La vasta epurazione militare lanciata da Xi Jinping ai vertici dell’Esercito Popolare di Liberazione non è un semplice regolamento di conti interno, ma un passaggio che potrebbe ridisegnare gli equilibri di potere in Asia e ridefinire i tempi e le modalità della pressione cinese su Taiwan.
La rimozione in serie di generali e alti ufficiali, molti dei quali legati alla Rocket Force responsabile dei missili convenzionali e nucleari, apre una fase di apparente vulnerabilità militare per Pechino ma, nel medio periodo, mira a costruire uno strumento più leale, centralizzato e potenzialmente aggressivo verso l’isola che Pechino considera una “provincia ribelle”.
Xi, il partito e il controllo della pistola
Fin dal suo arrivo al potere, Xi Jinping ha ripetuto che il Partito deve mantenere il controllo assoluto sulle forze armate, trasformando questa formula in una vera ossessione politica e in un programma sistematico di epurazioni e ristrutturazioni nel mondo militare.
Negli ultimi anni la campagna anticorruzione nell’Esercito Popolare di Liberazione ha colpito decine di ufficiali di grado elevato in ogni forza armata e in ogni comando teatrale, oltre a numerosi dirigenti dell’industria della difesa. Si tratta di una campagna continua che ha già demolito intere reti di potere, presentate alla pubblica opinione come esempi di “grave violazione della disciplina e della legge”.
La logica di Xi è duplice: eliminare le reti di lealtà legate ai suoi predecessori e prevenire qualsiasi forma di potere autonomo capace di sfidare il centro politico, mentre si porta avanti una modernizzazione accelerata delle forze armate.
Le epurazioni non sono dunque un fenomeno episodico, ma l’ultima ondata di una lunga serie che ha già visto cadere ex capi di stato maggiore, responsabili politici del PLA e figure considerate fino a poco tempo fa intoccabili. In questo quadro il controllo di Xi sulla Commissione Militare Centrale diventa sempre più personalistico, con la progressiva rimozione di figure che rappresentavano, almeno formalmente, un contrappeso collegiale alla sua leadership.
La caduta di Zhang Youxia e il terremoto nella Rocket Force
Il segnale più clamoroso della nuova ondata è l’apertura di un’inchiesta contro Zhang Youxia, vice presidente della Commissione Militare Centrale e per anni considerato uno dei più stretti alleati di Xi, insieme al comandante operativo Liu Zhenli.
I due sono accusati di “gravi violazioni della disciplina e della legge”, formula che nel gergo politico cinese rimanda a una combinazione di corruzione, infedeltà politica e gestione opaca dei programmi militari più sensibili. L’indagine su Zhang Youxia è particolarmente significativa perché, prima di diventare il numero due della gerarchia militare, aveva guidato il dipartimento responsabile per lo sviluppo degli armamenti, lo stesso settore in cui il suo successore è stato travolto da accuse di corruzione legate ai programmi missilistici e aerospaziali.
Il cuore della crisi resta però la Rocket Force, la forza che gestisce sia i missili nucleari sia gran parte dell’arsenale convenzionale a lungo raggio, elemento chiave di qualsiasi operazione contro Taiwan. A partire dalla metà degli anni recenti, il comandante della Rocket Force e altri alti ufficiali sono stati rimossi in modo improvviso, con successive conferme di indagini per corruzione e presunte irregolarità nei programmi d’armamento.
Le inchieste hanno colpito due comandanti consecutivi della Rocket Force, un evento senza precedenti che suggerisce problemi strutturali nel ramo più strategico delle forze armate cinesi, sia sul fronte della lealtà politica sia su quello della reale efficacia operativa dei sistemi d’arma.
Alcune analisi internazionali riportano che almeno cinque alti ufficiali epurati avevano legami diretti con la Rocket Force e che pezzi importanti della catena di comando missilistica sono stati sostituiti in rapida successione, alimentando sospetti di diffusa malversazione, falsificazione di dati sull’affidabilità dei mezzi e possibili falle di sicurezza.
In questo contesto, Xi avrebbe ritenuto preferibile correre il rischio di un temporaneo indebolimento delle capacità missilistiche pur di avere un sistema più affidabile, controllabile e politicamente allineato nel medio periodo. La scelta di colpire Rocket Force indica quanto Pechino tema non solo le capacità militari avversarie, ma anche la possibilità che corruzione e incompetenza compromettano una delle campagne più delicate della sua storia moderna, l’eventuale operazione contro Taiwan.
Taiwan tra sollievo temporaneo e timori per il futuro
A Taipei, la lettura della purga è inevitabilmente ambivalente. Da un lato, diversi analisti sottolineano che la rimozione di così tanti ufficiali di vertice, in particolare nella Rocket Force e nei comandi responsabili delle operazioni nello Stretto, comporta una degradazione immediata dell’efficacia operativa del PLA.
Ricercatori e think tank locali parlano di un beneficio di breve periodo per Taiwan, perché le epurazioni creano colli di bottiglia nello sviluppo delle capacità combattive cinesi, rallentano processi decisionali complessi e generano incertezza tra gli ufficiali di medio livello. Questo “dividendo di instabilità” viene percepito come una finestra di tempo in cui la minaccia di un attacco convenzionale su larga scala appare meno plausibile.
Il ministro della Difesa di Taiwan ha definito “anomali” i cambiamenti in corso ai vertici militari cinesi e ha precisato che Taipei sta monitorando attentamente la situazione per decifrare le intenzioni di Pechino attraverso una combinazione di intelligence, osservazione delle esercitazioni e analisi del linguaggio politico.
Taiwan teme in particolare che la fase di ristrutturazione possa tradursi in una maggiore propensione di Xi a usare la forza in caso di crisi politica interna, per riaffermare la propria immagine di leader forte e incontestato.
Un’assenza di contrappesi reali nella catena di comando aumenta la probabilità che decisioni rischiose, come un’azione militare contro l’isola, vengano prese sulla base di calcoli politici più che strategici, senza un dibattito interno in grado di frenare gli impulsi più azzardati.
Questo rischio convive con un altro dato: la Cina ha intensificato negli ultimi anni le esercitazioni intorno all’isola, includendo manovre congiunte di esercito, marina, aviazione e Rocket Force nello Stretto, a nord e a sud di Taiwan, con droni e aerei che simulano accerchiamenti e interdizione delle linee di comunicazione. Anche se tali manovre, spesso descritte dalla stampa cinese come “avvertimenti ai separatisti” e alle interferenze esterne, non equivalgono a un piano di invasione imminente, rappresentano un laboratorio tattico e psicologico che abitua l’opinione pubblica cinese all’idea di una pressione militare costante sull’isola. Il paradosso per Taiwan è che una Cina temporaneamente meno pronta dal punto di vista tecnico potrebbe rivelarsi più imprevedibile sul piano politico, se Xi dovesse decidere di compensare le vulnerabilità interne con gesti di forza all’esterno.
La dimensione internazionale e le finestre di opportunità
Un altro elemento decisivo nel calcolo strategico di Xi è il contesto internazionale, a partire dagli Stati Uniti, dove la presidenza di Donald Trump appare concentrata su altre priorità, dal confronto con l’Iran al dossier economico interno. Alcune analisi sottolineano che, con Washington impegnata su più fronti e con la politica interna al centro del dibattito, Pechino ritiene di avere una relativa libertà di manovra per “fare pulizia” nei vertici militari senza temere immediate escalation di crisi su Taiwan. La purga avviene quindi in un momento in cui la deterrenza americana è percepita come meno focalizzata sul teatro indo‑pacifico, almeno sul piano della percezione pubblica.
Non va dimenticato però che documenti strategici statunitensi indicano un orizzonte temporale entro cui la Cina punta a completare la modernizzazione dei propri strumenti militari necessari a un’eventuale azione contro Taiwan. Questo scenario coincide con il tentativo di Xi di consolidare un mandato prolungato alla guida del Partito e del Paese, trasformando il suo potere in una leadership quasi a vita subordinata solo alla tenuta del sistema. La purga attuale può quindi essere letta come una tappa intermedia di una corsa a tappe forzate: sacrificare l’efficienza del presente per costruire, entro pochi anni, un apparato più coeso, meno permeabile alla corruzione e più disposto a seguire ordini rischiosi senza obiezioni. Se si considera il calendario politico a Taipei e a Pechino, la finestra tra i prossimi appuntamenti chiave potrebbe diventare il banco di prova decisivo per capire se la pressione su Taiwan resterà sotto la soglia della guerra o verrà spinta più vicino al punto di rottura.
Nel frattempo, le capitali asiatiche ed europee osservano con crescente preoccupazione la combinazione tra crescente assertività cinese e fragilità interne del sistema militare di Pechino. Alcuni commentatori nel mondo arabo sottolineano come il modello cinese di “stabilità autoritaria” non sia immune dalle stesse patologie che Pechino critica in Occidente, a partire dalla corruzione, e notano che un esercito impegnato in continue epurazioni rischia di diventare imprevedibile proprio nei momenti di crisi. In Israele e nei circoli strategici che guardano alla triangolazione tra Washington, Pechino e Teheran, la purga è letta come il segnale di una volontà cinese di blindare il proprio sistema di comando, pur a costo di generare incertezze nel breve periodo sulle reali capacità di deterrenza della sua forza missilistica.
Il costo militare e psicologico di una purga continua
Oltre ai numeri e ai nomi degli epurati, la purga ha un effetto meno visibile ma forse ancora più rilevante: la trasformazione del clima interno all’Esercito Popolare di Liberazione. La caduta di figure di primo piano, spesso senza spiegazioni pubbliche dettagliate, alimenta un senso di precarietà tra i quadri, consapevoli che l’accusa di corruzione può diventare anche uno strumento per regolare conti politici o per eliminare potenziali rivali.
L’idea che “nessuno è al sicuro” finisce per spingere gli ufficiali a concentrarsi più sulla sopravvivenza politica che sull’innovazione militare, con possibili ripercussioni sulla capacità del PLA di condurre operazioni complesse e coordinate.
La Rocket Force, che dovrebbe garantire la prontezza e l’affidabilità dell’arsenale missilistico, è particolarmente esposta a questo clima di sospetto. Le indiscrezioni su problemi di qualità in alcune famiglie di missili, sugli scandali nei programmi di procurement e sulle presunte manipolazioni dei test alimentano interrogativi sulla reale capacità cinese di sostenere un conflitto ad alta intensità nello Stretto di Taiwan o contro altre potenze regionali.
In parallelo, la necessità di collocare rapidamente nuovi comandanti fedeli può portare alla promozione accelerata di ufficiali con meno esperienza, selezionati più per affidabilità politica che per merito professionale. In un settore tecnologico delicato come quello missilistico, il rischio che errori di calcolo, malfunzionamenti o fraintendimenti alimentino escalation indesiderate non può essere sottovalutato.
C’è anche un costo psicologico esterno: la percezione di un esercito sotto pressione e di un leader costretto a rimuovere i suoi più fidati collaboratori alimenta una narrazione di fragilità del sistema cinese che potrebbe, a sua volta, influenzare i calcoli di altri attori. Alcuni analisti occidentali e mediorientali osservano che un PLA attraversato da purghe potrebbe scoraggiare avversari e alleati dal prendere sul serio le sue minacce oppure, al contrario, spingere potenze rivali a testare i limiti della deterrenza cinese.
Nel caso di Taiwan ogni esercitazione ogni sorvolo e ogni manovra navale possono trasformarsi in momenti di tensione acuta, in cui il rischio di un incidente non voluto si somma alla possibilità che, in un contesto di comando stressato, una scintilla sia interpretata come un casus belli.
Taiwan al centro di un gioco lungo
L’elemento che unisce le diverse letture della purga, da Taipei a Washington, passando per media europei, arabi ed ebraici, è l’idea che Xi Jinping stia giocando una partita di lungo periodo in cui la questione di Taiwan rimane il banco di prova decisivo della sua leadership.
Nella visione del leader cinese, la “riunificazione” con l’isola non è soltanto un obiettivo strategico, ma anche un tassello centrale della propria eredità politica e del progetto di “rinascita nazionale” proiettato verso la metà del secolo. La purga dell’apparato militare e in particolare della Rocket Force va letta come il tentativo di assicurarsi che, quando questo confronto entrerà nella fase più acuta, Xi possa fare affidamento su una catena di comando assolutamente leale, su sistemi d’arma realmente funzionanti e su un ambiente politico dove nessuna figura militare possa trasformarsi in fattore di instabilità interna.
Per Taiwan, questa prospettiva impone una strategia di resilienza multilivello, che combina il rafforzamento delle proprie capacità difensive, l’approfondimento dei legami con Stati Uniti, Giappone ed Europa e la costruzione di una narrativa internazionale che presenti l’isola non come il detonatore di una crisi, ma come il fronte avanzato della difesa dello status quo e del diritto di una comunità democratica a decidere il proprio futuro.
Nel breve periodo, la purga cinese può offrire un margine di respiro, con un PLA impegnato a ricucire le proprie gerarchie e a risolvere problemi interni, ma questo spazio non dovrebbe essere scambiato per una garanzia di sicurezza duratura. Più la leadership di Xi investe nel ripulire e ricompattare il proprio strumento militare, più diventa credibile l’ipotesi che, una volta superata la fase di instabilità attuale, il confronto intorno a Taiwan entri in una fase in cui la minaccia dell’uso della forza sarà sempre meno retorica e sempre più parte integrante del calcolo politico di Pechino.
La decisione di Pechino di dimezzare i dazi sul whisky britannico rappresenta molto più di un semplice ritocco fiscale: è un segnale politico, un tassello nella ridefinizione dei rapporti tra Cina, Regno Unito e Unione Europea nel campo del commercio e della diplomazia economica. Per l’industria scozzese si apre una finestra di opportunità in un mercato sempre più sofisticato, mentre sullo sfondo si ridisegna la mappa dei conflitti e delle convergenze commerciali tra grandi potenze.
Un accordo da 250 milioni
Il cuore della notizia è semplice ma strategicamente rilevante: la Cina ha accettato di ridurre i dazi sul whisky britannico dal 10 per cento al 5 per cento, con un taglio del prelievo alla frontiera esattamente della metà.
La misura, formalizzata durante la visita a Pechino del primo ministro britannico Keir Starmer, viene presentata da Downing Street come un successo tangibile della nuova linea di ingaggio pragmatico con la Cina. Secondo le stime del governo britannico, l’accordo potrebbe valere circa 250 milioni di sterline per l’economia del Regno Unito nei prossimi cinque anni, grazie all’aumento dei volumi e del valore delle esportazioni di Scotch verso il mercato cinese.
La Cina è già oggi il decimo mercato al mondo per lo Scotch in termini di valore, con importazioni stimate in circa 161 milioni di sterline nel 2024 secondo i dati della Scotch Whisky Association. Portare il dazio al 5 per cento significa rendere più competitivo un prodotto che, per definizione, gioca nella fascia premium e super premium, dove anche pochi punti percentuali di differenza possono orientare la scelta di distributori e consumatori.
Dal punto di vista tecnico, la modifica entrerà in vigore a inizio febbraio, con il via libera annunciato dalla Commissione tariffaria del Consiglio di Stato a Pechino che ha confermato l’abbassamento delle tariffe su tutte le importazioni di whisky al 5 per cento, rispetto al 10 per cento precedente.
Questo rende la Cina, almeno sul piano dei dazi, un mercato più accessibile rispetto ad altri grandi sbocchi dove lo Scotch continua a scontare barriere significative, come gli Stati Uniti, dove è ancora in vigore un prelievo del 10 per cento che secondo l’associazione di categoria costa al settore circa 20 milioni di sterline al mese in esportazioni mancate. Nel gioco globale dei dazi sugli alcolici, la mossa di Pechino sul whisky britannico appare dunque come un gesto mirato e selettivo.
Diplomazia del whisky
L’intesa sui dazi non nasce nel vuoto, ma si inserisce in una visita studiata al millimetro dal governo Starmer per dimostrare che Londra può difendere i propri interessi economici pur mantenendo una postura critica su dossier sensibili come i diritti umani e la sicurezza.
Durante i colloqui con il presidente cinese Xi Jinping, il premier britannico ha esplicitamente posto il tema del whisky come uno degli obiettivi negoziali prioritari, facendone un caso di scuola della volontà di produrre risultati concreti per lavoratori e imprese nel Regno Unito.
Starmer ha definito le distillerie scozzesi il “gioiello nella corona della Scozia”, una formula che ribadisce la centralità simbolica e materiale del whisky nella narrazione economica e identitaria del Paese. Mettere il whisky al centro della visita significa trasformare un prodotto culturale in strumento di diplomazia economica, in un momento in cui Londra cerca nuovi spazi di manovra fuori dal perimetro dell’Unione Europea.
Non a caso, il governo ha accostato il risultato ottenuto a Pechino a un’altra vittoria rivendicata negli ultimi mesi: l’accordo di libero scambio con l’India che ha ridotto i dazi sullo Scotch dal 150 per cento al 75 per cento, con un ulteriore percorso di discesa fino al 40 per cento nel prossimo decennio.
La visita in Cina non si è limitata al dossier whisky: Pechino e Londra hanno annunciato anche la designazione di una seconda banca di clearing in renminbi nel Regno Unito e nuovi partenariati industriali, oltre a un’intesa di principio per la liberalizzazione dei visti in entrata per i cittadini britannici per soggiorni fino a 30 giorni.
Questi elementi compongono il quadro di una normalizzazione prudente ma significativa nei rapporti tra i due Paesi, dopo anni segnati da tensioni su Hong Kong, tecnologia e sicurezza. In questo contesto l’abbattimento dei dazi sul whisky funziona come un simbolo concreto di disgelo, meno sensibile sul piano strategico rispetto a chip o 5G ma molto visibile sul terreno dell’opinione pubblica e del consenso interno.
Un mercato cinese che cambia
Se Londra esulta, è perché il mercato cinese degli alcolici è in rapida trasformazione. Negli ultimi anni, la fascia urbana medio alta si è spostata progressivamente dai distillati tradizionali locali e dai prodotti di fascia bassa verso bevande internazionali percepite come sinonimo di status e gusto sofisticato.
Il whisky, e in particolare lo Scotch, si è progressivamente ritagliato uno spazio tra hotel di lusso, cocktail bar metropolitani e regali d’affari, diventando un marcatore di prestigio in segmenti ben precisi della società cinese.
Mark Kent, amministratore delegato della Scotch Whisky Association, ha definito la Cina un mercato di crescita prioritario per molte distillerie, sottolineando come il consumatore cinese stia sviluppando un gusto sempre più orientato verso prodotti premium, con attenzione all’origine geografica, all’invecchiamento e alla narrazione di marca.
In un contesto simile ridurre il dazio di cinque punti percentuali non significa tanto scatenare una guerra dei prezzi, quanto rafforzare la percezione di valore del prodotto e ampliare il margine di manovra per importatori e distributori nelle città di seconda e terza fascia.
La decisione cinese va letta anche alla luce di un quadro più ampio: Pechino negli ultimi anni non ha esitato a usare gli alcolici europei come leva di pressione nelle dispute commerciali, colpendo in particolare il brandy francese con dazi antidumping molto elevati e poi con misure definitive sulle bevande spiritose a base di vino e brandy provenienti dall’Unione Europea.
Colpire il brandy, dove la Francia è dominante, e alleggerire invece il carico sul whisky scozzese significa differenziare il trattamento all’interno dello stesso segmento di mercato, premiando un partner ritenuto più flessibile in chiave politica e commerciale. Il messaggio implicito per gli europei è che lo spazio nel mercato cinese non è garantito, ma negoziabile caso per caso in funzione del contesto geopolitico.
Tra Pechino, Londra e Bruxelles
La scelta di Pechino interviene in un momento di tensione commerciale strutturale con l’Unione Europea, soprattutto sul dossier delle auto elettriche, dove Bruxelles ha imposto dazi fino al 45 per cento sui veicoli cinesi accusando la Cina di sovvenzioni eccessive e concorrenza sleale.
In risposta, Pechino ha aperto indagini antidumping su vari prodotti europei, colpendo in particolare i distillati francesi e più in generale gli spirits a base di vino, con l’obiettivo evidente di fare pressione su governi chiave all’interno dell’Unione.
In questo quadro, il Regno Unito, fuori dall’UE dopo la Brexit, appare a Pechino come un interlocutore separato, meno vincolato alla linea comune europea e quindi potenzialmente più disponibile a transazioni mirate.
Dimezzare i dazi sul whisky britannico proprio mentre il brandy europeo viene colpito da misure severe significa usare il commercio degli alcolici come strumento per differenziare e forse dividere il fronte occidentale. Per Londra, al contrario, il successo viene presentato come prova che una politica di engagement selettivo con la Cina può produrre vantaggi concreti, senza rinunciare a criticare Pechino su diritti umani o sicurezza.
La dimensione geopolitica si intreccia anche con la relazione con Washington. La stessa industria del whisky scozzese continua a subire gli effetti dei dazi statunitensi, fissati al 10 per cento su alcune categorie di spirits, un’imposta che secondo la Scotch Whisky Association erode ogni mese decine di milioni di sterline in esportazioni perse verso gli Stati Uniti. In altre parole, un settore abituato a guardare agli Usa come sbocco naturale si trova oggi a fare i conti con una geografia dei dazi rovesciata, nella quale la Cina appare sul piano fiscale più accogliente di alcuni partner storici.
L’impatto in Scozia
Per la Scozia, il whisky non è soltanto un prodotto bandiera, ma una colonna dell’economia locale, in grado di generare posti di lavoro diretti nelle distillerie e nella filiera agricola, oltre che occupazione indiretta nella logistica, nel turismo e nei servizi collegati.
Le distillerie, spesso situate in aree rurali o periferiche, incarnano una combinazione di tradizione artigianale e innovazione industriale che i governi britannici hanno costantemente utilizzato come esempio di soft power economico.
Il taglio dei dazi in Cina, se tradotto in un aumento degli ordini, potrà spingere molte distillerie a potenziare le proprie capacità di esportazione, investendo in marketing, packaging dedicati al mercato asiatico e linee di prodotto pensate per il consumatore cinese, sensibile a elementi quali il design della bottiglia, la storia del marchio e l’associazione con la Scozia come luogo di origine.
Una crescita delle vendite in Cina potrebbe inoltre contribuire a diversificare il portafoglio geografico delle esportazioni, riducendo la dipendenza da mercati come gli Stati Uniti e l’Unione Europea, dove le tensioni tariffarie restano una variabile di rischio.
Le autorità britanniche insistono su un altro punto: gli accordi commerciali in India e ora in Cina vengono raccontati come strumenti per rimettere soldi nelle tasche dei lavoratori scozzesi, come ha sottolineato il segretario di Stato per la Scozia Douglas Alexander, rivendicando che da Delhi a Pechino il governo sta creando opportunità per esportatori e impiegati nel settore.
È un messaggio che parla direttamente alle comunità locali, dove il whisky non è solo un brand globale, ma un datore di lavoro e un elemento dell’identità territoriale.
Lo spettro del protezionismo
La storia degli ultimi anni dimostra tuttavia che il favore di Pechino può essere tanto rapido quanto reversibile. L’esempio delle misure imposte contro il brandy europeo è illuminante: dopo un’indagine durata mesi, la Cina ha introdotto dazi definitivi molto elevati sulle importazioni di spirits dall’Unione Europea, con una durata prevista di cinque anni.
La giustificazione ufficiale è l’esistenza di dumping, ovvero la vendita di prodotti a prezzi inferiori al valore normale, con danni sostanziali ai produttori cinesi.
Le associazioni europee di settore hanno contestato duramente questa analisi, sostenendo di aver fornito prove dettagliate dell’assenza di pratiche di dumping e definendo le nuove misure un serio ostacolo al commercio legittimo. Dietro il linguaggio tecnico delle indagini antidumping, molti analisti leggono in realtà la volontà di Pechino di usare le barriere tariffarie come risposta alle mosse europee su altri fronti, in particolare quello delle auto elettriche.
Se questo schema dovesse ripetersi, nessun settore può considerarsi al riparo, compreso il whisky scozzese. Oggi lo Scotch beneficia di un dazio più basso, ma resta esposto a un contesto nel quale i prodotti europei e occidentali sono già nel mirino di misure punitive selettive.
Per i produttori britannici, l’unico antidoto possibile è consolidare la propria posizione nel mercato cinese non solo come ospiti graditi sul piano politico, ma come marchi radicati nelle preferenze dei consumatori, difficili da sostituire senza costi reputazionali per le stesse autorità cinesi.
Economia reale e calcoli politici
L’operazione sui dazi si inserisce anche in una fase in cui la Cina, nonostante un surplus commerciale record, cerca di gestire le ricadute delle tensioni tariffarie globali e di rassicurare almeno alcuni partner sulla propria affidabilità come mercato.
Per Pechino, aprire un varco sul whisky britannico permette di inviare un segnale di flessibilità selettiva, mostrando che la Cina può essere un partner economico conveniente per chi accetta di praticare una diplomazia più prudente e meno conflittuale. Nel linguaggio dei segnali politici un taglio di dazi su un prodotto molto visibile ma non strategico come il whisky vale come un gesto di buona volontà, con un costo limitato in termini di sicurezza economica interna.
Per il Regno Unito, al contrario, l’accordo rappresenta un argomento politico interno da spendere per rafforzare la credibilità del governo Starmer in materia di politica estera ed economica.
Dopo anni di incertezza post Brexit e di tensioni interne, ogni successo misurabile in termini di export e posti di lavoro diventa un tassello importante nel racconto di un nuovo corso più pragmatico e orientato ai risultati. Il fatto che l’intesa sul whisky si accompagni alla prospettiva di viaggi senza visto per i cittadini britannici in Cina per soggiorni inferiori a 30 giorni accentua l’idea di una riapertura, almeno parziale, di canali di scambio economico, turistico e culturale.
Resta però aperta la domanda su quanto spazio di manovra reale abbia Londra nel medio periodo. Collocata tra una Washington sempre più protezionista e una Bruxelles impegnata in un braccio di ferro permanente con Pechino sui sussidi industriali, la Gran Bretagna prova a ritagliarsi un proprio percorso fatto di accordi mirati, ma ogni accordo comporta una dose di vulnerabilità rispetto ai cambiamenti di umore delle grandi potenze.
In questo senso, il dossier whisky è un caso esemplare: un successo concreto oggi, ma costruito su un terreno geopolitico tutt’altro che stabile.
Dal 2 febbraio 2026 la Fontana di Trevi cambia volto: per scendere sul sagrato e avvicinarsi al monumento i turisti dovranno pagare un ticket di 2 euro, mentre i residenti romani continueranno a entrare gratis, all’interno di un sistema di accessi contingentati pensato per contrastare sovraffollamento e degrado.
Un simbolo mondiale al centro della “svolta epocale”
La Fontana di Trevi è da anni il cuore pulsante del turismo romano, un luogo in cui la suggestione del barocco settecentesco si mescola al rito contemporaneo del selfie e del lancio della moneta. Nel solo primo semestre del 2025 l’area ha registrato oltre 5,3 milioni di visitatori, con una media giornaliera di circa 30.000 persone e punte di 70.000 nei periodi di alta stagione. Questa pressione costante ha trasformato la piazza in un imbuto di folla dove la circolazione è difficile, la permanenza è spesso scomoda e il rischio di danni accidentali al monumento aumenta di giorno in giorno.
L’amministrazione capitolina definisce l’introduzione del ticket una “svolta epocale” nella gestione del patrimonio monumentale, legandola a una strategia più ampia di tutela del decoro urbano e di contrasto all’overtourism. Da tempo l’area della fontana è sottoposta a misure di contingentamento, con un tetto indicativo di persone nel perimetro immediatamente a ridosso della vasca, ma senza un vero strumento di regolazione economica dei flussi.
Ticket da 2 euro: come funziona il nuovo sistema
Il provvedimento prevede un contributo di accesso di 2 euro per tutti i non residenti che vogliano scendere sulla scalinata e sostare nell’area interna, a pochi passi dall’acqua e dai marmi progettati da Nicola Salvi. La cifra è stata definita “simbolica ma strategica” dall’amministrazione, che ha scelto di mantenerla in vigore anche durante le prime domeniche del mese, quando molti musei statali restano gratuitamente accessibili. L’intento dichiarato non è quello di trasformare la Fontana di Trevi in un sito di lusso per pochi, ma di introdurre una soglia minima che permetta di governare afflussi giudicati ormai insostenibili.
Gli orari di accesso al perimetro interno saranno scanditi con precisione: il lunedì e il venerdì il varco sarà attivo dalle 11.30 alle 22.00, mentre dal martedì alla domenica i visitatori potranno entrare già dalle 9.00 fino alle 22.00. Fa eccezione il giorno del debutto, lunedì 2 febbraio, quando l’ingresso con ticket sarà possibile fin dal mattino, a partire dalle 9.00, come gesto simbolico per l’avvio del nuovo sistema. Dopo le 22.00, la piazza resterà comunque accessibile gratuitamente per tutti, ma solo dal perimetro esterno, senza possibilità di scendere sul sagrato e sostare a ridosso della vasca.
La misura introduce di fatto una distinzione tra lo “spazio dell’icona”, cioè la vista ravvicinata dal basso, divenuta oggetto del ticket, e la fruizione più distaccata dalla piazza, che resterà libera, un compromesso che consente di non chiudere il monumento alla città pur intervenendo sulla zona più critica per densità di persone e rischi di degrado.
Chi paga, chi è esentato e come si prenota
Il regolamento definisce fasce di esenzione mirate, pensate per tutelare il diritto alla città dei residenti e l’accessibilità per le categorie più fragili. I residenti a Roma e nella Città Metropolitana continueranno ad accedere gratuitamente al perimetro interno, esibendo un documento di identità che attesti domicilio o residenza. Saranno esentate anche le persone con disabilità e i loro accompagnatori, i minori di 6 anni e le guide turistiche nell’esercizio della professione, che potranno condurre i gruppi senza costi aggiuntivi per sé.
Per tutti gli altri visitatori la caccia al biglietto inizia il 29 gennaio, data di apertura della prevendita. I ticket saranno acquistabili online sul portale ufficiale “fontanaditrevi.roma.it”, che fungerà sia da biglietteria virtuale sia da strumento di gestione dei flussi in entrata dall’accesso di via della Stamperia. La piattaforma consentirà sia la prenotazione anticipata, utile a evitare file interminabili nel rione Trevi, sia il pagamento elettronico, con la possibilità di usare carte di credito e strumenti digitali.
L’organizzazione degli accessi in due percorsi distinti, uno gratuito per residenti e aventi diritto e uno a pagamento per turisti e non residenti, punta a separare fisicamente e simbolicamente le esigenze di chi la fontana la vive ogni giorno da quelle di chi la raggiunge per un breve soggiorno. In questo modo si cerca anche di alleggerire la pressione sui residenti del quartiere, spesso ostaggi dei flussi turistici e delle code che invadevano le strette strade del rione.
Contro l’overtourism: tra tutela e marketing della città
Dietro i 2 euro di ticket c’è una scelta di politica urbana che guarda al fenomeno dell’overtourism, sempre più centrale nel dibattito sulle grandi città d’arte. Roma segue una strada già imboccata da altre destinazioni europee che hanno introdotto contributi per l’accesso a siti particolarmente delicati, presentandoli come strumenti di regolazione dei flussi e di finanziamento per la manutenzione. Nel caso di Fontana di Trevi, il Comune ha legato esplicitamente il nuovo introito a un duplice obiettivo: limitare gli affollamenti incontrollati e generare risorse da reinvestire nel miglioramento dell’offerta turistica e dei servizi legati alla visita.
Le stime parlano di un potenziale incasso nell’ordine di circa 20 milioni di euro annui, a seconda dell’andamento dei flussi turistici, una cifra che, se confermata, trasformerebbe la fontana in uno dei principali polmoni finanziari per la cura del patrimonio civico. L’amministrazione guidata dal sindaco Roberto Gualtieri ha sottolineato che il provvedimento è pensato per favorire la tutela, sostenere la valorizzazione e promuovere l’accessibilità ai Musei Civici e ad alcuni dei luoghi monumentali più iconici della città, inserendo Fontana di Trevi in una rete di interventi che tocca più siti.
Nella narrazione del Campidoglio, il ticket da 2 euro viene presentato come una soglia minima razionale: l’assessore al Turismo Alessandro Onorato ha osservato che, se la Fontana di Trevi si trovasse in America o in molti altri contesti europei, il biglietto potrebbe facilmente raggiungere cifre ben più alte, sostenendo che la tariffa scelta è “il minimo che si possa fare” per un luogo che attrae milioni di persone ogni anno. È un modo per posizionare Roma in una cornice internazionale, rivendicando la scelta di una cifra contenuta, ma comunque sufficiente a introdurre una responsabilizzazione economica del visitatore.
Decoro, regole e sanzioni: cosa cambia attorno alla fontana
L’introduzione del ticket si inserisce in un contesto normativo in cui Roma ha già irrigidito da tempo le regole a tutela del decoro urbano, soprattutto per quanto riguarda fontane e monumenti storici. Il Regolamento di Polizia Urbana prevede sanzioni che, se pagate subito, possono oscillare tra i 160 e i 450 euro per chi si bagna nelle fontane storiche o ne fa un uso scorretto, con importi più elevati per chi imbratta o danneggia beni storico-artistici. Il divieto di tuffarsi, lavarsi, sedersi sui bordi in modo improprio o consumare cibo e bevande a ridosso delle vasche è da tempo parte delle campagne del Comune, che ha spesso utilizzato casi eclatanti di bagni improvvisati e atti vandalici per sensibilizzare l’opinione pubblica.
Con il contingentamento degli ingressi e il controllo dei flussi, l’amministrazione punta a rendere più efficace anche l’applicazione di queste norme, perché un’area meno caotica è più facilmente sorvegliabile e meno esposta a comportamenti incivili. L’idea è che un numero limitato di persone, distribuite nel corso della giornata, non solo protegga il bene artistico, ma migliori la qualità stessa della visita, permettendo di vivere il luogo in modo meno frenetico, con più spazio per osservare i dettagli scultorei, ascoltare il rumore dell’acqua, scattare foto senza calche.
In questo senso il ticket non è presentato soltanto come uno strumento economico, ma come parte di un “patto” tra città e visitatori: chi paga una piccola somma per accedere a un luogo simbolico viene anche invitato a riconoscerne il valore, ad adottare un comportamento più rispettoso e a percepire la Fontana di Trevi non come un set effimero, ma come un bene comune da preservare.
Le critiche: monetizzazione dello spazio pubblico e diritto alla città
Se la linea del Comune è chiara, non mancano le voci critiche. Associazioni di consumatori e comitati civici hanno definito il ticket un “danno”, sostenendo che piazze e fontane debbano restare liberamente accessibili a tutti e che la monetizzazione dello spazio pubblico rischi di aprire una pericolosa breccia: oggi si paga per scendere al cospetto della Fontana di Trevi, domani, temono i critici, potrebbero sorgere barriere economiche attorno ad altri luoghi simbolo. A questa obiezione si somma il dubbio ricorrente sulla reale destinazione delle entrate: i detrattori ricordano che già esistono tasse di soggiorno e tributi turistici, che però non sempre si traducono in servizi visibilmente migliori per residenti e visitatori.
Chi contesta il provvedimento sottolinea il rischio di una città a due velocità, dove chi può permetterselo accede ai punti di vista privilegiati mentre chi ha meno risorse resta confinato alle zone gratuite, alimentando una percezione di privatizzazione strisciante del patrimonio comune. Si tratta di un tema particolarmente sensibile per Roma, città che ha costruito una parte del proprio fascino proprio sull’idea di un museo a cielo aperto, dove la bellezza si offre spontaneamente a chi la attraversa.
Dal fronte opposto, amministratori e parte del mondo culturale ribattono che una gestione completamente gratuita in un’epoca di turismo di massa rischia di essere, di fatto, una forma di abbandono, perché impedisce di reperire risorse adeguate e di mettere in campo strumenti di controllo efficaci. In questa visione, il ticket è visto come il prezzo minimo per evitare che l’icona della “dolce vita” venga lentamente logorata proprio dall’amore eccessivo di chi la visita.
Un laboratorio per il futuro del turismo a Roma
L’esperimento Fontana di Trevi viene guardato con interesse anche fuori dai confini della Capitale, come possibile modello per altri siti ad altissima concentrazione turistica. Se il sistema di prenotazioni, corsie separate, ticket contenuto ed esenzioni mirate dovesse funzionare, Roma potrebbe estendere logiche analoghe ad altri luoghi fragili della città, rafforzando una gestione più attiva dei flussi e riducendo l’impatto del turismo di massa sui quartieri storici.
Già ora il Comune ha accennato alla possibilità di destinare parte degli introiti al sostegno dei Musei Civici e di alcuni percorsi monumentali, costruendo un circuito virtuoso in cui il visitatore della fontana contribuisce indirettamente alla tutela di un patrimonio più ampio.
Per i turisti la sfida sarà accettare l’idea che l’accesso a un simbolo globale come la Fontana di Trevi non sia più totalmente spontaneo e gratuito, ma mediato da una prenotazione, da un orario e da un piccolo esborso economico, in cambio però di un’esperienza meno caotica e più rispettosa. Per i romani, invece, il ticket diventa una cartina di tornasole del rapporto tra città e turismo: un banco di prova per capire se sia possibile conciliare accoglienza, vivibilità e tutela, senza snaturare l’anima di una piazza che è insieme set cinematografico, spazio di vita quotidiana e icona planetaria.
In gioco non c’è soltanto il futuro di una fontana, ma l’idea stessa di come una grande capitale europea decide di raccontarsi e di proteggersi di fronte alle ondate globali del turismo. Se i 2 euro di oggi sapranno tradursi in manutenzione visibile, servizi migliori, meno affollamenti e più qualità della visita, la misura potrà essere letta come un passo avanti nella cura del patrimonio; se invece il ticket si limiterà a riempire le casse senza migliorare la vita dei residentie l’esperienza dei visitatori, allora le critiche sulla monetizzazione dello spazio pubblico troveranno terreno fertile.
La decisione del governo di sospendere il pagamento delle rate dei mutui per i residenti di Niscemi colpiti dalla frana rappresenta uno dei primi interventi concreti a sostegno di una comunità travolta da un disastro di dimensioni eccezionali. La misura, annunciata dal ministro per la Protezione civile Nello Musumeci, si inserisce in un quadro di emergenza che va ben oltre la cronaca locale, toccando il tema strutturale della fragilità del territorio e della capacità dello Stato di rispondere rapidamente alle calamità naturali.
Niscemi, una città sul crinale dell’emergenza
A Niscemi, nel cuore della provincia di Caltanissetta, da metà gennaio è in corso un movimento franoso che le autorità definiscono di proporzioni eccezionali. Il fronte della frana si estende per circa 4 chilometri e interessa un’area potenzialmente a rischio che, secondo le stime, arriva fino a 25 chilometri quadrati, avvicinandosi pericolosamente al centro abitato. L’intera collina su cui si sviluppa una parte della città sta lentamente scivolando verso la piana di Gela, trascinando con sé terreni, infrastrutture, tratti stradali e mettendo in ginocchio interi quartieri residenziali.
Le immagini diffuse in questi giorni mostrano crepe profonde nell’asfalto, edifici inclinati, appezzamenti di terreno sbriciolati come fossero sabbia. Più di 1.500 persone sono state costrette a lasciare le loro case, evacuate in via precauzionale per il rischio di crolli, mentre solo una parte ha trovato sistemazione nei punti di accoglienza allestiti dal Comune, come il Palazzetto dello Sport “Pio La Torre”. La maggioranza degli sfollati ha scelto di appoggiarsi a parenti e amici, in un tessuto sociale che, come spesso accade nelle realtà di provincia, diventa il primo baluardo di protezione in momenti di crisi.
Le scuole delle aree interessate sono state chiuse per consentire le verifiche di agibilità degli edifici, mentre le autorità locali stanno cercando soluzioni alternative per garantire la continuità dell’anno scolastico. Il maltempo che ha colpito la Sicilia nei giorni scorsi, legato al ciclone “Harry”, ha agito come detonatore di una fragilità geologica che era già nota, ma che forse non era stata affrontata in modo strutturale. La frana di Niscemi, infatti, non è soltanto il prodotto di un evento meteorologico estremo, ma il risultato di un equilibrio precario fra urbanizzazione, conformazione del terreno e gestione del territorio.
Lo stop alle rate dei mutui: misura simbolica e concreta
In questo contesto, l’annuncio di Nello Musumeci assume un valore doppio, insieme pratico e politico. Intervistato da Rtl, il ministro per la Protezione civile ha spiegato che per i residenti di Niscemi colpiti dalla calamità è prevista la sospensione del pagamento delle rate dei mutui e di ogni altra obbligazione, in linea con quanto avviene per gli altri territori interessati da eventi catastrofici. Si tratta di una sospensione e non di un condono: le somme non vengono cancellate, ma il loro pagamento viene rinviato a data da destinarsi, in attesa di definire tempi e modalità precise.
Questa misura si rivolge a famiglie che da un giorno all’altro si sono ritrovate senza un tetto, senza certezze e spesso senza la possibilità materiale di continuare a lavorare. La sospensione dei mutui e di altre obbligazioni finanziarie diventa quindi un cuscinetto di emergenza per evitare che la tragedia ambientale si trasformi immediatamente in una tragedia sociale ed economica, con pignoramenti, insolvenze e un ulteriore crollo del tessuto produttivo locale. Il provvedimento è uno dei primi passaggi che il governo intende portare in Consiglio dei ministri, anche attraverso un decreto legge dedicato alle regioni colpite dal maltempo.
Accanto allo stop dei mutui, sono previste ulteriori misure di carattere fiscale e contributivo. Il governo lavora a un pacchetto che includa la sospensione dei tributi e la definizione di ammortizzatori sociali specifici per aziende che, a causa della frana, si trovano nell’impossibilità di operare. L’obiettivo dichiarato è evitare che le imprese già danneggiate debbano comunque far fronte al pagamento dei contributi per i lavoratori, pur essendo di fatto ferme. Il dialogo avviato con la ministra del Lavoro Marina Calderone è orientato a mappare il numero di aziende coinvolte, la quantità di lavoratori sospesi e la tipologia di strumenti più adeguati per sostenerli, dalla cassa integrazione in deroga ad altri schemi emergenziali.
Ammortizzatori sociali e imprese in ginocchio
Niscemi non è soltanto una città di case danneggiate e strade interrotte, ma anche un sistema economico locale improvvisamente paralizzato. Il governo è consapevole che senza una rete robusta di ammortizzatori sociali il rischio è quello di passare dall’emergenza geologica a una vera e propria desertificazione produttiva, con famiglie che perdono insieme la casa e il reddito. Le aziende inattive non possono farsi carico del costo dei contributi dei dipendenti se l’attività è bloccata da provvedimenti di sicurezza o dalla perdita delle strutture aziendali.
Il governo sta quindi predisponendo un quadro di interventi che, nel linguaggio tecnico, si traduce in sussidi, proroghe, sospensioni, ma che nella vita quotidiana significano la possibilità di mantenere un minimo di continuità economica. Alcune misure sarebbero già in via di firma da parte del Dipartimento di Protezione civile, mentre altre richiederanno un vero e proprio passaggio legislativo in Consiglio dei ministri. Il pacchetto complessivo dovrà poi essere alimentato da risorse adeguate, anche attraverso l’utilizzo dei fondi già stanziati a livello nazionale per le prime emergenze in Calabria, Sardegna e Sicilia, che rappresentano soltanto un primo passo rispetto a una stima dei danni destinata a crescere.
In parallelo, si apre il fronte europeo. Il ministro per gli Affari europei Raffaele Fitto ha assicurato il massimo impegno per attivare i canali di sostegno dell’Unione europea, dai fondi per la coesione agli strumenti specifici per le catastrofi naturali. L’ipotesi di ricorrere a risorse già allocate per altre infrastrutture, come evidenziato dal dibattito nazionale sui fondi destinati al Ponte sullo Stretto, dimostra come la frana di Niscemi stia diventando anche un caso politico su come e dove investire il denaro pubblico.
Protezione civile, area rossa e rischio in evoluzione
Sul terreno, il volto dello Stato è quello degli uomini e delle donne della Protezione civile, dei Vigili del fuoco, delle forze dell’ordine e dei volontari. Oltre 60 volontari di diverse organizzazioni locali, insieme alle squadre dei Vigili del fuoco, presidiano l’area, supportano le operazioni di evacuazione e assistenza, monitorano il rispetto del divieto d’accesso alla cosiddetta “zona rossa”. Le autorità sottolineano che l’area di rischio è destinata ad ampliarsi finché il movimento franoso non si arresterà, motivo per cui i confini della zona interdetta al passaggio vengono costantemente aggiornati.
Il capo della Protezione civile Fabio Ciciliano ha spiegato che il volume del materiale in movimento è di circa 350 milioni di metri cubi, una cifra impressionante se paragonata ad altri disastri franosi della storia recente italiana, e che l’intera collina su cui si sviluppa parte di Niscemi sta di fatto collassando verso valle. Questo dato non è soltanto un numero, ma la misura di una dinamica geologica che potrebbe richiedere anni per essere stabilizzata e messa in sicurezza.
La dichiarazione dello stato di emergenza per le regioni colpite dal maltempo, comprese Calabria, Sardegna e Sicilia, ha consentito di attivare procedure straordinarie, fondi rapidi e una catena di comando più snella. Nel caso di Niscemi, lo stato di emergenza è il quadro giuridico che permette allo Stato di intervenire con rapidità, sospendendo vincoli burocratici ordinari a favore della tutela immediata dell’incolumità pubblica. Nel frattempo, gli esperti valutano non solo la stabilità dell’area, ma anche la possibilità che la frana si allarghi a nuovi settori del territorio comunale, imponendo ulteriori evacuazioni.
Musumeci tra gestione dell’emergenza e richiesta di verità
L’intervento di Nello Musumeci non si limita al capitolo economico. Il ministro ha annunciato l’intenzione di proporre in Consiglio dei ministri l’avvio di una indagine amministrativa per chiarire perché, nonostante una frana importante già registrata nel 1997 a Niscemi, non siano stati adottati tutti gli interventi necessari a prevenire il ripetersi di un fenomeno di tale portata. La richiesta di un’indagine amministrativa apre un fronte delicato: quello delle responsabilità accumulate nel tempo, tra ritardi nella messa in sicurezza, interventi parziali e possibili errori di pianificazione urbanistica.
In questa prospettiva, Niscemi diventa un caso emblematico di come in Italia si gestisce la memoria delle catastrofi. Dopo il primo disastro, si interviene per tamponare, ma spesso manca una strategia di lungo periodo in grado di trasformare l’emergenza in occasione di prevenzione strutturale. Il fatto che, a distanza di quasi trent’anni dalla frana degli anni Novanta, si registri un nuovo collasso di dimensioni perfino maggiori segnala una continuità di vulnerabilità su cui l’indagine annunciata intende fare luce.
Musumeci ha anche respinto le polemiche politiche che legano il caso Niscemi al dibattito sulle grandi opere, in particolare il Ponte sullo Stretto. In alcune dichiarazioni, ha definito “pretestuose” le critiche di chi contrappone gli investimenti sulle infrastrutture strategiche agli interventi per la messa in sicurezza del territorio, sostenendo che l’obiettivo del governo è costruire un Sud infrastrutturato, capace di coniugare collegamenti efficienti e interventi di difesa del suolo. Da qui la promessa che, se le risorse già a bilancio per la ricostruzione non dovessero bastare, se ne troveranno altre, attingendo a fondi nazionali e, se necessario, europei.
Il ruolo della politica nazionale e regionale
La visita della presidente del Consiglio a Niscemi è stata letta dal presidente della Regione siciliana Renato Schifani come un segnale forte e incoraggiante per le popolazioni colpite. Schifani ha parlato di grande attenzione da parte della premier, sottolineando la volontà di intervenire con rapidità e concretezza e ricordando che la Regione ha immediatamente messo a disposizione 90 milioni di euro per fronteggiare i primi interventi. A questa cifra si aggiungono i fondi nazionali già deliberati e la disponibilità del governo centrale a integrare ulteriormente le risorse, se le ricognizioni dei danni dovessero richiederlo.
La gestione di una frana di tali dimensioni richiede un coordinamento stretto tra tutti i livelli istituzionali, dai Comuni alle Regioni, fino allo Stato e, in prospettiva, all’Unione europea. Il richiamo al “fare squadra”, espresso dalle autorità regionali, non è un semplice slogan, ma la condizione necessaria perché ai cittadini non arrivi il messaggio di una frammentazione di responsabilità e competenze, spesso percepita come scaricabarile politico. Al contrario, la complessità del quadro impone una regia unitaria capace di tenere insieme soccorsi, messa in sicurezza, sostegno economico, ricostruzione e, non da ultimo, trasparenza sulle cause del disastro.
All’orizzonte si profila inoltre l’esigenza di una riflessione più ampia sulle politiche di adattamento climatico e di gestione del rischio idrogeologico. Eventi meteorologici estremi come il ciclone “Harry”, che ha colpito la Sicilia e altre regioni del Sud, sono sempre più frequenti e intensi, e amplificano gli effetti di decenni di scarse manutenzioni, cementificazione e occupazione di aree a rischio. Niscemi, in questo senso, non è che l’ultimo tassello di una lunga catena di territori fragili che chiedono non solo fondi emergenziali, ma piani pluriennali di prevenzione.
Tra paura, attesa e ricostruzione: il futuro di Niscemi
Nel frattempo, la vita degli abitanti di Niscemi si svolge dentro una sospensione che è al tempo stesso fisica, psicologica ed economica. Ci sono famiglie che non sanno se rivedranno le proprie case, imprenditori che non sanno se riusciranno a riaprire, studenti che aspettano di capire dove e come potranno tornare in aula. La promessa di sospendere le rate dei mutui e di ogni altra obbligazione è un gesto di sollievo immediato, ma non basta da solo a restituire un orizzonte di stabilità a una comunità ferita.
La vera sfida sarà trasformare le misure di emergenza in un percorso credibile di ricostruzione. Questo significa individuare nuove aree edificabili sicure, pianificare il trasferimento di interi quartieri, pensare a una riconversione urbanistica che non tradisca l’identità del territorio ma ne riduca la vulnerabilità. Il governo ha già invitato il Comune a individuare zone alternative dove far sorgere nuove abitazioni, offrendo il proprio impegno a finanziare questi interventi come parte integrante della risposta alla frana. In altre parole, l’uscita dall’emergenza non potrà limitarsi a ricostruire dove il terreno ha dimostrato di non reggere, ma dovrà immaginare una geografia diversa per la Niscemi di domani.
Se le misure annunciate da Musumeci e dal governo troveranno rapida traduzione in atti concreti, la sospensione delle rate dei mutui, dei tributi e dei contributi potrà rappresentare il primo mattone di un patto di fiducia tra lo Stato e una comunità che oggi vive nel segno della paura. Il vero banco di prova sarà la capacità di passare da provvedimenti emergenziali a un progetto di lungo periodo, che tenga insieme sicurezza, giustizia sociale e sviluppo, perché solo così la frana di Niscemi non resterà l’ennesimo simbolo di un Paese che interviene tardi e dimentica in fretta.
L’Europa si risveglia in un clima di allerta crescente mentre le minacce incrociate tra Washington e Teheran riportano il rischio di una guerra su larga scala al centro dell’agenda internazionale. Le nuove dichiarazioni del presidente Donald Trump, che torna a ventilare l’ipotesi di un attacco militare “molto peggiore” del precedente contro l’Iran, mettono sotto pressione governi europei già divisi e costretti a reagire a una crisi che non controllano ma che li riguarda direttamente.
Sullo sfondo, un Medio Oriente segnato dalle cicatrici della guerra di dodici giorni dell’estate scorsa e dalla durissima repressione delle proteste in Iran, con migliaia di morti e decine di migliaia di arresti.
Trump rilancia la minaccia militare
Le ultime mosse della Casa Bianca hanno una cifra chiara: mostrare i muscoli e usare la forza militare come leva negoziale sulla questione nucleare iraniana. Trump ha ribadito che il tempo per Teheran “sta per scadere” e che l’unica via accettabile è un accordo che preveda “NO NUCLEAR WEAPONS”, la cessazione dell’arricchimento di uranio, la rimozione delle scorte esistenti e limiti stringenti sul programma di missili balistici.
In parallelo, il dispiegamento di una “massive armada” guidata dalla portaerei USS Abraham Lincoln nel Golfo manda un messaggio inequivocabile: gli Stati Uniti vogliono che la minaccia di una seconda ondata di bombardamenti su siti nucleari iraniani sia percepita come credibile.
Secondo ricostruzioni di stampa e fonti diplomatiche, il presidente viene regolarmente informato da consiglieri militari che gli hanno presentato un ventaglio di opzioni, dai raid limitati fino a operazioni più estese contro infrastrutture strategiche e basi dei Pasdaran. Trump, però, continua a oscillare tra l’esibizione di forza e l’invito negoziale, insistendo sul fatto che l’Iran sarebbe in una posizione di debolezza politica ed economica tale da poter essere spinto a un accordo più favorevole agli Stati Uniti.
Questa ambivalenza, tra minaccia aperta e offerta di colloqui, è diventata il marchio di fabbrica della sua “diplomazia coercitiva” e rende più difficile per gli alleati europei costruire una linea comune.
Sul piano interno statunitense si riaccende anche il dibattito sulla legittimità e sull’opportunità di un nuovo intervento militare in Medio Oriente. I critici in Congresso temono che un’escalation con l’Iran possa trascinare gli Stati Uniti in una guerra di lunga durata, con costi enormi e un impatto destabilizzante sull’intera regione, ricordando gli errori di Afghanistan e Iraq.
A questo si somma la consapevolezza che ogni operazione militare contro un Paese con reti di milizie e alleati regionali, dal Libano allo Yemen, non resterebbe confinata a bersagli limitati ma avrebbe ripercussioni a catena difficili da controllare.
La risposta iraniana: “reagiremo come mai prima”
Se la Casa Bianca punta a massimizzare la pressione, il messaggio di Teheran è altrettanto netto: nessuna resa sotto minaccia, disponibilità al dialogo solo su basi di “rispetto reciproco” e promessa di una risposta devastante in caso di attacco.
La missione iraniana alle Nazioni Unite ha avvertito che il Paese “difenderà se stesso e risponderà come mai prima” se spinto allo scontro, citando i conflitti passati come ammonimento ai costi che Washington ha già pagato in vite umane e risorse nelle guerre in Medio Oriente.
Il ministro degli Esteri Seyed Abbas Araghchi ha rincarato la dose affermando che le Forze armate iraniane hanno “le dita sul grilletto” e sono pronte a reagire “immediatamente e con grande forza a qualsiasi aggressione” via terra, mare o aria.
L’elemento che rende l’attuale fase ancora più delicata è il contesto interno iraniano. La recente ondata di proteste, descritta dal regime come “rivolte” alimentate da potenze straniere, è stata repressa con una violenza che ha scioccato l’opinione pubblica internazionale: organizzazioni per i diritti umani parlano di migliaia di manifestanti uccisi e oltre quarantamila arrestati, mentre il Paese ha vissuto lunghi blackout di internet che hanno complicato la verifica indipendente di quanto accaduto.
Per i vertici di Teheran, la minaccia di un intervento americano viene letta non solo come un pericolo esterno ma come un possibile detonatore di nuove spinte destabilizzanti all’interno, e questo contribuisce a irrigidire ulteriormente la loro posizione.
Teheran intanto manda segnali anche alle capitali della regione. Un alto esponente iraniano ha fatto sapere che la Repubblica islamica ha chiesto ai Paesi vicini di scoraggiare un eventuale attacco statunitense, avvertendo che in caso di raid americano verrebbero colpite anche basi in Stati alleati di Washington come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.
Questo tipo di messaggio, che combina deterrenza e minaccia verso terzi, mira a rendere evidente il potenziale di regionalizzazione del conflitto, coinvolgendo direttamente quegli attori che ospitano infrastrutture militari statunitensi e che dipendono in larga misura dalla stabilità del Golfo per la propria economia.
Le capitali europee tra allarme e calcolo politico
La crisi tra Stati Uniti e Iran coglie l’Europa in una fase di forte vulnerabilità strategica e di crescente irritazione per lo stile imprevedibile della leadership americana. Da un lato, i governi europei condividono la preoccupazione per il programma nucleare iraniano e per la brutalità della repressione interna.
Dall’altro, temono che una scelta unilaterale di Trump possa trascinare il continente in un nuovo scenario di guerra, mettendo a rischio interessi economici, flussi energetici e la sicurezza di migliaia di cittadini e militari presenti nell’area.
A Bruxelles, i ministri degli Esteri dell’Unione europea si preparano a varare un nuovo pacchetto di sanzioni contro Teheran per le violazioni dei diritti umani nelle proteste e discutono un passo altamente simbolico: l’inserimento dei Guardiani della Rivoluzione nella lista delle organizzazioni terroristiche del blocco.
Dopo mesi di esitazioni, anche la Francia ha fatto sapere di essere pronta a sostenere la proposta tedesca e di altri Stati membri, mentre la Spagna ha segnalato un cambio di linea, dichiarandosi favorevole a sanzioni più dure che colpiscano anche i Pasdaran.
La mossa avrebbe un peso in larga parte politico, dato che molte figure legate ai Guardiani sono già sottoposte a restrizioni, ma viene letta come un segnale di rottura definitiva con l’idea di un “engagement” graduale con l’establishment iraniano.
Dietro le porte chiuse delle riunioni europee, però, le preoccupazioni non riguardano solo Teheran. Nella stessa agenda figurano anche i dossier sulle minacce di nuovi dazi americani e sulla richiesta, percepita come provocatoria, di mettere in discussione la sovranità danese su territori considerati strategici per la difesa statunitense, come la Groenlandia.
Questo intreccio di crisi, dalla partita con l’Iran alla pressione economica e territoriale sull’Europa, alimenta la percezione che Trump utilizzi sistematicamente lo strumento della minaccia per ottenere concessioni, frammentando le risposte delle capitali europee e mettendo alla prova la loro capacità di presentarsi come attore unitario.
Il dibattito nelle opinioni pubbliche europee
Alla dimensione diplomatica si accompagna un intenso dibattito nelle opinioni pubbliche europee, sempre più diffidente nei confronti di un nuovo conflitto in Medio Oriente ma allo stesso tempo sensibile al tema dei diritti umani in Iran.
I racconti delle proteste represse nel sangue, dei blackout informativi e della macchina di sicurezza mobilitata dai Guardiani della Rivoluzione hanno avuto grande risonanza sui media del continente, alimentando richieste di fermezza verso Teheran.
Molti analisti mettono però in guardia dal confondere la condanna delle violenze con un sostegno implicito alle opzioni militari di Washington, ricordando quanto la guerra abbia già indebolito le società civili mediorientali e rafforzato, paradossalmente, le componenti più radicali dei regimi.
Think tank europei sottolineano che un eventuale bombardamento americano su larga scala avrebbe effetti immediati sulla sicurezza dei cittadini e funzionari UE presenti in Iran e nei Paesi limitrofi, imponendo operazioni di evacuazione e protezione che l’Unione sta già studiando in via preventiva.
Documenti di analisi circolati in diverse capitali parlano della necessità di coordinare con partner arabi come Arabia Saudita e Qatar eventuali corridoi di evacuazione e canali di de–escalation, nella consapevolezza che le prime ore dopo un attacco sarebbero decisive per evitare un allargamento incontrollato del conflitto.
In questo quadro, molti governi europei temono di essere ridotti a semplici gestori di emergenze in uno scenario definito altrove, senza reali leve per influenzare né Teheran né Washington.
Sul piano politico interno, infine, la crisi iraniana si intreccia con dinamiche nazionali. Leader europei devono fare i conti con opposizioni che accusano i governi di subalternità alle scelte americane o, all’opposto, di eccessiva prudenza verso il regime di Teheran. Il risultato è spesso una comunicazione pubblica ambivalente, che da un lato invoca “massima moderazione” da tutte le parti e dall’altro appoggia nuove sanzioni e misure restrittive, alimentando la percezione di una Europa più reattiva che propositiva.
Voci dal mondo arabo e israeliano
La crisi tra Trump e l’Iran non si gioca solo nei corridoi di Washington, Bruxelles e Teheran: risuona con forza anche nel mondo arabo e in Israele, dove le reazioni riflettono timori e calcoli strategici diversi. In diversi Paesi arabi del Golfo, pur senza dichiarazioni ufficiali roboanti, la linea prevalente è quella di un sostegno discreto alla pressione americana, nella convinzione che contenere l’influenza iraniana sia essenziale per la sicurezza regionale.
Allo stesso tempo, questi governi sono consapevoli di trovarsi in prima linea in caso di rappresaglia iraniana, soprattutto per la presenza di basi statunitensi sul loro territorio, un elemento che spinge a cercare canali di comunicazione riservati con Teheran nel tentativo di evitare di essere colpiti in un eventuale confronto diretto.
In Israele, la percezione della minaccia iraniana rimane strutturalmente alta e si traduce in un sostegno di fondo a qualsiasi iniziativa che rallenti o danneggi il programma nucleare di Teheran.
I precedenti degli attacchi contro infrastrutture nucleari iraniane, presentati da Washington come un successo che ha “devastato” il programma avversario, vengono letti da parte della stampa israeliana come la conferma che la via militare può produrre risultati tangibili, anche se temporanei.
Non mancano però voci, nel mondo strategico israeliano, che avvertono come una campagna militare americana non accompagnata da un chiaro percorso politico rischi di rafforzare i settori più radicali del regime iraniano e di accrescere la dipendenza di Teheran da alleati come Mosca.
La stampa in lingua araba e i commentatori della regione insistono invece su un punto: la popolazione iraniana, già provata dalle sanzioni e dalla repressione, sarebbe la prima vittima di un nuovo ciclo di bombardamenti e ritorsioni. L’argomento si salda con il ricordo ancora vivo dei costi pagati dalle società civili in Iraq e Siria per le guerre e le interferenze esterne, alimentando un sentimento diffuso di scetticismo verso l’idea che un’ulteriore escalation militare possa portare a una maggiore stabilità. In questo contesto, ogni mossa di Trump e di Teheran viene letta non solo in chiave geopolitica ma anche come fattore che può aggravare fratture sociali e confessionali già profonde.
Tra deterrenza e precipizio
La crisi apertasi con le nuove minacce di Trump all’Iran pone dunque l’Europa davanti a un bivio: accettare un ruolo marginale in una partita dominata dall’asse Washington–Teheran o tentare di costruire, tra sanzioni mirate e iniziative diplomatiche, una terza via che eviti tanto la normalizzazione del regime quanto la deriva bellica. L’Unione europea cerca di muoversi su un crinale stretto, combinando la condanna della repressione interna e del programma nucleare iraniano con l’idea che solo un quadro negoziale credibile, privo di ultimatum e minacce unilaterali, possa produrre risultati duraturi sulla sicurezza regionale.
Teheran, dal canto suo, continua a ripetere che non può trattare “sotto la spada di Damocle” della minaccia militare, ma al tempo stesso lascia intravedere spiragli per colloqui se la controparte abbandonerà la retorica dello scontro e riconoscerà il principio di reciprocità.
Trump, invece, sembra puntare proprio sull’intreccio tra forza e negoziato, convinto che solo l’ombra di un attacco “molto peggiore” di quello dell’anno scorso possa spingere l’Iran a fare concessioni che finora ha rifiutato. In questo gioco ad alta tensione, basta un errore di calcolo, un attacco attribuito all’una o all’altra parte o una risposta sproporzionata di una milizia alleata per spingere l’intero sistema oltre il punto di non ritorno.
Per l’Europa, la posta in gioco è duplice: evitare un nuovo conflitto alle porte del continente e dimostrare di saper agire come soggetto politico, non solo come spazio economico esposto agli shock esterni.
Se riuscirà a tradurre le sue preoccupazioni in iniziative concrete di de–escalation, coordinandosi sia con gli Stati Uniti sia con attori regionali, potrà forse ritagliarsi un ruolo di garante e mediatore in una crisi che rischia di ridefinire gli equilibri del Medio Oriente.
Se invece continuerà a limitarsi a reagire alle mosse di Trump e Teheran, rischia di ritrovarsi ancora una volta spettatrice impotente di un conflitto che, pur lontano geograficamente, colpirebbe in pieno la sua sicurezza, la sua economia e la credibilità del suo progetto politico.
Due carabinieri del Consolato Generale d’Italia a Gerusalemme sono stati fermati illegalmente, minacciati con un fucile mitragliatore e costretti a inginocchiarsi da un uomo in abiti civili, presumibilmente un colono israeliano, mentre erano impegnati in un sopralluogo in un villaggio nei pressi di Ramallah, in Cisgiordania.
L’episodio, confermato dal Ministero degli Esteri italiano, ha scatenato una dura reazione diplomatica da parte di Roma. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha disposto la convocazione urgente dell’ambasciatore israeliano in Italia, Jonathan Peled, per chiedere chiarimenti e formalizzare una “dura protesta” nei confronti del governo di Tel Aviv.
I due militari si trovavano nel territorio dell’Autorità Nazionale Palestinese per preparare una missione diplomatica degli ambasciatori dell’Unione Europea. Viaggiavano su un’auto con targa diplomatica e avevano con sé passaporti e tesserini diplomatici regolarmente rilasciati dal Ministero degli Esteri israeliano.
L’intimidazione armata e la falsa “area militare”
Secondo quanto ricostruito dalla Farnesina, i carabinieri sono stati avvicinati da un uomo armato in abiti civili, che indossava una kippah e un giubbotto protettivo, ma senza alcuna identificazione ufficiale. L’individuo ha puntato un fucile contro i militari italiani, forzandoli a inginocchiarsi e sottoponendoli a un’interrogazione sommaria.
Seguendo le regole di ingaggio ricevute, i due carabinieri hanno evitato di rispondere con violenza alle minacce iniziali. L’uomo ha poi passato loro una persona al telefono che, senza identificarsi, ha affermato che i militari si trovavano all’interno di un’“area militare” e che dovevano allontanarsi immediatamente.
Una verifica successiva condotta con il COGAT (il comando militare israeliano per i territori palestinesi occupati) ha però smentito categoricamente questa affermazione, confermando che non esiste alcuna area militare in quel punto. I due carabinieri sono poi rientrati incolumi al Consolato Generale di Gerusalemme e hanno riferito quanto accaduto all’ambasciata italiana e alla catena di comando dell’Arma.
La protesta diplomatica italiana su più fronti
La reazione del governo italiano è stata immediata e articolata su diversi livelli. L’Ambasciata d’Italia a Tel Aviv ha inviato una “nota verbale” di protesta formale al governo israeliano, coinvolgendo il Ministero degli Affari Esteri israeliano, il COGAT, lo Stato Maggiore delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), la polizia e lo Shin Bet (il servizio di sicurezza israeliano competente per i territori palestinesi).
Il ministro Tajani ha disposto la convocazione dell’ambasciatore israeliano Jonathan Peled, che è stato ricevuto alla Farnesina dalla direttrice generale per gli Affari Politici, Cecilia Piccioni, prima donna nella storia della diplomazia italiana a ricoprire questo incarico strategico.
La Farnesina ha annunciato di prevedere ulteriori passi di protesta al massimo livello politico. L’episodio è considerato dalle autorità italiane un incidente di gravità eccezionale, che ha messo a rischio la sicurezza di personale diplomatico italiano regolarmente identificato e protetto dagli accordi internazionali.
Il contesto: violenza dei coloni in crescita esponenziale
L’aggressione ai due carabinieri italiani si inserisce in un contesto ben più ampio di escalation della violenza perpetrata dai coloni israeliani contro i palestinesi in Cisgiordania. Secondo dati ufficiali diffusi dalle stesse Forze di Difesa Israeliane (IDF) e dallo Shin Bet, nel 2025 gli episodi di “crimini nazionalisti” commessi da coloni contro palestinesi sono aumentati del 25% rispetto all’anno precedente.
Nel 2025 sono stati registrati 845 episodi di violenza da parte dei coloni, con 200 feriti e quattro morti palestinesi. Nei due anni precedenti, dal 7 ottobre 2023 in poi, sono stati documentati complessivamente 1.720 episodi di questo tipo.
I dati militari israeliani evidenziano una realtà fuori controllo: circa 300 estremisti ebrei, di cui 70 definiti “fanatici”, operano principalmente dai 42 avamposti illegali distribuiti in tutta la Cisgiordania. Le autorità israeliane ammettono apertamente una crescente incapacità di contenere il fenomeno, mentre i tribunali lasciano spesso impuniti i responsabili delle violenze.
Secondo l’esercito israeliano, il proseguimento degli attacchi dei coloni potrebbe costringere le IDF a dirottare un gran numero di truppe nella regione, sia regolari che di riserva, sottraendole ad altri fronti operativi.
Non solo palestinesi: attacchi anche a volontari internazionali
L’aggressione ai due carabinieri non è un caso isolato per quanto riguarda cittadini stranieri. A fine novembre 2025, tre cooperanti italiani e una volontaria canadese sono stati picchiati brutalmente da un gruppo di circa dieci coloni mascherati che hanno fatto irruzione all’alba nella loro abitazione nel villaggio di Ein al-Duyuk, vicino Gerico.
I volontari partecipavano alla Campagna Faz3a, un’iniziativa di “presenza protettiva” che mobilita attivisti internazionali per accompagnare palestinesi durante le attività quotidiane come l’accesso ai campi o ai pascoli, nel tentativo di scoraggiare le aggressioni dei coloni.
Durante l’attacco, durato circa 20 minuti, i coloni hanno percosso ripetutamente gli attivisti, rubato passaporti e telefoni cellulari, e versato caffè bollente su uno degli italiani, che ha riportato un’emorragia testicolare richiedente cure urgenti. Prima di andarsene, i coloni hanno intimato: “Non tornate qui”.
Anche in quell’occasione, il ministro Tajani aveva espresso parole di condanna, definendo l’accaduto “gravissimo” e chiedendo al governo israeliano di “fermare i coloni” e impedire il proseguimento delle violenze.
Il ruolo del governo Netanyahu e dei ministri estremisti
La violenza dei coloni ha una copertura politica ai massimi livelli del governo israeliano. Nel gabinetto guidato dal primo ministro Benjamin Netanyahu siedono figure di primo piano del movimento dei coloni, in particolare il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir e il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, entrambi leader dell’estrema destra sionista religiosa.
Ben-Gvir è noto per aver tenuto in passato un ritratto del terrorista Baruch Goldstein, autore del massacro di 29 fedeli musulmani palestinesi a Hebron nel 1994. Smotrich è un fervente sostenitore della sovranità israeliana su tutta la “terra d’Israele”, inclusi i territori palestinesi, e promuove attivamente l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania.
Entrambi i ministri sono stati oggetto di sanzioni internazionali da parte di Australia, Canada, Norvegia, Nuova Zelanda e Regno Unito nel giugno 2025, per il loro ruolo nell’incitamento alla violenza e alle violazioni dei diritti umani dei palestinesi. L’Olanda ha addirittura imposto loro un divieto di ingresso nell’Area Schengen nel luglio 2025.
Nonostante queste condanne internazionali, il governo Netanyahu continua a garantire impunità ai coloni. Dei quattro coloni arrestati dopo un grave assalto al villaggio palestinese di Beit Lid nel novembre 2025, tre sono stati rilasciati dopo poche ore dalla polizia, in linea con la politica varata tre anni fa dallo stesso Ben-Gvir.
Le reazioni politiche in Italia
L’episodio ha suscitato reazioni bipartisan nel panorama politico italiano, seppur con sfumature diverse. Nicola Fratoianni, leader di Sinistra Italiana, ha dichiarato: “Ai carabinieri del nostro consolato di Gerusalemme è accaduto quello che accade quotidianamente ai palestinesi della Cisgiordania da parte dei coloni israeliani: minacce, intimidazioni, violenze se non peggio. Probabilmente proprio perché non erano palestinesi non sono stati passati per le armi. Un episodio oltre ogni limite, che testimonia una situazione indecente”.
Il vicesegretario di Azione Ettore Rosato ha definito l’accaduto un “comportamento inaccettabile” da parte di “cosiddetti coloni che si comportano da delinquenti e come tali andrebbero trattati”.
Le opposizioni hanno chiesto al governo di assumere posizioni più nette nei confronti di Israele, incluso il riconoscimento dello Stato di Palestina e sanzioni contro i ministri israeliani responsabili dell’incitamento alla violenza.
I precedenti: attacchi alle forze italiane in Medio Oriente
L’episodio in Cisgiordania si aggiunge a una serie di incidenti che hanno visto coinvolte forze italiane nella regione. Nel settembre 2025, un raid aereo israeliano in Libano ha sfiorato una pattuglia di caschi blu della missione UNIFIL, dove l’Italia fornisce uno dei maggiori contingenti con circa 1.000 militari.
Le Nazioni Unite avevano denunciato quell’attacco come “uno degli attacchi più gravi al personale dell’UNIFIL dal cessate il fuoco dello scorso novembre”, rilevando una chiara violazione del diritto internazionale. Il ministro della Difesa italiano aveva espresso la sua “totale disapprovazione” per quanto accaduto.
Nel maggio 2025, il viceconsole italiano Alessandro Tutino era rimasto coinvolto in un incidente a fuoco nel campo di Jenin, in Cisgiordania, durante una visita di una delegazione diplomatica europea. Anche in quel caso, Tajani aveva convocato l’ambasciatore israeliano per chiedere spiegazioni.
Le relazioni bilaterali Italia-Israele: tra cooperazione e tensioni
Nonostante gli episodi di tensione, le relazioni tra Italia e Israele rimangono solide sul piano commerciale e strategico. Nel 2024, l’interscambio bilaterale ha superato i 4,3 miliardi di euro, collocando l’Italia come terzo partner commerciale europeo di Israele dopo Germania e Olanda.
L’Italia è stata uno dei primi Paesi a riconoscere lo Stato di Israele nel 1948, e le relazioni sono caratterizzate da frequenti visite politiche e istituzionali. Nel 2026 è previsto il rinnovo automatico del memorandum d’intesa per la cooperazione militare tra i due Paesi, a meno di una revoca esplicita.
Tuttavia, le tensioni legate alla situazione in Gaza e in Cisgiordania hanno creato frizioni crescenti. Il governo italiano ha mantenuto una posizione ufficiale di sostegno al diritto di Israele alla sicurezza, pur esprimendo critiche sempre più nette sulla sproporzionalità della risposta militare a Gaza e sull’espansione degli insediamenti.
L’Area C e l’occupazione della Cisgiordania
Il villaggio vicino a Ramallah dove è avvenuto l’incidente si trova nell’Area C della Cisgiordania, che rappresenta circa il 60% del territorio palestinese. Secondo gli Accordi di Oslo del 1995, questa area avrebbe dovuto essere gradualmente trasferita sotto il controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese, ma Israele mantiene tuttora il controllo totale su sicurezza, pianificazione e costruzioni.
Nel maggio 2025, il governo israeliano ha votato per formalizzare l’annessione dell’Area C, assumendo la piena autorità sulla registrazione dei terreni e dichiarando nulle tutte le procedure di registrazione effettuate dai palestinesi. L’obiettivo dichiarato dal ministro Smotrich è quello di portare tutta l’Area C sotto il pieno controllo israeliano, lasciando i palestinesi confinati in enclave isolate.
Secondo esperti di insediamenti, Israele sta trasformando la Cisgiordania in “enclave” disconnesse, collegate solo da strade, tunnel o ponti, senza alcuna reale prospettiva di sostenibilità o sviluppo futuro per i palestinesi. Trentadue comunità beduine sono state già sgomberate dai versanti orientali della Cisgiordania attraverso sfollamenti forzati, in quella che gli esperti definiscono una vera e propria pulizia etnica.
L’incidente dei due carabinieri italiani rappresenta un campanello d’allarme non solo per la sicurezza del personale diplomatico internazionale, ma per la tenuta stessa del diritto internazionale in una regione sempre più instabile. La crescente impunità dei coloni, sostenuti da settori influenti del governo israeliano, minaccia di far precipitare la Cisgiordania in una spirale di violenza incontrollata, vanificando ogni prospettiva di soluzione politica al conflitto israelo-palestinese.
Un architetto giordano di sessantatré anni, residente a Genova dal 1994. Un sistema di associazioni di beneficenza che apparentemente raccoglieva fondi per il popolo palestinese. E sette milioni di euro versati verso un’organizzazione terroristica designata dall’Unione Europea.
Questa è l’ossatura dell’indagine che il 27 dicembre 2025 ha portato all’arresto di nove persone in Italia, smantellando quella che le autorità descrivono come una cellula operativa di Hamas sul territorio italiano.
Il nome al centro dell’inchiesta è Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia e fondatore dell’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese, l’ABSPP. Per oltre due decenni, Hannoun ha costruito e gestito una rete sofisticata che, secondo l’accusa, operava come una struttura di Hamas dedicata al finanziamento dell’organizzazione terroristica.
Mohammad Hannoun
Le accuse sono gravi e documentate: appartenenza a organizzazione con finalità di terrorismo, finanziamento del terrorismo internazionale, creazione di associazioni-schermo per eludere i controlli finanziari.
L’operazione è stata condotta dalla DIGOS di Genova, con il supporto della Guardia di Finanza e sotto la direzione della Procura Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, guidata da Giovanni Melillo. Gli investigatori hanno ricostruito un sistema finanziario complesso che ha permesso di trasferire fondi verso le strutture di Hamas in Medio Oriente, con destinatari diretti inclusi esponenti della leadership di Hamas e familiari di persone coinvolte in attacchi terroristici.
Una rete internazionale ben organizzata
Hannoun non era un operatore isolato. Secondo le indagini, era parte di una struttura ben più ampia che coinvolgeva almeno otto altre persone, alcune con responsabilità specifiche nella gestione delle associazioni, altre in ruoli di supporto finanziario e organizzativo. Tra questi figura Osama Alisawi, ex Ministro dei Trasporti del governo di facto di Hamas a Gaza e cofondatore dell’ABSPP nel 1994, identificato come beneficiario diretto dei trasferimenti finanziari.
Osama Alisawi
Il sistema prevedeva anche figure come Dawoud Ra’Ed Hussny Mousa, descritto come referente della cellula italiana e responsabile della filiale milanese dell’ABSPP, e Raed Al Salahat, membro del board of directors della European Palestinians Conference, organismo che riunisce esponenti palestinesi in Europa. Questi nomi non emergono da documenti isolati, ma da una trama fitta di transazioni bancarie, intercettazioni, e comunicazioni che gli inquirenti hanno ricostruito nel corso di anni di indagini.
Il fatto più significativo è che molti di questi individui risultano membri del comparto estero di Hamas, la struttura internazionale dell’organizzazione responsabile delle relazioni con l’estero, della raccolta fondi, e del coordinamento con altre entità associate. Questa non era una rete di attivisti genuinamente dedicati al supporto umanitario della popolazione palestinese, ma un’estensione operativa di Hamas sul suolo europeo.
Le tre associazioni e il meccanismo finanziario
L’indagine ha identificato tre associazioni utilizzate per la raccolta e il trasferimento dei fondi. La più antica è l’ABSPP, costituita l’11 maggio 1994 con sede a Genova. Secondo il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, è una “sham charity”, una associazione fittizia che raccoglieva fondi apparentemente per scopi umanitari ma che in realtà finanziava l’ala militare di Hamas.
La seconda è l’ABSPP ODV, costituita il 3 luglio 2003, registrata come organizzazione di volontariato sempre con sede a Genova. La creazione di questa seconda struttura riflette una strategia comune tra i gruppi terroristici: quando le autorità iniziano a controllare una struttura, crearne una seconda con denominazione simile per continuare le operazioni. Hannoun rimase il legale rappresentante di entrambe.
La più recente è l’Associazione Benefica La Cupola d’Oro, costituita il 1° dicembre 2023 con sede a Milano. Secondo i documenti desecretati dalle autorità statunitensi, questa associazione è stata creata da Hannoun appositamente per eludere le sanzioni imposte dal Dipartimento del Tesoro USA dopo il 7 ottobre 2024.
La scelta della tempistica non è casuale: era stata creata due mesi dopo l’attacco di Hamas contro Israele, ma prima che le sanzioni colpissero le strutture precedenti, permettendo una transizione quasi fluida verso la nuova entità.
Il meccanismo finanziario era sofisticato ma ben documentato dagli investigatori. I fondi venivano raccolti da donatori italiani, spesso ignari della destinazione finale, attraverso campagne di sensibilizzazione incentrate sul “supporto umanitario” ai palestinesi. I soldi passavano poi attraverso transazioni bancarie triangolate con associazioni estere, prima di confluire verso associazioni dichiarate illegali nello Stato di Israele proprio perché appartenenti, controllate o comunque collegate a Hamas.
In alcuni casi, i trasferimenti erano diretti: fondi versati direttamente a esponenti di Hamas come Alisawi, che li controllava e li utilizzava per finanziare le attività dell’organizzazione. Gli investigatori hanno documentato non solo trasferimenti di denaro, ma anche comunicazioni esplicite in cui rappresentanti di Hamas sollecitavano direttamente Hannoun e altri esponenti della cellula per ulteriori finanziamenti.
Il dettaglio controverso del supporto ai “Martiri”
Uno degli aspetti più controversi emersi dalle indagini riguarda il modo in cui parte di questi fondi era utilizzato. Non solo finanziavano le operazioni militari e politiche di Hamas, ma anche il sostentamento dei familiari di persone coinvolte in attentati terroristici, inclusi gli attentati suicidi che hanno causato la morte di decine di civili israeliani.
Questa pratica non era nuova. Già nei primi anni 2000, quando Hannoun fu indagato dalla Procura di Genova, gli investigatori di allora scoprirono che l’ABSPP manteneva economicamente gli “orfani dei martiri” di Hamas. Per l’accusa, questo equivaleva a finanziare il terrorismo, perché forniva supporto economico alle famiglie di persone che avevano compiuto attentati terroristici. Nel 2004, i pubblici ministeri chiesero l’arresto di Hannoun, ma il giudice per le indagini preliminari respinse la richiesta, ritenendo che si trattasse di un finanziamento “postumo” e quindi non configurabile come supporto preventivo al terrorismo secondo l’interpretazione giuridica dell’epoca.
Quella inchiesta fu archiviata anche perché le autorità italiane non riuscirono a ottenere le informazioni necessarie dalle autorità dei territori palestinesi attraverso le richieste di rogatorie internazionali. Una lacuna che le autorità italiane non hanno più commesso questa volta, coordinando con Israele e con altri paesi europei per ricostruire il quadro completo.
Il collegamento con i vertici internazionali di Hamas
Quello che rende questa inchiesta particolarmente significativa dal punto di vista investigativo è che non riguarda attivisti marginali, ma figure centrali nella rete internazionale di Hamas. Hannoun non era un operatore isolato in Italia. Era integrato nella struttura globale dell’organizzazione attraverso diversi meccanismi.
Il primo è la European Palestinians Conference, un’organizzazione che riunisce esponenti palestinesi in Europa e dove Hannoun figura come membro del board of directors. In questa veste, opera in stretto contatto con figure di spicco del comparto estero di Hamas, in particolare Majed Al Zeer, identificato dalle autorità tedesche come “rappresentante di Hamas” in Germania e figura centrale della raccolta fondi di Hamas in Europa.
Manifestazioni appoggiate da European Palestinians Conference
Al Zeer, cittadino britannico-giordano che si trasferì in Germania nel 2014, aveva precedentemente diretto il Palestine Return Centre nel Regno Unito, organizzazione designata come affiliata illegale di Hamas nel 2010.
Nel maggio 2024, le autorità tedesche emisero un mandato di arresto nei confronti di Al Zeer per coordinamento delle attività di Hamas in Europa. L’8 ottobre 2024, il Dipartimento del Tesoro USA lo sanzionò, definendolo rappresentante senior di Hamas in Germania e figura centrale nelle attività di raccolta fondi per Hamas in Europa.
Ancor più significativa è la partecipazione di Hannoun a una riunione in Turchia nel dicembre 2025, alla quale era presente Ali Baraka, uno dei principali esponenti del comparto estero di Hamas. Baraka, con base a Beirut in Libano, è il responsabile del Dipartimento delle Relazioni Nazionali Estere di Hamas dal 2019. È considerato una delle figure più importanti nella diplomazia estera di Hamas e ha rappresentato gli interessi dell’organizzazione in Libano dal 2011 al 2019.
Ali Baraka è stato sanzionato dagli Stati Uniti e dal Regno Unito il 13 dicembre 2023 per aver perpetuato l’agenda violenta di Hamas rappresentando i suoi interessi all’estero e gestendo le sue finanze. Eppure, nel dicembre 2025, risultava ancora in grado di incontrare operativi di Hamas come Hannoun. Questo non solo dimostra la resilienza delle reti di Hamas, ma anche la mancanza di compliance da parte di alcuni paesi europei nel far rispettare le sanzioni internazionali.
Dalle sanzioni USA all’operazione italiana
Il momento di svolta nelle indagini su Hannoun arriva dal 7 ottobre 2024, esattamente un anno dopo l’attacco di Hamas contro Israele. L’Office of Foreign Assets Control del Dipartimento del Tesoro USA sanziona Mohammad Hannoun e l’ABSPP.
Nel comunicato ufficiale, gli Stati Uniti descrivono Hannoun come “un membro di Hamas con base in Italia che ha stabilito l’ABSPP, un’associazione di beneficenza fittizia che ostensibilmente raccoglie fondi per scopi umanitari, ma in realtà aiuta a finanziare l’ala militare di Hamas”.
Secondo le autorità statunitensi, Hannoun ha inviato denaro verso organizzazioni controllate da Hamas almeno dal 2018, ha sollecitato finanziamenti per Hamas con alti funzionari dell’organizzazione, e ha versato almeno 4 milioni di dollari in un periodo di dieci anni. Le cifre contenute nell’indagine italiana sono tuttavia superiori: 7,2 milioni di euro dal 2001 ad oggi.
Nel giugno 2025, gli USA impongono una nuova tornata di sanzioni, colpendo tra gli altri l’Associazione Benefica La Cupola d’Oro. Il Dipartimento del Tesoro specifica che questa associazione era stata creata da Hannoun per continuare ad eludere le sanzioni e raccogliere fondi per l’ala militare di Hamas attraverso donatori, molti dei quali inconsapevoli dei collegamenti con l’organizzazione terroristica.
Le sanzioni hanno conseguenze concrete nel mondo della finanza globale. Le istituzioni finanziarie statunitensi devono congelare qualsiasi asset collegato agli individui e alle entità sanzionate. Le istituzioni finanziarie straniere, se scoperte a gestire i loro fondi, rischiano sanzioni secondarie e potrebbero perdere l’accesso al sistema bancario statunitense, un danno commerciale significativo in un’economia sempre più integrata.
Nel corso del 2025, anche l’Italia adotta misure amministrative nei confronti di Hannoun. Il 25 ottobre 2025, gli viene notificato un foglio di via da Milano per un anno, accompagnato da una denuncia per istigazione alla violenza. Il provvedimento era stato motivato da frasi pronunciate durante un corteo pro-palestinese del 18 ottobre 2025. Hannoun aveva dichiarato: “Tutte le rivoluzioni del mondo hanno le loro leggi. Chi uccide va ucciso, i collaborazionisti vanno uccisi”. Parole riferite alle esecuzioni di persone accusate di collaborazionismo da parte di Hamas a Gaza.
La pressione dalle indagini passate
Quello che stupisce osservando la storia di Mohammad Hannoun è che non si tratta di un nuovo caso. Le autorità italiane lo controllano da almeno 25 anni. Nei primi anni 2000, fu indagato dalla Procura di Genova, con l’attuale procuratore Nicola Piacente e la collega Francesca Nanni tra i magistrati che seguivano il caso.
Allora, come oggi, l’accusa principale era di finanziamento del terrorismo attraverso il mantenimento economico degli orfani dei “martiri” di Hamas. Nel 2004, i pubblici ministeri chiedevano l’arresto. Ma il giudice respingeva la richiesta, ritenendo che il finanziamento “postumo” non fosse configurabile come supporto preventivo al terrorismo secondo la lettura giuridica dell’epoca. L’inchiesta finì per essere archiviata, un’occasione mancata che ha permesso a Hannoun di continuare le sue operazioni per altri due decenni.
Nel luglio 2023, il Ministero della Difesa israeliano chiede al governo italiano di sequestrare i fondi di Hannoun sulla base di indagini della Shin Bet. Circa 500.000 euro vengono sequestrati. Ma mentre Israele muoveva, l’Italia rimane in gran parte inattiva, fino a quando le sanzioni USA non rendono la situazione nuovamente prominente nei mesi precedenti l’operazione del 27 dicembre.
Hannoun e la sinistra Italiana: una connessione scomoda
Le inchieste giornalistiche, in particolare quelle pubblicate dal quotidiano Il Tempo, hanno rivelato una dimensione politica della vicenda che ha sorpreso diversi osservatori. Hannoun aveva mantenuto rapporti con esponenti del Movimento 5 Stelle e del Partito Democratico italiano. Era stato ricevuto da Manlio Di Stefano, allora sottosegretario del M5S. Aveva organizzato eventi con deputati del Movimento 5S.
A gennaio 2024, Hannoun organizzò un viaggio nei campi profughi palestinesi insieme ad Alessandro Di Battista, ex deputato del M5S, e alla deputata Stefania Ascari, capogruppo 5 Stelle in commissione antiterrorismo. Il gruppo visitò anche il campo profughi di Ein el Hilweh in Libano, una base di diversi gruppi terroristici secondo gli archivi dei servizi di intelligence.
Hannoun era stato fotografato con altri esponenti politici italiani: la deputata del Partito Democratico Laura Boldrini, Marco Furfaro (PD), Nicola Fratoianni (Sinistra Italiana), l’europarlamentare Gaetano Pedullà (PD). Aveva anche avuto contatti con Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite su questioni di discriminazione razziale nei territori palestinesi.
Questi contatti pongono domande sulla dovuta diligence di attori politici italiani. Non si suggerisce qui che questi esponenti fossero consapevoli della vera natura delle attività di Hannoun. Tuttavia, il fatto che una figura sanzionata dal Dipartimento del Tesoro USA per finanziamento di Hamas riuscisse a mantenere una visibilità pubblica così significativa in Italia fino al dicembre 2025 solleva interrogativi sulla capacità o sulla volontà di alcuni settori politici italiani di fare i dovuti controlli prima di associarsi pubblicamente a figure simili.
La reazione politica e le critiche
Quando l’operazione è stata annunciata il 27 dicembre, la reazione politica è stata rapida e decisa. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha dichiarato: “È stato squarciato il velo su comportamenti e attività che, dietro il paravento di iniziative a favore delle popolazioni palestinesi, celavano il sostegno e la partecipazione a organizzazioni con vere e proprie finalità terroristiche di matrice islamista“.
La Lega ha colto l’occasione per attaccare la sinistra. Silvia Sardone, europarlamentare della Lega, ha dichiarato: “Pazzesco che la sinistra abbia difeso questo personaggio per mesi, andando a braccetto con lui in diversi cortei sul territorio. Bisogna indagare a fondo sui rapporti tra Hannoun e diversi partiti di sinistra“.
Tuttavia, in una mossa significativa, i procuratori Melillo e Piacente hanno voluto precisare che l’indagine sul finanziamento di Hamas “non può in alcun modo togliere rilievo ai crimini commessi ai danni della popolazione palestinese successivamente al 7 ottobre 2023 nel corso delle operazioni militari intraprese dal Governo di Israele, per i quali si attende il giudizio da parte della Corte Penale Internazionale“.
Questa precisazione è importante perché riflette la complessità del contesto. L’Italia ha denunciato Hannoun per finanziamento del terrorismo, ma la Corte Penale Internazionale sta contemporaneamente indagando su possibili crimini di guerra israeliani a Gaza. Entrambi i fatti possono essere veri simultaneamente: Hamas è un’organizzazione terroristica che finanzia attacchi contro civili, e allo stesso tempo gli Stati possono commettere crimini di guerra nell’affrontare il terrorismo.
La rete europea di Hamas
L’operazione italiana non è isolata. In tutta Europa, le autorità hanno intensificato gli sforzi per contrastare le attività di Hamas sul territorio continentale. In Germania, le forze dell’ordine hanno arrestato nel 2024 operativi accusati di raccogliere informazioni in preparazione di attacchi contro obiettivi ebraici, apparentemente in collegamento con il comparto militare di Hamas in Libano.
Secondo le autorità tedesche, questi individui erano incaricati di localizzare depositi di armi precedentemente nascosti in Europa da Hamas “in vista di potenziali attacchi terroristici contro istituzioni ebraiche in Europa”.
Nel processo che è iniziato nel febbraio 2025, è emerso che questi depositi di armi erano stati preparati nel contesto della pianificazione degli attacchi del 7 ottobre 2023, suggerendo che Hamas stava preparando una capacità operativa di attacco anche sul suolo europeo, non solo a Gaza.
Nell’ottobre 2025, ulteriori operativi di Hamas sono stati arrestati in Germania con l’accusa di preparare attacchi contro obiettivi israeliani e ebraici nel prossimo futuro. Secondo il Meir Amit Intelligence and Terrorism Information Center di Israele, questi arresti indicano che per la prima volta Hamas stava pianificando di attaccare obiettivi israeliani e ebraici sul suolo europeo, segnando una possibile evoluzione nel modus operandi dell’organizzazione.
Nei Paesi Bassi, la Israa Charitable Foundation e il suo rappresentante Amin Ghazi Abu Rashed sono stati identificati come parte della stessa rete di finanziamento. Ghazi è descritto dalle autorità statunitensi come un “operativo senior di Hamas in Europa responsabile della raccolta di milioni di dollari di fondi per Hamas utilizzando associazioni di beneficenza fittizie come copertura“. Nel giugno 2025, il Dipartimento del Tesoro USA ha sanzionato sia la fondazione che Ghazi.
I numeri del finanziamento globale
Per comprendere l’importanza della rete italiana, è utile situarla nel contesto più ampio del finanziamento di Hamas a livello globale. Secondo le stime del Dipartimento del Tesoro USA, Hamas riceveva circa 10 milioni di dollari al mese attraverso donazioni prima dell’operazione del 7 ottobre 2023. Una parte significativa di questi fondi proveniva da associazioni di beneficenza fittizie in Europa.
Le fonti di finanziamento di Hamas sono molteplici. L’Iran fornisce tra 80 e 100 milioni di dollari all’anno come parte del suo “asse della resistenza”. Hamas ha creato un portfolio globale di investimenti valutato tra 500 milioni e 1 miliardo di dollari, con asset in paesi come Emirati Arabi Uniti, Turchia, Qatar, Sudan e Algeria.
L’organizzazione tassa la popolazione civile di Gaza attraverso estorsioni su attività commerciali. Raccoglie fondi attraverso criptovalute e crowdfunding online. Dopo il 7 ottobre 2023, Hamas ha espanso significativamente le sue attività di crowdfunding in criptovalute, con la piattaforma Gaza Now che ha ricevuto quasi 4,5 milioni di dollari in donazioni attraverso i social media.
In questo contesto, i 7 milioni di euro della cellula italiana rappresentano una frazione significativa dei finanziamenti europei, stimati in circa 10 milioni di dollari mensili prima dell’attacco del 7 ottobre. L’operazione italiana ha quindi colpito uno dei nodi critici della rete di raccolta fondi europea di Hamas.
La sfida della distinzione tra aiuto umanitario e finanziamento terrorista
Uno dei problemi fondamentali nel contrasto al finanziamento di Hamas rimane la difficoltà di distinguere tra legittimo aiuto umanitario alla popolazione di Gaza e il supporto finanziario all’organizzazione terroristica. La popolazione di Gaza vive in condizioni di estrema difficoltà, con la maggioranza della popolazione dipendente dall’aiuto internazionale per la sopravvivenza.
Nel dicembre 2025, il ministro francese per gli Affari Europei Benjamin Haddad ha sollevato questa questione, chiedendo alla Commissione Europea di indagare sulla possibilità che finanziamenti europei destinati a organizzazioni non governative siano stati dirottati a favore di Hamas.
Haddad ha sottolineato che alcune organizzazioni umanitarie potrebbero essere costrette ad accettare supporto da strutture legate a Hamas per poter operare e fornire i loro servizi umanitari ai palestinesi.
Nel caso della cellula italiana, tuttavia, la situazione è diversa. L’ABSPP e le associazioni collegate non fornivano aiuto umanitario significativo. Raccoglievano fondi con il pretesto del supporto umanitario, ma i fondi erano diretti verso Hamas, il suo governo di facto a Gaza, e i familiari di persone coinvolte in attentati terroristici. Non c’era una componente significativa di distribuzione di aiuti alla popolazione civile. Era una struttura di finanziamento puro.
La resilienza delle reti: come Hamas si adatta
Nonostante le sanzioni, gli arresti, e le operazioni dei servizi di sicurezza, le reti di finanziamento di Hamas hanno dimostrato una notevole resilienza e capacità di adattamento. Quando un canale viene bloccato, l’organizzazione ne crea rapidamente di nuovi. Questo è esattamente quello che è accaduto con l’Associazione Benefica La Cupola d’Oro, creata nel dicembre 2023 dopo che era chiaro che l’ABSPP sarebbe stata oggetto di scrutinio internazionale più stretto.
La nuova associazione differiva dalle precedenti solo nell’identità dei rappresentanti e nella denominazione. Il meccanismo di raccolta fondi rimane sostanzialmente lo stesso. I donatori rimangono simili. I destinatari sono gli stessi. La struttura organizzativa rappresenta una continuità operativa in cui Hamas ha semplicemente rinominato e ricostituito le sue operazioni per proseguire il finanziamento.
Questa capacità di adattamento rappresenta una sfida significativa per le autorità di contrasto. Ogni volta che viene bloccato un canale, l’organizzazione può crearne un altro. Gli investigatori devono quindi rimanere costantemente consapevoli di nuove strutture emergenti e pronte ad agire quando queste sorgono. Nel caso italiano, gli investigatori sembrano aver mantenuto questo focus, ed è così che l’Associazione Benefica La Cupola d’Oro è stata identificata e inclusa negli arresti.
Lo strumento della criptovaluta
Una delle nuove sfide nel contrasto al finanziamento di Hamas è l’uso crescente di criptovalute. Le criptovalute offrono un certo grado di anonimato e permettono transazioni transfrontaliere difficili da tracciare con i metodi tradizionali di monitoraggio bancario. Nel marzo 2025, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha interrotto una rete di crypto-finanziamento di Hamas che aveva sollecitato donazioni per 1,5 milioni di dollari in monete digitali.
Mentre l’indagine italiana non sembra aver focalizzato ampiamente sulla criptovaluta, i documenti del Dipartimento del Tesoro USA indicano che Hamas stava passando sempre di più a questi canali finanziari per eludere i controlli. Nel giugno 2025, il Tesoro ha sanzionato anche operatori di criptovalute coinvolti nel finanziamento di Hamas.
Questo rappresenta una sfida significativa per le autorità internazionali. Molti paesi ancora non hanno una regolamentazione robusta del mercato della criptovaluta. Gli exchange di criptovaluta spesso non hanno gli stessi obblighi di segnalazione delle banche tradizionali. Gli investigatori devono quindi sviluppare nuove competenze e nuovi strumenti per tracciare i flussi di criptovaluta, una sfida che rimane largamente irrisolta.
Il ruolo della Turchia come base diplomatica
Mentre l’Europa rappresenta un’importante fonte di finanziamento per Hamas, la Turchia funge da base diplomatica e logistica per l’organizzazione. La Turchia non designa Hamas come organizzazione terroristica, mantenendo canali diplomatici ufficiali con il gruppo.
Nel dicembre 2025, il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha incontrato una delegazione di Hamas guidata da Khalil al-Hayya a Istanbul e ad Ankara per discutere dell’implementazione del cessate il fuoco a Gaza.
Il fatto che Mohammad Hannoun sia stato presente in Turchia nel dicembre 2025 per incontrare Ali Baraka, esponente senior del comparto estero di Hamas, suggerisce che la Turchia fornisce una location “sicura” dove i diversi nodi della rete internazionale di Hamas possono incontrarsi e coordinare le operazioni senza il rischio di arresti immediati.
Questo rappresenta un elemento critico dell’architettura internazionale di Hamas. Mentre gli Stati Uniti, l’Unione Europea, il Regno Unito e la Germania hanno designato Hamas come organizzazione terroristica e hanno implementato sanzioni, la Turchia rimane uno spazio dove Hamas può operare relativamente liberamente. Questo ha importanti implicazioni per il futuro contrasto al finanziamento di Hamas: fintanto che alcuni paesi non cooperano al contrasto, la rete di Hamas avrà sempre spazi dove operare.
Le incognite del processo
Mentre le accuse sono gravi e documentate, gli arresti rappresentano solo il primo passo nel processo giudiziario. I nove arrestati rimangono presunti innocenti fino a prova contraria. I tribunali italiani dovranno ora esaminare l’evidenza raccolta dagli investigatori e determinare se le accuse reggono legalmente.
Alcuni aspetti del caso potrebbero generare dibattito legale. La distinzione tra legittime attività di advocacy per la causa palestinese e il finanziamento del terrorismo è a volte sfumata. I tribunali dovranno determinare in modo definitivo dove tracciare la linea tra queste due cose nel contesto specifico dell’operazione italiana.
Un’altra incognita riguarda la cooperazione internazionale nel corso dei procedimenti. L’indagine italiana ha beneficiato significativamente delle informazioni fornite da Israele, dai Paesi Bassi, e da altri paesi europei. Questa stessa cooperazione sarà critica nella fase processuale, in particolare per presentare evidenza sui destinatari dei fondi e sull’uso che Hamas ha fatto del denaro italiano.
Infine, vi è la questione più ampia della dissuasione. Se gli accusati verranno condannati a pene significative, questo potrebbe dissuadere altri dal tentare di stabilire strutture simili di finanziamento di Hamas in Italia e in Europa. Se invece i procedimenti si trascinano per anni, come spesso accade nel sistema giudiziario italiano, l’effetto deterrente potrebbe essere minore.
L’eredità dell’operazione
L’operazione del 27 dicembre 2025 rappresenta un momento di svolta negli sforzi italiani ed europei per contrastare il finanziamento del terrorismo internazionale. Non si tratta di un’azione isolata, ma parte di una strategia più ampia, documentata dalle operazioni in Germania, nei Paesi Bassi, e dalle successive sanzioni del Dipartimento del Tesoro USA.
Tuttavia, l’operazione evidenzia anche i limiti del contrasto al finanziamento di Hamas. Per oltre due decenni, Mohammad Hannoun ha operato in Italia, spesso sotto il controllo delle autorità, sanzionato dagli Stati Uniti, eppure in grado di continuare le sue operazioni fino al dicembre 2025. Questo suggerisce che, nonostante i progressi, ancora non esiste una strategia integrata e coordinata a livello europeo per contrastare sistematicamente il finanziamento di Hamas.
L’Unione Europea ha le autorità legali per agire contro le reti di finanziamento del terrorismo, ma come osservato da esperti del Washington Institute e della Foundation for Defense of Democracies, questi poteri non sono stati utilizzati in modo aggressivo come potrebbero essere. L’operazione italiana potrebbe servire da catalizzatore per una risposta europea più coordinata e vigorosa.
Nel frattempo, i nove arrestati attendono il loro processo. Mohammad Hannoun, l’architetto che per oltre due decenni ha gestito una delle più sofisticate reti di finanziamento di Hamas in Europa, affronterà il sistema giudiziario italiano. Se condannato, la sua condanna potrebbe segnare la fine di un’era di relativa impunità nel finanziamento di Hamas dal suolo europeo. Se assolto, solleverebbe domande ancora più profonde sulla efficacia della lotta internazionale al terrorismo finanziario.
La realtà è che la battaglia contro il finanziamento del terrorismo rimane una sfida in corso, complessa e multisfaccetata. L’operazione italiana rappresenta un successo tattico significativo, ma la guerra più ampia per contenere il finanziamento globale di Hamas è ancora lontana dall’essere vinta.
Il presidente nomina un inviato speciale per l’isola artica, scatenando l’ira di Danimarca ed Europa. Sullo sfondo, la competizione con Cina e Russia per il controllo dell’Artico
La Groenlandia è tornata al centro della scena geopolitica globale. Il presidente americano Donald Trump ha nominato il governatore della Louisiana Jeff Landry come inviato speciale per l’isola artica, riaccendendo le tensioni con la Danimarca e sollevando interrogativi sulle ambizioni espansionistiche degli Stati Uniti.
Appena due giorni dopo l’annuncio, il 23 dicembre, Trump ha ribadito davanti ai giornalisti nella sua residenza di Mar-a-Lago: “Abbiamo bisogno della Groenlandia per la sicurezza nazionale, non per i minerali”.
Le parole del presidente non sono passate inosservate. Davanti alla stampa riunita in Florida, Trump ha dipinto un quadro preoccupante della situazione nell’Artico. “Se guardi alla Groenlandia, lungo tutta la costa vedi navi russe e cinesi ovunque”, ha dichiarato. La sua conclusione è stata netta: “Dobbiamo averla”.
La nomina di Landry segna un’escalation significativa nella strategia americana verso l’isola più grande del mondo. Il governatore repubblicano, veterano dell’Operazione Desert Storm ed ex procuratore generale della Louisiana, non ha nascosto le sue intenzioni.
Subito dopo l’annuncio, ha scritto sui social media che sarebbe stato “un onore servire in questa posizione volontaria per rendere la Groenlandia parte degli Stati Uniti”.
Copenaghen reagisce con fermezza
La reazione danese è stata immediata e decisa. Il ministro degli Esteri Lars Løkke Rasmussen ha convocato l’ambasciatore americano a Copenaghen per chiedere spiegazioni, definendosi “profondamente turbato” dalla nomina.
In una dichiarazione che non lascia spazio a interpretazioni, Rasmussen ha sottolineato che “tutti, Stati Uniti compresi, devono rispettare l’integrità territoriale del Regno di Danimarca”.
La prima ministra danese Mette Frederiksen e il primo ministro della Groenlandia Jens-Frederik Nielsen hanno emesso una dichiarazione congiunta che respinge categoricamente le pretese americane. “Non si può annettere un altro paese, nemmeno con l’argomento della sicurezza internazionale”, hanno affermato.
Il messaggio è stato chiaro e senza ambiguità: “La Groenlandia appartiene ai groenlandesi, e gli Stati Uniti non prenderanno il controllo della Groenlandia”.
Nielsen, dal canto suo, ha cercato di minimizzare l’impatto dell’annuncio di Trump. Su Facebook ha scritto che “ci siamo svegliati ancora una volta con una nuova dichiarazione del presidente americano”, ma ha assicurato che “non cambia nulla per noi.
Il nostro futuro lo decidiamo noi”. Le sue parole riflettono la determinazione di un territorio che da decenni persegue una maggiore autonomia dalla Danimarca.
Frederiksen ha espresso su Instagram il disagio per la situazione, definendola “una posizione difficile in cui i nostri alleati di lunga data ci stanno mettendo”. La frase riassume il dilemma di Copenaghen: come rispondere alle pressioni di un partner storico della NATO senza compromettere decenni di cooperazione transatlantica.
L’Europa si schiera con la Danimarca
L’Unione Europea ha risposto con una dimostrazione di solidarietà compatta. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa hanno espresso “piena solidarietà” con la Danimarca.
Costa è stato esplicito nel sottolineare che “l’integrità territoriale e la sovranità sono principi fondamentali del diritto internazionale”.
Le dichiarazioni dei leader europei hanno un peso particolare. L’UE ha chiarito che, in caso di aggressione militare, si applicherebbe la clausola di difesa reciproca prevista dai trattati.
Anche se la Groenlandia non è formalmente membro dell’Unione Europea, mantiene legami speciali con il blocco e i suoi abitanti sono cittadini europei in quanto danesi.
Il presidente francese Emmanuel Macron ha aggiunto la sua voce al coro di proteste. “La Groenlandia appartiene al suo popolo e la Danimarca ne è garante”, ha scritto su X, aggiungendo di unire la propria voce “a quella degli europei per esprimere la nostra piena solidarietà”.
La Germania è stata altrettanto ferma: “I confini non devono essere spostati con la forza”, ha dichiarato un portavoce del governo tedesco.
Una storia che si ripete
L’interesse americano per la Groenlandia non è una novità dell’era Trump. La storia di questa fascinazione risale a oltre un secolo fa. Nel 1867, il Segretario di Stato William Seward aveva già considerato l’acquisizione dell’isola. Nel 1946, subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’amministrazione Truman offrì alla Danimarca 100 milioni di dollari in oro per acquistarla.
Segretario di Stato William Seward
Ma è nel 2019, durante il suo primo mandato, che Trump portò l’idea sulla scena pubblica in modo clamoroso. La proposta di “acquistare” la Groenlandia fu accolta con sorpresa e incredulità. La prima ministra Frederiksen la definì “assurda”, scatenando una crisi diplomatica che portò Trump a cancellare una visita di stato in Danimarca prevista per incontrare la regina Margherita II.
Tornato alla Casa Bianca nel gennaio 2025, Trump ha ripreso la sua campagna con rinnovato vigore. A marzo, il vicepresidente JD Vance ha visitato la base spaziale di Pituffik nel nord-ovest della Groenlandia, senza aver ricevuto un invito ufficiale dalle autorità groenlandesi.
La visita è stata interpretata come un messaggio implicito: gli Stati Uniti intendono rafforzare la loro presenza nell’Artico, con o senza il consenso formale.
Ad agosto, la Danimarca ha convocato nuovamente l’incaricato d’affari americano dopo che alcuni individui legati a Trump erano stati avvistati a Nuuk, la capitale groenlandese, impegnati in quelle che Copenhagen ha definito “operazioni di influenza”.
Secondo media danesi, questi emissari avrebbero cercato di raccogliere informazioni su questioni storiche sensibili che in passato hanno alimentato tensioni tra la Groenlandia e la madrepatria danese.
La posta in gioco: sicurezza e risorse
Le ragioni dell’interesse americano sono molteplici e complesse. La posizione geografica della Groenlandia è strategicamente cruciale. L’isola si trova lungo il cosiddetto GIUK gap, lo stretto di mare tra Groenlandia, Islanda e Regno Unito, un corridoio vitale per la NATO durante la Guerra Fredda utilizzato per monitorare i sottomarini sovietici diretti nell’Atlantico settentrionale.
Oggi quella funzione resta fondamentale. La base spaziale di Pituffik, che gli americani gestiscono dal 1951 in virtù di un accordo di difesa con la Danimarca, ospita circa 150 militari dell’Air Force e della Space Force.
Il complesso è dotato di un sistema radar avanzato in grado di rilevare missili balistici e detriti spaziali. Si tratta del porto in acque profonde più settentrionale al mondo e di un avamposto insostituibile per la difesa missilistica americana.
Il cambiamento climatico sta trasformando l’Artico in una nuova frontiera strategica. Lo scioglimento dei ghiacci sta aprendo nuove rotte marittime, in particolare il Passaggio a Nord-Ovest e la Rotta del Mare del Nord, che potrebbero ridurre drasticamente i tempi di navigazione tra Europa e Asia. Queste vie d’acqua stanno diventando sempre più navigabili, attirando l’attenzione di potenze globali come Russia e Cina.
Le risorse naturali della Groenlandia rappresentano un’altra dimensione cruciale. Il sottosuolo dell’isola custodisce enormi giacimenti di elementi delle terre rare, materiali essenziali per l’industria tecnologica moderna.
Secondo stime della Commissione europea, la Groenlandia possiede circa 1,5 milioni di tonnellate di terre rare, pari a circa il 20% delle riserve globali disponibili. Alcuni esperti ritengono che i giacimenti groenlandesi potrebbero soddisfare il 25% della domanda mondiale attuale.
Il deposito di Kvanefjeld, nel sud dell’isola, è considerato il secondo giacimento di terre rare più grande al mondo, con stime che parlano di 6,6 milioni di tonnellate di ossidi di terre rare. Oltre a questi elementi preziosi, la Groenlandia possiede riserve significative di uranio, torio, grafite, litio, petrolio e gas naturale.
Tuttavia, lo sfruttamento di queste risorse si è rivelato molto più complicato del previsto. Attualmente sull’isola è attiva una sola miniera, che estrae anortosite per la produzione di lana di roccia isolante, non terre rare. Le preoccupazioni ambientali, unite a un controverso divieto di estrazione dell’uranio imposto dalla Groenlandia stessa, hanno frenato gli investimenti.
La sfida cinese e russa nell’Artico
Trump ha più volte sottolineato la presenza di navi russe e cinesi nelle acque intorno alla Groenlandia come giustificazione per le sue ambizioni. Non si tratta di retorica priva di fondamento. Negli ultimi anni, sia Mosca che Pechino hanno intensificato le loro attività nell’Artico, destando preoccupazione negli Stati Uniti e nei loro alleati NATO.
La Cina, pur non essendo una nazione artica, ha dichiarato nel 2018 di considerarsi uno “Stato quasi-artico” in un libro bianco ufficiale. Dal 2015, Pechino ha tentato di investire in Groenlandia in aeroporti, progetti minerari e infrastrutture.
Nel 2018, un’azienda di stato cinese aveva offerto circa 550 milioni di dollari per espandere due aeroporti groenlandesi, ma le pressioni del Pentagono costrinsero l’azienda a ritirarsi.
L’interesse cinese non è puramente commerciale. Gli analisti di sicurezza sospettano che Pechino intenda utilizzare questi progetti infrastrutturali per installare sensori e radar a doppio uso nel Circolo Polare Artico, con l’obiettivo di controllare i propri satelliti militari e raccogliere intelligence sulle operazioni spaziali americane.
La Cina domina attualmente il mercato globale delle terre rare, controllando estrazione, raffinazione e lavorazione. Un accesso privilegiato ai giacimenti groenlandesi potrebbe minare questo monopolio.
La Russia, dal canto suo, ha riaperto diverse basi militari sovietiche nell’Artico a partire dal 2015. Mosca sta costruendo nuove navi rompighiaccio e rafforzando la sua presenza militare nella regione. La base di Nagurskoye, situata a soli 600 miglia dalla costa settentrionale della Groenlandia, è stata riattivata come parte di questa strategia.
La cooperazione sino-russa nell’Artico si sta approfondendo. I due paesi hanno condotto esercitazioni militari congiunte nella regione e intensificato la cooperazione nel settore della navigazione e delle infrastrutture. Per gli Stati Uniti, questo allineamento rappresenta una minaccia crescente agli interessi occidentali nel Grande Nord.
Un’economia fragile tra indipendenza e dipendenza
La Groenlandia si trova in una posizione paradossale. L’isola aspira all’indipendenza dalla Danimarca, un obiettivo condiviso dalla maggioranza dei suoi circa 57.000 abitanti. Ma la dipendenza economica da Copenaghen rende questo sogno difficile da realizzare nel breve termine.
Il PIL della Groenlandia ammonta a circa 20 miliardi di corone danesi, equivalenti a circa 3 miliardi di dollari. L’economia dipende in larga misura dalla pesca, che rappresenta il 23% del prodotto interno lordo. Ma è il sussidio annuale danese a mantenere a galla le finanze pubbliche: ogni anno Copenhagen trasferisce alla Groenlandia circa 4,1-4,45 miliardi di corone danesi (590 milioni di dollari), pari al 19-20% del PIL groenlandese.
Questo sussidio costituisce circa la metà del bilancio governativo dell’isola. Tradotto in termini pro capite, significa che ogni groenlandese riceve circa 10.000 dollari all’anno in aiuti danesi. A questi si aggiungono altri 204 milioni di euro che la Danimarca spende annualmente per servizi come polizia, difesa, carceri, tribunali e protezione ambientale.
Dal 2009, la Groenlandia gode di uno status di autogoverno rafforzato che le conferisce il controllo su tassazione, pesca, risorse naturali e sistema giudiziario. La legge prevede anche che l’isola possa dichiarare l’indipendenza attraverso un referendum, a condizione che il parlamento danese dia il suo consenso. Nel 2023, la Groenlandia ha presentato la sua prima bozza di costituzione, che prevede la creazione di una repubblica groenlandese indipendente.
Nelle elezioni parlamentari di marzo 2025, il partito di centrodestra Demokraatit, che sostiene un approccio graduale verso l’indipendenza, ha ottenuto circa il 30% dei voti. Il risultato ha evidenziato il desiderio crescente di autodeterminazione, ma anche la consapevolezza che l’indipendenza economica deve precedere quella politica.
Le mosse americane e la risposta europea
Nel frattempo, l’amministrazione Trump ha aumentato la pressione su più fronti. A dicembre, Washington ha sospeso i contratti di locazione per cinque grandi progetti eolici offshore al largo della costa orientale degli Stati Uniti, tra cui due sviluppati dalla società danese Orsted, controllata dallo stato. La decisione è stata interpretata da molti osservatori come un tentativo di esercitare pressione economica sulla Danimarca.
La Danimarca, da parte sua, non è rimasta immobile. Nel gennaio 2025, il governo danese ha annunciato un accordo di difesa per l’Artico e l’Atlantico settentrionale del valore di 14,6 miliardi di corone danesi (circa 2 miliardi di euro). L’accordo prevede l’acquisizione di tre nuove navi artiche, droni a lungo raggio, satelliti e sensori terrestri per rafforzare la sorveglianza e la sovranità nella regione.
L’iniziativa è stata concordata in stretta collaborazione con i governi di Groenlandia e delle Isole Faroe. Il ministro della Difesa danese Troels Lund Poulsen ha sottolineato che “dobbiamo affrontare il fatto che ci sono sfide serie riguardo alla sicurezza e alla difesa nell’Artico e nell’Atlantico settentrionale”. L’accordo mira anche a garantire che gli investimenti abbiano un impatto positivo sulle comunità locali e rafforzino la resilienza della società civile groenlandese.
Gli esperti di sicurezza sono divisi sulle reali intenzioni di Trump. Marc Jacobsen, professore al Royal Danish Defence College, ritiene che Trump sia serio riguardo al suo interesse per la Groenlandia, ma considera improbabile che tenti di acquisirla con la forza. “Vediamo tentativi di guadagnare influenza attraverso altri canali: investimenti strategici e narrazioni che dipingono la Danimarca come un cattivo partner”, ha spiegato a Al Jazeera.
Un’invasione della Groenlandia da parte degli Stati Uniti, secondo Jacobsen, “significherebbe la fine della NATO”, l’alleanza militare di cui sia Stati Uniti che Danimarca sono membri fondatori. L’articolo 5 del trattato NATO, che garantisce la difesa collettiva in caso di attacco armato, si applicherebbe alla Groenlandia in quanto territorio danese. Questo porterebbe ad una situazione senza precedenti: l’invocazione dell’articolo 5 contro un membro della stessa alleanza.
Tra retorica e realtà
Resta da capire fino a che punto Trump sia disposto a spingersi. Le sue dichiarazioni pubbliche non hanno escluso l’uso della forza militare, una posizione che ha allarmato governi e analisti. Tuttavia, molti osservatori ritengono che questa retorica aggressiva faccia parte di una strategia negoziale più ampia, tipica dello stile del presidente.
Trump ha chiarito che l’interesse americano non è principalmente legato alle risorse minerali. “Abbiamo così tanti giacimenti di minerali, petrolio e tutto il resto. Abbiamo più petrolio di qualsiasi altro paese al mondo”, ha affermato a Mar-a-Lago. La vera posta in gioco, secondo la Casa Bianca, è la sicurezza nazionale: impedire che potenze rivali come Russia e Cina ottengano un punto d’appoggio strategico nel cuore dell’Artico.
La portavoce vice della Casa Bianca Anna Kelly ha spiegato che Trump ha creato la posizione di inviato speciale perché l’amministrazione considera la Groenlandia “una posizione strategicamente importante nell’Artico per mantenere la pace attraverso la forza”. È una formulazione che riecheggia la dottrina della “pace attraverso la forza” cara ai conservatori americani.
Per i groenlandesi, le pressioni esterne stanno paradossalmente rafforzando il senso di identità nazionale. In un sondaggio condotto a gennaio 2025, la stragrande maggioranza dei groenlandesi ha espresso il desiderio di indipendenza dalla Danimarca, ma ha respinto fermamente l’idea di diventare parte degli Stati Uniti. Il primo ministro Egede ha dichiarato che la Groenlandia mantiene relazioni amichevoli con Washington e che “sappiamo che non c’è alcun ostacolo alla sicurezza americana nell’Artico se desiderano operare nel territorio economico”. Ma ha aggiunto che “passare dalla persuasione alla pressione per prendere un paese popolato con la propria democrazia non è accettabile”.
La vicenda groenlandese mette in luce le tensioni che attraversano l’ordine internazionale nel XXI secolo. Da un lato, principi fondamentali come la sovranità territoriale e l’autodeterminazione dei popoli. Dall’altro, la logica spietata della competizione geopolitica in un mondo sempre più multipolare. La Groenlandia, con i suoi ghiacci che si sciolgono e i suoi tesori nascosti nel sottosuolo, si trova al centro di questa tempesta. E mentre i leader discutono del suo futuro a migliaia di chilometri di distanza, i 57.000 groenlandesi continuano a rivendicare il diritto di decidere da soli il proprio destino.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha pubblicamente difeso lunedì il piano del suo governo di istituire una commissione d’inchiesta politica per indagare sui fallimenti che hanno preceduto e seguito il massacro del 7 ottobre 2023, respingendo le accuse secondo cui si tratterebbe di un tentativo di insabbiare le proprie responsabilità.
Un videomessaggio a sostegno della commissione
In un videomessaggio diffuso dopo l’approvazione della proposta da parte del comitato ministeriale, Netanyahu ha affermato che la commissione proposta sarà “indipendente” e “equilibrata”, con un numero uguale di membri scelti dalla coalizione e dall’opposizione. Il premier ha sottolineato che nessun politico in carica farà parte del panel, che includerà invece esperti in sicurezza, diritto e mondo accademico, oltre a osservatori rappresentanti delle famiglie in lutto.
Parole dure che fanno gridare allo scandalo l’opposizione
“Questa sarà una commissione con pieni poteri, esattamente come richiede la legge”, ha dichiarato Netanyahu, citando come modello la commissione bipartisan creata negli Stati Uniti dopo gli attacchi dell’11 settembre. Il primo ministro ha ribadito che il governo avrebbe potuto nominare autonomamente una commissione d’inchiesta governativa, ma ha ritenuto che tale opzione avrebbe ottenuto solo una fiducia limitata da parte del pubblico.
Una proposta che divide il paese
La commissione proposta dal deputato del Likud Ariel Kallner prevede un panel di sei membri nominati dalla Knesset. Il disegno di legge richiede inizialmente un voto di almeno 80 parlamentari per approvare i membri per consenso. In mancanza di accordo, coalizione e opposizione nomineranno tre membri ciascuno. Ma è proprio qui che si annida la controversia principale: se l’opposizione dovesse rifiutarsi di partecipare, come ha promesso di fare, lo speaker della Knesset Amir Ohana, un fedelissimo di Netanyahu, nominerebbe tutti e sei i membri.
Critiche anche dalla maggioranza
Questa clausola ha suscitato forti critiche persino all’interno della maggioranza. Il ministro Ze’ev Elkin è stato l’unico membro del gabinetto a votare contro la proposta durante la riunione del comitato ministeriale, esprimendo preoccupazione per il fatto che permettere a Ohana di nominare tutti i membri trasformerebbe di fatto la commissione in un’indagine completamente controllata dalla coalizione.
L’opposizione ha reagito con durezza all’annuncio. Il leader dei Democratici Yair Golan ha scritto su X che “l’uomo responsabile del più grande disastro della nostra storia non sta cercando risposte, sta cercando un alibi”. Yair Lapid, leader di Yesh Atid e principale figura dell’opposizione, ha definito la proposta “controllata politicamente” e ha ribadito la richiesta di una commissione statale d’inchiesta secondo la legge vigente.
Il contesto storico e giuridico
In Israele, le commissioni statali d’inchiesta sono regolate da una legge del 1968 che prevede l’indipendenza totale dell’organo investigativo dal potere politico. Secondo questa normativa, è il presidente della Corte Suprema a nominare i membri della commissione, che deve essere presieduta da un giudice. Queste commissioni hanno poteri di citazione e sono considerate tra le istituzioni più affidabili della democrazia israeliana.
Nel corso della storia di Israele sono state istituite più di venti commissioni statali d’inchiesta per eventi di rilevanza nazionale, tra cui quella dopo la guerra dello Yom Kippur del 1973, quella sul massacro di Sabra e Shatila nel 1982 e quella sull’assassinio del primo ministro Yitzhak Rabin nel 1995. Più recentemente, è stata istituita una commissione statale per indagare sulla tragica calca del Monte Meron nel 2021, che causò 45 morti.
L’opposizione e le famiglie delle vittime chiedono proprio questo tipo di indagine indipendente per il 7 ottobre. Un sondaggio dell’Institute for National Security Studies di ottobre ha rilevato che circa il 75% degli israeliani è favorevole all’istituzione di una commissione statale d’inchiesta, con solo il 17% contrario. Il sostegno è trasversale: anche tra gli elettori della coalizione, il 52% supporta una commissione statale, percentuale che sale al 92% tra gli elettori dell’opposizione.
Le famiglie dei caduti in rivolta
Le famiglie delle vittime del 7 ottobre hanno lanciato quella che hanno definito una “settimana di rabbia” contro il piano governativo. Il Consiglio di Ottobre, un forum che riunisce familiari dei caduti e degli ostaggi, ha promesso manifestazioni davanti alla Knesset e all’ufficio del primo ministro, oltre a una massiccia campagna sui social media e via messaggi.
Domenica, 22 ex ostaggi e decine di familiari di 49 ostaggi hanno firmato una lettera aperta a Netanyahu chiedendo al governo di istituire una commissione statale d’inchiesta o di dimettersi. “Chiediamo allo Stato di Israele di smettere di procrastinare e istituire immediatamente una piena commissione statale d’inchiesta”, si legge nella lettera.
Rafi Ben Shitrit, ex sindaco di Beit She’an il cui figlio sergente maggiore Alroy è stato ucciso a Nahal Oz, ha stracciato pubblicamente una copia del disegno di legge, affermando che è inteso a “silenziare le critiche, cancellare le prove, evitare la responsabilità e manipolare il pubblico”.
Netanyahu e il controllo del mandato
Un elemento ancora più controverso è emerso la settimana scorsa: Netanyahu stesso presiederà il comitato ministeriale che determinerà l’ambito e il mandato della commissione d’inchiesta. Questo gli conferisce un’influenza determinante sulla direzione dell’indagine proposta dal suo governo, invece della commissione statale indipendente richiesta dalla maggioranza dell’opinione pubblica.
Durante la prima riunione del comitato ministeriale lunedì, Netanyahu ha dichiarato che l’indagine sugli eventi del 7 ottobre deve risalire indietro di decenni, “da Oslo, attraverso il Disimpegno [da Gaza], fino al rifiuto [di servire nelle riserve]”. Il riferimento agli Accordi di Oslo del 1993, al ritiro da Gaza del 2005 e alle proteste contro la riforma giudiziaria del 2023 suggerisce un tentativo di allargare la responsabilità ben oltre il suo governo.
Questa mossa ha provocato ulteriori accuse di conflitto d’interessi. Il leader dell’opposizione Lapid ha ironizzato suggerendo che Netanyahu potrebbe “scrivere il verdetto subito”. L’ex ministro della Difesa Yoav Gallant e l’ex capo di stato maggiore Herzi Halevi hanno entrambi chiesto pubblicamente e ripetutamente l’istituzione di una commissione statale d’inchiesta.
Il peso del processo per corruzione
La resistenza di Netanyahu a una commissione indipendente nominata dalla magistratura va contestualizzata nel quadro del suo difficile rapporto con il sistema giudiziario israeliano. Il primo ministro è sotto processo dal 2020 per accuse di corruzione, frode e abuso d’ufficio in tre casi separati. La sua testimonianza, iniziata nel dicembre 2024, prosegue con sessioni tre volte a settimana.
Nel 2023, il governo Netanyahu ha tentato una controversa riforma del sistema giudiziario che ha scatenato le più grandi manifestazioni di piazza della storia israeliana, con centinaia di migliaia di persone in strada per mesi. Le proteste si sono intensificate quando migliaia di riservisti di unità d’élite hanno minacciato di sospendere il servizio se la riforma fosse passata. La Corte Suprema ha successivamente bocciato la legge che limitava il potere della magistratura di annullare decisioni governative ritenute “irragionevoli”.
Netanyahu ha ripetutamente affermato che una commissione statale i cui membri sarebbero scelti dalla magistratura non sarebbe imparziale nei confronti del suo governo. Ha evitato di chiamare per titolo il presidente della Corte Suprema Yitzhak Amit, riferendosi a lui solo come “Giustizia Amit”. I critici sottolineano come fino al 2022 lo stesso Netanyahu sostenesse le commissioni statali d’inchiesta per indagare sulla condotta del governo precedente.
Il paragone con l’11 settembre
Nel suo videomessaggio, Netanyahu ha tracciato un parallelo tra gli attacchi del 7 ottobre e quelli dell’11 settembre 2001, sostenendo che un evento di tale portata richiede una “commissione speciale” come quella bipartisan creata negli Stati Uniti. “Nessuno si lamentò allora di faziosità politica, e devo dire che le sue conclusioni hanno ricevuto ampia legittimazione proprio per questa ragione”, ha affermato il premier.
Il paragone è stato ampiamente utilizzato nei circoli diplomatici israeliani fin dall’indomani dell’attacco. Molti osservatori hanno definito il 7 ottobre “l’11 settembre di Israele”, riferendosi al trauma collettivo subito dalla nazione. L’attacco di Hamas ha causato la morte di 1.219 persone, tra cui almeno 810 civili e 379 membri delle forze di sicurezza, ed è stato il giorno più letale nella storia di Israele.
Tuttavia, alcuni esperti mettono in guardia contro un’eccessiva semplificazione del parallelo. La Commissione sull’11 settembre era composta da dieci membri nominati dal presidente e dai leader congressuali di entrambi i partiti, ma non includeva membri del governo in carica. Nel caso israeliano, invece, il mandato della commissione sarà determinato da un comitato ministeriale presieduto dallo stesso Netanyahu, sollevando questioni fondamentali sulla sua reale indipendenza.
Cosa accade ora
Il disegno di legge di Kallner dovrebbe essere sottoposto a una lettura preliminare alla Knesset mercoledì. Se approvato, la commissione avrebbe sei membri con pieni poteri investigativi, inclusa la capacità di citare testimoni e accedere a documenti riservati. Il governo sottolinea che tutte le discussioni saranno trasmesse in diretta.
Le forze di sicurezza israeliane hanno già condotto indagini interne. A febbraio, un’inchiesta militare ha riconosciuto un “completo fallimento”, ammettendo di aver gravemente sottovalutato le capacità di Hamas. L’ex capo di stato maggiore Halevi si è dimesso prima della conclusione dell’indagine, ammettendo i “terribili” fallimenti di sicurezza e intelligence. Anche lo Shin Bet, il servizio di sicurezza interno, ha riconosciuto numerosi errori nella valutazione della minaccia rappresentata da Hamas.
Ma per le famiglie delle vittime e per gran parte dell’opinione pubblica israeliana, solo una commissione statale indipendente può fornire risposte complete e garantire responsabilità politica. “Non sostengo l’istituzione di una commissione statale d’inchiesta per punire qualcuno, e non perché riporterà indietro mio figlio”, ha dichiarato Jon Polin, padre di Hersh Goldberg-Polin, rapito il 7 ottobre e ucciso in cattività. “Sostengo una commissione statale d’inchiesta affinché ciò che è accaduto a mio figlio non possa mai più accadere al figlio di qualcun altro”.
Mentre Netanyahu insiste sul fatto che la sua proposta rappresenta “il modo giusto per accertare la verità”, l’opposizione promette battaglia. Yair Lapid ha dichiarato che “una commissione statale d’inchiesta sarà istituita, se non ora, allora nella prima settimana del nostro governo”. La procuratrice generale Gali Baharav-Miara ha criticato duramente la proposta governativa, definendola “politica” e inadeguata.
La battaglia sulla commissione d’inchiesta del 7 ottobre riflette divisioni più profonde nella società israeliana: tra governo e magistratura, tra coalizione e opposizione, tra chi chiede responsabilità immediate e chi preferisce rimandare i conti fino alla fine della guerra. In gioco non c’è solo la verità su cosa è andato storto quel tragico giorno, ma la natura stessa della democrazia israeliana e della sua capacità di fare i conti con i propri fallimenti.
MOSCA — Il boato che ha squarciato la quiete di Yasenevo, un distretto residenziale nella periferia sud-occidentale della capitale russa, non ha solo distrutto una Kia Sorento bianca. Ha frantumato, per l’ennesima volta, l’illusione di sicurezza che il governo russo ha cercato di mantenere intatta per la sua élite militare.
Erano da poco passate le sette e trenta di lunedì mattina quando il tenente generale Fanil Sarvarov, cinquantaseienne capo del Direttorato per l’addestramento operativo dello Stato Maggiore, è uscito dal suo condominio per recarsi al lavoro. Non ha avuto il tempo di immettersi nel traffico moscovita. Un ordigno improvvisato, piazzato con precisione chirurgica sotto il sedile del guidatore, ha trasformato l’abitacolo in una trappola mortale.
Un parcheggio trasformato in una scena del crimine
La scena descritta dai primi soccorritori e riportata dai canali Telegram vicini alle forze dell’ordine, come Baza e Mash, è quella di una devastazione mirata. L’esplosione è stata contenuta ma letale, progettata per uccidere l’occupante senza causare danni collaterali massicci agli edifici circostanti. Per Sarvarov la morte è sopraggiunta all’istante, segnando il punto più alto di una campagna di eliminazione che sta sistematicamente prendendo di mira i vertici della macchina bellica russa.
Gli investigatori del Comitato Investigativo della Federazione Russa, giunti sul posto in tute blu scuro mentre la neve iniziava a coprire i detriti, hanno immediatamente aperto un fascicolo per omicidio e traffico illegale di esplosivi. Tuttavia, nessuno a Mosca nutre dubbi sulla matrice dell’attacco. Le autorità puntano il dito contro i servizi speciali ucraini, accusati di aver portato ancora una volta il terrore nel cuore pulsante del potere nemico.
L’uccisione del generale russo fa parte di una strategia
Questo omicidio non è un evento isolato, ma rappresenta l’apice di una strategia di logoramento che ha cambiato volto nell’ultimo anno. La guerra non si combatte più solo nelle trincee fangose del Donbass o nelle steppe di Zaporizhzhia. Si è spostata nei parcheggi dei condomini di lusso, nei parchi dove gli ufficiali fanno jogging e nelle strade che percorrono quotidianamente per tornare dalle loro famiglie.
Un generale operativo con responsabilità formativa
Sarvarov non era un burocrate qualsiasi. Veterano decorato delle campagne in Cecenia e figura chiave nell’intervento russo in Siria del 2015, ricopriva un ruolo nevralgico nell’attuale conflitto. Il suo compito era supervisionare la preparazione delle riserve e l’addestramento delle nuove unità destinate al fronte. Colpire lui significa inceppare un ingranaggio fondamentale della catena di montaggio militare che alimenta lo sforzo bellico del Cremlino.
L’attentato in un luogo centrale e significativo
La scelta del luogo dell’attentato aggiunge un ulteriore livello di inquietudine per l’apparato di sicurezza russo. Yasenevo non è un quartiere qualunque. È una zona storicamente legata all’intelligence, nota per ospitare il quartier generale dell’SVR, il servizio di spionaggio estero. Il fatto che un’operazione di sabotaggio così complessa sia stata eseguita proprio sotto il naso delle spie russe evidenzia una falla sistemica nel controspionaggio che il governo fatica a nascondere.
Una rete di collaboratori a Mosca
Fonti di intelligence occidentali suggeriscono che la capacità di Kiev di operare così in profondità nel territorio nemico indichi una rete di collaboratori locali ben radicata o una permeabilità dei confini russi che persiste nonostante i controlli draconiani. Non si tratta solo di piazzare una bomba, ma di sorvegliare per settimane un obiettivo di alto profilo, studiarne le abitudini e colpire nel momento di massima vulnerabilità.
La reazione ufficiale del Cremlino è stata, come da copione, furiosa ma misurata nei toni pubblici. Il portavoce Dmitry Peskov ha condannato l’atto definendolo terrorismo di stato, promettendo che i responsabili saranno identificati e puniti. Dietro le quinte, tuttavia, fonti vicine al Ministero della Difesa descrivono un clima di crescente paranoia. Gli ufficiali di alto rango hanno iniziato a modificare le loro routine, a evitare i veicoli personali e a richiedere scorte più pesanti.
Uno schema che si ripete
L’eliminazione di Sarvarov segue un modello ormai tristemente familiare per i militari russi. Solo pochi mesi fa, un altro alto ufficiale era stato ucciso in circostanze simili nella regione di Mosca, e prima ancora un comandante di sottomarino era stato abbattuto mentre correva in un parco di Krasnodar. Esiste una lista, reale o metaforica, e i nomi vengono cancellati uno dopo l’altro con una regolarità che sfida le misure di protezione statali.
Assassinio durante il delicato momento di negoziati
Questo assassinio giunge in un momento politico estremamente delicato. Con il conflitto che si trascina verso il suo quarto anno e i fronti sostanzialmente congelati, le operazioni asimmetriche assumono un peso politico sproporzionato. Servono a dimostrare che la Russia non può garantire la sicurezza nemmeno ai suoi servitori più fedeli e protetti.
L’attentato dimostra che nessuno è al sicuro, neanche a Mosca
Per la popolazione moscovita, che ha vissuto gran parte della guerra in una bolla di relativa normalità, eventi come questo sono un brusco risveglio. Le immagini dell’auto carbonizzata di Sarvarov, circolate viralmente sui social media russi nonostante i tentativi di censura, portano la realtà del conflitto dentro il Grande Raccordo Anulare di Mosca. La guerra non è più un concetto astratto da guardare in televisione, ma una presenza fisica che fa saltare in aria le macchine nel parcheggio sotto casa.
Una spaccatura tra i militari russi
Gli analisti militari russi, spesso voci critiche tollerate dal regime, hanno espresso sui loro blog la frustrazione per l’incapacità dell’FSB di prevenire questi attacchi. Si chiedono come sia possibile che, dopo quasi quattro anni di guerra, gli agenti nemici possano muoversi così liberamente nella capitale. Queste critiche, seppur velate, riflettono una spaccatura crescente tra l’apparato militare e i servizi di sicurezza, due pilastri del potere putiniano che iniziano a guardarsi con sospetto reciproco.
Nessuna rivendicazione da Kiev
Dal punto di vista ucraino, sebbene manchi una rivendicazione ufficiale esplicita, l’operazione rientra nella dottrina dichiarata dal capo dell’intelligence militare Kyrylo Budanov. La sua filosofia è sempre stata chiara: chiunque partecipi all’aggressione contro l’Ucraina è un obiettivo legittimo, ovunque si trovi. Questa non è vendetta, sostengono a Kiev, ma giustizia differita ed esecuzione di una sentenza emessa dalla storia.
L’uccisione del generale è sintomo di scarsa sicurezza
L’impatto psicologico di tali omicidi è forse più devastante del danno materiale. La morte di un singolo generale, per quanto competente, può essere assorbita da una struttura militare vasta come quella russa. Ma la sensazione di essere braccati, di non avere un luogo sicuro dove rifugiarsi, erode il morale della classe dirigente. Costringe ogni ufficiale a guardarsi alle spalle, a sospettare del meccanico che ripara l’auto o del vicino di casa troppo curioso.
Una lunga giornata per la polizia scientifica russa
Mentre il sole tramonta su Yasenevo e la polizia scientifica rimuove gli ultimi frammenti della Kia Sorento, resta una certezza amara per l’establishment russo. I confini geografici del conflitto sono diventati irrilevanti. La linea del fronte non è più definita dalle trincee, ma dalla portata dell’intelligence avversaria e dalla determinazione di chi ha deciso di portare la guerra direttamente agli architetti dell’invasione.
Nelle prossime settimane assisteremo probabilmente a un giro di vite nella capitale. Ci saranno arresti, forse spettacolari, raid contro presunte cellule dormienti e un ulteriore inasprimento delle misure di sorveglianza digitale. Ma la vulnerabilità esposta oggi è profonda. La morte del generale Sarvarov dimostra che le mura del Cremlino possono essere alte, ma non sono impenetrabili. In questa nuova fase del conflitto, la minaccia è invisibile, silenziosa e paziente, pronta a colpire quando la guardia si abbassa, anche solo per un istante, in un tranquillo lunedì mattina di dicembre.
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