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Ceuta, l’enclave spagnola incastonata sulla costa settentrionale del Marocco, sta vivendo tra il 29 e il 31 luglio 2026 la crisi migratoria più grave dal 2021. In appena ventiquattro ore quasi 49mila persone hanno tentato di attraversare il confine con il Marocco, principalmente a nuoto lungo il frangiflutti del Tarajal, provocando il collasso dei sistemi di accoglienza e costringendo il governo di Pedro Sánchez a mobilitare l’esercito. Chi arriva a Ceuta è, formalmente, già in territorio dell’Unione Europea, perché l’enclave, pur trovandosi geograficamente in Africa, è pienamente parte della Spagna e dello spazio europeo. Non esiste alcun ulteriore confine internazionale da superare: la traversata a nuoto o l’attraversamento delle recinzioni segna già l’ingresso di fatto nel territorio comunitario.
Una sentenza che ha cambiato le regole del gioco
L’elemento scatenante di questa specifica ondata è una sentenza del Tribunale Supremo spagnolo, pronunciata il 29 giugno 2026 e resa definitiva pochi giorni dopo. I giudici della Sala Terza hanno stabilito che le “devoluciones en caliente”, i respingimenti sommari applicati finora a chi tentava l’ingresso irregolare, possono essere utilizzate soltanto contro chi supera fisicamente “elementi di contenimento frontaliero”, come le recinzioni metalliche di Ceuta e Melilla. La sentenza, come riportano fonti giuridiche spagnole, recita testualmente che “chi tenta di entrare a nuoto non supera, né tenta di superare, alcun elemento di contenimento frontaliero”. Questo significa che chi viene intercettato in mare deve necessariamente essere sottoposto alla procedura ordinaria di respingimento, con tutte le garanzie previste dalla legge sugli stranieri: assistenza legale, interprete, possibilità di richiedere protezione internazionale e una risoluzione motivata caso per caso.
La notizia di questo vincolo giuridico si è diffusa rapidamente tra le reti di trafficanti e tra i potenziali migranti nelle città marocchine di confine come Fnideq, ex Castillejos, motivando un’ondata di assalti dal mare senza precedenti. Le autorità ceutíe stimano che, prima del picco di fine luglio, gli arrivi giornalieri viaggiassero già intorno alle 200-300 persone al giorno, per poi esplodere improvvisamente nella giornata del 30 luglio. Il presidente della città autonoma, Juan Jesús Vivas, ha parlato apertamente di “collasso nell’ambito migratorio”, sottolineando che gli ultimi dieci giorni avevano già portato tra 1.500 e 2.000 nuovi arrivi, l’equivalente del 2% della popolazione complessiva dell’enclave.
Non solo marocchini: la variabile delle nazionalità non rimpatriabili
Uno degli aspetti meno raccontati di questa crisi riguarda la composizione reale dei flussi migratori. La narrazione mediatica tende a concentrarsi sui cittadini marocchini, ma tra le migliaia di persone arrivate figurano anche subsahariani e, potenzialmente, cittadini di paesi come la Libia. Questo dettaglio non è irrilevante dal punto di vista giuridico e geopolitico. L’accordo bilaterale di riammissione firmato tra Spagna e Marocco nel 1992, infatti, vale in via principale per i cittadini marocchini, mentre il Marocco non ha alcun obbligo internazionale di riprendere persone di altre nazionalità semplicemente perché transitate sul suo territorio. Questo crea un vuoto operativo enorme: chi non è marocchino, se identificato come tale, difficilmente può essere rimandato indietro con rapidità, e finisce spesso per essere trasferito verso la Spagna continentale e, di fatto, verso il resto dello spazio Schengen.
L’età dei migranti come strategia
Un altro elemento che emerge con chiarezza dalle cronache di questi giorni è l’età estremamente giovane della maggior parte delle persone coinvolte. Non si tratta di una casualità demografica. I minori non accompagnati godono di garanzie legali molto più solide rispetto agli adulti, e la Corte Suprema spagnola ha già dichiarato illegittime, in una sentenza pregressa, le deportazioni di massa di minori marocchini avvenute durante la crisi del 2021, giudicando che l’accordo bilaterale sui rimpatri assistiti non può sostituire le tutele previste dalla legge spagnola sugli stranieri. Questo significa che un minorenne che raggiunge Ceuta ha probabilità molto più basse di essere rimpatriato in tempi brevi rispetto a un adulto, un fattore che le reti di trafficanti conoscono perfettamente e che utilizzano nella pianificazione dei flussi.
Un fenomeno che assume contorni quasi militari
L’entità numerica dell’ondata, quasi 50mila persone in un solo giorno secondo le stime riprese da agenzie internazionali, ha spinto il governo spagnolo a dispiegare non semplici rinforzi di polizia ma l’esercito nazionale. Le forze dell’ordine della Guardia Civil, secondo testimonianze raccolte sul campo, hanno parlato di un vero e proprio “collasso totale” del sistema di controllo frontaliero. Non sono mancati momenti di tensione diretta con le forze dell’ordine spagnole, in un contesto in cui molti dei migranti coinvolti risultano nelle mani di organizzazioni criminali strutturate, più che animati da un percorso migratorio spontaneo e pacifico. Le autorità locali hanno inoltre recuperato tra i 9 e i 19 corpi di persone annegate durante i tentativi di attraversamento, un bilancio drammatico che testimonia la pericolosità della rotta.
Il business miliardario dei trasferimenti illegali verso la penisola
Una volta entrati a Ceuta, molti migranti non restano nell’enclave. Negli anni scorsi la Guardia Civil e la Policía Nacional hanno smantellato diverse reti criminali specializzate nel trasporto illegale di persone verso Algeciras e la Spagna continentale, utilizzando piccole imbarcazioni pneumatiche e persino moto d’acqua per attraversare lo Stretto di Gibilterra di notte. Le cifre emerse dalle indagini parlano di pagamenti che vanno da 1.500 a oltre 13mila euro a persona, un giro d’affari che si traduce in milioni di euro di profitto per le organizzazioni criminali coinvolte. Da Algeciras, la strada verso la Francia, l’Italia e il resto del sud dell’Europa è aperta, grazie alla libertà di circolazione garantita dallo spazio Schengen. Questo rende Ceuta non solo un punto di ingresso, ma un vero e proprio snodo logistico per la migrazione irregolare verso l’intero continente.
Lo scontro diplomatico e il nodo del coordinamento europeo
La crisi ha avuto immediate ripercussioni diplomatiche. Il governo italiano guidato da Giorgia Meloni ha valutato pubblicamente la sospensione degli accordi di Schengen con la Spagna, una mossa che ha provocato la convocazione dell’ambasciatore italiano da parte di Madrid. Sul fronte interno spagnolo, il Ministero dell’Interno, guidato da Fernando Grande-Marlaska, ha respinto la richiesta del presidente di Ceuta di dichiarare lo stato di emergenza nazionale, sostenendo che la normativa sulla protezione civile non contempla i flussi migratori come rischio rilevante ai fini di tale dichiarazione. Le forze di sicurezza dello Stato hanno inoltre denunciato la passività del Marocco nel controllo del valico del Tarajal e la lentezza del governo centrale, che avrebbe impiegato oltre sei ore per mobilitare l’esercito dopo la richiesta formale delle autorità locali.
Questa vicenda mette in luce, ancora una volta, quanto la gestione delle frontiere esterne dell’Unione Europea resti frammentata tra decisioni nazionali, sentenze giudiziarie interne e accordi bilaterali datati, come quello siglato tra Spagna e Marocco nel lontano 1992. Senza un coordinamento europeo strutturale, capace di armonizzare le procedure di identificazione, asilo e rimpatrio tra i diversi Stati membri, episodi come quello di Ceuta rischiano di ripetersi con frequenza crescente, trasformando singole crisi locali in questioni geopolitiche che coinvolgono l’intero continente.

