17 Giugno 2026
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Iran deporta 1 milione e 400 mila afghani nell’indifferenza internazionale

Nell’indifferenza pressoché totale dei media internazionali, l’Iran ha condotto una delle più grandi operazioni di deportazione di massa della storia moderna. Oltre un milione e quattrocentomila afghani sono stati espulsi dal territorio iraniano nel corso del 2025, con un’accelerazione drammatica dopo il conflitto con Israele. Una tragedia umanitaria di proporzioni enormi che si consuma sotto gli occhi di un mondo che sembra aver voltato le spalle al popolo afghano.

Un esodo biblico

La scadenza fissata dalle autorità iraniane ha innescato un esodo biblico. Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, centinaia di migliaia di afghani hanno attraversato il confine iraniano-afghano in pochissimi giorni. Il picco si è registrato quando decine di migliaia di persone sono state costrette a lasciare l’Iran in un solo giorno, mentre in una singola settimana ne sono state deportate centinaia di migliaia.

Il regime di Teheran ha utilizzato il pretesto della sicurezza nazionale per giustificare queste espulsioni su larga scala, accusando senza prove concrete i rifugiati afghani di spionaggio per conto di Israele. Richard Bennett, Relatore Speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani in Afghanistan, ha denunciato come “centinaia” di afghani siano stati arrestati e accusati di spionaggio, in quella che appare come una caccia alle streghe alimentata da pregiudizi razziali e tensioni geopolitiche.

Le testimonianze raccolte dalle organizzazioni umanitarie dipingono un quadro agghiacciante di violenze sistematiche. Bashir, un giovane afghano, ha raccontato: “Prima mi hanno preso dei soldi. Poi mi hanno costretto a pagare altro nel centro di detenzione, dove non ci davano né cibo né acqua. C’erano centinaia di persone, ci picchiavano e ci maltrattavano”. Un altro deportato ha dichiarato: “Ci hanno trattato come spazzatura”, mentre le testimonianze parlano di famiglie separate, documenti strappati e violenze fisiche durante il processo di espulsione.

Deportato anche chi aveva i documenti

La maggior parte delle deportazioni è avvenuta con la forza, coinvolgendo non solo migranti irregolari ma anche persone con documenti validi. Il Center for Human Rights in Iran ha documentato casi di afghani con visti e permessi di residenza regolari deportati arbitrariamente. La situazione è peggiorata dopo la guerra tra Iran e Israele, quando i media di stato iraniani hanno iniziato una campagna di incitamento all’odio, etichettando gli afghani come “traditori” e “spie”.

La crisi umanitaria al confine afghano-iraniano è devastante. Al valico di Islam Qala, migliaia di persone sono ammassate sotto tende precarie, con temperature estreme. Mihyung Park, capo missione dell’OIM, ha descritto la situazione come “terribile”, segnalando l’arrivo anche di centinaia di minori non accompagnati. Le organizzazioni umanitarie riescono ad assistere solo una minima parte delle persone che hanno bisogno di aiuto.

L’incubo per le donne

Le donne afghane deportate affrontano un doppio calvario. Costrette a tornare in un Afghanistan governato dai talebani, dove le donne sono private di tutti i diritti fondamentali, molte si trovano senza tutore maschio e quindi impossibilitate ad accedere a servizi essenziali. Marwa, una giovane deportata, ha dichiarato: “L’Afghanistan è come una gabbia per le donne, e stiamo tornando in quella prigione”. Le restrizioni talebane vietano alle donne di parlare in pubblico, di lavorare, di studiare oltre la sesta classe e persino di mostrare il volto.

Il regime talebano ha mantenuto un silenzio assordante di fronte a questa tragedia. Molti osservatori ritengono che i talebani vedano di buon occhio le deportazioni, poiché molti rifugiati in Iran erano oppositori del regime, ex funzionari del governo precedente, giornalisti e attivisti per i diritti umani. Questa indifferenza calcolata condanna il proprio popolo a sofferenze devastanti.

L’Afghanistan, già prostrato da una crisi umanitaria gravissima, non è preparato ad accogliere un numero così elevato di rimpatriati. Secondo le Nazioni Unite, oltre la metà della popolazione afghana dipende dagli aiuti umanitari, mentre svariati milioni di persone necessitano di assistenza immediata. La situazione è aggravata dalla diminuzione dei finanziamenti internazionali: molte strutture sanitarie sono state costrette a chiudere, privando milioni di persone delle cure mediche.

La comunità internazionale ha sostanzialmente ignorato questa catastrofe umanitaria. Mentre le crisi in altre regioni del mondo ricevono ampia copertura mediatica e sostegno internazionale, il dramma afghano è relegato alle pagine interne dei giornali. L’Asian Forum for Human Rights and Development ha definito le deportazioni “una grave violazione degli standard internazionali dei diritti umani”, ma le proteste internazionali sono state inefficaci.

Il Pakistan ha seguito l’esempio iraniano, deportando centinaia di migliaia di afghani. Anche il Tagikistan ha annunciato l’espulsione di migliaia di afghani, creando un effetto domino che sta isolando completamente il popolo afghano. Questa convergenza di politiche repressive crea quello che gli esperti definiscono un regime coercitivo di rimpatri forzati.

Ipocrisia occidentale

L’ipocrisia occidentale è palese. Mentre l’Europa e gli Stati Uniti predicano i diritti umani e la protezione dei rifugiati, hanno lasciato che l’Iran procedesse indisturbato nelle deportazioni di massa. Alcuni paesi europei hanno persino annunciato la possibilità di stabilire canali di dialogo con i talebani per deportare afghani condannati, dimostrando come spesso la retorica umanitaria ceda il passo ai calcoli politici.

ayatollah ali khamenei

La tragedia afghana rappresenta un fallimento collettivo della comunità internazionale. Mentre il mondo si concentra su altri conflitti, milioni di afghani vengono abbandonati al loro destino, vittime di un regime teocratico oppressivo in patria e di politiche xenofobe nei paesi di accoglienza. Le immagini di bambini disidratati al confine, di famiglie separate e di donne ridotte al silenzio dovrebbero scuotere le coscienze, ma sembrano destinate a rimanere un capitolo dimenticato nella storia contemporanea.

L’indifferenza mediatica verso questa tragedia è sintomatica di un mondo che ha perso la capacità di indignarsi uniformemente di fronte alle ingiustizie. Mentre alcune crisi ricevono attenzione globale, altre vengono ignorate, creando una gerarchia immorale della sofferenza umana. Il popolo afghano, già abbandonato dalle potenze occidentali, subisce ora una seconda forma di abbandono: quella del silenzio internazionale di fronte alle deportazioni di massa.

La storia giudicherà severamente questa indifferenza. Mentre l’Iran continua le sue deportazioni brutali e i talebani consolidano il loro potere repressivo, milioni di afghani continuano a soffrire nell’indifferenza generale. Il loro grido di aiuto echeggia nel vuoto di un mondo che sembra aver perso la memoria della propria umanità.

Alex Trizio
Alex Triziohttps://www.alground.com
Da sempre appassionato di informatica e nuove tecnologie. Si avvicina al mondo dell’open source e partecipa attivamente allo sviluppo del sistema operativo Linux, approfondendo sempre di più il settore di sviluppo e ingegneria software, collaborando con aziende statunitensi. Contemporaneamente, avvia e amplia studi sulla comunicazione e sul comportamento sociale e della comunicazione non verbale. Questi progetti lo portano a lunghe collaborazioni all’estero, tra USA e Israele, dove approfondisce le interazioni fra software ed essere umano, che sfociano nella specializzazione in intelligenza artificiale. I molti viaggi in Medio Oriente aumentano la passione per la politica e la geopolitica internazionale. Nel 2004, osserva lo sviluppo dei social network e di una nuova fase del citizen journalism, e si rende conto che le aziende necessitano di nuovi metodi per veicolare i contenuti. Questo mix di elevate competenze si sposa perfettamente con il progetto di Web Reputation della madre, Brunilde Trizio. Ora Alessandro è Amministratore e Direttore strategico del Gruppo Trizio.
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