22 Marzo 2026
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L’UE annuncia nuove sanzioni contro la Russia per l’attacco all’Ucraina

La Commissione europea ha deciso di aumentare la pressione sulla Russia per il suo ruolo nel conflitto ucraino. La presidente Ursula von der Leyen, in visita a Kiev, ha dichiarato che la prossima settimana saranno introdotte nuove sanzioni che colpiranno centinaia di persone e aziende legate al Cremlino.

“Non lasceremo l’Ucraina da sola di fronte all’aggressione russa”, ha affermato von der Leyen, parlando davanti ai parlamentari ucraini. “La nostra solidarietà si traduce in azioni concrete: la prossima settimana presenteremo il nostro dodicesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia”.

Secondo la presidente della Commissione, le nuove misure restrittive riguarderanno fino a cento nuovi individui coinvolti nell’escalation militare nella regione del Donbass, dove le forze ucraine si scontrano con i separatisti filorussi. Inoltre, saranno imposti nuovi divieti di importazione ed esportazione di beni sensibili, come armi, tecnologie e materie prime. L’UE agirà anche per limitare il guadagno della Russia dalla vendita di petrolio, imponendo un tetto al prezzo del greggio. Infine, saranno adottate misure severe nei confronti delle società di Paesi terzi che eludono le sanzioni, come la tedesca Nord Stream 2, che sta costruendo un gasdotto sottomarino tra la Russia e la Germania.

Elon Musk: l’intelligenza artificiale ci darà l’abbondanza ma anche i robot killer

L’intelligenza artificiale (IA) è una tecnologia che può cambiare il mondo, ma anche portare a scenari da incubo. Questa è la visione di Elon Musk, il fondatore di X e Tesla, che ha partecipato al primo summit globale sull’IA a Bletchley Park, il luogo storico dove si decifravano i codici nazisti durante la Seconda guerra mondiale.

Musk ha dialogato con il premier britannico Rishi Sunak, che ha ospitato l’evento, e ha condiviso le sue prospettive sul futuro dell’IA. Secondo Musk, l’IA potrebbe creare “un’era dell’abbondanza” in cui le persone non avrebbero più bisogno di lavorare per vivere, ma solo per “soddisfazione personale”. Tuttavia, ha anche avvertito dei rischi che l’IA comporta, come la possibilità che i robot si ribellino agli esseri umani e diventino una minaccia.

Musk ha paragonato l’IA a un “genio” della bottiglia che può esaudire qualsiasi desiderio, ma che potrebbe anche sfuggire al controllo. Ha citato l’esempio dei “robot umanoidi” che sono sempre più avanzati e in grado di adattarsi e apprendere da soli.

“Cosa accadrebbe se un giorno ricevessero un aggiornamento software e non fossero più così amichevoli?”, ha chiesto Musk, evocando una situazione simile a quella di alcuni film di fantascienza in cui i robot cercano di dominare o distruggere gli umani.

Sunak ha espresso la sua preoccupazione per l’impatto dell’IA sul mercato del lavoro e ha chiesto a Musk come si potrebbe garantire che le persone non perdano il loro posto di lavoro a causa dell’automazione.

Musk ha risposto che sarebbe necessario introdurre un reddito di base universale per sostenere le persone che non lavorano e che si dovrebbe incentivare l’istruzione e la creatività. Ha anche sottolineato l’importanza di avere un “arbitro” indipendente che regoli l’uso dell’IA e che prevenga gli abusi e gli eccessi.

Hamas e la “trappola” dentro Gaza

Hamas si è preparato per una lunga guerra nella Striscia di Gaza ed è convinto di poter frenare l’avanzata di Israele abbastanza a lungo da costringere il suo acerrimo nemico ad accettare un cessate il fuoco.

Hamas, che governa Gaza, ha immagazzinato armi, missili, cibo e forniture mediche. Il gruppo è fiducioso che le sue migliaia di combattenti possano sopravvivere per mesi in una città di tunnel scavati in profondità sotto l’enclave palestinese e snervare le forze israeliane con tattiche di guerriglia urbana.

Hamas ritiene che la pressione internazionale affinché Israele ponga fine all’assedio, mentre le vittime civili aumentano, potrebbe forzare un cessate il fuoco e una soluzione negoziata che vedrebbe il gruppo militante emergere con una concessione tangibile come il rilascio di migliaia di prigionieri palestinesi in cambio di ostaggi israeliani.

Nel corso di negoziati indiretti sugli ostaggi, mediati dal Qatar, il gruppo ha chiarito agli Stati Uniti e a Israele che intende attuare il rilascio dei prigionieri in cambio di ostaggi, secondo quattro funzionari di Hamas.

A lungo termine, Hamas ha affermato di voler porre fine al blocco israeliano di Gaza durato 17 anni, nonché di voler fermare l’espansione degli insediamenti israeliani e quelle che i palestinesi vedono come azioni pesanti da parte delle forze di sicurezza israeliane contro la moschea di al-Aqsa, la moschea musulmana più sacra. santuario a Gerusalemme.

Gli esperti delle Nazioni Unite hanno chiesto un cessate il fuoco umanitario a Gaza, affermando che i palestinesi corrono un “ grave rischio di genocidio ”. Molti esperti vedono una crisi senza una chiara conclusione in vista per entrambe le parti.

Distruggere Hamas

“La missione di distruggere Hamas non è facilmente realizzabile”, ha detto Marwan Al-Muasher, ex ministro degli Esteri e vice primo ministro giordano che ora lavora per il Carnegie Endowment for International Peace a Washington.

“Non esiste una soluzione militare a questo conflitto. Stiamo attraversando tempi bui. Questa guerra non sarà breve”.

Israele ha dispiegato un’enorme potenza di fuoco aerea dopo l’attacco del 7 ottobre, che ha visto gli uomini armati di Hamas uscire dalla Striscia di Gaza, uccidendo 1.400 israeliani e prendendo 239 ostaggi.

Il bilancio delle vittime a Gaza ha superato quota 9.000, e ogni giorno di violenza alimenta proteste in tutto il mondo per la difficile situazione di oltre 2 milioni di abitanti di Gaza intrappolati nella piccola enclave, molti dei quali senza acqua, cibo o elettricità. Attacchi aerei israeliani hanno colpito un affollato campo profughi a Gaza, uccidendo almeno 50 palestinesi e un comandante di Hamas.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu promette di annientare Hamas e ha respinto le richieste di cessate il fuoco. I funzionari israeliani affermano di non farsi illusioni su ciò che potrebbe accadere e accusano i militanti di nascondersi dietro i civili.

Il paese si è preparato ad una “guerra lunga e dolorosa”, ha detto Danny Danon, ex ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite ed ex membro del comitato per gli affari esteri e la difesa della Knesset.

“Sappiamo che alla fine prevarremo e sconfiggeremo Hamas. La questione sarà il prezzo, e dobbiamo essere molto cauti e molto attenti e capire che si tratta di un’area urbana molto complessa da manovrare.”

Gli Stati Uniti hanno affermato che questo non è il momento per un cessate il fuoco generale, anche se affermano che sono necessarie pause nelle ostilità per fornire aiuti umanitari.

Hamas è preparato alla guerra

Adeeb Ziadeh, un esperto palestinese di affari internazionali presso l’Università del Qatar che ha studiato Hamas, ha affermato che il gruppo deve aver avuto un piano a lungo termine per far seguito al suo attacco a Israele.

“Coloro che hanno effettuato l’attacco del 7 ottobre con il loro livello di competenza, questo livello di competenza, precisione e intensità, si sarebbero preparati per una battaglia a lungo termine. Non è possibile per Hamas impegnarsi in un attacco del genere senza essere pienamente preparati. e ci siamo mobilitati per il risultato”, ha detto Ziadeh.

Roma. Comune rimuove striscione pro palestina

Uno striscione di solidarietà con il popolo palestinese, che chiedeva il cessate il fuoco nella striscia di Gaza, è stato rimosso dal Comune di Roma. Lo striscione era stato appeso al Circolo Arci Sparwasser, nel quartiere del Pigneto, e recitava “Fermiamo il massacro – Free Palestine”.

La rimozione è avvenuta questa mattina, intorno alle 11.30, senza alcun preavviso al circolo, che era chiuso. I funzionari dell’Ufficio Speciale Decoro Urbano si sono presentati con una scala e hanno staccato lo striscione, suscitando la protesta dei gestori del circolo e dei passanti. Il presidente di Arci Sparwasser, Francesco Pellas, ha espresso la sua indignazione per l’atto censorio, che viola la libertà di espressione e la solidarietà attiva.

Ha annunciato che affiggerà un nuovo striscione e organizzerà iniziative di sostegno alla causa palestinese. Anche il presidente di Arci Roma, Vito Scalisi, ha chiesto chiarimenti al Sindaco e al Prefetto, sottolineando che non c’è nulla di offensivo nel richiedere la fine di un genocidio. Ha denunciato la discrezionalità politica dell’Ufficio Decoro, che vuole imbavagliare le voci pacifiste e solidali.

Ipotesi nuova stretta tax credit cinema su big e extra Ue

Si va verso una ulteriore stretta sul tax credit per il cinema.

Secondo l’ultima ipotesi circolata in vista del testo definitivo della manovra, infatti, l’agevolazione è al 40% ma viene prevista la possibilità di prevedere aliquote diverse o “escludere l’accesso al credito d’imposta” nei confronti delle imprese non indipendenti o imprese non europee.

Spunta anche un taglio di 50 milioni al Fondo per il cinema e l’audiovisivo il cui stanziamento massimo passa da 750 a 700 milioni di euro annui.

Russia e Cina rafforzano i legami commerciali ed energetici

Il primo ministro russo Mikhail Mishustin ha annunciato che gli scambi commerciali tra Russia e Cina sono cresciuti del 27 per cento nei primi nove mesi del 2023, raggiungendo i 160,7 miliardi di euro. In un incontro con il suo omologo cinese Li Qiang, Mishustin ha sottolineato la cooperazione tra i due Paesi nel settore dell’energia, delle infrastrutture e dell’agricoltura.

Ha inoltre rivelato che oltre il 90 per cento dei pagamenti sono effettuati in valute nazionali, rubli e yuan.Mishustin si trova a Bishkek, in Kirghizistan, per partecipare al vertice dei primi ministri della Shanghai Cooperation Organization (SCO), un’organizzazione intergovernativa che riunisce otto Paesi dell’Asia centrale e meridionale. La SCO è considerata un importante forum di dialogo e cooperazione tra Russia e Cina, due potenze emergenti che cercano di bilanciare l’influenza degli Stati Uniti nella regione.

La Russia e la Cina hanno intensificato i loro rapporti economici negli ultimi anni, in risposta alle sanzioni occidentali e alla guerra commerciale tra Pechino e Washington. I due Paesi hanno firmato diversi accordi nel campo dell’energia nucleare, del gas naturale, della difesa e della tecnologia. Inoltre, hanno collaborato per lo sviluppo della Nuova Via della Seta, un’ambiziosa iniziativa di infrastrutture che mira a collegare l’Asia con l’Europa e l’Africa.

La Cina vuole cooperare con gli Stati Uniti

 Il presidente cinese Xi Jinping ha dichiarato che la Cina è disposta a cooperare con gli Stati Uniti poiché entrambe le parti gestiscono le loro differenze e lavorano insieme per rispondere alle sfide globali.

Che gli Stati Uniti e la Cina riescano o meno a stabilire il modo “giusto” di andare d’accordo sarebbe cruciale per il mondo, ha affermato Xi in una lettera consegnata durante una cena annuale del Comitato nazionale per le relazioni Stati Uniti-Cina con sede a New York.

L’appello di Xi per legami bilaterali più stabili, che secondo lui dovrebbero essere costruiti sui principi di “rispetto reciproco, coesistenza pacifica e cooperazione vantaggiosa per tutti”, arriva prima di una visita chiave del ministro degli Esteri Wang Yi a Washington alla fine di questa settimana.

Il viaggio da giovedì a sabato del massimo diplomatico cinese sarà l’impegno di più alto livello in vista dell’atteso incontro tra il presidente degli Stati Uniti Joe Biden e Xi a San Francisco in occasione del vertice della Cooperazione economica Asia-Pacifico (APEC) di novembre.

Diversi alti funzionari statunitensi, tra cui il segretario di Stato americano Antony Blinken, hanno incontrato le loro controparti cinesi a Pechino quest’estate.

La massima priorità di Washington è stata quella di garantire che l’intensa concorrenza tra le due maggiori economie del mondo e i loro disaccordi su una serie di questioni, dal commercio a Taiwan e al Mar Cinese Meridionale, non sfociassero in un conflitto.

“Gli osservatori cinesi ritengono che la visita (di Wang) aprirà la strada a un possibile incontro tra i capi dei due Stati, ma hanno aggiunto che Washington deve compiere sforzi concreti per affrontare le preoccupazioni di Pechino e mostrare la sua sincerità”, ha scritto il Global Times, un’agenzia statale cinese. ha scritto in un commento.

Avvocato Rossella Galante. Come raggiungere la parità di genere

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A cura dell’Avvocato Rossella Galante

E’ stato il 2015 l’anno in cui i governi dei 193 paesi membri delle Nazioni Unite hanno sottoscritto un programma comune per il raggiungimento di 17 obiettivi considerati essenziali per la salvaguardia del pianeta e per il raggiungimento della pace e della prosperità delle persone che ci vivono.

I paesi firmatari si sono impegnati a raggiungere tali obiettivi, denominati SDG’s (SUSTAINABLE DEVELOPMENT GOALS), entro il 2030.

Per raggiungere il modello sostenibile di sviluppo individuato dall’agenda 2030 dell’ONU, ogni paese si è impegnato a realizzare la transizione verso la realizzazione degli obiettivi indicati adottando varie strategie nazionali.

L’appello è stato rivolto sia ai paesi sviluppati che a quelli in via di sviluppo affinché trovino urgentemente delle soluzioni ad una serie fondamentale di problemi che ad oggi impediscono di raggiungere i seguenti 17 obiettivi:

  1. Porre fine a ogni forma di povertà nel mondo
  2. Porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile
  3. Assicurare la salute e il benessere per tutti e per tutte le età
  4. Fornire un’educazione di qualità, equa ed inclusiva e opportunità di apprendimento per tutti
  5. Raggiungere l’uguaglianza di genere ed emancipare tutte le donne e le ragazze
  6. Garantire a tutti la disponibilità e la gestione sostenibile dell’acqua e delle strutture igienico-sanitarie
  7. Assicurare a tutti l’accesso a sistemi di energia economici, affidabili, sostenibili e moderni
  8. Promuovere una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, la piena e produttiva occupazione e un lavoro dignitoso per tutti
  9. Realizzare infrastrutture resistenti, industrializzazione sostenibile e innovazione
  10. Ridurre le disuguaglianze
  11. Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili
  12. Garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo
  13. Promuovere azioni, a tutti i livelli, per combattere i cambiamenti climatici
  14. Conservare e utilizzare in modo durevole gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile
  15. Proteggere, ripristinare e favorire un uso sostenibile dell’ecosistema terrestre
  16. Raggiungere una pace duratura, utilizzare giustizia e realizzare istituzioni forti
  17. Rafforzare i mezzi di attuazione degli obiettivi e rinnovare il partenariato mondiale per lo sviluppo sostenibile

Ogni paese, in base alle proprie capacità, si è adoperato quindi per contribuire, con politiche simili ma diverse, ad arrivare al traguardo della crescita economica, dell’inclusione sociale e della tutela ambientale.

L’OBIETTIVO 5

Dei 17 obiettivi auspicati, un traguardo particolarmente rilevante per tutte le donne del mondo è senza dubbio il Goal numero 5.

Tale obiettivo intende accelerare il raggiungimento di una parità di genere in ambito lavorativo intesa sia riguardo all’ uguaglianza nella facilità di accesso ad opportunità lavorative, sia nella parità di trattamento retributivo affinché si ponga fine alla esistente discriminazione nell’assegnazione di posizioni dirigenziali ed alla possibilità di conciliare la vita familiare con il lavoro.

Nonostante, infatti, negli ultimi anni siano stati fatti passi avanti nell’integrazione della figura femminile e del suo empowerment nel mondo del lavoro, la disuguaglianza di genere ancora rappresenta un grosso ostacolo al raggiungimento dello sviluppo sostenibile, della crescita economica e della riduzione della povertà.

Nel 2022 l’Italia si è collocata al 63^ posto nella classifica del “Global Gender Gap Index”, nel quale al 1^ posto troviamo l’Islanda mentre al 146^ ed ultimo si trova l’Afghanistan. Il nostro paese si colloca addirittura dietro ad Uganda e Zambia, rispettivamente al 61^ e 63^ posto.

La Germania si pone al 10^ posto mentre la Francia al 15^ e la Spagna al 17^.

E dire che l’Italia già nel 1948 attraverso la Costituzione, con l’articolo 3 ed in particolare con il 37, affermava (e continua a farlo) il principio che la donna lavoratrice, a parità di lavoro, ha il diritto di godere della stessa retribuzione del lavoratore uomo.

Diritto ribadito, ampliato e regolato da una serie di interventi legislativi quali la L. 903/1997, denominata “Legge di Parità” e la L.125//1991, che hanno introdotto le cosiddette politiche di genere, il D. Lgs. 198/2006, famoso come “Codice delle Pari Opportunità”, fino alla recente L 162/2021 che introduce la certificazione di parità.

L’Italia ha inteso intervenire nel raggiungimento dell’obiettivo di colmare il Gender Gap attraverso la Prassi UNI/PdR 125/2022.

Si tratta di una linea guida (le prassi infatti non sono norme) che, nel caso specifico, spinge a velocizzare il raggiungimento di una vera parità di genere attraverso un cambiamento culturale.

La prassi è rivolta a tutte le organizzazioni, di qualsiasi dimensione e specializzate in qualsiasi settore o attività, affinché migliorino la propria performance per “ridurre la disparità di genere e promuovere l’equità e l’inclusione”.

E’ previsto infatti che alle aziende che, su base assolutamente volontaria, adottando la prassi in questione, applichino la certificazione della parità di genere, ovverosia rispettino, almeno il 60% degli indicatori di prestazione (denominati KPI) nelle varie aree di intervento specificatamente indicate, vengono riconosciuti dei vantaggi.

Oltre a poter vantare una reputazione virtuosa, viene loro riconosciuto un esonero sul versamento dei contributi previdenziali nella misura non superiore all’1% su base mensile, fino ad un massimo di € 50.000,00 annui, oltre ad un punteggio premiale in caso di partecipazione a gare di appalto ed alla diminuzione della garanzia del 30% nei contratti per servizi e forniture.

A questi vantaggi si aggiungono degli ulteriori incentivi previsti a livello regionale in particolare per le piccole e medie imprese volte a finanziare sia le spese di certificazione che quelle di consulenza.

Sono in fase di attuazione altri incentivi a livello nazionale.

E’ auspicabile quindi che tutte le aziende si predispongano per attuare a breve le procedure previste dalla prassi Uni/125 affinché a tutte le donne lavoratrici vengano assicurati gli stessi diritti, gli stessi vantaggi e le stesse opportunità riconosciute agli uomini, accogliendo un appello considerato urgente già nel 2015 ed ancora disperatamente disatteso.

Sull’autrice

L’avvocato Rossella Galante è specializzata in diritto di famiglia e di tutte le questioni relative alla parità di genere. Da sempre molto sensibile a tutti i temi sociali, l’avvocato Rossella Galante offre la sua consulenza legale garantendo a tutti i clienti il massimo supporto e professionalità.

Joivy App. Ottieni informazioni utili dagli esperti di tutto il mondo

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Chi è Hamas. Il movimento islamista palestinese

Hamas, acronimo di Ḥarakat al-Muqāwamah al-Islāmiyyah, è un movimento palestinese nazionalista e islamista nel territorio della Cisgiordania e della Striscia di Gaza. L’obiettivo di Hamas è l’instaurazione di uno stato islamico indipendente nella Palestina storica. Fondato nel 1987, Hamas si oppose all’approccio secolare dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) riguardo al conflitto israelo-palestinese e respinse i tentativi di cedere una parte della Palestina.

La nascita di Hamas

Dal tardo 1970, attivisti legati alla Fratellanza Musulmana islamista hanno fondato una rete di organizzazioni caritative, cliniche e scuole ed hanno iniziato ad operare nei territori occupati da Israele dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967, ovvero nella Striscia di Gaza e nella Cisgiordania. A Gaza erano attivi in molte moschee, mentre nelle università della Cisgiordania le loro attività erano più limitate.

Le attività della Fratellanza Musulmana in queste aree erano per lo più non violente, ma alcuni piccoli gruppi nei territori occupati iniziarono a chiedere la jihad, o guerra santa, contro Israele. Nel dicembre 1987, all’inizio della prima intifada palestinese contro l’occupazione israeliana, Hamas fu fondata da membri della Fratellanza Musulmana e da fazioni religiose dell’OLP, e la nuova organizzazione ottenne rapidamente un ampio seguito.

Nel suo statuto del 1988, Hamas affermò che la Palestina è una patria islamica che non può mai essere ceduta a non musulmani e che combattere una guerra santa per strappare il controllo della Palestina ad Israele è un dovere religioso per i musulmani palestinesi. Questa posizione pose Hamas in conflitto con l’OLP, che nel 1988 riconobbe il diritto di Israele ad esistere.

Hamas iniziò presto ad agire indipendentemente dalle altre organizzazioni palestinesi, generando ostilità tra il gruppo e i suoi correligionari nazionalisti secolari. Gli attacchi sempre più violenti di Hamas contro obiettivi civili e militari spinsero Israele ad arrestare diversi leader di Hamas nel 1989, tra cui lo sceicco Ahmed Yassin, fondatore del movimento.

Negli anni seguenti, Hamas subì una riorganizzazione per rafforzare la sua struttura di comando e mettere i suoi leader chiave al di fuori della portata di Israele. Venne istituito un ufficio politico responsabile delle relazioni internazionali e della raccolta fondi ad Amman, in Giordania, eleggendo Khaled Meshaal come capo nel 1996, e l’ala armata del gruppo fu ricostituita come Forze ʿIzz al-Dīn al-Qassām.

La Giordania espulse i leader di Hamas da Amman nel 1999, accusandoli di avere utilizzato i loro uffici giordani come base per attività militari nella Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Nel 2001, l’ufficio politico stabilì una nuova sede a Damasco, in Siria. Si spostò nuovamente nel 2012 a Doha, in Qatar, dopo che la leadership non aveva sostenuto il governo Assad nella sua repressione dell’insurrezione siriana.

Hamas, il movimento islamista palestinese, ha sempre rifiutato di negoziare la cessione di qualsiasi territorio. Nel 1993, quando Israele e l’OLP firmarono un accordo di pace, Hamas lo denunciò e intensificò la sua campagna di terrorismo usando attentatori suicidi, insieme al gruppo Jihad Islamica. Israele e l’OLP reagirono con misure di sicurezza e punitive, ma il presidente dell’OLP Yasser Arafat cercò di coinvolgere Hamas nel processo politico e nominò alcuni membri di Hamas in posizioni di leadership nell’Autorità Palestinese (AP).

Il fallimento dei negoziati di pace tra israeliani e palestinesi nel settembre 2000 portò a un aumento della violenza che fu chiamata intifada di al-Aqsa. Quel conflitto fu segnato da un livello di violenza mai visto nella prima intifada, e gli attivisti di Hamas incrementarono i loro attacchi agli israeliani e compirono diversi attentati suicidi in Israele stesso.

Negli anni successivi all’intifada di al-Aqsa, Hamas iniziò a moderare le sue posizioni verso il processo di pace. Dopo aver rifiutato per più di un decennio i principi fondamentali dell’AP, Hamas partecipò alle elezioni legislative palestinesi del 2006 e successivamente entrò a far parte dell’AP, dando segni che avrebbe accettato gli accordi tra Israele e l’AP. Da allora, i leader di Hamas hanno dichiarato ripetutamente la loro disponibilità a sostenere una soluzione a due stati basata sui confini pre-1967. Questa disponibilità fu sancita nel Documento dei Principi e delle Politiche Generali del 2017.

La storia dei rapporti politici tra Hamas e Fatah

Hamas e Fatah sono due movimenti politici palestinesi che hanno avuto una lunga storia di conflitti e tentativi di riconciliazione. Il loro rapporto si è deteriorato nel 2006, quando Hamas ha vinto le elezioni legislative palestinesi, mettendo fine al dominio di Fatah. Dopo un breve governo di unità nazionale, i due gruppi si sono scontrati violentemente nella Striscia di Gaza, dividendo il territorio palestinese in due entità rivali.

Nel 2011, Hamas e Fatah hanno annunciato un accordo di riconciliazione mediato dall’Egitto, che prevedeva la formazione di un governo provvisorio e l’organizzazione di elezioni legislative e presidenziali. Tuttavia, la sua attuazione è stata ostacolata da divergenze sulle nomine dei ministri e sui termini delle elezioni. Nel 2012, i due partiti hanno concordato di nominare il presidente dell’Autorità Palestinese (AP), Mahmoud Abbas, come capo del governo provvisorio.

Nel frattempo, Hamas ha subito dei cambiamenti nelle sue alleanze regionali a causa della primavera araba. Il movimento ha rotto i legami con il regime siriano, che lo ospitava a Damasco, a causa della sua repressione dei manifestanti anti-governativi. Questa mossa ha anche indebolito il suo rapporto con l’Iran, che era uno dei suoi principali sostenitori finanziari e militari. Inoltre, Hamas ha perso il sostegno dell’Egitto dopo il colpo di stato militare del 2013 che ha rovesciato il presidente Mohamed Morsi, appartenente ai Fratelli Musulmani, il movimento islamista da cui Hamas trae origine.

Nel 2014, Hamas ha accettato di rinunciare al suo ruolo di governo nella Striscia di Gaza, formando un nuovo governo dell’AP composto da ministri non partigiani. Questo passo è stato osteggiato da Israele, che ha accusato Fatah di cercare la riconciliazione con Hamas a scapito di un possibile accordo di pace.

Il nuovo governo si è dimostrato incapace di esercitare la sua autorità nella Striscia di Gaza, dove Hamas ha continuato a gestire gli affari interni. Nel 2017, Hamas ha formato un comitato amministrativo provvisorio nella Striscia di Gaza, provocando la reazione dell’AP, che ha tagliato i fondi e imposto delle sanzioni al territorio. Hamas ha cercato di alleviare la crisi attraverso la tassazione della popolazione impoverita e la ricerca di aiuti da parte del Qatar e di concessioni da parte di Israele.

Conflitto con Israele

Nel 2007, dopo che Hamas ha preso il controllo della Striscia di Gaza, Israele ha dichiarato la Striscia di Gaza sotto Hamas un’entità ostile e ha approvato una serie di sanzioni che includevano tagli di energia elettrica, importazioni fortemente limitate e chiusure dei confini. Gli attacchi di Hamas contro Israele sono continuati, così come gli attacchi israeliani contro la Striscia di Gaza.

Dopo mesi di negoziati, nel giugno 2008 Israele e Hamas hanno concordato di attuare una tregua prevista per durare sei mesi, tuttavia, la tregua è stata messa in discussione poco dopo, poiché ciascuno accusava l’altro di violazioni, che sono aumentate negli ultimi mesi dell’accordo. Il 19 dicembre la tregua è scaduta ufficialmente tra accuse di violazioni da entrambe le parti.

Pochi giorni dopo sono scoppiate ostilità più ampie, poiché Israele, in risposta al continuo lancio di razzi, ha effettuato una serie di raid aerei in tutta la regione – tra i più forti in anni – mirati a colpire Hamas. Dopo una settimana di raid aerei, le forze israeliane hanno avviato una campagna terrestre nella Striscia di Gaza tra gli appelli della comunità internazionale per un cessate il fuoco. Dopo più di tre settimane di ostilità – in cui forse più di 1.000 persone sono state uccise e decine di migliaia sono rimaste senza casa – Israele e Hamas hanno dichiarato ciascuno un cessate il fuoco unilaterale.

A partire dal 14 novembre 2012, Israele ha lanciato una serie di raid aerei a Gaza in risposta a un aumento del numero di razzi lanciati da Gaza nel territorio israeliano nei precedenti nove mesi. Il capo delle Forze ʿIzz al-Dīn al-Qassām, Ahmed Said Khalil al-Jabari, è stato ucciso nel raid iniziale. Hamas ha reagito con un aumento degli attacchi con razzi contro Israele, e le ostilità sono continuate fino a quando Israele e Hamas hanno raggiunto un accordo di cessate il fuoco il 21 novembre.

Nel 2014 le tensioni tra Israele e Hamas sono aumentate dopo la scomparsa di tre adolescenti israeliani in Cisgiordania il 12 giugno. Netanyahu ha accusato Hamas di aver rapito i ragazzi e ha giurato di non lasciare impunito il crimine.

Le forze di sicurezza israeliane hanno lanciato una vasta operazione in Cisgiordania per cercare i ragazzi scomparsi e per reprimere i membri di Hamas e altri gruppi militanti, sono stati arrestati diverse centinaia di palestinesi sospettati di avere legami militanti, tra cui diversi leader di Hamas in Cisgiordania. Il 30 giugno i ragazzi sono stati trovati morti in Cisgiordania, fuori da Hebron.

Nella Striscia di Gaza l’atmosfera di tensione ha portato a un aumento degli attacchi con razzi contro Israele da parte della Jihad Islamica e altri militanti palestinesi. Questi erano stati relativamente rari dal cessate il fuoco del 2012, ma alla fine di giugno 2014 i lanci di razzi e le rappresaglie israeliane erano diventati un evento quotidiano. Il 30 giugno, in risposta a queste rappresaglie, Hamas ha lanciato i suoi primi razzi contro Israele dal cessate il fuoco.

L’8 luglio Israele ha avviato un’offensiva su larga scala nella Striscia di Gaza, usando bombardamenti aerei, missili e fuoco di mortaio per distruggere una varietà di obiettivi che sosteneva fossero associati all’attività militante. Dopo più di una settimana di bombardamenti che non erano riusciti a fermare il lancio di razzi dalla Striscia di Gaza, le forze israeliane hanno lanciato un assalto terrestre per distruggere le gallerie e altri elementi dell’infrastruttura dei militanti.

All’inizio di agosto i leader israeliani hanno dichiarato che l’operazione terrestre aveva raggiunto il suo obiettivo, e le truppe e i carri armati israeliani si sono ritirati dalla Striscia di Gaza. I raid aerei israeliani sono continuati, così come gli attacchi con razzi e mortai su Israele dalla Striscia di Gaza.

Dopo aver accettato diverse tregue a breve termine nel corso del conflitto, i leader israeliani e palestinesi hanno raggiunto una tregua a tempo indeterminato alla fine di agosto. In cambio della cessazione del lancio di razzi dalla Striscia di Gaza, Israele ha accettato di allentare le restrizioni sui beni che entrano nella Striscia di Gaza, di ampliare la zona di pesca al largo della costa e di ridurre le dimensioni del cuscinetto di sicurezza che imponeva nelle aree adiacenti al confine israeliano.

Nonostante l’alto numero di morti palestinesi – stimato in oltre 2.100 – e la diffusa distruzione nella Striscia di Gaza, i leader di Hamas hanno dichiarato la vittoria, esaltando la loro capacità di resistere agli attacchi israeliani.

Una serie di proteste al confine a Gaza nel 2018, in cui i manifestanti hanno tentato di attraversare il confine verso Israele e hanno inviato aquiloni e palloncini incendiari in Israele, è stata contrastata con una risposta violenta da parte di Israele.

La situazione ha raggiunto il culmine il 14 maggio, quando circa 40.000 persone hanno partecipato alle proteste. Molti dei manifestanti hanno tentato di attraversare il confine contemporaneamente, e i soldati israeliani hanno aperto il fuoco, uccidendo circa 60 persone e ferendone circa 2.700. La violenza è continuata ad aumentare, portando a raid aerei israeliani e lancio di razzi da parte di Hamas in Israele. I combattimenti sono durati diversi mesi e sono terminati con una tregua a novembre.

Le discussioni per mantenere la pace sono rimaste in corso negli anni successivi – anche durante i periodi di escalation – e hanno portato all’occasionale allentamento delle restrizioni sulla Striscia di Gaza.

Nel maggio 2021 le tensioni a Gerusalemme sono degenerate e hanno portato alla maggiore escalation di violenza dal 2014. Dopo scontri tra la polizia israeliana e i manifestanti palestinesi che hanno lasciato centinaia di feriti, Hamas ha lanciato razzi su Gerusalemme e sul sud e centro di Israele, provocando raid aerei da parte di Israele in risposta.

Nell’ottobre 2023 Hamas ha lanciato un assalto coordinato via terra, mare e aria che ha colto Israele di sorpresa. Nel giro di poche ore centinaia di israeliani sono stati segnalati come uccisi o dispersi – il giorno più sanguinoso per Israele in decenni – e più di 100 sono stati presi in ostaggio.