03 Febbraio 2026
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Diffamazione online. Cos’è, come funziona, cosa si rischia

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La diffamazione online è un tema particolarmente delicato che riguarda tutto il mondo delle informazioni.

Dal punto di vista della giurisprudenza, si tratta di un argomento davvero importante, in quanto è necessario garantire che le persone siano protette da informazioni sbagliate o vere e proprie calunnie nei loro confronti.

Inoltre, molto spesso, le vittime di diffamazione non hanno un accesso ai mezzi di informazione tale da poter segnalare il problema in maniera adeguata ed è estremamente difficile per loro ottenere una rettifica.

Quand’anche si ottenesse la rettifica stessa non è assolutamente certo, anzi quasi mai accade, che vengano cancellati o annullati gli effetti della diffusione di quella informazione.

Il legislatore, quindi, deve assolutamente intervenire in questo senso, tramite delle norme precise. Anche perché un sito o un grande portale che pubblica un’informazione sbagliata è in grado di raggiungere una quantità di persone che recepiscono quel dato e lo considerano come vero enormemente superiore a quanto può fare la vittima, che, non avendo la stessa forza comunicativa, si trova straordinariamente svantaggiata nel diffondere una eventuale smentita.

E’ poi da considerare che molto spesso la diffamazione viene eseguita di proposito. I media che sono palesemente legati ad una parte politica sanno che un’informazione contro il proprio avversario non diminuirà la reputazione nei confronti dei loro lettori, ma al contrario li renderà più fedeli, per cui delle notizie distorte o false che colpiscono gli avversari sono perfettamente accettate e anzi ricercate senza tanti scrupoli.

Esiste quindi, in linea generale, una fortissima asimmetria tra il calunniatore o il diffamatore e il calunniato o diffamato che ha la necessità di difendersi.

Cos’è la diffamazione? definizione

In internet il problema viene percepito in maniera ancora più immediata per cui la legge deve intervenire in maniera abbastanza dura. Ai sensi dell’articolo 595 cp, la diffamazione avviene quando si comunica con più persone e questa informazione lede la reputazione altrui. Un reato che viene punito con la reclusione fino ad un anno o con una multa fino a €1032.

Pene e sanzioni

Se l’offesa è relativa alla attribuzione di un fatto ben determinato, la pena della reclusione arriva fino ai 2 anni e la multa fino a €2065. Nel caso in cui l’offesa fosse recata attraverso il mezzo stampa o con una qualsiasi forma di pubblicità, ovvero ci sia di mezzo un atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni, oppure la multa non è inferiore a €516.

L’articolo 596 bis cp, diffamazione a mezzo stampa, dispone inoltre, che se il reato viene commesso attraverso il mezzo della stampa lo stesso trattamento sanzionatorio, diminuito in misura non eccedente un terzo, viene applicato anche al direttore o vice direttore responsabile, così come anche all’editore e allo stampatore, in quanto questi sono soggetti tenuti ad esercitare un controllo sul contenuto che viene pubblicato e dunque condividono una responsabilità in caso di diffamazione.

Cosa si intende per reputazione?

Il bene giuridico che viene tutelato in questo caso è la reputazione. La Suprema Corte di Cassazione ha precisato che l’oggetto della tutela deve essere la salvaguardia dell’integrità morale della persona indicata anche come stima diffusa nell’ambiente sociale o ambiente professionale.

In altre parole, si tratta dell’opinione che gli altri hanno del suo onore e del suo decoro. Sotto questo aspetto vi sono altre definizioni abbastanza interessanti. La reputazione può essere definita anche come stima che una persona è riuscita a conquistarsi presso le altre persone, ma anche come rispetto sociale minimo di cui ogni persona ha diritto, a prescindere dalla buona o cattiva fama che derivi dalla sua condotta.

Chi è responsabile di diffamazione?

Il soggetto attivo è l’autore dello scritto dal contenuto diffamatorio. Inoltre anche il direttore del periodico è responsabile nel momento in cui, sapendo perfettamente del potenziale offensivo delle parole utilizzate in un articolo, abbia ugualmente autorizzato la pubblicazione ai sensi dell’articolo 57 bis CP.

Le disposizioni si applicano nel caso di stampa non periodica, all’editore, se l’autore della pubblicazione è ignoto o non imputabile, e lo stampatore, se l’editore non è indicato o non è imputabile.

Nel reato di diffamazione, anche online, non è necessario dimostrare, come si dice, l’Animus diffamandi. Ovvero non è necessario che si dimostri che la persona aveva la specifica intenzione di diffamare un’altra. Basta semplicemente il fatto, che parla da solo.

La diffamazione avviene solo se cito nome e cognome esplicito?

Quanto al soggetto della diffamazione esso, di norma, deve essere indicato chiaramente. Ma non solo. Molto spesso gli autori delle diffamazioni cercavano di difendersi asserendo che le informazioni non erano indicate contro una persona specifica, nome cognome, ma solamente in maniera generica.

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In realtà la giurisprudenza ha smentito questa forma di difesa. Il soggetto, nel momento in cui ci sono dei riferimenti inequivoci a fatti e circostanze che possono essere a lui attribuiti in maniera precisa, è comunque considerata direttamente offesa, anche se non è stata indicata nominalmente con precisione. Ovvero, se la sua individuazione è agevole e certa, la diffamazione c’è comunque.

La diffamazione riguarda solo le persone fisiche?

Il reato può anche riguardare persone defunte e in questo caso gli eredi sono legittimati a procedere. La diffamazione invece non vale se viene pronunciata o scritta nei confronti di una categoria di persone, anche se limitata dallo scarso numero. Ad esempio offendere la categoria dei macellai non può portare ad una denuncia cumulativa da parte dei macellai della propria città.

Inoltre possono essere considerate vittime non solamente le persone fisiche ma anche quelle giuridiche, quindi le società, le assicurazioni e le fondazioni.

La diffamazione è un reato cosiddetto istantaneo, che avviene quindi immediatamente nel momento in cui c’è una comunicazione con più persone che lede la reputazione di una persona non presente.

La distanza è irrilevante. Se l’informazione viene scambiata con persone a grande distanza ma questi ne vengono completamente a conoscenza, la diffamazione si verifica ugualmente. La Suprema Corte di Cassazione ha infatti confermato che il reato di diffamazione si consuma nel momento in cui viene ricevuto il messaggio diffamatorio da parte di terzi, in quanto non è un reato fisico ma avviene sul piano psicologico.

Quando vi è diritto di cronaca e quando diffamazione?

Ovviamente una parte importante nel giudicare la diffamazione online è l’esercizio del diritto di cronaca, che è sancito dalla costituzione e che protegge coloro che diffondono le informazioni.

Secondo la Cassazione il diritto di cronaca viene esercitato in maniera legittima nel momento in cui vengano rispettate alcune condizioni precise.

Innanzitutto la verità delle notizie. Se una notizia è vera in maniera oggettiva, o in maniera putativa, in quanto viene ad esempio da un organismo statale che per definizione dovrebbe dire la verità, la diffamazione non sussiste.

Il secondo requisito è la cosiddetta “continenza“, ovvero la mancanza di termini palesemente irritanti e offensivi e un tono generalmente irrispettoso.

Il terzo, molto importante, è la sussistenza di un interesse pubblico all’informazione. In questa sede il giornalista ha un’importanza fondamentale in quanto ha il compito di verificare che le fonti siano attendibili e che le notizie che comunica siano corrispondenti a una verità sostanziale dei fatti narrati.

Anche quando i fatti vengono dichiarati da altri e questi vengono riportati testualmente, e queste dichiarazioni hanno un contenuto che lede la reputazione altrui, il problema sussiste lo stesso. Mentre invece se il giornalista, svolgendo un lavoro di osservatore imparziale, riporta delle dichiarazioni di carattere offensivo pronunciate dal proprio intervistato nei confronti di altri ma questo presenti i profili di interesse pubblico che prevalgono sulla posizione soggettiva del singolo intervistato, questo giustifica il diritto di cronaca.

Quando parliamo di verità oggettiva della notizia infatti vi sono due accezioni. Possiamo considerarlo come la verità di un fatto che viene raccontato da una notizia, ma anche come informazione che viene riportata che abbia un interesse pubblico.

Un esempio pratico: se un politico ruba dei soldi, la notizia ha tutto il diritto di essere diffusa. Se un suo avversario lo accusa di avere rubato dei soldi, questo, indipendentemente se corrisponda a verità, è comunque un fatto di interesse pubblico. E dunque ha diritto ad essere pubblicato, e il presunto ladro potrà citare in giudizio il suo avversario politico, non il giornalista che ha riportato la sua posizione.

Per diffamazione si intende solo pubblicare notizie false?

Il giornalista rischia non solo nel momento in cui diffonde una notizia falsa o non verificata nella sua interezza, ma anche quando vi è una parziale e colpevole negligenza. Una “mezza verità“, ovvero un racconto incompleto che distorca il risultato finale, viene equiparato alla scrittura di una notizia falsa.

Il giornalista inoltre non può ricorrere a metodi di comunicazione che facciano capire significati fra le righe. Ad esempio virgolettare delle parole per far comprendere che il loro senso è diverso da quello puramente letterale.

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Altresì vietato realizzare degli “accostamenti suggestionanti”, ovvero accostare dei concetti che mettono in cattiva luce una determinata persona.

Non è nemmeno possibile fare insinuazioni attraverso delle frasi specifiche come ad esempio: “Non si può escludere che…” in assenza di seri indizi e non ci si può appellare al fatto di avere utilizzato esclusivamente periodi ipotetici.

Anche i toni enormemente scandalizzati, specie nella titolazione, vengono registrati come atteggiamento diffamatorio.

La diffamazione online è diversa da quella cartacea?

Il legislatore, nonostante l’evidente diffusione di servizi telematici ed informatici e la loro preponderanza nella società moderna, non ha ritenuto di modificare o integrare la normativa dei reati contro l’onore.

Infatti sia la dottrina che la giurisprudenza sono ormai pienamente in accordo che il concetto di stampa include ogni tipo di prodotto e di piattaforma idonea. Alla diffusione delle informazioni inoltre, con la dicitura “altri mezzi di pubblicità” vengono inclusi tutti i mezzi divulgativi e quindi evidentemente anche internet.

Il reato di diffamazione online si consuma anche se la comunicazione di un dato falso e la percezione da parte di altre persone non sono contemporanee e contestuali ma asincrone nel tempo. Per cui l’utilizzo di internet rientra perfettamente nell’articolo 595 comma 3 del Codice Penale, quello di “offesa recata con qualsiasi altro mezzo di pubblicità”.

I direttori di giornali online e blog hanno qualche responsabilità?

In internet un problema di primaria importanza è quello relativo alla individuazione dei soggetti responsabili di una diffamazione e dell’illecito. Storicamente il principio costituzionale è che la responsabilità penale è ovviamente personale, per cui il primo responsabile, è colui che ha svolto in prima persona la diffamazione.

Tuttavia esistono delle figure intermedie che avrebbero dovuto vigilare e che potrebbero essere state negligenti. Si parla di “Culpa in vigilando“, che viene di solito riferita ai gestori dei siti internet sui quali vengono perpetrate le violazioni. Con gli articoli 57 e 57 bis del codice penale, ad esempio, i gestori di un sito internet sono stati equiparati ai responsabili editoriali di un classico mezzo stampa, per cui anche questi hanno l’obbligo di verificare la legittimità di tutto il materiale che viene pubblicato sul proprio server, compreso quello che è stato scritto da terzi.

Secondo questo tipo di approccio, nel momento in cui viene svolto un illecito per diffamazione on line, il gestore del sito sarebbe corresponsabile per aver mancato nella vigilanza.

Tuttavia questa teoria è stata notevolmente contestata, in quanto il mezzo di comunicazione telematico è decisamente peculiare. Internet non può essere equiparato al 100% alla stampa tradizionale, per cui questo aspetto della diffamazione online è stato mano mano cambiato e la responsabilità penale dei gestori di siti internet, al giorno d’oggi, tende ad essere diminuita.

In particolare non vengono più considerati come “corresponsabili” nell’aver commesso l’illecito, ma al massimo possono essere considerati come “concorrenti” nel reato ex articolo 110 del Codice Penale. Il codice penale, al giorno d’oggi, parla infatti preferibilmente di “omesso impedimento” dell’evento.

Un caso concreto di omesso impedimento di un reato commesso da altri, è quello della sentenza del tribunale di Aosta del maggio del 2006, in cui il gestore di un blog venne equiparato come responsabilità a quella del direttore responsabile di un prodotto cartaceo.

Se la diffamazione è avvenuta all’estero?

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Le informazioni e le immagini che vengono pubblicate su internet sono potenzialmente raggiungibili da qualsiasi parte del mondo e dunque l’individuazione del luogo dove è stato consumato il reato è piuttosto problematica.

È chiaro che se il delitto viene consumato su un server situati in Italia, è relativamente facile individuare la territorialità del reato e dunque la giurisdizione. Anche se il server viene situato all’estero ma l’agente che perpetra il reato opera in Italia, la situazione è sostanzialmente invariata.

Ma quando chi commette diffamazione online opera all’estero assieme al suo server, la situazione si complica. Secondo una prima interpretazione di una parte della giurisprudenza, quando la diffusione della diffamazione è avvenuta all’estero anche la consumazione della stessa deve essere avvenuta all’estero, o perlomeno si deve ritenere tale.

Per cui ad esempio un messaggio che viene diffuso su un sito internet dall’estero, anche se è leggibile in Italia, è da considerarsi come un delitto avvenuto fuori dai confini nazionali.

Ma la Cassazione, già nel 2000, ha smentito questa interpretazione. Si tratta infatti non di un evento puramente fisico, ma soprattutto psicologico, perché va a toccare la percezione della reputazione di un terzo. E in questo caso il reato non si consuma nel momento in cui viene diffuso il messaggio offensivo ma specificatamente nel momento in cui viene percepito da terzi, escludendo il diffamatore e il diffamato.

E specie in internet, questo è ancora più comprensibile e vero. In un primo momento avviene l’inserimento sul web di scritti o contenuti denigratori da parte del diffamatore, ma solo successivamente, anche se a distanza di pochi minuti, avviene la fruizione da parte di altri utenti.

Per cui il reato si considera commesso nel territorio italiano quando anche solo una parte dell’azione e della percezione diffamatoria sia avvenuta nel nostro paese. Si tratta della cosiddetta “teoria dell’ubiquità”, per cui una diffamazione iniziata all’estero, ma che si conclude con la percezione nel nostro paese, viene punita secondo le leggi dello Stato italiano.

Come raccolgo prove legalmente valide di una diffamazione online?

Un altro elemento molto importante nella diffamazione on line è quello di capire come possono essere raccolte le prove con valore processuale di uno scritto o immagine o filmato diffamatorio.

Dal momento che la pagina web incriminata potrebbe essere stata benissimo cancellata il problema sussiste. Le informazioni sul web, per loro natura, sono particolarmente volatili e anche se vengono cancellate il danno prodotto rimane.

Bisogna quindi fornire un contenuto e una data di pubblicazione certa. Per questo motivo le prove legalmente valide sono quelle che creano una copia della pagina web, per bloccarne il contenuto in un preciso momento temporale

Il documento informatico è considerato valido nel momento in cui viene raccolto in conformità con delle tecniche precise. Anzitutto la copia conforme della pagina web può essere eseguita da un notaio o da un consigliere o segretario comunale che possa registrare la pagina web e nominare la copia autentica.

In particolare il notaio dovrà eseguire una copia precisa di tutte le informazioni che sono state visualizzate, indicare quale browser è stato utilizzato, quale ora è stata registrata ed eventuali certificati di sicurezza che sono attivi sull’indirizzo URL della pagina.

Tutti i file devono avere una firma digitale, in modo da essere associati in maniera univoca, e il materiale nella sua complessità deve essere raccolto, ad esempio tramite formato zip, con una ultima firma digitale complessiva.

Ovviamente nel caso della copia cartacea potrà essere registrato solo il contenuto statico: in questo caso bisognerà precisare il sito internet, il browser utilizzato e la data e l’ora in cui la copia viene prodotta.

Nel caso in cui la diffamazione non venga registrata con delle modalità richieste dalla giurisprudenza, la copia potrà avere un valore indicativo ma la sua efficacia di prova in un eventuale processo sarà minima.

Come devono essere pubblicate smentite e correzioni?

Un testo particolarmente completo per disciplinare la diffamazione a mezzo stampa o altro mezzo di diffusione, quindi internet, risale al lontano 2004. Questo testo cercava di stabilire delle nuove soluzioni per equilibrare la manifestazione libera del pensiero e del diritto di cronaca con la difesa della reputazione e delle identità della singola persona.

In questo documento, tutte le disposizioni sulla stampa cartacea vengono allargate anche ai siti internet. Inoltre vengono stabilite delle regole con cui eseguire delle smentite o delle correzioni. Ad esempio tutte le trasmissioni radiofoniche o televisive devono annunciare una smentita o una rettifica nella stessa fascia oraria in cui è stata diffusa la prima notizia, mentre i siti informatici devono utilizzare delle caratteristiche grafiche simili entro 48 ore dalla richiesta.

Inoltre il giornale deve pubblicare la rettifica senza aggiungere commenti della redazione, ma tal quale proveniente dalla parte lesa.

Cosa rischi se insulti Salvini? Le offese che puoi (e non puoi) dirgli

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Cosa rischi ad insultare Matteo Salvini sui social? e più in generale che succede a livello legale se offendi violentemente un qualsiasi politico e quest’ultimo decide di darti una lezione? Scopriamo insieme tutti i rischi legalidi mettersi contro un politico, e dov’è il limite tra la libertà di espressione e la diffamazione online.

Inutile che fai lo gnorri

Immaginiamo che in un momento di rabbia ti siano usciti degli insulti pesanti sulla pagina Facebook di Salvini o della Boldrini. Togliamo di mezzo la più elementare forma di difesa: “Ma io non dicevo a lui!”.

Ci dispiace, ma non funziona. La diffamazione online non si verifica solamente quando si cita esplicitamente il nome e il cognome della persona. Se vi è un legame diretto, e ci sono degli elementi che permettono una chiara e logica identificazione, il risultato è lo stesso.

Per cui scrivere “Matteo Salvini, sei uno stronzo!” o commentare sotto la sua pagina Facebook o Instagram “Stronzo!” fa lo stesso. E’ ovvio a chi ti rivolgevi.

Non funziona nemmeno rimanere sul vago, in quanto i legami logici sono sempre gli stessi. Se vai sul profilo Twitter di Salvini a scrivere: “Quando i pezzi di merda si trovano in difficoltà, diventano ancora più stronzi”, sei ugualmente perseguibile. Appellarsi a citazioni, massime o discorsi filosofici generali, non ti salva. Ccà Nisciuno è Fesso. 

Opinioni e critiche sono sicure

Il vero punto di riferimento sta nel contenuto di quello che hai detto. Innanzitutto, nel momento in cui esprimi una opinione, un giudizio, una interpretazione dei fatti, anche con toni forti e accesi, con prese in giro o con un tono seccato e abbastanza volgare, non sei passibile di nulla.

In questo caso entra in gioco, per fortuna, il diritto di esprimere la propria opinione nell’art. 19 della Costituzione. Un esempio pratico: “Salvini ha venduto l’Italia ai poteri forti, e tradendo in maniera schifosa i propri elettori, si accanisce con gli immigrati anzichè affrontare i veri problemi. E’ un bullo di quartiere che in realtà non sa che cazzo fare”.

In questo caso, non sei assolutamente perseguibile.

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Insulti… ma al suo operato

Passiamo agli insulti veri e propri. Qui esiste ancora una intera categoria di ingiurie assolutamente “possibili”. Si tratta di quelle parolacce che si rifanno in maniera diretta ed evidente alla persona, ma in relazione al suo operato come politico. Ovvero al suo lavoro svolto nei confronti della comunità.

Esempio pratico: anni fa un passante urlò “Buffone!” a Silvio Berlusconi, e questo lo querelò. Il cittadino cercò di salvarsi dicendo che aveva urlato “Puffone!” in relazione alla bassa statura del leader di Forza Italia.

Al processo ovviamente questa difesa si rivelò inutile, ma la Corte di Cassazione lo salvò: buffone era un insulto riferito al suo operato come politico, e dunque rientrante nel diritto di critica.

Per cui, insulti come “Falso!” oppure “Bugiardo!”, “Doppiogiochista!” “Traditore”, sono assolutamente consentiti. Un franco tiratore che durante una votazione per un candidato del PD dovesse dare la sua preferenza ad un leghista, potrebbe essere chiamato “Traditore” e “Giuda” senza nessun problema legale.

Così come un politico che dovesse incassare dei soldi che aveva promesso di non accettare, può essere chiamato “Bugiardo!” “Ipocrita!”, in assoluta sicurezza.

Sì, sappiamo che lo state pensando e vi diamo subito la risposta. Dare del “Razzista” a Salvini si può, perchè si tratta nuovamente di un giudizio sul suo lavoro come politico, e nessuno può farvi niente.

Insulti legati ad un reato

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Qui invece, le cose cominciano a cambiare. Nel momento in cui un insulto ad un politico, si riferisce ad un fatto illecito che avrebbe commesso, la situazione è più delicata.

Se dite a Salvini: “Ladro!” lo state accusando di aver rubato del denaro. Ovvero un reato. Se gli dite: “Mafioso” o “Criminale!”, gli state dicendo che appartiene o collabora con una associazione a delinquere. In questo caso, dunque si configura in pieno il reato di diffamazione.

Potete salvarvi solo in un caso: se state dicendo la verità. E ovviamente non si deve trattare della vostra idea o di un qualcosa di “evidente” per voi. Ci deve essere una sentenza passata in giudicato.

Per cui se volete dire “La Lega è fatta di ladri, avete rubato 46 milioni di euro ai contribuenti, siete dai farabutti e truffatori!” eravate a rischio prima del luglio 2018. Mentre dopo la sentenza del tribunale di Genova, che ha condannato Bossi e Belsito per truffa ai danni dello Stato, potete ben dirlo. 

In linea generale, qualora doveste avere problemi con insulti di questo tipo, dovete sempre avere la possibilità di dimostrare la veridicità di quanto affermato, perchè in un eventuale processo, sarebbe a vostro carico l’onere di dimostrare la verità a supporto delle vostre affermazioni o insulti.

Insulti gravi e minacce

Non c’è invece proprio nulla da fare nel caso in cui gli insulti siano molto gravi, e siano completamente scollegati dall’operato del politico, ovvero offese completamente gratuite.

Per “Pezzo di merda!” “Coglione, figlio di troia!”, non c’è alcuna possibile difesa. Stessa cosa vale per le minacce: “Boldrini, brutta puttana, devi morire bruciata!” o “Salvini maledetto, ti aspettiamo a piazzale Loreto per ammazzarti come Mussolini”.

Qui siete completamente dalla parte del torto. Se avete scritto da qualche parte commenti del genere, è davvero conveniente eliminarli subito.

Se non lo fate il politico può colpirvi per due motivi. O perchè avete un passato di dure contestazioni e di attività militante ai limiti della violenza, per cui venite considerati potenzialmente pericolosi, o per darvi una lezione dimostrativa, per il vecchio detto: “Colpirne uno per educarne cento“.

E la cosa avviene davvero. Qualche mese fa, Alessandro M. di Bologna criticò aspramente la Boldrini in termini fuori dalla legge, e si ritrovò la polizia postale a casa. In quel caso si salvò con delle scuse pubbliche.

In linea generale, il politico può denunciarvi e in quel caso si attiva la polizia postale, che vi trova. Non crediate di non essere identificati cambiando nome o chiudendo l’account Facebook. Se vogliono trovarvi vi trovano.

In quel caso, la polizia postale vi persegue per il reato 595 del codice penale.

Chiunque comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a milletrentadue euro.

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Se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a duemilasessantacinque euro.

Se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità (ovvero Internet), ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a cinquecentosedici euro.

Se l’offesa è recata a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, o ad una sua rappresentanza, o ad una Autorità costituita in collegio, le pene sono aumentate.

Un bug di Twitter ha reso leggibili i tweet privati ​​degli utenti Android per 4 anni

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Twitter ha ammesso che il social network ha reso leggibili per sbaglio al pubblico i tweet protetti da utenti che usavano Android per più di 4 anni – una sorta di “errore” di privacy che normalmente ti aspetti da Facebook.

Quando ti iscrivi a Twitter, tutti i tuoi Tweet sono pubblici per impostazione predefinita, consentendo a chiunque di visualizzare e interagire con i tuoi contenuti. Twitter però ti dà anche il controllo delle tue informazioni, permettendoti di scegliere se vuoi mantenere i tuoi tweet protetti.

HAI UN PROBLEMA CON LA PRIVACY O LA REPUTAZIONE PERSONALE O DELLA TUA AZIENDA? CONTATTACI

In un post sul suo Centro assistenza, Twitter ha rivelato un bug sulla privacy risalente al 3 novembre 2014, utilizzabile verso l’app Twitter per Android, che permetteva di disabilitare l’impostazione “Proteggi i tuoi tweet” ad insaputa degli utenti, rendendo visibili i loro tweet privati al pubblico.

Il bug è stato trovato solo per quegli utenti Android che hanno apportato modifiche alle impostazioni del proprio account Twitter, come cambiare il proprio indirizzo email o numero di telefono associato al proprio account, utilizzando l’app Android tra il 3 novembre 2014 e il 14 gennaio 2019.

Pare che il 14 gennaio 2019, Twitter abbia rilasciato un aggiornamento per l’applicazione Android per correggere l’errore di programmazione.

Sebbene Twitter non abbia specificato esattamente quanti utenti Android siano stati interessati da questo problema, 4 anni sono lunghi ed è probabile che la maggior parte degli utenti abbia modificato le impostazioni del proprio account almeno una volta in quel periodo.

Twitter ha detto che la società ha avvisato gli utenti che sa essere stati colpiti dal bug della privacy.

Ma dal momento che Twitter “non può confermare di aver trovato tutti gli account che potrebbero esserne stati influenzati”, se si utilizza Twitter tramite app Android e i tuoi tweet sono protetti, è sicuramente una buona idea accedere alle impostazioni di “Privacy e sicurezza” della tua app e ricontrollare le impostazioni per assicurarsi che “Proteggi i tuoi tweet” sia abilitato.

Gli utenti desktop e iOS possono tirare un sospiro di sollievo, poiché non sono stati influenzati dal bug.

La rivelazione del bug di Twitter è arrivata nel momento in cui il social network è già sotto inchiesta dell’Unione europea per violazione delle nuove regole generali sulla regolamentazione della protezione dei dati (GDPR).

La nuova legge conferisce ai cittadini europei il diritto di richiedere i propri dati personali alle aziende, ma quando Twitter ha respinto la richiesta di un ricercatore per i dati relativi al proprio servizio URL breve, l’Irish Data Protection Commission (DPC) ha avviato un’indagine.

Sembra che il DPC sia anche a conoscenza dell’ultimo bug sulla privacy nell’app Twitter per Android e, secondo Bloomberg , la commissione sta attualmente esaminando la questione.

ES File Explorer ha un server Web nascosto. Dati a rischio di 500 milioni di utenti

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Quando si cerca un file explorer per Android, ES File Explorer è senza dubbio una delle applicazioni più popolari. Purtroppo è stato scoperto che ES File Explorer ha un server Web nascosto in esecuzione in background e che i dati degli utenti siano accessibili a chiunque disponga di uno script semplice.

Robert Baptiste, un ricercatore di sicurezza francese, famoso per aver scoperto vulnerabilità in siti Web e app, ha analizzato l’app per l’esplorazione di file.

Ha dimostrato anche attraverso un video, come è possibile carpire dei dati scrivendo un semplice script. È riuscito a esportare immagini, nomi di app installate sul dispositivo Android, video e persino i file installati sulla scheda di memoria montata

Tuttavia, per estrarre i dati, l’autore dell’attacco deve trovarsi sulla stessa rete del tuo dispositivo, il che significa che non è una vulnerabilità che potrebbe essere sfruttata da chiunque su Internet. Però, la porta aperta potrebbe essere sfruttata da qualsiasi app dannosa che disponga delle autorizzazioni di rete richieste.

ES File Explorer non ha ancora risposto sulla vulnerabilità. È preoccupante notare che l’app ha più di 500 milioni di download su Google Play Store.

Con sempre più app Android che di nascosto cercano di carpire dati, è responsabilità del Play Store assicurarsi che i dati degli utenti rimangano al sicuro, soprattutto dalle app che potrebbero accedere ai file memorizzati sul dispositivo.

Decine di certificati HTTPS .gov scadono, pagine web offline a causa dello shutdown del governo di Trump

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Secondo i servizi Internet biz Netcraft, oltre 80 certificati TLS utilizzati sui siti web .gov (siti dello Stato Usa) sono scaduti e non sono stati rinnovati.

Ciò ha causato l’impossibilità di accedere a un gruppo di siti .gov protetti da HTTPS . Nel frattempo, alcuni siti, come NIST.gov , sono stati ridimensionati a causa del blocco dei finanziamenti.

Non tutti questi certificati TLS sono scaduti da quando l’impasse sul budget è diventato attivo il 22 dicembre 2018. Ad esempio, un sito Web del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha un certificato TLS dal registrar web Go Daddy che è scaduto il 17 dicembre 2018.

Ma altri siti web hanno certificati scaduti più recentemente come il sito web del test Rocket della NASA , che è scaduto il 5 gennaio 2019. Il sito web di Lawrence Berkeley Lab è scaduto l’8 gennaio 2019.

A causa dei certificati scaduti, i visitatori potrebbero avere difficoltà ad accedere ai siti Web interessati o essere avvisati dai messaggi di allerta del browser.

In teoria, osserva Netcraft, il supporto per HTTP Strict Transport Security ( HSTS ) nei browser moderni dovrebbe impedire agli utenti di visitare siti web con certificati non validi. Ma poiché molti siti web governativi non implementano correttamente l’HSTS, i visitatori di questi siti mal configurati saranno comunque in grado di bypassare gli avvisi, aumentando la possibilità di attacchi man-in-the-middle.

La parziale chiusura del governo nasce dall’insistenza del presidente Trump dopo che il Congresso ha approvato un budget nazionale che include  5,7 miliardi di dollari per il muro di confine che in precedenza doveva essere pagato dal Messico. I democratici ora sotto il controllo della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti hanno respinto il piano di Trump, e al momento non c’è alcun evidente interesse per un compromesso. Di conseguenza, si prevede che circa 400.000 dipendenti del governo federale continueranno a lavorare senza retribuzione, e altri 400.000 sono a casa, non retribuiti, in quanto ritenuti non essenziali.

Molte le agenzie governative che limitano le operazioni, compresi i dipartimenti dell’agricoltura, del commercio, della salute, la sicurezza nazionale, l’edilizia abitativa e lo sviluppo urbano, l’interno, la giustizia, i trasporti e il tesoro, per non parlare dell’agenzia di protezione ambientale.

Il mese scorso si è attivato il congelamento dei finanziamenti e il DHS ha emanato le linee guida per l’interruzione del lavoro dichiarando che solo 2008 dei 3.531 dipendenti della Cybersecurity and Infrastructure Security Agency (CISA) di recente costituzione sarebbero rimasti attivi in ​​assenza di finanziamenti. Ciò significa che molti lavori di sicurezza IT saranno lasciati incompiuti. Mentre uno staff rimane attivo presso il NIST per mantenere il database delle vulnerabilità nazionali e i server in esecuzione, la maggior parte dei dipendenti è stata rimandata a casa e il sito web è stato ridotto, ostacolando in qualche modo la ricerca sulla sicurezza.

L’FBI Agents Association, un gruppo che rappresenta quasi 13.000 agenti speciali dell’FBI in servizio attivo, ha inviato una petizione alla Casa Bianca e ai leader del Congresso per avvertire dell’impatto della chiusura dell’agenzia nazionale di polizia. Sebbene alcuni agenti continuino a lavorare, anche se non retribuiti, migliaia di colleghi impiegati rimangono a casa, le loro risorse e indagini sono quindi bloccate.

Il problema pare che non si risolverà molto presto ed aggraverà la situazione molto delicata della sicurezza nazionale Usa.

Il motivo per cui Facebook fa quel che vuole. Sei un vigliacco

I social network hanno capito perfettamente come imbrigliare, illudere e schiavizzare gli utenti di internet. Facendo leva su tante cose, fra cui l’essere vigliacchi e prendersela con i più piccoli, specie quando riguarda la privacy.

Prendiamo una persona che si iscrive a Facebook. Nel corso degli anni cosa è successo? Hanno cambiato improvvisamente tutte le mail registrate con l’indirizzo @facebook, e nessuno si è sognato di lamentarsi. Perchè tanto con chi ti lamenti? telefoni a Palo Alto biascicando inglese maccheronico per farti rispondere da una indiana che devi usare il modulo?

Hanno modificato le regole di privacy a loro completo piacimento, ad esempio hanno deciso di punto in bianco che tutto quello che posti tecnicamente può essere venduto e distribuito a chi pare a loro, ma addirittura è legalmente di loro proprietà intellettuale. E i paladini della giustizia e dei diritti degli autori, tutti muti: se provi a copiare la canzone di un cantautore, o riprodurre delle foto d’autore su un blog ti arrivano minacce, mail, denunce e citazioni.

La cosa più irritante e paradossale è quando si scopre che i dati privati sono stati rivenduti a qualcuno. L’ultimo esempio, quello di Cambridge Analytica. Se si andava a leggere i post sull’argomento, o nelle discussioni, trovavi il solito fatalista che diceva: “Se li tengano i miei dati, ci possono fare quello che vogliono!”. Tanto a lui non importa.

Poi se arriva l’azienda del milanese o del bresciano che fa la stessa cosa, o magari il tuo numero viene girato alle agenzie che ti vogliono piazzare Fastweb, si scatenano i registri delle opposizioni, i giureconsulti, le interrogazioni, le telefonate al responsabile del trattamento dei dati, le mail in copia al Garante della Privacy.

Per non parlare dell’utilizzo della propria casella di posta elettronica. LinkedIN, per citare anche un altro social, ha palesemente fatto e disfatto con le mail, con i contatti, quelli che gli pareva. E’ entrato nelle mail, ha rubato gli indirizzi, ha collegato i nominativi. E la cosa si sa: chi legge minimamente giornali online di tecnologia ogni tanto se ne accorge. E nessuno che si permetta di dire qualcosa, che cambi la password. Lo zero cosmico. Poi magari una piccola web agency che lancia il softwerino per raccogliere mail e ti invia un po’ di spam, diventa il diavolo.

Non solo mail di risposta, ma denunce varie. E’ stato attivo, e probabilmente lo è ancora, un giustiziere pazzo che nei vecchissimi newsgroup di Google, prendeva ogni mail in arrivo, estraeva il nome dell’azienda e del mittente e sputtanava online il suo riferimento, chiamandolo spammer. Un mezzo maniaco che guadagnerà due lire con cause e causette con il Garante, e figurati se si è mosso per i social network.

La verità, molto spesso, è che i social network possono fare e disfare quello che vogliono, perchè sono gli utenti ad essere dei vigliacchi. Esattamente come i politici, che approfittano consapevolmente del fatto che siamo bravi ad abbaiare con i più deboli, ma ci facciamo allegramente fregare dai grossi. Anzi, li difendiamo pure. Ecco svelato l’arcano.

Come resettare e formattare un tablet Asus

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Come resettare un tablet Asus? Per mille motivi, potresti avere bisogno di formattare il tuo tablet Asus Android, attraverso la procedura di formattazione e ripristino di fabbrica presenti nel dispositivo. In questa guida, vedremo come resettare e formattare un tablet Asus su sistema Android.

Perchè resettare un tablet Asus?

Resettare il tuo tablet Asus è una scelta che si può compiere per molti motivi. Innanzittutto perchè il tuo tablet funziona male, e non riesci a identificare con facilità il motivo. In questo caso, piuttosto che perdere troppo tempo e fatica, una formattazione completa e un ripristino ai dati di fabbrica del tuo tablet Asus sono la soluzione migliore.

La stessa scelta può essere intrapresa quando il tablet funziona regolarmente ma è troppo pieno di dati e di applicazioni. Dal momento che pulirlo impiegherebbe un tempo eccessivo, la formattazione del tablet rappresenta un metodo facile e veloce per riottenere un dispositivo pulito. In altri casi, più gravi, il tablet Asus non si accende o è bloccato, e un ripristino ai dati di fabbrica è l’unico metodo per riottenere il controllo del tablet.

I metodi per resettare il tablet Asus che ti proponiamo, sono stati testati con le due versioni più comuni: Asus ZenPad e Asus FonePad.

Resettare il tablet Asus con la funzione di formattazione classica di Android

Il primo metodo è quello più classico per resettare un tablet Asus. Si tratta di sfruttare la normale procedura di formattazione e ripristino ai dati di fabbrica, per formattare rapidamente il tuo Asus Android. In questo caso le operazioni da compiere sono:

  • Nella schermata Home raggiungi l’icona con l’ingranaggio e apri le “Impostazioni“.
  • Tra le varie opzioni troverai “Backup e ripristino
  • Clicca su “Ripristino ai dati di fabbrica

Tieni conto che arrivati a questo punto, avrai la possibilità di scegliere se eseguire un ripristino totale ai dati di fabbrica, e dunque una formattazione di Asus completa, o risparmiare dal reset i tuoi dati personali, in modo da non doverli reinserire. Una volta che hai scelto clicca su “Ripristina Tablet“. Il tablet eseguirà da solo tutta la procedura di reset e ti ritroverai un dispositivo come nuovo, appena comprato. Dovrai quindi reimpostare completamente il tuo tablet Asus come se fossi appena uscito dal negozio.

Come resettare un tablet Asus
Come resettare un tablet Asus

Eseguire un Hard Reset del tuo tablet Asus

Nel caso in cui tu non possa interagire normalmente con le impostazioni di Android del tuo tablet Asus, dovremo procedere all’hard reset. E’ una procedura leggermente più complessa che non passa attraverso la classica interfaccia grafica di Android, ma dà il comando di resettare il tuo tablet Asus direttamente al cuore del sistema operativo. In questo caso dovremo

  • Spegnere il dispositivo con l’apposito tasto
  • Tenere schiacciati, allo stesso tempo, sia il tasto del Volume che quello di accensione. Ci vogliono circa 10 secondi

Comparirà ora una schermata con poche ed essenziali scritte in verde. Leggerai quattro possibilità:

  • Reboot System Now
  • Apply update from ADB
  • Wipe data/factory reset
  • Wipe Cache partitition

Per resettare un tablet Asus, ci interessa la terza opzione, dedicata alla formattazione dei dati e al ripristino del tablet alle impostazioni di fabbrica. Attraverso il tasto del volume, in particolare “Su” e “Giù”, potrai navigare fra queste quattro opzioni. Raggiungi la terza e con il tasto che normalmente usi per l’accensione, dai conferma.

Il tuo tablet Asus partirà immediatamente con il lavoro di hard reset. In questo caso non puoi scegliere se salvare i dati: tutto quello che è registrato verrà completamente formattato e il ripristino del tuo tablet Asus sarà completo e irreversibile.

Come resettare un tablet Asus
Eseguire un Hard Reset del tuo tablet Asus (immagine di archivio)

Formattare il tablet con i permessi di Root

In alcuni casi, potresti avere i permessi di Root. Questo significa che sei l’amministratore del dispositivo, e oltre ad utilizzarne tutte le funzioni, puoi anche toccare direttamente il cuore del sistema operativo e modificarne alcune parti. Se questo è il tuo caso, esiste un’altra soluzione che prevede di avere già installato precedentemente direttamente dal Google Play Store, una app per il ripristino che si chiama TWRP. (Se non l’hai ancora fatto, puoi installare TWRP specifico per il tuo modello Asus). Procedi così:

  • Spegni il dispositivo con l’apposito tasto
  • Tieni schiacciati, allo stesso tempo, sia il tasto del Volume che quello di accensione. Ci vogliono circa 10 secondi

Ti apparirà il logo di TWRP e potrai selezionare l’opzione “Wipe“, per procedere a formattare il tuo tablet Asus. In realtà hai due opzioni: nel primo caso potrai eseguire una formattazione completa con la conseguente perdita di tutti i dati e le impostazioni che hai registrato. Nel secondo, scegliendo “Advanced Wipe“, potrai invece selezionare uno per uno gli elementi da cancellare. Hai la possibilità di eseguire una cernita ragionata di quello che vuoi formattare, con la sola eccezione dello stesso sistema operativo Android, senza il quale il tuo tablet Asus sarebbe inutilizzabile.

Una volta che hai scelto, ti basta passare con il dito da sinistra a destra dello schermo per avviare la procedura di formattazione del tablet Asus e il completo ripristino dei dati di fabbrica.

Resettare e formattare a distanza con la Gestione dei dispositivi Android

Può capitare che il proprio tablet Asus venga perso o rubato o che un amico ci chieda di dargli una mano. Nel caso in cui non abbiamo fisicamente sotto mano il nostro tablet Asus, è comunque possibile resettare un tablet Asus ed eseguire l’operazione da remoto, tramite la Gestione dei dispositivi di Android.

Questo metodo implica che sul tablet Asus sia stata installata l’app “Find my device” per Android, che sul tablet sia registrato il tuo account Google e che il dispositivo sia collegato ad internet per poter ricevere a distanza il comando di formattazione. Nel caso in cui sia tutto predisposto, procedi così:

  • Raggiungi il sito per la Gestione dei dispositivi Android se sei sul PC o apri l’App se sei da smartphone
  • Loggati con il tuo account Google
  • Una volta entrato, a sinistra, troverai una barra con tutti i dispositivi collegati a cui potrai dare ordini da remoto
  • Clicca sul tuo Asus
  • Fra le opzioni troverai “Resetta dispositivo”
  • Clicca su “Resetta”

Come bloccare una persona su Facebook

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Facebook è un social network gigantesco, con centinaia di milioni di iscritti e non tutte le esperienze sono sempre positive. Capita quindi di trovare delle persone spiacevoli, per le quali l’unica alternativa è ricorrere al blocco, in modo da ignorarle completamente e impedire definitivamente di interagire con noi. In questa guida vedremo come bloccare una persona su Facebook in ogni variante.

Perché bloccare una persona su Facebook?

I motivi che possono portare al blocco di una persona su Facebook possono essere svariati. Il primo più importante ed elementare è il caso di una persona violenta, che posta dei contenuti inaccettabili, che ci insulta gratuitamente, ovvero il classico troll con cui non vogliamo avere più nulla a che fare. Un altro caso è un account di hacker o di spam che ci manda della pubblicità indesiderata, che non aggiunge nulla alla nostra esperienza su Facebook e va bloccato senza tanti complimenti.

Facebook, comunque, aiuta a sviluppare delle relazioni interpersonali digitali. Purtroppo queste non vanno sempre a buon fine, e può capitare che per litigi, diversità di vedute, o qualsiasi altra dinamica, non abbiamo più nulla a che spartire con una persona, e siamo costretti a bloccarla per non compromettere la nostra serenità personale e digitale. Un altro motivo è semplicemente quello di problemi nella nostra vita personale, una fidanzata che ci lascia o una moglie dalla quale divorziamo, che si riflettono nel mondo digitale. Il blocco dell’account serve quindi ad evitare degli imbarazzi o dei litigi cronici.

Cosa può vedere di noi una persona che è stata bloccata?

In teoria, ovviamente, non dovrebbe vedere nulla. Altrimenti il blocco stesso non avrebbe senso, e in linea generale è esattamente così. Una persona che è stata bloccata non può trovare il nostro profilo nelle ricerche interne a Facebook, non può visualizzare la nostra bacheca, post o la nostra timeline, e non ci può contattare né con dei poke né con dei messaggi diretti su Messenger. Non potrà vedere i nostri aggiornamenti, non potrà commentare sui post dei nostri amici e nemmeno se ci si trova nello stesso gruppo Facebook.

Ci sono però alcuni casi specifici in cui la persona bloccata potrebbe comunque intuire la nostra presenza. Se la persona bloccata pubblica la foto di un amico in comune taggandolo, se entrambi vengono invitati allo stesso evento o se la persona bloccata partecipa ad una chat di gruppo impostata da un altro utente su Messenger. Infine la persona bloccata potrebbe di nuovo vederci se si partecipa a giochi comuni o si utilizzano applicazioni esterne.

Bloccare una persona su Facebook dal PC

Vediamo ora le operazioni per bloccare una persona su Facebook da PC. Semplicemente apriamo il nostro web browser, raggiungiamo il profilo della persona che vogliamo bloccare e visualizziamo i tre puntini che sono sul bordo destro della sua immagine in evidenza.

Abbiamo diverse opzioni tra cui “toglierlo dagli amici”, “inviare un poke”, “segnalare l’utente” e bloccarlo. Clicchiamo su “Blocca”. Facebook ci chiederà se siamo sicuri e ci presenterà una lista di azioni che non saranno più possibili da parte dell’utente. Cliccando su “Conferma“, il blocco diventerà definitivo. Ricordiamo che in questo modo l’utente sarà automaticamente defollowato e gli verrà tolta l’amicizia. Per cui se dovessimo sbloccarlo successivamente dovremmo riottenere da lui l’amicizia.

Bloccare una persona su Facebook da smartphone o tablet

Per bloccare un utente da smartphone o da tablet l’operazione è abbastanza simile. Raggiungiamo sempre il profilo della persona sul nostro smartphone, clicchiamo sui tre puntini immediatamente sotto la foto del profilo e clicchiamo su “Blocca“, e di nuovo su “Conferma”.

Come sbloccare una persona su Facebook

Nel caso in cui ci fossimo pentiti della nostra scelta e volessimo sbloccare la persona possiamo farlo. In questo caso sia da desktop che da mobile: dobbiamo andare in “Impostazioni” del nostro profilo, selezionare la scheda “Privacy“, e l’opzione “Blocco“. Avremo un elenco di tutti gli utenti bloccati e a destra del nome di ognuno di loro avremo il tasto “Sblocca“. Anche qui ci verrà chiesta la conferma: se vogliamo realmente sbloccare la persona, dovremo cliccare su “Conferma”. Nel caso in cui volessimo nuovamente bloccarla avremo però da aspettare 48 ore.

Come bloccare un utente su Facebook
Come bloccare un utente su Facebook

Metodi alternativi al blocco: smettere di seguire

Al posto di un blocco totale, esistono anche dei metodi alternativi per visualizzare meno contenuti relativi ad una persona, senza troncare definitivamente i rapporti. La prima cosa che possiamo fare e smettere di seguire un utente. Significa che si rimarrà amici, e volendo sarà possibile visualizzare reciprocamente il profilo e i messaggi, ma quello che viene postato nella bacheca non comparirà nelle rispettive timeline.

Per farlo abbiamo due possibilità. Nel primo caso individuiamo il post di una persona, clicchiamo sui tre puntini che sono posizionati in alto a destra e selezioniamo l’opzione “Non seguire più“. Da quel momento si rimarrà amici, ma ciò che viene postato non comparirà nella nostra bacheca.

Oppure possiamo raggiungere direttamente il gruppo, la pagina o il profilo di nostro interesse, posizionare il cursore attualmente impostato su “Segui”, e cliccare su “Iscritto/iscritta”. Accanto all’immagine di copertina clicchiamo su “Non seguire più”. In entrambe queste modalità rimarremo amici ma non verremo sostanzialmente più informati sui contenuti che vengono postati dalla persona.

Prendersi una “pausa” da una persona

Un altro metodo alternativo, è quello di prendersi letteralmente una “pausa” da una specifica persona. Possiamo sostanzialmente scegliere di interrompere per 30 giorni la visualizzazione dei post di quella persona, pur rimanendone amici e potendone visualizzare il profilo a piacimento. Anche in questo caso abbiamo due modalità.

Se clicchiamo con i tre puntini in alto a destra sul post di una persona, tra le opzioni avremmo esattamente quella di sospendere momentaneamente i post di quella persona. Clicchiamo su “Conferma” e il gioco sarà fatto. Oppure possiamo raggiungere sia da mobile che da PC lo specifico profilo della persona, cliccare sui tre puntini con su scritto “Altro” e scegliere l’opzione “Prenditi una pausa”.

Bloccare una persona su Messenger

Un altro metodo per limitare una persona senza bloccarla è quello di bloccare le sue conversazioni su Messenger. Una cosa è il portale di Facebook con le bacheche e i messaggi, e un altro è il sistema di messaggistica personale diretta di Messenger. Possiamo continuare a vedere una persona su Facebook, ma bloccarla su Messenger per evitare che ci possa inviare una sequela di messaggi diretti e fastidiosi.

In questo caso apriamo semplicemente da desktop o da smartphone la conversazione con la persona che desideriamo bloccare.Clicchiamo il suo nome nella barra in alto, scorriamo verso il basso e tocchiamo sull’opzione “Blocca”. Ci verrà chiesto di bloccare i messaggi e clicchiamo su “Conferma”.

Come pulire lo smartphone e lo schermo senza rovinarlo

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In questa guida ti indicheremo come pulire lo smartphone in poche semplici mosse. Portandocelo dietro tutto il giorno è normale che il nostro smartphone si sporchi, ma pulire lo smartphone è un’operazione solo apparentemente semplice. Ecco una guida approfondita per un risultato perfetto e con poco sforzo. Tutti i nostri metodi, inoltre, sono testati per non rovinare nè lo schermo nè le componenti interne.

Come pulire lo smartphone: il panno in microfibra

Il modo più semplice per pulire lo schermo del tuo smartphone è un panno in microfibra asciutto. A differenza degli asciugamani a base di carta, i panni in microfibra puliscono delicatamente il vetro ultrasensibile dello smartphone e del tablet senza correre il rischio di graffiarlo. La microfibra inoltre attira elettrostaticamente la polvere e sporco e ditate, mentre altre soluzioni possono limitarsi a spargere lo sporco.

Per pulire il display con il panno in microfibra spegni lo schermo, perché consente di vedere meglio sporco e ditate. Muovi ripetutamente il panno in direzione orizzontale o verticale, e non circolare. Una volta terminata l’area del display, passa al retro del dispositivo e continua a pulire fino a quando, anche in controluce, non vedi più alcuna ditata.

Panno in microfibra per pulire gli smartphone
Panno in microfibra per pulire gli smartphone

Se lo smartphone è particolarmente sporco, possiamo prendere in considerazione l’utilizzo del panno in microfibra con un po’ di acqua. Innanzitutto spegni lo smartphone e rimuovi la batteria, se possibile. Quindi bagna un angolo del panno con l’acqua, senza aggiungere alcun tipo di sapone e pulisci la superficie dello schermo in modo simile al metodo descritto precedentemente. Una volta che hai fatto, utilizza la parte asciutta del panno per rimuovere l’acqua in eccesso. In alternativa puoi anche lasciare asciugare lo schermo.

Anche lo stesso panno microfibra deve rimanere pulito. Per farlo, basta immergerlo in una miscela di acqua calda e sapone, risciacquare completamente e aspettare che si asciughi prima di riutilizzarlo.

Pulire lo smartphone con il nastro adesivo

Se il panno microfibra non dà i risultati sperati, puoi utilizzare il nastro adesivo. Basta attaccare il nastro alla superficie dello schermo e a tutte le altre zone dello smartphone per rimuovere lo sporco e le ditate indesiderate. Puoi ripetere il passaggio tutte le volte che vuoi, fino a che il risultato finale non ti soddisfa.

I set professionali

Se i panni in microfibra e il nastro adesivo non ti hanno dato completa soddisfazione, puoi anche comprare un set apposito. Si tratta di kit di pulizia all-in-one, dotati di tutto il necessario per mantenere lo smartphone pulito sia a casa che in viaggio. Di norma sono dotati di un panno in microfibra specializzato per telefonini, 2 spray per la pulizia di diverse dimensioni (1 per la casa e 1 per il viaggio) è un set di una ventina di salviette per una pulizia particolarmente approfondita. Verifica che la soluzione detergente inclusa nel kit, sia completamente priva di alcool e ammoniaca e che i panni in microfibra siano sempre morbidi.

Aria compressa

Un’altra soluzione per pulire il tuo smartphone, piuttosto avveniristica e dagli ottimi risultati, è quella di usare dei piccoli erogatori di aria compressa. Sono semplici da utilizzare, rapidi da acquistare e immediatamente pronti all’utilizzo. Il vantaggio di questo sistema è che l’aria compressa riesce a pulire dei punti che con dei panni in microfibra o con qualsiasi altro elemento non sono normalmente raggiungibili. Questi strumenti, comunque, non sforzano le componenti del dispositivo e dunque possono essere utilizzati in assoluta tranquillità.

Come pulire lo smartphone con lo spruzzino
Come pulire lo smartphone con lo spruzzino

I raggi UV

Finora ti abbiamo dato dei consigli per pulire lo smartphone ad un livello abbastanza amatoriale, ma se hai il terrore dei germi o vuoi fare un lavoro scientifico, puoi prendere in considerazione l’utilizzo della luce a ultravioletti. Se detergenti a base di alcool possono danneggiare il telefono, e magari hai appena acquistato un top di gamma da oltre un migliaio di euro, l’utilizzo di ultravioletti può pulire il telefono in maniera scientifica e ultra professionale.

Si tratta di dispositivi dove inserire il proprio smartphone, e attivare la luce ultravioletta con un semplice tocco. Di norma sono composti da due lampade UV-C, che producono una lunghezza d’onda specifica della luce, che penetra nelle pareti del cellulare alla ricerca di batteri e virus, permettendoti di distruggerli completamente. Questi prodotti consentono una completa disinfezione in circa 10 minuti.

Come pulire lo smartphone: cosa non fare

Una buona guida per pulire lo smartphone deve citare anche le cose da non fare assolutamente. Indipendentemente da quanto la pubblicità cerca di convincerci, non utilizzare mai detergenti a base di alcool per lo schermo e le altre componenti di smartphone o tablet. Questi detergenti rovinano il rivestimento protettivo della maggior parte dei dispositivi.

Come pulire smartphone cose da non fare
Come pulire smartphone cose da non fare

Un’altra cosa da evitare è semplicemente quella di farsi abbindolare da prodotti detergenti che vengono venduti come soluzioni miracolose ma che in realtà non sono niente di più di acqua mistata a sapone ad una certa concentrazione. Di norma i detergenti per la pulizia di uno smartphone possono essere benissimo realizzati da soli e a casa per cui, a meno che non faccia parte di un kit professionale, l’acquisto di qualche detergente specifico non fa particolarmente la differenza.

Evita di pulire il tuo smartphone con salviette di carta, fazzoletti per il naso, o panni ruvidi, perché hanno un altissimo rischio di graffiare la superficie e non rimuovere adeguatamente la polvere e le ditate. Questi graffi possono accumularsi nel tempo e ad un certo punto arrivano a rendere il touch screen non reattivo e nemmeno bello esteticamente.

Canon EOS R. Buona, ma ancora dietro a Sony

I due più grandi nomi della fotografia, Canon e Nikon, sono stati momentaneamente messi in disparte e hanno osservato Sony diventare il produttore più in voga in tutto il mondo mirrorless full frame. Ma entrambe le società hanno deciso di rilanciare. La Canon EOS R non è un prodotto destinato a rivoluzionare il mercato, ma offre un grande vantaggio per gli utenti Canon: funziona con gli accessori SLR già esistenti e con gli obiettivi precedenti, tramite un adattatore abbastanza economico. A livello tecnico, tuttavia, non rappresenta una minaccia per la Sony A7 III.

Recensione Canon EOS R: Design

La silhouette della EOS R è in linea con la strategia Canon: presenta delle linee morbide e inclinate che siamo abituati a vedere, in contrasto con l’aspetto più angolato della Nikon Z6. Per quanto riguarda le dimensioni possiamo dire che è simile ad una reflex entry level, mentre sul versante della resistenza Canon afferma che è protetta dalla polvere e dagli schizzi d’acqua.

L’impugnatura è molto comoda ed è certamente un grande vantaggio, anche se questo comfort non si ritrova in tutte le parti del dispositivo. Molti produttori posizionano l’interruttore di alimentazione vicino al pulsante di scatto, mentre Canon non lo fa. L’azienda ha scelto di posizionare l’accensione nella parte superiore dell’impugnatura, una scelta progettuale insolita, per rendere la presa più comoda possibile.

L’interruttore di accensione della EOS R si trova sulla piastra superiore e occupa una buona quantità di spazio: forse avrebbero potuto utilizzare questa opzione per qualche altro comando, magari un quadrante programmabile.  Mancano i pulsanti di controllo frontale che possono rivelarsi utili, così come i pulsanti programmabili doppi che abbiamo trovato nella Nikon Z6.

Abbiamo molto gradito l’abitudine di mettere display informativi sulla parte superiore del prodotto: è qualcosa che ci si aspetta da una reflex, ma spesso omessa dai progetti mirrorless. Il pannello della EOS R è monocromatico, con una retroilluminazione opzionale, e mostra la modalità di scatto corrente, le impostazioni di esposizione e la durata della batteria.

A destra del pannello un gruppo di pulsanti. Il più vicino è quello che gestisce la retroilluminazione su richiesta, seguito dal pulsante “registra” e più in avanti il pulsante “blocca”. È possibile impostare la quantità di controlli che devono essere bloccati di default quando si accende la macchina.

L’impostazione predefinita Canon impedirà le modifiche indesiderate al quadrante posteriore e alla ghiera per il controllo dell’obiettivo. Ma possiamo aggiungere anche il blocco al touch screen e alla lista dei controlli. Tra tutti questi non troviamo il flash incorporato, una caratteristica assente da quasi tutte le moderne fotocamere Full Frame.

In realtà è la ghiera per il controllo posteriore che troviamo meno comoda. Non è facilissima da raggiungere, nonostante lo sforzo dei produttore di posizionarla in modo da poterla toccare e girare senza particolari sforzi.

La modalità di ripresa viene regolata tramite un pulsante situato al centro del quadrante posteriore. È una scelta strana da parte di Canon, che ha utilizzato i quadranti per la gestione delle modalità in tutti i suoi prodotti, tranne per le fotocamere sportive di fascia alta.

Il pulsante del menu si trova sul retro, nell’angolo in alto a sinistra nello spazio sopra all’LCD. A destra troveremo invece una piccola barra regolatrice che risponde ai tocchi del dito e può essere utilizzata per regolare varie impostazioni: l’abbiamo settata per regolare l’area di messa a fuoco, ma può essere anche usata per modificare altre impostazioni tra cui ISO, bilanciamento del bianco e sensibilità dell’obiettivo.

Questa piccola barra può essere gestita in due modalità. O registra i comandi al primo colpo di dito, o chiede una conferma. Ognuna di queste due varianti presenta alcuni problemi. Nel primo caso potresti cambiare le impostazioni per sbaglio, nel secondo caso è frustrante dover ripetere due volte lo stesso comando prima che venga eseguito. Se indossiamo i guanti, i tocchi tendono a non essere recepiti, per cui teniamone conto.

Non abbiamo un Joystick dedicato per la regolazione della messa a fuoco che è invece incluso nei due concorrenti più vicini alla EOS R, la Nikon Z6 e la Sony A7 III.  Il punto di messa a fuoco può essere regolato attraverso il pad posteriore, ma è un lavoro abbastanza lento.

Il display da 3,2 pollici della EOS è piuttosto nitido: 2,1 milioni di punti offrono molti dettagli e consentono di ingrandire il fotogramma per consumare la messa a fuoco. E’ anche sensibile al tatto e possiamo navigare nei menù, scorrere le immagini durante la revisione e toccare per impostare un punto di messa a fuoco.

Il mirino è molto buono, anche se non è il migliore che abbiamo visto in questa fascia di prezzo. Sotto questo aspetto preferiamo la Nikon Z6.

Connettività e adattatori

La connettività della Canon EOS R include il wireless integrato: una caratteristica irrinunciabile al giorno d’oggi. Con l’app Canon Camera Connect, disponibile tramite download gratuito da Android e iOS, avremo a disposizione una guida per la connessione passo passo, ma possiamo anche utilizzare un codice QR per accelerare la configurazione iniziale.

Una volta associata, è possibile trasferire immagini e video dal telefono e controllare la videocamera da remoto. Abbiamo pieno accesso alle impostazioni di esposizione manuale così come le impostazioni di messa a fuoco automatica e le modalità video.

Non manca una porta da 3,5 mm per le cuffie e il microfono, un mini HDMI, un telecomando e tre porte USB-C, tutte situate sul lato sinistro del dispositivo. Invece, lo slot della scheda di memoria si trova sulla destra: la EOS R supporta una singola scheda di memoria.

Dal punto di vista della batteria, Canon ha scelto di utilizzare la classica strumentazione in dotazione alle SLR attuali: la pila resiste allo scatto di 370 immagini attraverso il display LCD o 350 con l’EVS. Quanto a durata è simile alla Nikon Z6 ma è dietro alla Sony A7 III.

Gli adattatori sono molto importanti: consentono di utilizzare la linea di obiettivi Canon con questa EOS R senza penalizzare in alcun modo la qualità ottica o la velocità della messa a fuoco automatica. E’ possibile utilizzare non solamente ottiche Canon ma anche obiettivi di terze parti come Sigma e Tamron, che hanno funzionato senza alcun problema.

La qualità e il prezzo degli adattatori, piuttosto abbordabili, rendono il sistema attraente per i fotografi che hanno investito molto negli obiettivi della Canon. E’ inoltre possibile utilizzare obiettivi Canon tramite un adattatore con il sistema Mirrorless di Sony, anche se non si ottiene sempre lo stesso livello di prestazioni di messa a fuoco automatica degli obiettivi nativi.

Messa a fuoco

La EOS R punta molto sul sistema Dual pixel AF che troviamo nelle recenti Reflex Canon. Invece di utilizzare una serie di pixel classici, come nel caso della maggior parte delle fotocamere mirrorless, Dual Pixel AF divide ogni pixel a metà, in modo che ciascuno dei due possa fungere da sensore di rilevamento: questo significa che uno qualsiasi dei 30 milioni di pixel della fotocamera può controllare la messa a fuoco.

In realtà non tutti sono attivi, perchè il carico per il processore della fotocamera sarebbe insostenibile. Comunque, abbiamo 5666 pixel funzionanti per la messa a fuoco, che coprono tutto lo schermo fino quasi ai bordi del sensore.

Oltre alla messa a fuoco automatica, Dual pixel AF ha il supporto per il formato di file Dual pixel raw. Non è una funzionalità molto utile: ti dà la possibilità di regolare il punto di messa a fuoco, ma non di molto e costa in termini di dimensioni finali del file. Il sistema Dual pixel AF è abbastanza veloce. In condizioni di scarsa illuminazione EOS R diventa un pochino più lenta impiegando 0,4 secondi, rispetto gli 0,1 delle condizioni di luce normale.

Sono disponibili diverse modalità dell’area di messa a fuoco. L’impostazione predefinita si concentra sui volti. Su questo fa un buon lavoro, anche se non arriva ai livelli della Sony A7 iii. Se il soggetto gira la testa, EOS R può essere facilmente ingannata e se il viso è di tre quarti, il dispositivo non individua alcune faccia, anche se si guarda verso l’obiettivo. E’ disponibile anche il rilevamento degli occhi ma anche questa funzionalità è decisamente indietro rispetto alle prestazioni della Sony A7 III.

Le altre opzioni dell’area di messa a fuoco sono piuttosto standard: è possibile utilizzare uno spot flessibile, ovvero una modalità in cui è necessario impostare manualmente la posizione del punto di messa a fuoco, tramite il touch screen o il pad direzionale posteriore.

Prestazioni

In termini di velocità EOS R si accende, mette a fuoco e cattura un’immagine in circa 1,4 secondi. E’ un livello abbastanza tipico in una fotocamera mirrorless e questo scaccia la paura che l’otturatore di EOS R, disegnato per una alta compatibilità, rallenti il processo. La maggior parte delle fotocamere mirrorless lasciano scoperti i sensori quando vengono spenti, il che conferisce loro un leggero vantaggio in termini di velocità di accensione. EOS R invece li copre: solo il tempo ci dirà se questo riduce il depositarsi della polvere sul sensore della fotocamera. Ma crediamo che non farà un’enorme differenza.

Siamo stati in grado di scattare fino ad 8 FPS con la messa a fuoco bloccata. Il buffer è ampio, ma il numero di scatti che è possibile eseguire prima che la fotocamera rallenti cambia in base al formato del file. Abbiamo testato Compressed Raw e JPG (60 scatti), Raw non compresso e JPG (45 scatti), Compressed Raw (99 scatti), Raw non compresso (52 scatti) e JPG (99 scatti). Se stai scattando in Raw JPG o JPG, aspettati circa 12 secondi tra il riempimento del buffer e la registrazione degli scatti su una scheda di memoria, o circa 10 secondi se stai girando in formato Raw.

Abilitando la modalità di intelligenza artificiale, che tiene traccia dei soggetti mentre si muovono, la frequenza di burst si abbassa: siamo ai 5,3 FPS con una precisione molto buona. Anche quando il target si sta muovendo verso o lontano l’obiettivo. Ma se consideri che la Sony a7iii fa la stessa cosa a 10 FPS, la differenza si sente.

La EOS R utilizza un sensore di immagini molto simile a quello che troviamo nella 5D Mark IV: la risoluzione e le dimensioni sono le stesse, sebbene questa combinazione abbia un processore di immagini più recente, il Digic 8.

Se stai scattando in formato JPG, ti godrai le immagini senza troppo disturbo (1,4%) tramite ISO 12800, ma c’è una perdita di qualità dell’immagine quando spingi la fotocamera a questi livelli. Otterrai gli scatti migliori in assoluto con l’impostazione più bassa, ISO 100, e potrai spingere fino a 1600 ISO senza notare alcun reale danno alla chiarezza.

C’è un leggero ammorbidimento alla ISO 3200, anche se non è male. I dettagli sono meno nitidi a partire da ISO 6400 e mantengono un livello di qualità molto simile fino ad ISO 25600. Spingere la sensibilità verso l’impostazione ISO 40000 introduce una sfocatura più significativa, che prosegue attraverso ISO 51200. La sfocatura è notevolmente peggiore a ISO 102400, il limite più lontano verso cui è possibile spingere il sensore della EOS R.

La ripresa in formato Raw cattura le immagini con più grana visibile a impostazioni più elevate e richiede di elaborare le immagini con il software prima di condividerle o stamparle. Suggeriamo Adobe Lightroom Classic CC come convertitore Raw standard.

Video 4K

Se finora possiamo dare un giudizio positivo sulla qualità dell’immagine, dobbiamo essere leggermente più severi quando si tratta della ripresa dei video; il video 4K è molto nitido e mostra colori eccellenti, e il video 1080p è abbastanza buono, dati i limiti di risoluzione: ogni frame di 1080p è 2MP, rispetto a circa 8MP per 4K. L’autofocus video è molto forte e l’EOS R fa un ottimo lavoro mantenendo l’attenzione sui soggetti in movimento.

Se si sceglie di utilizzare la massima qualità del video, le dimensioni del file diventano però enormi: circa 3 gigabyte al minuto per il 4K e 2 gigabyte al minuto x 1080pixel, quindi assicuratevi di avere a disposizione una grande quantità di memoria sulla schedina. Possiamo anche diminuire i livelli di compressione ma perdendo un pochino in termini di qualità.

La fotocamera offre alcune funzionalità che verranno utilizzate dai professionisti incluso un ingresso per microfono. Tuttavia, la EOS R non ha la stabilizzazione all’interno della fotocamera, il che significa che otterrete un video tremolante se l’obiettivo non ha una stabilizzazione. Possiamo avvalerci di una stabilizzazione digitale aggiuntiva, nonostante questo ammorbidisca leggermente i dettagli.

Una volta provato tutto il comparto della videocamera, possiamo dire che Canon EOS R non dovrebbe essere in cima alla lista dei desideri se vuoi riprendere dei video 4K. Sotto questo aspetto, la Sony A7 III si comporta decisamente meglio in questa fascia di prezzo: nessun problema con il 4K, registrazione e acquisizione HDR inclusa, e la stabilizzazione all’interno del corpo macchina senza sbavature.

Giudizio finale

Canon ha decisamente inciampato con la sua primissima fotocamera mirrorless, la EOS M: anche se aveva una lunga durata, non era capace di affrontare la concorrenza. Più o meno lo stesso errore che troviamo con la Canon EOS R. Non solo il sistema di messa a fuoco non compete con la Sony A7 III, ma il prezzo potrebbe essere più accessibile.

Anche l’omissione della stabilizzazione all’interno del corpo macchina è un grande passo falso e non ci sono scuse per i difetti per i video 4K che abbiamo registrato. La Canon, tradizionalmente, si muove un pochino più lentamente rispetto ai suoi concorrenti, tanto è vero che i suoi prodotti sono stati gli ultimi a comparire sul mercato. E la Canon è anche lenta a rendersi conto che la Sony A7 III, che è stata rilasciata all’inizio di quest’anno, ha cambiato drasticamente quello che gli utenti possono aspettarsi da una fotocamera Full Frame a questo prezzo.

Invece di frenare le funzionalità al fine di spingere i clienti a comprare una fotocamera più costosa, Sony ha messo la maggior parte delle funzionalità a disposizione di quella di fascia media. Nikon sta adottando un approccio simile con la sua Z6, e condivide lo stesso design del corpo e la stessa qualità di costruzione della più costosa Z7.

In questo momento l’azienda sembra avere una piccola crisi d’identità: la Canon EOS R è comunque un buon acquisto, ma è necessario che l’azienda lavori ancora per raggiungere la concorrenza. Ci sono certamente alcuni clienti per i quali l’acquisto ha un senso: specie se hai già investito in obiettivi Canon e stai pensando di acquistarne ancora, potresti decidere che le pecche nella registrazione video 4K possono essere dimenticate, ma a livello puramente tecnico non si può giocare al ribasso.

Canon ha bisogno di fare meglio. Così com’è, la EOS R non è una minaccia per la Sony A7 III, che è una delle fotocamere mirrorless full time più potenti che possiamo trovare a questo prezzo.