19 Marzo 2026
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L’Europa paga l’Ucraina per avere il permesso di pagare l’Ucraina e vendere petrolio russo

L’Unione Europea ha deciso di offrire denaro e assistenza tecnica a Kyiv per riparare un oleodotto costruito in epoca sovietica che oggi alimenta le raffinerie dell’Europa centrale con greggio russo a basso costo.

È un gesto che va oltre la semplice ingegneria energetica e che si trasforma in una manovra politica, pensata per disinnescare il veto dell’Ungheria su un maxi prestito da 90 miliardi di euro a favore dell’Ucraina. Sullo sfondo, la guerra di Mosca contro Kyiv e la fatica dell’UE nel conciliare solidarietà, sicurezza energetica e unità politica.

Dal 27 gennaio il flusso di greggio lungo il ramo meridionale dell’oleodotto Druzhba, che attraversa l’Ucraina verso Ungheria e Slovacchia, è fermo. Kyiv sostiene che il sistema sia stato seriamente danneggiato da un attacco russo con droni, che avrebbe provocato un incendio e compromesso la sicurezza della struttura. Budapest invece parla apertamente di una scelta politica ucraina e ne ha fatto il fulcro di una battaglia con Bruxelles.

Al centro dello scontro c’è una domanda semplice ma esplosiva: chi usa l’energia per fare pressione su chi.

Il veto ungherese come arma politica

Per il governo di Viktor Orbán la questione è chiara. Finché il greggio russo non tornerà a scorrere lungo il Druzhba, Budapest non darà il suo consenso al nuovo pacchetto di sanzioni contro Mosca né al prestito pluriennale per sostenere il bilancio e lo sforzo bellico dell’Ucraina. Il ministro degli Esteri Péter Szijjártó ha ribadito che l’Ungheria è pronta a bloccare il prestito finché non riprenderanno i flussi verso le sue raffinerie, legando in modo esplicito il dossier energetico al pacchetto finanziario.

Orbán, considerato da anni il più solido alleato politico del Cremlino all’interno dell’UE, ha già ostacolato in passato iniziative europee contro Mosca, criticando in particolare i tentativi di colpire le entrate energetiche russe. Oggi utilizza lo strumento del veto, che richiede l’unanimità tra i 27, per ottenere un vantaggio immediato: il ripristino di un flusso di petrolio che rimane essenziale per l’economia ungherese.

Dalla prospettiva di Bruxelles, però, questo atteggiamento è percepito come una forma di ricatto interno, capace di paralizzare l’intera architettura decisionale dell’Unione su un dossier strategico come il sostegno a Kyiv. La tensione tra coesione interna e fermezza verso Mosca diventa così sempre più evidente.

L’offerta dell’UE: soldi e tecnici per Druzhba

Per disarmare il veto ungherese, la Commissione europea ha scelto una via pragmatica. Bruxelles ha proposto di finanziare e coordinare i lavori per riparare il Druzhba, mettendo sul piatto fondi comunitari e supporto tecnico. L’idea è trasformare un contenzioso bilaterale tra Budapest e Kyiv in un dossier tecnico sotto supervisione europea, neutralizzando almeno in parte la narrativa dei torti subiti dall’Ungheria.

Formalmente, l’UE insiste sul fatto che non esistano rischi immediati per la sicurezza energetica, grazie alle scorte e alle rotte alternative costruite dopo il 2022. Ma il segnale inviato a Budapest è chiaro: le istituzioni europee sono disposte a intervenire pur di sbloccare il pacchetto finanziario per l’Ucraina e procedere con un nuovo round di sanzioni contro la Russia.

Per i critici, dentro e fuori le istituzioni, questa mossa rischia di rafforzare l’idea che un singolo Stato membro, facendo ostruzionismo, possa ottenere concessioni su dossier sensibili. Per altri, è il prezzo necessario per mantenere l’unità dell’Unione e proseguire l’assistenza a Kyiv in un momento di evidente affaticamento politico e finanziario.

In questo scenario l’oleodotto sovietico diventa un simbolo di quanto il passato energetico continui a condizionare le scelte politiche del presente.

La posizione dell’Ucraina: oleodotto in zona di guerra

Da Kyiv il quadro appare molto diverso. Il presidente Volodymyr Zelenskyj ha ribadito che l’oleodotto è stato danneggiato dai bombardamenti russi e che non si tratta di una scelta volontaria di strangolare l’economia ungherese. Secondo il capo dello Stato ucraino, il transito potrebbe essere ripristinato nel giro di alcune settimane, ma solo a condizioni chiare e in un contesto di sicurezza minima.

Zelenskyj afferma di non avere alcun interesse a premiare la Russia ripristinando rapidamente un’infrastruttura che alimenta le casse del Cremlino mentre i missili continuano a colpire il territorio ucraino. Tuttavia riconosce che la questione del Druzhba è diventata uno dei nodi per sbloccare il prestito europeo, tanto da chiedere che l’eventuale collegamento tra oleodotto e prestito venga messo nero su bianco, per evitare margini di ambiguità.

In altre parole, l’Ucraina non vuole che la propria vulnerabilità infrastrutturale diventi un’arma nelle mani di un governo europeo storicamente scettico sul sostegno a Kyiv. Meglio trasformare il negoziato in un processo trasparente, legato a impegni precisi dell’UE, piuttosto che a intese informali con Budapest.

Per Kyiv la riparazione del Druzhba non è solo una questione tecnica, ma un frammento della più ampia partita sul modo in cui l’Europa finanzia la sua resistenza.

Orbán tra narrativa interna e sfida a Bruxelles

In Ungheria, Orbán ha trasformato la disputa sull’oleodotto in una battaglia identitaria. In dichiarazioni pubbliche e nei messaggi alla propria base, il premier accusa Zelenskyj di voler punire famiglie e imprese ungheresi bloccando il petrolio, presentando Budapest come vittima di un accerchiamento politico orchestrato da Kyiv e dalle élite europee. La sospensione del flusso di greggio viene raccontata come un atto ostile, pensato per piegare l’Ungheria sulle questioni belliche.

Questa narrativa parla direttamente al suo elettorato, sensibile al tema del costo della vita e diffidente verso un impegno europeo prolungato a favore dell’Ucraina. Orbán sostiene che non vi siano ostacoli tecnici alla ripresa del transito e che l’unico vero impedimento sia la volontà politica di Kyiv. Il risultato è un quadro speculare rispetto a quello ucraino: dove Zelenskyj vede i danni di una guerra in corso, Orbán vede un calcolo strategico.

Sul piano europeo, la stessa narrazione viene usata per giustificare il veto al prestito da 90 miliardi e alle nuove sanzioni. L’Ungheria, secondo il premier, non potrebbe sostenere decisioni favorevoli all’Ucraina finché le sue esigenze energetiche non saranno riconosciute e rispettate. È un rovesciamento dei ruoli che costringe Bruxelles a occuparsi prima del Druzhba e poi di Kyiv.

In questo gioco di specchi la figura di Orbán diventa il punto di contatto tra politica interna e geometrie variabili dell’Unione.

Il prestito da 90 miliardi e il nodo dell’unanimità

Il prestito che l’Unione vuole attivare per Kyiv è il cuore del nuovo pacchetto di sostegno per i prossimi anni. I leader europei hanno concordato di destinare questi fondi a esigenze di bilancio, ricostruzione e spese militari ucraine, inserendoli nel quadro finanziario pluriennale dell’UE. La Commissione ha presentato proposte che legano il prestito a modifiche delle regole di bilancio e allo spazio ancora disponibile nel bilancio comunitario.

Il Parlamento europeo ha dato il via libera politico, ma la partita decisiva si gioca in Consiglio, dove l’accordo deve essere unanime. È qui che il veto ungherese si trasforma in un ostacolo strutturale. Altri paesi hanno espresso riserve o richiesto garanzie aggiuntive, senza però bloccare il processo con la stessa aggressività di Budapest.

Nel dibattito pubblico europeo, il caso Druzhba è diventato un esempio dei limiti del principio dell’unanimità su questioni di politica estera e sicurezza. Alcuni governi sostengono che l’UE debba passare a votazioni a maggioranza qualificata per evitare che un singolo Stato paralizzi dossier di interesse strategico per tutti gli altri. Ma modificare le regole richiederebbe, paradossalmente, proprio quell’unanimità che oggi manca.

Il cortocircuito istituzionale mette in luce quanto la struttura decisionale europea sia esposta a chi voglia usare il veto come leva negoziale principale.

Le opzioni sul tavolo a Bruxelles

I funzionari europei lavorano da settimane su scenari alternativi per aggirare o attenuare il veto ungherese. Una possibilità è ricorrere ad accordi intergovernativi tra i paesi disponibili, al di fuori del bilancio UE, per anticipare parte dei fondi a Kyiv. Un’altra strada consiste nel riadattare programmi già esistenti, come la cosiddetta Ukraine Facility, pur con risorse più limitate e tempi più lunghi.

Una soluzione di compromesso potrebbe assumere la forma di un pacchetto a due livelli: da un lato l’impegno a sostenere la riparazione del Druzhba, dall’altro garanzie politiche e finanziarie per i paesi che non intendono contribuire direttamente al prestito, tra cui l’Ungheria. In passato, formule di questo tipo hanno permesso di sbloccare dossier complessi, bilanciando solidarietà e opt-out nazionali.

Resta però aperta una domanda centrale: fino a che punto l’UE è disposta a pagare, in termini politici e simbolici, pur di mantenere seduto al tavolo un governo che usa sistematicamente il veto per difendere i propri legami energetici con Mosca. La risposta influenzerà non solo il futuro del prestito a Kyiv, ma anche la credibilità dell’Unione come attore geopolitico coerente.

Nel frattempo il tempo scorre e l’Ucraina continua a dipendere dal supporto europeo per sostenere sia la macchina militare sia quella statale.

L’energia come arma di lungo periodo

La crisi del Druzhba dimostra quanto il legame tra energia e geopolitica resti strutturale, nonostante gli sforzi europei per ridurre la dipendenza dal petrolio e dal gas russi. Il fatto che un oleodotto costruito all’epoca sovietica e battezzato amicizia possa condizionare il destino di un prestito multimiliardario a un paese in guerra evidenzia la fragilità di questo passaggio storico.

Per l’Ucraina, la questione è particolarmente delicata. Da un lato il transito di petrolio può garantire entrate e segnalare affidabilità verso i partner europei. Dall’altro ogni barile che attraversa il suo territorio alimenta una fonte di reddito per la Russia, che continua a bombardare città e infrastrutture ucraine. È una tensione che attraversa tutto il dibattito sul futuro energetico della regione.

Per l’UE, la vicenda rappresenta un test sulla capacità di conciliare sicurezza energetica e coerenza strategica. Se la soluzione sarà quella di finanziare la riparazione di un oleodotto che continua, almeno in parte, a sostenere l’economia di guerra russa, Bruxelles dovrà spiegare perché questo compromesso viene considerato ancora accettabile a distanza di anni dall’invasione su larga scala.

In questo intreccio di interessi e vulnerabilità, l’energia non è più solo un bene economico ma una vera e propria infrastruttura di potere.

Alla fine, la storia del Druzhba oggi parla meno di tubi e valvole e molto di più del futuro politico dell’Europa. Da una parte c’è un’Unione che cerca di sostenere un paese aggredito senza esplodere sotto il peso dei propri meccanismi decisionali. Dall’altra c’è un governo, quello ungherese, che vede nell’energia la leva più efficace per imporre i propri interessi, anche a costo di isolarsi dai partner. In mezzo, l’Ucraina tenta di non trasformare le proprie infrastrutture danneggiate in un campo di battaglia diplomatico permanente, consapevole che ogni concessione oggi potrebbe avere un prezzo domani.

Quale di queste tre logiche prevarrà dipenderà da quanto l’Unione sarà disposta a legare il proprio futuro politico a un oleodotto nato in un’altra epoca e per un’altra guerra.

Ombra russa nel Mediterraneo: la “Arctic Metagaz” alla deriva e la paura di un disastro ecologico

Nel cuore del Mediterraneo centrale, tra Malta, la Libia e le isole italiane, una nave fantasma mette alla prova la capacità dell’Europa di gestire allo stesso tempo la sicurezza energetica, le tensioni della guerra in Ucraina e la fragilità di un mare semi-chiuso. Si chiama Arctic Metagaz, batte bandiera russa, trasporta gas naturale liquefatto e carburanti, ed è ormai da giorni alla deriva dopo un incendio e una serie di esplosioni a bordo.

Secondo una lettera indirizzata alla Commissione europea, Italia, Francia e altri sette Stati mediterranei hanno definito la nave un pericolo “imminente e serio”, evocando il rischio di un grave incidente marittimo e di un disastro ambientale in una delle aree più trafficate del mondo. La vicenda, nata come episodio tecnico di sicurezza in mare, è rapidamente diventata un test politico e diplomatico, in cui sanzioni, guerra e diritto del mare si intrecciano.

Un gigante del gas senza equipaggio

La Arctic Metagaz è classificata come tanker per gas naturale liquefatto, parte di quella che analisti e media occidentali descrivono come la “shadow fleet” russa, la flotta ombra che consente a Mosca di continuare a esportare idrocarburi aggirando o comunque sfruttando gli interstizi del regime sanzionatorio imposto da Stati Uniti, Regno Unito e Unione europea.

Al momento dell’incidente, la nave trasportava decine di migliaia di tonnellate di GNL dirette verso l’Egitto, oltre a carburanti più tradizionali, tra cui gasolio, olio pesante e diesel. Fonti italiane e maltesi parlano di circa 62 mila tonnellate di gas naturale liquefatto e di un carico complessivo di carburanti stimato nell’ordine delle centinaia di tonnellate, con valutazioni di ONG che citano fino a 900 tonnellate di diesel a bordo.

Dopo le esplosioni e l’incendio, il danno visibile riguarderebbe soprattutto le strutture sopra la linea di galleggiamento, mentre la reale integrità dei serbatoi di GNL e dei depositi di carburante resta incerta. La nave è stata evacuata: i 30 membri dell’equipaggio sono stati tratti in salvo e il relitto naviga ora senza nessuno a bordo, spinto da correnti e venti in una zona in cui convergono rotte commerciali, pescherecci e imbarcazioni civili.

L’attacco con droni e il racconto dal mondo arabo

La genesi dell’incidente è al centro di un duro scontro narrativo. Fonti di sicurezza marittima e del settore shipping hanno parlato fin dall’inizio di un probabile attacco con droni contro la Arctic Metagaz, ipotizzando un’operazione ucraina in risposta alla guerra lanciata da Mosca nel 2022.

Nella versione rilanciata dai media in lingua araba, l’episodio viene descritto come un “atto terroristico internazionale” e un caso di “pirateria marittima” in violazione del diritto del mare. Un comunicato del ministero dei Trasporti russo, ripreso da diverse testate, afferma che la nave sarebbe stata colpita da imbarcazioni senza pilota o droni esplosivi nelle acque internazionali del Mediterraneo, in un punto definito “cruciale” perché prossimo alle rotte più affollate e alle acque di Malta, Stato membro dell’Unione.

I dettagli operativi restano sfumati. Fonti navali e di tracking marittimo indicano che l’ultima posizione certa della petroliera, prima che perdesse la capacità di manovra, era a nord della Libia, in un’area compresa tra la costa di Sirte e la zona di responsabilità maltese per il soccorso in mare. La narrativa araba insiste sul fatto che tutti i 30 marinai, definiti “cittadini russi”, siano stati evacuati illesi, elemento che consente alle autorità di Mosca di parlare di danni materiali gravissimi ma di “nessuna perdita di vite umane”.

Tra Libia, Malta e Italia, una nave fantasma

Subito dopo l’incendio, le notizie dal Nordafrica hanno aggiunto un ulteriore strato di confusione. L’autorità marittima libica ha riferito che la nave sarebbe affondata in acque tra la Libia e Malta, in seguito al fuoco a bordo. Ma poche ore dopo Malta ha smentito in sostanza quella versione, chiarendo che la tanker era ancora galleggiante, danneggiata ma integra, e che stava lentamente derivando verso nord-ovest, in direzione delle acque tra Malta e Lampedusa.

Da quel momento, la Arctic Metagaz è diventata una presenza ingombrante e inquietante nel quadrante centrale del Mediterraneo. Secondo ricostruzioni coordinate dalle autorità maltesi e italiane, la nave si è mossa fino a circa 50 miglia nautiche a sud-ovest di Malta, senza equipaggio, costantemente monitorata da unità della Marina italiana, da rimorchiatori e da mezzi specializzati nella risposta a incidenti in mare.

Il sindaco di Lampedusa e Linosa, Filippo Mannino, ha provato a rassicurare l’opinione pubblica, affermando che la situazione è “sotto controllo” e che il relitto si trova in acque internazionali, sotto la sorveglianza continua di navi militari e di un mezzo per la risposta ambientale. Resta tuttavia il nodo principale: quanto GNL e quante tonnellate di carburante sono ancora effettivamente a bordo e in quali condizioni strutturali.

La lettera dei nove paesi mediterranei

Mentre la nave continuava la sua deriva, la questione è arrivata sui tavoli di Bruxelles. Una coalizione di nove paesi mediterranei, guidata da Italia e Francia, ha inviato alla Commissione europea una lettera in cui definisce la Arctic Metagaz una minaccia ambientale di livello elevato e un potenziale fattore di destabilizzazione per la sicurezza marittima nella regione.

Nella missiva, i governi parlano di “rischio imminente e serio” di un disastro ecologico e chiedono un intervento coordinato dell’Unione. L’obiettivo è duplice: ottenere supporto tecnico e operativo per mettere in sicurezza la nave, ma anche evitare che qualsiasi azione violi o indebolisca il regime sanzionatorio europeo sul trasporto di idrocarburi russi.

La Commissione si trova così a dover bilanciare il dovere di prevenire un possibile disastro ambientale con la necessità di non creare eccezioni che possano essere sfruttate come precedenti in futuro. Gli stessi Stati firmatari riconoscono che interventi come il traino in porto, l’assistenza tecnica diretta o eventuali operazioni di scarico possono implicare deroghe alla rigidità delle sanzioni, e chiedono indicazioni chiare per evitare contenziosi giuridici o accuse di favoritismo.

Roma tra pressioni interne e diritto internazionale

Per l’Italia, la Arctic Metagaz è diventata rapidamente una questione di sicurezza nazionale. A Roma, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha convocato una riunione con i ministri competenti in materia di difesa, esteri, energia, affari marittimi e protezione civile per fare il punto sui rischi e sulle possibili opzioni.

Le autorità italiane valutano uno spettro ampio di scenari. Da un lato emerge l’ipotesi di lasciare la nave in acque internazionali finché non sia possibile un traino sicuro o finché l’armatore russo non incarichi una società specializzata, come auspicato dal gestore della nave, la società russa LLC SMP Techmanagement. Dall’altro, c’è il timore che, con il peggiorare delle condizioni meteo o l’eventuale deterioramento dello scafo, si renda necessario un intervento d’urgenza per evitare che la tanker si avvicini eccessivamente alle coste italiane o maltesi.

Nel frattempo, organizzazioni ambientaliste come il WWF hanno lanciato appelli pubblici, stimando la presenza a bordo di circa 900 tonnellate di diesel e avvertendo che un’eventuale perdita potrebbe provocare incendi, nubi tossiche criogeniche e una contaminazione di lungo periodo degli ecosistemi marini profondi, in una delle aree più ricche di biodiversità del Mediterraneo. L’Italia si muove così in una cornice complessa, in cui la responsabilità ambientale si intreccia con la gestione di una nave sanzionata e formalmente sotto responsabilità russa.

Mosca prende tempo, l’Europa teme la flotta ombra

Dal lato russo, il ministero degli Esteri ha confermato che la Arctic Metagaz è alla deriva nel Mediterraneo, senza tuttavia assumere un impegno immediato e preciso su come intenda intervenire. La portavoce Maria Zakharova ha parlato di un coinvolgimento di Mosca legato a “circostanze concrete”, sottolineando che il governo è in contatto sia con l’armatore sia con le autorità straniere competenti.

Questa formula prudente consente al Cremlino di mantenere margini di manovra. Da un lato può presentarsi come vittima di un attacco che definisce “terroristico” e “piratesco”, accreditando sui media interni e in parte del mondo arabo l’idea di una guerra ibrida contro le sue infrastrutture energetiche. Dall’altro, può usare la situazione come leva nei confronti dell’Unione europea, chiamata ora a gestire un problema generato indirettamente dalle stesse sanzioni che mirano a ridurre l’impatto della flotta energetica russa.

Per Bruxelles, la Arctic Metagaz è il simbolo di un fenomeno ben più vasto: quello delle navi della cosiddetta flotta ombra, spesso vecchie, assicurate in modo opaco, che compiono rotte lunghe con carichi di petrolio e gas verso mercati extra-occidentali, al margine dei controlli consueti. Il fatto che una di queste unità, sotto sanzione, sia ora alla deriva in una zona densamente popolata del Mediterraneo spinge molti governi a chiedere un rafforzamento delle regole e dei controlli, sia a livello europeo sia nell’Organizzazione marittima internazionale.

Il rischio ambientale nel mare chiuso

Oltre alla politica, c’è la geografia. Il Mediterraneo è un mare semi-chiuso, con un ricambio d’acqua lento e un’elevata concentrazione di traffico marittimo, attività di pesca, turismo e aree protette. Una perdita massiccia di combustibili dalla Arctic Metagaz non avrebbe l’impatto visivo delle grandi maree nere oceaniche, ma potrebbe comunque provocare danni duraturi, particolarmente nelle profondità e lungo le coste rocciose delle isole minori.

Gli esperti ricordano che un incidente che coinvolga GNL comporta rischi distinti rispetto a una fuoriuscita di greggio. Il gas liquefatto, se rilasciato rapidamente, evapora e può creare nubi fredde, pesanti, potenzialmente infiammabili e pericolose per la navigazione e per le comunità costiere in determinate condizioni di vento. Al tempo stesso, la presenza di carburanti come diesel e olio pesante può generare una contaminazione di lunga durata, con effetti tossici per la fauna marina e ricadute economiche su pesca e turismo.

La combinazione di questi fattori rende la Arctic Metagaz una sorta di laboratorio forzato di gestione del rischio in un mare densamente antropizzato. I nove paesi che hanno firmato l’appello a Bruxelles avvertono che il Mediterraneo non può permettersi di trasformarsi in un corridoio permanente per navi ad alto rischio sanitario ed ecologico, tanto più se prive di controlli trasparenti e tracciabili.

Sanzioni, diritto del mare e responsabilità

L’incidente mette a nudo anche una tensione giuridica. Da un lato, le navi battenti bandiera russa e soggette a sanzioni incontrano crescenti ostacoli ad attraccare, fare rifornimento, ricevere manutenzione o assistenza nei porti dell’Unione europea. Dall’altro, il diritto internazionale del mare impone un dovere di soccorso e di prevenzione dell’inquinamento, soprattutto quando esistono rischi non solo per la nave ma per l’ambiente e per terzi.

Gli Stati mediterranei si trovano quindi a muoversi su un crinale sottile. Qualsiasi decisione di favorire il traino della Arctic Metagaz verso un porto sicuro, di facilitare operazioni di alleggerimento del carico o di fornire supporto tecnico diretto deve essere compatibile con il quadro sanzionatorio e, allo stesso tempo, sufficiente a dimostrare che si è fatto tutto il possibile per prevenire una catastrofe ecologica.

Non è un caso che la lettera indirizzata alla Commissione insista sulla necessità di indicazioni precise e di una regia comune. I governi temono che, in assenza di linee chiare, l’onere ricada su singoli Stati, esposti tanto al rischio ambientale quanto a quello politico, tra accuse di cedimento verso Mosca e critiche per inerzia in caso di incidente.

Un campanello d’allarme per il futuro

In questo scenario, la Arctic Metagaz appare come un presagio di ciò che potrebbe accadere più spesso in un mondo in cui la guerra in Ucraina, la competizione tra grandi potenze e le sanzioni economiche ridisegnano le rotte dell’energia. Navi anziane, con catene di proprietà complesse, assicurazioni poco trasparenti e carichi di valore strategico attraversano aree densamente popolate e ambientalmente fragili, trasformando ogni incidente in un caso politico globale.

Il Mediterraneo, mare di intersezione tra Europa, Nordafrica e Medio Oriente, diventa in questo contesto una cartina di tornasole. La gestione della crisi della Arctic Metagaz misurerà la capacità dell’Unione europea e dei paesi rivieraschi di conciliare sicurezza energetica, tutela ambientale e coerenza delle sanzioni. È anche un test per la credibilità delle regole internazionali del mare, chiamate a disciplinare situazioni in cui le linee tra responsabilità statale, interessi privati e conflitto armato si fanno sempre più sfumate.

Se la nave verrà messa in sicurezza senza danni, resterà comunque il monito di una crisi sfiorata che ha costretto governi, istituzioni e opinione pubblica a interrogarsi sul lato oscuro della globalizzazione energetica. Quanto siamo disposti ad accettare, in termini di rischio ambientale e umano, perché i flussi di gas e petrolio continuino a scorrere sotto la superficie del mare, invisibili fino al prossimo incendio nella notte.

Governi sotto pressione: come il nuovo shock petrolifero sta ridisegnando l’equilibrio economico globale

L’impennata del prezzo del petrolio, spinta dalla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran e dal blocco dello Stretto di Hormuz, si sta trasformando nel più grave shock energetico degli ultimi decenni. I mercati azionari arretrano, le valute dei paesi più fragili si indeboliscono e i governi corrono ai ripari per attenuare l’impatto su famiglie e imprese.

In poche settimane, il Brent è balzato ben oltre i 100 dollari al barile, con picchi che in alcuni scambi hanno superato i livelli visti nel 2022 e movimenti intraday superiori al 20 per cento.

La chiusura de facto dello Stretto di Hormuz, da cui transita circa un quinto dell’offerta mondiale di greggio, ha reso evidente la vulnerabilità strutturale di un’economia globale che resta profondamente dipendente dagli idrocarburi del Golfo.

Il cuore del problema è la combinazione di guerra, interruzioni fisiche delle forniture e aspettative di lungo periodo. Gli attacchi statunitensi alle infrastrutture militari iraniane nell’area di Kharg Island, principale hub di esportazione del paese, e i raid di droni iraniani su terminali come Fujairah negli Emirati hanno alimentato la percezione di un conflitto destinato a durare.

Gli analisti ricordano che Kharg gestisce circa il 90 per cento delle esportazioni iraniane, mentre Fujairah è la valvola di sfogo per un milione di barili al giorno di greggio emiratino, pari a circa l’1 per cento della domanda globale.

In questo contesto di vulnerabilità, le minacce della Guardia Rivoluzionaria iraniana di non lasciar passare “neppure un litro di petrolio” attraverso Hormuz, accompagnate da dichiarazioni secondo cui il prezzo potrebbe salire fino a 200 dollari al barile, hanno aggiunto una dimensione psicologica allo shock fisico dell’offerta.

Dallo shock dei mercati alle misure d’emergenza

Il primo fronte su cui si sono mossi i governi è quello dei prezzi alla pompa, diventati il simbolo più visibile della crisi per l’opinione pubblica. In Corea del Sud, il presidente Lee Jae Myung ha annunciato il primo tetto amministrato ai prezzi dei carburanti degli ultimi trent’anni, insieme alla possibilità di ampliare un programma di stabilizzazione dei mercati da 100.000 miliardi di won, equivalente a circa 67 miliardi di dollari.

Seul punta anche a diversificare le fonti energetiche, riducendo la dipendenza dal greggio che viaggia attraverso Hormuz e accelerando l’accesso a fornitori alternativi.
È una risposta che combina intervento diretto sui prezzi e una strategia di medio periodo sulle infrastrutture energetiche.

Anche il Giappone si è mosso sul fronte delle scorte strategiche. Tokyo ha ordinato a un sito nazionale di stoccaggio di prepararsi a un possibile rilascio straordinario di greggio, un segnale che indica come le autorità siano pronte a usare la rete di riserve per attenuare tanto i picchi di prezzo quanto il rischio di carenze fisiche.

I dettagli, inclusi tempi e volumi, non sono stati resi noti, ma l’indicazione politica è chiara: il governo vuole mantenere un margine di manovra in caso di un ulteriore deterioramento del quadro nel Golfo.

Misure simili sono allo studio o già in corso in altri paesi industrializzati, spesso coordinate con l’Agenzia Internazionale dell’Energia.

L’ombrello dell’Agenzia Internazionale dell’Energia

La guerra nel Golfo ha spinto l’Agenzia Internazionale dell’Energia a definire l’attuale interruzione di forniture come la più grande di sempre nella storia del mercato petrolifero.
Secondo le ultime stime, il blocco di Hormuz e i danni alle infrastrutture in Iran e nei paesi vicini avrebbero tagliato l’offerta globale di circa 8 milioni di barili al giorno nel solo mese di marzo, con proiezioni che parlano di un’ulteriore contrazione se i combattimenti dovessero proseguire.

Per reagire, i paesi membri dell’agenzia hanno approvato il rilascio record di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche, da immettere progressivamente sul mercato nelle prossime settimane.

In pratica, le scorte di sicurezza vengono usate come ammortizzatore per cercare di stabilizzare i prezzi e garantire un flusso minimo di greggio alle economie più esposte. L’Agenzia ha precisato che le riserve di Asia e Oceania saranno le prime a essere sbloccate, mentre quelle europee e americane entreranno in gioco verso la fine del mese, in modo da accompagnare un potenziale riadattamento delle rotte commerciali.

Gli economisti avvertono però che questo strumento può agire solo come tampone temporaneo: se lo Stretto di Hormuz restasse chiuso a lungo e gli impianti colpiti non tornassero rapidamente operativi, nemmeno il più grande rilascio coordinato di scorte sarebbe sufficiente a compensare la perdita di oltre il 20 per cento del commercio mondiale di petrolio.

Da qui la corsa diplomatica per contenere l’escalation militare e riaprire almeno parzialmente il corridoio marittimo.

Il fronte asiatico: tariffe, sussidi e razionamenti

Se Corea del Sud e Giappone puntano su tetti ai prezzi e uso delle riserve, altri paesi asiatici stanno intervenendo in modo più diretto sulla struttura fiscale dei carburanti. Il Vietnam ha annunciato l’eliminazione temporanea dei dazi all’importazione sui prodotti petroliferi per garantire la continuità delle forniture, con una misura che resterà in vigore almeno fino alla fine di aprile.

L’obiettivo è duplice: contenere i rincari interni e mantenere attrattivo il paese come hub manifatturiero in una fase di forte incertezza sui costi energetici.
Ridurre le tariffe significa rinunciare a gettito di bilancio, ma il governo valuta preferibile questa scelta rispetto al rischio di crisi di approvvigionamento.

L’Indonesia ha optato per l’aumento dei sussidi ai carburanti in bilancio, confermando che la stabilità dei prezzi alla pompa è percepita come una priorità sociale e politica.
Un’energia più costosa si traduce rapidamente in inflazione, protesta sociale e rallentamento dell’industria, soprattutto in economie dove la logistica si basa massicciamente sul trasporto su gomma e su vecchie centrali termoelettriche.
In Bangladesh, le autorità sono arrivate a chiudere tutte le università, anticipando le vacanze di Eid al Fitr per risparmiare elettricità e carburante, una misura emergenziale che ricorda le risposte alle crisi energetiche degli anni settanta.

La scelta di combinare sussidi, tagli fiscali e misure di risparmio forzato segnala quanto lo shock attuale venga percepito non solo come un problema macroeconomico, ma come una questione di stabilità interna.

Molti governi asiatici temono che un’ondata di rincari su carburanti, cibo importato e beni di consumo possa erodere rapidamente il consenso e acuire le disuguaglianze.
Per questo si tenta di assorbire una parte del colpo sui conti pubblici, anche a costo di aumentare deficit e debito.

Europa tra memoria delle crisi e nuove vulnerabilità

Nel dibattito europeo, il nuovo shock petrolifero richiama immediatamente alla memoria la crisi del gas legata alla guerra in Ucraina. In molti paesi, Italia inclusa, associazioni dei consumatori e think tank sottolineano come l’impennata dei prezzi di petrolio e gas rischi di alimentare una nuova fiammata inflazionistica, proprio mentre le banche centrali valutavano un allentamento della stretta monetaria.

Analisi recenti indicano che un perdurare della crisi energetica potrebbe spingere l’economia italiana verso la stagnazione nel triennio 2026–2028, con un aumento stimato nella probabilità di default delle imprese più fragili.

Il dibattito politico torna così a concentrarsi su strumenti già sperimentati, come la riduzione delle accise e dell’Iva sui carburanti e il rafforzamento dei bonus bollette per i nuclei a basso reddito.

La chiusura di Hormuz, inoltre, complica la strategia europea di diversificazione energetica iniziata dopo il 2022, che puntava in parte sull’aumento delle importazioni di gas naturale liquefatto dal Golfo.

Con il blocco del transito delle metaniere nell’area, anche il gas ha visto un incremento dei prezzi superiore al 60 per cento in un solo mese, mettendo in discussione la sostenibilità delle catene di approvvigionamento costruite a fatica dopo la riduzione delle forniture russe.

Per Bruxelles, questo significa dover ripensare non solo le scorte strategiche di gas, ma anche il ritmo della transizione verso le rinnovabili, che da molti viene invocata come risposta strutturale a una dipendenza percepita come sempre più insostenibile.

Gli Stati produttori del Golfo tra rendita e rischio

Se per i paesi importatori lo shock è innanzitutto un problema di costo e inflazione, per i produttori del Golfo la situazione è più ambigua. Da un lato, i prezzi elevati promettono entrate record, potenzialmente superiori a quelle registrate nel boom post 2022. Dall’altro, la vicinanza geografica al conflitto e la chiusura di Hormuz mettono in gioco la sicurezza fisica delle infrastrutture energetiche, come dimostra l’attacco di droni iraniani al terminal di Fujairah.

Fonti del settore hanno confermato che le operazioni di carico sono riprese, ma senza poter assicurare un ritorno immediato alla piena normalità.

Per i governi della regione, ogni petroliera che salpa diventa al tempo stesso un simbolo di resilienza e un potenziale bersaglio.

Secondo diverse analisi di stampa araba e internazionale, i governi del Golfo si muovono lungo un crinale delicato. Da un lato, cercano di sfruttare la rendita del caro petrolio per finanziare progetti di diversificazione economica, dalle infrastrutture alle nuove tecnologie.
Dall’altro, temono che un conflitto prolungato possa non solo danneggiare gli impianti, ma anche accelerare in Occidente il dibattito su un distacco strutturale dagli idrocarburi mediorientali.

Per Arabia Saudita e Emirati, la priorità è presentarsi come fornitori affidabili e partner indispensabili, mentre osservano con attenzione ogni segnale di cambiamento nella domanda globale.

Il ruolo di OPEC+ e la geopolitica dell’offerta

Sul piano multilaterale, il consorzio OPEC+ si trova in una posizione complessa. In teoria, un cartello di produttori potrebbe approfittare dei prezzi elevati mantenendo l’offerta limitata, ma l’ampiezza dello shock su Hormuz e la possibilità di una recessione globale rendono questa strategia rischiosa.

Alcune ricostruzioni indicano che OPEC+ ha valutato incrementi moderati della produzione per inviare un segnale di disponibilità ai mercati, pur senza compromettere la propria capacità di influenza nel medio periodo.

Nel frattempo, i produttori non OPEC che possono aumentare i volumi, dagli Stati Uniti al Brasile, si preparano a beneficiare di prezzi sostenuti.

La Casa Bianca guarda a questa crisi con una doppia lente. Da un lato, l’amministrazione Trump deve fare i conti con l’impatto del caro benzina sul consenso interno, in un momento di forte sensibilità per il costo della vita.

Dall’altro, Washington si trova al centro del conflitto, con i raid in Iran che hanno contribuito all’impennata dei prezzi e alle tensioni sulle rotte marittime.

Anche per questo, gli Stati Uniti partecipano attivamente al coordinamento con l’Agenzia Internazionale dell’Energia e valutano misure aggiuntive sul fronte delle scorte strategiche e del supporto ai produttori di shale oil.

Inflazione, banche centrali e rischio stagflazione

Mentre i governi intervengono con misure fiscali e sussidi, la nuova ondata di rincari energetici costringe le banche centrali a una difficile revisione di rotta. L’aumento dei prezzi di petrolio e gas si traduce rapidamente in tariffe più alte per trasporti, elettricità e beni alimentari, alimentando un’inflazione che molti paesi speravano di avere ormai sotto controllo.

In Australia, ad esempio, il balzo dei prezzi della benzina legato alla guerra in Iran ha riaperto l’ipotesi di un nuovo rialzo dei tassi di interesse, proprio mentre l’economia mostrava segnali di raffreddamento.

Situazioni analoghe si profilano in Europa e Nord America, dove i margini di manovra della politica monetaria si restringono.

Il rischio evocato da diversi analisti è quello di una nuova forma di stagflazione: crescita debole e inflazione alta, trainata da fattori di offerta difficilmente controllabili dalle banche centrali.

In questo scenario, gli interventi sui prezzi dei carburanti o sulle accise, se da un lato aiutano le famiglie, dall’altro possono ritardare l’aggiustamento dei consumi e tenere elevato il fabbisogno energetico complessivo.

La sfida, per i decisori, è trovare un equilibrio tra protezione sociale e incentivi a una trasformazione strutturale del sistema energetico.

Uno shock che accelera la transizione

Molti osservatori, soprattutto nel mondo arabo e in Asia, sottolineano un possibile effetto collaterale di lungo periodo di questa crisi: l’accelerazione della transizione energetica.
Ogni nuovo shock petrolifero rafforza infatti la narrativa secondo cui affidare la sicurezza economica a pochi chokepoint, come Hormuz, è un azzardo strategico.

In Europa, le richieste di aumentare gli investimenti in rinnovabili, stoccaggio di energia e reti intelligenti si accompagnano alla proposta di rivedere gli incentivi fiscali che ancora favoriscono i combustibili fossili.

Nei paesi emergenti, tuttavia, il passaggio verso un mix più pulito è complicato dalla scarsità di capitale e dalla dipendenza da tecnologie importate. Il rischio è che lo shock attuale amplifichi le disuguaglianze tra chi può investire in sistemi energetici resilienti e chi resta ostaggio delle fluttuazioni del mercato del greggio.

Per questo, organizzazioni internazionali e attori regionali discutono di nuovi meccanismi di finanziamento per sostenere la transizione, dall’espansione delle linee di credito verdi fino a formule di partnership pubblico private.

Al centro, ancora una volta, c’è la ricerca di una sicurezza energetica che non dipenda soltanto dal prezzo del barile.

Nel breve termine, il nuovo shock petrolifero rimarrà un test severo per governi, mercati e società. Molte delle misure oggi adottate, dai tetti ai prezzi ai massicci rilasci di scorte strategiche, potranno solo attenuare gli effetti più immediati della crisi, senza risolverne le cause strutturali.

La vera posta in gioco sarà la capacità di trasformare questa emergenza in un’accelerazione della diversificazione energetica e in una revisione delle dipendenze geopolitiche che hanno reso il sistema globale così esposto ai conflitti del Medio Oriente.

La sensazione, tra analisti e decisori, è che il prezzo del greggio non stia solo misurando uno squilibrio tra domanda e offerta, ma racconti anche l’inizio di una fase nuova, in cui energia, sicurezza e ordine internazionale saranno sempre più strettamente intrecciati.

Stretto Hormuz: perché Giappone e Australia frenano sulle navi da guerra

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Gli alleati asiatici di Washington alzano il freno proprio mentre la crisi nel Golfo si avvita. Tokyo e Canberra fanno sapere che non invieranno navi militari nello Stretto di Hormuz, respingendo, almeno per ora, l’appello di Donald Trump a costruire una coalizione per riaprire il collo di bottiglia energetico più sensibile del pianeta.

Lo Stretto bloccato e la pressione della guerra

Lo Stretto di Hormuz è di nuovo al centro della geopolitica globale. La guerra congiunta Stati Uniti–Israele contro l’Iran è entrata nella terza settimana, ha sconvolto il Medio Oriente e ha quasi paralizzato il traffico di petroliere, con un impatto diretto sui mercati energetici globali. Per Washington, riaprire quel passaggio è una priorità strategica e simbolica. Per molti partner, invece, significa esporsi a una guerra che non hanno deciso.

Nelle ultime ore Trump ha scelto la strada della pubblica pressione. A bordo dell’Air Force One, in volo dalla Florida a Washington, ha ribadito che i paesi che dipendono dal greggio del Golfo devono assumersi la responsabilità di proteggere la rotta marittima da cui arriva il loro approvvigionamento. Nelle sue parole, lo Stretto sarebbe «il loro territorio» perché è da lì che proviene l’energia che alimenta le loro economie.

Su un piano strettamente economico, la posta è enorme. Circa il 20 per cento dell’energia mondiale transita ogni giorno da Hormuz, un tratto di mare largo poche decine di chilometri che collega il Golfo Persico all’Oceano Indiano. La chiusura di fatto del passaggio dopo i bombardamenti su obiettivi iraniani ha generato una delle più gravi interruzioni dell’offerta petrolifera degli ultimi decenni e alimentato una corsa al rialzo dei prezzi del barile.



L’appello di Trump: una coalizione riluttante

Trump sostiene di avere già contattato «circa sette» paesi per organizzare una missione navale che garantisca la sicurezza del traffico commerciale attraverso lo Stretto. In un post sui social ha indicato alcuni dei candidati: Cina, Francia, Giappone, Corea del Sud, Regno Unito e altri paesi fortemente dipendenti dal petrolio del Golfo.

Il messaggio è chiaro: l’era in cui la Marina statunitense si assumeva quasi da sola il compito di proteggere le rotte energetiche deve lasciare il posto a un modello più “condominiale”, in cui gli importatori condividono rischi e costi. È la traduzione marittima di una linea che Trump ha applicato anche alla Nato, chiedendo agli alleati europei maggiori spese per la difesa e arrivando ad avvertire che l’Alleanza rischia un futuro «molto negativo» se non sosterrà Washington nello Stretto.

Dietro le formule, c’è un interrogativo che pesa soprattutto a Tokyo, Seul, Pechino e nelle capitali europee: quanto si può seguire Washington in una guerra contro l’Iran che si sta rapidamente trasformando in un test di resistenza per l’ordine energetico globale. E quanto convenga legare le proprie flotte a una campagna militare che Teheran descrive ormai apertamente come uno scontro esistenziale.

In un’intervista televisiva, esponenti del governo iraniano hanno ripetuto che Teheran non chiederà né un cessate il fuoco né negoziati, e che l’Iran è pronto a difendersi «finché sarà necessario» nonostante le perdite subite dalla propria marina e dall’arsenale missilistico. È un messaggio che alimenta la percezione, tra gli alleati degli Stati Uniti, di un conflitto senza un orizzonte politico chiaro.

Tokyo tra Costituzione pacifista e dipendenza dal Golfo

Per il Giappone, lo Stretto di Hormuz è allo stesso tempo una vulnerabilità strutturale e un tabù politico. Circa il 70 per cento delle importazioni di petrolio giapponesi passa da lì, e quasi tutto proviene da paesi mediorientali. Eppure, il governo non può muovere la propria marina come se fosse una potenza “normale”.

La premier Sanae Takaichi, intervenendo in Parlamento, ha chiarito che Tokyo «non ha preso alcuna decisione» sull’eventuale invio di navi e che al momento «non esiste alcun piano» per dispiegare unità di scorta nello Stretto. Si tratta, ha sottolineato, di valutare che cosa il Giappone possa fare «autonomamente» e «entro il quadro legale» fissato da una Costituzione che rinuncia formalmente alla guerra e limita l’uso della forza all’autodifesa.

Dietro la cautela c’è anche la memoria dei precedenti. Nel 2019, Tokyo aveva già optato per una missione di raccolta informazioni nell’area, separata dalle operazioni guidate dagli Stati Uniti, proprio per tenere una certa distanza da iniziative percepite come troppo aggressive verso l’Iran. Oggi, con una guerra aperta in corso, quel margine di autonomia è ancora più prezioso per una leadership politica che deve destreggiarsi tra la pressione di Washington e un’opinione pubblica tradizionalmente diffidente verso ogni coinvolgimento militare all’estero.

Sul piano diplomatico, la partita è resa più delicata dal calendario. Takaichi è attesa a Washington per colloqui di alto profilo con Trump, e la richiesta di navi per Hormuz rischia di diventare un test immediato della relazione bilaterale. Il governo giapponese sa che, se cede troppo, alimenterà il dibattito interno sulla revisione della Costituzione pacifista. Se resiste, dovrà assorbire l’eventuale irritazione della Casa Bianca.

In questo equilibrio precario, la parola autonomia giapponese è diventata il filo conduttore della narrativa governativa, usata per rassicurare un pubblico interno diviso ma anche per segnalare agli Stati Uniti che il sostegno di Tokyo non è un assegno in bianco.

Canberra tra alleanza e limiti di forza

L’Australia si trova in una posizione differente ma ugualmente scomoda. È un alleato chiave degli Stati Uniti nell’Indo-Pacifico, parte di accordi come AUKUS e del quadro di cooperazione con Giappone e India. Ma non considera automatico l’invio di navi in un teatro già sovraccarico di tensioni e lontano dalle sue acque immediate.

La ministra dei Trasporti Catherine King, esponente del governo di Anthony Albanese, ha spiegato che Canberra «non è stata interpellata» per una missione nello Stretto e che, in ogni caso, non prevede di inviare unità navali per riaprire il passaggio. Il governo riconosce l’importanza cruciale di Hormuz per il commercio globale, ma non ritiene che l’Australia debba far parte della prima linea militare in Medio Oriente.

Anche l’opposizione conservatrice, tradizionalmente più assertiva sul tema della sicurezza, si muove con prudenza. Il portavoce alla Difesa James Paterson ha dichiarato che un’eventuale richiesta americana dovrebbe essere valutata «alla luce dell’interesse nazionale» e delle capacità effettive della marina australiana, che ha risorse limitate e impegni crescenti nel Pacifico e nel Mar Cinese Meridionale. È un modo per ricordare che Canberra non può essere ovunque, soprattutto mentre investe in nuovi sottomarini nucleari e nella deterrenza regionale contro la Cina.

Questa prudenza riflette anche una lettura politica interna. Dopo anni di missioni in Medio Oriente, dall’Afghanistan all’Iraq, l’opinione pubblica australiana è meno disponibile a sostenere nuove operazioni lontane, soprattutto se percepite come parte di un conflitto bilaterale tra Washington e Teheran. Il governo laburista sembra intenzionato a preservare il capitale politico costruito su un’agenda più concentrata su costi della vita e transizione energetica.

Sul piano strategico, il messaggio a Washington è duplice. L’Australia resta un alleato fedele nella regione indo-pacifica e sul dossier cinese, ma chiede di non essere trascinata automaticamente in ogni teatro di crisi. Una postura che sottolinea la crescente volontà di selezionare gli impegni militari in base a priorità definite a Canberra, non solo a Washington.

In questa cornice, l’espressione alleato selettivo descrive bene l’immagine che il governo australiano cerca di costruire: partner affidabile, ma non subordinato.

L’ombra della Cina e il calcolo energetico

Tra i paesi chiamati in causa da Trump, la Cina occupa un posto speciale. Il presidente americano ha dichiarato di aspettarsi che Pechino contribuisca a «sbloccare» lo Stretto prima del vertice con Xi Jinping previsto a fine mese in Cina, e ha lasciato intendere che il viaggio potrebbe essere rinviato se non dovesse arrivare un segnale concreto.

Nella retorica di Trump, la dipendenza cinese dal petrolio del Golfo è l’argomento centrale: a suo dire Pechino riceve «il 90 per cento del suo petrolio dagli Stretti», un’esagerazione rispetto ai dati ufficiali ma utile a sottolineare quanto l’economia cinese sia esposta al blocco di Hormuz. Il sottotesto è una forma di pressione negoziale: se la Cina vuole stabilità energetica e un clima più sereno per il commercio, deve assumersi una quota del rischio militare.

Finora, il ministero degli Esteri cinese non ha risposto in modo sostanziale, limitandosi a invocare la de-escalation e a ribadire la necessità di rispettare la sovranità degli stati della regione. Dietro le dichiarazioni prudenti, però, Pechino valuta se sfruttare la crisi per proporsi come mediatore o se restare defilata, lasciando agli Stati Uniti il peso politico e militare di un eventuale fallimento nella riapertura dello Stretto.

In molte capitali del Golfo, l’idea di una presenza navale più multilaterale, magari con una forte impronta asiatica, non viene respinta a priori. Le monarchie petrolifere hanno sviluppato negli ultimi anni legami economici e di sicurezza con la Cina e altri paesi asiatici, e vedono nella diversificazione dei partner una forma di assicurazione politica. Ma nessuno, al momento, appare disposto a sostituire il ruolo della Quinta Flotta americana.

In questo quadro, il riferimento insistito di Trump alla responsabilità degli importatori appare anche come un messaggio all’interno, per un pubblico americano stanco di «pagare per la sicurezza degli altri». La crisi di Hormuz diventa così il palcoscenico perfetto per riproporre il leitmotiv secondo cui gli alleati sfruttano la potenza militare statunitense senza contribuire in proporzione.

Qui emerge il nodo della sicurezza condivisa, concetto che Trump interpreta in chiave transazionale mentre molti partner lo leggono come un processo graduale e negoziato.

L’Europa tra cautela e dipendenza

Anche le capitali europee sono trascinate nel dibattito. I ministri degli Esteri dell’Unione valutano se rafforzare una piccola missione navale già presente in Medio Oriente, ma non si prevede, almeno nel breve periodo, una decisione sull’estensione del mandato fino allo Stretto di Hormuz. La prudenza riflette tanto la complessità legale di un intervento in un teatro di guerra aperta, quanto le divisioni interne tra paesi con priorità energetiche diverse.

Secondo diverse letture diplomatiche, alcuni governi temono che un ruolo più visibile dell’Ue nello Stretto possa essere interpretato da Teheran come un allineamento totale alla strategia statunitense, riducendo lo spazio europeo come potenziale canale di comunicazione con l’Iran. Altri sottolineano però che l’Europa, pur meno dipendente dal petrolio del Golfo rispetto al passato, non può permettersi di ignorare un collo di bottiglia che influenza i prezzi globali dell’energia e quindi le economie del continente.

Il premier britannico Keir Starmer ha discusso con Trump e con il primo ministro canadese Mark Carney della necessità di riaprire lo Stretto, segnale che Londra e Ottawa stanno quantomeno esplorando le opzioni per un coinvolgimento. Ma anche in questi paesi il calcolo politico è delicato: qualsiasi impegno navale in un’area in cui gli Stati Uniti e Israele stanno conducendo bombardamenti su larga scala rischia di diventare divisivo sul piano interno.

A Bruxelles si ragiona su una formula che consenta di aumentare la presenza marittima sotto un cappello europeo, enfatizzando il mandato di protezione del traffico commerciale e il rispetto del diritto internazionale marittimo. È un modo per differenziarsi dalla narrazione più muscolare di Washington, pur senza abbandonare il quadro della cooperazione transatlantica.

Nella percezione pubblica europea, la parola escalation militare è diventata il termine chiave, evocando lo spettro di una guerra che dal Golfo può propagarsi a tutto il sistema energetico e finanziario globale, proprio mentre il continente cerca faticosamente di uscire dalla stagione delle crisi multiple.

Teheran, la “resistenza” e la leva dello Stretto

Dall’altra parte dello Stretto, l’Iran cerca di trasformare la propria vulnerabilità militare in leva strategica. La chiusura quasi totale del passaggio alle petroliere internazionali è stata presentata da Teheran come una risposta “legittima” ai bombardamenti su migliaia di obiettivi nel paese, che hanno colpito anche infrastrutture navali e missilistiche.

Nelle dichiarazioni dei dirigenti iraniani, la linea è coerente: lo Stretto sarà considerato un’arteria aperta solo se anche l’Iran potrà commerciare e muovere liberamente le proprie navi. È un messaggio diretto tanto agli Stati Uniti quanto ai paesi del Golfo che ospitano basi americane e sono percepiti come complici della campagna militare.

Teheran sa che non può vincere una guerra navale convenzionale contro la coalizione guidata da Washington, ma può alzare i costi economici e politici del conflitto. Mine, droni navali, missili antinave e piccole imbarcazioni veloci trasformano il Golfo in un labirinto di minacce in cui anche la superiorità tecnologica americana è messa alla prova. È un modello di guerra asimmetrica che l’Iran ha perfezionato in anni di tensioni con la Quinta Flotta.

Sul piano interno, la leadership iraniana usa il blocco dello Stretto per rafforzare il discorso della “resistenza”, sostenendo che il paese, pur colpito duramente, resta capace di influenzare gli equilibri energetici globali. La narrativa ufficiale insiste sulla resilienza della società e sull’idea che il sacrificio economico imposto dalle sanzioni e dalla guerra sia il prezzo da pagare per difendere la sovranità nazionale.

Questo approccio comporta rischi enormi. Più a lungo lo Stretto resterà chiuso, più aumenterà la pressione dei paesi importatori, compresi alcuni storicamente inclini a mantenere rapporti pragmatici con Teheran. Ma la leadership iraniana sembra aver calcolato che un confronto prolungato, per quanto costoso, potrebbe erodere la determinazione degli avversari e aprire margini per un negoziato da una posizione meno debole.

In questa strategia, la parola deterrenza energetica non è solo militare ma anche economica, fondata sulla consapevolezza che nessuna grande potenza può sentirsi al sicuro di fronte a un collo di bottiglia che condiziona il prezzo dell’energia a livello planetario.

Il futuro di Hormuz tra guerra, mercato e alleanze

La crisi dello Stretto di Hormuz si sta trasformando in un test cruciale per l’architettura di sicurezza globale. La richiesta di Trump perché gli “altri” si facciano carico della protezione del traffico energetico mette a nudo un paradosso: l’ordine costruito sull’ombrello militare americano non regge più alle stesse condizioni di un tempo, ma non esiste ancora un’alternativa strutturata.

Il rifiuto, almeno temporaneo, di Giappone e Australia a inviare navi non significa che questi paesi siano pronti a sganciarsi dall’alleanza con Washington. Segnala piuttosto la volontà di avere voce in capitolo sul modo e sul momento in cui assumersi rischi militari significativi, soprattutto in un teatro dove la linea che separa la “protezione del commercio” dalla partecipazione a una guerra può assottigliarsi rapidamente.

Nei prossimi giorni, la dinamica sul terreno e sui mercati dirà molto del margine politico reale di tutti gli attori. Se l’offensiva contro l’Iran dovesse intensificarsi senza esiti rapidi, la pressione per riaprire lo Stretto potrebbe spingere alcuni alleati a riconsiderare la loro posizione. Se invece dovesse emergere una finestra negoziale, la tentazione di lasciare a Stati Uniti e potenze regionali il compito di gestire la sicurezza marittima potrebbe prevalere.

Per ora, Hormuz resta stretto non solo per le petroliere, ma per le scelte di politica estera di decine di governi. Ogni decisione navale presa, o rimandata, racconta qualcosa del modo in cui gli equilibri di potere del dopoguerra stanno cambiando, spesso più rapidamente delle dottrine che dovrebbero descriverli. In questo scenario, la capacità di definire una nuova governance della sicurezza energetica globale sarà uno dei veri banchi di prova dell’ordine internazionale dei prossimi anni.

Stretto di Hormuz: come l’Iran tiene in ostaggio il petrolio mondiale

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Lungo lo stretto delle navi ferme, il mare sembra immobile. In realtà è pieno di ordigni che non si vedono. Le mine iraniane sono tornate al centro della strategia di Teheran in uno dei punti più delicati dell’economia mondiale: lo stretto di Hormuz.

Da settimane funzionari statunitensi e alleati sostengono che l’Iran abbia iniziato a disseminare l’imboccatura del Golfo di mine navali, utilizzando piccole unità, gommoni e sommozzatori, mentre le forze Usa colpiscono le navi sospettate di posarle. Secondo fonti di intelligence se ne conterebbero alcune decine, ma ciò basta a bloccare o rallentare un traffico da cui dipende circa un quinto del petrolio mondiale. In uno spazio così ristretto, persino un numero limitato di ordigni può cambiare il comportamento di intere flotte commerciali.

Un’arma semplice, un effetto globale

Le mine sono armi di una semplicità disarmante. Non richiedono grandi piattaforme né tecnologie di punta, ma possono paralizzare una rotta marittima cruciale e mettere sotto ricatto l’intero sistema energetico globale. Per Teheran sono il cuore di una guerra asimmetrica, in mare: costano poco, sono difficili da individuare, obbligano avversari molto più forti a operazioni lunghe, costose e rischiose.

Lo stretto di Hormuz è il luogo ideale per sfruttarne il potenziale. Lì transitano ogni giorno milioni di barili di greggio, in un corridoio marittimo largo poche decine di chilometri e intasato di petroliere, gasiere, navi portacontainer. Basta la voce di una minaccia, o la notizia di poche mine posate, per spingere armatori e assicurazioni a fermare le navi, alzare i premi, deviare le rotte quando possibile. In questo senso, per l’Iran, il valore delle mine è prima di tutto psicologico ed economico.

La famiglia di mine Maham

Gran parte del dibattito di queste settimane ruota attorno alla famiglia di mine Maham iraniane, documentata da fonti militari occidentali e da centri di studio sugli ordigni esplosivi.

Queste mine coprono l’intero spettro delle minacce subacquee: dai vecchi modelli galleggianti a contatto, fino ai dispositivi intelligenti dotati di sensori magnetici, acustici e di pressione. L’obiettivo è avere strumenti adatti sia alle acque basse costiere che ai fondali più profondi delle rotte principali.

Ricostruzione aspetto delle mine

La Maham 1 è una mina circolare di concezione anni Ottanta, progettata per galleggiare in acque poco profonde, con cinque “corna” d’urto che, se colpite, detonano fino a 120 chilogrammi di esplosivo. Di solito è ormeggiata a una catena o ancorata al fondale, a profondità minime, pronta a colpire lo scafo di una nave che passi nel raggio di pochi metri. Il principio è quello delle vecchie mine della Seconda guerra mondiale, aggiornato alle condizioni del Golfo Persico.

Le mine Maham 2 e 3 operano a profondità maggiori, tra i dieci e i cinquanta metri, e sono concepite per danneggiare sottomarini e navi di superficie di medio tonnellaggio. Possono contenere cariche molto più consistenti, attivate da sensori che identificano la firma acustica e magnetica di un bersaglio. In pratica, aspettano la nave “giusta” e si lasciano detonare nel punto in cui possono causare il massimo danno strutturale alla chiglia.

Nella gamma Maham compaiono anche mine pensate per difendere coste e isole dall’avvicinamento di mezzi da sbarco e unità veloci. Vengono collocate in acque molto basse, tramite piccole imbarcazioni o subacquei, a protezione di approdi, basi navali, strettoie costiere. Il loro scopo è respingere forze speciali o reparti anfibi avversari, rallentandone i movimenti e creando incertezza tattica.

Le mine a patella e i sommozzatori

L’Iran dispone anche di una famiglia di mine a contatto diretto con lo scafo, le cosiddette mine a patella, o limpet mines. Sono ordigni magnetici che un sommozzatore applica direttamente alla nave, spesso nella zona più vulnerabile, usando magneti o strumenti simili a sparachiodi subacquee.

Una volta fissate, possono essere programmate con un timer, che permette all’operatore di allontanarsi e lasciare che l’esplosione avvenga a distanza e in un momento scelto con cura.

Uno dei modelli indicati, la Maham 4, può essere applicato a varie parti della nave, a diverse profondità, con un ritardo di detonazione che va da pochi minuti a diverse ore. Un simile ordigno non è pensato tanto per costruire un campo minato fisso, quanto per colpire selettivamente un bersaglio, magari in un porto o in rada, sotto gli occhi di telecamere e satelliti, ma lontano dall’attenzione immediata di squadre antisabotaggio. È l’arma perfetta per operazioni che vogliono restare plausibilmente negabili.

Gli analisti occidentali sostengono che l’Iran abbia sviluppato anche mine antiuomo subacquee, concepite proprio per l’uso da parte di sommozzatori e forze speciali, in grado di aderire a navi civili o militari o a infrastrutture portuali. Anche qui il confine tra sabotaggio, terrorismo marittimo e guerra convenzionale diventa sfumato, soprattutto in uno scenario in cui droni, missili e mine vengono usati insieme per creare confusione e massimizzare l’effetto deterrente.

La fisica di un’esplosione subacquea

Le mine possono essere attivate per contatto diretto, oppure quando i loro sensori “sentono” il rumore di una nave, il segnale magnetico dello scafo o le variazioni del campo elettrico prodotte da un grande corpo metallico in movimento. Nella versione più rudimentale, sono sfere metalliche piene di esplosivo che scattano al semplice urto. Nei modelli più sofisticati, combinano più sensori per distinguere una vera nave da piccole imbarcazioni o disturbi casuali.

L’effetto letale non è solo l’esplosione in sé. Il vero danno nasce dalla dinamica dell’esplosione subacquea: la carica crea una bolla di gas in rapida espansione, che spinge via l’acqua e genera una brusca differenza di pressione. Quando la bolla collassa, si crea un vuoto relativo attorno allo scafo, che viene sollecitato da forze improvvise e può subire rotture catastrofiche, soprattutto nella zona centrale.

A questo si sommano le onde d’urto, che corrono nell’acqua e possono spezzare tubature, danneggiare apparati elettronici, ferire l’equipaggio.

Per una petroliera moderna, costruita con doppio scafo e compartimenti stagni, l’impatto può non essere immediatamente fatale, ma bastano danni al timone, alle eliche o a un serbatoio per rendere la nave ingovernabile o inutilizzabile per mesi.

Su scala sistemica, anche un singolo incidente documentato, con immagini di una nave ferita che brucia nel mezzo dello stretto, può essere sufficiente a fermare il traffico per giorni. È la forza del simbolo, oltre che del danno materiale.

Dalla “guerra delle petroliere” a oggi

L’idea di usare le mine come arma strategica nel Golfo Persico non è nuova. Negli anni Ottanta, durante la lunga guerra tra Iran e Iraq, la posa di mine contro navi commerciali e petroliere diede origine a quella che è passata alla storia come la guerra delle petroliere. All’epoca la Marina americana intervenne direttamente per scortare le navi nel Golfo, assumendosi il rischio di incappare in ordigni nascosti lungo le rotte.

In uno degli episodi più gravi, nell’aprile del 1988, la fregata USS Samuel B. Roberts colpì una mina iraniana Sadaf‑02, riportando danni gravissimi e spingendo Washington a lanciare l’operazione “Praying Mantis”, con cui furono colpite piattaforme e unità iraniane. Da allora, numerosi rapporti della Marina statunitense sottolineano come le mine siano state, dalla Seconda guerra mondiale in poi, tra le armi che hanno danneggiato il maggior numero di unità navali americane.

Secondo stime rese pubbliche da fonti occidentali, l’Iran avrebbe oggi diverse migliaia di mine navali, provenienti in parte da produzione domestica, in parte da forniture estere, soprattutto russe e cinesi. Anche se le cifre esatte restano coperte dal segreto, la combinazione di quantità, varietà di modelli e difficoltà di bonifica rende credibile la capacità iraniana di chiudere o comunque rendere troppo rischioso il passaggio nello stretto, almeno per periodi limitati.

Deterrenza, ricatto, sopravvivenza

Per Teheran, le mine sono un moltiplicatore di potenza. La Repubblica islamica sa di non poter competere sul piano convenzionale con la Marina statunitense e le flotte degli alleati regionali. Ma con un arsenale relativamente economico può minacciare un danno sproporzionato, non tanto alle flotte avversarie, quanto alle economie che dipendono dai flussi energetici del Golfo.

La logica è quella della deterrenza “per interposta economia”. Minacciare Hormuz significa mettere pressione su Arabia Saudita, Emirati, Kuwait, Iraq, Qatar e sugli importatori asiatici, da Cina a Giappone, da Corea del Sud all’India, che ricevono gran parte del loro greggio passando da lì. Significa alzare il prezzo del petrolio, complicare i calcoli delle capitali occidentali, creare fratture nel fronte anti‑iraniano.

C’è un elemento paradossale. Anche l’Iran esporta la maggior parte del proprio petrolio attraverso Hormuz, e un blocco totale colpirebbe anche le sue entrate. Per questo molti analisti ritengono più probabile l’uso calibrato delle mine come strumento di “strozzatura controllata”, capace di far salire i prezzi e mostrare forza, senza chiudere ermeticamente il passaggio. La minaccia, insomma, vale più dell’esecuzione piena.

Nei media e nei commenti arabi favorevoli a Teheran, questa strategia viene spesso presentata come un “asso nella manica” della resistenza, la prova che gli Stati Uniti non possono colpire impunemente senza mettere a rischio i flussi energetici da cui dipende anche l’Occidente. In ambienti più critici, invece, cresce il timore che l’uso delle mine spinga i Paesi del Golfo a cercare soluzioni alternative, potenziando oleodotti terrestri e riducendo nel medio periodo la centralità iraniana sullo stretto.

La risposta occidentale

Davanti alla prospettiva di uno stretto minato, gli Stati Uniti e i loro alleati non hanno molte opzioni. Una è quella, già visibile, di colpire le unità iraniane sospettate di posare mine, inclusi piccoli natanti e navi di supporto. L’obiettivo è ridurre la capacità di disseminare ordigni prima che il numero diventi ingestibile.

L’altra è entrare nello stretto con unità cacciamine e gruppi navali dedicati alle contromisure. Le vecchie navi in legno e fibra di vetro, progettate per ridurre la firma magnetica, operano con sonar ad alta risoluzione e veicoli subacquei a controllo remoto, in grado di individuare e neutralizzare una mina per volta. È un lavoro lento, quasi artigianale, che richiede pazienza e un livello di rischio costante.

In un ambiente ristretto, trafficato e politicamente esplosivo come Hormuz, ogni operazione di bonifica espone le unità militari anche ad altri pericoli: missili antinave, droni kamikaze, piccoli barchini esplosivi. Questo costringe la Marina Usa e le marine alleate a bilanciare la necessità di proteggere il traffico commerciale con quella di non esporre eccessivamente le proprie navi a un ventaglio di minacce sovrapposte.

Il calcolo politico del rischio

Sul piano politico, ogni mina reale o presunta nello stretto diventa un messaggio. Per Washington è la prova che Teheran sta alzando il livello dello scontro e mettendo a rischio la sicurezza energetica globale. Per l’Iran è un modo per rispondere a sanzioni, bombardamenti e pressioni internazionali con uno strumento che non richiede un confronto diretto e convenzionale.

I governi del Golfo temono soprattutto la prospettiva di una chiusura prolungata. Una parte delle navi preferisce attendere in rada o ridurre al minimo le soste nella regione, in attesa di chiarimenti sulla reale estensione dei campi minati. Le capitali arabe cercano di mediare, sostenendo la necessità di riaprire rapidamente i passaggi in condizioni di sicurezza, ma senza precipitare in una guerra totale in cui i loro terminal petroliferi diventerebbero bersagli prioritari.

Nel frattempo, i mercati reagiscono a ogni nuova notizia: la conferma di mine posate, l’annuncio di operazioni di bonifica, le dichiarazioni del presidente americano sulla possibilità di scorte navali. L’effetto immediato è un aumento della volatilità dei prezzi del greggio, che si traduce in costi più elevati per consumatori e industrie, ben oltre il perimetro del Medio Oriente.

Un mare stretto, un gioco lungo

Per ora, gli incidenti attribuibili a mine nello stretto restano pochi e non tutti verificati, mentre la maggior parte degli attacchi recenti a navi commerciali è stata condotta con droni e missili. Ma la sola prospettiva di ordigni invisibili sotto la superficie basta a ridisegnare le rotte e a spingere gli Stati a ripensare la propria dipendenza da un collo di bottiglia geografico.

Per Teheran, mantenere ambiguità sulla reale estensione dei campi minati è parte integrante del gioco. Dichiarare apertamente una chiusura totale di Hormuz sarebbe un atto di guerra difficilmente reversibile. Lasciare invece che siano i timori di armatori e assicuratori a “chiudere” di fatto il passaggio consente di massimizzare il vantaggio con un grado più basso di esposizione diretta.

Come in ogni gioco di deterrenza, però, l’errore è sempre in agguato. Un ordigno difettoso, una nave che devia di pochi metri dalla rotta, un’esplosione imprevista possono trascinare i protagonisti oltre la soglia che dicono di voler evitare. E lo stretto di Hormuz è uno dei pochi luoghi del pianeta in cui una singola esplosione sott’acqua può far vibrare l’economia globale, dalla Borsa di New York alle pompe di benzina di Jakarta.

Droni Lucas, l’America copia l’Iran

Molto prima che i droni iraniani si abbattessero su aeroporti, grattacieli e ambasciate nel Golfo Persico, l’esercito degli Stati Uniti stava lavorando a un progetto che pochi avrebbero immaginato: i droni Lucas. Non si trattava di sviluppare un’arma più avanzata, più precisa o più costosa. Si trattava di copiare il nemico.

Nel 2021, il dipartimento di ricerca e sviluppo dell’esercito americano aveva già messo le mani sullo Shahed-136, il drone kamikaze iraniano che Teheran aveva distribuito generosamente a Russia, Venezuela ed Hezbollah.

L’obiettivo iniziale era semplice: riprodurlo come bersaglio per esercitazioni, in modo da sviluppare nuove difese contro un’arma sempre più diffusa. Poi qualcuno ha avuto un’idea diversa. Se quel drone era così economico e così efficace, perché non replicarlo e usarlo contro chi lo aveva inventato?

Così è nato il LUCAS, acronimo di Low-cost Unmanned Combat Attack System. Un drone d’attacco unidirezionale costruito dalla SpektreWorks, una piccola startup dell’Arizona, che ha preso il design dello Shahed, lo ha smontato pezzo per pezzo e lo ha ricostruito con componenti americani. Il 28 febbraio 2026, nell’ambito della cosiddetta Operation Epic Fury, il LUCAS è stato impiegato per la prima volta in combattimento contro obiettivi iraniani. Una data destinata a entrare nei manuali di storia militare.

Droni Lucas. La vendetta americana a forma di delta

Il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha confermato che la Task Force Scorpion Strike ha lanciato i droni LUCAS contro infrastrutture militari iraniane, inclusi centri di comando e controllo del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, sistemi di difesa aerea, siti di lancio di missili e droni, e aeroporti militari. Il messaggio di accompagnamento, diffuso sui social media, non lasciava spazio a dubbi: “Questi droni a basso costo, modellati sugli Shahed iraniani, stanno ora sferrando una vendetta di stampo americano“.

Sistema di produzione del drone LUCAS

Il tempismo dello sviluppo è stato impressionante. Soli sette mesi prima, nel luglio 2025, il segretario alla Difesa Pete Hegseth aveva mostrato fisicamente il drone in una conferenza stampa al Pentagono, presentandolo come la risposta americana allo Shahed-136. Otto mesi dopo la sua presentazione ufficiale, il LUCAS era già in azione su un teatro di guerra reale. In un settore, quello degli appalti militari, dove i programmi di armamento richiedono normalmente anni o decenni, la velocità è stata essa stessa un’arma.

Lauren Kahn, ex consigliera del Pentagono e ora analista senior presso il Center for Security and Emerging Technology della Georgetown University, ha definito il LUCAS un caso senza precedenti dai tempi della Guerra Fredda. “Per la prima volta in molto tempo, gli Stati Uniti hanno visto una capacità sviluppata da un avversario, hanno riconosciuto che colmava una lacuna nelle proprie forze armate e hanno deciso di riprodurla“.

Anatomia dei droni Lucas da 35.000 dollari

Per comprendere la portata di questa rivoluzione, bisogna partire dai numeri. Lo Shahed-136 è un velivolo a perdere con un design ad ala delta, lungo 3,5 metri, con un’apertura alare di 2,5 metri e un peso complessivo di circa 200 chilogrammi. Il suo motore è un MADO MD-550, copia iraniana del tedesco Limbach L550E, un propulsore a pistoni da 50 cavalli originariamente concepito per aerei ultraleggeri. Può volare a una velocità massima di 185 km/h e raggiungere bersagli a distanze comprese tra 1.000 e 2.500 chilometri, a quote che variano dai 60 ai 4.000 metri.

La testata esplosiva, posizionata nel muso del drone, pesa tra i 30 e i 50 chilogrammi e detona all’impatto. Il sistema di navigazione si basa su un’unità inerziale combinata con un GPS commerciale. Nessuna sofisticazione. Nessuna tecnologia all’avanguardia. Solo un oggetto abbastanza piccolo da sfuggire ai radar, abbastanza economico da essere lanciato in massa e abbastanza letale da costringere il nemico a spendere milioni per fermarlo.

Il LUCAS americano condivide le stesse dimensioni e la stessa filosofia di fondo, ma incorpora aggiornamenti significativi. Il suo raggio d’azione stimato è di circa 500 miglia, oltre 700 chilometri, e la sua testata ha una capacità esplosiva di circa 18 chilogrammi, pari a circa il doppio di un missile Hellfire. Può essere lanciato tramite catapulte, razzi ausiliari o sistemi mobili terrestri. Il costo unitario si aggira intorno ai 35.000 dollari, una cifra che assume un significato completamente diverso se confrontata con i 2,5 milioni di un Tomahawk o i 400.000 dollari di uno Switchblade 600 di AeroVironment.

Starshield: quando i satelliti di Musk guidano le bombe

Uno degli aspetti più controversi del LUCAS riguarda il suo sistema di navigazione. Secondo analisti della difesa e blogger militari russi, il drone utilizza Starshield, la versione militare di Starlink sviluppata da SpaceX per conto del governo degli Stati Uniti. Un terminale compatibile con il sistema è stato identificato nelle immagini del drone diffuse dal CENTCOM, scatenando una reazione immediata da parte di Mosca.

Starshield

I commentatori militari russi hanno espresso preoccupazione per il fatto che i terminali Starshield consentano ai droni di ricevere e trasmettere dati in tempo reale attraverso la vasta rete di satelliti in orbita bassa terrestre di SpaceX, rendendo gli aeromobili praticamente impossibili da disturbare con le contromisure elettroniche convenzionali. La comunicazione satellitare permette aggiornamenti di rotta in volo e istruzioni operative fino al momento dell’impatto.

Elon Musk è intervenuto pubblicamente in meno di un’ora dalla diffusione delle analisi russe, specificando che Starshield è gestito e controllato dal governo degli Stati Uniti, non da SpaceX. La distinzione è cruciale: separa la responsabilità commerciale dell’azienda dalle operazioni militari americane. Ma il messaggio strategico resta inequivocabile. La tecnologia della Silicon Valley sta alimentando direttamente le armi del Pentagono.

Il caos seminato dagli Shahed nel Golfo

Mentre gli americani schieravano il loro clone, gli originali iraniani stavano producendo alcune delle immagini più inquietanti dell’intero conflitto. Nella settimana successiva all’inizio delle ostilità, l’Iran ha lanciato ondate massicce di droni Shahed contro i paesi del Golfo Persico.

Secondo il Ministero della Difesa degli Emirati Arabi Uniti, 541 droni carichi di esplosivo sono stati lanciati contro il territorio emiratino. Di questi, 506 sono stati intercettati. I 35 che hanno raggiunto il bersaglio hanno colpito diverse località, tra cui il Fairmont Hotel sulla Palm Jumeirah e l’aeroporto internazionale di Dubai. I detriti delle intercettazioni e le esplosioni dirette hanno causato la morte di tre persone e il ferimento di altre 58. Un’altra stima ha contato 689 droni diretti verso gli Emirati, con 645 abbattuti dalle difese.

Video diffusi online mostrano uno Shahed che si schianta contro un grattacielo in Bahrein, il Fairmont the Palm avvolto dal fumo e un impianto radar della Quinta Flotta americana che crolla sotto un’esplosione. I droni hanno colpito anche l’ambasciata statunitense a Riyadh, in Arabia Saudita, e i data center di Amazon negli Emirati, sebbene non sia stato immediatamente confermato che tutti gli attacchi fossero opera di Shahed. I voli cancellati nella regione hanno superato quota 11.000. Sei militari americani sono stati uccisi in un attacco a un centro tattico in Kuwait.

Sono progettati per scatenare il caos“, ha affermato Anna Miskelley, analista della difesa presso Forecast International. “Anche i video delle esplosioni hanno un enorme riscontro mediatico“. Farzin Nadimi, ricercatore senior presso il Washington Institute, ha aggiunto che la capacità di seminare terrore tra le popolazioni e destabilizzare le economie è un elemento fondamentale della strategia iraniana. All’interno dell’Iran, gli attacchi servono come propaganda per mostrare al pubblico domestico “storie di successo”.

Migliaia di droni nascosti sotto le montagne

A rendere ancora più inquietante la situazione, l’Iran ha diffuso attraverso la Fars News Agency un video che mostra l’interno di un complesso sotterraneo pieno di droni. Le immagini rivelano file ordinate di centinaia, forse migliaia, di velivoli ad ala triangolare, molto simili allo Shahed-136, allineati lungo un corridoio che si estende in un tunnel illuminato. Alcuni droni sono montati su rampe di lancio mobili. Le pareti del tunnel sono decorate con bandiere iraniane e grandi ritratti dell’Ayatollah Ali Khamenei.

Esperti occidentali ritengono che l’Iran disponga di scorte sufficienti per continuare a lanciare sciami di centinaia di droni al giorno per almeno diverse settimane. I droni sono facili e veloci da lanciare, richiedendo spesso solo un container montato su un camion. La conservazione in strutture sotterranee protette migliora la sopravvivenza delle scorte contro attacchi preventivi, consentendo a Teheran di mantenere la capacità operativa anche sotto bombardamento.

L’equazione impossibile della difesa

Il vero colpo di genio dello Shahed non è nella tecnologia. È nell’economia. Abbattere un drone da 35.000 dollari con un missile intercettore può costare fino a 3 milioni di dollari a colpo. Un sistema Patriot PAC-3 vale circa 4 milioni per ogni intercettore. Questo significa che anche quando le difese funzionano perfettamente, il rapporto costi gioca per l’attaccante.

sistema Patriot PAC-3
Patriot PAC-3

Un’analisi del Center for Strategic and International Studies (CSIS) ha calcolato che la Russia spende circa 350.000 dollari per ogni bersaglio effettivamente colpito con droni di tipo Shahed. La cifra può sembrare alta, ma il dato chiave è che meno del 10% dei droni raggiunge l’obiettivo. Il restante 90% viene abbattuto o deviato. Eppure il sistema funziona, perché i droni sono talmente economici da poter essere lanciati in salve giornaliere massicce, logorando progressivamente le difese antiaeree del nemico e terrorizzando la popolazione.

Come ha sintetizzato Anna Miskelley: “È abbastanza piccolo da nascondersi ai radar. Abbastanza economico da poter essere lanciato in massa. E abbastanza letale da costringerci a usare tecnologie molto più costose per fermarlo“.

Cameron Chell, CEO della società di droni Draganfly, ha usato un paragone storico: “Come i Viet Cong durante la guerra del Vietnam, gli iraniani hanno una capacità asimmetrica che può prolungare il conflitto e creare pressione politica. Anche cento droni nelle mani di un’unità decentralizzata possono seminare il terrore in uno stato vicino come mai immaginato prima“.

Lezioni da Kiev: l’Ucraina come laboratorio globale

Se il Golfo Persico è il teatro della crisi attuale, l’Ucraina è il laboratorio dove le contromisure contro i droni Shahed sono state testate, perfezionate e industrializzate nel corso di tre anni di guerra ininterrotta. Dall’inizio del conflitto con la Russia, le forze ucraine hanno tracciato e intercettato circa 57.000 droni di tipo Shahed.

Il comandante in capo delle forze armate ucraine, Oleksandr Syrskyi, ha dichiarato che nel febbraio 2026 i droni intercettori hanno assunto un ruolo centrale nella difesa aerea. Nella sola area di Kiev, questi sistemi sono responsabili di oltre il 70% degli abbattimenti di Shahed. Il dato è significativo perché dimostra che la risposta più efficace a un drone economico non è un missile da milioni di dollari, ma un altro drone ancora più economico.

Il fiore all’occhiello della produzione ucraina è il drone intercettore Octopus, sviluppato internamente dalle forze armate e dotato di un sistema di controllo basato sull’intelligenza artificiale. Può operare di notte, a basse quote e in condizioni di disturbo elettronico, ovvero esattamente nelle circostanze in cui la Russia lancia abitualmente i suoi attacchi.

Il suo costo si aggira intorno ai 3.000 dollari per unità. La produzione in serie è iniziata nel novembre 2025, con la tecnologia trasferita inizialmente a tre produttori e altri undici in fase di allestimento delle linee. Grazie a un accordo di licenza firmato nel novembre 2025 tra i Ministeri della Difesa ucraino e britannico, l’Octopus viene ora fabbricato anche nel Regno Unito in grandi volumi.

Un altro sistema degno di nota è lo Sting di Wild Hornets, che costa appena 2.500 dollari e che secondo il produttore è in grado di abbattere oltre 100 Shahed in una sola notte. Le forze ucraine lo hanno utilizzato con successo anche contro il Geran-3, la variante a propulsione jet dello Shahed sviluppata dalla Russia.

A completare l’arsenale difensivo, il sistema laser Tryzub, capace di colpire bersagli aerei a quote superiori ai 2 chilometri, e oltre 140 aziende ucraine specializzate in sistemi di guerra elettronica, tra cui il Bukovel-AD, che può rilevare droni a 100 km e disturbarne i segnali entro 20 km.

Kiev offre la sua esperienza al Golfo

L’esperienza ucraina non è rimasta confinata al fronte orientale. Il presidente Volodymyr Zelensky ha dichiarato pubblicamente di aver ricevuto richieste di assistenza da diversi paesi del Golfo colpiti dagli Shahed. “Abbiamo ricevuto segnali dai partner in Medio Oriente. Ci sono stati attacchi con Shahed iraniani contro i civili in quei paesi. Cercano la nostra esperienza“, ha scritto su X. “Siamo aperti. Se i loro rappresentanti verranno, forniremo l’expertise“.

Kiev offre la sua esperienza al Golfo

Zelensky ha parlato direttamente con i leader di Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein, Giordania e Kuwait sulla possibilità di cooperazione. Ha anche collegato la proposta a uno scambio strategico: l’Ucraina fornirebbe droni intercettori e competenze anti-drone, e in cambio riceverebbe missili intercettori di fascia alta, come i PAC-2 e PAC-3 del sistema Patriot, di cui Kiev ha disperatamente bisogno per difendersi dai missili balistici russi.

Il primo ministro britannico Keir Starmer ha confermato che il Regno Unito coinvolgerà esperti ucraini per aiutare gli stati del Golfo Persico a intercettare i droni d’attacco iraniani. Come ha sintetizzato Zelensky: “L’esperienza dell’Ucraina nel contrastare i droni Shahed è attualmente la più avanzata al mondo. È chiaro il motivo per cui così tante richieste sono dirette a noi“.

La pipeline russo-iraniana dei droni

La storia dello Shahed non sarebbe completa senza il capitolo russo. Dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina nel 2022, Mosca ha iniziato ad acquistare droni Shahed-136 dall’Iran. Nel 2023, i due paesi hanno firmato un accordo del valore di 1,75 miliardi di dollari, parzialmente pagato in lingotti d’oro, per la costruzione di una fabbrica di droni in territorio russo.

Lo stabilimento si trova nella zona economica speciale di Alabuga, nella regione del Tatarstan, a circa 600 miglia a est di Mosca. L’obiettivo iniziale era di produrre 6.000 droni kamikaze all’anno. Ma secondo fonti di intelligence occidentali, circa il 90% della produzione di Shahed-136 avviene ora in strutture russe, non iraniane. La Russia ha designato il drone come Geran-2 e ha sviluppato anche una variante a propulsione jet chiamata Geran-3.

Bryan Clark, ricercatore senior presso l’Hudson Institute, ha spiegato che la Russia ha apportato una serie di modifiche significative al design originale: sensori migliorati, navigazione automatizzata e capacità di puntamento più avanzate. Queste innovazioni sono state poi trasferite all’Iran, in un ciclo di feedback tecnologico che ha migliorato l’arma di entrambe le parti.

Tuttavia, secondo la stessa fonte di intelligence occidentale, l’espansione produttiva russa ha di fatto marginalizzato l’Iran. Teheran si è trovata progressivamente esclusa dal controllo del prodotto finale, che ora viene fabbricato in modo largamente indipendente. L’obiettivo di Mosca è quello di padroneggiare completamente il ciclo produttivo, eliminando la necessità di futuri negoziati con Teheran.

La domanda ora è se la Russia ricambierà il favore e invierà droni aggiornati all’Iran, le cui strutture produttive sono state danneggiate dai bombardamenti americani e israeliani. David Albright, ex ispettore degli armamenti e presidente dell’Institute for Science and International Security, ritiene che sia uno scenario plausibile: “Alcuni degli impianti di produzione di droni iraniani sono stati bombardati, e hanno consumato un numero significativo di droni. Per ricostruire le scorte, potrebbero percorrere questa strada“.

Il Pentagono punta sulla dominanza dei droni

Il LUCAS non è un esperimento isolato. Si inserisce in una strategia più ampia del Pentagono per trasformare radicalmente il modo in cui gli Stati Uniti combattono. Il cosiddetto Drone Dominance Program, incluso nel disegno di legge fiscale del presidente Trump, prevede 1 miliardo di dollari per la produzione di circa 340.000 piccoli droni nel corso dei prossimi due anni. L’obiettivo è garantire alle forze armate americane l’accesso a sistemi autonomi a basso costo per missioni di attacco unidirezionale, con consegne accelerate a partire dal luglio 2026.

Prima ancora, l’iniziativa Replicator, lanciata nel 2023 dall’allora vicesegretaria alla Difesa Kathleen Hicks, aveva già stanziato 1 miliardo di dollari su due anni fiscali per accelerare la produzione di migliaia di droni autonomi. Il programma era nato inizialmente per contrastare la crescente potenza militare cinese, ma le lezioni apprese dall’Ucraina e dal Golfo hanno ampliato enormemente il suo campo d’applicazione.

L’esercito americano ha firmato contratti con aziende private di tecnologia militare di ultima generazione. Anduril ha ottenuto un contratto da 250 milioni di dollari per 500 intercettori Roadrunner e sistemi di guerra elettronica portatili Pulsar. Skydio ha ricevuto contratti multimilionari dall’aeronautica per droni autonomi X10D destinati a unità operative critiche. L’esercito americano ha annunciato l’intenzione di acquisire un milione di droni nell’ambito di una massiccia modernizzazione.

Michael C. Horowitz, che ha lavorato al programma LUCAS durante l’amministrazione Biden e ora dirige il Perry World House presso l’Università della Pennsylvania, ha tracciato la traiettoria futura: “È facile capire come i continui progressi nell’intelligenza artificiale, se si dimostreranno affidabili, rappresenteranno un’opzione molto interessante per rendere questi sistemi ancora più efficaci“. Alcuni piani prevedono che i piloti di caccia volino insieme al proprio squadrone personale di droni, creando formazioni miste uomo-macchina capaci di saturare le difese nemiche.

Il primo attacco Shahed: la “Pearl Harbor energetica” del 2019

L’idea che i droni economici potessero cambiare la guerra non è nata nel 2022 con l’Ucraina, né nel 2026 con il Golfo. Il primo campanello d’allarme è suonato il 14 settembre 2019, quando un attacco coordinato con droni e missili da crociera ha colpito gli impianti petroliferi di Abqaiq e Khurais in Arabia Saudita, gestiti da Saudi Aramco.

Abqaiq ospitava il più grande impianto di stabilizzazione del greggio al mondo, con una capacità del 7% della produzione petrolifera globale. L’attacco ha dimezzato la produzione saudita di petrolio, eliminando circa 5 milioni di barili al giorno, pari al 5% dell’offerta mondiale. I ribelli Houthi dello Yemen hanno rivendicato l’operazione, ma gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita hanno attribuito la responsabilità all’Iran. I droni avevano seguito rotte tortuose attraverso Kuwait e Iraq per mascherare la loro origine.

Ricercatori americani hanno definito quell’attacco una “Pearl Harbor energetica”. Nonostante miliardi di dollari investiti in caccia F-15 e batterie missilistiche Patriot, l’Arabia Saudita non era riuscita a intercettare nessuno dei droni prima dell’impatto. Il software dei radar, programmato per filtrare oggetti lenti e a bassa quota, li aveva scambiati per uccelli o piccoli velivoli civili.

Quell’episodio avrebbe dovuto spingere il mondo a ripensare radicalmente il ruolo dei droni nella guerra moderna. Non è successo. L’attenzione si è concentrata sull’aspetto politico, sulla responsabilità iraniana e sulle dinamiche della guerra in Yemen. Ci sono voluti altri tre anni e decine di migliaia di droni sui cieli ucraini perché il messaggio diventasse impossibile da ignorare.

Il futuro del combattimento è economico e autonomo

I droni kamikaze a basso costo non sostituiranno i missili da crociera, i caccia di quinta generazione o le portaerei. Ma stanno aggiungendo una dimensione completamente nuova al conflitto moderno. Bombardamenti che un tempo richiedevano salve di costosi missili possono ora essere effettuati con pochissimi soldi. Luoghi che sembravano isolati dal conflitto, come le sfarzose città del Golfo Persico, sono diventati raggiungibili e vulnerabili.

La proliferazione è rapida e inarrestabile. Qualsiasi paese o gruppo militante con risorse modeste può oggi condurre attacchi a lungo raggio con droni. Il LUCAS, con la sua configurazione modulare e il software aggiornabile, rappresenta la risposta americana a questa nuova realtà: un’arma che può evolvere insieme alla tecnologia, incorporando intelligenza artificiale, navigazione satellitare e capacità di sciame.

La guerra dell’Iran ha dimostrato che nel XXI secolo non vince necessariamente chi possiede l’arma più sofisticata. Vince chi sa produrre di più, più velocemente e a costo minore per unità. E chi sa copiare il nemico. Dall’Ucraina al Golfo Persico, passando per le fabbriche di Alabuga e i laboratori dell’Arizona, questa è la nuova corsa agli armamenti del nostro tempo. Non si misura in megatoni, ma in costo per unità. Non si combatte a 30.000 piedi, ma a pochi metri dal suolo, con il ronzio sordo di un motore da tosaerba.

Scheda tecnica del drone LUCAS

Scheda Tecnica

LUCAS FLM-136

Low-cost Unmanned Combat Attack System

📋

Informazioni Generali

Produttore SpektreWorks, Arizona
Tipo Munizione circuitante (Kamikaze)
Impiego 28 Febbraio 2026 – Op. Epic Fury
Costo unitario ~$35.000
📐

Dimensioni e Peso

Apertura alare 2,5 m
Peso Max Decollo 81,5 kg
Carico Utile 18 kg

Prestazioni

Velocità Massima 194 km/h
Raggio Operativo ~822 km
Autonomia Fino a 6 ore
🎯

Sistemi e Armamento

Navigazione GPS/INS + Starshield
Capacità Sciame Fino a 100 unità (Mesh)

Dossier strategico: L’analisi cinese della guerra del 2026 tra Iran e Stati Uniti

Il 28 febbraio 2026 rappresenta una data di rottura definitiva nella storia delle relazioni internazionali contemporanee. L’attacco congiunto condotto dalle forze aeree e navali degli Stati Uniti e di Israele contro la Repubblica Islamica dell’Iran non ha soltanto innescato un conflitto regionale di vasta scala, ma ha rimosso violentemente i vertici dello Stato sovrano iraniano, incluso il Leader Supremo Ayatollah Ali Khamenei e oltre quaranta figure apicali del regime.

Per la Repubblica Popolare Cinese, questo evento non costituisce una sorpresa assoluta, bensì la tragica conferma di trend geopolitici monitorati con crescente allarme dai propri apparati di intelligence e dai think tank accademici nel corso degli anni precedenti.

Le analisi prodotte a Pechino, che spaziano dalla condanna diplomatica ufficiale alle riflessioni dottrinali sulla “fine della civiltà internazionale”, rivelano una postura ricalibrata su un estremo pragmatismo e sulla necessità di proteggere gli interessi vitali cinesi in un mondo che sembra essere tornato alla logica della forza bruta.

L’architettura della Crisi: il crollo del diritto internazionale

La risposta diplomatica della Cina è stata caratterizzata da un tono di fermezza istituzionale, ma priva di impegni militari diretti, segnalando una distinzione netta rispetto alla posizione più assertiva assunta da Mosca.

Il Ministro degli Esteri Wang Yi, attraverso una serie di colloqui telefonici d’urgenza con le controparti di Russia, Iran, Oman e Francia, ha delineato una posizione in tre punti che funge da bussola per l’azione diplomatica cinese: la cessazione immediata delle ostilità, il ritorno al tavolo negoziale e l’opposizione ferma a qualsiasi atto unilaterale di “regime change”.

Pechino interpreta l’assassinio del leader di uno Stato sovrano durante un processo negoziale come una violazione senza precedenti della Carta delle Nazioni Unite e dei principi fondamentali della coesistenza pacifica.

La portavoce del Ministero degli Esteri, Mao Ning, ha sottolineato come l’azione statunitense sia avvenuta proprio mentre i colloqui tecnici di Vienna, previsti per il 2 marzo, promettevano progressi significativi sulla questione nucleare, suggerendo che l’attacco non sia stato una risposta a una minaccia imminente, ma un tentativo deliberato di sabotare la diplomazia.

Questo “metodo della decapitazione”, attuato in un momento di vulnerabilità diplomatica, è descritto dagli analisti cinesi come un ritorno alla “legge della giungla”, dove la superiorità tecnologica e militare viene utilizzata per imporre cambiamenti politici indipendentemente dalla volontà dei popoli.

Sintesi della Postura Diplomatica della RPC (Marzo 2026)

Descrizione dell’Obiettivo StrategicoDestinatari Principali
Condanna del “Regime Change”Riaffermazione dell’inviolabilità della sovranità nazionale per prevenire futuri precedenti.Stati Uniti, Alleati Occidentali.
Protezione dei CittadiniEvacuazione rapida e ordinata per minimizzare il rischio di danni collaterali o ostaggi.Comunità cinese in Iran (3000+ persone).
Mediazione MultilateraleCoinvolgimento del Consiglio di Sicurezza ONU e dell’Inviato Speciale Zhai Jun.Comunità Internazionale, Paesi del Golfo.
Stabilità EnergeticaPressione diplomatica per mantenere aperto lo Stretto di Hormuz nonostante lo stato di guerra.Iran, GCC, Mercati Globali.

L’analisi cinese rileva un paradosso fondamentale: mentre gli Stati Uniti dichiarano di agire per stabilizzare il Medio Oriente, la loro azione ha generato un’escalation incontrollabile che ha visto l’Iran rispondere colpendo basi americane in Bahrain, Kuwait e negli Emirati Arabi Uniti, coinvolgendo direttamente le monarchie del Golfo nel conflitto.

Per Pechino, questa instabilità non è un effetto collaterale imprevisto, ma il risultato di una strategia americana che accetta il caos pur di eliminare un avversario strategico e riaffermare la propria egemonia regionale.

L’analisi dottrinale di Jin Canrong

Il professor Jin Canrong della Renmin University, figura centrale nel dibattito cinese sulla politica estera americana, ha fornito una lettura particolarmente cruda dell’attacco su Guancha. Secondo Jin, il 2026 segna il definitivo passaggio dall’ordine liberale post-Guerra Fredda a una nuova era di “Stati Combattenti”. In questo contesto, gli Stati Uniti hanno rinunciato a qualsiasi pretesa di autorità morale, agendo come una “superpotenza che ricorre a tattiche da piccola criminalità” per eliminare i propri oppositori.

La valutazione delle capacità militari statunitensi

Un punto focale dell’analisi di Jin riguarda la sostenibilità dello sforzo bellico americano. Basandosi su rapporti provenienti dalla stessa comunità di intelligence e dai media americani, Jin sostiene che le scorte di munizioni ad alta precisione degli Stati Uniti siano sufficienti per sostenere operazioni ad alta intensità per un periodo massimo di quattro settimane.

Questo limite temporale pone Washington di fronte a un dilemma critico: se il regime iraniano non crolla entro il primo mese di bombardamenti, gli Stati Uniti rischiano di scivolare in una guerra di logoramento che non possono permettersi finanziariamente né militarmente, specialmente con lo spettro delle elezioni di metà mandato del novembre 2026 che incombe sulla presidenza.

Jin evidenzia come l’Iran non sia un avversario facile da abbattere. Con una popolazione di 90 milioni di abitanti e un territorio di oltre 1,6 milioni di chilometri quadrati dominato da catene montuose impervie, un’invasione terrestre è considerata militarmente impossibile senza un impegno di truppe che gli Stati Uniti non sono disposti a mobilitare.

Pertanto, l’Iran potrebbe sopravvivere agli attacchi iniziali, riorganizzando la propria leadership attorno a figure meno carismatiche ma altrettanto ostili all’Occidente, trasformando il conflitto in una guerriglia regionale asimmetrica che drenerebbe le risorse americane per anni.

La protezione degli interessi cinesi e le “Reti di Sicurezza”

In risposta a questo scenario di caos prolungato, Jin Canrong e altri osservatori suggeriscono che la Cina abbia già attivato una serie di “reti di sicurezza”. Queste non sono alleanze militari, ma misure di resilienza economica e diplomatica. Pechino ha accelerato la diversificazione delle proprie fonti energetiche, aumentando il peso degli oleodotti terrestri dalla Russia e dall’Asia Centrale, riducendo così la propria vulnerabilità critica al blocco dello Stretto di Hormuz.

Inoltre, la transizione verde accelerata del mercato automobilistico cinese ha ridotto la domanda marginale di petrolio, conferendo al sistema economico una capacità di assorbimento degli shock petroliferi superiore a quella delle economie occidentali.

La scommessa di Trump: l’analisi di Li Shaoxian

Li Shaoxian, figura di riferimento del China Institutes of Contemporary International Relations (CICIR), inquadra l’attacco come il culmine di una convergenza di interessi tra l’amministrazione Trump e il governo di Netanyahu.

Secondo Li, Israele ha giocato un ruolo di provocatore attivo, temendo che la ripresa dei negoziati a Vienna portasse a una distensione permanente tra Washington e Teheran. L’arrivo della portaerei USS Gerald R. Ford il 27 febbraio, unendosi alla USS Abraham Lincoln, ha fornito la cornice operativa necessaria per un attacco che mirava non solo ai siti nucleari, ma alla decapitazione politica dell’Iran.

Dal conflitto del 2025 all’escalation del 2026

Li Shaoxian traccia una distinzione netta tra la breve crisi del giugno 2025 (durata 12 giorni) e il conflitto attuale. Mentre nel 2025 l’obiettivo era la distruzione limitata di infrastrutture sensibili, nel 2026 l’obiettivo dichiarato è il cambio di regime (Regime Change).

Questa ambizione trasforma la guerra in una lotta per la sopravvivenza esistenziale per l’Iran, eliminando ogni spazio per il compromesso. Li avverte che l’Iran risponderà colpendo sistematicamente tutte le basi americane nel Golfo, inclusa la sede della Quinta Flotta in Bahrain, e utilizzando la propria rete di proxy in Libano e Yemen per incendiare l’intero Medio Oriente.

Il rischio maggiore identificato da Li è che gli Stati Uniti si trovino impantanati in quello che definisce il “cimitero degli imperi”. Nonostante la superiorità tecnologica, l’assenza di un piano per il “giorno dopo” e l’instabilità interna americana, segnata da profonde divisioni partitiche sulla legittimità di una guerra non dichiarata, potrebbero rendere questa operazione il fallimento strategico definitivo dell’egemonia statunitense.

Comparazione tra il Conflitto del 2025 e la Guerra del 2026

Caratteristica del Conflitto 2025Caratteristica della Guerra 2026
Obiettivo StrategicoDistruzione di siti nucleari specifici.Rovesciamento del regime e decapitazione politica.
Durata Prevista12 giorni (conclusa rapidamente).Indeterminata (stimata > 4 settimane).
Postura Militare USAAttacchi aerei mirati e limitati.Gruppo di attacco a doppia portaerei, minaccia di terra.
Reazione IranianaRappresaglia contenuta.Guerra asimmetrica totale e blocco di Hormuz.
Impatto DiplomaticoNegoziati sospesi temporaneamente.Collasso totale dell’ordine internazionale basato sulle regole.

Geopolitica dell’energia: lo Stretto di Hormuz

La chiusura dello Stretto di Hormuz rappresenta il fattore di instabilità economica più grave per la Cina e per l’intera Asia. Attraverso questo stretto transita circa il 20% del consumo mondiale di petrolio e il 20% del commercio globale di gas naturale liquefatto (GNL). Per Pechino, la minaccia di un blocco non è solo teorica: nel 2024, il 69% del traffico petrolifero di Hormuz era destinato ai mercati asiatici, con la Cina che da sola assorbe circa un terzo del volume totale transitante.

Le analisi statistiche cinesi mostrano una dipendenza strutturale che non può essere azzerata nel breve termine. Oltre il 40% delle importazioni totali di greggio della Cina dipende direttamente dal passaggio sicuro attraverso le acque del Golfo. Un blocco prolungato farebbe schizzare il prezzo del petrolio Brent da una base di 60-75 dollari fino a scenari estremi di 140 dollari al barile, mettendo a rischio la ripresa economica post-pandemica e la stabilità dei prezzi interni.

Tuttavia, l’economista Gu Jiashi suggerisce che l’Iran stesso si trovi in un dilemma: il blocco totale dello stretto taglierebbe la sua unica fonte di reddito residua, rendendolo un’arma di “auto-distruzione” reciproca. Per la Cina, la priorità è esercitare pressione su Teheran affinché mantenga aperti i flussi verso l’Asia, garantendo al contempo che le esportazioni di GNL dal Qatar non vengano interrotte, un punto su cui Pechino starebbe agendo con canali diplomatici riservati.

Per mitigare questi rischi, la Cina sta accelerando la costruzione di una rete logistica continentale che bypassi i “chokepoint” marittimi controllati dagli Stati Uniti.

  • Corridori Energetici: Potenziamento degli oleodotti dalla Russia (ESPO) e dal Kazakistan.
  • Stoccaggio Strategico: Espansione delle riserve nazionali di petrolio attraverso un meccanismo duale Stato-impresa.
  • Sostituzione Energetica: Promozione del carbone pulito e delle rinnovabili per ridurre la dipendenza marginale dall’import.

La guerra tecnologica: AI, chip e droni come asset strategici

Un’intuizione centrale che emerge dalle analisi di Guancha e degli esperti di difesa cinesi è che il vero fattore determinante della guerra del 2026 non sia più il petrolio, ma il dominio tecnologico. L’efficacia dell’attacco americano-israeliano è stata garantita da una superiorità schiacciante nei sistemi di guida, nell’integrazione di dati via satellite e nell’uso di sciami di droni coordinati dall’intelligenza artificiale.

La risposta iraniana, sebbene asimmetrica, ha dimostrato che anche tecnologie meno costose possono infliggere danni significativi. L’uso di missili e droni per colpire le basi USA e i sistemi di difesa israeliani evidenzia una democratizzazione della letalità che la Cina deve studiare attentamente. Per Pechino, la lezione è chiara: la competizione tra grandi potenze si giocherà sulla capacità di innovazione rapida e sulla protezione delle catene di approvvigionamento dei semiconduttori.

Il ruolo del RMB e del sistema CIPS

Sul fronte finanziario, la guerra ha accelerato il processo di “internazionalizzazione del Renminbi per la sicurezza”. Con l’Iran escluso dai sistemi finanziari occidentali e sotto attacco diretto, il sistema di pagamento transfrontaliero cinese (CIPS) è diventato l’unico canale affidabile per il regolamento delle transazioni energetiche. Pechino vede in questa crisi l’opportunità di consolidare un “circuito chiuso” di scambi in RMB nel Medio Oriente, riducendo l’esposizione al rischio di sanzioni secondarie e costruendo un’infrastruttura finanziaria indipendente dal dollaro.

Il nodo Taiwan

Un filo conduttore che attraversa quasi tutte le analisi strategiche cinesi è la lettura del conflitto iraniano in relazione alla situazione nello Stretto di Taiwan. L’azione americana in Medio Oriente è interpretata come un messaggio indiretto, ma inequivocabile, a Pechino.

Studiosi come Li Mingjiang evidenziano come la distruzione del regime iraniano servirebbe a rimuovere una “pedina” di Pechino sulla scacchiera globale. Per anni, il Medio Oriente ha funzionato come un “secondo fronte” che ha drenato le risorse militari e l’attenzione strategica degli Stati Uniti, limitando la loro capacità di completare il “Pivot to Asia”.

Un Medio Oriente pacificato sotto l’egemonia americana permetterebbe a Washington di concentrare la totalità dei suoi gruppi di attacco di portaerei e delle sue risorse tecnologiche nel Pacifico Occidentale, aumentando drasticamente la pressione sulla Cina.

D’altro canto, analisti come Wen Jing di Tsinghua sostengono che il rischio di un impantanamento americano sia elevato. Se gli Stati Uniti non riusciranno a stabilizzare l’Iran rapidamente, la guerra diventerà un nuovo “Vietnam mediorientale”, consumando capitali e munizioni che sarebbero necessari per contenere la Cina.

La cattura di leader stranieri (come avvenuto per Maduro in Venezuela prima di Khamenei) dimostra che la rete logistica globale americana resta formidabile, ma anche che Washington è sempre più incline a soluzioni radicali e rischiose.

Il messaggio sulla “Decapitazione”

Il successo tecnologico dell’attacco di decapitazione contro Khamenei è studiato con estrema preoccupazione dai vertici militari cinesi. Dimostra che, nel 2026, la protezione fisica dei leader e la ridondanza dei sistemi di comando sono vulnerabili di fronte a armi ipersoniche e attacchi cyber coordinati. Questo spinge la Cina a investire ulteriormente in sistemi di difesa aerea integrati e in una dottrina di comando decentralizzata per garantire la continuità dello Stato in qualsiasi scenario di conflitto.

Mentre la diplomazia lavorava sui tavoli internazionali, la macchina operativa cinese si è mossa con una rapidità senza precedenti per mettere in sicurezza i propri connazionali. Al 2 marzo 2026, oltre 3000 cittadini cinesi erano già stati evacuati dall’Iran.

Logistica della protezione consolare

Il Ministero degli Esteri ha coordinato squadre di soccorso che hanno operato ai varchi di frontiera con i paesi vicini, garantendo un corridoio sicuro per i lavoratori delle aziende energetiche e delle infrastrutture. Questo sforzo riflette l’importanza che Pechino attribuisce alla stabilità interna e alla percezione del governo come protettore globale dei propri cittadini, un pilastro della legittimità nazionale nell’era della “Nuova Era”.

Dati sull’Evacuazione dei Cittadini Cinesi (Marzo 2026)

ValoreNote
Cittadini evacuati al 2 marzo3.000+.Operazione completata in meno di 72 ore dall’attacco.
Vittime civili cinesi confermate1 deceduto.Coinvolto casualmente nei bombardamenti a Teheran.
Supporto ConsolareTask force attive 24/7.Coordinamento con ambasciate in Turchia, Iraq e Pakistan.
Postura di SicurezzaLivello di Allerta Massimo.Avviso di evacuazione immediata per tutti i residenti.

Il rapporto Cina-Iran: strategico ma non assoluto

Un aspetto cruciale che emerge dalle fonti cinesi è il ridimensionamento del peso della relazione Pechino-Teheran rispetto agli interessi globali della Cina. Contrariamente a quanto percepito in Occidente, l’Iran non è considerato un alleato formale ma un “asset strategico”.

Analisti come Mohammed Alsudairi ricordano che i veri partner economici della Cina nel Golfo sono l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, i quali mantengono relazioni tese con l’Iran. La Cina, quindi, deve muoversi su un filo sottile: condannare l’azione americana per difendere il principio di sovranità, senza però alienarsi i paesi del GCC che potrebbero trarre vantaggio da un ridimensionamento dell’influenza iraniana. Il pragmatismo cinese suggerisce che Pechino sia pronta a collaborare con qualsiasi governo emergerà a Teheran, purché la stabilità regionale e i flussi energetici siano garantiti.

L’analisi del conflitto tra Iran e Stati Uniti del 2026 rivela una Repubblica Popolare Cinese profondamente consapevole della propria forza, ma anche delle proprie vulnerabilità sistemiche. La guerra viene vista come il segnale definitivo del fallimento dell’ordine internazionale basato su regole condivise, sostituito da una competizione cruda per la sopravvivenza tecnologica e la resilienza energetica.

Pechino non si limiterà a osservare passivamente. La risposta cinese si articolerà su tre livelli:

  1. Indipendenza Strategica: Accelerazione della de-dollarizzazione e della sovranità tecnologica per rendere la Cina immune alle tattiche di pressione americane viste in Iran.
  2. Diversificazione Continentale: Riduzione della dipendenza marittima attraverso il rafforzamento dell’asse eurasiatico con Russia e Asia Centrale.
  3. Diplomazia della Stabilità: Posizionamento della Cina come unica potenza capace di dialogare con tutte le parti in causa, contrapposta a un’America percepita come fonte di instabilità bellica.

Per Pechino la guerra in Iran è un monito brutale: nel 2026, la pace è solo un intervallo tra conflitti tecnologici e l’unica garanzia di sicurezza risiede nella capacità di una nazione di resistere autonomamente a uno shock totale dell’ordine mondiale.

La Cina si sta preparando a questo scenario, costruendo pezzo dopo pezzo un sistema nazionale che non dipenda più dalla benevolenza o dalla stabilità del sistema a guida statunitense.

La guerra Iran–USA–Israele: dal 28 Febbraio a oggi

Il 28 febbraio 2026, gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato un’offensiva militare coordinata e di vasta portata contro l’Iran, denominata “Operation Epic Fury”. L’attacco è scaturito dal fallimento dei negoziati diplomatici sul programma nucleare iraniano: Washington aveva chiesto lo smantellamento completo delle infrastrutture nucleari di Teheran, mentre l’Iran era disposto soltanto a discutere di limitazioni al programma in cambio della rimozione delle sanzioni, rifiutando categoricamente qualsiasi collegamento con il dossier missilistico. L’operazione era stata pianificata per mesi in coordinamento tra Washington e Tel Aviv, con la data di esecuzione stabilita settimane prima.

Il presidente Trump ha annunciato l’inizio delle operazioni in un messaggio video di otto minuti diffuso alle 2:30 di notte, ora della costa orientale americana, dichiarando esplicitamente che l’obiettivo finale era il cambio di regime a Teheran. Netanyahu, dal canto suo, ha descritto l’attacco come necessario per “eliminare la minaccia esistenziale” rappresentata dal “regime del terrorismo iraniano”.

Le dimensioni dell’offensiva

L’operazione ha mobilitato una forza militare senza precedenti nel teatro mediorientale dall’Iraq del 2003. Secondo fonti ufficiali americane, oltre 50.000 militari, 200 caccia, due portaerei e bombardieri strategici B-52 decollati dal territorio continentale americano hanno preso parte all’offensiva. Nel giro dei primi quattro giorni, gli USA hanno colpito oltre 1.700 installazioni iraniane, mentre la Forza Aerea israeliana ha condotto 1.600 missioni di volo sganciando più di 4.000 munizioni.

Gli obiettivi principali comprendevano:

  • Siti nucleari, incluso l’impianto di Natanz, i cui danni sono stati verificati dall’IAEA senza conseguenze radiologiche
  • Il compound segreto “Minzadehei” a Teheran, dove scienziati nucleari sviluppavano componenti per armi atomiche
  • Basi missilistiche, sistemi di difesa aerea e radar
  • La residenza della Guida Suprema Ali Khamenei
  • Il Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, l’ufficio presidenziale e l’edificio dell’Assemblea degli Esperti

La morte di Khamenei ed eliminazione della leadership

L’evento più sconvolgente dell’intera operazione è stato l’assassinio della Guida Suprema Ali Khamenei, 86 anni, ucciso il 28 febbraio 2026 in una serie di attacchi missilistici israeliani contro il suo complesso residenziale a Teheran. La morte è stata confermata ufficialmente dai media statali iraniani la mattina del 1° marzo. Nelle stesse operazioni sono stati eliminati il consigliere di Khamenei Ali Shamkhani, il ministro della Difesa Aziz Nasirzadeh, il vice-ministro dell’Intelligence Seyyed Yahya Hamidi, il capo dell’apparato di spionaggio Jalal Pour Hossein e il comandante della Guardia Rivoluzionaria Mohammad Bakpour.

L’Iran ha dichiarato 40 giorni di lutto nazionale e una settimana di festività nazionale. Il governo iraniano, dopo la morte di Khamenei, ha delegato i poteri ai funzionari locali per garantire la continuità amministrativa nonostante la distruzione delle strutture decisionali centrali.

La risposta dell’Iran: “Operazione Vera Promessa 4”

Nonostante i devastanti colpi subiti, Teheran ha reagito con una campagna missilistica e con droni su larga scala, denominata internamente “Operazione Vera Promessa 4”, contro basi militari americane e israeliane. L’Iran ha lanciato attacchi contro installazioni USA in Qatar, Bahrain, Kuwait, Giordania, Iraq, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica ha dichiarato la chiusura dello Stretto di Hormuz, minacciando di dare fuoco a qualunque nave tenti di attraversarlo, un’azione che ha fatto schizzare i prezzi del petrolio.

Hezbollah ha aperto un secondo fronte dal Libano meridionale contro Israele dopo la morte di Khamenei, sebbene un’offensiva su vasta scala non si sia ancora materializzata. Razzi iraniani sono stati intercettati sui cieli di Israele centrale nelle prime ore del 5 marzo 2026.

Lo scenario al 5 Marzo 2026

Con il conflitto entrato nel settimo giorno, la situazione evolve su più fronti.

Sul piano militare, gli USA e Israele mantengono la superiorità aerea completa su Teheran e continuano a colpire obiettivi in tutto l’Iran. L’IRGC ha subito perdite gravissime nella catena di comando ma, secondo fonti Reuters, ha stretto il controllo sulle decisioni di guerra, garantendo la continuazione del conflitto su una linea dura.

Sul piano diplomatico, fonti in lingua farsi citano la possibilità che Ali Larijani abbia inviato messaggi attraverso l’Oman per aprire canali di negoziato, sollevando interrogativi su una possibile frattura al vertice del potere iraniano. Trump ha offerto l’immunità ai membri della Guardia Rivoluzionaria che si arrendono, minacciando “morte certa” per chi si oppone.

Sul piano regionale, Russia e Cina hanno protestato diplomaticamente ma non sono in grado di fornire sostegno militare concreto a Teheran. Secondo Iran International, si starebbe formando una coalizione internazionale contro l’IRGC, con speculazioni sull’eventuale coinvolgimento dell’Arabia Saudita nel conflitto.

Sul piano umanitario, i bombardamenti hanno provocato almeno 787 vittime iraniane e 6 militari americani caduti. L’internet in Iran è stato oscurato e posti di blocco sono stati eretti a Teheran per contenere il flusso di informazioni.

Le reazioni della comunità internazionale

L’Unione Europea ha chiesto “massima moderazione” da tutte le parti. L’Oman, tradizionale mediatore tra Washington e Teheran, ha avvertito gli USA di non farsi “trascinare” ulteriormente nel conflitto. Gli esperti del Guardian delineano quattro possibili scenari per l’Iran: transizione politica moderata, guerra civile, caos prolungato o capitolazione negoziata. La BBC persiana sottolinea come qualsiasi nuovo leader dovrà calcolare se la sopravvivenza del regime passa dalla continuazione della guerra o dalla trattativa.

Ucraina. La guerra che Putin non riesce a vincere

La guerra in Ucraina entra nel quarto anno: perché la vittoria russa non è affatto scontata 

Il 24 febbraio 2026 segna il quarto anniversario dell’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia. Quattro anni di guerra, centinaia di migliaia di morti, un’intera regione d’Europa destabilizzata. Eppure, nonostante la narrativa martellante del Cremlino, la vittoria russa resta un miraggio. 

I numeri raccontano una storia diversa da quella che Vladimir Putin ripete nei suoi discorsi ufficiali. Le forze armate russe hanno subìto circa 1,2 milioni di perdite tra morti, feriti e dispersi dal febbraio 2022. Di questi, fino a 325.000 sono caduti sul campo di battaglia. Nessuna grande potenza ha sofferto un bilancio simile in alcun conflitto dalla Seconda guerra mondiale.

L’avanzata russa procede a ritmi che farebbero arrossire qualsiasi stratega militare. Nella direttrice di Pokrovsk, le truppe di Mosca hanno guadagnato in media appena 70 metri al giorno. Verso Chasiv Yar, 15 metri. A Kupyansk, 23 metri. Per mettere le cose in prospettiva: l’Armata Rossa impiegò 1.394 giorni dall’Operazione Barbarossa per raggiungere Berlino. La Russia ha raggiunto lo stesso numero di giorni il 19 dicembre 2025, e si trovava appena a Pokrovsk, oltre 500 chilometri da Kiev. 

Il bluff di Kupyansk 

Uno degli episodi più emblematici degli ultimi mesi riguarda la città di Kupyansk, nell’oblast di Kharkiv. Il 20 novembre 2025, il capo di Stato maggiore russo Valerij Gerasimov ha annunciato la “piena liberazione” della città davanti a Putin. Il presidente russo ha rilanciato la notizia il 2 dicembre, invitando giornalisti stranieri “a visitare la città e verificare di persona”. L’invito, naturalmente, non si è mai concretizzato. 

La realtà era ben diversa. Il 12 dicembre 2025, le forze ucraine hanno lanciato un contrattacco preparato per settimane. Il Secondo Corpo della Guardia Nazionale ucraina ha liberato i villaggi di Kindrashivka e Radkivka, a nord di Kupyansk, oltre a porzioni della città stessa. Le truppe ucraine hanno raggiunto il fiume Oskil, tagliando le linee di comunicazione terrestri dei russi e circondando circa 200 soldati nemici. 

La scena più potente è arrivata con la visita del presidente Volodymyr Zelensky alla periferia di Kupyansk, a soli 2,6 chilometri dalla piazza centrale. Con indosso un giubbotto antiproiettile e il monumento con il nome della città danneggiato alle spalle, ha pronunciato una frase secca: “La realtà parla da sé”. Nel video si sentivano le esplosioni sullo sfondo. Il generale russo Sergey Kuzovlev, che aveva annunciato a Putin la “cattura completa” della città, era nel frattempo scomparso dalla scena pubblica. 

La Russia ha poi fissato una nuova scadenza: riprendere Kupyansk entro febbraio 2026. Anche questa è sfumata, con gli assalti russi sistematicamente respinti.

300 chilometri quadrati riconquistati nel sud 

Ucraina mappa

La controffensiva più significativa del 2026 è avvenuta nella regione di Zaporizhzhia. A partire dalla fine di gennaio, le forze ucraine hanno lanciato una serie di operazioni d’assalto e contrattacco nell’area di Huliaipole e nelle direttrici adiacenti. 

Il risultato è stato sorprendente. Entro il 20 febbraio, l’Ucraina aveva liberato oltre 300 chilometri quadrati di territorio, il guadagno territoriale più rapido degli ultimi due anni e mezzo. Solo tra l’11 e il 15 febbraio, le forze ucraine hanno riconquistato oltre 200 chilometri quadrati, un’area quasi equivalente a tutti i guadagni territoriali russi nel mese di dicembre 2025. 

I villaggi liberati includono Ternuvate, Kosivtseve, Prydorozhne e Staroukrainka nella regione di Zaporizhzhia, oltre a Chuhunivka nell’oblast di Kharkiv. In un episodio particolarmente significativo, le forze russe avevano filmato la loro “vittoria” nel villaggio di Ternuvate con i droni. Un’ora dopo, i soldati ucraini avevano eliminato l’intero gruppo.

Vladyslav Voloshyn, portavoce delle Forze di difesa del sud dell’Ucraina, ha confermato che le truppe conducono fino a 50 scontri al giorno sulle direttrici di Huliaipole e Oleksandrivka. Le élite ucraine, incluso il 425° Reggimento d’assalto equipaggiato con carri armati M-1 Abrams di provenienza australiana, sono state ridislocate dalla direttrice di Pokrovsk per rinforzare il fronte meridionale. 

Una macchina militare che si inceppa 

Dietro le dichiarazioni trionfali di Mosca si nasconde una crisi di reclutamento sempre più grave. Le forze armate russe necessitano di 30.000-35.000 nuove reclute al mese per compensare le perdite al fronte, ma dal l’estate 2025 non riescono più a raggiungere questa soglia. 

Il numero di contratti firmati nel 2025 è stato di 422.000, in calo del 6% rispetto ai 450.000 del 2024. È stato lo stesso vicepresidente del Consiglio di sicurezza Dmitry Medvedev a riconoscere implicitamente il problema, citando quella cifra come un successo mentre in realtà evidenziava il declino. 

Céline Marangé, ricercatrice dell’Istituto di ricerca strategica della Scuola militare francese (IRSEM), ha descritto la situazione in termini netti: “Dall’estate 2025, le autorità hanno più difficoltà a reclutare, mentre le perdite restano praticamente invariate”. 

I reclutatori hanno ricevuto istruzioni di “trovare quanti più candidati possibile, indipendentemente dal profilo”. Le conseguenze sono prevedibili. Una fonte dell’amministrazione moscovita del reclutamento ha descritto al media indipendente Verstka la qualità dei nuovi arruolati: “Alcolizzati, tossicodipendenti, semi-senzatetto. Erano disoccupati, uomini soli e indebitati”. 

I bilanci regionali sono sotto pressione estrema. Molte regioni hanno già tagliato i generosi bonus di arruolamento che in precedenza attiravano i volontari verso il fronte. Le province più povere e le repubbliche etniche continuano a sopportare il peso maggiore delle perdite umane, mentre Mosca e San Pietroburgo restano relativamente protette.

Il generale ucraino Oleksandr Syrskiy ha dichiarato la scorsa settimana che la Russia non è stata in grado di compensare le perdite subite sul campo di battaglia nel 2025. Alcuni funzionari della difesa occidentale concordano: negli ultimi tre mesi, la Russia ha reclutato tra i 30.000 e i 35.000 soldati al mese, ma ne ha persi di più tra morti e feriti. 

Il petrolio non basta più 

L’economia russa, l’altra gamba su cui Putin sostiene lo sforzo bellico, mostra crepe profonde. I ricavi da petrolio e gas sono crollati del 24% nel 2025, raggiungendo il livello più basso dal 2020. La quota degli idrocarburi nel bilancio federale è scesa dal 40% del 2022 ad appena il 25%.

Il deficit di bilancio russo ha toccato il 2,6% del PIL nel 2025, il più alto dal 2020, pari a 5,6 trilioni di rubli (circa 72 miliardi di dollari). I ricavi totali del bilancio sono calati del 7,5% rispetto alle previsioni iniziali. 

Per tamponare la falla, il Cremlino ha aumentato le tasse. L’IVA è passata dal 20% al 22% dal 1° gennaio 2026, l’imposta sulle società è salita dal 20% al 25%, e sono state introdotte aliquote più alte per l’imposta sul reddito. Si tratta delle tasse più alte dall’era sovietica nel settore della difesa. 

Secondo un’analisi del Centre for Research on Energy and Clean Air, i ricavi complessivi della Russia dalle esportazioni di petrolio, gas, carbone e prodotti raffinati hanno raggiunto i 193 miliardi di euro nell’anno conclusosi il 24 febbraio 2026, con un calo del 27% rispetto al periodo pre-invasione. E questo nonostante i volumi di esportazione del greggio siano rimasti addirittura superiori del 6% rispetto ai livelli pre-guerra: Mosca è semplicemente costretta a vendere il proprio petrolio a prezzi scontati. 

La crescita del PIL è rallentata allo 0,6% nel 2025, e il Fondo Monetario Internazionale prevede un modesto 0,8% per il 2026. Il settore manifatturiero ha registrato sette mesi consecutivi di contrazione nel 2025. Le fabbriche di carri armati lavorano a pieno regime, ma i produttori di automobili hanno ridotto i turni. Il costo della guerra si aggira intorno ai 170 miliardi di dollari all’anno

L’economista moscovita Vladislav Inozemtsev ha sintetizzato la situazione: “Putin probabilmente spingerà la banca centrale a stampare più denaro, continuerà ad alzare le tasse, a vendere asset statali e a nazionalizzare imprese. Questo gli permetterà di raccogliere fondi sufficienti a sostenere la guerra nel 2026 e probabilmente nel 2027”. Ma il prezzo lo pagano i cittadini russi, stretti tra un’inflazione a doppia cifra e servizi pubblici sempre più ridotti. 

Una potenza in declino 

L’analisi del CSIS dipinge un quadro impietoso della Russia come potenza globale. Il PIL nominale russo è più vicino a quello del Canada o dell’Italia che a quello di Stati Uniti, Cina o Germania. Nemmeno una singola azienda russa figura tra le prime 100 compagnie tecnologiche al mondo per capitalizzazione di mercato. Gli Stati Uniti dominano con Nvidia, Apple, Google, Microsoft e Amazon. Anche Cina, Taiwan, Corea del Sud, Paesi Bassi e molti altri sono rappresentati. La Russia no. 

L’industria spaziale russa, un tempo fiore all’occhiello nazionale, ha toccato i minimi storici. Roscosmos ha effettuato solo 17 lanci orbitali nel 2025, contro i 193 degli Stati Uniti (guidati da SpaceX) e i 92 della Cina. L’ultimo incidente, nel dicembre 2025, ha causato gravi danni alla rampa di lancio utilizzata per inviare astronauti alla Stazione Spaziale Internazionale. 

Nell’intelligenza artificiale, la Russia si classifica 28esima su 36 paesi secondo Stanford University. Il miglior modello AI russo è inferiore persino alle versioni precedenti di ChatGPT e Gemini. 

Il ministro delle forze armate britannico Alistair Carns ha offerto un paragone eloquente: “La Russia è in guerra da più tempo di quanto lo fu nella Seconda guerra mondiale, ha perso oltre 4.000 carri armati e 10.000 veicoli corazzati, e la sua marina è stata sostanzialmente distrutta da un paese che non ha mai avuto una marina”. 

I negoziati che non decollano 

Sullo sfondo di tutto questo, i negoziati di pace restano in stallo. Il presidente Donald Trump, che in campagna elettorale aveva promesso di porre fine alla guerra “in un giorno”, si trova di fronte a una realtà ben più complessa. Il vertice con Putin ad Anchorage, in Alaska, nell’estate 2025 non ha prodotto risultati concreti. La scadenza del Ringraziamento fissata da Trump per un accordo è sfumata. Quella di giugno è stata smentita dalla Casa Bianca.

I colloqui di Ginevra del 18 febbraio 2026, guidati dal genero di Trump Jared Kushner e dall’inviato speciale Steve Witkoff, si sono conclusi dopo appena due ore. 

I critici sostengono che Putin stia semplicemente prendendo tempo. La strategia è chiara: convincere Washington che un accordo è vicino, mentre sul terreno l’esercito russo continua a lanciare missili e droni sulle città ucraine. Trump ha ridotto drasticamente il sostegno americano a Kiev, sospendendo in un’occasione persino l’accesso all’intelligence dopo uno scontro con Zelensky, e ha bloccato la fornitura di armi gratuite. 

“Gli americani tornano frequentemente sul tema delle concessioni”, ha dichiarato Zelensky alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco il 14 febbraio. “Troppo spesso le discussioni sulle concessioni si concentrano solo sull’Ucraina, non sulla Russia”. 

Seth Jones, presidente del dipartimento Difesa e Sicurezza del CSIS, ha inquadrato la dinamica in modo incisivo. Putin offre accordi economici a Trump per tentarlo a tagliare il sostegno all’Ucraina o a costringere Kiev a cedere territori che il suo esercito non è riuscito a conquistare. “Questa è la vera svolta in una guerra che il suo esercito non è in grado di vincere”, ha detto Jones. “La vera speranza è che gli Stati Uniti vengano in loro aiuto”. 

La propaganda che vacilla 

Un dato forse più significativo di tutti riguarda l’opinione pubblica russa. Secondo un sondaggio citato dal CSIS, nel maggio 2023 il 57% dei russi riteneva che la maggior parte delle persone nel proprio circolo sociale sostenesse la guerra, contro il 39% che vi si opponeva. Nell’ottobre 2025, quei numeri si sono invertiti: il 55% percepiva un’opposizione alla guerra nel proprio ambiente, contro il 45% di sostegno. 

Nonostante questo, il Cremlino ha aumentato del 54% i finanziamenti ai media statali nel 2026, segnalando un impegno crescente nella guerra dell’informazione. La macchina propagandistica è progettata per sostenere il consenso interno e convincere il pubblico estero, in particolare a Washington, che la guerra procede con successo.

Ma i fatti parlano con voce sempre più forte della propaganda. L’Ucraina continua a combattere, a contrattaccare e a infliggere perdite devastanti. La Russia continua ad avanzare, sì, ma di poche decine di metri al giorno, pagando un prezzo in vite umane e risorse economiche che nessun altro paese al mondo accetterebbe. 

La vera domanda non è se la Russia possa vincere questa guerra sul campo di battaglia. I dati suggeriscono che non può, almeno non alle condizioni attuali. La vera domanda è se la comunità internazionale, e in particolare gli Stati Uniti, permetteranno a Mosca di ottenere al tavolo dei negoziati ciò che le sue truppe non sono riuscite a conquistare nelle trincee del Donbas e nelle pianure di Zaporizhzhia. È questa la posta in gioco mentre la guerra entra nel suo quinto, interminabile anno. 

Fonti

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Il Messico all’indomani di “El Mencho”: tra assedio dei cartelli e pressione degli Stati Uniti

Un’operazione “storica” che apre una nuova fase

L’uccisione di Nemesio Rubén Oseguera Cervantes, noto come “El Mencho”, segna uno spartiacque nella guerra messicana contro i cartelli. Il leader del Cártel Jalisco Nueva Generación, considerato il capo dell’organizzazione criminale più potente del Paese, è stato colpito a morte in uno scontro con l’esercito nel suo Stato natale, il Jalisco, durante un tentativo di cattura. Poche ore dopo, il Paese è precipitato in una nuova spirale di violenza, con strade bloccate, veicoli incendiati, scuole chiuse e cittadini invitati a restare in casa in numerosi Stati.

Per il governo di Claudia Sheinbaum è un successo apparente ma anche un rischio enorme. La presidente ha invitato alla calma e ha annunciato che la maggior parte dei blocchi stradali eretti in almeno 20 Stati è stata rimossa entro la fine del weekend. Allo stesso tempo, la Casa Bianca ha confermato di aver fornito supporto di intelligence all’operazione ed elogiato l’esercito messicano per aver neutralizzato uno dei criminali più ricercati da entrambe le sponde del confine. Il messaggio è duplice: il Messico vuole mostrare capacità autonoma di risposta, ma lo fa sotto la lente e le aspettative degli Stati Uniti.

In questo quadro, la figura di Claudia Sheinbaum viene immediatamente proiettata al centro di un equilibrio delicato tra consenso interno, lotta al crimine organizzato e relazioni con Washington.

Il cartello che ha riscritto le regole della violenza

Il Cártel Jalisco Nueva Generación, nato come costola del Cartello del Milenio e cresciuto rapidamente a partire dal 2009, è oggi considerato il gruppo criminale più aggressivo e militarizzato del Messico. Sotto la guida di El Mencho, ex poliziotto divenuto narcotrafficante, il CJNG ha costruito una struttura gerarchica con capi regionali e un modello di “franchising” che ha permesso l’espansione oltre le roccaforti tradizionali di Jalisco, Colima e Nayarit. Il cartello ha diversificato le rotte del narcotraffico, puntando sui corridoi chiave tra Pacifico e Atlantico e sul controllo dei passaggi verso il confine nord, mentre consolidava la presenza in Stati come Michoacán, Guanajuato e Zacatecas.

La sua ascesa si è accompagnata a una strategia di violenza esibita: attacchi a forze di sicurezza, uso di armi pesanti, convogli paramilitari, campagne di terrore contro comunità locali. Diverse analisi descrivono il CJNG come un attore quasi proto‑militare, con reparti speciali, addestramento strutturato per i sicari e una capacità di intimidazione che va dalla corruzione di funzionari ai messaggi mediatici brutali. Non è solo un cartello “di frontiera” ma un sistema ibrido, che combina traffico di droga, estorsioni, controllo territoriale e penetrazione nelle istituzioni locali.

In questo senso, l’eliminazione di El Mencho colpisce il vertice ma non necessariamente smantella l’architettura operativa del gruppo, che da anni si regge su una rete di comandanti regionali e alleanze locali.

Il marchio di “organizzazione terroristica” e la dottrina Trump

Nel 2025 l’amministrazione di Donald Trump ha compiuto un passo che ha ribaltato il quadro giuridico e politico dei rapporti con il Messico: il CJNG è stato formalmente designato come “foreign terrorist organization”. La decisione ha avuto implicazioni concrete, dal congelamento di asset alla possibilità di utilizzare strumenti antiterrorismo per colpire reti di supporto, ma soprattutto ha caricato i cartelli di un significato politico che va oltre il crimine organizzato tradizionale. La designazione ha consolidato l’idea di un nemico che, dal punto di vista statunitense, non è molto distante da attori insurrezionali.

Trump ha ripetutamente sostenuto che i cartelli governano il Messico e ha minacciato, nel corso della campagna del 2024 e poi dalla Casa Bianca, tariffe punitive e persino azioni militari unilaterali oltre confine se Città del Messico non avesse mostrato “risultati” nella lotta al fentanyl e al narcotraffico. La definizione del CJNG come entità terroristica si inserisce in questa linea di pressione, rafforzando l’idea di un conflitto che agli occhi di Washington assomiglia sempre più a una guerra contro attori quasi statuali. Per Sheinbaum, che ha ereditato un’agenda di sicurezza già segnata dalla militarizzazione e dalle richieste statunitensi, questo significa muoversi in uno spazio ristretto.

Da un lato deve contenere la violenza interna, mantenendo un consenso che finora è rimasto elevato, dall’altro deve dimostrare alla Casa Bianca che il Messico è un partner affidabile, capace di agire senza bisogno di truppe statunitensi sul proprio territorio. In questo quadro, il marchio di organizzazione terroristica attribuito al CJNG diventa anche un’arma retorica, che alimenta l’idea di una minaccia esistenziale ma al tempo stesso offre a Washington una giustificazione per invocare misure sempre più intrusive.

Sheinbaum tra “kingpin strategy” e nuova dottrina di sicurezza

Claudia Sheinbaum ha più volte criticato la cosiddetta “kingpin strategy”, la tattica che punta a colpire i leader dei cartelli nella convinzione che la decapitazione dei vertici indebolisca le organizzazioni. L’esperienza degli ultimi vent’anni in Messico racconta spesso l’opposto: la rimozione di un capo ha prodotto frammentazione, lotte interne, riallineamenti violenti sul territorio. Nonostante queste critiche, la morte di El Mencho dimostra che il governo continua a utilizzare, almeno in parte, lo stesso approccio, ora incardinato in una cornice di cooperazione più strutturata con gli Stati Uniti.

Negli ultimi mesi il governo Sheinbaum ha consegnato numerosi presunti narcotrafficanti alle autorità statunitensi e ha intensificato le estradizioni di figure simboliche, per segnalare un cambio di passo nella collaborazione giudiziaria. La presidente ha anche incaricato il ministro degli Esteri di rafforzare il coordinamento con Washington dopo le minacce di Trump su possibili “attacchi di terra” contro i cartelli. Il messaggio verso l’esterno è quello di un Messico che non solo coopera, ma anticipa le richieste del vicino settentrionale attraverso operazioni mediaticamente dirompenti come quella contro El Mencho.

Sul fronte interno la narrazione è diversa. Sheinbaum insiste su una strategia che dovrebbe combinare azione militare, politiche sociali e rafforzamento istituzionale, nel tentativo di superare il paradigma esclusivamente repressivo dei governi precedenti. Tuttavia, le immagini di blindati, soldati dispiegati nelle strade e città paralizzate dai blocchi del CJNG alimentano la percezione di un Paese che continua a rispondere con la forza a cartelli sempre più militarizzati. È in questo spazio di ambivalenza che si gioca la credibilità politica interna della presidente, tra la promessa di una sicurezza “diversa” e la realtà di un conflitto che assomiglia ancora a una guerra a bassa intensità.

La giornata di fuoco dopo la morte di El Mencho

Le ore successive all’operazione contro El Mencho hanno confermato i timori di chi vede nella “decapitazione” dei leader un detonatore di violenza. Da Jalisco ad altri Stati dell’ovest e del centro del Paese, gruppi armati presumibilmente affiliati al CJNG hanno eretto centinaia di blocchi stradali, incendiato camion, auto e autobus, attaccato infrastrutture e costretto la chiusura di scuole e attività. Alcune testimonianze parlano di comunità isolate, di famiglie che hanno preferito non uscire di casa, di una paura che riecheggia le giornate più dure della guerra al narcotraffico.

In Stati come Michoacán, dove la presenza del CJNG si intreccia con la frammentazione di milizie locali e la debolezza delle istituzioni, i residenti hanno denunciato ancora una volta la lentezza o l’assenza delle forze federali nelle prime fasi degli attacchi. Non è la prima volta che accade: reportage e studi degli ultimi anni raccontano un Messico in cui le comunità rurali si trovano spesso ad affrontare da sole la violenza dei cartelli, con polizie locali male equipaggiate e un esercito che interviene in modo disomogeneo.

Le scene di strade deserte, mezzi bruciati, famiglie in fuga riportano al centro del dibattito la questione del controllo territoriale, più che del semplice controllo delle rotte del narcotraffico. È su questo terreno, fatto di municipi vulnerabili, economie informali e Stato assente, che il CJNG ha costruito gran parte della propria influenza locale.

Il peso di Washington e la geografia del consenso

Per Trump, l’operazione che ha portato alla morte di El Mencho è una conferma della linea dura adottata verso i cartelli. Il presidente statunitense ha insistito sul fatto che il Messico debba fare “molto di più” per contrastare il traffico di fentanyl e altri stupefacenti, ribadendo la minaccia di tariffe e azioni unilaterali se i risultati non saranno ritenuti sufficienti. In questo clima, ogni grande operazione in Messico assume un significato che va oltre la sicurezza interna e diventa un messaggio politico diretto a Washington.

Sul piano interno Sheinbaum si trova in una posizione paradossale. Da un lato mantiene un livello di approvazione elevato, grazie anche a politiche sociali e a una comunicazione che insiste sulla continuità con il progetto di trasformazione avviato dal suo predecessore. Dall’altro lato, la violenza persistente in Stati come Michoacán, Guanajuato e Zacatecas e le proteste di settori della società civile e della Generazione Z contro la militarizzazione del Paese evidenziano una frattura tra la narrazione ufficiale e l’esperienza quotidiana di molte comunità.

A questo si aggiunge la crescente percezione che il margine di autonomia del Messico nelle politiche di sicurezza sia sempre più condizionato dalle priorità statunitensi, anche in vista di appuntamenti come il Mondiale del 2026, per cui Washington chiede stabilità lungo tutto il Nord America. La geopolitica si intreccia così con la politica interna, trasformando ogni decisione su estradizioni, operazioni militari e trattative con Washington in un atto dal forte valore simbolico. In questo scenario, la stessa parola sovranità nazionale finisce al centro del dibattito pubblico, evocata tanto da chi chiede di respingere eventuali interventi diretti degli Stati Uniti quanto da chi invoca una più efficace difesa del territorio contro i cartelli.

Dopo El Mencho: rischio frammentazione o consolidamento

La morte di El Mencho apre ora interrogativi sul futuro del CJNG e sulla geografia criminale del Messico. Gli analisti ricordano che ciò che accade dopo la scomparsa del leader è spesso più importante dell’operazione stessa: alcuni cartelli si sono frantumati in una costellazione di gruppi più piccoli e imprevedibili, altri hanno visto emergere figure di successione che hanno mantenuto o persino ampliato il raggio d’azione. La struttura relativamente centralizzata del CJNG e la presenza di comandanti regionali con forte potere potrebbero favorire una transizione guidata, ma anche alimentare lotte interne per la leadership.

Un altro fattore è la competizione con il Cartello di Sinaloa e le sue fazioni, già impegnate in scontri interni e in guerra aperta in diversi Stati. Se il CJNG dovesse mostrare segni di debolezza organizzativa, altre organizzazioni potrebbero cercare di riempire il vuoto territoriale e logistico, innescando nuove ondate di violenza su scala regionale. Al tempo stesso, non è escluso che figure vicine a El Mencho, come storici luogotenenti e membri della famiglia, tentino di capitalizzare l’aura del leader scomparso per ricompattare il cartello attorno a una linea di continuità.

Per lo Stato messicano, la vera prova inizierà nei prossimi mesi: contenere le reazioni del CJNG, prevenire guerre per il controllo di territori e rotte, evitare che l’operazione si risolva in una vittoria di facciata seguita da un’escalation fuori controllo. In gioco non c’è soltanto l’efficacia della strategia di sicurezza, ma la capacità stessa delle istituzioni di recuperare legittimità pubblica nelle aree dove per anni l’unico potere percepito è stato quello dei cartelli.

Un Paese tra paura e resistenza

Per milioni di messicani, l’operazione contro El Mencho non è solo una notizia di geopolitica o di cooperazione internazionale. È l’ennesimo capitolo di una storia fatta di strade improvvisamente vuote, sirene nella notte, scuole che chiudono, famiglie che imparano a leggere i segnali della violenza prima ancora dei comunicati ufficiali. Nelle regioni più colpite, le comunità sembrano sospese tra paura e resistenza, abituate a convivere con attori armati che impongono regole, tasse informali e coprifuoco di fatto.

In questo contesto, il successo nel colpire un singolo capo rischia di apparire lontano dalla quotidianità di chi vive tra estorsioni, reclutamenti forzati e assenza di servizi pubblici fondamentali. La sfida per Sheinbaum sarà trasformare l’operazione contro El Mencho in un punto di svolta reale, capace di tradursi in maggior sicurezza percepita e in una presenza più solida dello Stato sul territorio, e non solo in un trofeo da esibire sul piano diplomatico. Se questo passaggio fallirà, il rischio è che l’eliminazione del leader del CJNG si aggiunga alla lunga lista di vittorie incomplete che hanno segnato la storia recente del Messico, lasciando intatta la sensazione di vivere in un Paese perennemente in bilico tra speranza e assedio.