Nel 2025 il panorama della sicurezza informatica si presenta ancora denso di minacce e complessità crescenti, in grado di impattare profondamente sia sulle grandi aziende sia sulle piccole imprese. L’evoluzione degli attacchi e il costante perfezionamento delle tecniche di cybercrime impongono nuovi standard di resilienza e innovazione nei processi di difesa. Tuttavia, la capacità di reazione e adattamento delle organizzazioni non è omogenea. Se da un lato molte grandi aziende sono riuscite a sfruttare i progressi dell’automazione e dell’intelligenza artificiale per contenere, almeno in parte, i danni derivanti da un data breach, le piccole imprese devono ancora fronteggiare pesanti difficoltà, sia economiche che reputazionali.
Il costo medio globale di una violazione di dati nel 2025 è sceso a 4,44 milioni di dollari, registrando un calo del 9% rispetto all’anno precedente. Questo risultato è in larga parte dovuto all’adozione sempre più capillare di tecnologie avanzate, come i sistemi di rilevamento automatizzati e le piattaforme di intelligenza artificiale. Gli algoritmi AI favoriscono una riduzione drastica dei tempi necessari a individuare e contenere una minaccia, permettendo alle aziende di arginare in modo tempestivo il rischio di dispersione dei dati e di conseguenti danni finanziari. Eppure, dietro questa apparente inversione di tendenza, si cela un dato che alimenta preoccupazione: negli Stati Uniti, uno degli epicentri delle attività criminali online, il costo medio per violazione è salito a 10,2 milioni di dollari. Tale dato evidenzia la complessità normativa del contesto USA e l’elevata sensibilità in tema di dati personali, che contribuiscono a gonfiare la spesa legata a sanzioni, controversie legali e recupero reputazionale.
Le grandi aziende vivono sulla propria pelle il prezzo altissimo delle interruzioni di servizio, delle sanzioni imposte dagli enti regolatori e della perdita di fiducia da parte dei clienti. Il caso emblematico di Marks & Spencer, colpita da un massiccio data breach quest’anno, offre uno spaccato eloquente di come una violazione possa paralizzare l’operatività per oltre 72 ore, generando danni stimati oltre 300 milioni di sterline tra rallentamento delle attività, costi derivanti dal ripristino dei sistemi e oneri derivanti dal risarcimento alle vittime. La pressione è tale da spingere molte realtà aziendali a innalzare ulteriormente il livello degli investimenti in prevenzione e formazione.
Sul versante delle piccole imprese la fotografia è ancora più impietosa. Il 43% degli attacchi informatici registrati a livello globale prende di mira proprio le PMI, in quanto percepite come un bersaglio facile a causa di sistemi di protezione meno sofisticati. Nel 2025, il costo medio di una violazione per una piccola impresa oscilla tra 120.000 e 1,24 milioni di dollari. All’interno di questa fascia si celano spese legali, interruzione di fatturato, recupero delle infrastrutture digitali, incremento dei premi assicurativi e penali dovute alla mancata conformità a regolamenti stringenti. Ma ciò che lascia il segno più profondo è la difficoltà a rialzarsi dopo un cyberattacco: il 60% delle piccole imprese che subisce un data breach chiude i battenti entro sei mesi dall’incidente, non riuscendo a far fronte alle perdite e alla fuga della clientela. Il tema della sfiducia è centrale: quasi il 29% delle PMI colpite subisce la perdita permanente di clienti, incapaci di ripristinare la credibilità e la sicurezza percepita.
A rendere ancora più complesso il quadro interviene l’impennata dei ransomware, veri protagonisti dell’anno: nel 2025 il riscatto medio richiesto tramite ransomware si è attestato sui 35.000 dollari per singolo caso, una cifra che può aumentare enormemente nei casi di PMI operate in settori strategici o con scarsa cultura della protezione digitale. Non sono da meno le frodi e le truffe da phishing, che superano i 70.000 dollari di danni medi per evento e minacciano in modo particolare i comparti meno digitalizzati.
Il cybercrime nel suo complesso viene valutato in oltre 10.500 miliardi di dollari di danni annuali entro la fine dell’anno, segnando un nuovo record negativo e alimentando timori di “pandemia digitale”. Eppure, le stesse tecnologie avanzate che favoriscono la velocizzazione dei processi aziendali si stanno rivelando la chiave per arginare le minacce: l’adozione diffusa di piattaforme di intelligenza artificiale, in particolare da parte delle grandi aziende, permette una riduzione media di 1,9 milioni di dollari per ogni violazione, grazie alla rapidità nella risposta e nella gestione proattiva degli incidenti.
Questa curva di apprendimento dichiara però un divario crescente tra le grandi aziende, in grado di puntare su investimenti continui nell’automazione, e il mondo delle piccole imprese, costretto a compiere scelte spesso dettate dalla scarsità di budget e dall’assenza di risorse umane specializzate. Ne deriva una sorta di “digital divide” della sicurezza: le big corporate iniziano a mostrare segnali di resilienza e di ritorno verso la normalità dopo un incidente, mentre le piccole fanno i conti con la fragilità dei processi e dei bilanci.
Ma anche in un contesto così polarizzato, non mancano segnali incoraggianti. Gli investimenti in soluzioni di cybersecurity “as-a-service” risultano essere una valida alternativa per le PMI, che possono così accedere a sistemi di protezione avanzati senza dover sostenere oneri insostenibili. La collaborazione fra imprese, la formazione obbligatoria del personale e la crescita delle startup specializzate nella cyber difesa stanno generando nuove opportunità di resilienza per l’intero tessuto economico.
Il 2025 si configura dunque come un anno di svolta: se da un lato l’emergenza cyber aumenta in sofisticazione e volume di attacchi, dall’altro si affina la strategia di protezione, rendendo più accessibili tecnologie e servizi in grado di mitigare i rischi. La prevenzione resta la parola d’ordine assoluta per tutti: non esistono organizzazioni davvero immuni, ma la capacità di prevedere, rilevare e rispondere in tempi rapidi può fare la differenza fra crescita e fallimento. L’impatto dei data breach non è solo una questione di numeri, sanzioni e costi diretti, ma determina un valore immateriale – la fiducia – ormai fondamentale quanto i capitali finanziari e le tecnologie di punta.
La cyberwar tra Stati Uniti e Cina è ormai divenuta la nuova frontiera della tensione geopolitica globale. Oggi, lo scontro digitale tra queste due superpotenze non conosce pause né tregue, manifestandosi attraverso una serie di attacchi mirati, sofisticati e in larga parte invisibili agli occhi dell’opinione pubblica. La relazione tra Washington e Pechino, già marcata da sfiducia e sospetto sul piano economico e militare, si declina in modo ancor più insidioso nel cyberspazio, dove armi, confini e regole appaiono sempre più sfumati.
Nel corso del 2025 lo scenario si è ulteriormente aggravato: gli Stati Uniti hanno subito una delle offensive informatiche più complesse di sempre, con attacchi che hanno colpito agenzie federali, aziende strategiche e infrastrutture critiche. Il crescendo di sofisticazione di tali operazioni, attribuite a gruppi legati al Ministero della Sicurezza di Stato cinese, ha costretto società come Microsoft a rilasciare patch d’emergenza, mentre il governo statunitense ha elevato il livello di allerta ai massimi storici. Ciò che emerge è un quadro di guerra non dichiarata, ma combattuta ogni giorno dietro le quinte della trasformazione digitale, così come evidenziato dalle analisi di settore.
I cyberattacchi cinesi non si limitano più a finalità di spionaggio industriale, ma hanno assunto una dimensione strategica e apertamente ostile. Gli hacker operano non solo per raccogliere informazioni preziose sulle tecnologie, ma anche per preparare il sabotaggio delle reti elettriche, idriche, dei trasporti e delle comunicazioni, ovvero di quei nodi vitali che in caso di escalation potrebbero essere paralizzati con conseguenze drammatiche per la sicurezza nazionale statunitense. Negli ultimi mesi, specificamente i gruppi identificati con i nomi Apt31, RedBravo e Gallium sono stati protagonisti di campagne di infiltrazione che hanno preso di mira asset strategici, utilizzando malware progettati per restare nascosti a lungo all’interno delle reti colpite.
Il governo cinese, dal canto suo, adotta una posizione ufficiale di smentita, bollando le accuse americane come propaganda e negando qualsiasi coinvolgimento diretto nelle operazioni ostili. Eppure, documenti riservati e rapporti di intelligence pubblicati dai media dimostrano una crescita esponenziale nelle capacità di penetrazione e nei livelli di sofisticazione degli attacchi cibernetici collegati a gruppi che agiscono nell’orbita di Pechino. L’obiettivo di fondo sarebbe il cosiddetto “preposizionamento”: ovvero agire con largo anticipo, occupando silenziosamente spazi digitali strategici e lasciando “porte aperte” nelle infrastrutture critiche degli avversari. In tale ottica, la minaccia non è solo immediata ma latente, pronta a tradursi in sabotaggio o blackout nel momento in cui la tensione internazionale lo rendesse opportuno.
Anche il versante americano non resta a guardare. Sebbene la narrazione dominante sia quella della difesa e della risposta agli attacchi nemici, gli Stati Uniti sono storicamente tra i protagonisti delle offensive digitali a livello mondiale, disponendo a loro volta di capacità di cyberwar tra le più avanzate che il pianeta conosca. Eppure, di fronte alla crescente pressione degli attori cinesi, Washington si trova costretta a una corsa affannosa per colmare le proprie vulnerabilità: le recenti riforme della Casa Bianca, gli investimenti sulle difese critiche e le direttive ai principali colossi tecnologici dimostrano che la sicurezza nel cyberspazio è ormai considerata una delle priorità della strategia nazionale.
Uno degli aspetti più allarmanti è la cosiddetta “normalizzazione del cyberattacco”. La guerra digitale tra Stati Uniti e Cina, infatti, non appare più come un’eccezione, ma come uno stato permanente di conflitto a bassa intensità. Gli attacchi si susseguono a cadenza settimanale: database di agenzie federali statunitensi violati, software compromessi e reti di aziende leader nel settore della difesa costrette a continui aggiornamenti di emergenza. Se fino a pochi anni fa si parlava genericamente di cyber spionaggio, oggi la posta in gioco è il controllo delle infrastrutture essenziali – ma anche della narrazione pubblica e delle percezioni dell’opinione pubblica, dato che la disinformazione orchestrata tramite campagne digitali sta diventando parte integrante della strategia di guerra informatica.
Le principali tecniche di attacco comprendono l’exploitation di vulnerabilità zero-day, phishing altamente mirato verso personale strategico, creazione di backdoor difficilmente individuabili e malware personalizzati capaci di eludere i sistemi di difesa tradizionali. L’obiettivo è sempre più spesso quello di ottenere accesso prolungato ai sistemi compromessi, per potervi rimanere all’interno anche per anni, aspettando il momento più opportuno per colpire con la massima efficacia. Gli esperti sottolineano come la componente principale della dottrina cinese sia la pazienza: non agire solo per causare danno nell’immediato, ma per costruire le condizioni di un intervento potenzialmente devastante su scala ampia.
La minaccia si estende inoltre a nuove frontiere, quali i cavi sottomarini per le comunicazioni, le reti 5G e l’intelligenza artificiale. Gli Stati Uniti sospettano che la penetrazione della tecnologia cinese nei network di nuova generazione possa rappresentare il “cavallo di Troia” per l’infiltrazione di massa o per la raccolta di informazioni su larga scala. Il tema del controllo delle infrastrutture digitali di nuova generazione, così come la difesa dei segreti industriali dei colossi tecnologici, e la salvaguardia delle reti di comando e controllo militare, rappresentano oggi il principale campo di battaglia nel cyberspazio.
Ma la cyberwar non produce solo danni digitali. La sua conseguenza più temibile è il rischio di escalation e di “aggancio” con crisi geopolitiche concrete: il caso di Taiwan è emblematico. Uno dei principali punti di frizione tra Washington e Pechino rimane il futuro della regione, con la minaccia cinese di colpire infrastrutture statunitensi nel caso di un intervento americano a difesa di Taipei. All’interno di questo quadro, gli attacchi informatici si configurano come strumenti di deterrenza e di pressione, veri e propri avvertimenti lanciati all’avversario per condizionare le sue scelte strategiche.
L’imprevedibilità futura di questa guerra senza regole resta uno degli aspetti più critici. Nel cyberspazio le linee rosse sono vaghe, la possibilità di negare il coinvolgimento diretto è elevatissima, e la rapidità con cui una crisi digitale potrebbe tradursi in conseguenze concrete sulla vita delle persone è sempre più elevata. Gli esperti chiedono una decisa accelerazione degli sforzi multilaterali per creare un minimo di governance internazionale su questi temi, ma l’attuale clima di sospetto reciproco rende la cooperazione un obiettivo ancora troppo distante, almeno nel breve termine.
L’impressione più forte che emerge è che la cyberwar tra Stati Uniti e Cina rappresenti oggi il vero termometro della competizione globale, una battaglia sotterranea combattuta da legioni di analisti, tecnici e responsabili della sicurezza informatica, in cui ogni vulnerabilità rappresenta una possibile falla del sistema, e ogni giorno può diventare il teatro di un nuovo, invisibile scontro. Gli equilibri mondiali di domani si giocano, sempre di più, all’interno dei data center, delle reti digitali e nei laboratori di intelligenza artificiale, dove la posta in gioco non sono più solo i dati, ma la stessa sicurezza – e la sovranità – delle nazioni.
Il ponte sullo Stretto di Messina è una delle opere più controverse mai proposte in Italia e, nell’estate del 2025, la sua realizzazione si trova al centro di una tempesta giudiziaria e politica senza precedenti. Da un lato il governo, sospinto dal desiderio di lasciare un segno tangibile della propria stagione di riforme, promette un futuro di modernità e collegamenti veloci tra Sicilia e continente. Dall’altro, un fronte compatto di associazioni ambientaliste, amministratori locali, tecnici e cittadini punta il dito contro le possibili falle legislative e giuridiche che potrebbero ingabbiare la realizzazione dell’opera o costare carissimo allo Stato e ai territori coinvolti.
I rischi legali che pesano sul ponte sono molteplici e complessi. Le associazioni ambientaliste più autorevoli come WWF, Legambiente, Greenpeace e Lipu, insieme a comitati territoriali, hanno già avviato una pioggia di ricorsi amministrativi contro il via libera ambientale rilasciato dal Ministero. Il cuore di questi ricorsi risiede nella contestazione delle 62 prescrizioni imposte dalla Commissione Via-Vas: secondo i ricorrenti, tali condizioni sarebbero insufficienti a scongiurare danni rilevanti a fauna e habitat protetti, soprattutto quelli tutelati dalle direttive europee Habitat e Uccelli. Se il TAR dovesse accogliere anche in parte queste istanze, la Valutazione di Impatto Ambientale verrebbe annullata e l’intera macchina del cantiere sarebbe costretta a fermarsi, aprendo uno scenario di stop dai contorni imprevedibili.
Ma il braccio di ferro non si gioca solo sulla giustizia amministrativa nazionale. Negli stessi giorni, a Bruxelles sono giunti reclami formali indirizzati alla Commissione Europea, in cui si chiede un intervento diretto dei vertici UE nei confronti dell’Italia. L’accusa è chiara: le deroghe legislative approvate per il ponte violano la normativa comunitaria, consentendo di aggirare i vincoli ambientali e saltare tappe indispensabili di partecipazione e approfondimento tecnico. Se l’Europa dovesse dar corso a una procedura di infrazione, il governo si troverebbe esposto a nuove sanzioni economiche e, soprattutto, a una pesante delegittimazione politica in sede internazionale. Questa minaccia assume rilievo particolare poiché le deroghe, introdotte con provvedimenti come il Decreto Legge 39/2024, permettono di accelerare l’iter progettuale e restringere il perimetro del controllo democratico e giurisdizionale, riducendo al minimo la possibilità per i cittadini di partecipare alle scelte che cambieranno il volto del loro territorio.
Il rischio è che la procedura speciale “autorizzativa” adottata per il ponte si scontri con l’obbligo di dimostrare, secondo la legislazione europea, l’assenza di alternative praticabili, l’effettività dei motivi di interesse pubblico e un piano compensativo realmente adeguato. Molte organizzazioni sostengono che nessuno di questi requisiti sia rispettato, puntando il dito sulla carenza strutturale delle valutazioni cumulative, sulla scarsa trasparenza dei documenti progettuali e sull’assenza di un serio confronto sulle alternative possibili. In questa cornice si muovono anche i dubbi sollevati dagli enti tecnici italiani, come ISPRA e il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, che ricordano le incertezze sulle criticità sismiche, idrogeologiche e paesaggistiche dello Stretto.
Ad aggravare la situazione, vi sono anche questioni di natura economico-giuridica di dimensioni non trascurabili. Le convenzioni tra lo Stato e i General Contractor, nello specifico Eurolink e Parson, prevedono penali milionarie in caso di mancata realizzazione dell’opera. I legali delle imprese coinvolte hanno più volte ricordato come eventuali interruzioni unilaterali dei lavori obbligherebbero lo Stato a pagare fino a 1,5 miliardi di euro, drenando risorse dai bilanci pubblici già in difficoltà. Inoltre, sono ancora aperti alcuni contenziosi legali legati alle concessioni precedenti, provocate dagli annullamenti dei progetti degli anni passati: queste cause, se concluse in senso sfavorevole per lo Stato, potrebbero comportare nuovi esborsi e ulteriori strascichi sulla credibilità dell’Italia verso gli investitori internazionali.
Nel frattempo, sullo sfondo si muovono tentativi di class action da parte dei cittadini e dei comitati contrari al ponte, che intendono fare leva sul sistema giudiziario per far valere i propri diritti. Seppur dichiarate inammissibili al primo grado, queste azioni collettive hanno comunque avviato iter di appello e contribuito a fissare nell’immaginario l’idea di una battaglia ancora tutta aperta. Il fenomeno non va sottovalutato: una mobilitazione legale diffusa può rappresentare un “fronte caldo” di opposizione destinato ad accompagnare ciascuna tappa futura dell’opera.
Intrecciati ai rischi legali emergono quelli normativi e legislativi, forse ancora più delicati e insidiosi. Le deroghe e le semplificazioni legislative introdotte dai recenti provvedimenti del governo sono state duramente criticate da giuristi e costituzionalisti. Questi ultimi vedono nell’uso disinvolto di procedure accelerate e ordinanze speciali la minaccia di una riduzione degli spazi democratici, la compressione dei diritti delle assemblee elettive locali e la deregolamentazione di settori cruciali quali l’ambiente, la sicurezza dei lavoratori e l’accesso alle informazioni. Il problema è aggravato dal fatto che tali deroghe hanno reso più tenue la rete di controlli antimafia sugli appalti, spalancando potenzialmente le porte a infiltrazioni criminali in un contesto storico noto per la presenza strutturata della criminalità organizzata.
L’Autorità Nazionale Anticorruzione e associazioni come Libera hanno lanciato ripetuti allarmi: allentare maglie su verifica degli assetti proprietari, subappalti e tracciabilità dei finanziamenti significa, di fatto, abbassare le difese contro il rischio di corruzione e illegalità. In una regione dove il rischio di “colonizzazione” dei grandi cantieri da parte della mafia è tutt’altro che teorico, questi segnali non possono essere ignorati. Si rischia di vanificare l’obiettivo stesso di trasparenza e legalità che dovrebbe accompagnare un investimento così significativo.
Sul piano strettamente amministrativo, la rapidità nell’adozione dei decreti e il ricorso a iter straordinari hanno generato un senso diffuso di esclusione tra cittadini, sindaci e consigli comunali. Questa dinamica ha reso più difficile il dialogo tra istituzioni e territorio, incrementando il tasso di conflittualità sociale e facendo apparire le istituzioni centrali come distanti e impermeabili alle esigenze locali. Non a caso molte delle contestazioni giuridiche fanno leva proprio sull’insufficienza dei momenti di consultazione e sulla ridotta possibilità di accesso agli atti.
Sul progetto pende anche una sorta di “spada di Damocle” fatta di tempistiche instabili e incertezza permanente. Ogni passaggio giudiziario, ogni richiesta di sospensiva, ogni nuovo ricorso può tradursi in mesi (se non anni) di ritardi sull’apertura dei cantieri, mentre si accumulano tensioni tra i promotori dell’opera e la società civile. Il vero rischio, quindi, è che la complessità dei nodi legali e normativi finisca per impantanare l’opera, impedendo che si realizzi con i tempi, la sicurezza e la trasparenza necessari. Allo stesso tempo, un’accelerazione forzata per esigenze di calendario politico potrebbe minare i principi del diritto e i valori della partecipazione, compromettendo la legittimità e la sostenibilità sociale dell’intervento.
Questo scenario rende evidente come il ponte sullo Stretto non sia solo una questione di ingegneria o di grandi numeri economici, ma soprattutto una cartina di tornasole della tenuta del sistema istituzionale italiano di fronte alle sfide delle grandi opere. Ogni snodo giuridico, ogni scelta legislativa, ogni sentenza pronunciata nei tribunali amministrativi o nelle aule europee avrà ricadute non solo sull’opera in sé, ma più in generale sulla capacità dell’Italia di coniugare sviluppo, legalità e coesione sociale in uno dei suoi territori più emblematici. Mentre avvocati e magistrati scrutano documenti e leggi alla ricerca di falle o irregolarità, il Paese assiste a quello che, ora più che mai, appare un autentico banco di prova per il rapporto tra Stato, territorio e cittadini.
Nelle ultime ore la crisi nella Striscia di Gaza ha raggiunto livelli di drammaticità ancora maggiori, a seguito di una serie di decisioni strategiche e umanitarie che hanno catalizzato l’attenzione dell’intera comunità internazionale. Il Primo Ministro israeliano ha annunciato proprio oggi la convocazione del gabinetto di sicurezza con l’obiettivo di deliberare sulle direttive da impartire all’esercito israeliano. Il governo intende perseguire senza esitazione quella che viene ormai chiamata una “piena occupazione” della Striscia, nonostante il dissenso manifestato da alcuni segmenti dell’apparato militare e delle famiglie degli ostaggi.
Secondo dichiarazioni ufficiali, la priorità di Israele rimane il conseguimento degli obiettivi dichiarati: la sconfitta totale di Hamas, la liberazione di tutti gli ostaggi ancora detenuti e la garanzia che Gaza non possa più rappresentare una minaccia alla sicurezza dello Stato ebraico. La tensione interna è però palpabile, poiché molti osservatori fanno notare che tra le fila dell’esercito vi sono alti ufficiali contrari a un’occupazione integrale, temendo che quest’ultima possa esporre ancora di più alla morte i civili e gli ostaggi israeliani tuttora sotto il controllo delle milizie palestinesi.
Uno dei fattori che ha contribuito ad accrescere l’urgenza della situazione è stato la diffusione nelle ultime ore di video che mostrano in condizioni estreme almeno due ostaggi israeliani, visibilmente prostrati dalla malnutrizione e dal disagio psico-fisico. Queste immagini hanno scioccato la popolazione israeliana, spingendo migliaia di persone a manifestare per chiedere una soluzione diplomatica immediata al fine di salvare le persone ancora prigioniere a Gaza. Le famiglie degli ostaggi hanno espresso la propria crescente disperazione, con messaggi pubblici che denunciano il pericolo di un’escalation militare: si teme che ogni attacco diretto nei pressi dei luoghi in cui si pensa siano nascosti gli ostaggi possa portarli rapidamente alla morte.
Sul piano umanitario, il bilancio di vittime e sofferenze civili continua a peggiorare. Solo nella giornata di oggi sono stati documentati almeno 40 morti causati da attacchi aerei e di artiglieria israeliani, tra cui almeno dieci persone uccise mentre cercavano di raggiungere i punti di distribuzione degli aiuti. Negli ospedali di Gaza, le scene sono sempre più drammatiche: numerosi cadaveri vengono avvolti non più in sudari tradizionali, ma in semplici coperte, a causa della penuria di forniture funebri e del sovraffollamento delle strutture sanitarie. Tra le cause di morte si sono aggiunte anche la fame e la malnutrizione: i dati aggiornati riportano almeno 180 vittime per cause legate all’inedia, fra cui 93 bambini, solo dall’inizio del conflitto.
Le condizioni della popolazione palestinese sono pesantemente aggravate dal fatto che molte persone vengono uccise o ferite mentre cercano disperatamente beni di prima necessità, in una situazione nella quale ottenere una borsa di farina può significare rischiare la propria vita. Il deficit di aiuti è aggravato dall’impossibilità di accedere facilmente alle zone interne della Striscia, mentre le autorità israeliane sostengono di aver introdotto misure – come pause umanitarie temporanee e aviolanci di beni – che tuttavia vengono considerate insufficienti dalle organizzazioni internazionali e dalle Nazioni Unite.
A livello diplomatico, la sensazione è quella di un dialogo ormai congelato. I recenti colloqui indiretti per la tregua, che prevedevano il rilascio graduale degli ostaggi israeliani e lo scambio con prigionieri palestinesi, si sono arenati di fronte a condizioni ritenute inaccettabili dalle due parti. Si registra un crescente allineamento tra le richieste israeliane e quelle avanzate anche da alcuni rappresentanti della diplomazia americana, i quali propongono che il rilascio sia “tutto o niente”, ovvero simultaneo per tutti i prigionieri. Nonostante ciò, permangono forti discrepanze sulle modalità di procedere, e le trattative restano ferme.
Nel frattempo, Hamas ha manifestato la disponibilità a consentire l’accesso della Croce Rossa agli ostaggi e a distribuire razioni alimentari, ma solo in cambio dell’apertura di veri corridoi umanitari stabili e della cessazione dei raid aerei. La risposta internazionale continua a crescere sul piano della pressione umanitaria: nuovi fondi sono stati annunciati da alcuni paesi stranieri per sostenere la popolazione civile, ma la comunità internazionale compresa l’Organizzazione delle Nazioni Unite avvisa che la catastrofe in corso è prossima a diventare irreversibile.
All’interno di Israele, il dibattito politico è sempre più acceso. L’annuncio del Primo Ministro di essere pronto a ordinare l’occupazione totale di Gaza ha spaccato il governo e la società civile. Diversi ministri sostengono la necessità di espandere l’operazione militare, mentre altri, compresi capi dei servizi segreti e dell’esercito, sottolineano i rischi incalcolabili di un simile passo. Il capo di Stato Maggiore dell’IDF ha espresso perplessità sulla possibilità reale di “ripulire” l’intera Striscia dalle infrastrutture di Hamas senza pagare un prezzo altissimo non solo in termini umani, ma anche politici e strategici.
Le dichiarazioni di cittadini palestinesi raccolte nelle ultime ore raccontano una quotidianità fatta di paura, fame e desiderio di un ritorno alla normalità. Molti chiedono la pace e la fine delle ostilità, testimoniando una sofferenza che coinvolge tutti: uomini, donne, ragazzi e bambini, messi in pericolo da una crisi senza precedenti.
In questa giornata dunque tutti gli occhi restano puntati sulle prossime mosse del governo israeliano, sulle reazioni delle fazioni palestinesi e, soprattutto, sulla capacità della comunità internazionale di alleviare una crisi umanitaria che non conosce tregua. Ciò che resta evidente, al di là delle strategie e delle posizioni politiche, è l’urgenza estrema di salvare vite umane e di ripristinare condizioni minime di convivenza e rispetto per la dignità di ogni persona. La posta in gioco nelle prossime ore a Gaza non è soltanto la sorte di un territorio o di una guerra, ma il futuro stesso di migliaia di uomini, donne e bambini intrappolati in una spirale di violenza e privazioni senza fine.
Liguria, estate 2025. In poche settimane tre notizie, apparentemente scollegate, s’intrecciano in una trama che coinvolge industria, politica, diritti e coscienza collettiva. Si parte dal rilancio di una storica eccellenza industriale, si attraversano decisioni simboliche di riconoscimento internazionale, e si arriva a un clamoroso sciopero contro il traffico di armi nei porti. Ma quando il quadro si compone, emergono domande scomode e riflessioni sul ruolo di una regione che oggi si scopre al centro delle rotte globali delle tecnologie, delle alleanze e delle armi.
Il rilancio (turco) di una storia italiana
Il 1 luglio 2025 segna una svolta per Piaggio Aerospace, ex gioiello dell’aeronautica ligure e italiana, dopo sei anni di amministrazione straordinaria a rischio chiusura. È la turca Baykar, leader mondiale nella produzione di droni militari, ad acquisire l’azienda, con benedizione e vigilanza del governo italiano tramite la normativa “golden power”. A Genova e Villanova d’Albenga si sperimentano così entusiasmo e inquietudine: da un lato la salvezza dei posti di lavoro, nuovi investimenti tecnologici e promesse di sviluppo; dall’altro, la consapevolezza che i velivoli che verranno prodotti saranno sistemi d’arma avanzati, destinati alle guerre di oggi e di domani.
Baykar si impegna non solo a mantenere, ma persino a incrementare l’occupazione, rilanciando progetti iconici come il P.180 Avanti EVO, insieme a sistemi remotizzati di nuova generazione. Un piano industriale che punta a fare di Genova e Savona un polo europeo dell’aerospazio e della difesa.
Genova riconosce la Palestina: la svolta simbolica
Il 29 luglio 2025 il Consiglio Comunale di Genova approva una mozione storica: riconosce ufficialmente lo Stato di Palestina nei confini del 1967, con Gerusalemme capitale condivisa. Una decisione dal forte valore diplomatico, che impegna il Comune a promuovere presso il governo italiano lo stesso riconoscimento e a sospendere qualunque collaborazione istituzionale o di ricerca con Israele finché non verranno rispettati i diritti umani e sarà garantito l’accesso agli aiuti umanitari.
È il segnale visibile di una città, e di una regione, che vuole riscrivere le sue politiche estere e commerciali con una nuova attenzione ai conflitti mediorientali e alle responsabilità dell’Occidente.
Il blocco dei portuali: “no alle armi per gli eserciti in guerra”
Pochi giorni dopo, a inizio agosto, la notizia fa il giro dei media globali: il Collettivo autonomo lavoratori portuali (Calp) di Genova e La Spezia organizza un imponente blocco allo sbarco di tre container carichi di materiale bellico destinato a Israele. All’azione segue uno sciopero, sostenuto da una rete che coinvolge anche altri porti del Mediterraneo, come il Pireo. Sotto la pressione sindacale, la compagnia Cosco rinuncia allo scarico: per la prima volta una grande compagnia navale cede formalmente di fronte a una protesta di questo tipo. Per i portuali, si tratta di una battaglia etica: “Non siamo complici nel traffico di armi che alimenta conflitti e uccisioni di civili”, ripetono, ribadendo il loro sostegno alla popolazione palestinese.
Il puzzle si ricompone: quali armi produrremo in Liguria, e per chi?
Ma qui il racconto si fa complesso – per non dire contraddittorio. Mentre una parte della società civile blocca armi destinate a Israele e altre potenze belliche, nelle stesse settimane Genova inaugura, grazie a Baykar, la produzione di sistemi militari avanzati.
Sotto la guida turca, negli stabilimenti ex Piaggio saranno prodotti:
Droni armati Bayraktar TB2: velivoli a pilotaggio remoto tra i più diffusi nelle guerre recenti, capaci di compiere missioni di sorveglianza e attacco utilizzando missili aria-superficie e bombe intelligenti.
Droni Akıncı: piattaforme MALE (Media Altitudine, Lunga Autonomia) di nuova generazione, in grado di trasportare carichi pesanti, radar avanzati, sistemi di guerra elettronica e armamenti di ultima generazione.
Componentistica avanzata: sensori, radar, circuiti di controllo con intelligenza artificiale per rendere i sistemi automatizzati più “decisionali”, cioè capaci di riconoscere e attaccare obiettivi in autonomia.
Una produzione all’avanguardia che trasforma la Liguria in una delle capitali europee dell’industria bellica hi-tech, in un momento storico in cui i droni sono diventati l’arma simbolo dei conflitti moderni.
A chi andranno le armi made in Liguria?
Qui la domanda diventa scomoda. I clienti di Baykar – e dei suoi siti produttivi, liguri compresi – sono numerosi e trasversali. Basta guardare la lista pubblica delle esportazioni: Polonia, Ucraina, Kosovo, Albania, Romania, Croazia, Lettonia, Lituania, Finlandia, Qatar, Kuwait, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Azerbaigian, Togo, Mali, Etiopia, Pakistan, e molti altri.
In particolare, Qatar e Arabia Saudita figurano tra i maggiori importatori. Il Qatar, oltre a essere alleato privilegiato di Ankara e base di molte leadership di Hamas, è fra gli hub di gestione e finanziamento della crisi israelo-palestinese. Arabia Saudita e gli Emirati, invece, usano regolarmente i droni Baykar anche nell’interminabile conflitto in Yemen, uno dei teatri di guerra più sanguinosi e dimenticati degli ultimi anni, con almeno 377.000 morti stimati dalle Nazioni Unite – la stragrande maggioranza civili.
La paradossale realtà è che le tecnologie prodotte in Liguria, pur non destinate, secondo le dichiarazioni pubbliche, direttamente a Israele, alimenteranno comunque conflitti e guerre in molte aree calde del pianeta e, nei fatti, anche gli attori coinvolti nel conflitto mediorientale potranno beneficiarne, direttamente o indirettamente.
L’ipocrisia della guerra “giusta” e del pacifismo parziale
In questa cornice, le scelte della politica e della società civile appaiono ambigue. La Regione, simbolicamente in guerra contro la guerra con il blocco dei container e il riconoscimento della Palestina, si trasforma intanto nel polo industriale di sistemi d’arma che saranno comunque impiegati in scontri sanguinosi, spesso contro civili inermi. Il paradosso emerge lampante: si è contro “una sola guerra”, quella più visibile e politicamente discussa in Occidente, mentre si contribuisce, direttamente o come terzisti, all’escalation di tanti altri conflitti alcuni dei quali privi di visibilità mediatica.
Ma la domanda di fondo è scomoda: possiamo separarci dall’industria bellica globale solo a parole, mantenendo economie territoriali fondate proprio sulle produzioni militari? Si può essere credibili nel reclamare la pace, mentre si esporta tecnologia che alimenta nuove guerre?
Il risultato è una Liguria “sdoppiata”: da un lato regista di iniziative di solidarietà, dall’altro epicentro di una filiera che attraversa fronti di guerra da Kiev a Sanaa, da Tripoli a Gaza, fornendo strumenti sofisticati di attacco e difesa, ma anche di morte.
Quale futuro per la Liguria d’armi e diritti?
Il caso ligure è esemplare del dilemma occidentale: come bilanciare sviluppo industriale, occupazione, difesa dei diritti e scelte etiche in un mondo dove la filiera bellica è al centro dei rapporti geopolitici e degli equilibri economici? O si accetta la logica della guerra, anche in nome della propria sicurezza e prosperità, oppure la coerenza impone scelte radicali che pochi sembrano voler davvero percorrere.
Nel frattempo, a Genova – mentre si celebrano la solidarietà con il popolo palestinese e le vittorie sindacali contro il transito di armi nei capannoni ex Piaggio, ingegneri e operai mettono insieme componenti di droni che voleranno, molto presto, sugli scenari di guerra del pianeta. Il futuro di questa frontiera etica, industriale e politica resta tutto da scrivere.
Mohammad Mustafa rappresenta oggi una delle figure più emblematiche del panorama politico palestinese, un economista che con la sua nomina a primo ministro ha segnato una svolta nella storia recente dell’Autorità Nazionale Palestinese.
La sua investitura nel marzo 2024 arriva in un momento critico, con Gaza devastata dal conflitto e la frammentazione interna ai massimi storici. La sua carriera, iniziata ben lontano dai partiti tradizionali, è segnata da una lunga esperienza internazionale e da un approccio tecnico alle questioni economiche e istituzionali.
Nato nel 1954 a Kafr Sur, in Palestina, cresciuto con una formazione accademica culminata in un dottorato alla George Washington University, Mustafa ha trascorso buona parte della sua vita professionale alla Banca Mondiale, dove ha maturato una visione pragmatica e modernizzatrice delle strutture pubbliche e delle economie in transizione.
Il suo ritorno in Palestina lo vede impegnato come consigliere fidato di Mahmoud Abbas, presidente dell’ANP, e come promotore di grandi progetti di investimento per sostenere un tessuto economico debole e costantemente sotto pressione politica. L’elezione a capo del governo ha però suscitato reazioni contrastanti, sia internamente che sul fronte internazionale. In particolare, il movimento di Hamas ha subito bollato la scelta come un tentativo unilaterale di rafforzare Fatah, il partito dominante nella Cisgiordania, e di escludere le altre forze politiche da ogni futuro assetto, soprattutto nel possibile scenario del dopoguerra a Gaza.
Il tratto forse più evidente del profilo di Mohammad Mustafa è la sua distanza dal linguaggio e dalle logiche di partito che hanno modellato la vita politica palestinese negli ultimi decenni. Mustafa si presenta come un tecnico, un uomo che privilegia il dialogo con le istituzioni multilaterali, che parla il linguaggio della ricostruzione economica e delle riforme, che sollecita la trasparenza e la collaborazione con le potenze occidentali e i partner arabi moderati. Non è un uomo di apparati di sicurezza né un esponente delle milizie, ed è proprio questa posizione che lo rende, da un lato, un interlocutore credibile agli occhi di Washington, Bruxelles e delle monarchie del Golfo; dall’altro, una figura debole se confrontata con l’establishment politico tradizionale e con la società palestinese, spesso più sensibile ai temi dell’identità e della militanza.
Nel pieno della crisi di Gaza, Mustafa è diventato la voce più netta della linea dell’Autorità Nazionale Palestinese contraria alla permanenza di Hamas come forza armata. Secondo lui, la chiave del futuro per i palestinesi passa per una rinuncia di Hamas alle armi, la restituzione degli ostaggi e il superamento della divisione amministrativa tra Gaza e Cisgiordania sotto un’unica gestione pacifica. Mustafa insiste sull’apertura a una riconciliazione nazionale ma solo a condizione che Hamas ammetta la legittimità dell’OLP, il riconoscimento internazionale e la soluzione dei due Stati attraverso la diplomazia e non la lotta armata. La sua idea di governo per il periodo post-bellico si basa su una struttura tecnica e inclusiva, ma con il primato delle istituzioni di Ramallah nella gestione della sicurezza e dell’amministrazione pubblica.
Questa visione lo distingue nettamente da altri membri dell’ANP, spesso più legati a logiche di partito o alle necessità di controllo dei territori. A differenza di personalità come Hussein al-Sheikh o Majid Faraj, leader storici schierati nella difesa delle prerogative dell’apparato di sicurezza e fortemente radicati nel movimento di Fatah, Mustafa non ha alle spalle una lunga militanza partitica, ma si propone come garante di un nuovo patto nazionale che guardi alla ricostruzione delle istituzioni, all’afflusso di capitale internazionale e alla credibilità verso la comunità internazionale.
Il premier palestinese ha raccolto il consenso soprattutto presso interlocutori esteri che chiedono una riforma dell’ANP e la fine delle vecchie pratiche clientelari. All’interno, però, la sua posizione è ancora fragile. Nelle strade delle città palestinesi la sfiducia nelle istituzioni resta alta, e molti vedono in Mustafa un rappresentante degli interessi occidentali più che una voce autentica della resistenza o della società civile. Al contempo, i segmenti più conservatori di Fatah temono che la leadership tecnica, fondata sulla collaborazione internazionale, possa ridurre il peso specifico del partito storico a beneficio di una governance priva di forti legami con le realtà locali.
Le sfide che attendono Mohammad Mustafa sono enormi: gestire la ricostruzione di Gaza in un contesto di massima instabilità, riportare legittimità all’ANP presso una popolazione provata da anni di occupazione e divisioni, negoziare condizioni accettabili per la partecipazione di Hamas alla vita pubblica senza però cedere sulla necessità dello smantellamento delle milizie. Tuttavia, il suo pragmatismo e la sua insistenza sulla necessità di riforme lo rendono una figura atipica e insieme preziosa per chi vede nel dialogo, nella diplomazia e nello sviluppo economico i veri strumenti per rilanciare la causa palestinese e arrivare a una soluzione sostenibile e inclusiva del conflitto.
È in questo quadro articolato che si inserisce la postura di Mustafa: da un lato portavoce della necessità di liquidare la stagione delle milizie armate, dall’altro uomo delle istituzioni internazionali, pronto a negoziare nuove regole ma fermo sulla difesa di una visione politica basata sulla legalità e sulla prospettiva di due Stati. Ed è proprio questa combinazione di fermezza tecnica e apertura negoziale ciò che lo differenzia profondamente dai suoi colleghi dell’ANP, e che rappresenta la speranza, ma anche il rischio, di un possibile nuovo corso per la Palestina.
Riconoscere la Palestina è, ultimamente, un simbolo. Chi lo fa spesso si sente automaticamente “a posto” con le immense violenze in Gaza e il trattamento riservato al popolo palestinese, sia da parte di Israele che da Hamas, che governo la striscia.
Ma all’atto pratico cosa cambia per il popolo martoriato di Gaza? Probabilmente proprio un bel nulla. I governi si beano della loro medaglia di bontà ma nulla aiuta i bambini e le donne della striscia. Ci sono poi dei punti oscuri nel riconoscimento della Palestina, parliamo dei confini e soprattutto del governo. Quale governo? Quali confini?
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L’architettura del riconoscimento: quando la politica si fa procedura
Il riconoscimento dello Stato di Palestina richiede una sequenza precisa di passaggi istituzionali che variano secondo l’ordinamento costituzionale del paese, ma seguono tutti una logica simile.
Il caso della Norvegia è emblematico dal punto di vista giuridico. Il primo ministro Gahr Støre aveva annunciato la decisione ma l’efficacia del riconoscimento è stata subordinata all’approvazione del Re in Consiglio di Stato, secondo l’articolo 28 della Costituzione norvegese. Il Re Harald V ha formalmente adottato il decreto reale, dando valore giuridico alla decisione politica. Solo a quel punto la Norvegia ha potuto inviare la nota verbale a Ramallah per comunicare ufficialmente il riconoscimento.
La Spagna, invece, ha optato per una procedura più diretta: il Consiglio dei Ministri ha approvato il riconoscimento con effetto immediato. L’atto è stato subito inserito nel Bollettino Ufficiale dello Stato, conferendo efficacia giuridica interna al riconoscimento.
L’Irlanda ha seguito un percorso intermedio, formalizzando la decisione in una riunione di gabinetto mattutina e autorizzando contestualmente l’instaurazione di piene relazioni diplomatiche tra Dublino e Ramallah. La particolarità irlandese è stata l’elevazione immediata della missione palestinese a Dublino al rango di ambasciata, e l’apertura di una piena ambasciata d’Irlanda a Ramallah.
La diplomazia delle coordinate: Gerusalemme Est e i confini del 1967
Tutti e tre i paesi hanno riconosciuto la Palestina “sulla base dei confini stabiliti prima della guerra del 1967, con Gerusalemme come capitale di entrambi gli Stati”. Il premier spagnolo Sánchez ha specificato che uno Stato palestinese deve essere praticabile, con Cisgiordania e Gaza collegate da un corridoio e Gerusalemme Est come capitale, e che la Spagna “non riconoscerà cambiamenti alle linee di confine del 1967 diversi da quelli concordati dalle parti”.
L’impatto del riconoscimento si è fatto sentire anche in altri paesi europei. La Slovenia ha annunciato il riconoscimento della Palestina mentre Malta formalizzerà la decisione durante una Conferenza dell’ONU sulla soluzione dei due Stati.
Il caso più significativo riguarda la Francia: il presidente Emmanuel Macron ha annunciato che la Francia riconoscerà lo Stato di Palestina nel settembre 2025 durante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, affermando che la decisione si inserisce nel solco dell’impegno storico della Francia per una pace giusta e duratura in Medio Oriente. Trattandosi di una delle principali potenze diplomatiche dell’UE, il riconoscimento della Francia potrebbe incoraggiare altri grandi paesi europei a seguire l’esempio.
Va però detto che il riconoscimento non obbliga automaticamente ad avere rapporti diplomatici attivi: si può riconoscere uno Stato senza, per forza, aprire subito un’ambasciata o stringere accordi di collaborazione. Il riconoscimento, infatti, è principalmente un atto simbolico, che però può avere conseguenze importanti, sia a livello internazionale sia per la popolazione palestinese.
Infine, esistono diversi gradi di riconoscimento: alcuni Paesi lo fanno in modo pieno e definitivo (“de jure”), altri in modo più cauto, temporaneo o implicito, semplicemente iniziando a trattare la Palestina come uno Stato nei fatti, senza grandi annunci pubblici.
Ma quale governo viene risconosciuto?
La situazione politica della Palestina è complessa e spesso difficile da capire, soprattutto a causa delle profonde divisioni interne. Oggi, il territorio palestinese è governato principalmente da due fazioni che si sono spesso trovate in contrasto tra loro: Fatah e Hamas. Questa spaccatura ha portato a una situazione in cui la Cisgiordania e la Striscia di Gaza sono amministrate in modo separato, con conseguenze importanti sia per la politica interna che per le condizioni di vita dei palestinesi.
Chi governa dove?
In Cisgiordania, la guida è in mano all’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), controllata soprattutto da Fatah, il partito storico che rappresenta una posizione più laica e orientata al negoziato con Israele. Il volto principale di Fatah è Mahmoud Abbas, meglio conosciuto come Abu Mazen, che è presidente dell’ANP, e anche della cosiddetta Stato di Palestina e dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina).
La Striscia di Gaza, invece, è dal 2007 sotto il controllo totale di Hamas. Questo gruppo è nato come organizzazione islamista e si è imposto come il principale rivale di Fatah soprattutto fra la popolazione di Gaza, distinguendosi per le sue posizioni molto più dure contro Israele.
Come si è arrivati a questa spaccatura?
La rivalità tra Fatah e Hamas si è acuita dopo le elezioni legislative del 2006. In quell’occasione, Hamas ottenne una vittoria sorprendente, soprattutto nella Striscia di Gaza, mentre Fatah rimase più forte in Cisgiordania. L’incapacità di trovare un’intesa su come governare insieme portò a scontri sempre più violenti, fino alla vera e propria “Battaglia di Gaza” del 2007. Da allora, le due forze hanno diviso le aree di governo: Fatah nella Cisgiordania e Hamas a Gaza. Da quel momento non si sono più tenute elezioni legislative, lasciando le istituzioni ferme agli equilibri di allora.
Negli ultimi anni ci sono stati diversi tentativi di mettere da parte le divergenze e formare un governo di unità nazionale, ma finora tutti questi sforzi sono falliti. I motivi sono tanti: visioni politiche diverse, interessi di potere, ingerenze di altri Paesi (come Israele, Stati Uniti, Qatar, Egitto e Unione Europea), nonché il problema delle risorse economiche e degli aiuti, cruciali soprattutto per una zona fragile come Gaza. Hamas e Fatah non si fidano pienamente l’uno dell’altro e la popolazione resta divisa non solo geograficamente, ma anche nella percezione di chi meglio rappresenti i loro interessi.
Come vivono i palestinesi questa situazione?
Per molti cittadini palestinesi, soprattutto i giovani, l’appartenenza politica è spesso legata a questioni molto pratiche, come la possibilità di trovare lavoro o ottenere un po’ di sicurezza, più che a forti convinzioni ideologiche. I partiti al governo, nelle loro rispettive aree, sono diventati anche distributori di risorse e di opportunità, accentuando così il loro potere sulla popolazione.
Quali sono i confini reali
Le differenze fra i confini della Palestina del 1967 e quelli di oggi sono profonde e legate alle vicende storiche della regione.
I confini del 1967 (“Linea Verde”)
Con il termine “confini del 1967” si intende la cosiddetta Linea Verde, ovvero la linea di armistizio stabilita nel 1949 dopo la prima guerra arabo-israeliana, mantenuta fino alla Guerra dei Sei Giorni del giugno 1967.
Secondo questa linea, la Palestina sarebbe composta da Cisgiordania (inclusa Gerusalemme Est) e Striscia di Gaza: rispettivamente sotto controllo giordano e egiziano sino al 1967, quindi occupate da Israele a seguito della guerra dei Sei Giorni
La comunità internazionale fa frequentemente riferimento a questi confini come base per una possibile soluzione a due Stati, in cui lo stato palestinese sorgerebbe su questi territori, con Gerusalemme Est come capitale
La situazione attuale
Oggi, i confini del 1967 non esistono più come reali linee di demarcazione sul terreno: la Cisgiordania è frammentata da insediamenti israeliani, barriere di separazione, check-point militari e aree sotto diversi livelli di controllo (palestinese, misto, israeliano)
Gerusalemme Est è stata annessa da Israele e non viene gestita dall’Autorità Nazionale Palestinese come previsto dagli accordi ONU; la presenza palestinese è fortemente limitata.
La Striscia di Gaza è controllata di fatto da Hamas dal 2007, ed è sotto un blocco israeliano (mentre il valico con l’Egitto è solo parzialmente aperto)
I confini reali attuali sono quindi dettati, più che da trattati riconosciuti dalle parti, da occupazioni militari, insediamenti e divisioni amministrative (tramite gli accordi di Oslo: zone A, B e C in Cisgiordania)
I confini del 1967 sono uno standard di riferimento internazionale, ma la realtà attuale è di una Palestina estremamente più suddivisa, con crescente presenza israeliana in Cisgiordania e confini non riconosciuti né praticabili secondo le risoluzioni ONU. La possibilità di uno Stato palestinese unitario entro i confini del 1967, per ora, resta solo teorica.
Hamas nel mondo nel 2025: come viene considerata?
Nel luglio 2025, Hamas si trova al centro di un complesso labirinto diplomatico che riflette le profonde divisioni geopolitiche contemporanee. L’organizzazione palestinese è simultaneamente vista come gruppo terroristico da alcune nazioni e come movimento di resistenza legittimo da altre, creando un panorama internazionale frammentato.
Il fronte occidentale: condanna unanime
Il mondo occidentale presenta una posizione sostanzialmente unita nel classificare Hamas come organizzazione terroristica. Gli Stati Uniti mantengono la designazione come Foreign Terrorist Organization dal 1997, comportando congelamento dei beni e divieto di supporto materiale. L’Unione Europea ha incluso Hamas nella lista terroristica dal 2003, intensificando le misure dopo il 7 ottobre 2023 con un regime di sanzioni dedicato confermato fino ad ottobre 2026.
Il Regno Unito ha esteso la proscrizione all’intera organizzazione nel 2021, rendendo punibile la sola appartenenza con pene fino a 14 anni. Posizioni simili mantengono Canada, Australia e Giappone, quest’ultimo con oltre 540 soggetti sanzionati al giugno 2025.
Il mondo arabo: riposizionamenti strategici
Il panorama arabo-islamico presenta complessità particolari. L’Arabia Saudita ha adottato una posizione sempre più critica, descrivendo Hamas come movimento terroristico simile ai Fratelli Musulmani. Nel marzo 2025, il principe ereditario Mohammed bin Salman avrebbe espresso la necessità di “schiacciare il movimento e disarmarlo completamente” durante un incontro con i leader regionali.
Nel luglio 2025, il ministro degli esteri francese ha annunciato che “per la prima volta, i paesi arabi condanneranno Hamas e chiederanno il suo disarmo” durante un evento ONU, parte di un’iniziativa franco-saudita per l’isolamento definitivo del gruppo.
La Russia si distingue per il rifiuto categorico di etichettare Hamas come terroristico, mantenendo relazioni diplomatiche dal 2006 e ospitando regolarmente delegazioni del movimento. Nel giugno 2025, una delegazione senior ha incontrato funzionari russi a Mosca, riaffermando posizioni comuni.
La Cina evita la lista terroristica ONU, definendo Hamas “parte del tessuto nazionale palestinese” e mediando tra fazioni palestinesi. Tuttavia, nel maggio 2025 l’ambasciatore cinese in Israele ha condannato per la prima volta inequivocabilmente il massacro del 7 ottobre 2023.
Alleati strategici
La Turchia sotto Erdogan è diventata sostenitrice incrollabile di Hamas, descrivendolo come “combattenti della resistenza”. Nel gennaio 2025, migliaia di persone si sono radunate a Istanbul per sostenere la causa palestinese, con il figlio del presidente tra gli oratori.
L’Iran rimane il principale sostenitore, fornendo armi, finanziamenti e addestramento. Secondo fonti israeliane, i finanziamenti erano aumentati a 350 milioni di dollari annui nel 2023, sebbene Hamas riconosca che l’Iran sta “pagando il prezzo” per questo sostegno.
Il Qatar continua a ospitare l’ufficio politico di Hamas e a facilitare negoziati, annunciando un accordo di cessate il fuoco nel gennaio 2025. Tuttavia, affronta crescenti pressioni israeliane per “smettere di giocare su entrambi i fronti”.
La coesistenza di definizioni opposte complica qualsiasi architettura di sicurezza post-Gaza. Il consenso occidentale vede Hamas come attore terroristico da isolare, posizione progressivamente adottata da stati sunniti come l’Arabia Saudita. Dall’altra parte, Turchia, Iran e Russia mantengono rapporti aperti per interessi strategici differenti.
I tentativi franco-sauditi di disarmare Hamas mantenendolo come attore politico rappresentano l’approccio più pragmatico, ma la frammentazione della legittimità internazionale continua a ostacolare sia la ricostruzione di Gaza sia la creazione di un quadro di sicurezza condiviso nella regione.
Quali sono i benefici per il popolo Palestinese?
Il riconoscimento dello Stato di Palestina, pur rappresentando un passaggio di grande importanza simbolica, nella realtà quotidiana dei palestinesi ha un impatto molto limitato sulle condizioni di vita effettive. Questo gesto internazionale, infatti, non si traduce automaticamente in cambiamenti concreti sulla libertà di movimento, sulle condizioni economiche, sull’accesso alle risorse o sulla sicurezza delle persone.
Nonostante il riconoscimento da parte di numerosi Stati e l’ammissione della Palestina come “Stato osservatore non membro” all’ONU, permangono tutte le sfide principali: l’occupazione militare israeliana continua sia in Cisgiordania che a Gerusalemme Est, Gaza rimane sotto blocco, i confini non sono definiti e le divisioni politiche interne fra Hamas e Fatah ostacolano la governance efficace. Le restrizioni ai movimenti e agli scambi, la precarietà economica e la carenza di infrastrutture essenziali non hanno subito miglioramenti diretti in seguito a questi riconoscimenti internazionali.
Il riconoscimento dà forza alla causa diplomatica palestinese, ma non comporta un controllo reale del territorio, della sicurezza o delle risorse. L’autorità palestinese non ha potere su molti aspetti essenziali del governo di uno Stato: la possibilità di siglare accordi commerciali autonomi, di amministrare le frontiere o di garantire la protezione dei propri cittadini resta estremamente limitata. Senza una soluzione politica condivisa con Israele e senza il supporto concreto della comunità internazionale nelle questioni chiave (come l’accesso alle risorse idriche, la libertà di movimento o la ricostruzione di Gaza), il riconoscimento da solo non basta a cambiare la realtà quotidiana delle persone.
Per questo motivo, pur rappresentando un passo avanti nella legittimazione politica e simbolica, nella pratica il popolo palestinese continua a vivere una situazione fatta di incertezza, restrizioni e mancanza di prospettive reali di sviluppo. Il riconoscimento internazionale, senza misure concrete che portino alla fine dell’occupazione e al raggiungimento di un vero Stato indipendente, rimane soprattutto un fatto simbolico.
Negli ultimi anni la Groenlandia è progressivamente emersa come un territorio al centro della diplomazia globale, della corsa alle risorse e delle tensioni tra le potenze mondiali. A porla davvero sotto i riflettori è stato Donald Trump: presidente degli Stati Uniti per la seconda volta e, ancora una volta, deciso sostenitore dell’idea che il controllo dell’isola sia una questione di sicurezza nazionale, oltre che una straordinaria opportunità economica.
È proprio la combinazione di fattori come la ricchezza mineraria, il cambiamento climatico e candidati politici ambiziosi a rendere la Groenlandia l’epicentro di una partita complessa e cruciale per il futuro energetico globale e la ridefinizione dei rapporti internazionali.
Trump ha fatto del sogno di acquisire la Groenlandia un vero tema di politica estera statunitense. Dapprima con proposte economiche, poi ventilando anche ritorsioni tariffarie nei confronti della Danimarca, di cui l’isola è territorio autonomo, e addirittura alludendo alla possibilità di usare la forza militare come extrema ratio. Il suo interesse è radicato in una convinzione strategica: la supremazia sulle cosiddette “rare earths”, i metalli rari indispensabili per microchip, batterie di auto elettriche, turbine eoliche e apparati militari, ad oggi dominio quasi esclusivo della Cina. Gli Stati Uniti, insoddisfatti della dipendenza dalle forniture cinesi, vedono nella Groenlandia una possibile alternativa, così come il Vecchio Continente. Tuttavia, la risposta da Nuuk è stata chiara: l’isola è aperta a investimenti internazionali, ma non è in vendita e difenderà la propria sovranità e i suoi interessi ambientali e sociali.
Questa posizione si inserisce in un contesto in cui anche la politica groenlandese è cambiata: il nuovo primo ministro Jens-Frederik Nielsen ha dichiarato che l’isola è “aperta agli affari”, pur con la chiara volontà di evitare manovre predatorie e preservare i delicati equilibri ambientali dell’Artico. Il governo locale, infatti, mira a emanciparsi economicamente dalla Danimarca puntando su turismo e risorse minerarie, ma sceglie con attenzione i partner internazionali, escludendo al momento un coinvolgimento eccessivo della Cina, da sempre temuta per la sua aggressiva politica di acquisizione di materie prime.
Il cuore della questione è però la difficoltà concreta di trasformare le potenzialità della Groenlandia in vantaggi immediati. L’isola vanta una delle concentrazioni più elevate al mondo di minerali strategici, con molti dei metalli considerati “critici” dalla UE. Tra i giacimenti più contestati figura quello di Tanbreez, così chiamato perché contiene tantalio, niobio, terre rare e zirconio. Tuttavia, solo poche miniere sono attualmente operative, White Mountain, a nord di Nuuk, produce anortosite per l’industria europea e asiatica, e decine di progetti internazionali sono ancora a livello di studio o prima fase. Molte concessioni sono state recentemente rilasciate anche a consorzi franco-danesi o finanziati dall’Unione Europea.
I problemi non sono soltanto politici, ma soprattutto fisici. La Groenlandia è avvolta dal ghiaccio per gran parte dell’anno, con temperature medie invernali di -5°C e punte estive che difficilmente superano i 10°C nella parte meridionale. Alcuni siti minerari, come quello di Tanbreez vicino a Qaqortoq, sono raggiungibili solo via nave durante la stagione estiva, attraverso fiordi profondi che ospitano spesso giganteschi iceberg. L’infrastruttura è scarsissima: le strade interne sono praticamente inesistenti, la popolazione, meno di 60mila abitanti su una superficie immensa, non offre il capitale umano per sostenere un boom industriale immediato, e anche la formazione specifica per il settore minerario è carente.
Il clima estremo e il fragile ecosistema artico pongono costi elevatissimi e rischi ambientali notevoli. Lo scioglimento dei ghiacciai, accelerato dai cambiamenti climatici, da un lato apre nuove opportunità di accesso alle risorse, ma dall’altro amplifica il rischio di inquinamento, incidenti ambientali e perdita di habitat preziosi. Va ricordato che, nel 2021, qualsiasi esplorazione petrolifera era stata formalmente vietata dal governo groenlandese, che teme catastrofi ambientali e catene di conseguenze irreparabili per la fauna e la popolazione locale.
La questione geopolitica si intreccia così all’emergenza ambientale e alla ricerca di un nuovo equilibrio economico per la Groenlandia. Trump, con la sua insistenza, ha certamente alzato la posta coinvolgendo non solo gli Stati Uniti, ma anche Russia, Unione Europea e, indirettamente, la Cina. La partita delle risorse diventa, in questo contesto, la chiave di volta per rivaleggiare sull’asse atlantico con Pechino, considerata la vera “padrona” delle terre rare mondiali. La Danimarca e l’Europa, lungi dal cedere ai piani americani, hanno ribadito in tutte le sedi di voler difendere ad ogni costo la propria influenza e la sovranità dei territori, rifiutando con fermezza ogni ipotesi di acquisto o annessione forzata.
Sul piano strategico, la posizione della Groenlandia è in effetti fondamentale: l’isola si trova tra gli oceani Artico e Atlantico, punto nevralgico per importanti rotte navali e transiti di sottomarini, molti dei quali a propulsione nucleare. Non a caso, l’interesse americano si spingeva già oltre le sole terre rare, puntando a installare nuovi assetti militari e rafforzare la presenza nella zona calda dell’Artico, scenario futuro di competizione tra grandi potenze non solo per le risorse ma anche per il controllo degli snodi più sensibili del pianeta.
Non si può dimenticare poi il recente accordo da molti miliardi di dollari firmato dalla Groenlandia per lo sfruttamento delle sue miniere: una mossa che ha aumentato il malumore a Washington, poiché le concessioni sono andate per lo più a società europee o consorzi canadesi, e solo marginalmente alle compagnie americane. Questo successo europeo rappresenta un duro colpo per l’amministrazione Trump, che nel frattempo deve rincorrere nuove strategie per garantire all’industria USA una quota della catena internazionale delle batterie, dei magneti e delle nuove tecnologie ecologiche.
La Groenlandia stessa appare consapevole dei propri punti di forza e delle proprie debolezze. La sua leadership, pur disposta ad attrarre capitali e know-how per raggiungere una maggiore indipendenza dalla Danimarca, resta estremamente prudente nella concessione delle licenze, temendo una “colonizzazione mineraria” che possa alterare in modo irreversibile paesaggio, tradizioni e futuro delle giovani generazioni groenlandesi. L’obiettivo sembra essere quello di trovare un equilibrio virtuoso: ottenere posti di lavoro e sviluppo, ma senza svendere le proprie risorse o accettare compromessi distruttivi dal punto di vista ambientale.
Nel futuro immediato, il ruolo della Groenlandia resta il medesimo: un banco di prova della nuova geopolitica delle risorse, specchio delle sfide climatiche e modello per il difficile bilanciamento tra tutela dell’ambiente e sviluppo economico. Gli occhi di Stati Uniti, Europa, Cina e Russia resteranno puntati sull’isola ancora a lungo. Ma la vera domanda è capire se questa ricchezza mineraria rappresenterà un’opportunità per tutta la popolazione, o finirà invece per esasperare divisioni, sfruttamento e tensioni internazionali. Il futuro dell’Artico, e con esso quello di buona parte degli equilibri globali, si gioca oggi tra i ghiacci della Groenlandia, dove politica, ambiente e affari s’intrecciano nella partita più complessa del nostro tempo.
Il recente passo indietro del presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy sulla controversa legge che limitava l’autonomia degli organismi anti-corruzione ha scosso profondamente il Paese, segnando uno degli episodi politici più controversi dall’inizio della guerra. La proposta legislativa in questione aveva infiammato l’opinione pubblica, scatenando le manifestazioni di protesta più imponenti contro il governo dall’inizio delle ostilità con la Russia. Migliaia di cittadini sono scesi in piazza per difendere i principi di trasparenza e integrità, richiamando l’attenzione sia delle autorità interne che delle istituzioni internazionali sull’importanza di mantenere salda la lotta contro la corruzione in Ucraina.
Al centro della questione c’erano la NABU (National Anti-Corruption Bureau) e la SAP (Specialized Anti-Corruption Prosecutor’s Office), istituzioni create tra il 2014 e il 2015 sotto la spinta della Commissione europea e del Fondo Monetario Internazionale. Questi organismi hanno rappresentato una condizione imprescindibile per facilitare la cooperazione internazionale e la liberalizzazione dei visti tra Kiev e l’Unione Europea, diventando simboli della volontà dell’Ucraina di riformarsi e allinearsi agli standard politici europei. La nuova legge, però, minacciava la loro indipendenza, rimettendo in discussione anni di impegno per la trasparenza e gettando un’ombra sulla credibilità delle riforme avviate dopo la Rivoluzione della Dignità.
La risposta della popolazione non si è fatta attendere: le strade si sono riempite di cittadini comuni, attivisti e membri dell’opposizione, determinati a difendere i pochi baluardi rimasti della legalità istituzionale. Le immagini delle proteste hanno fatto il giro del mondo, mostrando un popolo che, nonostante il peso della guerra, non si arrende davanti a proposte che sembrano riportare il Paese verso vecchie logiche clientelari. Il dissenso popolare è stato talmente dirompente da costringere il presidente Zelenskyy, inizialmente deciso sulla linea dura, a rivedere pubblicamente la propria posizione.
Pur non menzionando direttamente le manifestazioni durante il suo discorso, Zelenskyy ha dichiarato di aver sottoposto un nuovo disegno di legge per ripristinare l’autonomia degli organi anti-corruzione. Il presidente si è limitato a sottolineare come sia fondamentale rispettare le opinioni di tutti gli ucraini e ha ringraziato coloro che continuano a sostenere il Paese, scegliendo un tono istituzionale e conciliante, ma evitando di riconoscere esplicitamente la portata della protesta.
L’episodio ha innescato un acceso dibattito all’interno della Rada, il parlamento ucraino. Il deputato Oleksiy Honcharenko, molto attivo sui social, ha sollevato critiche pungenti sulla gestione della vicenda da parte dell’esecutivo. “Se togliamo l’indipendenza, poi dobbiamo garantirla di nuovo: perché era stato necessario questo passaggio?”, si è chiesto pubblicamente, incalzando il governo sulla reale motivazione dietro un dietrofront tanto repentino e poco trasparente.
La Commissione europea, da parte sua, ha espresso apprezzamento per la scelta del governo ucraino di correggere la rotta rispetto alla legge. Un portavoce ufficiale ha dichiarato che Bruxelles continuerà a collaborare strettamente con Kiev per assicurarsi che tutte le preoccupazioni relative all’autonomia degli organi anti-corruzione siano realmente recepite e attuate. L’episodio si inserisce in un quadro molto delicato: il percorso dell’Ucraina verso una maggiore integrazione europea passa non soltanto attraverso la resistenza militare all’aggressione russa, ma anche, forse soprattutto, dalla capacità di rafforzare le istituzioni democratiche e la fiducia dei cittadini nello Stato.
Il cammino di riforme anti-corruzione in Ucraina non è mai stato lineare. L’indipendenza di organismi come NABU e SAP è spesso stata messa in discussione da pressioni politiche trasversali e resistenze interne, così come dalla tentazione di ricadere in vecchie abitudini di gestione del potere basate sul controllo centralizzato delle nomine. Tuttavia, l’intervento deciso della società civile e la rapida reazione delle istituzioni comunitarie hanno mandato un segnale forte e inequivocabile: le conquiste ottenute dopo il 2014 non sono negoziabili.
Le proteste, in questo senso, rappresentano non solo una manifestazione di dissenso contro una legge considerata pericolosa, ma anche un atto di fiducia nei confronti delle possibilità di cambiamento. In una società segnata dalla guerra e dalla crisi economica, il desiderio di legalità e trasparenza rappresenta una delle poche certezze a cui ancorarsi. La mobilitazione popolare ha dimostrato che gli ucraini sono pronti a difendere democraticamente i principi fondamentali, sfidando apertamente il rischio della deriva autoritaria.
Dal punto di vista internazionale, la vicenda ha rafforzato la percezione dell’Ucraina come Paese in cammino verso una piena maturità democratica, nonostante tutte le difficoltà. L’appoggio della Commissione europea e il pressing del Fondo Monetario Internazionale riflettono la volontà della comunità occidentale di continuare a supportare Kiev, ma anche la consapevolezza che ogni passo indietro potrebbe compromettere il difficile processo di riforme.
Anche sul fronte interno la crisi ha generato ripercussioni importanti. Molti analisti sostengono che la prontezza di Zelenskyy a rivedere il testo di legge sia stata dettata più dalla forza delle proteste che da una convinzione reale sulla necessità di mantenere pienamente indipendenti NABU e SAP. Tuttavia, resta il dato di fatto: la società civile ucraina si conferma motore vero delle trasformazioni sostanziali del Paese, capace di orientare anche le decisioni dei vertici istituzionali.
Il labile equilibrio tra esigenze di sicurezza nazionale, necessità di riforma e tutela dei principi democratici resta il nodo più difficile da sciogliere. Zelenskyy, ritrovandosi di fronte a una crisi politica forse sottovalutata all’inizio, ha dovuto cedere al confronto con una cittadinanza che non è più disposta ad accettare compromessi al ribasso sui principi di legalità. In un momento in cui l’Ucraina cerca di rafforzare i legami con l’Occidente, ogni scelta politica è inevitabilmente oggetto di analisi e di pressione, non soltanto da parte dei partner internazionali ma soprattutto dell’opinione pubblica interna.
Le conseguenze di questa vicenda andranno ben oltre la semplice correzione di una legge. Quello che è accaduto richiama il senso profondo delle riforme post-Maidan e la centralità di un’autentica partecipazione popolare nei processi decisionali. Perché se oggi l’Ucraina può contare su organismi anticorruzione solidi, questo è soprattutto merito della capacità dei cittadini di mobilitarsi, vigilare e farsi sentire, anche – e forse soprattutto – nelle fasi più difficili.
La frontiera tra Thailandia e Cambogia è stata teatro di uno dei peggiori scontri militari degli ultimi anni, con una escalation di violenza che ha lasciato dietro di sé una scia di morti, feriti e sfollati. Questo conflitto è il culmine di tensioni che covavano da mesi su un’area contesa da entrambe le nazioni, un luogo ricco di storia ma segnato da decenni di dispute. La zona in questione è quella intorno al tempio di Prasat Ta Muen Thom, posizione strategica e simbolica sulla linea di confine tra la provincia thailandese di Surin e la provincia cambogiana di Oddar Meanchey.
Tutto ha avuto inizio con uno scontro tra soldati che si sono ritrovati a pochi metri di distanza, seguiti da un violento scambio di fuoco che ha coinvolto armi leggere, razzi e artiglieria. Secondo i rapporti della Royal Thai Army, i soldati cambogiani hanno utilizzato persino lanciarazzi multipli BM-21 contro posizioni thailandesi, colpendo aree abitate e causando numerose vittime civili. Tra le perdite thailandesi si contano almeno undici civili e un soldato, mentre si segnala anche un crescente numero di feriti, molti dei quali sono stati trasportati negli ospedali di frontiera trasformati in strutture di emergenza per far fronte all’emergenza sanitaria. Il bilancio umano è agghiacciante: tra le vittime ci sono anche bambini, come un bambino di otto anni colpito in un’area commerciale colpita dalle bombe cambogiane.
La reazione thailandese non si è fatta attendere, con l’impiego di aerei da combattimento F-16 per colpire obiettivi militari in territorio cambogiano. Questi raid aerei hanno causato la distruzione di almeno due basi di supporto militare cambogiane, segnando un’escalation senza precedenti negli ultimi dieci anni tra i due paesi. Entrambi i governi si accusano reciprocamente di iniziare gli scontri e di aver violato la sovranità territoriale altrui, di aver collocato mine nel territorio altrui e di attaccare intenzionalmente obiettivi civili. Queste accuse, che si rimbalzano come una partita a ping pong, nascondono un profondo retaggio di rivalità e sfiducia che risale all’epoca coloniale francese, quando furono delineati i confini poco chiari e contestati.
La crisi attuale ha peggiorato notevolmente la situazione diplomatica tra Thailandia e Cambogia. Il governo thailandese ha già deciso di ritirare il proprio ambasciatore da Phnom Penh e di espellere l’ambasciatore cambogiano da Bangkok, mentre il primo ministro cambogiano Hun Manet ha esortato la Thailandia a cessare immediatamente tutte le ostilità e a ritirare le sue truppe oltre il confine, accusando il suo vicino di violare il diritto internazionale. Le tensioni hanno portato anche alla sospensione del primo ministro thailandese in carica, evidenziando come la disputa stia minando la stabilità politica interna.
Dal punto di vista umanitario, la situazione è drammatica. Oltre centomila persone sono state costrette a fuggire dalle proprie case, trovando rifugio in centri di evacuazione allestiti dalle autorità. Le province thailandesi di Sisaket, Buriram e Ubon Ratchathani sono quelle maggiormente colpite, con migliaia di sfollati che abbandonano le loro abitazioni per sfuggire alle bombe e ai razzi. Anche in Cambogia si segnalano feriti e almeno un morto, anche se il governo di Phnom Penh è stato meno trasparente sul numero esatto delle vittime. La paura ha investito intere comunità, mentre molte scuole nelle regioni di confine sono state chiuse per motivi di sicurezza, creando ulteriori disagi ai bambini e alle loro famiglie.
Il conflitto si inserisce in una lunga storia di dispute territoriali nella cosiddetta “Triangolo di Smeraldo”, area di incontro tra i confini di Thailandia, Cambogia e Laos, caratterizzata da una ricca presenza di templi storici e da antiche rivendicazioni territoriali. La fragilità di questo equilibrio si è manifestata più volte nel corso degli ultimi decenni, con occasionali scaramucce che si sono trasformate in scontri armati più severi, come quello di maggio di quest’anno che aveva già causato la morte di un soldato cambogiano.
Gli esperti sottolineano come la questione del confine si intrecci con dinamiche politiche e nazionaliste interne a entrambi i paesi. In Thailandia, la gestione della crisi ha portato a una forte instabilità politica, con il governo costretto a fare i conti con pressioni interne e con una popolazione allarmata dalla ripresa delle ostilità. In Cambogia, la leadership ha usato la questione come elemento di coesione nazionale, richiamando all’unità contro quella che percepisce come una minaccia esterna.
Il futuro rimane incerto. Nonostante gli appelli alla calma da parte di organismi internazionali e della stessa ASEAN, il rischio di un conflitto prolungato o di ulteriori escalation rimane alto. La situazione ai confini è estremamente volatile, con continue segnalazioni di movimenti di truppe e scontri sporadici che impediscono una normalizzazione delle condizioni di vita per chi abita la zona. La comunità internazionale osserva con preoccupazione, mentre la pace, fino a questo momento fragile, sembra essersi dissolta in un momento di violenza.
Questo conflitto rappresenta non solo una tragedia umana ma anche una sfida geopolitica delicata nel cuore del Sud-Est asiatico. La storia dimostra che le frontiere tracciate da potenze coloniali spesso lasciano in eredità problemi complessi e difficili da risolvere attraverso la diplomazia tradizionale. In questa fase cruciale, il rischio è che le tensioni sfocino in un conflitto più ampio che potrebbe coinvolgere altri attori regionali e internazionali, con conseguenze imprevedibili per la stabilità dell’intera area.
Il dramma che si svolge ai confini tra Thailandia e Cambogia ci ricorda quanto sia fragile la pace in zone dove il passato e le rivendicazioni territoriali si intrecciano con interessi nazionali profondi e sfide geopolitiche complesse. L’auspicio rimane che possa prevalere la ragione, e che i canali diplomatici riescano a riaprire un dialogo serio e costruttivo prima che sia troppo tardi per le comunità locali e per le relazioni fra i due vicini di casa.
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