrale di mediatori regionali come il Pakistan e sedi possibili dei nuovi colloqui come Islamabad o Ginevra.

In questo quadro, la posizione ufficiale americana rimane fermamente ancorata al principio che l’Iran debba restare privo di armi nucleari, sia per evitare una corsa regionale agli armamenti sia per proteggere l’architettura del Trattato di non proliferazione.

Fonti statunitensi insistono inoltre sul fatto che la durata della moratoria sull’arricchimento è oggetto di trattativa intensa, con proposte che oscillano fra i cinque anni chiesti da Teheran e i venti desiderati da Washington, e con compromessi ipotizzati attorno ai dodici o quindici anni.

Questo elemento tecnico viene presentato come chiave per rassicurare Israele e le monarchie del Golfo, convinte che una moratoria troppo breve non basterebbe a neutralizzare il rischio di un Iran “soglia” capace di costruire rapidamente un ordigno in caso di crisi.

Pechino tra sostegno a Teheran e responsabilità globale

Nei comunicati e nelle dichiarazioni dei funzionari cinesi, pubblicati sia in lingua inglese sia in traduzione italiana da media ufficiali, emerge una linea che prova a tenere insieme sostegno a Teheran e difesa del regime di non proliferazione. Il ministero degli Esteri cinese ha più volte ribadito che la Cina riconosce il “legittimo diritto dell’Iran all’uso pacifico dell’energia nucleare” e si oppone alla minaccia dell’uso della forza e alla pressione delle sanzioni come strumento per gestire la crisi.

Allo stesso tempo, Pechino si dice impegnata a “promuovere una soluzione adeguata della questione nucleare iraniana”, invocando il ritorno al JCPOA e un rafforzamento del ruolo dell’AIEA come garante tecnico.

In alcuni documenti congiunti insieme a Russia e Iran, presentati in sede AIEA e riportati dai media, la Cina ha firmato testi che chiedono la fine delle “sanzioni unilaterali illegali” e la sostituzione della logica di pressione con quella del dialogo, sottolineando la centralità del Trattato di non proliferazione e invitando tutte le parti a evitare azioni che possano portare a una escalation.

Queste prese di posizione mostrano una Cina che, pur ribadendo la legittimità del programma nucleare civile iraniano, non mette in discussione il tabù sulle armi nucleari, ma imputa la crisi soprattutto al ritiro americano dall’accordo precedente e all’uso estensivo delle sanzioni.

Un elemento spesso sottolineato nelle analisi di esperti è il ruolo strutturale della Cina come partner economico di Teheran. Negli ultimi anni Pechino è diventato il principale acquirente di petrolio iraniano, spesso a prezzi scontati, e un attore centrale nello sviluppo di infrastrutture e tecnologie nel paese mediorientale, compresi progetti legati alla riconversione di reattori e alla modernizzazione di impianti energetici.

Questa dipendenza reciproca rende la Cina un attore ibrido, contemporaneamente sponsor e garante, interessato a mantenere l’Iran sufficientemente integrato nell’economia globale da non collassare, ma non così radicalizzato da innescare una guerra che chiuderebbe lo Stretto di Hormuz e danneggerebbe profondamente la Belt and Road Initiative.

Il racconto arabo: tra paura, equilibrio e rivendicazione

Se si passa alle fonti arabe, il quadro si fa più sfaccettato. Da un lato, molti commentatori del mondo arabo sunnita continuano a vedere nel programma nucleare iraniano il preludio a una bomba che potrebbe destabilizzare definitivamente gli equilibri regionali, alimentare una corsa agli armamenti e mettere a rischio anche la sicurezza civile in caso di incidenti.

Dall’altro lato, esiste una corrente di opinione, soprattutto in ambienti più vicini a Teheran o critici verso l’ordine regionale attuale, che interpreta l’eventuale capacità nucleare iraniana come una rivincita simbolica del mondo islamico e un contrappeso alla superiorità militare israeliana.

Le dichiarazioni ufficiali iraniane, riportate da agenzie come IRNA e rilanciate in arabo e in altre lingue, insistono però su un messaggio diverso. Il presidente Masud Pezeshkian, in colloqui con i leader di Qatar ed Emirati, ha ribadito che l’Iran “non cerca armi nucleari” e che il programma ha finalità esclusivamente civili, legate allo sviluppo energetico e alla difesa dei “diritti legittimi” della Repubblica islamica. Secondo questa narrativa, Teheran sarebbe pronta a tornare al tavolo dei negoziati, a condizione che gli Stati Uniti abbandonino quella che viene percepita come una politica di doppio standard e riconoscano il diritto iraniano alla tecnologia nucleare pacifica.

Nel discorso arabo emerge dunque una tensione costante tra timore e identificazione. Alcuni governi del Golfo guardano con favore a una posizione convergente di Stati Uniti e Cina che freni le ambizioni iraniane, mentre segmenti dell’opinione pubblica vedono nelle pressioni occidentali un’ennesima prova di ipocrisia, considerando che altri stati della regione possiedono arsenali nucleari non dichiarati senza subire pressioni analoghe.

Le sfumature dei media cinesi in lingua originale

I portali cinesi, nelle loro versioni in mandarino, tendono a presentare la questione iraniana come parte di un più ampio dossier sulla sicurezza energetica e sulla stabilità regionale, con grande enfasi sul multilateralismo e sulla responsabilità condivisa.

Nei resoconti dei colloqui trilaterali fra Cina, Russia e Iran a Pechino, che i media ufficiali hanno descritto come occasione per riaffermare l’importanza del Trattato di non proliferazione, si sottolinea la necessità di abbandonare “sanzioni, pressioni e minacce” e di creare condizioni favorevoli alla diplomazia.

Il linguaggio scelto evita accuratamente di legittimare qualsiasi prospettiva di arma nucleare iraniana, ma insiste sul fatto che il programma debba restare entro i parametri del TNP, con un ruolo centrale dell’AIEA e dei meccanismi ONU.

Tra le righe delle analisi pubblicate su piattaforme cinesi, spesso riprese in inglese o in altre lingue, si legge anche una critica implicita alla gestione americana del dossier, accusata di aver “politicizzato” la questione nucleare e di aver usato il regime sanzionatorio come strumento di pressione unilaterale.

Allo stesso tempo, alcune voci accademiche sottolineano che una proliferazione incontrollata in Medio Oriente sarebbe un disastro per la Cina stessa, costretta a navigare in un contesto di conflitto permanente lungo corridoi energetici vitali.

Questa ambivalenza è coerente con la postura che Pechino ha assunto negli ultimi anni sulla scena globale. La Cina si propone come mediatrice, come dimostrato dal ruolo nelle intese tra Iran e Arabia Saudita e nei vari round di colloqui sul nucleare, ma allo stesso tempo mantiene una rete di cooperazione militare e tecnologica con Teheran e con Mosca.

L’adesione formale al principio “no bomb” per l’Iran diventa così parte di un discorso più ampio sulla responsabilità internazionale, che non esclude però l’uso del dossier nucleare come leva per negoziare con Washington su altri fronti, dalla tecnologia ai dazi.

Un equilibrio instabile tra deterrenza e diplomazia

Alla luce di queste molteplici narrazioni, l’affermazione secondo cui Cina e Stati Uniti avrebbero concordato che l’Iran non deve mai possedere armi nucleari appare al tempo stesso vera e parziale. È vera nella misura in cui entrambe le capitali ribadiscono, in pubblico e in privato, che una bomba iraniana sarebbe inaccettabile e incompatibile con il Trattato di non proliferazione.

È parziale perché dietro la formula condivisa si nascondono strumenti e priorità diverse: Washington continua a brandire la minaccia di nuove sanzioni e, almeno sul piano retorico, non esclude l’uso della forza, mentre Pechino respinge tanto le sanzioni unilaterali quanto la logica degli attacchi preventivi, e investe invece su processi negoziali lunghi, spesso intrecciati a interessi economici diretti.

L’Iran, dal canto suo, gioca su una sottile linea di ambiguità, ribadendo ufficialmente di non volere armi nucleari ma accumulando capacità tecniche che aumentano la propria leva negoziale, mentre cerca di sfruttare le fratture tra le grandi potenze per ottenere il massimo di margine di manovra.

La partita si gioca dunque su tre livelli: quello formale dei trattati e dei memorandum, quello informale delle intese tra grandi potenze e quello, più opaco, delle percezioni di minaccia e delle opinioni pubbliche regionali.

Se davvero il nuovo memorandum in preparazione fra Washington e Teheran, con la benedizione più o meno esplicita di Pechino, dovesse tradursi in un accordo concreto, si potrebbe parlare di una nuova fase del dossier nucleare iraniano, caratterizzata da un insolito allineamento di interessi tra rivali strategici globali.

Per ora, però, la convergenza su una frase, per quanto significativa, non basta a sciogliere i nodi di fondo: la sfiducia reciproca tra Iran e Stati Uniti, le rivalità regionali, la posizione ambigua della Cina e il ruolo di attori come Russia e Israele continuano a rendere l’equilibrio estremamente fragile.

Alex Trizio
Alex Triziohttps://www.alground.com
Da sempre appassionato di informatica e nuove tecnologie. Si avvicina al mondo dell’open source e partecipa attivamente allo sviluppo del sistema operativo Linux, approfondendo sempre di più il settore di sviluppo e ingegneria software, collaborando con aziende statunitensi. Contemporaneamente, avvia e amplia studi sulla comunicazione e sul comportamento sociale e della comunicazione non verbale. Questi progetti lo portano a lunghe collaborazioni all’estero, tra USA e Israele, dove approfondisce le interazioni fra software ed essere umano, che sfociano nella specializzazione in intelligenza artificiale. I molti viaggi in Medio Oriente aumentano la passione per la politica e la geopolitica internazionale. Nel 2004, osserva lo sviluppo dei social network e di una nuova fase del citizen journalism, e si rende conto che le aziende necessitano di nuovi metodi per veicolare i contenuti. Questo mix di elevate competenze si sposa perfettamente con il progetto di Web Reputation della madre, Brunilde Trizio. Ora Alessandro è Amministratore e Direttore strategico del Gruppo Trizio.
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