HomeIntervisteArriva il decreto anti-YouTube: il Time paragona l'Italia alla Cina

Arriva il decreto anti-YouTube: il Time paragona l’Italia alla Cina

L’ennesimo tentativo del governo di controllare il web è celato nel nuovo decreto legislativo sulla tv, chiamato anche “decreto Romani” (dal nome del vice ministro con delega alle comunicazioni, Paolo Romani) e definito dalla stampa estera decreto “anti-YouTube”. Si tratta di un decreto legislativo (che in quanto tale elude il controllo da parte del parlamento) con il quale l’Italia dovrebbe recepire una direttiva europea nota come AVMS (Audiovisual Media Services) secondo cui le emittenti televisive, siano esse trasmesse via satellite, via etere o tramite il web, devono essere sottoposte allo stesso regime giuridico. Fin qui nulla di strano, si tratta di una direttiva comunitaria alla quale il governo italiano deve obbligatoriamente dare attuazione. Se non fosse che, nel testo del decreto, è stata volutamente “gonfiata” la definizione di fornitori di “servizi media audiovisivi” in modo che essa possa ricomprendere tutti i portali web, grandi e piccoli, che pubblicano materiale audiovisivo, nonché gli aggregatori di prodotti audiovisivi realizzati da terzi, proprio come YouTube, o i social network che permettono la pubblicazione e la condivisione di video.

Ogni utente del web, che sia un blogger o un professionista del settore, corre dunque il rischio di essere chiamato a rispondere a titolo di responsabilità editoriale per il solo fatto di aver pubblicato o condiviso video sulla rete.

Che quella del governo sia una forzatura è palese, visto che la stessa direttiva europea chiarisce che la suddetta regolamentazione “non dovrebbe comprendere le attività precipuamente non economiche e che non sono in concorrenza con la radiodiffusione televisiva, quali i siti internet privati e i servizi consistenti nella fornitura o distribuzione di contenuti audiovisivi generati da utenti privati a fini di condivisione o di scambio nell’ambito di comunità di interesse“, mentre il testo del decreto specifica che vi rientrano “i servizi, anche veicolati mediante siti internet, che comportano la fornitura o la messa a disposizione di immagini animate, sonore e non, nei quali il contenuto audiovisivo non abbia carattere meramente incidentale”.

Il tutto è infarcito dalla solita normativa ad personam ed in pieno conflitto di interessi. Il decreto infatti introduce anche alcune modifiche all’attuale gestione delle pubblicità sui canali pay per view  riducendo gli spazi pubblicitari su Sky (dal 18 al 12%) raddoppiando quelli di Mediaset (dal 6 al 12%). Inoltre, si cancella di colpo l’istruttoria Agcom che riguarda il superamento della quota del 20% dei programmi Mediaset sul digitale, semplicemente considerando alcuni canali Mediaset, come quelli premium e i “+1” non facenti parte della quota da far rientrare nel limite del 20%.

Anche Google (il suo YouTube è già in causa con Mediaset che ha chiesto mezzo miliardo di euro di risarcimento danni per pirateria) ha preso le distanze dal decreto Romani; secondo Marco Pancini, dirigente di Google Italia, sottoporre internet alle regole della tv significherebbe conferire ai provider “le stesse responsabilità delle emittenti televisive, solo che queste si occupano direttamente dei contenuti, mentre YouTube si limita a mettere a disposizione le proprie piattaforme agli utenti”. Dello stesso avviso è l’Associazione italiana degli Internet provider: “questa normativa non ha senso -afferma il presidente Dario Denni- è come se si assegnasse alla società che gestisce la manutenzione della autostrade la responsabilità per quello che fanno gli automobilisti”.

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